MIGRANTI/EUROPA Balcani, un esodo biblico Summit Merkel-Hollande GRECIA

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1 CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 2,00 Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/23/2013 ANNO XLV. N MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 EURO 1,50 MIGRANTI/EUROPA Balcani, un esodo biblico Summit Merkel-Hollande M erkel e Hollande: summit con al centro l «emergenza migranti». I due leader ripropongono l improbabile separazione tra rifugiati e migranti. E si accordano velocemente sulle responsabilità dell Italia e della Grecia, paesi di primo sbarco: «Intollerabile ritardo» nell apertura dei centri di registrazione. Intanto in Germania va in tilt perfino la celebre efficienza burocratica di fronte agli 800mila arrivi previsti. La Francia, da mesi, è alle prese con la crisi dell Eurotunnel a Calais. E sulla rotta dei Balcani c è un esodo biblico che dalle isole greche si propaga in Macedonia e Serbia, destinato ad infrangersi sul nuovo «muro» dell Ungheria SERVIZI E REPORTAGE PAGINE 7, 8, 9 GRECIA Syriza, si dimette il segretario. Varoufakis non esclude una futura collaborazione con Tsipras MASTRANDREA PAGINA 4 GERARCHIE EUROPEE La realtà rovesciata dei Memorandum Manfredi Alberti, Tommaso Nencioni I l capolavoro retorico delle classi dirigenti tradizionali, dall inizio della crisi, è stato quello di trasfigurare nel senso comune una crisi del capitalismo finanziario in una crisi del debito pubblico. Ne è derivato che non sono tanto le élites a dover rispondere della loro dissennata gestione del potere, ma sono i popoli a essere messi sul banco degli imputati per aver vissuto "al di sopra delle proprie possibilità". Su questa narrazione fittizia sono state costruite politiche reali, la cui natura è stata ben nascosta dagli apparati egemonici del capitalismo. CONTINUA PAGINA 15 LIBANO «Tu puzzi», a Beirut rivolta per i rifiuti «You Stinki» (Tu puzzi) è il tam tam in rete che ha scatenato le proteste. Bersaglio principale il governo libanese, accusato di inefficienza e corruzione. Migliaia di giovani nelle strade, ma non è una tardiva «primavera araba» SERVIZI PAGINA 6 MERCATI GLOBALI Il ping pong economico FOTO ZUMA PRESS Shanghai crolla (-8%) e trascina con sé le piazze asiatiche ed europee (Milano -5,9%). Più contenuto il calo di Wall Street, ma i mercati internazionali e gli azionisti cinesi sono nel panico per il rallentamento della crescita. E a Pechino gli scontri politici bloccano il governo e le riforme della leadership PAGINE 2,3 Felice Roberto Pizzuti I crolli di Borsa trasmessi dalla Cina a tutto il mondo, pur maturati nell ambito della decelerazione annunciata di quel sistema economico, segnalano anche che la crisi delle economie occidentali iniziata nel sta estendendo i suoi effetti, ricevendone a sua volta interazioni negative. Quando nel 2008 si manifestò quella che fu definita "crisi globale", veniva precisato che si faceva riferimento ai "soli" paesi sviluppati dell Occidente capitalistico, in particolare agli Usa e all Europa; il Giappone era in stagnazione già da tempo. Nelle economie emergenti non si avvertirono problemi, anzi, gli indicatori economici continuarono a essere positivi. Però, successivamente - mentre nell Eurozona l ottusità della "austerità espansiva" aggravava i danni - la crescita si è ridotta o annullata anche in quasi tutti i paesi Brics. Rimaneva la Cina, che con i suoi elevati volumi di crescita del Pil e del commercio con in paesi occidentali attenuava i problemi di quest ultimi. Ma adesso anche in Cina è sempre più evidente la frenata dello sviluppo travolgente degli ultimi anni (dal 14% di crescita del Pil nel 2007, le previsioni per il 2015 sono anche inferiori al 5%; le esportazioni cinesi nel 2014 hanno registrato un calo fino al 26% rispetto al 2008 e sono diminuite del 7,3% nei primi sette mesi del 2015). CONTINUA PAGINA 3 FUNERALE SCANDALO PAGINA 5 Il prefetto Gabrielli «Una falla, ma nell intelligence» «Non taglio teste, se crede lo farà il ministro Alfano»: il prefetto di Roma, Gabrielli, sulla «gravissima vicenda» dei funerali di Vittorio Casamonica LAVORO Capolarato come incentivo Michele Prospero A lle parole del presidente del consiglio, per una volta, cominciano a seguire i fatti. In molte occasioni, egli aveva lamentato un eccessivo carico di controlli fiscali, di vincoli amministrativi che si abbattevano su sei milioni di imprese, impedendo loro di produrre ricchezza. Come Tremonti, anche Renzi, nei suoi discorsi pubblici, ha evocato lo spettro di uno Stato di polizia che opprime le aziende e per questo ha proclamato una grande guerra contro la burocrazia invasiva. CONTINUA PAGINA 15 DOMANI C E VITA A SINISTRA L. Canfora, B. Sarasini Sul fronte culturale a cominciare dalla scuola, tra nuove schiavitù e sfruttamento intellettuale. E nell immagine del Quarto Stato oggi dove sarebbero le donne? REGIONI PAGINA 4 Un trucchetto contabile che rischia di aprire un buco di 20 miliardi UNIONI CIVILI PAGINA 5 Il governo rassicura ma i vescovi frenano TSO A TORINO PAGINA 5 «È morto soffocato» L inchiesta conferma la violenza su Andrea BIANI

