MIGRANTI/EUROPA Balcani, un esodo biblico Summit Merkel-Hollande GRECIA

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1 CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 2,00 Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/23/2013 ANNO XLV. N MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 EURO 1,50 MIGRANTI/EUROPA Balcani, un esodo biblico Summit Merkel-Hollande M erkel e Hollande: summit con al centro l «emergenza migranti». I due leader ripropongono l improbabile separazione tra rifugiati e migranti. E si accordano velocemente sulle responsabilità dell Italia e della Grecia, paesi di primo sbarco: «Intollerabile ritardo» nell apertura dei centri di registrazione. Intanto in Germania va in tilt perfino la celebre efficienza burocratica di fronte agli 800mila arrivi previsti. La Francia, da mesi, è alle prese con la crisi dell Eurotunnel a Calais. E sulla rotta dei Balcani c è un esodo biblico che dalle isole greche si propaga in Macedonia e Serbia, destinato ad infrangersi sul nuovo «muro» dell Ungheria SERVIZI E REPORTAGE PAGINE 7, 8, 9 GRECIA Syriza, si dimette il segretario. Varoufakis non esclude una futura collaborazione con Tsipras MASTRANDREA PAGINA 4 GERARCHIE EUROPEE La realtà rovesciata dei Memorandum Manfredi Alberti, Tommaso Nencioni I l capolavoro retorico delle classi dirigenti tradizionali, dall inizio della crisi, è stato quello di trasfigurare nel senso comune una crisi del capitalismo finanziario in una crisi del debito pubblico. Ne è derivato che non sono tanto le élites a dover rispondere della loro dissennata gestione del potere, ma sono i popoli a essere messi sul banco degli imputati per aver vissuto "al di sopra delle proprie possibilità". Su questa narrazione fittizia sono state costruite politiche reali, la cui natura è stata ben nascosta dagli apparati egemonici del capitalismo. CONTINUA PAGINA 15 LIBANO «Tu puzzi», a Beirut rivolta per i rifiuti «You Stinki» (Tu puzzi) è il tam tam in rete che ha scatenato le proteste. Bersaglio principale il governo libanese, accusato di inefficienza e corruzione. Migliaia di giovani nelle strade, ma non è una tardiva «primavera araba» SERVIZI PAGINA 6 MERCATI GLOBALI Il ping pong economico FOTO ZUMA PRESS Shanghai crolla (-8%) e trascina con sé le piazze asiatiche ed europee (Milano -5,9%). Più contenuto il calo di Wall Street, ma i mercati internazionali e gli azionisti cinesi sono nel panico per il rallentamento della crescita. E a Pechino gli scontri politici bloccano il governo e le riforme della leadership PAGINE 2,3 Felice Roberto Pizzuti I crolli di Borsa trasmessi dalla Cina a tutto il mondo, pur maturati nell ambito della decelerazione annunciata di quel sistema economico, segnalano anche che la crisi delle economie occidentali iniziata nel sta estendendo i suoi effetti, ricevendone a sua volta interazioni negative. Quando nel 2008 si manifestò quella che fu definita "crisi globale", veniva precisato che si faceva riferimento ai "soli" paesi sviluppati dell Occidente capitalistico, in particolare agli Usa e all Europa; il Giappone era in stagnazione già da tempo. Nelle economie emergenti non si avvertirono problemi, anzi, gli indicatori economici continuarono a essere positivi. Però, successivamente - mentre nell Eurozona l ottusità della "austerità espansiva" aggravava i danni - la crescita si è ridotta o annullata anche in quasi tutti i paesi Brics. Rimaneva la Cina, che con i suoi elevati volumi di crescita del Pil e del commercio con in paesi occidentali attenuava i problemi di quest ultimi. Ma adesso anche in Cina è sempre più evidente la frenata dello sviluppo travolgente degli ultimi anni (dal 14% di crescita del Pil nel 2007, le previsioni per il 2015 sono anche inferiori al 5%; le esportazioni cinesi nel 2014 hanno registrato un calo fino al 26% rispetto al 2008 e sono diminuite del 7,3% nei primi sette mesi del 2015). CONTINUA PAGINA 3 FUNERALE SCANDALO PAGINA 5 Il prefetto Gabrielli «Una falla, ma nell intelligence» «Non taglio teste, se crede lo farà il ministro Alfano»: il prefetto di Roma, Gabrielli, sulla «gravissima vicenda» dei funerali di Vittorio Casamonica LAVORO Capolarato come incentivo Michele Prospero A lle parole del presidente del consiglio, per una volta, cominciano a seguire i fatti. In molte occasioni, egli aveva lamentato un eccessivo carico di controlli fiscali, di vincoli amministrativi che si abbattevano su sei milioni di imprese, impedendo loro di produrre ricchezza. Come Tremonti, anche Renzi, nei suoi discorsi pubblici, ha evocato lo spettro di uno Stato di polizia che opprime le aziende e per questo ha proclamato una grande guerra contro la burocrazia invasiva. CONTINUA PAGINA 15 DOMANI C E VITA A SINISTRA L. Canfora, B. Sarasini Sul fronte culturale a cominciare dalla scuola, tra nuove schiavitù e sfruttamento intellettuale. E nell immagine del Quarto Stato oggi dove sarebbero le donne? REGIONI PAGINA 4 Un trucchetto contabile che rischia di aprire un buco di 20 miliardi UNIONI CIVILI PAGINA 5 Il governo rassicura ma i vescovi frenano TSO A TORINO PAGINA 5 «È morto soffocato» L inchiesta conferma la violenza su Andrea BIANI

2 pagina 2 il manifesto MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 DOCCIA CINESE Pechino «La dirigenza si era mossa nell ottica di una redistribuzione capace di attivare il mercato interno. Ma le lobby frenano questa possibilità» Il lunedì nero di Shanghai Panico scatenato dai numeri del rallentamento della crescita cinese. L economista Jayati Ghosh: «La leadership aumenti i salari» Simone Pieranni S hanghai crolla, di nuovo, con un tonfo (-8,5) che provoca perdite globali come non si vedeva da tempo. Il panico del rallentamento di Pechino colpisce tutti: sia gli azionisti cinesi, preoccupati dagli scarsi segnali che arrivano dalla dirigenza - mai così in difficoltà come in questo periodo - sia le borse mondiali, tutte impegnate a provare ad arginare quello che ormai passerà alla storia come il «lunedì nero» di Shanghai. Le ragioni del rallentamento della locomotiva cinese sono ormai note e si registrano da tempo: la diminuzione delle esportazioni (-8%) nel mese di luglio, cui è seguita la svalutazione dello yuan da parte della Banca centrale, l indice di acquisto del manifatturiero di agosto al 47,1 (quindi una contrazione) unitamente ad una crescita data al 7%, in rallentamento (ma è pur vero che da tempo la Cina non cresce a doppia cifra). A questo proposito, i dati cinesi vanno sempre presi con le necessarie precauzioni. Analizzando altri fattori, si potrebbe concludere che la crescita sia lievemente inferiore al 7%, ma i numeri non cambiano la sostanza. Il vero problema, infatti, è nel manico. La questione di cui essere preoccupati non appare tanto negli indicatori attuali dell economia cinese, quanto nelle capacità della dirigenza locale di uscire da questo momento difficile. Pechino si trova in mezzo ad un guado. La bolla immobiliare, gli investimenti sballati delle province e ora il mercato azionario. Xi Jinping dovrebbe mettere mano a quelle riforme promesse, ma non ancora attuate, perché bloccate da gruppi dirigenti del Partito che ad oggi preferiscono insistere sul «modello» economico basato sulle esportazioni e che vedono in modo negativo la riforma delle aziende di stato. Il peso politico delle zone cinesi che crescono meno dopo aver trainato il paese (il sud est principalmente) è ampio e determina l attuale difficoltà della leadership. Sul modello cinese si è espressa domenica scorsa sul The Guardian Jayati Ghosh, una delle più quotate economiste al mondo, nonché professoressa di economia alla Jawaharlal Nehru university. Nel suo articolo Ghosh metteva in fila i dilemmi dell economia cinese, specificando come l attuale crisi di Pechino sia un monito per tutte quelle economie emergenti che avevano visto nella Cina una sorta di modello da imitare (India, Brasile, Turchia tra gli altri). Le recenti difficoltà dell economia cinese - ha scritto - «sono ben note ormai: la caduta dei prezzi immobiliari ha messo fine al boom edilizio e si è poi provato a porre rimedio in modo maldestro al successivo scoppio della bolla del mercato azionario. Ma queste difficoltà attuali sono il risultato di precedenti strategie economiche che sono state ampiamente celebrate, quando tutto sembrava ancora funzionare al meglio». Raggiunta telefonicamente, ha spiegato a il manifesto la sua percezione della crisi in corso in Cina. Partendo dalla borsa: «Incoraggiare la corsa al mercato borsistico da parte del governo cinese è stato un atto cinico e si è trattato di un gesto dal respiro di breve termine. Si tratta di un atto cinico, perché alla fine hanno portato le persone e le aziende a richiedere prestiti per investire, finendo per creare altri problemi, invece di risolverli». In effetti la corsa alla borsa è stata una scelta delle dirigenza, si dice, per sviare l attenzione dalla bolla in corso nel settore immobiliare. «Tutti hanno concorso a questo fenomeno, aggiunge Ghosh, a cominciare dal premier Li Keqiang, tutti hanno notevolmente spinto sullo stock market; questo ha portato a creare una vera e propria bolla. E quando a un certo punto è mancata la fiducia è arrivato il panico, tutti a vendere. E dopo il danno hanno provato a proporre delle regole assurde, che hanno confermato una certa impreparazione della dirigenza di fronte a quanto accaduto sui mercati finanziari». Anche secondo l economista indiana ci sono due ordini di ragionamento: un primo evidenzia delle questioni politiche ancora aperte all interno del partito, sottoposto probabilmente ad un nuovo scontro tra chi cerca di difendere posizioni che non consentono di risolvere l attuale crisi. L altro riguarda la soluzione. Secondo Ghosh «Pechino deve provvedere ad un gesto molto coraggioso, ovvero aumentare i salari per aumentare i soldi a disposizione delle famiglie, alimentando così la possibilità di crescita del mercato interno. Gli investimenti sono fallimentari, creano delle altre bolle. Senza aumentare i salari non risolvono questa situazione complicata. Del resto la crisi è globale, non è certo colpa della Cina». Sulle possibilità che questo avvenga, torniamo ai dubbi sulla situazione politica interna al Partito: «Tempo fa pensavo fossero in grado di farlo, perché già avevano provveduto ad aumentare i salari e per certi versi si erano mossi in questo senso, proprio in un ottica di redistribuzione, capace di riattivare il mercato interno. Ma negli ultimi tempi questo non è successo, e le lobby politiche interne sembrano frenare questa possibilità». Intervista/ GIULIANO NOCI, PRORETTORE DEL POLO TERRITORIALE CINESE DEL POLITECNICO DI MILANO «Il nodo è politico: o Xi Jinping accelera sulle riforme o il Partito sarà dei conservatori» IL LEADER DEL PARTITO COMUNISTA E PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE XI JINPING /LAPRESSE S. Pie. G iuliano Noci, prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, è un grande conoscitore della Cina e dei cinesi. Noci conferma una sensazione che serpeggia negli ambienti che analizzano i processi e l'evoluzione del mondo cinese: a Pechino c'è un problema, ed è politico, tra una parte della dirigenza che spinge per le riforme e una parte che ancora privilegia la crescita quantitativa, a scapito della qualità. Il nodo è politico, ed è su quello che si gioca il futuro della Cina. Partiamo dall'inizio, questa ennesima caduta di Shanghai e il panico che si è diffuso. Perché? È ormai in corso una presa di consapevolezza che sconfina nel panico da parte della comunità internazionale circa la capacità del governo cinese di saper gestire la nuova via della crescita, che non è più tumultuosa come eravamo abituati. Va detto che la leadership cinese ce l ha messa tutta in questa fase per innescare percezioni di panico nella comunità internazionale e nella società. Hanno spacciato la svalutazione dello yuan per andare incontro al tema della liberalizzazione della moneta ma alla fine di ogni giornata, sostenevano la valuta sennò cadeva troppo. Oltre a quello hanno proseguito con interventi sui fondi pensione, permettendo la possibilità di investire in azioni. Per carità non si tratta di decisioni scandalose, tutt altro, molti paesi l hanno già fatto, ma sembra esserci una minore lucidità del «grande timoniere» che non riesce a sganciare la nuova visione post denghiana. La mia tesi è questa: hanno iniziato la liberalizzazione, quella più conveniente, ma hanno trascurato quella meno conveniente, quella più difficile, trovandosi oggi come oggi con le forze del mercato più forti delle loro capacità di governo dell economia. C è dunque una resistenza all interno del partito alle riforme che vorrebbe Xi Jinping? La liberalizzazione gli ha tolto il controllo di governo e non sono stati capaci di reggere il ritmo giusto per le riforme necessarie. Parliamo di alcune necessità importanti: l efficiente allocazione di capitali, la riforma delle aziende di stato. Il mercato oggi si chiede: ci troviamo di fronte a meno capacità di governo, avranno la capacità di ritrovare la linea? E chi può trovarla? Io dico: «Cercasi Xi Jinping disperatamente», perché se avesse fatto quanto dichiarato quando è arrivato al potere, oggi non avrebbero questi problemi. Il problema quindi, è politico. Prendiamo la campagna anticorruzione: dobbiamo sperare davvero che sia in realtà l obiettivo del primo quinquennio per azzerare le spinte conservatrici e portare le riforme che voleva fare e sono necessarie, perché se non sarà così si tornerà a una Cina conservatrice che porterà dritti a una crisi che può essere pesante per tutti. Xi Jinping dal suo punto di vista, può farcela? Sono ancora ottimista e sono dell idea che la lotta alla corruzione celi una volontà di compattare il partito per attuare il disegno. Non credo Xi sia il neo maoista che in molti dipingono, e lo stesso Pcc del resto non ha più la possibilità di gestire un fenomeno del genere. Il passaggio ad ora non riesce perché le incrostazioni enormi nelle aziende di stato e nelle province erano tali da generare gruppi di interesse che sono riusciti a fermare anche lui che ha in mano tutto. Dobbiamo sperare in Xi nella versione riformatrice, altrimenti la Cina fa un passo indietro e fa sbattere il mondo contro un muro. Sui numeri della crescita cinese, quanto sono affidabili? Non sono dell idea che siamo sul 7% come le cifre ufficiali evocano o invocano, guardando i dati dell energia e dei trasporti credo si possa essere su un numero minore, ma sai meglio di me che il problema non è certo quello. Il problema è duplice: da un lato politico e dall altro economico. Non è se l economia cresce il 5 o il 7, il problema è se la leadership conservatrice che va contro Xi è una leadership che ancora privilegia la quantità invece che la qualità, quindi che vuole proseguire con il patto denghiano: crescete e lasciate fare a noi.

