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1 Working Paper Series CHIARA PANCOTTI VALUTAZIONE DELL'IMPATTO DELLE REGOLE FISCALI EUROPEE NEI PAESI DELL'AREA EURO WORKING PAPER N. 01/

2 VALUTAZIONE DELL'IMPATTO DELLE REGOLE FISCALI EUROPEE NEI PAESI DELL'AREA EURO Chiara Pancotti July 2012 Abstract Lo studio presenta un'analisi ex-post delle determinanti del comportamento fiscale di 21 paesi dell'oecd e una valutazione dell'impatto delle regole fiscali europee. È stato testato se il Trattato di Maastricht, il Patto di Stabilità e Crescita e la riforma del Patto del 2005 abbiano raggiunto gli obiettivi per cui erano stati adottati e abbiano quindi favorito il miglioramento del saldo strutturale della bilancia primaria dei paesi appartenenti all'eurozona. L'analisi è stata effettuata attraverso il Metodo Generalizzato dei Momenti su un panel di paesi formato dagli EU-15 (ad esclusione di Grecia e Lussemburgo) e da 8 paesi non-eu in un arco temporale che va dal 1986 al I risultati dell'analisi econometrica dimostrano che nel complesso le regole europee non hanno influenzato positivamente il comportamento fiscale dei paesi dell'eurozona in termini di riduzione del deficit. Solo i vincoli imposti dal Trattato di Maastricht fino alla seconda metà degli anni Novanta sembrano aver avuto una certa influenza positiva sul saldo primario della bilancia strutturale dei paesi dell Unione Europea. Anche la riforma del Patto del 2005 sembra non essere stata efficace nel raggiungere gli obiettivi per cui era stata introdotta, cioè riportare lo spirito del Patto più in linea con quello del Trattato in modo da incentivare gli stati membri a rispettare le regole fiscali in esso contenute. Se le regole fiscali europee sono non significative nello spiegare l'andamento del saldo primario della bilancia strutturale, lo stesso, non si può dire delle elezioni legislative. Infatti i risultati mostrano che gli anni in cui si sono svolte le elezioni legislative sono associati ad un peggioramento del saldo primario di tutti i paesi del Panel. Key words: Patto di Stabilità e Crescita, Trattato di Maastricht, Eurozona, politica fiscale JEL codes: E60, E62, H61, H62 2

3 1. Introduzione La crisi economica mondiale del 2008 ha smascherato la vulnerabilità delle finanze pubbliche dei paesi dell'eurozona che hanno registrato disavanzi medi pari al 6% e livelli di debito superiori al 70% del PIL 1, valori nettamente superiori a quelli di riferimento stabiliti nel Trattato di Maastricht (1992). La crisi ha quindi riportato l'attenzione sul quadro di regole europee fornite dal Trattato e dal Patto di Stabilità e Crescita. Nel giugno 2010 il Consiglio Europeo ha concordato le linee generali per il rafforzamento della governance economica europea volto a raggiungere un triplice obiettivo: l applicazione più rigorosa da parte dei paesi dell area Euro del Patto di Stabilità e Crescita (PSC), la creazione di una più forte sorveglianza macroeconomica su squilibri di competitività e crescita, e l introduzione di un meccanismo per il coordinamento ex-ante delle politiche economiche nazionali. Sulla base di queste linee generali, la Commissione ha formulato sei proposte legislative, ma le divergenza tra Parlamento Europeo e Consiglio Ecofin ne hanno impedito l'approvazione fino al 28 Settembre Tra le proposte legislative della Commissione vi è un nucleo di norme che integra e rafforza la disciplina del PSC con l obiettivo di meglio coordinare le politiche di bilancio nazionali dell Unione Economica e Monetaria (UEM). A fronte di questa nuova modifica del PSC si è voluto indagare come il Patto stesso e le altre regole fiscali europee abbiano influito sul comportamento fiscale dei paesi dell UEM fino al Dunque, l'obiettivo di questo articolo è di verificare come lo schema