2 pagina 2 il manifesto MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 DOCCIA CINESE Pechino «La dirigenza si era mossa nell ottica di una redistribuzione capace di attivare il mercato interno. Ma le lobby frenano questa possibilità» Il lunedì nero di Shanghai Panico scatenato dai numeri del rallentamento della crescita cinese. L economista Jayati Ghosh: «La leadership aumenti i salari» Simone Pieranni S hanghai crolla, di nuovo, con un tonfo (-8,5) che provoca perdite globali come non si vedeva da tempo. Il panico del rallentamento di Pechino colpisce tutti: sia gli azionisti cinesi, preoccupati dagli scarsi segnali che arrivano dalla dirigenza - mai così in difficoltà come in questo periodo - sia le borse mondiali, tutte impegnate a provare ad arginare quello che ormai passerà alla storia come il «lunedì nero» di Shanghai. Le ragioni del rallentamento della locomotiva cinese sono ormai note e si registrano da tempo: la diminuzione delle esportazioni (-8%) nel mese di luglio, cui è seguita la svalutazione dello yuan da parte della Banca centrale, l indice di acquisto del manifatturiero di agosto al 47,1 (quindi una contrazione) unitamente ad una crescita data al 7%, in rallentamento (ma è pur vero che da tempo la Cina non cresce a doppia cifra). A questo proposito, i dati cinesi vanno sempre presi con le necessarie precauzioni. Analizzando altri fattori, si potrebbe concludere che la crescita sia lievemente inferiore al 7%, ma i numeri non cambiano la sostanza. Il vero problema, infatti, è nel manico. La questione di cui essere preoccupati non appare tanto negli indicatori attuali dell economia cinese, quanto nelle capacità della dirigenza locale di uscire da questo momento difficile. Pechino si trova in mezzo ad un guado. La bolla immobiliare, gli investimenti sballati delle province e ora il mercato azionario. Xi Jinping dovrebbe mettere mano a quelle riforme promesse, ma non ancora attuate, perché bloccate da gruppi dirigenti del Partito che ad oggi preferiscono insistere sul «modello» economico basato sulle esportazioni e che vedono in modo negativo la riforma delle aziende di stato. Il peso politico delle zone cinesi che crescono meno dopo aver trainato il paese (il sud est principalmente) è ampio e determina l attuale difficoltà della leadership. Sul modello cinese si è espressa domenica scorsa sul The Guardian Jayati Ghosh, una delle più quotate economiste al mondo, nonché professoressa di economia alla Jawaharlal Nehru university. Nel suo articolo Ghosh metteva in fila i dilemmi dell economia cinese, specificando come l attuale crisi di Pechino sia un monito per tutte quelle economie emergenti che avevano visto nella Cina una sorta di modello da imitare (India, Brasile, Turchia tra gli altri). Le recenti difficoltà dell economia cinese - ha scritto - «sono ben note ormai: la caduta dei prezzi immobiliari ha messo fine al boom edilizio e si è poi provato a porre rimedio in modo maldestro al successivo scoppio della bolla del mercato azionario. Ma queste difficoltà attuali sono il risultato di precedenti strategie economiche che sono state ampiamente celebrate, quando tutto sembrava ancora funzionare al meglio». Raggiunta telefonicamente, ha spiegato a il manifesto la sua percezione della crisi in corso in Cina. Partendo dalla borsa: «Incoraggiare la corsa al mercato borsistico da parte del governo cinese è stato un atto cinico e si è trattato di un gesto dal respiro di breve termine. Si tratta di un atto cinico, perché alla fine hanno portato le persone e le aziende a richiedere prestiti per investire, finendo per creare altri problemi, invece di risolverli». In effetti la corsa alla borsa è stata una scelta delle dirigenza, si dice, per sviare l attenzione dalla bolla in corso nel settore immobiliare. «Tutti hanno concorso a questo fenomeno, aggiunge Ghosh, a cominciare dal premier Li Keqiang, tutti hanno notevolmente spinto sullo stock market; questo ha portato a creare una vera e propria bolla. E quando a un certo punto è mancata la fiducia è arrivato il panico, tutti a vendere. E dopo il danno hanno provato a proporre delle regole assurde, che hanno confermato una certa impreparazione della dirigenza di fronte a quanto accaduto sui mercati finanziari». Anche secondo l economista indiana ci sono due ordini di ragionamento: un primo evidenzia delle questioni politiche ancora aperte all interno del partito, sottoposto probabilmente ad un nuovo scontro tra chi cerca di difendere posizioni che non consentono di risolvere l attuale crisi. L altro riguarda la soluzione. Secondo Ghosh «Pechino deve provvedere ad un gesto molto coraggioso, ovvero aumentare i salari per aumentare i soldi a disposizione delle famiglie, alimentando così la possibilità di crescita del mercato