3 MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 il manifesto pagina 3 DOCCIA CINESE Mercati Preoccupazione per i dati economici su crescita e investimenti. Non è servito l annuncio rassicurante della Banca centrale sui fondi pensione PETROLIO AL MINIMO DA SEI ANNI È il prezzo del petrolio, e di tutte le altre commodity, a sprofondare di più sui mercati per effetto dell ondata ribassista proveniente da Oriente. Già alla chiusura della settimana scorsa a New York sceso ai minimi dal 2009, ma ieri anche il Brent a Londra è sceso sotto i 45 dollari al barile, per la prima volta al A pesare ci sarebbe anche l evoluzione della situazione in Iran, con la fine programmata dell embargo e la conseguente scelta di Teheran di aumentare la produzione per riguadagnarsi quote di mercato perse. Ma le prospettive di un ulteriore rallentamento delle economie dei Paesi emergenti e della Cina rischiano ora di abbassare ancora i prezzi delle materie prime, in particolare i metalli, eccezion fatta per l oro -classico bene rifugio - rimasto a dollari l oncia. Anche il Bloomberg Commodity spot index, che monitora l'andamento dei prezzi delle materie prime, ieri è infatti scivolato dell'1,6% ai minimi dal Il rame sul London Stock Exchange ha perso fino al 3%, ai minimi dal Dalle vendite non si salvano neanche le commodity agricole come il grano, la soia e il mais, in calo alla borsa di Chicago, e l'olio di palma, sceso del 2,9% in Malaysia. DALLA PRIMA Felice Roberto Pizzuti Il costo del lavoro e la crisi globale UNA DONNA CINESE, SULLO SFONDO LA BORSA DI SHANGHAI, A SINISTRA JAYATI GHOSH /LAPRESSE 100MILA LAVORATORI Nuovi Iphone Foxconn assume Secondo i media taiwanesi la Foxconn - azienda che produce materiale tecnologico in Cina e divenuta nota nelle cronache internazionali per le dure condizioni cui sono sottoposti i suoi lavoratori - starebbe per assumere 100mila lavoratori a seguito degli ordini ricevuti da Apple per la realizzazione dei nuovi iphone 6S, 6S Plus e 6C. Il luogo di lavoro dei neo assunti dovrebbe essere Zhengzhou, Cina centrale. Rachele Gonnelli C è differenza tra una "normale" giornata difficile in Borsa e un crollo mondiale, «un lunedì nero», «una tempesta perfetta» o le altre locuzioni drammatizzanti usate per descrivere il botto planetario che si è verificato ieri sui mercati finanziari a seguire il corso del sole. Il tuffo al cuore dei trader è arrivato all apertura delle contrattazioni sulla principale piazza cinese, Shanghai, che ha aperto i battenti perdendo tra il 3 e il 4%. Quando anche la barra di oscillazione obbligatroria del 10% non ha funzionato, è stato chiaro che il paracadute statale non si era aperto: caduta libera. Ed è subentrato il panico. Dopo una fermata per eccesso di ribasso, l indice-guida, il Shanghai Composite Index, ha chiuso a 3.209,91 punti, in calo dell 8,49%, bruciando in un colpo solo i guadagni dell intero anno. Un tonfo del genere non si vedeva dal 27 febbraio del 2007, all inizio della grave crisi finanziaria che i governi di tutto il mondo speravano di essersi appena lasciati alle spalle. Da Shanghai l ondata ribassista si è propagata, veloce e inesorabile, alla più piccola Shenzen (in perdita di oltre il 7,7% e con il Chinext, l indice delle aziende hi-tech, in calo dell'8), quindi a Hong Kong (- 4,8 per l indice Hang Seng) e poi a raggera sui principali mercati asiatici. Il Nikkei di Tokyo ha perso il 4,6%. La borsa di Taiwan è crollata del 7,46%, la peggiore seduta mai registrata nella sua storia. L effetto domino si è riversato sulle valute dei Paesi emergenti. La rupia indonesiana e il ringgit della Malesia sono tornati al valore di cambio del 98. Quindi il ciclone si è abbattuto sui futures petroliferi e sulle Borse occidentali. Con Francoforte, cuore finanziario d Europa, che alla fine ha perso il 4,7% e infine con frenate meno brusche del Dow Jones (-3,3%) e del Nasdaq (-3,3) a Wall Street. Non si può dire che non ci fossero stati segnali di ciò che poteva accadere. È dalla metà di giugno che Pechino porta avanti interventi di contenimento verso reazioni scomposte di fronte all attesa di una crescita produttiva cinese significativamente inferiore alle previsioni. Ultima delle misure messe in atto, l annuncio - domenica scorsa - di sdoganare per la prima volta i fondi pensione sul mercato dei titoli. Con l obiettivo dichiarato di adeguare i rendimenti dei lavoratori in previsione di un invecchiamento della popolazione, il governo ha dato loro il via libera a investire fino al 30% del capitale in azioni. Una manovra per contrastare l ondata di vendite, puntellare i prezzi dei titoli e arrestare le fughe di capitali, stimata nell ordine dei miliardi di renminbi, pari a 550 milioni di dollari. L annuncio non ha fatto argine al dilagare della paura sull andamento dell economia della Repubblica Popolare, in particolare della sua industria tradizionale, magari proprio in rapporto all evoluzione demografica che si prospetta. Non è solo la contrazione delle esportazioni (- 8%), o lo stallo dei consumi interni, con la vendita di auto, in particolare di lusso, ridotte del 7%, a preoccupare. In un STATI UNITI Riprendono a circolare insistenti le voci su un prossimo ritocco dei tassi della Fed L incertezza e la grande paura di Wall Street Luca Celada LOS ANGELES P iù che una caduta, nei primi minuti di operazioni, ieri Wall Street è sembrata cadere nel vuoto con l indicesotto di oltre mille punti record storico (ma non in termini percentuali) - prima di ritrovare una misura di stabilità. Il terzo giorno di perdite ingenti dopo quelle di giovedì e venerdì scorso hanno «ufficializzato» il panico anche sui mercati americani, mai così volatili dalla crisi del Il recupero poi è stato altrettanto drammatico ma l altalena veritiginosa dei titoli segnala BORSE IN PICCHIATA Perdite sulle piazze asiatiche. Tokyo sotto del 4,6%, Taipei del 7% Il contagio colpisce l Europa una instabilità accentuata dalla percezione di una sindrome cinese tutt altro che prevedibile, soprattutto in assenza di efficaci interventi monetari da parte di Pechino. Gli analisti hanno avuto un bel daffare a rassicurare i risparmiatori americani parlando di «correzione fisiliogica» o affermando, come ha fatto Kevin Rose che «se siete a più di dieci anni dalla pensione non avete nulla di cui preoccuparvi». Rassicurazioni che hanno avuto solo l effetto contrario di far intravedere l incertezza degli operatori di fronte ad una crisi dai contorni globali difficilmente interpretabili e prevedibili. Un quadro in cui LE REAZIONI DELLE BORSE EUROPEE AL TONFO DELLA BORSA CINESE /LAPRESSE Paese dove il welfare è ancora quasi inesistente, la prospettiva di un invecchiamento della popolazione attiva non dev essere un elemento di serenità. Appaiono profetiche le parole di Hu Xingdou, docente di economia all Institute of Technology di Pechino, su ciò che sta accadendo. «La Cina - dice - sta cercando di adeguarsi a un economia in trasformazione ma sarà difficile migliorare la situazione». E fa presente che un rallentamento della crescita è possibile che produca un allargamento delle distanze La borsa di Francoforte chiude a -4,7 ma negli Usa calo più contenuto tra la parte ricca e la parte povera della popolazione. L unico salvagente che - secondo il Wall Street Journal - può metter in campo la Banca del Popolo è un nuovo taglio di mezzo punto del coefficiente di riserva obbligatorio per le banche (Rrr), liberando liquidità per 100 miliardi di dollari, potenzialmente utili a rilanciare i prestiti e il mercato immobiliare, accelerando l andamento dell economia. la Cina da grande rivale da contenere rischia di trasfomarsi in grande liability. La grande paura è che con la stagnazione europea, il rallentamento della fabbrica cinese possa minacciare la fragile ripresa americana fondata su crescita pur modesta di Pil, occupazione e ora anche mercato immobiliare. Paradossalmente negli otto anni che ci sono voluti per riportare in positivo quegli indici, la finanza ha vissuto una vera e propria esplosione, più che triplicando il livello dal crack dei subprime. È l argomento addotto da chi considera l attuale correzione come parte di una fluttuazione strutturale e financo necessaria per riflettere l economia reale. Ma l attuale crisi serve proprio ad illustrare il ruolo della finanza come motore speculativo di un economia fittizia sempre più rimossa da quella «reale» sulla quale ha nondimeno una pervasiva ingerenza, dalla gestione dei debiti sovrani all instabilità dei mercati alla diseguaglianza nella creazione di benessere. Con gli effetti della crisi ingigantiti dalla speculazione globale si ha la sensazione che gli interventi dei governi stentino ad avere un effetto concreto. Nei giorni immediatamente precedenti il tonfo, in Usa avevano ripreso a circolare insistenti le voci su un prossimo ritocco dei tassi da parte della Fed il primo in otto anni. Non è chiaro che effetto avrà l attuale crisi sulla decisione della banca centrale americana che giovedì ospiterà banchieri e amministratori finanziari nell annuale convegno di Jackson Hole. In Cina emergono i limiti di un modello che, pur molto diverso da quello dominante nei paesi capitalistici occidentali nell ultimo trentennio, ha in comune il contenimento dei salari e la carenza dei consumi interni (pur se a livelli molto più bassi). C è stata una accumulazione forzosa volta a recuperare la sua arretratezza (capitalistica), alimentata con una distribuzione favorevole ai profitti (pubblici e privati) canalizzati in nuova capacità e innovazione produttiva, spingendo gli stessi redditi da lavoro a finanziare in Borsa le imprese e lo stato (il cui debito è pari al 280% del Pil). L elevato aumento della capacità produttiva e i bassi consumi interni hanno determinato anche un elevato surplus nel commercio estero e il reinvestimento dei proventi valutari in titoli stranieri, soprattutto Usa. Il modello di sviluppo cinese ha dunque contribuito al fenomeno mondiale della forte crescita di debiti e crediti che ha contribuito alla crisi globale, ma in modo diverso (e fortemente controllato dallo stato) dalla finanziarizzazione delle economie occidentali. In queste ultime gli squilibri nel settore reale erano attutiti dal crescente interscambio con la Cina. Tuttavia, le persistenti cause della crisi dei paesi capitalisticamente sviluppati hanno finito per trasmettere i loro effetti negativi anche al sistema cinese. La decelerazione dell economia cinese ha cause proprie, ma un contributo è ascrivibile alla perseverante crisi delle economie occidentali che ha finito per assumere una dimensione effettivamente globale. Questa evoluzione negativa è stata accentuata dalle politiche prevalenti nell Euro zona, da mesi concentrate sui vincoli da imporre alla Grecia (ma con intenti dimostrativi per gli altri paesi periferici e la stessa Francia) per assisterla con un intervento da 86 miliardi di euro (in buona parte da utilizzare per la restituzione di debiti alla stessa Troika) che, tuttavia, rappresenta circa un decimo di quanto le Borse europee hanno perso nella sola settimana scorsa e ieri per effetto della "sindrome cinese". Una similitudine significativa sulla quale dovrebbero riflettere sia i fautori del modello tedesco sia chi auspica la rottura dell euro è che nell Unione europea e in Cina si stanno evidenziando i pur prevedibili problemi generati dalla inadeguatezza - pur se a livelli diversi - dei salari e dei consumi, e dalla difficoltà di compensarne l effetto negativo sulla domanda con le esportazioni. Di fronte alla pericolosa tendenza delle svalutazioni competitive tra grandi aree - Usa, Cina, Giappone, Unione europea i paesi membri di quest ultima rischiano di parteciparvi, per di più, in ordine sparso, se torneranno dall euro alle valute nazionali. La concentrazione degli intenti espansivi sulla politica monetaria sta alimentando una ingente offerta di liquidità che, permanendo gli ostacoli di natura reale alla ripresa e alla sua riqualificazione, rifornisce la speculazione finanziaria e crea nuove "bolle", anche in Cina, dove iniziano ad esplodere. Nel dibattito teorico si è tornati a valutare l ipotesi che sia in atto una "stagnazione secolare" (come nella grande crisi degli anni 30 del secolo scorso, con motivazioni arricchite dalle specificità della crisi attuale), ma lo si fa per lo più - nei congressi accademici e in una "rassicurante" ottica di lungo periodo che sembra definire un piano parallelo di discussione sconnesso dalle vicende e dalla politiche economiche correnti. Come da tempo succede i politici credono di avere altro cui pensare, ma - avvertiva Keynes - «sono di solito schiavi di qualche economista defunto».

4 pagina 4 il manifesto MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 POLITICA GRECIA Si dimette Tasos Koronakis: «Partito svalutato dalle scelte di Tsipras» Syriza perde il suo segretario Angelo Mastrandrea I n un giorno solo, Alexis Tsipras ha perso il suo successore e pure il predecessore. Nella riunione della segreteria politica di Syriza, alla quale ha partecipato per sostenere che l obiettivo è «ottenere un mandato chiaro per quattro anni» e che il partito «deve incontrare la società», il premier si è trovato a dover fare i conti con la lettera di dimissioni del segretario Tasos Koronakis, con il quale aveva condiviso la militanza fin dai tempi del G8 di Genova e poi quando si erano ritrovati a essere il primo (Tsipras) segretario della neonata Coalizione della sinistra radicale e l altro leader del movimento giovanile. Koronakis non è stato tenero con il primo ministro, accusato di aver «svalutato» il partito, non tenendo conto delle decisioni del Comitato centrale (che si era Anche Alavanos, ultimo segretario del Synaspismos, con Unità Popolare Il premier tira dritto espresso a maggioranza contro il Memorandum) e convocando le elezioni senza tenere in considerazione Syriza, provocando in questo modo la fuoriuscita non solo della minoranza interna, ma l esplosione dell intera Coalizione. Nella lettera che si conclude con le dimissioni il segretario non risparmia neppure la Piattaforma di sinistra, pure accusata di avere una «responsabilità significativa» nella «continua svalutazione del partito». Si tratta di una defezione pesante non solo perchè Syriza si ritrova senza segretario nel momento di maggiore difficoltà e neppure per il fatto che Tsipras perde una figura della sua maggioranza, ma soprattutto perché indica come giorno dopo giorno la prima forza politica della Grecia si stia sgretolando, paradossalmente proprio nel momento in cui i sondaggi la davano al massimo storico. Meno sorprendente, invece, è l endorsement per Unità popolare dell ultimo segretario del Synaspismos Alekos Alavanos. L economista che fu tra gli artefici della nascita di Syriza e dello svecchiamento del partito (fu lui a proporre Tsipras alla segreteria) aveva già da tempo abbandonato i suoi compagni e alle elezioni di gennaio aveva sostenuto il piccolo partito di ultrasinistra Antarsya, che non aveva ottenuto il quorum per entrare in Parlamento. Ieri con la sua formazione Piano B (che si richiama apertamente al Grexit) ha stretto un accordo con il leader di Unità Popolare Panagiotis Lafazanis, invitando anche il partito comunista Kke a stringere un alleanza elettorale. «Noi non consideriamo il Kke come un nostro nemico. Noi non consideriamo nemica alcuna forza di sinistra, progressista e che sia contraria al terzo piano di salvataggio. Al contrario, noi vogliamo formare un grande fronte comune con tutte queste forze», ha detto Lafazanis, che ha accettato il mandato esplorativo dal Presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos dopo il fallimento del tentativo del leader di Nea Democratia Vangelis Meimarakis. Fabio Veronica Forcella D opo i deludenti dati sulla crescita e l onda d urto della crisi cinese ci mancava solo un altro buco tra i 15 e i 20 miliardi nei conti pubblici. La questione sollevata dalla Corte Costituzionale, chiamata in causa dalla Corte dei Conti, è molto tecnica, ma rischia di diventare presto tutta politica. In previsione della prossima legge di Stabilità, sul tavolo del presidente del Consiglio Renzi e del ministro dell Economia Padoan, infatti, potrebbe esserci proprio la recente pronuncia della Consulta che certifica «l illegittimità costituzionale dell assestamento di Bilancio 2013 della Regione Piemonte». In sostanza, i giudici costituzionali contestano alla Regione di aver utilizzato i soldi della legge 35 quelli destinati al pagamento dei debiti arretrati della pubblica amministrazione per finanziare la spesa corrente. «Una legge dello Stato recita duramente la pronuncia 181 della Consulta nata per porre rimedio agli intollerabili ritardi nei pagamenti, che ha subito una singolare eterogenesi dei fini». Si parla di circa 2,5 miliardi di euro solo per il Piemonte. L amministrazione chiamata in causa è quella dell ex governatore leghista Roberto Cota che in un tweet parla di «strumentalizzazioni». Dopo aver scaricato le responsabilità sui debiti ereditati dall amministrazione Bresso, l ex governatore della Lega ci tiene a precisare che «i criteri utilizzati sono stati concordati con il Governo di allora e sono gli stessi usati dalla Giunta Chiamparino». L attuale governatore Sergio Chiamparino ricorda a Cota che è vero che i criteri utilizzati sono gli stessi, ma aggiunge: «Io come Commissario straordinario, posso farlo». La questione è proprio questa. Le Regioni non possono fare mutui per finanziare nuova spesa, lo Stato sì. E il presidente Chiamparino nominato commissario, al contrario di Cota, può Ma le grane a sinistra per il premier non finiscono qui. Pure l ex partigiano Manolis Glezos ieri è tornato ad attaccare il suo ex partito: «Non c è spazio per nessun accordo post-elettorale», ha detto, a meno che dal Megaro Maximo (la sede del governo) non si faccia autocritica. A mantenere le distanze dalla neonata Unità Popolare è invece Yanis Varoufakis. In un intervista a una tv francese l ex ministro delle Finanze ha detto di sentirsi lontano dalle loro posizioni perché «per loro il ritorno alla dracma è una questione di ideologia». Invece «per la Grecia è meglio rimanere nell euro, anche se non dobbiamo farlo a ogni costo». Per questo non ha escluso di poter tornare a collaborare con un futuro governo guidato da Syriza, ma solo se cambieranno le politiche economiche. Per il momento non pare che Tsipras abbia alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. Alla segreteria del partito il capo del governo ha illustrato le linee guida della campagna elettorale, decise il giorno prima nella riunione con il suo staff di fedelissimi (tra ministri ed esponenti di Syriza): innanzitutto la richiesta di un «mandato chiaro di quattro anni», ma anche la necessità di porre l accento non tanto sulla «guerra civile» tra ex compagni di schieramento (al contrario di Unità Popolare che intende invece dimostrare che «la sinistra siamo noi») quanto sul programma di governo, antiliberista e contro il blocco d affari interno, «per una graduale uscita del Paese dai controlli e dai Memorandum». Infine ha sottolineato la necessità di una riorganizzazione del partito e di una sua apertura alla società. Ma su questo punto l impressione è che sarà necessaria una vera e propria rifondazione. farlo. «Il rischio che la vicenda si allarghi anche ad altre regioni c è - avverte Chiamparino (che oltre ad essere il presidente della Regione Piemonte è anche presidente della Conferenza Stato-Regioni) - anche se bisognerà studiare bene la sentenza della Consulta». Un trucchetto contabile, quindi, che non riguarderebbe solo il Piemonte, ma che sarebbe stato adottato anche da molte altre amministrazioni. Per questo, il rischio è di un nuovo buco nei conti pubblici, che potrebbe arrivare fino a 20 miliardi di euro. Secondo indiscrezioni la cifra che preoccupa i tecnici del ministero si aggirerebbe intorno ai miliardi. Lo stesso Chiamparino non lo esclude: «Non mi sembra irrealistica la cifra di 10 miliardi, anche se aggiunge dovremmo verificarlo bene con il ministero dell Economia e delle Finanze». È vero che non tutte le regioni hanno utilizzato mutui per finanziare nuova spesa, ma è anche vero che a farlo sono state proprio le regioni più grandi e con una spesa regionale consistente. Come il Lazio, la Puglia, l Abruzzo e SPAGNA TORNA PABLO IGLESIAS «PUNTIAMO ALLA MONCLOA» È tornato dalle vacanze, pronto a rilanciare la sfida. Ieri a Madrid il leader di Podemos, Pablo Iglesias, ha tenuto una conferenza stampa che di fatto apre la lunga corsa elettorale all insegna della «svolta radicale» per la Spagna, sull onda degli ultimi successi alle municipali. Prima mossa: l hastag #PabloIglesiasToMoncloa che già comincia a spopolare on line, indicando l obiettivo politico di Podemos. «Vogliamo vincere le elezioni politiche, puntiamo al palazzo della Moncloa (residenza ufficiale del primo ministro spagnolo)». I sondaggi, tuttavia, indicano Podemos sulla soglia del 12% dietro Partito Popolare (Pp) e Partito Socialista Spagnolo (Psoe). Iglesias ha respinto una volta di più l'ipotesi di un accordo di coalizione tra Psoe e Podemos dopo le elezioni generali: «assolutamente improbabile». D altro canto, non ha escluso «processi di dialogo decentrati» con nuove piattaforme di sinistra alternative come Ahora it común. Secondo il leader di Podemos, l appuntamento con le urne si terrà a dicembre. Il 27 settembre, intanto, sono fissate le elezioni in Catalogna. Un test che ruota ancora sull indipendenza di Barcellona da Madrid. Iglesias in conferenza stampa ha definito come «unica opzione» al secessionismo «Catalonia Yes We Can (Catalunya Si Que Es Pot)» che riprende il motto del 15-M «sí se puede» e tiene insieme i rosso-verdi di Icv. PORTOGALLO COSTA, LEADER SOCIALISTA HA 55 PROPOSTE Il sindaco di Lisbona António Costa, vincitore delle primarie socialiste per la candidatura a premier alle elezioni di ottobre, potrebbe sfidare a viso aperto i creditori. E ha lanciato un «pacchetto» di 55 provvedimenti, che puntano a sostenere crescita e occupazione, rilanciare la sanità e l istruzione pubblica, ma anche a rendere più difficile il licenziamento dei lavoratori. Insomma, un idea di governo in aperta alternativa a quanto Bruxelles si aspetta nella Ue. ITALIA Corte dei Conti e Consulta scoprono un buco tra i 15 e i 20 mld nei bilanci regionali Il trucco c è, Chiamparino conferma la Campania. Quest ultima, infatti, ha un commissario straordinario, ma solo per le spese in sanità. Le uniche regioni che al momento sarebbero escluse sono la Lombardia e la Toscana. «I finanziamenti erogati dallo Stato per il pagamento dei debiti regionali afferma Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana non sono stati utilizzati per nuove spese correnti o per investimenti, e vengono regolarmente rimborsati al tasso d'interesse prefissato». Al rientro dalle vacanze, la situazione che dovranno affrontare i tecnici del governo, rischia di far saltare i conti pubblici, perché i fondi messi a disposizione dallo Stato per pagare i debiti della pubblica amministrazione, erano, in tutto, 26 miliardi. C è il timore concreto che il governo nella prossima legge di stabilità approfitti di questa sentenza e degli scandali che hanno interessato quasi tutte le regioni italiane Belsito e Fiorito, in testa per iniziare a tagliare, partendo proprio dai budget regionali. Anche per questo, forse, il presidente Rossi parla di «attacco all'istituto Regione in quanto tale». Il governatore della Toscana teme che si faccia «di ogni erba un fascio, senza distinguere comportamenti diversi tra le regioni e senza denunciare in modo chiaro chi sbaglia». Mentre, secondo Sergio Chiamparino «su riordino, riorganizzazione della pubblica amministrazione, centralizzazione degli acquisti e riduzione delle partecipate, le regioni sono pronte a fare anche più di quello che gli viene chiesto». Su altre voci, però, come un ulteriore riduzione del Fondo sanitario la risposta è netta: «No». GRECIA Il governo ferma le miniere d oro di Skouries ATENE P rimo giorno a riposo forzato, ieri, per un paio di migliaia di dipendenti (tra occupati diretti e dell indotto) delle miniere d oro di Skouries, nella Penisola Calcidica. Il ministro della Ricostruzione produttiva Panos Skourletis ha infatti sospeso l attività mineraria alla compagnia canadese Canadian Eldorado Gold per «violazione dei requisiti tecnici». La chiusura delle miniere, contestate da un vasto fronte di comitati e movimenti per la loro invasività ambientale e perché avrebbero arricchito solamente la multinazionale devastando il territorio, era stata un cavallo di battaglia di Syriza alle scorse elezioni. Già a marzo l allora ministro Panagiotis Lafazanis (ora leader di Unità Popolare) aveva limitato le operazioni sospendendo due licenze, e il suo successore Skourletis, fedelissimo di Tsipras (che ha dato l ok alla sospensione), ha portato a termine la revisione delle concessioni minerarie cominciata dal predecessore, dando ragione ai comitati e movimenti che ne chiedevano la chiusura e per i quali la Penisola Calcidica è diventata un po come la Val di Susa per i No Tav in Italia. Una decisione che lo stesso premier ha rivendicato in televisione nel suo messaggio di dimissioni, insieme alla riapertura della tv pubblica Ert chiusa dal governo Samaras (altro cavallo di battaglia elettorale). Un segnale di sfida lanciato alla sinistra e il tentativo di dimostrare che, pure con il Memorandum imposto, esistono spazi per decisioni politiche alternative e radicali. La Hellenic Gold (filiale locale della Canadian Eldorado) ha fatto sapere che farà ricorso alla magistratura contro il governo e per ripicca ha immediatamente sospeso i lavoratori, annunciando che se le estrazioni non riprenderanno questi saranno licenziati, facendosi forte del fatto che nella regione le miniere rappresentano il più importante datore di lavoro e l impatto sociale della chiusura sarebbe fortissimo. Una vecchia contraddizione, quella tra ambiente e lavoro, che si ripropone in un Paese che ha il più alto tasso di disoccupazione d Europa e già allo stremo per le politiche economiche di austerità. I contestatori delle estrazioni hanno risposto sostenendo che i minatori potrebbero essere utilizzati per risanare il territorio, ma in ogni caso se ne riparlerà a ottobre, quando si insedierà il prossimo governo. A meno che di fronte alle pressioni e ai ricatti occupazionali della compagnia il governo di transizione elettorale che verrà non deciderà di riaprirle. La sospensione delle attività non ha fermato le proteste di anarchici e antagonisti, che in questi giorni stanno tenendo un campeggio antiautoritario a Ierissos, vicino alle miniere. Domenica una manifestazione si è conclusa con incidenti: la polizia ha lanciato lacrimogeni e granate assordanti, e ha arrestato 78 attivisti.