di regole fiscali europee abbia influenzato le politiche fiscali adottate dai policy makers nazionali a partire da quando l'unione Monetaria ha avuto inizio. In particolare si vuole valutare l'efficacia del Trattato, del Patto di Stabilità e Crescita, nonché della sua modifica del 2005, nel favorire gli obiettivi per cui essi erano stati creati. L'analisi trae spunto dall'articolo Have Euro area and EU economic governance worked? Just the facts di Demosthenes Ioannou e Livio Stracca (2011). I due autori della Banca Centrale Europea (BCE) presentano un'analisi ex-post dell'efficacia di due elementi chiave nel quadro di governance economica dell'ue e dell'eurozona, vale a dire, il Patto di Stabilità e Crescita e la Strategia di Lisbona. In particolare gli autori utilizzano la metodologia differenze nelle differenze con un panel di dati annuali riferiti a 36 paesi, nel periodo che va dal 1980 al In questo modo, le performance del Patto e della Strategia di Lisbona nei paesi europei sono valutate sia nei confronti dei risultati ottenuti in passato dai paesi stessi sia nei confronti di un gruppo di paesi non appartenenti all'area euro, tenendo conto delle caratteristiche specifiche delle varie economie nazionali e di un set di variabili di controllo. L analisi presentata in questo articolo si discosta da quella di Ioannu e Stracca (2011) per aver utilizzato una diversa variabile dipendente e per l'inserimento di alcune variabili di controllo aggiuntive quali ad esempio quelle relative all'invecchiamento della popolazione e alla riforma del PSC del È stato considerato un panel di paesi formato dagli EU-15 ad esclusione di Grecia e Lussemburgo e 8 paesi non-eu in un arco temporale che va dal 1986 al L articolo è organizzato nel seguente modo. Nella seconda sezione viene brevemente ripercorsa la formazione dell'unione Economica e Monetaria Europea ed è illustrato il Patto di Stabilità e Crescita. La terza sezione fornisce un quadro sintetico della letteratura esistente riguardante la valutazione del Patto. Nella quarta sezione si descrivono i dati utilizzati e il modello empirico stimato nell analisi. La quinta sezione presenta i risultati dell'analisi. A seguito di tutto, le conclusioni. 1 Fonte: Eurostat (online data codes tsieb080 e tsieb090). Valori riferiti al

4 2. L'eurozona 2.1 Nascita dell'unione Economica e Monetaria Europea Già nel Trattato di Roma, che istituì la Comunità Economica Europea nel 1957, agli Stati Membri era richiesto di coordinare le proprie politiche economiche. Infatti, il Trattato, pur non dedicando espressamente una parte alla politica monetaria, dà delle indicazioni riguardo la gestione della stessa da parte degli Stati membri 2. Sono considerati obiettivi primari, da raggiungere attraverso il coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, l equilibrio della bilancia dei pagamenti, il mantenimento della fiducia nella propria moneta, la massimizzazione del livello di occupazione e di stabilità dei prezzi. Nel 1979 fu introdotto il Sistema Monetario Europeo, un meccanismo di cambio volto a coordinare le politiche monetarie europee e a produrre stabilità monetaria in Europa. Tuttavia, solo con il Rapporto sull unione economica e monetaria nella Comunità europea detto Rapporto Delores 3 del 1989, viene affermata la necessità di una politica monetaria unica. Il Rapporto del Comitato "per lo studio dell'unione Economica e Monetaria (UEM)" è il primo progetto ufficiale che affronta il tema dell unione monetaria europea e che traccia le linee principali del progetto di unificazione economica e monetaria. In particolare, il rapporto scandì in tre fasi la realizzazione dell'unione Economica e Monetaria. Nel 1991 iniziò la prima fase, che mirava all abolizione di tutte le restrizioni alla circolazione dei capitali