Lucio Sciacca I catanesi com erano. Vito Cavallotto Editore Anno 1975 Pagine 274 Formato cm. 17 x 24,5 Prezzo lire ,74.

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1 Lucio Sciacca I catanesi com erano Vito Cavallotto Editore Anno 1975 Pagine 274 Formato cm. 17 x 24,5 Prezzo lire ,74 Realizzare un opera pubblica a Catania, realizzarla senza intralci e in tempi brevi, è stata sempre cosa ardua, se non addirittura impossibile. E ciò non tanto per le obiettive difficoltà di carattere tecnico e finanziario che spesso comporta la realizzazione di un opera pubblica, quanto per le pervicaci interferenze dei privati, ciascuno dei quali ha sempre creduto di saperne, in tema di opere pubbliche, molto più degli altri I Cristadoro Il 18 marzo 1891 morì Benedetto Cristadoro. In quell' occasione l unico suo figlio, Antonino, scrisse fra l altro: "La vigilia del Patriarca San Giuseppe, munito dai Sacramenti, è volato al Cielo, alt' età di 79 anni, Benedetto Cristadoro, ottimo padre di famiglia, esperto nelle materie di giurisprudenza, onesto nell' esercizio della avvocheria, solerte, zelante, disinteressato, non badò mai al proprio tornaconto. Scrittore assiduo e paziente della cronistoria cittadina dal 1820 al 1880, cattolico apostolico romano, aspirante al trionfo della Chiesa, legittimista per principj, scevro di rispetto umano, non venne mai a transazione, e dai tempi che corrono venne chiamato borbonico-clericale..." (1). Se invece del figlio, fosse stato un altro a commentare quello evento, un cronista - poniamo - dal temperamento simile a quello del defunto, probabilmente avrebbe scritto così : - Ieri 18 marzo, all' età di 79 anni, con molto ritardo sul previsto e con gran sollievo dei catanesi, è sprofondato all' Inferno quella gran malalingua di Benedetto Cristadoro, esperto nell' arte maliziosa di ficcare il naso negli altrui affari. Fu borbonico, clericale, fazioso e testardo. Di sgradevole aspetto e a tutti inviso, lasciò un figlio natogli dalla tresca con donna Rosa Nlangialardo (2). Negli ultimi anni della

2 sua vita, si arricchì praticando l usura. Scrisse una sorta di diario, scialbo e sgrammaticato, nel quale ebbe cura di annotare le vicende catanesi piú meschine e scandalose di questi ultimi sessant' anni. Vestiva come. un pezzente e, d' estate, gli sudavano i piedi Il lettore vorrà scusare il modo d' introdurre il discorso sui Cristadoro. E' un modo come un altro per sottolineare che, di solito, la verità ha due (o piú) facce e si presta ad esser vista in maniera diversa, a seconda dell' angolazione da cui si guarda, come può riscontrarsi anche nei fatti che andremo esponendo. Vediamo di che si tratta. Si tratta di frugare nell' operato di tre uomini che tutta la vita spesero frugando nei fatti altrui. E poiché questa loro attività provocò il risentimento dei contemporanei e non venne apprezzata nemmeno dai posteri, è da chiedersi: - Ma furono davvero così esiziali agli interessi dei catanesi codesti Cristadoro? Ovvero, avendo pestato i piedi di molti, divennero l oggetto d'una reazione sproporzionata? E' ciò che tenteremo di scoprire. Il primo a sentir la vocazione del cronista è Antonino Cristadoro, nel 1807 (3). Da buon ecclesiastico egli annota, per trent' anni di seguito, fatti quasi esclusivamente religiosi. Poi entra in scena Benedetto, figlio di un suo fratello, il quale continuerà l opera dello zio fino al 1880, estendendola agli altri avvenimenti della città. Terzo e ultimo cronista, il figlio di costui, Antonino. In parte rielaborando il lavoro del padre, egli si assume l onere delle quotidiane annotazioni fino a tutto il Complessivamente si ebbero 28 volumi manoscritti (4) che riguardano fatti, avvenimenti, personaggi dell' Ottocento catanese. Piú spesso riguardano persone e fatterelli di poco conto, inquadrati sullo sfondo deprimente del pettegolezzo, o si riferiscono a gentucola che vive e si muove in un ambiente primitivo e depresso, o frugano nei panni sporchi della nobiltà e del clero, o descrivono, con stucchevole monotonia, funzioni religiose, parate militari e funerali, o si occupano del tempo che fa, o dei prezzi dei generi alimentari. Così per 365 giorni l anno, per molti anni di seguito: una faticaccia per chi queste pagine scrisse e, piú ancora, per chi le ha lette o dovrà leggerle. Con i suoi limiti e i suoi difetti, con le lacune che vi si riscontrano, l assenza di analisi introspettiva, l epidermica annotazione di taluni fatti importanti, la prolissa descrizione di altri insignificanti, la miope, talora faziosa interpretazione di vicende storiche e politiche, la scialba narrazione delle solite cose ripetute sempre allo stesso modo, con tutto questo e malgrado questo, la Cronaca dei Cristadoro (soprattutto quella degli ultimi due) resta pur sempre un documento che non può essere ignorato dallo studioso di storia patria.