5 MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 il manifesto pagina 5 ITALIA UNIONI CIVILI Oggi Renzi al meeting di Cl Chiesa e centrodestra all attacco del ddl Cirinnà LA CONFERENZA STAMPA DI FRANCO GABRIELLI. IN ALTO, UN IMMAGINE DEI FUNERALI DI VINCENZO CASAMONICA FOTO LAPRESSE MAFIA CAPITALE Il prefetto di Roma polemizza con il Copasir. Nuovo modello di controllo del territorio Gabrielli: «Falla nell intelligence» Eleonora Martini ROMA «V icenda gravissima: le informazioni c erano ma non sono state ritenute «I funerali-show di Vittorio Casamonica si potevano evitare: vulnus nel processo informativo» Mauro Ravarino TORINO A ndrea Soldi non soffriva di cuore, non aveva patologie cardiache pregresse. È morto a causa di una «ipossia», una carenza di ossigeno, prodotta dalla compressione del collo. A confermarlo è il risultato degli esami istologici, svolti dal medico legale Valter Declame, sui tessuti della vittima. Sono stati effettuati per ordine della procura di Torino. Andrea, 45 anni, soffriva di schizofrenia ed è morto il 5 agosto scorso durante un ricovero forzato, mentre se ne stava seduto su una panchina in piazza Umbria, non distante dal centro cittadino. La sua panchina, quella dove passava spesso i pomeriggi e che ora è diventata luogo del ricordo di un «gigante buono», presenza fissa per la gente del quartiere. Per il decesso di Soldi sono indagati per omicidio colposo gli agenti della pattuglia «Pegaso 6» della polizia municipale, Enri Botturi, Stefano Delmonaco e Manuel Vair, e lo psichiatra che aveva richiesto il Tso, Pier Carlo Della Porta. Dalle analisi, nonostante l'obesità, risulta che l'uomo godesse in generale di buona salute fisica. Secondo l inchiesta coordinata dal pm Raffaele Guariniello, la sua morte sarebbe riconducibile a una compressione del collo, non a un infarto. Soldi, bloccato dai vigili, è stato caricato in ambulanza ammanettato e a faccia in giù: manovre che hanno determinato uno scarso afflusso di ossigeno al cervello e innescato la crisi mortale. Una concatenazione di effetti: l ipossia ha portato a una anemia cerebrale acuta, alla perdita di coscienza e a un prioritarie per mancanza di sensibilità adeguata. E perciò non hanno raggiunto il questore che avrebbe potuto intervenire in modo preventivo», come farà domani, quando si celebrerà la prima messa di suffragio per Vittorio Casamonica evitando così che si possa ripetere lo show del 20 agosto scorso. «Ma non sono io che devo far rotolare teste, se necessario lo farà il ministro». Mette subito le cose in chiaro, il prefetto di Roma Franco Gabrielli, al termine del Comitato provinciale per l ordine e la sicurezza convocato per rimediare il danno d immagine internazionale di una capitale sotto scacco dei clan. «Non ci sono rilievi che possa muovere ai vertici delle forze di polizia per quanto accaduto prima», dice. E spiega che l unico vero errore è di non aver saputo evitare il sorvolo non autorizzato della città da parte dell elicottero che ha gettato petali di rosa sul corteo funebre: «Il tema del sorvolo è un tema molto importante ma attiene alla sicurezza nazionale e si affronta e si risolve con un azione di intelligence e investigativa». Una risposta indiretta al leghista Giacomo Stucchi, presidente del Copasir, che aveva subito scaricato sulla gestione capitolina dell ordine pubblico le responsabilità della violazione dello spazio aereo cittadino. Sarà dunque Angelino Alfano, rilancia l ex capo della protezione civile, a doverne trarre le conseguenze. Sul territorio romano invece «c è stato un vulnus nel processo informativo». Secondo il resoconto di Gabrielli, del vice sindaco Marco Causi e del vice questore vicario Luigi De Angelis, a non funzionare è stata la trasmissione selettiva delle informazioni dal basso verso l alto, la capacità di riconoscere quelle più sensibili per mettere in moto un sistema di allerta adeguato e «produrre le azioni adeguate». «E sono mancati anche le sollecitazioni giuste anche dall alto verso il basso». Non che i Casamonica fossero famiglia sconosciuta alle forze dell ordine: «Negli ultimi 5 anni sono stati arrestati 117 esponenti e sequestrati milioni di beni». Ma se dalla polizia giudiziaria che ha concesso al figlio Antonio di lasciare i domiciliari per partecipare alle esequie del padre, e dal carabiniere che ha notificato l atto, l informazione fosse giunta al questore Nicolò D'Angelo, si sarebbero potute prendere le misure che saranno adottate domani quando nella chiesa di San Girolamo Emiliani, zona Morena, nel quartiere di residenza del defunto, verrà celebrata la prima messa di ricordo di Vittorio Casamonica. Il questore infatti, ha spiegato De Angelis, ha il potere di applicare gli «articoli 25, 26 e 27 del Tupls sulla pubblica sicurezza» per vietare ogni funzione religiosa «in luogo pubblico o fuori dei luoghi di culto» o «con modalità clamorose». La soluzione, però, affinché «quanto avvenuto non si ripeta mia più» è già pronta: «Per due mesi verrà sperimentato un nuovo modello di selezione e trattamento notizie che poi diventerà operativo dal 1 dicembre - annuncia Causi -; un vero e proprio salto di qualità della presenza dello Stato nel territorio della Capitale, per garantire meglio il controllo». La novità sarebbe «un gruppo di raccordo permanente composto dai capi gabinetto di prefettura, questura, guardia di finanza, carabinieri, forestale e polizie locali - riferisce Gabrielli - che avrà il compito di definire e aggiornare periodicamente un ranking di informazioni prioritarie da indirizzare ai vertici del sistema. E finalmente sarà portato a termine il progetto di interconnessione delle sale operative di polizia e carabinieri». Per evitare poi che «la gente percepisca insicurezza», ci sarà «un nuovo modello di controllo del territorio per aree e non per obiettivi: ciascun corpo di polizia PREMIER IN TOUR Rimini, Rossini e infine L Aquila L Italia e la sfida del mondo. Titolo impegnativo per la prima volta del presidente del Consiglio Matteo Renzi al Meeting di Comunione e liberazione, l anno scorso aveva declinato l invito. Oggi (alle 13) l organizzazione ciellina gli ha riservato l auditorium grande e la compagnia del solo Giorgio Vittadini. Ma è solo il primo appuntamento di Renzi, che immediatamente dopo si sposterà da Rimini a Pesaro per un appuntamento pubblico. Si terrà al teatro Rossini «vista la grande richiesta» ha spiegato Matteo Ricci, sindaco ed esponente della «sinistra renziana», la corrente dei giovani turchi. Con l occasione Pesaro chiederà al governo una legge speciale «in vista del 150esimo anniversario della morte di Gioachino Rossini» (mancano più di tre anni). Dopo di che, Renzi tornerà a Roma passando per l Aquila, la sua prima volta nella città devastata dal terremoto sei anni fa. La visita arriva dopo che nessun esponente del governo si era fatto vedere durante le cerimonie per l anniversario di aprile scorso. Il premier farà due riunioni chiuse «di lavoro». L agenda è piena, spiega il sindaco Cialente: «Abbiamo il problema del personale, il problema delle tasse da restituire, quello del 4% dei fondi per la ricostruzione destinati allo sviluppo, e infine dobbiamo parlare anche dell'università». avrà l esclusività del controllo di una certa zona metropolitana di Roma per un determinato periodo». Tutti gli sforzi, dunque, saranno posti per prevenire. Perché intervenire a cose fatte è difficile, spiega ancora il prefetto di Roma. In particolar modo per i funerali-show che tanto hanno fatto «scandalo», durante i quali però l unico reato ipotizzato sarebbe quello commesso dall elicotterista. «Se si fosse alzato in volo un elicottero della polizia o dei carabinieri - puntualizza Gabrielli - avrebbe creato turbolenze, una condizione di pericolo per il velivolo e le persone sotto. Ma se ci fosse stato un terrorista a bordo sarebbe stato un problema. Gli ultraleggeri però possono muoversi liberamente, per non parlare dei droni. E una volta alzati in volo le possibilità di intercettarli sono pari a zero. Questi casi si risolvono solo con attività preventiva di intelligence». In ogni caso, conclude Gabrielli, «dobbiamo fare uno sforzo per dimostrare che non abbiamo alcuna paura dell ambiente criminale, ma non in un ottica di legge del taglione». «Rispondiamo uniti, ma senza emotività», dice Causi. Quasi un invito ad ascoltare quei parenti di «zio Vittorio» che al settimanale Oggi hanno spiegato: «Ci chiamiamo Casamonica ma non siamo tutti uguali Siamo tanti, e come in tutte le famiglie c è il buono e c è il cattivo». «danno cardiaco secondario», dovuto alla carenza di ossigeno. Su Andrea, durante il trasporto in ambulanza, non è stato eseguito nessun intervento di rianimazione. I consulenti medici delle difese avanzano, però, un ipotesi alternativa: quella della forte scarica di adrenalina. Nessun soffocamento, nessun strangolamento. È stata una morte «aritmica», per usare il lessico degli specialisti, dettata da un «eccesso di iperincrezione». Uno spavento eccessivo. L avvocato della famiglia e cugino di Andrea, Giovanni Maria Soldi, non concorda: «A me sembra improbabile. I segni della compressione del ROMA D a una parte ci sono gli annunci del premier Matteo Renzi e dei suoi ministri che assicurano l'approvazione entro la fine dell'anno del disegno di legge Cirinnà sulle Unioni civili. Dall'altro le parole del presidente della Cei il cardinale Angelo Bagnasco, che dopo lo stop dato nei giorni scorsi ieri ha ribadito ancora una volta la contrarietà della chiesa al provvedimento. In mezzo gli alfieri della crociata contro l equiparazione di diritti tra coppie etero e omosessuali, i parlamentari di Area popolare - primi fra tutti quelli del Ncd di Alfano - ma anche un Pd per niente compatto e convinto sul ddl, al punto che anche tra le sue fila è possibile contare qualche parlamentare incerto sul da farsi. Non accenna certo di diminuire la polemica intorno al ddl Cirinna, che anzi vede la strada per la sua approvazione (il provvedimento è in commissione Giustizia del Senato) sempre più in salita. Le unioni civili non possono essere omologate alla famiglia «perché sono realtà diverse: bisogna riconoscere la diversità delle realtà TORINO L inchiesta sulla morte di Soldi, sottoposto con la forza al trattamento sanitario obbligatorio «Non è stato il cuore, Andrea è morto soffocato» Il risultato degli esami istologici ordinati dalla procura. Segni evidenti sul collo. Indagati per omicidio colposo tre agenti municipali e uno psichiatra collo ci sono e sono evidenti: quell intervento è stato troppo invasivo ed è stato protratto a lungo. In ogni caso, adrenalina o no, cambia poco. Un soggetto schizofrenico è più esposto a certi pericoli e deve essere gestito secondo modalità specifiche. Non si poteva procedere in quel modo». Se la relazione definitiva sull autopsia, che arriverà al procuratore Guariniello, convaliderà l'ipotesi «ipossia», si avranno maggiori certezze sui tempi del decesso della vittima. Per ora, sembra sia avvenuta in tempi molto rapidi, persino prima del suo arrivo all ospedale Maria Vittoria. La procura nei giorni scorsi aveva acquisito il protocollo che dal 2008 fornisce alla polizia municipale le indicazioni da seguire in caso di «accompagnamento coattivo in ospedale». I vigili devono «cercare di essere accondiscendenti e concilianti evitando di parlare ad alta voce e di usare modi bruschi». Tentando «per quanto possibile» di instaurare «un buon dialogo con il soggetto». La forza si deve usare solo come ultima risorsa, in caso di manifesta pericolosità, e per il tempo necessario a somministrare un sedativo. I carabinieri del Nas sostengono che quel giorno Andrea non dovesse essere trattenuto con la forza perché non era stato aggressivo né con altri né con se stesso. Come mai alla presenza di un agente di esperienza - uno dei tre era formatore regionale - e di uno psichiatra di lungo corso la situazione è così degenerata? Perché tale violenza, visto che l unica forza esercitata da Andrea era quella di non staccarsi dalla panchina? E perché nessuno lo ha rianimato? e trattare le singole realtà secondo la concreta situazione. Omologare automaticamente mi pare che sia contro la logica», ha ripetuto ieri il cardinale Bagnasco definendo «polemiche che non aiutano» gli interventi di quanti hanno letto le sue parole come un'ingerenza da parte della chiesa nel dibattito politico del Paese. «Nessuno può fare delle ingerenze - ha proseguito Bagnasco -: tutti devono portare il proprio contributo rispettando la responsabilità di ciascuno». Delrio: «Il governo tira dritto». Ma Bagnasco ribadisce il no al testo. E nasce una polemica sull «utero in affitto» ANGELO BAGNASCO Il problema è che più che contributi alla discussione, sul ddl stanno piovendo massi destinati a fermare del tutto l'iter della legge. Ieri il ministro Graziano Delrio ha garantito ancora una volta l'impegno del governo a voler andare avanti con l'esame del testo, pur assicurando l ascolto di tutte le posizioni presenti in parlamento. Più che sufficiente per scatenare le reazioni di una destra che di confrontarsi non ne ha nessuna voglia. E che anzi preferisce dettare lei le regole del gioco. Così Paola Binetti (Ap) ha subito chiesto a Renzi di ritirare il ddl Cirinnà (a proposito di dialogo), seguita dal collega Alessandro Pagano che ha chiesto di sostituire il testo in discussione con la proposta di legge firmata da lui e Maurizio Sacconi sui diritti individuali dei conviventi. Il che per essere chiari significherebbe «no all'equiparazione al matrimonio, no all'adozione gay e no all'orrenda pratica dell'utero in affitto», come ha spiegato la stesso Pagano. Questa dell'«utero in affitto»(in realtà si chiama gestazione di sostegno, ma a destra preferiscono involgarire il linguaggio) è un'altra della motivazioni che i parlamentari di Area popolare accampano nel tentativo di bloccare il ddl Cirinnà. Il senatore Gaetano Quagliarello ha proposto di abolirla per legge, sicuro che poi si troverebbe un'intesa sulle unioni civili. E subito Eugenia Roccella, deputata anche lei di Ap, ha proposto un emendamento al ddl sulle unioni civili che «ne modifichi profondamente l'impostazione». In realtà nel testo in questione è prevista la stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio del partner, ma nessun via libera all'adozione per i gay né alla gestazione di sostegno. Come conferma il senatore Felice Casson, vicepresidente della commissione Giustizia del Senato che a settembre riprenderà l'esame del testo. «Sono scuse per bloccare il ddl, come ha spiegato più volte in commissione la relatrice del testo», dice. «Chi fa queste affermazioni o non conosce affatto la legge oppure è in malafede». c.l.