tra gli Stati membri. Nel Dicembre dello stesso anno i capi di stato dei paesi europei firmarono il Trattato di Maastricht che emendava il Trattato che istituisce la Comunità economica Europea (Trattato di Roma) e che conteneva, fra l altro, il Protocollo sullo statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea e il Protocollo sullo Statuto dell Istituto monetario europeo. Con la ratifica del Trattato venne anche sancita l adozione di una moneta comune europea l'euro - che sarebbe stata introdotta con l'avvio della Terza fase della UEM il 1 gennaio Al fine di rafforzare il coordinamento economico dell UEM attraverso una maggiore convergenza in materia di stabilità dei prezzi e di risanamento delle finanze pubbliche, il Trattato stabiliva alcuni criteri di convergenza 4 che i paesi che aspiravano ad accedere alla UEM avrebbero dovuto rispettare. I criteri riguardavano la stabilità del tasso di cambio, la convergenza dei tassi di interesse a lungo termine, del tasso di inflazione e di due indicatori di finanza pubblica: i rapporti deficit/pil e debito/pil. Nello specifico, un paese può far parte dell'uem solo se: il suo tasso di inflazione non supera più dell'1,5% la media dei tre tassi di inflazione più bassi degli stati membri; il suo tasso di interesse a lungo termine non supera più del 2% la media osservata nei tre paesi con la minore inflazione; non ha subito una svalutazione durante due anni precedenti l'entrata nell'unione; il rapporto tra il disavanzo pubblico annuale e il prodotto interno lordo (PIL) non supera il 3 % alla fine dell'ultimo esercizio finanziario concluso. In caso contrario l'art. 104 C(a) del Trattato precisa che tale rapporto deve essere diminuito in modo sostanziale e costante in modo da raggiungere un livello prossimo al 3% o, in alternativa, il superamento del valore di riferimento deve essere solo eccezionale e temporaneo e il rapporto deve restare vicino al valore di riferimento. il rapporto tra il debito pubblico lordo e il PIL non supera il 60 % alla fine dell'ultimo esercizio di bilancio concluso. In caso contrario, l'art. 104 C(b) del Trattato precisa che tale rapporto deve essere ridotto in misura sufficiente e deve avvicinarsi al valore di riferimento con ritmo adeguato. Al fine di integrare e precisare le disposizioni del Trattato, nel Giugno 1997 il Consiglio Europeo adottò il Patto di Stabilità e Crescita, volto a garantire la disciplina di bilancio nell'ambito della UEM. Il 3 maggio 1998, il consiglio dei capi di stato e di governo dell'ue stabilì quali tra gli stati membri soddisfacevano i criteri del Trattato e quindi potevano accedere all'uem. I paesi designati furono: Belgio, Germania, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo e Finlandia. La Grecia non riuscì a rispettare i criteri per quella data, ma ci riuscì subito dopo e quindi poté introdurre l'euro assieme agli altri 11 paesi il 1 Gennaio Invece, Danimarca, Svezia e Regno Unito, pur essendo in linea con i criteri di convergenza, decisero di non entrare a far parte dell Unione. Oggi l'uem consta di 16 paesi poiché il 1 gennaio 2007 si aggiunse la Slovenia, il 1 gennaio 2008 entrarono a farne parte anche Cipro e Malta e infine il 1 gennaio 2009 fu il turno della Slovacchia. 2 I riferimenti si trovano nel Capo 2 del Titolo 2 della Parte Terza. 3 È il Rapporto del Comitato "per lo studio dell'unione Economica e Monetaria (UEM)", presieduto da Jacques Delores, che aveva il compito di studiare e proporre i passaggi concreti che avrebbero condotto all'unione Economica e Monetaria. 4 Art. 121del Trattato di Maastricht. 4