interno. Gli investimenti sono fallimentari, creano delle altre bolle. Senza aumentare i salari non risolvono questa situazione complicata. Del resto la crisi è globale, non è certo colpa della Cina». Sulle possibilità che questo avvenga, torniamo ai dubbi sulla situazione politica interna al Partito: «Tempo fa pensavo fossero in grado di farlo, perché già avevano provveduto ad aumentare i salari e per certi versi si erano mossi in questo senso, proprio in un ottica di redistribuzione, capace di riattivare il mercato interno. Ma negli ultimi tempi questo non è successo, e le lobby politiche interne sembrano frenare questa possibilità». Intervista/ GIULIANO NOCI, PRORETTORE DEL POLO TERRITORIALE CINESE DEL POLITECNICO DI MILANO «Il nodo è politico: o Xi Jinping accelera sulle riforme o il Partito sarà dei conservatori» IL LEADER DEL PARTITO COMUNISTA E PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE XI JINPING /LAPRESSE S. Pie. G iuliano Noci, prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, è un grande conoscitore della Cina e dei cinesi. Noci conferma una sensazione che serpeggia negli ambienti che analizzano i processi e l'evoluzione del mondo cinese: a Pechino c'è un problema, ed è politico, tra una parte della dirigenza che spinge per le riforme e una parte che ancora privilegia la crescita quantitativa, a scapito della qualità. Il nodo è politico, ed è su quello che si gioca il futuro della Cina. Partiamo dall'inizio, questa ennesima caduta di Shanghai e il panico che si è diffuso. Perché? È ormai in corso una presa di consapevolezza che sconfina nel panico da parte della comunità internazionale circa la capacità del governo cinese di saper gestire la nuova via della crescita, che non è più tumultuosa come eravamo abituati. Va detto che la leadership cinese ce l ha messa tutta in questa fase per innescare percezioni di panico nella comunità internazionale e nella società. Hanno spacciato la svalutazione dello yuan per andare incontro al tema della liberalizzazione della moneta ma alla fine di ogni giornata, sostenevano la valuta sennò cadeva troppo. Oltre a quello hanno proseguito con interventi sui fondi pensione, permettendo la possibilità di investire in azioni. Per carità non si tratta di decisioni scandalose, tutt altro, molti paesi l hanno già fatto, ma sembra esserci una minore lucidità del «grande timoniere» che non riesce a sganciare la nuova visione post denghiana. La mia tesi è questa: hanno iniziato la liberalizzazione, quella più conveniente, ma hanno trascurato quella meno conveniente, quella più difficile, trovandosi oggi come oggi con le forze del mercato più forti delle loro capacità di governo dell economia. C è dunque una resistenza all interno del partito alle riforme che vorrebbe Xi Jinping? La liberalizzazione gli ha tolto il controllo di governo e non sono stati capaci di reggere il ritmo giusto per le riforme necessarie. Parliamo di alcune necessità importanti: l efficiente allocazione di capitali, la riforma delle aziende di stato. Il mercato oggi si chiede: ci troviamo di fronte a meno capacità di governo, avranno la capacità di ritrovare la linea? E chi può trovarla? Io dico: «Cercasi Xi Jinping disperatamente», perché se avesse fatto quanto dichiarato quando è arrivato al potere, oggi non avrebbero questi problemi. Il problema quindi, è politico. Prendiamo la campagna anticorruzione: dobbiamo sperare davvero che sia in realtà l obiettivo del primo quinquennio per azzerare le spinte conservatrici e portare le riforme che voleva fare e sono necessarie, perché se non sarà così si tornerà a una Cina conservatrice che porterà dritti a una crisi che può essere pesante per tutti. Xi Jinping dal suo punto di vista, può farcela? Sono ancora ottimista e sono dell idea che la lotta alla corruzione celi una volontà di compattare il partito per attuare il disegno. Non credo Xi sia il neo maoista che in molti dipingono, e lo stesso Pcc del resto non ha più la possibilità di gestire un fenomeno del genere. Il passaggio ad ora non riesce perché le incrostazioni enormi nelle aziende di stato e nelle province erano tali da generare gruppi di interesse che sono riusciti a fermare anche lui che ha in mano tutto. Dobbiamo sperare in Xi nella versione riformatrice, altrimenti la Cina fa un passo indietro e fa sbattere il mondo contro un muro. Sui numeri della crescita cinese, quanto sono affidabili? Non sono dell idea che siamo sul 7% come le cifre ufficiali evocano o invocano, guardando i dati dell energia e dei trasporti credo si possa essere su un numero minore, ma sai meglio di me che il problema non è certo quello. Il problema è duplice: da un lato politico e dall altro economico. Non è se l economia cresce il 5 o il 7, il problema è se la leadership conservatrice che va contro Xi è una leadership che ancora privilegia la quantità invece che la qualità, quindi che vuole proseguire con il patto denghiano: crescete e lasciate fare a noi.

