H. SCHURMANN, Gesù davanti alla sua morte, Morcelliana, Brescia Cf Mc 8, 31 Lc 9, 22 17, 25; 24, 44; Mt 16, 21; Gv 3, 14.

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1 Gesù e la sua croce necessaria Ha previsto Gesù la sua morte? Che senso vi ha attribuito? E come l'ha integrata nella sua missione? Lo spunto per porre queste domande mi è stato offerto da uno studio di H. Schurmann 1, nel quale l'autore cerca le risposte in un procedimento globale, che parte dal centro per arrivare poi ai singoli testi, non viceversa. Tenendo conto - come storicamente risulta - del suo scontro religioso e politico con le autorità, non può stupire che Gesù abbia immaginato l'eventualità di una fine violenta. Stupirebbe il contrario. Prevedendo la fine violenta, non stupisce se l'ha letta all'interno della teologia del martirio, cioè della sorte dei profeti. Se accettiamo poi, come storicamente risulta, che tutta la vita di Gesù è stata una vita aperta a Dio e agli uomini, non stupisce che anche la sua morte sia stata da lui intesa e vissuta come un'offerta. Ancora una volta stupirebbe il contrario. La «necessità» della croce Gesù - e su questo i vangeli sono concordi - ha anzitutto compreso la sua passione e la sua morte come una necessità: i testi sono numerosi 2. Ma come intendere questa necessità? E come, poi, inserirla in un'altra consapevolezza di Gesù altrettanto chiara, e cioè la sua libertà? Il vangelo di Marco spiega che Gesù è venuto a servire e a donare la vita in riscatto per le moltitudini (10, 45). E ancora più esplicitamente in Giovanni si legge: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso» (10, 1718). Dunque, necessità e libertà, necessità e dono. Come sciogliere questa specie di contraddizione? Gesù sa che sono gli uomini - in particolare le autorità - a volerlo condannare. Ed è consapevole - questo risulta con particolare acutezza nel vangelo di Giovanni - che la ragione dell'opposizione che incontra è proprio la verità di Dio che egli insegna. Se dicesse la menzogna, non lo condannerebbero (Gv 5, 44; 8, 40.45) 3. La necessità della condanna di Gesù è dunque dentro la libera scelta di vita che egli ha fatto, quella appunto di dire, costi quello che costi, la verità di Dio. Una scelta di vita, questa, che porta con sé necessariamente il rischio della condanna. Gesù non ha 1 H. SCHURMANN, Gesù davanti alla sua morte, Morcelliana, Brescia Cf Mc 8, 31 Lc 9, 22 17, 25; 24, 44; Mt 16, 21; Gv 3, Cf B. MAGGIONI, La brocca dimenticata, Vita e Pensiero, Milano 1999, p. 90 ss.

2 scelto di morire sulla croce, però ha scelto una vita che include tale eventualità. Come il martire, che non sceglie di morire, ma di testimoniare fedelmente, costi quello che costi, la verità. O come la grande figura del giusto sofferente (Is 53; Sal 22), che non sceglie di essere abbandonato e deriso, ma di rimanere fedele al Signore, costi quello che costi. La necessità della croce è dentro la libertà di una scelta di vita. La sofferenza del martire (e dunque di Gesù) rivela nella sua radice una profonda libertà. Non perché il martire scelga, lo ripeto, direttamente di soffrire (neppure Gesù lo ha fatto!), ma perché sceglie consapevolmente un modo di vivere che lo espone - necessariamente, tenuto conto della storia in cui vive - alla contraddizione, alla sofferenza e alla condanna, anche alla morte violenta. Gesù ha compreso la necessità del suo destino all'interno di una scelta di vita caratterizzata dall'obbedienza e dalla fiducia nel Padre e dal dono di sé agli uomini. All'interno di questa scelta si è affacciata sempre più chiaramente l'inevitabilità dello scontro, del rifiuto e della condanna. Così Gesù ha vissuto la croce come una necessaria coerenza e una necessaria fedeltà. È questo un primo significato di quel devo che egli spesso ripete: «Il Figlio dell'uomo deve... molto soffrire, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso» (Mc 8, 31). Ma quanto detto si colloca soltanto a un primo livello, quasi di superficie. C'è un secondo livello molto più profondo. Oltre la consapevolezza di aver scelto una vita che porta con sé il rischio - che si fa sempre più concreto - della morte, Gesù è anche consapevole di una «divina necessità», di un disegno del Padre. Di fronte alla sua morte, Gesù non ha soltanto vissuto la coerenza, ma anche una radicale obbedienza. Anche questa obbedienza, però, non è la negazione della libertà (e del dono), ma il modo più vero di viverla. Nessuno è più libero di chi accoglie un disegno di Dio che lo precede, un disegno che non è lui a inventare, ma che gli è dato di vivere. Questa divina necessità è ben lontana dalla necessità cieca del destino, perché è una necessità che discende da una libera - e dunque salvifica e amorevole - decisione del Padre. La croce di Gesù è il frutto di una duplice libertà: di Dio e di Gesù, contemporaneamente. E la necessità di un disegno pensato e voluto. Non fatalità né incidente. La fatalità è una necessità senza intelligenza e perciò senza un significato. L incidente è una cosa che poteva non esserci e nulla sarebbe cambiato. Il «devo» di Gesù, invece, esprime una necessità libera e intelligente. I due discepoli di Emmaus sono stati, si legge nel vangelo di Luca, aiutati a capire che la croce appartiene alla vita di Gesù come un evento logico, intelligente, in linea con tutta la sua esistenza, non come un evento che la smentisce: in linea con il volto di Dio che Gesù rivela, non uno scandalo che lo nasconde. La croce - come dice san Paolo - è sapienza. Ma quale sapienza? Quella di una libera scelta di Dio che ha deciso non solo di salvare il mondo, ma di salvarlo con la sua alleanza, e quindi con la sua volontà di condividere la storia degli uomini in tutto, anche nel destino di rifiuto che spesso la verità incontra. Gesù ha capito - e così ha svelato il volto del Padre - di dover salvare il