5 2.2 Ratio del Patto di Stabilità e Crescita L'Unione Economica e Monetaria Europea combina l'utilizzo di una moneta unica, e quindi di una politica monetaria comune regolata dalla BCE, e di differenti politiche fiscali condotte a livello nazionale dagli stati membri. A tal proposito i fondatori dell'uem riconobbero il rischio che i vari stati potessero condurre politiche fiscali irresponsabili che avrebbero minato la stabilità dell'unione e ostacolato la BCE nel mantenere la stabilità nei prezzi. In particolare, ci sono quattro motivi per cui è opportuno che i paesi membri di un'unione monetaria, in cui la clausola di nessun salvataggio 5 non è del tutto credibile, siano sottoposti a vincoli nelle loro politiche di bilancio: Per correggere l'incentivo a trasferire su altri il costo di un'espansione fiscale. Se l'atteggiamento dei governi di spendere più di quanto possano permettersi non è tenuto sotto controllo, esso può alimentare l'accumulo di disavanzi e dunque dare luogo a un debito crescente. Alti livelli del disavanzo e del debito causano, a loro volta, tassi di interesse a lungo termine più elevati e investimenti più modesti, questa situazione nel lungo periodo determina una perdita permanente del prodotto. All'interno di un'unione monetaria dove c'è integrazione dei mercati finanziari, un'amministrazione pubblica che incrementa il proprio disavanzo potrà finanziare più facilmente la maggiore spesa perché il costo in termini di tassi di interesse più elevati dell'indebitamento aggiuntivo, sarà, almeno in parte distribuito sull'intera area monetaria. Per evitare ripercussioni negative sulla politica monetaria. Disavanzi elevati possono generare pressioni inflazionistiche e pressioni dal lato della domanda che potrebbero costringere l'autorità monetaria a mantenere i tassi di interesse a breve termine su livelli superiori a quelli altrimenti necessari. Inoltre politiche di bilancio irresponsabili possono minare la fiducia in una politica monetaria tesa alla stabilità se gli operatori privati aggiustano le proprie aspettative di inflazione temendo che l'eccessivo indebitamento pubblico finirà per essere finanziato con la creazione di moneta. Per garantire il funzionamento degli stabilizzatori automatici 6. Visto che in un'unione monetaria vengono meno le politiche monetarie a livello nazionale, l'importanza della politica di bilancio come strumento per il contenimento delle fluttuazioni di prodotto risulta fondamentale. In particolare, gli stabilizzatori automatici aiutano a compensare inopportuni effetti di espansione o contrazione della domanda interna. Tuttavia, in caso di un disavanzo e di un debito elevati, il risultante ulteriore incremento del disavanzo in caso di recessione potrebbe ledere la fiducia nella futura stabilità delle finanze pubbliche, inducendo gli operatori privati ad un maggiore risparmio, che controbilancerebbe l'azione degli stabilizzatori automatici. Per evitare che la crisi finanziaria di un paese si trasferisca su tutti gli altri. Un'unione monetaria ha l'effetto di aumentare l'integrazione dei mercati finanziari, ciò vuol dire che le attività e le passività finanziarie circolano più facilmente tra i paesi membri. Quindi in caso di fallimento di uno stato membro, si hanno ripercussioni anche sugli altri paesi. Al fine di evitare i suddetti spillover negativi e di prevenire fenomeni di free-riding, nel 1997 fu adottato il Patto di Stabilità e Crescita che fissa regole di politica fiscale e sanzioni se queste ultime non vengono rispettate. In particolare esso richiama gli articoli 99 e 104 del Trattato di Roma (così come modificato con il Trattato di Maastricht e dal Trattato di Lisbona) e si attua attraverso il rafforzamento delle politiche di vigilanza sui deficit ed i debiti pubblici. 