3 MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 il manifesto pagina 3 DOCCIA CINESE Mercati Preoccupazione per i dati economici su crescita e investimenti. Non è servito l annuncio rassicurante della Banca centrale sui fondi pensione PETROLIO AL MINIMO DA SEI ANNI È il prezzo del petrolio, e di tutte le altre commodity, a sprofondare di più sui mercati per effetto dell ondata ribassista proveniente da Oriente. Già alla chiusura della settimana scorsa a New York sceso ai minimi dal 2009, ma ieri anche il Brent a Londra è sceso sotto i 45 dollari al barile, per la prima volta al A pesare ci sarebbe anche l evoluzione della situazione in Iran, con la fine programmata dell embargo e la conseguente scelta di Teheran di aumentare la produzione per riguadagnarsi quote di mercato perse. Ma le prospettive di un ulteriore rallentamento delle economie dei Paesi emergenti e della Cina rischiano ora di abbassare ancora i prezzi delle materie prime, in particolare i metalli, eccezion fatta per l oro -classico bene rifugio - rimasto a dollari l oncia. Anche il Bloomberg Commodity spot index, che monitora l'andamento dei prezzi delle materie prime, ieri è infatti scivolato dell'1,6% ai minimi dal Il rame sul London Stock Exchange ha perso fino al 3%, ai minimi dal Dalle vendite non si salvano neanche le commodity agricole come il grano, la soia e il mais, in calo alla borsa di Chicago, e l'olio di palma, sceso del 2,9% in Malaysia. DALLA PRIMA Felice Roberto Pizzuti Il costo del lavoro e la crisi globale UNA DONNA CINESE, SULLO SFONDO LA BORSA DI SHANGHAI, A SINISTRA JAYATI GHOSH /LAPRESSE 100MILA LAVORATORI Nuovi Iphone Foxconn assume Secondo i media taiwanesi la Foxconn - azienda che produce materiale tecnologico in Cina e divenuta nota nelle cronache internazionali per le dure condizioni cui sono sottoposti i suoi lavoratori - starebbe per assumere 100mila lavoratori a seguito degli ordini ricevuti da Apple per la realizzazione dei nuovi iphone 6S, 6S Plus e 6C. Il luogo di lavoro dei neo assunti dovrebbe essere Zhengzhou, Cina centrale. Rachele Gonnelli C è differenza tra una "normale" giornata difficile in Borsa e un crollo mondiale, «un lunedì nero», «una tempesta perfetta» o le altre locuzioni drammatizzanti usate per descrivere il botto planetario che si è verificato ieri sui mercati finanziari a seguire il corso del sole. Il tuffo al cuore dei trader è arrivato all apertura delle contrattazioni sulla principale piazza cinese, Shanghai, che ha aperto i battenti perdendo tra il 3 e il 4%. Quando anche la barra di oscillazione obbligatroria del 10% non ha funzionato, è stato chiaro che il paracadute statale non si era aperto: caduta libera. Ed è subentrato il panico. Dopo una fermata per eccesso di ribasso, l indice-guida, il Shanghai Composite Index, ha chiuso a 3.209,91 punti, in calo dell 8,49%, bruciando in un colpo solo i guadagni dell intero anno. Un tonfo del genere non si vedeva dal 27 febbraio del 2007, all inizio della grave crisi finanziaria che i governi di tutto il mondo speravano di essersi appena lasciati alle spalle. Da Shanghai l ondata ribassista si è propagata, veloce e inesorabile, alla più piccola Shenzen (in perdita di oltre il 7,7% e con il Chinext, l indice delle aziende hi-tech, in calo dell'8), quindi a Hong Kong (- 4,8 per l indice Hang Seng) e poi a raggera sui principali mercati asiatici. Il Nikkei di Tokyo ha perso il 4,6%. La borsa di Taiwan è crollata del 7,46%, la peggiore seduta mai registrata nella sua storia. L effetto domino si è riversato sulle valute dei Paesi emergenti. La rupia indonesiana e il ringgit della Malesia sono tornati al valore di cambio del 98. Quindi il ciclone si è abbattuto sui futures petroliferi e sulle Borse occidentali. Con Francoforte, cuore finanziario d Europa, che alla fine ha perso il 4,7% e infine con frenate meno brusche del Dow Jones (-3,3%) e del Nasdaq (-3,3) a Wall Street. Non si può dire che non ci fossero stati segnali di ciò che poteva accadere. È dalla metà di giugno che Pechino porta avanti interventi di contenimento verso reazioni scomposte di fronte all attesa di una crescita produttiva cinese significativamente inferiore alle previsioni. Ultima delle misure messe in atto, l annuncio - domenica scorsa - di sdoganare per la prima volta i fondi pensione sul mercato dei titoli. Con l obiettivo dichiarato di adeguare i rendimenti dei lavoratori in previsione di un invecchiamento della popolazione, il governo ha dato loro il via libera a investire fino al 30% del capitale in azioni. Una manovra per contrastare l ondata di vendite, puntellare i prezzi dei titoli e arrestare le fughe di capitali, stimata nell ordine dei miliardi di renminbi, pari a 550 milioni di dollari. L annuncio non ha fatto argine al dilagare della paura sull andamento dell economia della Repubblica Popolare, in particolare della sua industria tradizionale, magari proprio in rapporto all evoluzione demografica che si prospetta. Non è solo la contrazione delle esportazioni (- 8%), o lo stallo dei consumi interni, con la vendita di auto, in particolare di lusso, ridotte del 7%, a preoccupare. In un STATI UNITI Riprendono a circolare insistenti le voci su un prossimo ritocco dei tassi della Fed L incertezza e la grande paura di Wall Street Luca Celada LOS ANGELES P iù che una caduta, nei primi minuti di operazioni, ieri Wall Street è sembrata cadere nel vuoto con l indicesotto di oltre mille punti record storico (ma non in termini percentuali) - prima di ritrovare una misura di stabilità. Il terzo giorno di perdite ingenti dopo quelle di giovedì e venerdì scorso hanno «ufficializzato» il panico anche sui mercati americani, mai così volatili dalla crisi del Il recupero poi è stato altrettanto drammatico ma l altalena veritiginosa dei titoli segnala BORSE IN PICCHIATA Perdite sulle piazze asiatiche. Tokyo sotto del 4,6%, Taipei del 7% Il contagio colpisce l Europa una instabilità accentuata dalla percezione di una sindrome cinese tutt altro che prevedibile, soprattutto in assenza di efficaci interventi monetari da parte di Pechino. Gli analisti hanno avuto un bel daffare a rassicurare i risparmiatori americani parlando di «correzione fisiliogica» o affermando, come ha fatto Kevin Rose che «se siete a più di dieci anni dalla pensione non avete nulla di cui preoccuparvi». Rassicurazioni che hanno