6 pagina 6 il manifesto MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 INTERNAZIONALE LIBANO 400 feriti e diversi fermati. In serata confermata la voce di un manifestante morto «Tu puzzi», Beirut in piazza Discarica chiusa e montagne di immondizia per le strade della capitale Matteo Miavaldi NEW DELHI I eri mattina la Corte del Tribunale del Mare di Amburgo ha respinto entrambe le richieste di parte italiana relative alle manganelli. C era ancora la luce quando le prime file - giovani, alcuni giovanissimi - tra un selfie e l altro, hanno iniziato a spostare il filo spinato che le separava dal cordone di sicurezza della polizia. Il valzer tra manifestanti e forze dell ordine è andato avanti anche col buio tra il lancio di oggetti, incendi estemporanei, cannoni ad acqua, proiettili di gomma ad altezza uomo e colpi sparati in aria. Così per diverse ore, fino a quando i lacrimogeni hanno disperso la folla e spinto le proteste poco più avanti, in Piazza dei Martiri dove, nel 2006 migliaia di tende chiedevano le dimissioni del premier e l'inizio di una nuova fase politica. Lì, tra le fiamme dei cassonetti, i carrarmati hanno spinto via gli ultimi manifestanti rimasti. Insieme ad altri esponenti politici, a essere preso di mira è il premier Tamman Salam di cui i manifestanti chiedono le dimissioni che lui stesso, ieri in conferenza stampa, ha minacciato. L ipotesi potrebbe dare vita ad un peggioramento dell instabilità del Paese dei Cedri dove manifestazioni di solidarietà con #YouStink hanno riempito le strade da Tripoli alla valle della Bekaa. Oltre 400 feriti, secondo la Croce Rossa Libanese e diversi fermati è il bilancio di due giorni di scontri in cui sembra (ma la notizia non è ancora stata ufficialmente confermata) ci sia anche una vittima. Nel frattempo, Mohammed Machnouk, ministro dell ambiente che il mese scorso a più riprese aveva denunciato il rischio epidemia, dichiarando un «lieto fine a questa crisi e l apertura di una nuova pagina», ha annunciato ieri i nomi delle compagnie vincitrici della gara di appalto per lo smaltimento dei rifiuti nei sei governatorati del Libano. Marta Santomato Cosentino BEIRUT Y oustink. «Tu puzzi». È il lezzo non solo della pattumiera accatastata per le strade e poi data alla fiamme, ma anche della corruzione dilagante e del malcostume endemico che, secondo i manifestanti, olia i meccanismi della politica libanese. Si sono riuniti sotto l hashtag #YouStink le ormai migliaia di cittadini che, un mese fa, per la prima volta, dopo aver bloccato le strade e bruciato i rifiuti, hanno portato i sacchi neri e il loro sdegno sotto il Grand Serail, il palazzo del governo, nel centro di Beirut. #YouStink è un movimento nato e cresciuto in internet in risposta alla cosiddetta «crisi dei rifiuti» che ha colpito la capitale e il Monte Libano dopo che, a metà luglio, la principale discarica della zona, che faceva fronte allo smaltimento ben oltre le proprie capacità, è stata chiusa senza che venisse tempestivamente trovata una soluzione alternativa. La chiusura del sito ha coinciso poi con la fine del contratto con la Sukleen, la società incaricata della raccolta dei rifiuti. Per oltre una settimana, i camion sono così rimasti fermi e montagne di immondizia hanno sommerso le strade, reso irrespirabile l aria ed esasperato un malcontento dalle radici antiche, in cui la puzza di pattumiera ha l odore di un disagio strutturale di più ampio respiro. È quello di un paese attanagliato da una crisi economica e sociale, tenuto in scacco dagli echi della crisi siriana e dai delicati equilibri internazionali, ma anche dilaniato sempre dalle divisioni interne. Un paese in cui si paga a caro prezzo la mancanza di servizi essenziali, come l acqua e l elettricità che rappresentano ancora un lusso. I manifestanti lamentano la paralisi politica e la sua incapacità di trovare una ricetta davvero esaustiva e ora, guardando alle primavere arabe, gridano «Rivoluzione» e «Le persone vogliono rovesciare il regime», mentre chiedono elezioni trasparenti. Denunciano una disfunzionalità del governo che, in più di un anno, non è stato in grado di raggiungere un intesa sul successore di Michel Suleiman e di chiudere il capitolo della vacanza presidenziale. Da oltre un mese, sempre più numero- Michele Giorgio N on è il caso di lasciarsi suggestionare dallo slogan che urlare, ha avuto un chiaro obiettivo politi- di arrivare fin dentro i palazzi del potevano l altra sera i libanesi: «Il co: esprimere l insoddisfazione dello popolo vuole la caduta del regime». schieramento filo siriano e filo iraniano Parole note un po a tutti, scandite «8 marzo» contro il primo ministro cinque anni fa da milioni di tunisini ed Tammam Salam sempre più condizionato egiziani e che fecero crollare i dittatori dai voleri dell Arabia saudita. Allo LE PROTESTE DEI GIORNI SCORSI PER LE STRADE DI BEIRUT IN LIBANO /REUTERS Zine El Abidine Ben Ali e Hosni Mubarak. stesso tempo la decisione degli attivisti Le proteste a Beirut e gli scontri di «You Stink» di revocare le nuove ma- si, sempre più stanchi e disillusi, si danno appuntamento per protestare. L ultimo, la scorsa domenica. Seconda tappa di un fine settimana che ha risvegliato Beirut dal tepore estivo e ha riportato i tank in azione per le strade del centro. Il concentramento era fissato alle 18: nonostante il caldo, la folla aveva iniziato a radunarsi già dalle prime ore del mattino, insieme ai molti che, dalla notte prima, avevano risposto con un presidio di tende alle prime cariche di idranti. Gli scontri del giorno prima hanno condizionato la gestione della piazza senza che però, questa volta, venissero usati i violenti degli ultimi giorni scorsi hanno ben poco in comune con la cosiddetta «primavera araba», sfociata nel bagno di sangue al quale ora assistiamo in Iraq, Siria, Bahrain, Libia e Kurdistan. Niente accade in modo spontaneo nel Libano piegato sotto il peso del settarismo e delle conseguenze interne della guerra nella confinante Siria e che da 14 mesi non riesce ad eleggere nifestazioni convocate per ieri, rappresenta un accoglimento della volontà dei partiti del fronte «14 marzo», anti Damasco e anti Tehran, di non offrire opportunità agli avversari politici di sfruttare la rabbia popolare per costringere alle dimissioni il premier. L assalto tentato domenica sera alle sedi istituzionali sono ammonimenti diretti a chi dentro e fuori dal governo, il nuovo capo dello stato. O, per essere sotto il peso della pressione di Riyadh, più precisi, nessuna protesta di massa preme con più forza di prima per mettere TURCHIA Due militari uccisi da una bomba nell angolo Hezbollah, «reo» di può conservarsi a lungo a indipendente e popolare senza le influenze della combattere in Siria dalla parte di politica nazionale e regionale. Bashar Assad. Tutto è politica in Libano. Certo, le manifestazioni di questi Fu una finta protesta popolare, ad Prosegue la scia di sangue: due soldati morti e tre feriti nell esplosione di giorni sono nate inizialmente da un esigenza esempio, la «Primavera di Beirut» - no- una bomba a Hakkari, provincia sud-orientale, al confine con Iraq e Iran. Si genuina di condanna di un eseta come la «Rivoluzione dei cedri», pri- sospettano i guerriglieri curdi del Pkk nel «mirino» delle operazioni militari cutivo - e più in generale di un mondo ma e dopo l assassinio (nel 2005) del ordinate dal governo di Istanbul. Intanto, il ministro degli esteri turco, Mevlut politico corrotto - incapace di dare una premier sunnita Rafiq Hariri - descritta Cavusoglu, ha annunciato l intesa con gli Usa per raid congiunti che risposta a un bisogno elementare dei in Occidente come una lotta per la libe- «potrebbero aprire una nuova fase nella lotta al Califfato». Già dieci giorni cittadini. Ma un malcontento del genere, razione del Paese dal controllo siriano. fa l'inviato speciale di Barack Obama per la coalizione, Brett McGurk, aveva nato per il problema irrisolto dei ri- In realtà fu portava avanti solo dai libarazione spiegato che era ormai in via di definizione il cosiddetto Air Tasking Order. E fiuti non raccolti, non arriva all escalation nesi nemici di Damasco. Altrettanto adesso è operativo, soprattutto nella base di partenza di Incirlik, nella Turchia violenta dell altra sera, a notti di finta fu la «ribellione del popolo» che meridionale. E in futuro la «coalizione» potrebbe allargarsi a Francia e vera e propria guerriglia urbana. L intenzione Hezbollah e i partiti alleati del fronte «8 Gran Bretagna, o Arabia Saudita, Qatar e Giordania nella «guerra sincronizzata di non pochi manifestanti di marzo» attuarono per mesi, con un al terrorismo» lanciata a fine luglio. sfondare lo schieramento di polizia e campo permanente di migliaia di tende nel centro di Beirut, a partire dal dicembre Ufficialmente quella protesta chiedeva la caduta del governo filo occidentale di Fouad Siniora rivelatosi «incapace» di guidare il Libano nei INDIA Il tribunale del Mare respinge le richieste di Roma e Delhi. In attesa della Corte dell Aja Marò, Amburgo sospende i processi giorni delicati dell offensiva militare israeliana scattata qualche mese prima. In realtà l obiettivo era affondare Siniora perché, su pressione degli Usa, I DUE FUCILIERI DI MARINA LATORRE E GIRONE /LAPRESSE misure di restrizione della libertà personale in atto nei confronti dei due fucilieri di marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. La sentenza, raggiunta con 15 pareri favorevoli e 6 contrari tra i giudici internazionali della Corte, dispone la sospensione immediata di ogni procedimento legale in corso in Italia (procura militare di Roma) e in India (Corte speciale e Corte suprema) del caso «Enrica Lexie», in attesa che la Corte arbitrale dell Aja raggiunga a sua volta un verdetto «nel merito» del caso in questione: chi tra India e Italia abbia la giurisdizione del caso che vede i due fucilieri accusati dell omicidio dei pescatori indiani Ajesh Binki e Valentine Jelastine. L Italia chiedeva che l India si astenesse dall esercitare la propria giurisdizione sul caso e che fossero sollevate le misure cautelari attualmente in vigore nei confronti di Girone e Latorre fino alla sentenza della Corte arbitrale dell Aja relativa alla giurisdizione del caso. La Corte di Amburgo, respingendo entrambe le richieste, nella sentenza ha spiegato che accondiscendere alle richieste italiane non avrebbe garantito pari diritti per India e Italia e, soprattutto, avrebbe influenzato la sentenza dell Aja. In sostanza, la Corte di Amburgo mette tutto nelle mani della Corte dell Aja, cristallizzando la condizione attuale dei due fucilieri fino a data da destinarsi. Latorre, in Italia dal settembre del 2014 in seguito a un attacco ischemico sofferto in India, potrà restarci almeno fino a metà gennaio, scadenza dell ultima proroga disposta dalla Corte suprema indiana; Girone, che risiede all interno dell Ambasciata d Italia a New Delhi in libertà condizionata con obbligo settimanale di firma, rimane di fatto bloccato in India. La sospensione di tutti i procedimenti legali in attesa del verdetto dell Aja non lascia ben sperare per una risoluzione del caso in tempi «brevi»: la Corte arbitrale deve ancora essere formata e non si ha idea né di quando inizierà i lavori né, men che meno, di quando li terminerà. Non prima di due anni, secondo l opinione di diversi giuristi internazionali. L agente del governo italiano Francesco Azzarello, da Amburgo, ha accolto positivamente la sospensione della giurisdizione indiana ma non ha nascosto la delusione per la mancata adozione di misure nei confronti di Girone e Latorre, che l Italia chiederà nuovamente ««davanti alla Corte arbitrale dell Aja» (quando la Corte sarà formata, nda). Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha sottolineato positivamente il principio affermato dalla sentenza di Amburgo: la questione della giurisdizione sarà risolta dalla Corte arbitrale dell Aja e non dalla Corte suprema indiana, una premessa «alla basi di sviluppi che credo positivi», secondo Gentiloni. Da Giorgia Meloni (Fratelli d Italia) a Maurizio Gasparri (Forza Italia) arrivano invece bordate contro il governo Renzi, incapace di far valere le ragioni dell Italia in sede internazionale «sbagliando un gol a porta vuota», parafrasando Meloni. Lo scontro - in punta di diritto, seppur aspro - tra India e Italia si sposta ora definitivamente all Aja, nell incertezza dei tempi della formazione della Corte. Le tesi esposte finora da Roma e New Delhi rimangono sostanzialmente immutate e si sviluppano su due interpretazioni differenti della Unclos: l Italia considera il caso una questione «militare», un possibile reato commesso da due militari in servizio antipirateria per conto dello Stato giudicabile solo da una Corte marziale italiana, in virtù dell immunità funzionale che coprirebbe Girone e Latorre. L India, per contro, ritiene che i fucilieri in servizio a bordo della Enrica Lexie (petroliera privata degli armatori D Amato) non svolgevano funzioni di «militari» a difesa dello Stato, ma di «contractor» a difesa della proprietà privata dei D Amato all interno della Zona economica esclusiva indiana: attività che, ratificando la Unclos, l India permette solo previo accordo bilaterale (che India e Italia non avevano e non hanno) o permesso esplicito di New Delhi (che l Italia non aveva e non ha). SCENARI Non è una tardiva «primavera araba» Il paese condizionato dal settarismo e dalle dinamiche politiche interne e regionali intendeva impegnarsi per il disarmo della guerriglia sciita e per ottenere la condanna di Hezbollah e della Siria, accusata dell assassinio di Rafiq Hariri, da parte del Tribunale Internazionale per il Libano. La dimensione politica di quest ultima protesta di cittadini, innescata dall assenza di un servizio pubblico e poi sfociata in guerriglia urbana contro il governo, si ritrova nei riflessi in Libano del recente accordo di Vienna sul nucleare iraniano. Hezbollah e le formazioni politiche alleate hanno accolto con grande favore l intesa tra gli Usa, le altre potenze occidentali e Tehran. Invece altre forze hanno stretto i pugni per la rabbia, perché convinte a torto o a ragione che la legittimazione internazionale dell Iran favorirà un riconoscimento di fatto anche del movimento sciita e del ruolo della sua guerriglia in Siria. Dietro le quinte l Arabia saudita preme sui partiti amici in Libano e sul premier Tammam Salam affinché vengano contenuti l «espansionismo iraniano» e il peso degli alleati libanesi di Tehran. L altra sera in strada a Beirut tra quelli che urlavano contro il primo ministro, non pochi in realtà lanciavano avvertimenti a ministri e partiti legati alla monarchia saudita. E ieri alcuni giornali arabi, vicini a Riyadh, mettevano in guardia dal «tentativo» di Hezbollah di prendere il controllo del Libano attraverso le proteste per la mancata raccolta dei rifiuti.

7 MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 il manifesto pagina 7 TUNNEL SENZA USCITA Impossibile assorbire 800 mila nuovi richiedenti asilo previsti nel Mancano 5 miliardi e crolla il mito dell efficienza Sebastiano Canetta BERLINO T ecnicamente inadeguata, finanziariamente ora insufficiente, perfino politicamente impreparata. Di fronte all emergenza rifugiati, la Germania si scopre nuda e impotente: impossibile assorbire (davvero) 800 mila nuovi «arrivi» previsti nel 2015, continuare a gestire il 40% dei richiedenti asilo dell intera Unione europea e rispettare fino in fondo le clausole del trattato di Dublino. Dentro al Bundestag il problema è già più drammatico della «tragedia greca» con gli alleati Spd & Cdu che fanno scintille anche a livello locale, i Verdi alle prese con la Realpolitik e la Linke obbligata a rispondere alla più leniniana delle domande. Fuori dal Parlamento, i sondaggi restituiscono la fiducia dei tedeschi sulla tenuta del Paese mentre rimbalza l eco del ministro dell interno Thomas de Maizière, convinto della capacità della Germania (cioé del governo) di resistere nel breve periodo all «imprevedibile» ondata di profughi. Peccato che il «bubbone» sia già scoppiato e il default di Berlino - con buona pace dei cantori del mito dell efficienza - ormai conclamato. Flop in piena regola che ammacca l immagine del modello-guida dell Europa e raggiunge Bruxelles, a cui la Repubblica federale chiederà con urgenza (proprio come Italia e Grecia...) il sistema delle quote. Tuttavia il fallimento nella gestione dell emergenza ha cause e responsabilità tutte made in Germany: dalle previsioni sballate al budget che copre appena metà del necessario; dalla mancanza di personale specializzato alla corrispondenza non più biunivoca fra stato centrale e i comuni lasciati soli di fronte al problema; fino ai minori non accompagnati che verranno «spalmati» nei Land a partire dal Il tilt strutturale si tocca con mano ad appena due chilometri dalla Cancelleria, nel cortile dell Ufficio GERMANIA Problemi «tecnici» e risorse insufficienti, ma anche partiti con le spalle al muro L accoglienza va in tilt È crisi anche a Berlino RIFUGIATI IN UN CAMPO DI ACCOGLIENZA: ANCHE LA GERMANIA ORA NON REGGE L IMPATTO LAPRESSE di stato per gli affari sociali di Berlino (Lageso) a Moabit dove si vagliano le pratiche dei rifugiati. Qui dall inizio di agosto la coda dei richiedenti asilo si è già trasformata in accampamento macedone e l assistenza è possibile solo grazie ai volontari Caritas, ai paramedici del Johanniter e agli stessi migranti che danno una mano a «smaltire» uomini e carte. Sarebbe bastato connettere il database centrale con le periferiche locali per evitare la clamorosa forbice tra previsione e realtà: a far saltare la stima degli esperti è stato il sistema di misurazione tutt altro che preciso. Alla base, pratiche di asilo inoltrate dai Land ai comuni prima della trasmissione al Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) l ente federale competente. Risultato: ritardo nella «lavorazione» di oltre 400 mila richieste e raddoppio di stima che sconvolge anche i piani finanziari. Finora lo stanziamento governativo si limitava a circa 5 miliardi di euro, il conto aggiornato ammonta a 8-10 miliardi con il vice cancelliere Spd Sigmar Gabriel che garantisce l invio di 3 miliardi di pronto impiego. Duplicazione a beneficio degli enti locali: nell incontro del 24 settembre chiederanno al governo la revisione del contributo federale: non più assegno forfettario incardinato sulla stima di profughi (finora sempre superata) ma rimborso individuale in base alle spese realmente sostenute, cioè in media 10 mila euro a persona secondo l associazione dei comuni. In più il ministro de Maizière ha dovuto promettere «l invio di maggiore personale» per velocizzare l iter burocratico e incassare l urticante denuncia dei volontari sull assenza di medical-care per i profughi. In Germania lo smacco organizzativo è già un problema politico. E al Bundestag non basteranno i moniti del presidente Norbert Lammert (Cdu) né gli auspici «per un dibattito sereno e senza scaricabarile» del capogruppo dell Union, Volker Kauder, a contenere la deflagrazione. Gli alleati di Koalition litigano a Berlino (con la ministra Spd Manuela Schwesig contro de Maizière) ma anche a Monaco, dove il sindaco Spd Dieter Reiter è ai ferri corti con il vice Josef Schmid della Csu per la (opposta) visione dell emergenza in Baviera. Tutto mentre la nuova legge sull immigrazione naviga in alto mare e il «piccolo cabotaggio» della maggioranza entra nel mirino dell opposizione. Il 18 agosto i Verdi hanno presentato il «Piano per migliorare la politica sui rifugiati» e chiesto alla Germania di saper guardare «oltre la paura». Tra le priorità dei Grünen - che sono al governo in 9 dei 16 Land tedeschi - accelerare le procedure di riconoscimento fino alla media di tre mesi, assumere