3 mondo dall'interno, non standone a lato. Nel mondo c'è la morte e anche Gesù l'ha attraversata. C'è il rifiuto della verità e anche lui l'ha subito, mostrando in tal modo che la morte e il rifiuto non sono negatività senza uscita. Voglio insistere, anche a prezzo di ripetermi. E necessario, si legge nei vangeli, che Gesù percorra la sua strada fino a Gerusalemme. La necessità della croce è all'interno di un percorso. Va subito notato, però, che Gesù non ha preordinato per giungere alla croce un percorso «a parte», un percorso proprio, bensì ha fatto suo un percorso che è già all'interno della storia degli uomini, una storia dove il peccato sembra trionfare e la verità rifiutata. Il Padre ha voluto che il Figlio - per rivelare agli uomini il suo volto di Padre - si facesse compagno del cammino degli uomini, attraversando di questo cammino anche i momenti più negativi, quelli che addirittura sembrano smentire la stessa presenza di Dio e del suo amore: il trionfo della menzogna, la sconfitta della verità, l'inutilità (apparente) dell'amore. La necessità della croce sta in questo disegno divino di sorprendente bellezza e di incredibile amore. Con la croce Gesù ha salvato il mondo e ha rivelato il Padre obbedendo al suo disegno di condivisione, che è indubbiamente la forma più alta dell'amore. Tutto è compiuto Gesù è andato incontro alla sua morte di croce come a un compimento. Non come alla fine della sua esistenza, ma come al suo momento più alto. Non «alto» perché ha introdotto qualcosa di diverso rispetto alla vita che ha vissuto, ma perché sulla croce egli ha vissuto gli atteggiamenti di sempre con assoluta radicalità. La morte di Gesù non è stata altro rispetto alla vita. Il modo con cui egli si è posto davanti alla morte è stata la continuazione di come si è posto davanti alla vita, cioè nella più profonda fiducia nel Padre e nel totale dono di sé agli uomini. È in questo senso che Gesù ha «preparato» lungo la vita la sua morte. Ed è in questo senso profondo che la croce è l'ora verso cui l'esistenza di Gesù si è protesa fin dall'inizio. «Tutto è compiuto» (Gv 19, 30), esclama il Crocifisso nel racconto di Giovanni. Il verbo, che ricorre tre volte, suggerisce l'idea di un percorso che ha raggiunto il suo vertice. Compiuta è l'obbedienza di Gesù, compiuta è la Scrittura, compiuta è l'alleanza di Dio con l'uomo. Oltre non si può andare. Mi si permetta di insistere. Ai piedi della croce anche gli avversari riconoscono che Gesù è vissuto consegnandosi al Padre: «Ha confidato in Dio, lo salvi!» (Mt 27, 43). Il verbo peitho dice l'obbedienza fiduciosa, l'abbandono, l'atteggiamento di chi pone la propria vita nelle mani di un Altro. Il tempo perfetto del verbo dice, poi, la continuità e la stabilità: Gesù ha sempre, in tutta la sua vita, posto la propria fiducia nel Padre. Se Gesù è morto «fidandosi» di Dio - anche in un momento in cui tutto parlava di abbandono - è perché è vissuto fidandosi di lui. E se Gesù ha fatto della sua croce un dono è perché è sempre vissuto donandosi. così che Gesù ha vissuto la sua morte in croce come un compimento: «Tutto è compiuto». Nell'angoscia, la speranza

4 Gesù è andato incontro alla sua croce nella certezza che la potenza di Dio avrebbe trionfato. Ma questa vivissima speranza non ha dissolto, neppure per lui, lo spazio della fatica, dell'angoscia e dell'abbandono. Il fatto è che la potenza di Dio non ha liberato Gesù sottraendolo alla morte, né sottraendolo all'angoscia dell'uomo, ma facendolo risorgere dopo aver attraversato l'angoscia e la morte, una morte vera, una morte come quella dell'uomo, di ogni uomo, con il peso che ogni morte porta con sé. Conclusione Le testimonianze evangeliche parlano ampiamente della compassione di Gesù per la sofferenza altrui. Nessuna traccia, però, per concludere che egli abbia provato la sofferenza della malattia o il peso della colpa o l'impotenza di fronte allo spirito del male. La sofferenza di Gesù è tutta raccolta nella sua passione e nella sua morte in croce. È una sofferenza interamente legata alla sua vocazione messianica. È una sofferenza totalmente legata a una libera scelta di vita. Una sofferenza profondamente libera, dunque, ma non per questo meno umana. Come ogni uomo, ha provato nella sua sofferenza la solitudine, la paura, l'angoscia e lo smarrimento, la preghiera inascoltata, persino la domanda: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34). La sua domanda sulla croce ritrova la domanda dell'uomo, ma anche la risposta che all'uomo è data, l'unica che gli è data. Non la risposta al perché esiste la sofferenza (su questo il mistero di Dio e della sofferenza restano intatti, anche sulla croce), ma la risposta a come viverla trasformandola in strada di speranza. Non soltanto: sulla croce l'uomo vede che anche gli aspetti negativi della propria vita sono condivisi dal Figlio di Dio, e questo offre all'uomo stesso una possibilità impensata, quella di condividere, a sua volta, la passione del suo Signore.

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