2.3 Contenuto e attuazione del Patto di Stabilità e Crescita Il patto si articola in una parte preventiva e in una parte correttiva. Le disposizioni preventive convengono che i governi debbano raggiungere e mantenere una posizione di bilancio vicina all'equilibrio o in surplus nel medio termine e ammettono un limite massimo per il deficit di bilancio del 3% del PIL e per il debito pubblico del 60% del PIL. Per evitare che i paesi incorrano in un disavanzo di bilancio eccessivo è previsto un sistema di segnalazione tempestiva che si articola nel modo seguente: i membri dell'eurozona devono presentare programmi di stabilità il cui obiettivo sia il raggiungimento di un saldo di bilancio in surplus o prossimo al pareggio e il sentiero di aggiustamento da seguire per raggiungere tale obiettivo; i programmi vengono esaminati dal Consiglio che verifica l appropriatezza dei margini di sicurezza dei programmi di bilancio, vale a dire, verifica che i margini siano sufficienti ad evitare un disavanzo eccessivo; 5 Questa clausola metterebbe al bando ogni misura di salvataggio di uno Stato membro in crisi. Il fondamento normativo è contenuto nell art 125 del Trattato sul funzionamento dell Unione Europa. 6 Sono meccanismi interni al sistema economico, che quindi non necessitano di specifiche decisioni da parte delle autorità governative, aventi una funzione anticiclica. La loro funzione è quella di attenuare le eccessive oscillazioni del sistema economico, operando in maniera restrittiva durante i periodi di espansione ed in maniera espansiva durante la fase di recessione. Tuttavia essi non sono in grado di operare una reale scomparsa delle fluttuazioni economiche, obiettivo che invece richiede l'utilizzo di altri strumenti di politica monetaria e fiscale. Sono, per esempio, degli stabilizzatori automatici i prelievi fiscali e le imposte progressive. 5

6 i programmi sono monitorati dal Consiglio, che provvede a formulare le raccomandazioni per favorire l'attuazione degli aggiustamenti necessari qualora la posizione del paese devii significativamente dagli obiettivi di medio periodo. Le disposizioni correttive consistono nella Procedura per Disavanzi Eccessivi (PDE) che consta di tre fasi: avvertimento, raccomandazione e sanzione. Se il deficit di un Paese membro si avvicina al limite massimo del 3% del PIL, ad eccezione del caso in cui tale scostamento sia riconosciuto eccezionale e temporaneo e il rapporto resti vicino al valore di riferimento, la Commissione Europea propone, e l'ecofin approva, un "avvertimento preventivo, al quale segue una raccomandazione vera e propria in caso di superamento del limite massimo. Se a seguito della raccomandazione lo stato interessato non adotta sufficienti misure correttive alla propria politica di bilancio, esso viene sottoposto ad una sanzione che assume la forma di un deposito infruttifero, da convertire in ammenda dopo due anni di persistenza del deficit eccessivo. L'ammontare della sanzione presenta una componente fissa pari allo 0,2% del PIL ed una variabile pari allo 0,1% per ogni punto percentuale di deficit in eccesso rispetto al 3%. L'entità complessiva della sanzione è pari allo 0,5% del PIL. Se, invece, lo stato adotta tempestivamente misure correttive, la procedura viene sospesa fino a quando il deficit non viene portato sotto il limite del 3%. Se le stesse si rivelano, però, inadeguate, la procedura viene ripresa e la sanzione imposta. Nella seconda metà degli anni Novanta i paesi dell'eurozona fecero molti progressi nel risanamento dei conti pubblici, tuttavia, dal 1999 gli andamenti di quest ultimi furono piuttosto eterogenei. Inizialmente questa evoluzione fu stata mascherata da un contesto economico relativamente favorevole, ma con il rallentamento congiunturale del 2001 i saldi di bilancio ebbero un peggioramento e molti paesi membri tra i quali Portogallo, Italia, Francia e Germania registrarono disavanzi eccessivi. Inoltre nel Novembre 2003 il Consiglio Ecofin, anziché seguire le raccomandazioni della