nuovi impiegati al Bamf, mettere in campo alternative all asilo per i profughi dei Balcani occidentali (permesso di soggiorno temporaneo) ed estendere i corsi di integrazione con altri mediatori culturali, in attesa di «una nuova normativa che renda più facile ai migranti rispettare i criteri». Progetto ambizioso, forse non così condiviso, almeno secondo Boris Palmer, sindaco Verde di Tubinga, che richiama il partito alla Realpolitik: «Giusto che i Grünen continuino a essere il partito dell umanità, ma oggettivamente non si può ampliare l accoglienza mentre aumenta il numero di profughi. Già in passato abbiamo perseguito nobili obiettivi senza occuparci della realtà». Da qui la richiesta-choc di «prepararsi al rimpatrio dei richiedenti asilo che verranno respinti». La posizione della Linke è riassunta dalla portavoce per la politica interna Ursula «Ulli» Jelpke che riporta l analisi dell emergenza profughi dall effetto alle cause. «Di fronte a 800 mila richieste bisogna fermare l attuale dibattito improduttivo. Germania e Unione europea devono capire che i rifugiati continueranno ad arrivare in gran numero, fino a quando esisteranno i motivi della loro fuga». Del resto, per la deputata della Linke il prezzo da pagare è dovuto: «Per guerre civili, povertà e mancanza di opportunità nei paesi d'origine Europa e Bundesrepublik devono sopportare il peso delle loro responsabilità. Libia e Siria sono investite di un conflitto alimentato con armi europee» ricorda Jepke, «Così come europee sono le flotte che pescano davanti alle coste africane, e privatizzazioni e austerità che producono disoccupazione di massa e povertà». Per la Linke dunque «Che fare?» è chiaro. Come un po meno. Intanto, i neonazi hanno tenuto in scacco la polizia (30 agenti feriti negli scontri) a Heidenau, vicino a Dreda, dove c è un centro di accoglienza per rifugiati siriani. Durissima la reazione di Angela Merkel attraverso il portavoce Steffen Seibert: «È disgustoso vedere come estremisti di destra e neonazisti hanno cercato di diffondere un messaggio d odio. È infamante che addirittura famiglie con bambini abbiano partecipato alle dimostrazioni anti-profughi». VERTICE «Prima i centri di registrazione, poi una ripartizione tra paesi» Hollande e Merkel sono d accordo «Intollerabile inerzia». Dell Italia Anna Maria Merlo PARIGI L Europa deve «unificare» il diritto d asilo e le procedure di accoglienza, per arrivare a una «politica migratoria comune, con regole comuni» per far fronte a «una situazione eccezionale, destinata a durare». Lo ha detto a Berlino François Hollande, a conclusione della prima parte dell incontro con Angela Merkel, che è poi proseguito sulla crisi ucraina, con la presenza del presidente Piotr Poroshenko, altra questione sempre aperta in Europa ma messa in secondo piano dall emergenza migranti. Francia e Germania prevedono di «dare un nuovo impulso» congiunto per arrivare a una risposta europea, perché «per il momento», dicono all Eliseo, le decisioni della Ue sono «non sufficienti, non abbastanza rapide e non all altezza» nella loro applicazione. Nel mirino di Hollande e Merkel, prima di tutto, c è l inerzia dei paesi di primo sbarco - Italia e Grecia - nell apertura di centri di registrazione dei migranti: il principio era stato approvato nel giugno scorso, ma non sono stati aperti. «Non possiamo tollerare questo ritardo», ha aggiunto Merkel, che ha sottolineato che i paesi europei devono applicare «il più rapidamente possibile» le regole del diritto d asilo, che solo sulla carta sono più o meno simili nella Ue. Poi, ha precisato Hollande, seguirà una «ripartizione equa» dei rifugiati, come prevede la Commissione. Ma il presidente francese ha messo le mani avanti: con un sistema unificato di asilo nella zona Schengen si eviterà che «alcuni paesi ne accolgano più di altri». GRECIA Barcone si rovescia, un morto e 6 dispersi Un barcone di una quindicina di metri si è rovesciato l altra notte in mare a largo del porto di Mitilene, principale cittadina dell isola di Lesbos. La Guardia costiera ellenica è intervenuta con una motovedetta riuscendo a raggiungere i naufraghi prima che il natante andasse definitivamente a fondo. Sono stati tratti in salvo soltanto otto dei 15 migranti che erano a bordo, mentre altre sei persone sono risultate disperse e un corpo senza vita è stato recuperato sul fondo della barca. A riferilo, è l'edizione online di Kathimerini. L'operazione di ricerca e soccorso dei dispersi è stata portata avanti congiuntamente dalla Guardia costiera e da Frontex. Nelle ultime ore, sbarcati dal traghetto Eleftherios Venizelos nel porto del Pireo, circa rifugiati siriani provenineti dall'isola Mitilene sono stati trasferiti a bordo di autobus alla stazione ferroviaria di Larissis. Non c era da aspettarsi una proposta di soluzione dall incontro tra Merkel e Hollande, ma Berlino ieri è stata una nuova occasione per confermare l approccio dominante in Europa, concentrato sull improbabile separazione tra «rifugiati» e «migranti» (economici, climatici ecc.), i primi ufficialmente da accogliere da parte, i secondi da respingere e rimandare a casa, «riaccompagnati con dignità» ha precisato Hollande. Germania e Francia prevedono di aggiornare una lista comune per individuare i paesi «non a rischio», i cui cittadini verrebbero così automaticamente esclusi dal diritto d asilo (contravvenendo la Convenzione del 51, che prende in considerazione situazioni di persecuzione individuale). Un armonizzazione europea di questa lista servirà «a fare chiarezza» sulle differenze di trattamento a cui sono sottoposti in particolare i cittadini di paesi balcanici nei vari paesi Ue. Il ministro degli esteri francese, Laurent Fabius, ha annunciato che «nei prossimi giorni» ci sarà una riunione dei ministri degli interni e degli esteri della Ue sulla questione migranti. Dovranno trovare un delicato equilibrio per conciliare i timori che alcuni governi in carica hanno dell estrema destra (altri, come in Ungheria, hanno già passato il Rubicone) e la paura che l Europa perda «l anima», come ha affermato il ministro italiano Gentiloni. La Germania accoglie oggi di più della Francia, ma Parigi ribatte di avere su questo fronte un passato più pesante alle spalle. Merkel ha condannato ieri le violenze degli «ubriaconi» neo-nazi in Sassonia, il vice-cancelliere Sigmar Gabriel accusa l Europa di essere caduta in un «sonno profondo» e punta il dito contro i paesi che voltano le spalle a problema e dicono «non ci riguarda. Finora, i paesi europei hanno cercato di scaricarsi il fardello, come la Francia verso l Italia a Ventimiglia o la Gran Bretagna verso la Francia a Calais. La tendenza è pagare (Londra per esempio ha deciso di versare 10 milioni di euro in più alla Francia oltre ai 15 stanziati nel 2014 su tre anni per delegare a Parigi i respingimenti a Calais). La minaccia dell estrema destra paralizza i governi europei. Secondo Frontex, 340mila persone sono entrate senza visto nella Ue nei primi sette mesi di quest anno. La Ue avrà sempre un maggior bisogno di immigrati per far fronte al calo demografico, problema a cui sfugge praticamente solo la Francia. BRESSO Tensione a Milano La destra imbufalita per la protesta dei migranti Basta poco a Milano perché si alzi un polverone di dichiarazioni contro gli immigrati da parte di esponenti di punta del centrodestra. È bastato ieri che un centinaio di migranti inscenasse una manifestazione di protesta. Salvini: «Rompono pure i coglioni. Tutti a casa loro». Gasparri: «Intollerabile protesta». Gelmini: «Segnale preoccupante». Gli immigrati hanno chiuso una strada e cercato di far entrare troupe televisive e giornalisti nel centro gestito dalla Croce Rossa a Bresso. I media non erano ammessi e la troupe di Telelombardia si voleva sottrarre alla visita delle tende del centro, zuppe di acqua piovana. La polizia è intervenuta con una carica, che ha sgombrato il presidio, senza feriti, secondo quanto ha poi confermato il 118. I migranti chiedevano condizioni di alloggio più confortevoli e pratiche meno lunghe e farraginose per ottenere i permessi temporanei di soggiorno. L'ufficio immigrazione della Questura li ha incontrati e la protesta è finita.

8 pagina 8 il manifesto MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 REPORTAGE IL VIAGGIO-REPORTAGE DI ANDRÉ CUNHA AL CONFINE TRA SERBIA E UNGHERIA È ARTICOLATO IN QUATTRO PUNTATE. LE PRIME TRE SONO GIÀ STATE PUBBLICATE SU IL SITO DELL «OSSERVATORIO BALCANI E CAUCASO» L ultimo treno per Budape Una notte tra i profughi siriani in attesa nella stazione di Szeged, Ungheria. Appena oltre quel confine con la Serbia che loro sono riusciti a superare dopo un odissea e che ora sta per essere sigillato. Un tè solidale e tante storie André Cunha * SZEGED «D ove posso buttare questo mozzicone?» ci chiede un migrante premuroso, lasciandoci un po perplessi. «Non so, neanche io sono di qui» gli rispondo. «Lo butto lì, nel bidone della spazzatura». «Io ne ho appena buttato uno a terra» dice uno degli abitanti di Szeged che sta lì con noi, nella piazza della stazione, dove poco fa la polizia ha lasciato circa 60 migranti in attesa del primo treno dell alba con destinazione Budapest. Partirà alle 4 e 36, fra circa 7 ore. Dopo aver gettato il mozzicone nella spazzatura il migrante torna, respira e pieni polmoni e poi inizia a parlare. Non si ferma più, non serve fargli domande: «Volete che vi racconti la mia storia? Sono partito da Damasco un mese fa, all inizio di giugno. Ho superato vari checkpoint e sono andato in macchina fino a Beirut. Ho preso un volo per la Turchia. Poi la nave fino in Grecia. Sono passato da Atene, Salonicco, Polikastro e Evzonoi. Abbiamo attraversato a piedi la frontiera con la Macedonia. In Macedonia siamo andati in bicicletta, a piedi e in treno. Anche in Serbia siamo andati a piedi e in treno, e anche in macchina. E poi a piedi fino a quando la polizia ungherese ci ha preso. Abbiamo viaggiato con ogni possibile mezzo fino a qui». «Dalla Turchia alla Grecia - prosegue a raccontare - siamo passati in barca partendo da una spiaggia vicino a Izmir e arrivando all isola di Chio. Io ho pagato 900 dollari ma altri rifugiati arrivati più tardi hanno pagato fino a 1500 dollari. Abbiamo avuto molta paura. Ci hanno portato di notte tardi. Ci hanno detto di starcene completamente zitti, che i bambini non potevano piangere, che non potevamo nemmeno accendere una sigaretta. Ancora in spiaggia, ci siamo messi tutti il salvagente e siamo entrati in una di quelle imbarcazioni gonfiabili di gomma che c'era scritto! - era, al massimo, per 30 persone. Eravamo 46 adulti e 4 bambini. Quando siamo entrati tutti, abbiamo chiesto ai trafficanti: "Chi di voi viene a guidare la barca?". E loro hanno risposto che dovevamo guidarla noi. Nessuno di noi sapeva guidare. Ci hanno dato un cellulare vecchio e, dall alto di una collina da cui ci tenevano d occhio, ci dicevano, man mano che avanzavamo, al telefono, "sinistra, destra". Più di un ora dopo siamo arrivati su una spiaggia di Chio. È stato un miracolo, eravamo molto contenti, eravamo in Europa! Volete vedere il video? Ce l ho qui nello smartphone, guardate», Ci mostra il finale di quel diario di bordo visuale, prime luci dell alba, la barca che arriva su una spiaggia europea. Poi alcune foto: una panoramica della spiaggia inondata da decine o addirittura centinaia di salvagenti di altri migranti sbarcati lì prima di loro; un selfie, lui con un sorriso enorme e l imbarcazione semi distrutta sullo sfondo. «Il gommone ha imbarcato acqua verso la fine della traversata, nelle ultime miglia è quasi affondato», continua lui. Qui a Szeged, nella piazza della stazione, passa una bicicletta, poi uno degli ultimi tram della notte. Numero 2, destinazione: Európa liget, Parco Europa. «Ma il peggio è venuto dopo, in Macedonia, per via della mafia e dei trafficanti. Credo che questi siano d accordo con la polizia. Siamo stati assaltati sulle montagne. Ma è successa una storia divertente. A un certo punto, il nostro gruppo, circa 10 persone, ha dovuto comprare delle biciclette per continuare. Ne abbiamo comprate tutti, a 125 euro l una. Poi, quando eravamo pronti per partire, uno di noi ha detto: "Ma io non so andare in bicicletta!". Sapete cos è successo? Abbiamo passato mezz ora a insegnargli come andare in bicicletta. Ha imparato in fretta e poi abbiamo continuato l avventura. Ha imparato ad andare in bici in mezz ora! Alla fine, ieri notte siamo arrivati in Ungheria. Abbiamo pagato 500 euro ai trafficanti in Serbia perché ci facessero passare la frontiera e se arriveremo a Vienna dovremo pagarne altri È tutto molto caro, ma ne vale la pena. Sapete quanto ho già speso fino a qui? Quasi 3000 euro. Ma c è un siriano che è riuscito a comprare un passaporto falso in Grecia, di un greco che gli assomigliava, sapete quanto gli è costato? 9000 euro. Un biglietto per un volo diretto in Germania! È stato caro, ma così è stato anche molto più facile. Io avrei fatto lo stesso». Una chiamata da Damasco Gli squilla il telefono. È un amico, di Damasco. Non risponde ma chiede se può approfittare del momento per provare a chiamare casa. Forse infatti a Damasco, dato che l'amico è riuscito a chiamarlo, c'è l'elettricità. Riesce infatti a parlare con la famiglia solo quando lui trova una connessione wi-fi qui in Europa, e loro hanno la luce, là a Damasco, coincidenza rara. Non parla con la madre da tre giorni, lei ancora non sa la storia dell ultima frontiera. Nemmeno questa volta sarà la volta buona. «Ieri notte abbiamo superato la frontiera a piedi. Poi c era una macchina che ci aspettava. Stavamo andando in macchina da poco quando è arrivato un uomo, vestito in borghese e ha puntato una pistola alla testa del nostro autista, che era serbo. Hanno gridato molto tra loro. Abbiamo avuto tutti molta paura. Poi è venuta la polizia e ci ha portati in commissariato. Siamo arrivati lì alle 11 di sera e ci hanno dato qualcosa da mangiare solo all una di notte. Pane, una barretta di cioccolato e una caramella. Dopo, ci hanno preso le impronte digitali di tutte le dita. Al commissariato ho avuto davvero molta paura. C era un poliziotto che ha picchiato sulla testa un altro rifugiato siriano e che gli gridava: "Ti metto in galera!". E il mio amico siriano urlava al poliziotto ungherese: "E io vado a dire alle Nazioni Unite tutto quello che mi stai facendo!". Noi stiamo scappando dalla guerra e dalla violenza, non vogliamo affrontare altra violenza. E loro non ci hanno trattato con umanità. Io sono solo un essere umano». Prima di accendersi un altra sigaretta, ce ne offre una. Quel pacchetto gli è costato 5 euro e gliel ha venduto un poliziotto, al commissariato. Qui fuori, lo stesso pacchetto costa 3 euro. Insieme alle sigarette, nella borsa che tiene stretta contro la cintura, tiene un sigaro che ha promesso a se stesso di fumare una volta arrivato alla destinazione finale del viaggio. Erano due sigari, il primo l ha fumato alla partenza da Damasco. «Non potevo continuare a stare in Siria. Un mio cugino è stato rapito a un checkpoint della polizia. Non c è futuro. Avevo una fabbrica di asciugamani e tovaglie a Duma, vicino a Damasco, quando ero più giovane (adesso ha circa 30 anni, nda). Mi sono innamorato, mi sono sposato, mi sono sbagliato. Poi è venuta la guerra e mi ha distrutto la fabbrica. Sono riuscito comunque, dal 2011, a fare l'università, in gestione aziendale, mentre nel frattempo lavoravo come amministratore di una banca. Non volevo lasciare la Siria, mia madre è triste, sono il suo unico figlio maschio. Adesso lei e mio padre sono rimasti soli con le mie sorelle. Ma non c è niente da fare. Io non posso avviare una nuova attività nel pieno di una guerra, in un Paese sotto embargo. Voglio costruire un nuovo futuro in Europa. Tra 4 o 5 anni voglio avere la nazionalità svedese». Fa una pausa, tenta di nuovo di parlare con la madre, ancora invano. ASOTTHALOM, CONFINE UNGHERIA-SERBIA, DOVE LE AUTORITÀ DI BUDAPEST STANNO STENDENDO UNA BARRIERA DI FILO SPINATO LUNGA 175 KM. A SINISTRA, LE RECENTI TENSIONI.SUL CONFINE MACEDONIA-GRECIA. SOTTO, L ATTESA SUI BINARI A GEVGELIJA. NELLE DUE FOTO A DESTRA MIGRANTI IN MARCIA IN TERRITORIO SERBO, IERI, NEI PRESSI DI PRESEVO /FOTO LAPRESSE «A voi piace leggere? Dovete leggere uno degli ultimi libri che ho letto prima di lasciare la Siria. L ho letto in una notte, tutto d un fiato. Non riuscivo a smettere. Lo scrittore si chiama Moustafa Khalifa e il titolo del libro è Al-Qawqa («La Conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane», Mustafa Khalifa, Castelvecchi Editore, 2014: è il diario romanzato dell esperienza di Khalifa, prigioniero tra il 1982 e il 1994 del regime di Hafez-al-Assad). È incredibile! È la storia di un uomo che ha studiato cinema a Parigi e che al ritorno in Siria, è stato arrestato dalla polizia politica. È stato dodici anni in una prigione a Palmira. È una storia vera, quell uomo ora è in esilio. Dovete davvero leggerlo, questo libro». Si interrompe di nuovo per andare a buttare un altro mozzicone nella spazzatura. «Sapete una cosa? - riprende - Sono già dimagrito molto in questo mese. Guardate la mia cintura, ho già stretto di due buchi. A volte non mangio molto perché ho paura di non trovare un bagno decente dove andare... Preferisco mangiare Snickers e bere Red Bull per avere più energia. Ohi, volete vedere quant ero grasso? Ho qui delle foto sul telefono, di quand ero ancora a Damasco! Guardate questa, al matrimonio di un amico, tutti noi vestiti bene, in giacca e cravatta. Cacchio, sono davvero più magro, no? Questo viaggio è come fare dieta e sport allo stesso tempo! (grandi risate, nda). Dobbiamo mantenere l ironia e l ottimismo. I have a dream. I will make it!». «Come ti chiami?». «Mohammed». «Io sono Balázs». In quest estate ritagliata dal filo spinato, Balázs Szalai passa di certo più ore alla stazione dei treni di Szeged che a casa sua. Giornalista freelance sulla trentina, collaboratore di Radio Mi e anche attivista del Migszol, un movimento ungherese di solidarietà con i migranti, Balázs non ha ascoltato tutta la storia di Mohammed perché quella notte non si fermava un attimo, affaccendato in mille cose. Era Balázs a organizzare con pochi altri volontari locali - il gruppo s ingrandirà nelle settimane successive - la raccolta di cibo per le circa 60 persone, inclusi una dozzina di bambini, che stavano lì a contare le ore di attesa del primo treno verso il futuro. Era Balázs che, sempre con un sorriso, cercava di spiegare quello che sapeva a quegli uomini e a quelle donne, tutti identificati da un braccialetto verde e a cui la polizia aveva dato una lettera, in ungherese, che diceva che avevano 3 giorni per presentarsi a Debrecen, il più grande campo di rifugiati e richiedenti asilo del Paese, un campo già sul punto di esplodere in quel periodo. Alcuni di loro avevano anche ricevuto un foglio A4, una fotocopia in bianco e nero consegnata dalle autorità con una cartina dell Ungheria in cui erano segnate Szeged, Debrecen e Budapest. Ma quasi nessuno rispetta l indicazione ufficiale di andare verso il campo segnato: le destinazione per tutti è prima Budapest e poi Vienna, risalendo il corso del Danubio. La notte avanzava, la colonnina di mercurio si contraeva sino a un punto tra i 10 e i 15 gradi, e la responsabile della stazione di Szeged comunicava a Balázs che, nonostante l'anomalo calo di temperatura, era necessario chiudere la stazione e spostare «tutta quella gente in strada». Lui ribatteva: «E se questa gente fosse qui a causa di un terremoto?». Ma lei secca e tassativa: «Questa non è un emergenza». Quan-