avuto solo l effetto contrario di far intravedere l incertezza degli operatori di fronte ad una crisi dai contorni globali difficilmente interpretabili e prevedibili. Un quadro in cui LE REAZIONI DELLE BORSE EUROPEE AL TONFO DELLA BORSA CINESE /LAPRESSE Paese dove il welfare è ancora quasi inesistente, la prospettiva di un invecchiamento della popolazione attiva non dev essere un elemento di serenità. Appaiono profetiche le parole di Hu Xingdou, docente di economia all Institute of Technology di Pechino, su ciò che sta accadendo. «La Cina - dice - sta cercando di adeguarsi a un economia in trasformazione ma sarà difficile migliorare la situazione». E fa presente che un rallentamento della crescita è possibile che produca un allargamento delle distanze La borsa di Francoforte chiude a -4,7 ma negli Usa calo più contenuto tra la parte ricca e la parte povera della popolazione. L unico salvagente che - secondo il Wall Street Journal - può metter in campo la Banca del Popolo è un nuovo taglio di mezzo punto del coefficiente di riserva obbligatorio per le banche (Rrr), liberando liquidità per 100 miliardi di dollari, potenzialmente utili a rilanciare i prestiti e il mercato immobiliare, accelerando l andamento dell economia. la Cina da grande rivale da contenere rischia di trasfomarsi in grande liability. La grande paura è che con la stagnazione europea, il rallentamento della fabbrica cinese possa minacciare la fragile ripresa americana fondata su crescita pur modesta di Pil, occupazione e ora anche mercato immobiliare. Paradossalmente negli otto anni che ci sono voluti per riportare in positivo quegli indici, la finanza ha vissuto una vera e propria esplosione, più che triplicando il livello dal crack dei subprime. È l argomento addotto da chi considera l attuale correzione come parte di una fluttuazione strutturale e financo necessaria per riflettere l economia reale. Ma l attuale crisi serve proprio ad illustrare il ruolo della finanza come motore speculativo di un economia fittizia sempre più rimossa da quella «reale» sulla quale ha nondimeno una pervasiva ingerenza, dalla gestione dei debiti sovrani all instabilità dei mercati alla diseguaglianza nella creazione di benessere. Con gli effetti della crisi ingigantiti dalla speculazione globale si ha la sensazione che gli interventi dei governi stentino ad avere un effetto concreto. Nei giorni immediatamente precedenti il tonfo, in Usa avevano ripreso a circolare insistenti le voci su un prossimo ritocco dei tassi da parte della Fed il primo in otto anni. Non è chiaro che effetto avrà l attuale crisi sulla decisione della banca centrale americana che giovedì ospiterà banchieri e amministratori finanziari nell annuale convegno di Jackson Hole. In Cina emergono i limiti di un modello che, pur molto diverso da quello dominante nei paesi capitalistici occidentali nell ultimo trentennio, ha in comune il contenimento dei salari e la carenza dei consumi interni (pur se a livelli molto più bassi). C è stata una accumulazione forzosa volta a recuperare la sua arretratezza (capitalistica), alimentata con una distribuzione favorevole ai profitti (pubblici e privati) canalizzati in nuova capacità e innovazione produttiva, spingendo gli stessi redditi da lavoro a finanziare in Borsa le imprese e lo stato (il cui debito è pari al 280% del Pil). L elevato aumento della capacità produttiva e i bassi consumi interni hanno determinato anche un elevato surplus nel commercio estero e il reinvestimento dei proventi valutari in titoli stranieri, soprattutto Usa. Il modello di sviluppo cinese ha dunque contribuito al fenomeno mondiale della forte crescita di debiti e crediti che ha contribuito alla crisi globale, ma in modo diverso (e fortemente controllato dallo stato) dalla finanziarizzazione delle economie occidentali. In queste ultime gli squilibri nel settore reale erano attutiti dal crescente interscambio con la Cina. Tuttavia, le persistenti cause della crisi dei paesi capitalisticamente sviluppati hanno finito per trasmettere i loro effetti negativi anche al sistema cinese. La decelerazione dell economia cinese ha cause proprie, ma un contributo è ascrivibile alla perseverante crisi delle economie occidentali che ha finito per assumere una dimensione effettivamente globale. Questa evoluzione negativa è stata accentuata dalle politiche prevalenti nell Euro zona, da mesi concentrate sui vincoli da imporre alla Grecia (ma con intenti dimostrativi per gli altri paesi periferici e la stessa Francia) per assisterla con un intervento da 86 miliardi di euro (in buona parte da utilizzare per la restituzione di debiti alla stessa Troika) che, tuttavia, rappresenta circa un decimo di quanto le Borse europee hanno perso nella sola settimana scorsa e ieri per effetto della "sindrome cinese". Una similitudine significativa sulla quale dovrebbero riflettere sia i fautori del modello tedesco sia chi auspica la rottura dell euro è che nell Unione europea e in Cina si stanno evidenziando i pur prevedibili problemi generati dalla inadeguatezza - pur se a livelli diversi - dei salari e dei consumi, e dalla difficoltà di compensarne l effetto negativo sulla domanda con le esportazioni. Di fronte alla pericolosa tendenza delle svalutazioni competitive tra grandi aree - Usa, Cina, Giappone, Unione europea i paesi membri di quest ultima rischiano di parteciparvi, per di più, in ordine sparso, se torneranno dall euro alle valute nazionali. La concentrazione degli intenti espansivi sulla politica monetaria sta alimentando una ingente offerta di liquidità che, permanendo gli ostacoli di natura reale alla ripresa e alla sua riqualificazione, rifornisce la speculazione finanziaria e crea nuove "bolle", anche in Cina, dove iniziano ad esplodere. Nel dibattito teorico si è tornati a valutare l ipotesi che sia in atto una "stagnazione secolare" (come nella grande crisi degli anni 30 del secolo scorso, con motivazioni arricchite dalle specificità della crisi attuale), ma lo si fa per lo più - nei congressi accademici e in una "rassicurante" ottica di lungo periodo che sembra definire un piano parallelo di discussione sconnesso dalle vicende e dalla politiche economiche correnti. Come da tempo succede i politici credono di avere altro cui pensare, ma - avvertiva Keynes - «sono di solito schiavi di qualche economista defunto».