Commissione e procedere alla fase successiva della PDE nei confronti di Francia e Germania, decise di sospendere le procedure per tali paesi a condizione che adottassero determinate misure. Il deterioramento della posizione di bilancio e la crescente resistenza a rispettare le regole e le procedure stabilite dal PSC condussero all'intensificazione delle critiche espresse su quest'ultimo fin dal suo esordio 7 e spinsero la Commissione Europea e l'ecofin a rivedere la rigidezza del Patto. Nel corso del 2005, il PSC fu quindi modificato introducendo regole più discrezionali. Nonostante rimangano le soglie del 3% del PIL per il deficit e del 60% del PIL per il debito, furono introdotte le seguenti novità: Per quanto riguarda i meccanismi di prevenzione, sono stati introdotti degli obiettivi di bilancio di medio termine (OMT) della durata di quattro anni, differenziati per ogni stato membro e che possono discostarsi da una posizione di bilancio prossima al pareggio sulla base del rapporto tra il debito e il PIL corrente e della crescita potenziale. Gli stati membri che non hanno ancora conseguito il proprio OMT devono impegnarsi nel risanamento cercando di perseguire una riduzione annuale del disavanzo di bilancio corretto per gli effetti del ciclo dello 0,5% del PIL. Nel definire il percorso di avvicinamento all'omt o nel consentire uno scostamento temporaneo da tale obiettivo ai paesi che l'hanno già conseguito, viene tenuta presente l'attuazione di importanti riforme strutturali a patto che lo scostamento sia temporaneo e che sia mantenuto un margine di sicurezza del 3% rispetto al valore di riferimento. Per quanto riguarda i meccanismi correttivi, sono stati prorogati i termini per la correzione dei disavanzi eccessivi al verificarsi di eventi economici sfavorevoli imprevisti che comportano conseguenze negative per le finanze pubbliche e alcuni termini procedurali. Inoltre viene presentata una nuova definizione di grave recessione definita come una situazione in cui si ha una crescita annua negativa del PIL reale o in cui si ha un calo cumulato del prodotto durante un periodo prolungato di crescita molto bassa del PIL reale rispetto a quella potenziale. La recessione iniziata nel 2008 avrebbe potuto produrre un conflitto analogo a quello del 2003 fra la Commissione e gli stato membri, tuttavia, in quell'occasione la Commissione riconoscendo la gravità della recessione ha concesso agli stati membri di produrre ampi disavanzi per stimolare le economie nazionali. Quindi in occasione della recente crisi finanziaria, il PSC è stato nuovamente messo da parte. A fronte delle problematiche emerse con la crisi, nel Giugno 2010, il Consiglio Europeo ha avviato i lavori per una nuova modifica del PSC sulla base dei quali la Commissione ha formulato le seguenti proposte legislative 8 : l obbligo per gli stati di convergere verso l'obiettivo a medio termine del pareggio di bilancio con un miglioramento annuale dei saldi pari ad almeno lo 0,5%; 7 Fin dalla sua stipulazione, l applicazione del Patto di Stabilità e Crescita ha suscitato svariate, tra le più rilevanti: Eccessiva enfasi sul deficit e scarsa attenzione al debito pubblico. Non distinzione tra spesa pubblica corrente e spesa per investimenti pubblici. Limitazione a condurre politiche fiscali anti-cicliche. 8 Tali proposte sono incluse nel così detto Six Pack, un pacchetto legislativo composto da sei regolamenti in materia economico-finanziaria entrato in vigore il 12 dicembre