9 MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 il manifesto pagina 9 REPORTAGE st SERBIA Bruxelles si complimenta. E promette fondi Centri di raccolta, docce e wifi Belgrado si apre ai migranti do poi sono arrivati due poliziotti per eseguire, in teoria, l ordine di chiusura, lui stava lì con il suo smartphone alzato a filmare tutto. Quel telefono e gli occhi di Balázs formavano così un muro contro gli atti disumani, a volte praticati sotto forma di eccesso di zelo. Era lui l unico muro che difendeva quelle persone. E quella notte, al contrario di tante altre, la stazione non ha chiuso e quei bambini non hanno dormito all aperto. Il pianto di Fatma Nell atrio, l orologio ha già segnato la mezzanotte. Da qualche minuto Fatma e Ahmed dormicchiano in braccio ai genitori, famiglia scappata dalla regione di Qamishli, nel Kurdistan siriano, vicinissimo a una delle tante linee del fronte dell Isis. In tutta la notte, Fatma, 2 anni, è stata l unica bambina che abbiamo sentito piangere, e soltanto per qualche secondo. C è chi dorme in terra, avvolto in una coperta o dentro un sacco a pelo dalla stoffa sporca e rovinata per il viaggio; c è chi si addormenta seduto, appoggiato a uno dei pilastri che sostengono il pannello delle partenze su cui si legge che il primo treno del mattino è quello che tutti aspettano, delle 4.36 per Budapest; altri si siedono sulle scale, conversano, si distraggono su internet o con giochi sul telefono. Ogni tanto, qualcuno riesce a chiamare la famiglia, dall altro lato della guerra, e all improvviso si sente una voce raggiante, ma a volume basso, una timida esplosione d allegria, sottovoce. Al secondo piano della stazione la scena si ripete. Se si toglie il contesto, sembrano soltanto un gruppo di viaggiatori che ha perso l ultimo treno della notte e deve prendere il primo del mattino. Ma siccome il contesto c è, ci intriga quella signora sola con il suo bastone. Dormicchia su quella panchina, avrà tra i 60 e i 70 anni: come sarà riuscita ad arrivare fin qui? «Anche i vecchi vogliono vivere». Tre e mezza di notte. Del piccolo gruppo di attivisti che ha iniziato la notte di solidarietà, ne resta solo uno, Balázs: un essere umano che tiene in mano un pentolone con quasi dieci litri di tè per altri sessanta esseri umani che a quest ora avrebbero voluto prendere un tè nelle loro case, se esistessero ancora, in quei posti in cui il tè è il sangue della quotidianità. È quasi impossibile che il tè di Szeged sfiori la qualità del tè di Damasco, Kabul, Sulaymaniyah o Qamishli. Ma certo il suo sapore, rimarrà impresso nella memoria di queste persone. Riempiamo i bicchieri di plastica e Mohammed con alcuni compagni si occupano di distribuirli al gruppo. In un angolo, c è ancora chi sta tra le braccia di Morfeo. Mohammed si rivolge ad uno scorbutico ferroviere, il primo a cercare di eseguire l ordine di chiusura e offre anche a lui un bicchiere di tè. Anche lui è «solo un essere umano». Lui rifiuta, con lo stesso tono austero con cui qualche minuto dopo ci avrebbe informato che si doveva «metterli tutti nell ultimo vagone del treno». «Parte fra qualche minuto dal binario 1, il treno con destinazione Budapest», informa l'altoparlante. Ci siamo già serviti l ultimo tè. Si sente il trafficare dell'ennesima partenza. Le sessanta persone con cui abbiamo passato tutta la notte finiscono di accomodarsi nei vari scompartimenti dell ultimo vagone. C è spazio per tutti, non sono ancora quelle immagini drammatiche che più tardi sarebbero arrivate dalla Macedonia di uomini, donne e bambini schiacciati dentro ai vagoni come fiammiferi in una scatolina troppo piccola. All'ultimo arriva una giovane ungherese trascinando il suo trolley lungo la banchina, una valigia ben più grande di qualsiasi zaino con cui i migranti si portano la vita sulle spalle. Si prepara per salire sull'ultima carrozza del treno che sta per partire; il suo accompagnatore la sta aiutando a caricare la valigia ma vengono fermati dalla voce autoritaria del ferroviere: «Lì no, nell altro vagone!». Lei fa altri trenta metri e sale. In questo treno delle 4 e 36 per Budapest pare che sia questo ferroviere a decidere, e non ogni passeggero, chi incontrerà un fratello viaggiatore, chi incontrerà "l'altro". Migranti nell ultimo vagone; ungheresi, europei, negli altri tre, quelli davanti. Mohammed mi fa un cenno dal suo posto, mentre alcuni dei suoi compagni di viaggio allungano le braccia dai finestrini per una stretta di mano finale a me, a Móni Bense, professoressa e traduttrice, che mi sta accompagnando in questo viaggio lungo questo nuovo muro e, chiaramente, a Balázs Szalai che fumava l ultima sigaretta della notte, la prima del mattino. Si sente il fischio della partenza, l ondulazione delle braccia accelera, i sorrisi si moltiplicano. «Goodbye!», «Thank you!», «As-salamu alaykum!»... A testa bassa, il ferroviere ha già girato le spalle al treno in marcia, ma sulla banchina, lo sguardo di Balázs si prolunga ancora sul binario, seguendo quelle braccia che smuovono l orizzonte. Il viaggio continua, per chi va e per chi resta. Mohammed e Balázs si sono promessi amicizia su Facebook, wall-to-wall. Ha collaborato Móni Bense Traduzione dal portoghese di Serena Cacchioli * Osservatorio Balcani e Caucaso Leo Lancari U n altro passo importante lungo la rotta balcanica l hanno fatto. Un altro paese è stato attraversato da sud a nord nel lungo cammino verso l Europa. Alle spalle si sono lasciati la Macedonia, che dopo averli chiusi in gabbia sigillando la sua frontiera con la Grecia, sabato notte ha finalmente fatto marcia indietro permettendogli di arrivare in Serbia, nuova tappa di questo assurdo reality della disperazione. Del resto non li ferma nessuno. E loro arrivano a migliaia: le autorità di Belgrado hanno contato 23 mila rifugiati nelle ultime due settimane. 7 mila solo nella notte tra sabato e domenica scorsi, quando Skopje ha finalmente riaperto il confine. Arrivano in treno, in autobus (il governo macedone ne ha messi 70 a disposizione) e in taxi. Chi può noleggia una macchina, la carica all inverosimile di donne, vecchi e bambini e corre verso la nuova frontiera: l obiettivo adesso è l Ungheria, la porta dell Europa, ma è quello più difficile. In vista della nuova ondata di profughi Budapest sta infatti accelerando la costruzione del muro di 175 chilometri lungo il confine serbo e nei giorni scorsi ha ordinato il trasferimento a sud di alcune migliaia di agenti di polizia. I rifugiati si troveranno così di fronte un muro fatto di acciaio, filo spinato e perfino lamette insieme a un esercito di poliziotti in tenuta antisommossa. Il Paese è «sotto un attacco organizzato», ha detto nei giorni scorsi Janos Lazar, vicepremier del governo di Viktor Orbàn. E, come se non bastasse, per far capire ancora meglio che aria tira per questi disperati in fuga da guerra e dai tagliagole dell Is ha aggiunto che gli agenti sono stati addestrati per fronteggiare «migranti sempre più aggressivi che arrivano con richieste sempre più decise». «Europa svegliati!», titolava l altro giorno un suo editoriale il francese Le Monde ricordando come quella dell immigrazione sia una crisi che si dipana alle nostre frontiere da più di 7 mila arrivi solo la scorsa notte. Il premier Vucic: «Sbagliato costruire muri» due anni.«sotto i nostri occhi ma senza che abbiamo voluto vedere che si aggravava di mese in mese». Chi non fa più finta di non vedere (almeno per ora), e (sempre per ora) sembra muoversi in controcorrente rispetto alle isteria xenofobe di altri Paesi, è propria la Serbia. Anziché chiudersi Belgrado ha aperto le sue porte alle migliaia e migliaia di disperati che in queste ore stanno entrando nel Paese allestendo quattro nuovi centri di accoglienza (due a Presevo e Mirotovac, a sud e due a Kanijia e Subotic, a nord vicino al confine con l'ungheria). Un altro centro verrà invece aperto nei prossimi giorni nella capitale, lungo l autostrada per l aeroporto. Come in Macedonia anche qui a tutti i rifugiati verrà concesso un permesso di soggiorno di 72 ore, rinnovabile, per lasciare il Paese. Nel frattempo sempre nella capitale sono stati aperti dieci punti di assistenza igienica dove i profughi possono trovare toilette e docce per lavarsi, insieme a una centro informazione fornito di rete WiFi dove i profughi possono richiedere notizie su come presentare domanda di asilo e ricevere assistenza legale e psicologica. «La nostra risposta alla crisi migratoria non sono i manganelli o gli ordigni assordanti, né l erezione di muri», ha commentato il viceministro del lavoro e degli affari sociali Nenad Ivanisevic annunciando per i prossimi giorni un nuovo piano del governo per i migranti. Ivanisevic ha ripetuto un concetto espresso nei giorni scorsi dal premier serbo Aleksandar Vucic, anche lui critico nei confronti di Budapest per la scelta di costruire il muro. Scelte, quelle serbe, che hanno permesso a Belgrado di incassare i ringraziamenti dell Unione europea per il modo in cui affronta la crisi migranti, oltre alla promessa di nuovi aiuti economici. Ieri la questione profughi è stata affrontata anche da un vertice a tre che si è tenuto a Skopje tra i ministri degli esteri di Macedonia, Albania e Bulgaria, che hanno chiesto all Unione europea una risposta rapida a quanto sta accadendo lungo la rotta balcanica.

10 pagina 10 il manifesto MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 CULTURE VITE D AZZARDO Scacco matto PIETRO PACIOTTI, "IL GIOCATORE DI SCACCHI. A SINISTRA, PICASSO, "GIOCATORE DI CARTE", 1914 alla fantasia Un manuale di scacchi letto rapidamente e una scacchiera immaginaria per partite svolte all interno di una cella. Una guerra perdente con se stessi. L ossessione per la vittoria è la tappa di oggi nella dipendenza da gioco Stefan Zweig P er quattro mesi non avevo tenuto in mano un libro, e già la sola idea di un libro, in cui si potessero vedere parole allineate, righe, pagine e fogli, di un libro in cui si potessero leggere, seguire, accogliere nel cervello pensieri diversi, nuovi, estranei, capaci di distrarre, aveva qualcosa di inebriante e al tempo stesso di stupefacente. Ipnotizzati i miei occhi fissavano la piccola gobba che il libro formava nella tasca, ardevano su quell unico punto quasi invisibile, come se volessero forare il cappotto col loro fuoco. ( ) Un fulmine mi attraversò il pensiero: ruba questo libro! M infilai il volume dietro la schiena, sotto i pantaloni, nel punto in cui erano trattenuti dalla cintura, e da lì pian piano verso i fianchi, per poterlo tenere mentre camminavo, con la mano militarmente tesa lungo la cucitura dei pantaloni. Si trattava adesso di far la prima prova. Mi allontanai un passo, due passi, tre passi. Funzionava. Era possibile tener fermo il libro mentre camminavo, bastava che premessi bene la mano sulla cintura.( ) La prima occhiata fu una delusione e addirittura una specie di rabbia esasperata: questo libro rubato con così immenso pericolo, pregustato con così ardente speranza non era altro che un manuale di scacchi, una raccolta di centocinquanta partite magistrali. Se non fossi stato rinchiuso, incarcerato, avrei scagliato il libro dalla finestra aperta nel primo impeto di rabbia, perché cosa dovevo, cosa potevo farmene di quell assurdità? Da ragazzo, al ginnasio, come la maggior parte degli altri m ero cimentato di quando in quando, per noia, davanti a una scacchiera. Ma a che mi serviva quella roba teorica? Non si può giocare a scacchi senza un compagno, e men che meno senza pezzi, senza scacchiera. * * * N ascosi il libro sotto il materasso e strappai la prima pagina. Poi cominciai a modellare, con le briciole risparmiate dalla mia pagnotta, i pezzi degli scacchi, il Re, la Regina, eccetera, in modo naturalmente approssimativo e ridicolo; dopo infiniti sforzi potei alla fine accingermi a ricostruire sul lenzuolo a quadri le posizioni raffigurate sul libro. Ma quando cercai di rifare l intera partita, dapprima fu un fallimento completo con i miei ridicoli pezzi di mollica, di cui, per distinguerli, avevo scurito una metà con la polvere. Nei primi giorni mi sbagliavo di continuo; per cinque, dieci, venti volte dovetti ricominciare da capo sempre la stessa partita. Ma chi sulla terra disponeva di tanto tempo inutile e inutilizzato come me, lo schiavo del nulla, chi possedeva un avidità ed una pazienza tanto smisurata? Dopo sei giorni riuscivo già a terminare in modo impeccabile la partita, dopo un altra settimana non avevo neanche più bisogno delle molliche sul lenzuolo per raffigurarmi le posizioni del libro. La trasposizione era riuscita in modo integrale: avevo proiettato la scacchiera con i suoi pezzi verso l interno, e mediante le semplici formule riuscivo a padroneggiare di volta in volta la posizione, come a un musicista esperto basta una semplice occhiata alla partitura per sentire tutte le voci e la loro armonia. Dopo altri quindici giorni ero in grado, senza alcuna fatica, di rifare ogni partita del libro a memoria o, come si dice in gergo specialistico, alla cieca solo allora cominciai a capire quale immenso beneficio mi avesse arrecato il mio audace furto. Questo periodo felice, poiché giocavo le centocinquanta partite del libro sistematicamente ogni giorno, durò circa due mesi e mezzo o tre. Poi, inaspettatamente, arrivai ad un punto morto. All improvviso ero di nuovo di fronte al nulla. Infatti, dopo aver giocato ogni partita venti o trenta volte, essa perdeva il fascino della novità, della sorpresa, la sua virtù prima così eccitante, così suggestiva si esauriva. Che senso aveva ripetere ancora e ancora delle partite che conoscevo a memoria da un pezzo, mossa per mossa? Dovevo escogitare, al posto delle vecchie, nuove partite. Dovevo cercare di giocare con me stesso, o meglio contro me stesso. Ora non so fino a che punto lei abbia riflettuto sulla situazione psicologica che viene a crearsi in questo gioco fra i giochi. Ma già la riflessione più superficiale dovrebbe bastare a rendere evidente che negli scacchi, in quanto gioco mentale puro, indipendente dal caso, voler giocare contro se stessi è logicamente un assurdità. * * * L attrattiva degli scacchi si basa in fondo solo sul fatto che la sua strategia si svolge in modo diverso in due cervelli diversi, che in questa guerra intellettuale il nero non conosce di volta in volta le manovre del bianco e cerca continuamente di indovinarle e d intralciarle, mentre da parte sua il bianco si sforza di superare e parare le mire segrete del nero. Se bianco e nero formano una sola, stessa persona, si crea la situazione assurda per cui uno stesso cervello deve sapere e insieme non sapere una certa cosa, e funzionando come bianco deve a comando dimenticare completamente ciò che un minuto prima, come nero, aveva voluto e previsto. Un simile doppio pensiero presuppone in realtà una totale scissione della coscienza, una capacità d accendere e spegnere a piacere la funzione intellettuale come in un apparecchio meccanico; voler giocare contro se stesso, costituisce quindi negli scacchi un paradosso, come voler saltare sopra la propria ombra. Insomma, a farla breve, per mesi ho cercato di realizzare quest assurdità nella mia disperazione. ma non avevo altra scelta che questo controsenso, per non soccombere alla pura follia o ad un completo marasma spirituale. Ero costretto dalla mia terribile situazione a tentare per lo meno questa scissione fra un io nero ed un io bianco, per non essere soffocato dallo spaventevole nulla che mi circondava. Questa nuova occupazione richiedeva una così assoluta tensione cerebrale, da rendere impossibile nello stesso momento qualunque autocontrollo. Ho già accennato che a mio avviso è già di per sé un nonsenso voler giocare a scacchi contro se stesso; ma perfino quest assurdità avrebbe pur sempre una minima possibilità con una vera scacchiera davanti agli occhi, perché la scacchiera con la sua concretezza permette in fondo una certa distanza, un estrinsecazione materiale. Davanti ad una vera scacchiera con veri pezzi si possono intercalare pause di riflessione, si può sedere in modo puramente fisico ora da una parte, ora dall altra del tavolo e in tal modo considerare la situazione ora dal punto di vista del nero, ora da quello del bianco. Ma essendo costretto, com ero io, a proiettare queste battaglie contro me stesso o, se vuole, con me stesso in uno spazio immaginario, dovevo per forza ritenere chiaramente nella mia coscienza la situazione esistente di volta in volta sulle sessantaquattro case, e calcolare inoltre non solo la situazione del momento, ma anche le possibili mosse ulteriori dei due partner, e quindi so come suona assurdo tutto ciò immaginarmi sempre quattro o cinque mosse in anticipo per ognuno dei miei io, il bianco e il nero, moltiplicate per due, per tre, no, per sei, per otto, per dodici. Non potrò mai dire neppure quante partite abbia giocato contro me stesso negli ultimi mesi. Forse mille, forse di più. Non pensavo ad altro che ad Alfieri e pedoni, a Torre e Re * * * D ovevo, giocando nello spazio astratto della fantasia, calcolare in anticipo come giocatore bianco quattro o cinque mosse e altrettante come giocatore nero, per combinare in anticipo tutte le situazioni che potevano svilupparsi, in certo modo con due cervelli, col cervello bianco e col cervello nero. Ma nemmeno quest autoscissione era l aspetto più pericoloso nel mio astruso esperimento: piuttosto, escogitando partite per conto mio, mi mancò ad un tratto la terra sotto i piedi e caddi nel vuoto. La semplice ripetizione delle partite dei maestri, in cui m ero esercitato nelle settimane precedenti, in fondo non era stato altro che un lavoro di riproduzione, la pura ricapitolazione di una data materia e in quanto tale non più impegnativa che se avessi imparato a memoria delle poesie o dei paragrafi del codice; era un attività limitata, disciplinata, e quindi un ottimo esercizio mentale. Le due partite che giocavo al mattino, le due che provavo il pomeriggio, rappresentavano un compito ben definito, che sbrigavo senza aggiungervi alcuna eccitazione; costituivano per me un occupazione normale, e inoltre, quando sbagliavo nello svolgimento di una partita o non sapevo andare avanti, avevo sempre un punto di riferimento nel libro. Poiché non avevo nient altro che questo gioco insensato contro me stesso, il mio furore, la mia sete di vendetta si riversarono fanaticamente in questo gioco. Qualcosa in me voleva aver ragione, ed avevo solo quest altro io dentro di me da poter combattere; così mi esasperavo, durante il gioco, in un eccitazione quasi maniacale. All inizio riflettevo ancora con calma e ponderazione, inserivo delle pause fra l una e l altra partita, per ristorarmi della fatica; ma a poco a poco i miei nervi irritati non mi permisero più di aspettare. Appena il mio io bianco aveva fatto una mossa, il mio io nero si gettava febbrilmente all attacco; appena una partita era terminata, subito sfidavo me stesso alla prossima, perché ogni volta uno dei due io-giocatori era vinto dall altro e chiedeva la rivincita. Non potrò mai dire neppure con approssimazione quante partite abbia giocato contro me stesso negli ultimi mesi nella mia cella a causa di questa folle insaziabilità forse mille, forse di più. Era un ossessione da cui non potevo difendermi; da mattina a sera non pensavo ad altro che ad Alfieri e pedoni e Torre e Re, a e b e c e matto ed arrocco, con tutto il mio essere e il mio sentimento ero spinto verso il quadrato della scacchiera. Il piacere del gioco era diventato vizio, il vizio necessità, una mania, una rabbia frenetica, che a poco a poco penetrò non solo le ore in cui ero sveglio, ma anche il mio sonno. Potevo pensare solo agli scacchi, solo in termini di mosse di scacchi, problemi di scacchi; qualche volta mi svegliavo con la fronte madida e capivo d aver inconsciamente continuato a giocare anche nel sonno, e quando sognavo esseri umani, me li raffiguravo soltanto nei movimenti dell Alfiere, della Torre, nell avanti e indietro della mossa del Cavallo.