4 pagina 4 il manifesto MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 POLITICA GRECIA Si dimette Tasos Koronakis: «Partito svalutato dalle scelte di Tsipras» Syriza perde il suo segretario Angelo Mastrandrea I n un giorno solo, Alexis Tsipras ha perso il suo successore e pure il predecessore. Nella riunione della segreteria politica di Syriza, alla quale ha partecipato per sostenere che l obiettivo è «ottenere un mandato chiaro per quattro anni» e che il partito «deve incontrare la società», il premier si è trovato a dover fare i conti con la lettera di dimissioni del segretario Tasos Koronakis, con il quale aveva condiviso la militanza fin dai tempi del G8 di Genova e poi quando si erano ritrovati a essere il primo (Tsipras) segretario della neonata Coalizione della sinistra radicale e l altro leader del movimento giovanile. Koronakis non è stato tenero con il primo ministro, accusato di aver «svalutato» il partito, non tenendo conto delle decisioni del Comitato centrale (che si era Anche Alavanos, ultimo segretario del Synaspismos, con Unità Popolare Il premier tira dritto espresso a maggioranza contro il Memorandum) e convocando le elezioni senza tenere in considerazione Syriza, provocando in questo modo la fuoriuscita non solo della minoranza interna, ma l esplosione dell intera Coalizione. Nella lettera che si conclude con le dimissioni il segretario non risparmia neppure la Piattaforma di sinistra, pure accusata di avere una «responsabilità significativa» nella «continua svalutazione del partito». Si tratta di una defezione pesante non solo perchè Syriza si ritrova senza segretario nel momento di maggiore difficoltà e neppure per il fatto che Tsipras perde una figura della sua maggioranza, ma soprattutto perché indica come giorno dopo giorno la prima forza politica della Grecia si stia sgretolando, paradossalmente proprio nel momento in cui i sondaggi la davano al massimo storico. Meno sorprendente, invece, è l endorsement per Unità popolare dell ultimo segretario del Synaspismos Alekos Alavanos. L economista che fu tra gli artefici della nascita di Syriza e dello svecchiamento del partito (fu lui a proporre Tsipras alla segreteria) aveva già da tempo abbandonato i suoi compagni e alle elezioni di gennaio aveva sostenuto il piccolo partito di ultrasinistra Antarsya, che non aveva ottenuto il quorum per entrare in Parlamento. Ieri con la sua formazione Piano B (che si richiama apertamente al Grexit) ha stretto un accordo con il leader di Unità Popolare Panagiotis Lafazanis, invitando anche il partito comunista Kke a stringere un alleanza elettorale. «Noi non consideriamo il Kke come un nostro nemico. Noi non consideriamo nemica alcuna forza di sinistra, progressista e che sia contraria al terzo piano di salvataggio. Al contrario, noi vogliamo formare un grande fronte comune con tutte queste forze», ha detto Lafazanis, che ha accettato il mandato esplorativo dal Presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos dopo il fallimento del tentativo del leader di Nea Democratia Vangelis Meimarakis. Fabio Veronica Forcella D opo i deludenti dati sulla crescita e l onda d urto della crisi cinese ci mancava solo un altro buco tra i 15 e i 20 miliardi nei conti pubblici. La questione sollevata dalla Corte Costituzionale, chiamata in causa dalla Corte dei Conti, è molto tecnica, ma rischia di diventare presto tutta politica. In previsione della prossima legge di Stabilità, sul tavolo del presidente del Consiglio Renzi e del ministro dell Economia Padoan, infatti, potrebbe esserci proprio la recente pronuncia della Consulta che certifica «l illegittimità costituzionale dell assestamento di Bilancio 2013 della Regione Piemonte». In sostanza, i giudici costituzionali contestano alla Regione di aver utilizzato i soldi della legge 35 quelli destinati al pagamento dei debiti arretrati della pubblica amministrazione per finanziare la spesa corrente. «Una legge dello Stato recita duramente la pronuncia 181 della Consulta nata per porre rimedio agli intollerabili ritardi nei pagamenti, che ha subito una singolare eterogenesi dei fini». Si parla di circa 2,5 miliardi di euro solo per il Piemonte. L amministrazione chiamata in causa è quella dell ex governatore leghista Roberto Cota che in un tweet parla di «strumentalizzazioni». Dopo aver scaricato le responsabilità sui debiti ereditati dall amministrazione Bresso, l ex governatore della Lega ci tiene a precisare che «i criteri utilizzati sono stati concordati con il Governo di allora e sono gli stessi usati dalla Giunta Chiamparino». L attuale governatore Sergio Chiamparino ricorda a Cota che è vero che i criteri utilizzati sono gli stessi, ma aggiunge: «Io come Commissario straordinario, posso farlo». La