7 l obbligo per gli stati il cui debito supera il 60% del PIL di adottare misure per ridurlo ad un ritmo soddisfacente, nella misura di almeno 1/20 della differenza rispetto alla soglia del 60%, calcolata nel corso degli ultimi tre anni; nuove sanzioni finanziarie progressive a carico degli stati dell eurozona che non rispettino la parte preventiva o correttiva del PSC. Con riguardo alla parte preventiva, deviazioni significative dal percorso di convergenza verso l'obiettivo del pareggio di bilancio comporterebbero per lo stato interessato l'obbligo di costituire un deposito fruttifero pari allo 0,2% del PIL. Per quanto riguarda la parte correttiva, ai Paesi che registrano un disavanzo eccessivo si applicherebbe un deposito non fruttifero pari allo 0,2% del PIL, convertito in un'ammenda in caso di non osservanza della raccomandazione di correggere il disavanzo eccessivo; l adozione delle sanzioni su proposta della Commissione, che si considera approvata dal Consiglio a meno che esso non la respinga con voto a maggioranza qualificata degli stati membri dell'area euro non tenendo conto del voto dello stato interessato. Il 28 Settembre 2011 il Parlamento ha approvato le proposte legislative della Commissione e dal 12 Dicembre 2011 esse sono entrate in vigore in via definitiva. 7

8 3. Letteratura precedente Esiste una vasta letteratura sul Patto di Stabilità e Crescita. Innanzitutto vi sono autori che fin dall'inizio hanno formulato forti critiche riguardo alla rigidezza delle regole contenute nel PSC (vedi Eichengreen and Wyplosz, 1998; Artis and Winkler, 1999; Papademos, 2006). Tra di essi molti concordano sulla mancanza di incentivi per implementare politiche anti-cicliche, altri si sono focalizzati sulla scarsa enfasi che nel Patto viene attribuita al debito pubblico, altri ancora invece hanno asserito che le regole del Patto sono inadeguate per raggiungere l'obiettivo della crescita. Dall'altra parte vi sono autori come Buti, Eijffinger and Franco (2003) che hanno osservato che i criteri di politica fiscale contenuti nel Trattato di Maastricht e nel PSC sono stati utili per imporre una disciplina fiscale in un periodo in cui le finanze in molti paesi dell'ue erano insostenibili. Infatti nel 1997 il tasso medio europeo del debito era quasi il 75% del PIL, mentre nel 2003 questo tasso era sceso al 63% 9. Tuttavia, questi risultati non sono stati esenti da critiche. Molti autori sostengono che poiché molti paesi europei sperimentarono una forte espansione fiscale nel periodo , era ovvio aspettarsi un periodo di consolidamento negli anni Novanta a prescindere dai limiti imposti dal Trattato e dal PSC. Hagen (2003) sostiene, inoltre, che i risultati positivi trovati da Buti et all. non possono essere direttamente attribuiti al PSC perché sono influenzati dal comportamento particolare di solo alcuni paesi dell'uem. Per quanto riguarda gli anni più recenti, Filipek e Schreiber (2010) asseriscono che fino alla crisi finanziaria mondiale del 2008 il PSC sembrerebbe aver funzionato poiché i paesi hanno raggiunto i propri obiettivi di medio termine (MTOs) e hanno registranto saldi di bilancio prossimi al pareggio o in surplus. Tuttavia, secondo gli stessi autori sarebbe sbagliato attribuire tali risultati alla riforma del Patto avvenuta nel 2005, che di fatto ha indebolito il Patto stesso rendendo i vincoli più flessibili. L'implementazione del PSC è stato anche oggetto di studio delle istituzioni internazionali come l'imf il quale in un recente lavoro del 2010 auspica un rafforzamento della governance economica europea per rendere efficace la disciplina fiscale contenuta anche nel PSC. Infine, sono state condotte molte analisi empiriche riguardo agli effetti del PSC (vedi Afonso e Hauptmeier, 2010; Cimadomo, 2005; Forni e Momigliano, 2005; Gali e Perotti, 2003; Annet, 2006; Bernoth et al., 2010). Il messaggio generale che possiamo desumere da questi studi è che il PSC non sembra aver avuto un grande impatto sul comportamento fiscale nei paesi dell'eurozona. 9 Ioannou, D. e L. Stracca (2011). Have euro area and economic governance worked? Just yhe facts, ECB Working Paper No. 1344, pag. 8. 8