3 Certo, i Cristadoro non ebbero né la cultura, né l acume, né le risorse intellettuali dello storico. Certo, mancò loro la visione unitaria degli avvenimenti politici che in quel tempo maturavano fuori Catania e che a Catania, presto o tardi, erano destinati a riflettersi; soprattutto difettarono della obiettività, requisito essenziale in uno storico degno di questo nome. Ala come potevano essere i Cristadoro degli storici se si occuparono di cronaca? Come pretendere di trovarli obiettivi se essi stessi furono spettatori e talvolta protagonisti degli eventi che annotarono? Furono cronisti e nient' altro; "cronisti in proprio" (5) se si vuole, disadorni e superficiali, questo sì ; prevenuti, maldicenti, privi di slanci, questo pure. Certamente, anche da cronisti potevano far di meglio. Ala di meglio non seppero fare, e dobbiamo accontentarci di ciò che abbiamo trovato. "Chi per avventura avesse letto dei brani di qualche altra cronaca cittadina, quella, ad esempio, del marchese di Villabianca, concernente i fatti della Palermo della fine del secolo XVIII, tutta spumeggiante di annotazioni mondane e frivole, ma con illuminanti aperture nei riguardi della vita spirituale e letteraria palermitana, e volesse raffrontarla con la cronaca dei Cristadoro, rimarrebbe deluso..." (6). Le pagine dei Cristadoro restano tuttavia una fonte insostituibile d' informazione, un "prezioso magazzino di dati e di fatti compiuti nella città nostra", utili sempre a chi potrà avere interesse di conoscere usi, costumi e avvenimenti passati. A noi soprattutto preme focalizzare l aspetto umano di questi pettegoli redattori della cronaca locale che, in virtú della loro opera, si guadagnarono un posto (scomodo) nella galleria dei personaggi catanesi del secolo scorso. E poiché il piú rappresentativo della terna ci sembra Benedetto, è su questi che preferiamo orientare la nostra breve indagine. Chi fu, in effetti, Benedetto Cristadoro? Egli si autodefinì possidente e avvocato. Suo figlio Antonino lo disse "vice-decano del Foro catanese, esperto nella materia di giurisprudenza, onesto nell' esercizio dell' avvocheria". lnla non si rinvengono appoggi concreti che certifichino questa presunta attività di avvocato. Una rendita, forse modesta, dovette pur averla, se potè permettersi di tendere spesso l orecchio ai si dice che circolavano in città, o di mettersi quotidianamente in giro per constatare di persona ciò che andava accadendo, o di partecipare alle numerose cerimonie religiose, alle parate civili e militari e ad altre feste che deliziarono i catanesi di quel tempo. Di una rendita dovette disporre se, dopo la raccolta delle notizie, il volontario cronista poteva rinserrarsi tra le pareti di casa e completare il suo lavoro. E' lecito, dunque, pensare che la sua unica professione fosse quella del