questione è proprio questa. Le Regioni non possono fare mutui per finanziare nuova spesa, lo Stato sì. E il presidente Chiamparino nominato commissario, al contrario di Cota, può Ma le grane a sinistra per il premier non finiscono qui. Pure l ex partigiano Manolis Glezos ieri è tornato ad attaccare il suo ex partito: «Non c è spazio per nessun accordo post-elettorale», ha detto, a meno che dal Megaro Maximo (la sede del governo) non si faccia autocritica. A mantenere le distanze dalla neonata Unità Popolare è invece Yanis Varoufakis. In un intervista a una tv francese l ex ministro delle Finanze ha detto di sentirsi lontano dalle loro posizioni perché «per loro il ritorno alla dracma è una questione di ideologia». Invece «per la Grecia è meglio rimanere nell euro, anche se non dobbiamo farlo a ogni costo». Per questo non ha escluso di poter tornare a collaborare con un futuro governo guidato da Syriza, ma solo se cambieranno le politiche economiche. Per il momento non pare che Tsipras abbia alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. Alla segreteria del partito il capo del governo ha illustrato le linee guida della campagna elettorale, decise il giorno prima nella riunione con il suo staff di fedelissimi (tra ministri ed esponenti di Syriza): innanzitutto la richiesta di un «mandato chiaro di quattro anni», ma anche la necessità di porre l accento non tanto sulla «guerra civile» tra ex compagni di schieramento (al contrario di Unità Popolare che intende invece dimostrare che «la sinistra siamo noi») quanto sul programma di governo, antiliberista e contro il blocco d affari interno, «per una graduale uscita del Paese dai controlli e dai Memorandum». Infine ha sottolineato la necessità di una riorganizzazione del partito e di una sua apertura alla società. Ma su questo punto l impressione è che sarà necessaria una vera e propria rifondazione. farlo. «Il rischio che la vicenda si allarghi anche ad altre regioni c è - avverte Chiamparino (che oltre ad essere il presidente della Regione Piemonte è anche presidente della Conferenza Stato-Regioni) - anche se bisognerà studiare bene la sentenza della Consulta». Un trucchetto contabile, quindi, che non riguarderebbe solo il Piemonte, ma che sarebbe stato adottato anche da molte altre amministrazioni. Per questo, il rischio è di un nuovo buco nei conti pubblici, che potrebbe arrivare fino a 20 miliardi di euro. Secondo indiscrezioni la cifra che preoccupa i tecnici del ministero si aggirerebbe intorno ai miliardi. Lo stesso Chiamparino non lo esclude: «Non mi sembra irrealistica la cifra di 10 miliardi, anche se aggiunge dovremmo verificarlo bene con il ministero dell Economia e delle Finanze». È vero che non tutte le regioni hanno utilizzato mutui per finanziare nuova spesa, ma è anche vero che a farlo sono state proprio le regioni più grandi e con una spesa regionale consistente. Come il Lazio, la Puglia, l Abruzzo e SPAGNA TORNA PABLO IGLESIAS «PUNTIAMO ALLA MONCLOA» È tornato dalle vacanze, pronto a rilanciare la sfida. Ieri a Madrid il leader di Podemos, Pablo Iglesias, ha tenuto una conferenza stampa che di fatto apre la lunga corsa elettorale all insegna della «svolta radicale» per la Spagna, sull onda degli ultimi successi alle municipali. Prima mossa: l hastag #PabloIglesiasToMoncloa che già comincia a spopolare on line, indicando l obiettivo politico di Podemos. «Vogliamo vincere le elezioni politiche, puntiamo al palazzo della Moncloa (residenza ufficiale del primo ministro spagnolo)». I sondaggi, tuttavia, indicano Podemos sulla soglia del 12% dietro Partito Popolare (Pp) e Partito Socialista Spagnolo (Psoe). Iglesias ha respinto una volta di più l'ipotesi di un accordo di coalizione tra Psoe e Podemos dopo le elezioni generali: «assolutamente improbabile». D altro canto, non ha escluso «processi di dialogo decentrati» con nuove piattaforme di sinistra alternative come Ahora it común. Secondo il leader di Podemos, l appuntamento con le urne si terrà a dicembre. Il 27 settembre, intanto, sono fissate le elezioni in Catalogna. Un test che ruota ancora sull indipendenza di Barcellona da Madrid. Iglesias in conferenza stampa ha definito come «unica opzione» al secessionismo «Catalonia Yes We Can (Catalunya Si Que Es Pot)» che riprende il motto del 15-M «sí se puede» e tiene insieme i rosso-verdi di Icv. PORTOGALLO COSTA, LEADER SOCIALISTA HA 55 PROPOSTE Il sindaco di Lisbona António Costa, vincitore delle primarie socialiste per la candidatura a premier alle elezioni di ottobre, potrebbe sfidare a viso aperto i creditori. E ha lanciato un «pacchetto» di 55 provvedimenti, che puntano a sostenere crescita e occupazione, rilanciare la sanità e l istruzione pubblica, ma anche a rendere più difficile il licenziamento