9 4. Dati e Metodologia 4.1 Data L'analisi empirica della studio è basata sui dati annuali di 21 economie avanzate. Nella tabella 1 è possibile visualizzare l'elenco dei paesi considerati. Il campione è composto da 13 paesi facenti parte dell'unione Europea, 10 dei quali appartengono all'area Euro, e 8 sono paesi non-ue. La scelta di includere nel campione solo i paesi sotto elencati è dipesa dalla disponibilità di serie storiche complete, ufficiali e attendibili. Il periodo considerato nell'analisi va dal 1986 al Le variabili macroeconomiche utilizzate nell'analisi sono riassunte nella tabella 2. Esse sono state individuate ricorrendo alla teoria economica in materia di politica fiscale. Di particolare importanza sono la variabile PRIMARY poiché è la variabile dipendente utilizzata nell'analisi e le variabili dummies SGP, SGPPRE, SGPPRE03, MAASTRICHT, RIFORMASGP, le quali catturano i processi di governance economica europea. La variabile PRIMARY rappresenta il saldo primario della bilancia strutturale, cioè il disavanzo o l'avanzo corretto per il ciclo. Correggere per il ciclo significa considerare il livello a cui sarebbe il saldo primario se il PIL fosse al suo livello potenziale. Il disavanzo o l'avanzo corretto per il ciclo, quindi, forniscono una misura della politica di bilancio depurata dal fatto che l'economia si trovi momentaneamente sopra o sotto al suo livello potenziale. In altre parole, depurata dall'operare degli stabilizzatori automatici. Quando si osserva una riduzione del disavanzo pubblico, essa può essere dovuta a un miglioramento delle condizioni del ciclo economico (grazie all'operare degli stabilizzatori automatici) oppure a una riduzione strutturale del disavanzo. Per distinguere i due casi occorre valutare se è cambiato il disavanzo corretto per il ciclo, se esso non è variato allora il miglioramento dei conti è temporaneo ed è dovuto agli stabilizzatori automatici, se invece il disavanzo corretto per il ciclo è variato allora il miglioramento è strutturale. Poiché l'obiettivo dell'analisi è quello di valutare i comportamenti fiscali consapevolmente messi in atto dai vari paesi, la scelta della variabile dipendente è ricaduta sul saldo primario della bilancia strutturale. La variabile dummy SGP, che assume valore 1 se il paese appartiene all'area Euro o 0 in caso contrario, serve per valutare se la politica fiscale dei vari stati sia stata influenzata da un sistema di regole fiscali sovra-nazionali necessarie per garantire il buon funzionamento di un'area monetaria. SGPPRE è una variante di SGP poiché assume valore 1 anche nei due anni precedenti l'adozione dell'euro, è stata introdotta poiché è possibile che il comportamento degli stati sia stato influenzato dai limiti posti dal Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità e Crescita ancor prima dell'adozione dell'euro nel processo di convergenza. SGPPRE03 è definita come SGP ma solo fino al 2003 anno in cui il Consiglio dell'ecofin ha deciso di interrompere le procedure per deficit eccessivo di Germania e Francia. L'introduzione di quest'ultima variabile serve quindi per valutare l'impatto delle regole fiscali europee prima dell'indebolimento dell'efficacia delle stesse. RIFORMASGP è anch'essa una variante di SGP e serve per valutare l'impatto della riforma del Patto di Stabilità e Crescita avvenuta nel corso del 2004 e introdotta nel Dunque, essa è una dummy che assume valore valore 1 solo dopo il Infine MAASTRICHT, che assume valore 1 dal 1993 in poi per tutti i paesi dell'ue o dal momento in cui il paese è entrato a farne parte, serve per verificare se il comportamento degli stati si è modificato nel momento in cui sono diventati membri dell'ue. 9

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