11 MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 il manifesto pagina 11 CULTURE Scrittore, drammaturgo e poeta, Stefan Zweig è nato in Austria. Autore di successo si presentava sempre come un cittadino del mondo. Nel 1933 apprese che i suoi libri erano stati bruciati e proibiti dai nazisti al potere. Un anno dopo lasciò il paese di nascita per approdare in Inghilterra, dove chiese e ottenne la cittadinanza. Racconto tratta dalla raccolta «Schachnovelle» di Stefan Zweig tradotta da Simona Martini Vigezzi per il volume pubblicato da Garzanti «Novella degli scacchi». Anche quando venivo chiamato per l interrogatorio, non potevo più pensare nitidamente alla mia responsabilità; ho la sensazione d essermi espresso, nelle ultime udienze, in modo piuttosto confuso, perché gli inquisitori talvolta si guardavano sconcertati. Ma in realtà, mentre interrogavano e si consultavano, nella mia sciagurata bramosia attendevo solo d esser ricondotto in cella, per continuare il gioco, il mio folle gioco, un altra partita e un altra e un altra. Ogni interruzione mi disturbava; perfino il quarto d ora in cui il guardiano rassettava la mia prigione, i due minuti in cui mi portava il cibo, erano un tormento per la mia febbrile impazienza; talvolta, la sera, la ciotola del pranzo era ancora intatta, durante il gioco avevo dimenticato di mangiare. * * * L unica sensazione fisica era una sete terribile; doveva essere la febbre di quel continuo pensare e giocare; vuotavo la bottiglia in due sorsi e tormentavo il guardiano per averne un altra, ma subito dopo mi sentivo la lingua già asciutta in bocca. Infine la mia eccitazione aumentava durante il gioco e non facevo altro dalla mattina alla sera a tal punto, che non riuscivo più a star seduto tranquillo un momento; mentre meditavo le partite, andavo ininterrottamente su e giù, sempre più in fretta e più in fretta e più in fretta su e giù, su e giù, e sempre più eccitato a mano a mano che si avvicinava il momento decisivo della partita; la brama di aver la meglio, di vincere, Dimagrivo, dormivo sonni inquieti e turbati, ogni volta al risveglio dovevo fare uno sforzo particolare per sollevare le palpebre di piombo di vincere me stesso, diventava a poco a poco una specie di furore, tremavo d impazienza, perché ogni volta uno degli io-giocatori dentro di me era troppo lento per l altro. L uno incalzava l altro; per quanto ciò possa parerle ridicolo, cominciavo a insultare me stesso «Più svelto, più svelto!» o «Avanti, avanti!» quando uno dei miei io non replicava abbastanza rapidamente all altro. Com è naturale, oggi mi sembra del tutto evidente che la mia condizione era una pura forma patologica di sovreccitazione spirituale, per la quale non trovo altro nome che questo, finora sconosciuto alla medicina: un avvelenamento da scacchi. Infine quest ossessione monomaniaca cominciò ad attaccare non solo il mio cervello, ma anche il mio corpo. Dimagrivo, dormivo sonni inquieti e turbati, ogni volta al risveglio dovevo fare uno sforzo particolare per sollevare le palpebre di piombo; talvolta mi sentivo così debole, che, quando afferravo un bicchiere, lo portavo solo con fatica alle labbra, tanto mi tremavano le mani; ma appena il gioco incominciava, una forza selvaggia m invadeva: correvo su e giù coi pugni stretti, e come attraverso una rossa nebbia sentivo ogni tanto la mia voce, che gridava a se stessa, rauca e cattiva, «Scacco» o «Matto!» * * * C ome questa tremenda, questa indescrivibile situazione sia giunta alla crisi, neanch io riesco a ricostruirlo. Tutto quel che so, è che una mattina mi svegliai, e fu un risveglio diverso dal solito. Il mio corpo era come staccato da me, riposavo dolcemente, con un senso di benessere. una stanchezza densa e buona, quale non avevo più conosciuto da mesi, gravava sulle mie palpebre, gravava su di esse così calda e benefica che sulle prime non potei decidermi ad aprire gli occhi. Per diversi minuti giacqui sveglio a godermi ancora quel pesante stordimento, quel tiepido crogiolarmi coi sensi voluttuosamente assopiti. D un tratto mi parve di sentire dietro di me delle voci, vive voci umane, che dicevano parole, e lei non può immaginare il mio entusiasmo, perché da mesi, da quasi un anno non avevo sentito altre parole che quelle dure, aspre e cattive dal banco dei giudici. «Tu sogni», mi dissi. «Sogni! Non aprire assolutamente gli occhi! Lascia che duri ancora, questo sogno, altrimenti vedrai di nuovo intorno a te la maledetta cella, la sedia e il lavandino e la tappezzeria con lo stesso, eterno disegno. Tu sogni continua a sognare!» Ma la curiosità ebbe il sopravvento. Lento e cauto aprii gli occhi. E, meraviglia: era un altra stanza, quella in cui mi trovavo, una stanza più larga, più spaziosa della cella in albergo. Una finestra senza sbarre lasciava entrare liberamente la luce e la vista degli alberi, alberi verdi ondeggianti al vento invece dell immobile muro spartifuoco, bianche e lisce splendevano le pareti, bianco e alto mi sovrastava il soffitto davvero giacevo in un letto nuovo, estraneo, e veramente, non era un sogno, dietro di me sussurravano lievi delle voci umane. Senza volerlo, nella mia sorpresa, dovetti fare un movimento brusco, perché subito udii dietro di me un passo che si avvicinava. Una donna stava arrivando con agile andatura, una donna con una cuffia bianca sui capelli, un infermiera, una suora. Un brivido di felicità mi colse: da un anno non vedevo una donna. Fissai la divina apparizione, e dev essere stato uno sguardo selvaggio, estatico, perché colei che si avvicinava mi calmò immediatamente con un «Tranquillo! Resti tranquillo!» Ma io ascoltavo soltanto la sua voce era proprio un essere umano che parlava? Davvero esisteva ancora sulla terra una persona che non m inquisiva, non mi tormentava? E per giunta inconcepibile miracolo! una morbida, calda, quasi tenera voce di donna. Fissavo avidamente la sua bocca, perché in quell anno d inferno era diventato per me inverosimile che un essere umano parlasse ad un altro con bontà. Ella mi sorrise sì, sorrise, c erano ancora persone che sapevano sorridere con benevolenza poi portò il dito alle labbra in un gesto di ammonimento e passò oltre, leggera. Ma io non potevo obbedire al suo ordine. Non mi ero ancora saziato di guardare il miracolo. Con impeto cercai di sollevarmi sul letto per seguirla con lo sguardo, per seguire il miracolo di un essere umano capace di bontà. Ma quando volli sostenermi al bordo del letto, non ci riuscii. Dove un tempo era la mia mano destra, dita e polso, sentivo qualcosa di estraneo, un rigonfiamento spesso, grosso, bianco, senza dubbio una larga fasciatura. Dapprima fissai senza capire quella cosa bianca, spessa, estranea sulla mia mano, poi cominciai lentamente a comprendere dov ero e a riflettere su che cosa potesse essermi capitato. Dovevano avermi ferito, oppure m ero fatto male da solo alla mano. Mi trovavo in un ospedale. A mezzogiorno venne il medico, un signore anziano e gentile. Conosceva il nome della mia famiglia e menzionò con tanto rispetto mio zio, il medico personale dell imperatore, che subito ebbi la sensazione di essere nelle sue grazie. In seguito mi fece una quantità di domande, soprattutto una che mi stupì se ero un matematico o un chimico. dissi di no. «Strano, mormorò. Nel delirio lei gridava sempre delle formule così curiose: c3, c4. Nessuno di noi ci si raccapezzava». M informai su che cosa mi fosse accaduto. Egli sorrise in modo singolare. «Niente di serio. Un irritazione acuta dei nervi, ed aggiunse piano, dopo essersi guardato intorno con prudenza: In fondo molto comprensibile. Dal 13 marzo, non è vero? Annuii. Non c è da meravigliarsi, con quel metodo, mormorò. Lei non è il primo. Ma non si preoccupi. Dal modo con cui mi sussurrò queste parole tranquillizzanti, e dal suo sguardo benevolo, capii che presso di lui ero ben protetto». * * * D ue giorni dopo il buon dottore mi spiegò con una certa franchezza che cosa era accaduto. La guardia mi aveva sentito gridare forte nella mia cella e sulle prime aveva creduto che fosse entrato qualcuno e che litigasse con me. Ma appena s era mostrato sulla porta, mi ero gettato su di lui e l avevo aggredito con grida selvagge, che suonavano come: «Muovi un altra volta, mascalzone, vigliacco!» Avevo cercato di afferrarlo alla gola e alla fine l avevo colpito con tanta furia, che aveva dovuto chiamare aiuto. Quando poi, nel mio stato di frenesia, m avevano portato alla visita medica, all improvviso m ero sciolto, m ero slanciato verso la finestra del corridoio, avevo fracassato il vetro e così m ero tagliato la mano può vedere ancora qui la profonda cicatrice. Le prime notti all ospedale le avevo trascorse in una specie di febbre cerebrale, ma ora, a suo avviso, il mio apparato sensorio s era del tutto rischiarato. «Certo, aggiunse a bassa voce, preferirei non dirlo a quei signori, altrimenti, alla fine, la riportano un altra volta laggiù. Si fidi di me, farò del mio meglio». Che cosa abbia detto di me il soccorrevole medico ai miei carnefici, non l ho mai saputo. Ad ogni modo ottenne quel che voleva: il mio rilascio. Può essere che mi abbia dichiarato irresponsabile, o forse nel frattempo ero diventato poco importante per la Gestapo, perché Hitler aveva già occupato la Boemia, e quindi il caso dell Austria per lui era sbrigato. Così mi restò solo da firmare l impegno di lasciare la patria entro quindici giorni, e questi quindici giorni furono tanto riempiti dalle mille formalità che oggigiorno sono richieste all ex cittadino del mondo per un viaggio all estero documenti militari, polizia, tasse, passaporto, visto, certificato sanitario che non ebbi il tempo di meditare molto sul passato. NARRATIVA «Un anno coi francesi» di Fouad Laroui La lingua madre è postcoloniale Vermondo Brugnatelli L a trama dell ultimo romanzo dello scrittore marocchino Fouad Laroui, Un anno coi francesi (Del Vecchio, pp. 306, 16 euro), è ben sintetizzata già dal titolo: tratta della cronaca della prima esperienza da convittore in una scuola «francese» da parte di un ragazzino catapultato, in virtù di una borsa di studio, dal suo paesello sperduto nelle campagne di Béni Mellal alla elitaria scuola francofona Lyautey di Casablanca. Tutto viene narrato dal punto di vista di Mehdi, adolescente laconico e introverso, appassionato della lingua francese, forte lettore e portato alle fantasticherie. Nel corso della narrazione, realtà e fantasia si mescolano incessantemente; tutto ciò che è nuovo, e spesso incute spavento, viene vissuto da Mehdi come un episodio epico di cui egli stesso è protagonista: il custode è Gambadilegno, la burbera lavandaia che critica il suo magro corredo è un orchessa minacciosa, il sorvegliante che parlava in modo STEFANO MONTESI, "MAROCCO" strano «era forse un bretone come ne I due illusi?»; un torvo professore gli appare come «l assassino dallo sguardo azzurro», mentre ogni figura femminile vista o evocata si identifica per lui in qualche eroina delle sue letture. La scena di apertura, con il ragazzino di campagna che si presenta goffamente nella scuola francese portando con sé due tacchini non può non richiamare al lettore italiano quella di Renzo coi suoi capponi. E per gran parte del romanzo la natura introversa del protagonista lo fa apparire come un individuo L educazione sentimentale alla maturità di un giovane spaesato e perennemente «fuori posto». Impercettibil- marocchino scandita dal rapporto tra l arabo mente, però, pur tra mille gaffes e e il francese. tentativi falliti, anch egli giungerà, un po alla volta, a capire qualcosa di quello strano mondo e a trovarvi una nicchia per sé. L abilità di Laroui sta proprio nel riuscire a descrivere questo lento processo senza apparentemente dar troppo peso ai tanti, piccoli mutamenti che intervengono, e che finiscono per trasformare il modo di pensare del ragazzo, che, con sua stessa meraviglia, si scopre molto più affine ai «francesi» di quanto si potesse sospettare all inizio. Al punto che, quando, richiamato in famiglia per partecipare a un matrimonio, assiste a una rissa che coinvolge i clan dei due sposi, si ritrova a considerare l accaduto come un osservatore esterno: «ebbe l impressione che fosse un altro mondo, un mondo di confusione in cui tutto minacciava in ogni istante di crollare, molto distante dalle frasi ben fatte, dalla Kleine Nachtmusik e dall odore di cera». Il modo di ragionare infantile che filtra il mondo attraverso gli occhi di Mehdi non è semplicemente un espediente retorico ispirato al capolavoro di Saint-Exupéry: svolgendo tutta la narrazione da questo punto di vista ingenuo e soggettivo, Laroui mette il lettore in grado di cogliere, con leggerezza ma anche in modo assai efficace, qualche cosa di valore più generale: un assaggio di quei processi che avvengono nella mente di chi si stacca dal proprio mondo, misero ma ben conosciuto, per avventurarsi in un universo di cui non ha che idee vaghe, formate su fragili basi. Possono essere le letture romantico-avventurose del giovane Mehdi, ma anche gli echi del mondo «dei ricchi» (dive, calciatori, case di moda...) che ormai giungono negli angoli più sperduti del pianeta attraverso i media vecchi e nuovi e costituiscono spesso l unico bagaglio dei migranti odierni. C è chi, accecato dalle immagini più appariscenti, si aspetta di arrivare in un paese di Bengodi; altri, messi in guardia da solerti predicatori, temono il paese degli infedeli, dagli usi empi ed esecrabili. E per tutti il passaggio dalle idee preconcette a una conoscenza diretta e a un progressivo adattamento è lungo, accidentato e tutt altro che lineare, anche più di quello del ragazzino del romanzo. Nel gran parlare che oggi si fa del «problema» dei migranti, pochi riescono a vedere in ciascuno di essi una storia, una vita, una carica di umanità. Per chi non è a diretto contatto con loro è ben difficile rappresentarsi i traumi cui essi vanno incontro staccandosi dal loro mondo di origine per inoltrarsi in un universo di cui hanno sì carpito qualche brandello, ma che sono lungi dal conoscere bene e che riserva ogni giorno sorprese e novità. Un indubbio merito di questo libro, per chi lo legga in modo non superficiale, è dunque questo: pur senza mirare esplicitamente a scuotere le coscienze, esso permette di intravvedere alcuni dei problemi concreti che a ogni passo incontra chi giunge in un paese europeo conoscendone ben poco, e avanza a tentoni, cercando di capire e di integrarsi. Molti sono gli aspetti del Marocco postcoloniale che emergono dalla narrazione, piacevole e ricca di dettagli interessanti, probabilmente in parte autobiografici (anche Laroui si è formato al Lyautey). Tra questi, la curiosa situazione linguistica del ragazzo: il lettore ha qualche difficoltà a capire quale sia la sua «lingua madre», visto che il francese, che egli maneggia molto bene, gli deriva comunque soprattutto da letture e dal mondo dell istruzione, ma, d altra parte, il ragazzo appare sempre in grande difficoltà nel cogliere il senso dei lunghi discorsi dello «zio» Mokhtar, che parla «un arabo dialettale ricco e pittoresco, farcito di detti gustosi, popolato d immagini provenienti dal fondo dei secoli». L autore sembra attribuire la colpa di tutto ciò a una condizione di deprivazione linguistica della madre, che parlava sì un arabo dialettale, ma molto impoverito «qualche frase, sempre le stesse: "mangia!", "vai a lavarti le mani!", "È ora di dormire!", "Hai fatto i compiti?"», ma viene da chiedersi se non si trattasse invece di un problema rimosso del ragazzo: un inconscio rigetto della lingua madre, considerata «inferiore» rispetto alle lingue letterarie della cultura: un fenomeno tutt altro che raro in ambito nordafricano, in cui solo l arabo classico ed il francese hanno riconoscimento e rispetto. Dal libro emergono, tra l altro, utili dettagli relativi al modo di vivere tradizionalmente la religione islamica. Se gli aspetti più evidenti e noti anche nell Occidente si riferiscono a norme come il divieto del vino o la severa segregazione dei sessi (i francesi «li si ammirava per la serietà e l efficacia, ma erano da biasimare per la loro mancanza di religione, e le loro donne erano troppo libere»), pochi hanno coscienza di quanto profondamente radicato sia tra i musulmani il senso della solidarietà e il dovere di aiutare e sostenere il prossimo. Che viene fuori, anch esso di sfuggita, quasi senza volere, in diversi punti del romanzo. Come quando un perfetto sconosciuto prende per mano il ragazzino sperduto e lo aiuta a trovare un indirizzo, oppure quando il padre dà ospitalità ad un senzatetto trovato per strada: «non si può mica dormire comodi sapendo che all angolo della strada un povero vecchio malconcio dorme per terra, no? Tra l altro, è contro la nostra religione non fare niente. Bisogna aiutare i poveri». Non siamo molto distanti da quello che dalle nostre parti (il mondo dei «francesi») chiamano «carità cristiana».