dei lavoratori. Insomma, un idea di governo in aperta alternativa a quanto Bruxelles si aspetta nella Ue. ITALIA Corte dei Conti e Consulta scoprono un buco tra i 15 e i 20 mld nei bilanci regionali Il trucco c è, Chiamparino conferma la Campania. Quest ultima, infatti, ha un commissario straordinario, ma solo per le spese in sanità. Le uniche regioni che al momento sarebbero escluse sono la Lombardia e la Toscana. «I finanziamenti erogati dallo Stato per il pagamento dei debiti regionali afferma Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana non sono stati utilizzati per nuove spese correnti o per investimenti, e vengono regolarmente rimborsati al tasso d'interesse prefissato». Al rientro dalle vacanze, la situazione che dovranno affrontare i tecnici del governo, rischia di far saltare i conti pubblici, perché i fondi messi a disposizione dallo Stato per pagare i debiti della pubblica amministrazione, erano, in tutto, 26 miliardi. C è il timore concreto che il governo nella prossima legge di stabilità approfitti di questa sentenza e degli scandali che hanno interessato quasi tutte le regioni italiane Belsito e Fiorito, in testa per iniziare a tagliare, partendo proprio dai budget regionali. Anche per questo, forse, il presidente Rossi parla di «attacco all'istituto Regione in quanto tale». Il governatore della Toscana teme che si faccia «di ogni erba un fascio, senza distinguere comportamenti diversi tra le regioni e senza denunciare in modo chiaro chi sbaglia». Mentre, secondo Sergio Chiamparino «su riordino, riorganizzazione della pubblica amministrazione, centralizzazione degli acquisti e riduzione delle partecipate, le regioni sono pronte a fare anche più di quello che gli viene chiesto». Su altre voci, però, come un ulteriore riduzione del Fondo sanitario la risposta è netta: «No». GRECIA Il governo ferma le miniere d oro di Skouries ATENE P rimo giorno a riposo forzato, ieri, per un paio di migliaia di dipendenti (tra occupati diretti e dell indotto) delle miniere d oro di Skouries, nella Penisola Calcidica. Il ministro della Ricostruzione produttiva Panos Skourletis ha infatti sospeso l attività mineraria alla compagnia canadese Canadian Eldorado Gold per «violazione dei requisiti tecnici». La chiusura delle miniere, contestate da un vasto fronte di comitati e movimenti per la loro invasività ambientale e perché avrebbero arricchito solamente la multinazionale devastando il territorio, era stata un cavallo di battaglia di Syriza alle scorse elezioni. Già a marzo l allora ministro Panagiotis Lafazanis (ora leader di Unità Popolare) aveva limitato le operazioni sospendendo due licenze, e il suo successore Skourletis, fedelissimo di Tsipras (che ha dato l ok alla sospensione), ha portato a termine la revisione delle concessioni minerarie cominciata dal predecessore, dando ragione ai comitati e movimenti che ne chiedevano la chiusura e per i quali la Penisola Calcidica è diventata un po come la Val di Susa per i No Tav in Italia. Una decisione che lo stesso premier ha rivendicato in televisione nel suo messaggio di dimissioni, insieme alla riapertura della tv pubblica Ert chiusa dal governo Samaras (altro cavallo di battaglia elettorale). Un segnale di sfida lanciato alla sinistra e il tentativo di dimostrare che, pure con il Memorandum imposto, esistono spazi per decisioni politiche alternative e radicali. La Hellenic Gold (filiale locale della Canadian Eldorado) ha fatto sapere che farà ricorso alla magistratura contro il governo e per ripicca ha immediatamente sospeso i lavoratori, annunciando che se le estrazioni non riprenderanno questi saranno licenziati, facendosi forte del fatto che nella regione le miniere rappresentano il più importante datore di lavoro e l impatto sociale della chiusura sarebbe fortissimo. Una vecchia contraddizione, quella tra ambiente e lavoro, che si ripropone in un Paese che ha il più alto tasso di disoccupazione d Europa e già allo stremo per le politiche economiche di austerità. I contestatori delle estrazioni hanno risposto sostenendo che i minatori potrebbero essere utilizzati per risanare il territorio, ma in ogni caso se ne riparlerà a ottobre, quando si insedierà il prossimo governo. A meno che di fronte alle pressioni e ai ricatti occupazionali della compagnia il governo di transizione elettorale che verrà non deciderà di riaprirle. La sospensione delle attività non ha fermato le proteste di anarchici e antagonisti, che in questi giorni stanno tenendo un campeggio antiautoritario a Ierissos, vicino alle miniere. Domenica una manifestazione si è conclusa con incidenti: la polizia ha lanciato lacrimogeni e granate assordanti, e ha arrestato 78 attivisti.

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