4 ficcanaso. Un ficcanaso molesto e pericoloso, tenutó conto del brutto carattere e del viziacelo che aveva di segnare tutto sul taccuino, comprese le cose che era meglio dimenticare. La gente questo lo sapeva. E perciò don Benedetto era temuto e odiato <la tutti, nobili e popolani, civili e religiosi, potenti e miseri, perché tutti erano già capitati sotto gli strali della sua penna o erano candidati a esserlo. Non risparmiò nessuno, nessuno guardò in faccia, nemmeno quelli che avrebbero dovuto essergli, socialmente e politicamente, piú vicini. Borbonico arrabbiato, mantenne il ruolo del lealista ad oltranza anche dopo il 1860; clericale convinto, si scagliò sovente contro il clero; bisognoso dei favori del Municipio, non perse occasione per dare addosso a quelli che lo amministravano. Insomma, don Benedetto fu un uomo dannoso, un rompiscatole di professione, ma non fu né vigliacco né ricattatore. In mezzo a tanti difetti, il ruolo del non-conformista gli si deve pur riconoscere; come pure che nessun vantaggio egli ricavò dalla sua ingrata fatica. Al contrario, né lui né suo figlio riuscirono mai a collocare i loro manoscritti, la cui conservazione può apparire oggi del tutto casuale, se non addirittura miracolosa (7). A Catania nessuno volle sentirne di codeste famigerate carte, e men che mai al Municipio. La Cronaca dei Cristadoro? Dio ne scampi? Nemmeno regalata la volevano. Lo stesso don Benedetto ne prende amaramente nota il 31 dicembre del 1880 e, da quel giorno, decide di riporre la penna per sempre. La trattativa - se così si può dire - continua negli anni successivi ad iniziativa del figlio che ha interesse di cedere l opera completa (dello zio, del padre e sua). " Si istituisca un ufficio di cronaca alle dipendenze del Comune sotto la mia direzione, o mi si assegni il posto di bibliotecario, ed io farò donazione dell' opera" scrive il Cristadoro junior ai maggiorenti del Alunicipio. Ma è un parlare ai sordi: non gli danno retta. L' interessato minaccia allora di trasferire i manoscritti fuori Catania e, a tal fine, si rivolge alla Società di Storia Patria di Palermo, non trascurando di far conoscere "ai catanesi invidiosi che tempo verrà in cui cercheranno notizie intorno alla loro patria, c le ritroveranno in paesi altrui per colpa di un Municipio sconoscente che si fece vincere dalla sciocchezza dei tempi..." (8). Intanto egli continua il suo lavoro e spera Glie Catania, prima di Palermo, gli renda giustizia acquistando I' opera, conferendogli il posto di cui abbisogna e magari riabilitando il nome del vecchio genitore. Gli anni passano, e Catania persiste nel rifiuto dell' offerta, né da Palermo giungono migliori notizie.

5 Alla fine (9) - risentito, amareggiato, deluso - I' ultimo dei Cristadoro ripone definitivamente la penna e su quelle carte si stende il velo dell' oblio. Questa, in succinto, la storia della Cronaca dei Cristadoro. Ma noi riteniamo di dover tornare a don Benedetto di cui restano altre cose da dire. r per meglio delinearne la statura ci serviremo di alcune annotazioni ambientate nel periodo cruciale dell' Unificazione, allorché piú difficile divenne la posizione dello spietato cronista nel contesto della società catanese. L'unità d' Italia? Per il Cristadoro è un' insulsa espressione, vuota di significato storico politico geografico e sociale. Non solo, è anche un modo provocatorio di cui si servono taluni "italiani" per rubare la pace e i quattrini ai siciliani. Il nuovo Governo altro non è che la sovversione del passato regime, unico e solo regime che egli, Benedetto Cristadoro, ammette e riconosce davanti a Dio e davanti a se stesso. La libertà? Una parolaccia che lo fa imbestialire. Guardate cosa ci ha regalato il nuovo Governo in nome della libertà! - scrive l indignato cronista -. La leva militare che prima non c' era, nuove tasse, un numero stragrande di "spatajoli", il brigantaggio, il rincaro del pane e della pasta, il caos: un castigo di Dio. Il galantuomo non è piú sicuro nella sua città o dentro la sua casa, l ateismo trionfa, il Papa corre il rischio di perdere il potere temporale, i conventi "saranno quanto prima assaltati e spogliati". Lui stesso... Sì, un bel giorno era corsa voce a Catania che il Cristadoro fosse stato arrestato e avviato alla "vicaria", perché coinvolto in una congiura contro lo Stato. Ma era maldicenza anche questa. I preti? Tralignati anch'essi. Oggi, certi preti "si meritano il cappio attorno al collo". Sentite di che cosa son capaci. Il 4 febbraio 1861, "all' uscire della Santa, il canonico don Carmine Chiarenza fece sulla bara la predica solita a farsi, ma tutta liberale. Disse che Sant' Agata ci aveva liberato da tutti i mali e da tutti i flagelli, ed anco volea una l Italia, liberata avendoci dai Borboni: dispiacque a tutti". Soprattutto, a don Benedetto. Il quale annota di seguito che "il pane è aumentato un grano al rotolo, la pasta ugualmente, quantunque il ricolto sia stato buono... Non parliamo poi dei frutti: i citroli a grana quattro per ciascheduno, mentre negli anni passati in questo mese si vendevano per molto meno... la tonnina a grani diciotto a rotolo, mentre lo scorso anno era a grani dieci ed anco a otto". E si chiede, nauseato; come possano "questi schifosi catanesi" applaudire Re Vittorio e Garibaldi, mentre stanno affogando nella miseria e nel disordine. Rispetto agli anni andati, tutto è peggiorato. Anche il carnevale.

6 "12 febbario Maschere indecenti, quest' anno. Dai confetti di gesso... s'è passato ai finocchi, ai limoni, alle cipolle, cose schifose mai vedute, a segno che ai quattro Cantoni non si poteva affatto passare... ma essendo tempo di libertà si credeva tutto lecito". Peppa la Cannoniera è una figura che non riesce a mandar giú. Ecco come ne parla, in data 16 marzo dello stesso anno. "...E' chiamata l eroina di Sicilia...ma era un vitupero come andava vestita, con scozzettone rosso in testa, calzoni e braca celeste ed un gran giubbotto, in parata poi con cappello alla Cavour, col pennacchio e lo schioppo. O Dio!". E, naturalmente, non può soffrire i ladri dei quali sembra accorgersi soltanto ora. "...I furti che si commettono di questi tempi sono in gran numero, non solo di sera che non si può camminare ma anco di giorno. Ieri, fuori Porta Ferdinanda passeggiava il reggente Mancini di S. Francesco con un chierico. S' avvicina un uomo, gli punta il coltello sul petto: Non fate voci, datemi ciò che avete. Bisognò dargli il chierico tarì 3, il reggente 3 piastre, e poi quegli gli disse: Camminate senza voltarvi! E' questo il frutto della libertà" (10). Piú dei ladri, non può soffrire chi - laico o religioso - osi contestare il potere temporale del Papa. "All' Ogninella panegirico del carmelitano padre Carmine Chiarenza. Si noti che il Crocifisso sull' altare, mentre benedicevasi la bandiera, saltò dal piedistallo e cadde, alle voci di Chiarenza che disse, benedicendo la bandiera: Signor Generale Carini, abbasso Pio IX pel temporale! A queste parole, chi le intese dei circostanti si indegnarono molto e il Diacono e Suddiacono gli tirarono al Chiarenza la cappa per non fargli vomitare altre sconcezze" (11). II livore contro il nuovo Governo lo porta a schierarsi con le madri che piangono i figli chiamati alle armi. Non lo dice apertamente ma, sotto sotto, è solidale coi renitenti alla leva. Anzi, il 18 ottobre 1861, per non saper tenere la lingua a freno, rischia d' esser malmenato. Quel giorno, terminata la solita operazione del sorteggio per il servizio di leva, "nel camerone del Municipio pieno di gente angustiata, si presentò al patrizio, Francesco Marletta ed altri puochi giovani avventali, i quali gli dissero che, terminate le operazioni, doveasi festeggiare per la città con la banda. Il patrizio si colse nelle spalle senza dar risposta, intanto si sentiva male da quelli che erano angustiati. Io, che trovavami presente, dissi che non conveniva... ma il piú ostinato era Santo Bandieramonte, figlio del ceraio don Domenico... molto liberale assai, di quelli che non ragiona. Io soggiunsi: Schifosi catanesi che quando passa la banda non chiudono le porte e balconi! A questo dire intesi mormorio contro il mio detto. Molti giovinastri s' erano avvicinati e mi guardavano con occhio bieco... a segno ch'io bisognai allontanarmi". I guai che gli procura il nuovo status politico e sociale, non lo distolgono dal mettere il naso dove capiti e di dare la stura alla consueta maldicenza.

7 "A Sant' Orsola esequie di donna Teresa P. figlia di don Antonino a cui i creditori espropriarono tutto. Intanto avea in casa un prete di lui lontano parente... Si dice che vivea in tresca illecita colla moglie del P. e che le tre figlie femine di costui erano del prete. F, in verità, molto a lui somigliano...". Il "si dice" dell' episodio or ora ricordato rafforza il peso dei "lo so io" spesso ricorrenti in altre pagine. "...Don Giacomo Di B. che amministrava l'annona, s'è già ritirato. In verità era buono, ma facea qualche abuso... e i suoi nipoti e un altro fratello facevano man bassa coi venditori e specialmente coi panettieri e pastaj. Si fecero molto ricchi. Lo so io." Altrettanto spietato si mostra coi nobili le cui vicende piú intime e scabrose mette allo scoperto con sfacciato compiacimento. "...lessa alle strette dal marito, la marchesina C. confessò il suo fallo: Benedetto, ti ho tradito. Uccidimi! Il marito prende il pugnale... ma rientra in sè e non la uccide. Non avea ragione forse a tradirlo? II marchese, uomo debosciato assai, con concubine in tutti i luoghi della città e figli naturali, uno fra gli altri che questua l elemosina. 0 che vituperio!..." Così di seguito, fino all' epilogo, per mesi ed anni, con esplicita, determinata, puntuale indicazione di nomi e cognomi che noi abbiamo ritenuto di dover lasciare nel manoscritto. *'Quel ridicolo del marchese di..., a cui si son dati gli alti poteri, come potrà amministrare il Comune se non ha saputo amministrare la sua casa? Ma questi sono i tempi: i bricconi sciupano le sostanze comunali, rubando a man bassa, e i buoni tacciono" (12). Ci viene il sospetto che, tutto sommato, don Benedetto Cristadoro pretendesse di figurare fra i buoni che tacciono.

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