12 pagina 12 il manifesto MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 Extra musei VISIONI Una realtà per ora effimera, il Museo degli oggetti ordinari, con una grande potenzialità di narrazione, in attesa di una collocazione definitiva, forse itinerante IN PAGINA UN CICLISTA GIOCATTOLO E UNA TAZZINA, REPERTI DEL MUSEO. SOTTO, VISITATORI Flavia Armenzoni, direttrice del Teatro delle Briciole, racconta l insolito Museo Luciano Del Sette «A llo stesso modo mi confortava prendere in mano questi altri oggetti e abbandonarmi ai ricordi dei momenti felici ad essi legati: lo specchietto trovato in uno degli armadi di mia madre la mia pistola spaziale che lanciava in orbita un elica il tavolino dove Füsun era solita appoggiare con cura il suo orologio le prime volte che facevamo l amore il mozzicone di una sigaretta che aveva spento i ricordi dell affetto che mia madre mi dimostrava quand ero bambino», Orhan Pamuk, Il museo dell innocenza. «Chiediamo alla gente di portare qui degli oggetti che suscitano un ricordo e diventano metafora di un pezzo di vita, di una storia. Non sono belli, sono oggetti ordinari che, chissà perché, tutti noi, senza neppure saperlo, abbiamo tenuto». Flavia Armenzoni, direttrice del Teatro delle Briciole. I sentimenti, le ispirazioni, i battiti del cuore non conoscono, anzi rifiutano, il marchio del copywright. Nascono in questo o quell angolo di mondo, chiamati a vivere, a rivivere, da persone ed esperienze spesso tra loro completamente diverse. Solo così si può spiegare, se proprio se ne avverte la necessità, l esistenza di due musei simili nell anima, però distanti i duemila chilometri che separano Istanbul da Parma e viceversa. Nel romanzo forse più intenso ed emotivo del Nobel 2006 per la letteratura Pamuk, il protagonista raduna nel corso di oltre un trentennio, dentro le stanze di un antico palazzo di famiglia, cumuli di oggetti senza altro valore che non sia quello conferito loro da un amore non replicabile. Lungo il suo cammino artistico, il Teatro delle Briciole ha raccolto l idea del Théâtre de Cuisine di Marsiglia, con cui collabora da sempre, di iniziare l allestimento, a partire dal 2015, di un Museo degli Oggetti Ordinari. Nella città francese il suo acronimo è MOOM, emme come Marsiglia; nella città emiliana è MOOP, pi come Parma, segno della volontà di aprire un MOO ovunque sia possibile. A Pamuk, voce fortemente critica nei confronti del governo turco, occorsero anni per superare ostacoli di ogni genere e fare del Museo dell Innocenza un luogo fisico. Gli oggetti del museo delle Briciole hanno avuto esordio espositivo da giugno ai primi di agosto durante la seconda edizione di Insolito Festival. Il sottile gioco poetico delle cose comuni Se nelle pagine di Pamuk la collezione di Kemal prende forma dal tormento della solitudine, le cose in mostra a Parma sono frutto di una partecipazione collettiva Costituiscono una realtà per ora effimera, sottolinea Flavia, in attesa di collocazione definitiva dopo aver trovato ospitalità temporanea negli spazi del bar di una casa di riposo per anziani dismessa. Se, nelle pagine di Pamuk, la collezione di Kemal prende forma dal tormento della solitudine, le cose ordinarie in mostra a Parma sono frutto di una partecipazione collettiva, della risposta all appello di riportare alla luce frammenti personali dimenticati, magari conferendo loro la valenza aggiuntiva di una fantasia scaturita all improvviso. Armenzani cita Remo Bodei in La vita delle cose Nelle cose si devono mettere idee, affetti, simboli di cui spesso non comprendiamo il senso. Più siamo in grado di recuperarlo e di integrarlo nel nostro orizzonte mentale ed emotivo, più il mondo si allarga e acquista profondità. Primi sperimentatori del significato di radunare e mostrare al pubblico un repertorio scevro da spettacolarità, privo di immediata attrattiva, composto per la maggior parte da pezzi comuni, a volte brutti, sono stati gli stessi componenti del Teatro. Ricorda la direttrice «Nelle vesti di donatori iniziali di opere abbiamo cominciato a guardarci attorno e a guardare dentro noi stessi in modo diverso. Da lì è scaturita la decisione di arricchire il gioco dei significati, coinvolgendo chi entrava in visita al museo e chi portava il proprio contributo. Ad ogni oggetto viene abbinata un etichetta che comincia con le parole Mia nonna o Mio nonno, puntini di sospensione, cui chi regala o presta un oggetto deve far seguire una frase. Nei due mesi di Insolito Festival ci siamo resi conto della potenzialità di narrazione che il radunare cose tanto diverse tra loro era in grado di sviluppare. Ad aggirarsi nella grande stanza della casa di riposo sono stati, accanto al pubblico dei nostri spettacoli, moltissimi altri componenti la comunità di Parma, attratti da qualcosa di insolito, capace di stimolare curiosità, creare coinvolgimento. L oggetto ordinario si era trasformato in portatore di storie e soprattutto di emozioni». I biglietti iniziano sempre con il ricordo di un nonno o di una nonna. Non sono dunque ammessi altri gradi di parentela? «Stiamo parlando di un gioco poetico, a modo suo artistico, e come tale può essere vero o immaginario. Magari uno scrive del nonno e invece la persona cui allude è suo padre. Ciò che conta è che siano parole sincere e leggere che, non di rado, sottendono ricordi importanti. In teatro, guardando al mio lavoro, si possono dire bugie per dire meglio la verità». Oggetti ordinari è la categoria citata fin qui. Ma nel dettaglio, di che oggetti si tratta? «Va premesso che l aggettivo ordinario può avere un accezione diversa a seconda del contesto in cui viene usato. Mentre con i colleghi di Marsiglia stavamo discutendo del progetto, abbiamo chiesto loro se una bicicletta rientrasse fra i materiali da esporre. Ci hanno risposto con un no deciso. A Parma, invece, l uso quotidiano che da sempre se ne fa, rende la bicicletta quanto mai ordinaria. Detto questo, il visitatore incontra di tutto, comprese cose inimmaginabili da collocare altrove. Cito a memoria: chiavi, bottoni, forbici, bastoni, un preservativo, una bambolina, un castello giocattolo, una scatoletta, uno scaldino da letto, un bicchiere Va detto, poi, che moltissimi oggetti non avrebbero ragione di trovarsi lì senza essere completati dalla frase scritta sul momento e sull etichetta. Mia nonna cuciva meraviglie accompagna un pacchetto di bottoni blu. Mio nonno era un solitario è il ricordo legato a un mazzo di carte da briscola. Tornando al nostro ruolo di pionieri del museo, alcuni di noi avevano portato qualcosa senza saper spiegare le ragioni della loro scelta. Quelle ragioni, i dettagli fino ad allora sfocati, sono venuti fuori dopo, insieme alla frase. E non è detto che non ci sia scappata anche una lacrima. Credo che la stessa cosa valga per chi arriva qui con un suo pezzo da regalare o da cedere in prestito. Radunare e mettere in mostra gli oggetti del quotidiano, dimenticati o lasciati in disparte, attiva reazioni emotive, meccanismi espressivi molto forti, di cui neppure noi, agli inizi, ci eravamo resi conto». Flavia, in precedenza parlavi di un museo per ora effimero, alla ricerca di una sede stabile. Tornerà a spalancare i battenti dall 11 al 13 settembre in occasione di S chiusi «S chiusi è una manifestazione che si svolge nel contesto di una via della città particolarmente ferita dalla crisi economica. In quei giorni riapriamo i negozi di prossimità per tornare con lo sguardo su un mondo fino a ieri attivo, dalla vita sociale intensa. Le scorse edizioni sono state un successo e hanno visto una grande partecipazione dei cittadini. Penso che collocare il museo nella via scelta quest anno sia una decisione appropriata e coerente». E dopo? «Con l assessorato alla cultura del comune e con la proprietà dell ex casa di riposo abbiamo già avuto una serie di incontri positivi. È chiaro che il Teatro delle Briciole non può sostenere le spese di una sede permanente e del personale necessario a farla funzionare. Un altra ipotesi è di creare un museo itinerante, che viaggi di quartiere in quartiere e vi rimanga per un certo periodo di tempo. trovare una soluzione è fondamentale, perché la collezione si amplia ad ogni occasione ed è quindi destinata a crescere in modo imprevedibile». Il numero di telefono cui chiedere ragguagli sulle visite e per eventuali donazioni è lo 0521/ A proposito di telefono, Flavia: quello fisso, e non stiamo parlando di esemplari d epoca appesi al muro, di apparecchi grigi dotati di dischetto a molla bucherellato, è da considerarsi ancora un oggetto ordinario, oppure merita ormai di venir incluso nella categoria dei cimeli? Ne avremmo giusto uno da regalarvi. Giace ignorato, creatura aliena in un mondo di suonerie e segnali. Senza dubbio ordinari.

13 MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 il manifesto pagina 13 VISIONI ESCO (ALLO SCOPERTO) Cinema sotto le stelle a Palermo, al Complesso monumentale di Santa Maria dello Spasimo dal 24 agosto al 6 settembre (con ingreso libero fino a esaurimento posti) dal titolo allusivo «Esco (allo scoperto)». Opere prime, promesse del futuro, storia del cinema e intrattenimento nella rassegna curata da Andrea Inzerillo con l Associazione culturale Sud Titles. I lungometraggi saranno introdotti dai corti prodotti dalla Panaria Film al cui fondatore Francesco Alliata sarà tributato un omaggio il 4 settembre con la presentazione del libro «Mediterraneo era il mio regno». In programma le opere prime di Eleonora Danco, Duccio Chiarini, Francesco Clerici, Laura Bispuri. «Esco (allo scoperto)» prosegue l esperimento di «Sotto le stelle della Zisa realizzato lo scorso anno ai Cantieri Culturali della Zisa e vuole rappresentare un progetto stabile per la promozione della cultura cinematografica a Palermo. Finito di girare nel 2009 e mai distribuito, ora nelle sale il film che fa i conti con l accoglienza FOTO GRANDE: VICTORIA LARCHENKO, IN BASSO: MONICA GUERRITORE E ELIO GERMANO RASSEGNE Si è conclusa la kermesse campana Ariano Irpino, incontri folk senza frontiere Silvana Silvestri V edere i film di Ivano De Matteo è come affacciarsi pericolosamente su un precipizio, farsi accompagnare per parecchio tempo da un senso di capogiro causato dal fatto che si è costretti a guardarsi nel profondo. Non si tratta di elucubrazioni psicoanalitiche, ma di distillati di urgenti motivazioni politiche e sociali che premono tanto da dover essere espresse: così è stato per Gli equilibristi, il dramma dell impoverimento repentino dei padri separati, o di I nostri ragazzi che esprimeva tutto il panorama amorale contemporaneo assorbito dalle nuove generazioni. La bella gente sarebbe stato perfetto come prologo dello stato delle cose se fosse uscito al momento in cui è stato girato, cioè almeno sei anni fa: sarà invece nelle sale giovedì 27 per un complicato problema legato dalla distribuzione che ha messo in moto tutta l energia del regista per risolvere l intricata questione. Detto così sembra semplice, ma è stata una vera odissea che ha provocato al regista rabbia e depressione, paura di un futuro oscuro (ed è un brivido che percorre tutto il film Gli equilibristi) per un lavoro così complesso come è un film che non segue il suo cammino. La «bella gente» è quella che in alcuni film italiani abbiamo visto talvolta rappresentata, gli ex militanti di sinistra dalla mentalità aperta che hanno fatto carriera, si sono ben sistemati e si godono le vacanze in luoghi esclusivi, finché qualcosa va a sbattere contro la loro vecchia coscienza di classe: in questo caso una giovanissima prostituta picchiata sul bordo della strada dal suo protettore. Tutto lo sdegno di Susanna, una psicologa che lavora in un centro di sostegno per donne maltrattate si concretizza nella volontà di accogliere la ragazza nella sua bella casa di campagna, nonostante qualche resistenza da parte del marito che poi acconsente. Ma le cose si complicano con l arrivo del figlio a cui non passa inosservata la giovane bellezza. L altruismo va bene, finché si svolge nei luoghi adatti e circoscritti e senza invasioni di campo. È tutta una questione di classe. Ivano De Matteo in conferenza stampa porta con sé un il testo di «L anima dell uomo sotto il Pierfrancesco Pacoda L Interesse, naturalmente, era tutto per Luciano Ligabue. E forse proprio in questa grande attesa sta la trasformazione scelta dalla Notte della Taranta, svoltasi quest anno il 22 agosto a Melpignano, senza dubbio il più vasto pop festival italiano. Dove il simbolo del ragno che pizzica le fimmine è diventato il marchio di una riuscitissima operazione di promozione turistica che ha fatto del Salento la terra regina dei vacanzieri estivi. La presenza di Ligabue, chiude così un cerchio aperto con successo qualche anno fa, dall ormai leggendario trionfo dell ultrakitsch rappresentato dal video di Biagio Antonacci che, con il suo No signora no riuscì dove legioni di musicisti non erano riusciti. ANTEPRIMA Esce giovedì «La bella gente» di Ivano De Matteo Una vittoria politica per un film «bloccato» socialismo» di Oscar Wilde («La maggior parte degli esseri umani rovinano la propria esistenza a causa del loro altruismo...»), a noi invece fa venire subito in mente il diario di Nelly (nella ricostruzione di Giménez-Bartlet, la domestica di Virginia Woolf che - tra le altre cose - scopre con stupore che anche una semplice serva poteva desiderare la vittoria dei laburisti proprio come gli illustri padroni. Un essere umano come gli altri, basta che non si intrometta nella vita familiare, che non osi alzare la testa come quando intimò alla padrona di uscire dalla «sua» stanza. Tutto il travaglio che portò a definire la differenza di classe tra Virginia e Nelly in trent anni di scaramucce, passa sul volto di Monica Guerritore (nella parte dell elegante Susanna) nella durata di un film. È notevole la messa in scena di questo gruppo di attori, ben caratterizzati (la preparazione ha seguito i tempi teatrali, molte prove e breve lavorazione), una messa in scena senza prediche. Antonio Catania, come è nel suo personaggio, media tra i vari familiari, Elio Germano balza di scena in scena con giovanile vigore, Iaia Forte spinge l acceleratore sulla pesantezza della ricca borghese. «Susanna è una donna non diversa da noi, la «bella gente» è esattamente come noi, commenta Monica Guerritore. Si evidenzia nel film come persone che vorrebbero fare del bene si fermano poi alla superficialità delle cose e non sono in grado di affrontare le conseguenze». Dice il regista: «Abbiamo girato il film nel 2009 e lo sento attuale, lo avrei girato così anche oggi, anche se oggi ci sarebbero state più porte chiuse, una maggiore paura. Il problema non è solo accogliere, ma per quanto tempo accogliere. Ci vuole forza, fatica per mantenere ideali forti». E con questa forza De Matteo è riuscito a far uscire il film, dopo aver rifiutato una distribuzine italiana che ne avrebbe snaturato il senso (mentre accolto da un distributore francese, la stampa ne parlò in termini entusiastici). A causa di alcune proiezioni «corsare» il film ha anche avuto problemi, come la denuncia per averlo fatto vedere (gratuitamente) in una proiezione al Teatro Valle alcuni anni fa. Questa uscita in sala è come un trionfo (ed è accompagnato anche da un libro sul film, con la sceneggiatura di Valentina Ferlan, il romanzo, tutte le vicende, per la Ned, nuova casa editrice). «E una vittoria politica, dice De Matteo, una vittoria di regista, di attore, di uomo. A chi mi diceva «lascia perdere» ho risposto con ancora più rabbia, il film era finito e volevo che fosse visto, ho studiato le leggi e alla fine il film esce. È un bene per il cinema italiano che escano i film che sono prodotti con soldi pubblici e che non rimangano chiusi, devono trovare un circuito». LA NOTTE DELLA TARANTA A Melpignano il 22 agosto in duecentomila. Ospite Ligabue Salento, l omaggio pop alla vacanza ideale Fare della pizzica la più moderna delle world music, rendendola piacevole sottofondo esotico in un concentrato mai osato di cartoline dal Salento. Adesso Luciano Ligabue continua e porta a compimento una rischiosa parabola, quella che ha portato la Notte della Taranta a diventare il raduno emblema di un Salento che adora i grandi numeri, scambiando forse questi bagni di folla con cultura popolare. Così, tra le megadiscoteche di Gallipoli e la festa di Melpignano è andato in scena un omaggio alla vacanza ideale, dove ognuno può trovare il suo personale piacere e portarlo con sé come souvenir nelle notti fredde dell inverno. Certo, poi ci sono i puristi che si chiedono quale fosse la relazione tra il rock padano di Ligabue e la Notte della Taranta. Ma sono domande irrilevanti di fronte all invasione dei 200mila che prendono possesso del paesino, generosamente accolti e ben tollerati dagli abitanti del luogo grazie alla lungimiranza di bravi amministratori locali. Orgoglio della comunità, questa manifestazione ha dimostrato che l invenzione della tradizione, per citare l antropologo George Lapassade, uno dei padri, ricordiamolo, della festa, può essere una via possibile per far rivivere un territorio, per dargli un, sino al quel momento sconosciuto, impulso turistico, cosa alla quale lo stesso Lapassade guardava con interesse. E se per fare questo, serve Ligabue, va bene lo stesso, visto che bisogna ogni anno superare il traguardo numerico di quello precedente. Il rocker emiliano ha avuto la fortuna di essere diretto, e con lui tutta la straordinaria orchestra della Michele Fumagallo ARIANO IRPINO (Avellino). A lla Frontiera (di cui si è occupato nei mesi scorsi, per le edizioni Odoya, un ricco volume di Federico Simonti) è stato dedicato il ventennale dell'ariano Folk Festival. Per il filosofo del nostro tempo «liquido» Zygmunt Bauman «le frontiere, materiali o mentali, di calce e mattoni o simboliche, sono a volte dei campi di battaglia, ma sono anche workshop creativi dell'arte di vivere insieme». Cos'è dunque «Frontiera» oggi nel campo dell'arte e del consumo culturale? «Nell'anniversario dei nostri vent'anni di vita - dice Francesco Fodarella, direttore artistico della rassegna - abbiamo pensato alla frontiera quasi come un obbligo del nostro vivere civile. Un obbligo di accoglienza ovviamente, e qui Taranta, da Phil Manzanera (questa scelta si, una bella mossa degli organizzatori), anche se il supergruppo monster creato per l occasione con Tony Allen e Paul Simonon non sembrava avere, sarà anche per un fatto anagrafico, quella energia che ci si aspettava. Adesso, come ogni anno, quando la Notte è conclusa, si auspica che la Fondazione a cui è affidata la cura del festival, si dia una strategia di ricerca e di valorizzazione di un enorme patrimonio culturale, quello della musica popolare salentina, che ancora non possiede una sua casa e un archivio ragionato. E che si inizi a osare, magari iniziando un dialogo con una scena sonora locale che continua a esprimere importanti talenti, ad esempio nell area elettronica, da Populous a Jolly Mare, dagli Insintesi al movimento neoreggae, che nelle scelte della Notte non sono mai presenti. La Notte della Taranta 2015 è stata dedicata a Sergio Torsello, da sempre direttore artistico dell appuntamento di Melpignano, scomparso pochi mesi e preceduta dalla celebrazione del Canzoniere Grecanico Salentino, che ha festeggiato 40 anni di attività. Il Festival compie vent anni. Sul palco Mau Mau, Dead Combo e Calexico le contraddizioni odierne dei migranti sono sotto gli occhi di tutti. Ma anche un obbligo di apertura mentale che può avvenire soltanto con l'incontro proficuo con l'altro, con il diverso da sé. E se non è la musica ad aprire questi orizzonti, quale altra cosa può farlo?». C'è da dire che, terminata con successo all'alba di lunedì 24 agosto la kermesse arianese, è giunta l'ora di raccoglierne i frutti di un lungo e proficuo lavoro: una struttura con centro studi e quant'altro sulla world music, con sede stabile in uno dei locali pubblici della cittadina. Praticamente un impegno civile e politico che tramuti questa invasione proficua di consumo musicale e culturale in lavoro. Una lezione insomma per l'asfittico e decadente mondo politico italiano che lascia le strutture culturali in agonia. C'è l'impegno degli organizzatori a discuterne al più presto. Intanto va registrata la lunga carrellata di ottima musica (con contorni letterari, cinematografici, teatrali, di scoperte del territorio, di cibi genuini) che ha spaziato nei giorni del festival. Dal travolgente ritmo dei piemontesi Mau Mau (da ricordare a chi dimentica che i mau mau erano il gruppo di liberazione del Kenia dalla colonizzazione inglese) al reggae o tropical pop di Hollie Cook (figlia di Paul, batterista dei Sex Pistols), dai ritmi brasiliani dei Forrò Miòr al reggae bolognese dei Gardenhouse, il festival è andato in crescendo conservando le sue bordate finali nei sei concerti di sabato e domenica, un dialogo a distanza tra la scena italiana più interessante e quella internazionale più intrigante. Dove nella giornata di sabato un fuoco di fila italiano ha squadernato un tris che dai siciliani Tinturia, con il loro «sbrong» che è un miscuglio di pop, folk, rock, rap, ai salentini Mascarimirì affiancati dai francesi di Nux Vomica con il loro intreccio di punk e dub tarantolato, è catapultato nella rappresentazione cantautorale di Luca Bassanese accompagnato dalla Piccola Orchestra Popolare. Un'esibizione travolgente dal forte impatto scenico e musicale. L'attore, musicista, scrittore e cantastorie si è di nuovo rivelato uno degli esponenti più interessanti del mondo musicale popolare italiano. Domenica il gran finale con il duo portoghese dei Dead Combo, contrabbasso e chitarra in un viaggio nell'ipnosi più ammaliante: dalla Lisbona che fu all'arte nelle sue varie sfaccettature, al cinema con i rimandi di colonne sonore più evocative e un uso sapiente di altri strumenti musicali in un intreccio tra fado, rock e musica elettronica. Sergio Mendoza y la Orkesta ci ha trasportati, con la sua musica latina lodata entusiasticamente negli Stati Uniti dal New York Times, sull'onda di una carrellata di mambo dal forte impatto psichedelico. Con la sua Orkesta, una «big mambo band» fatta davverodi tantissimi elementi, ha trascinato il pubblico di Ariano in un gioco di cumbia e mambo tradizionali rivisitati in termini che più vitalistici non si potrebbero. I Calexico hanno chiuso fino a notte fonda i grandi concerti. Un percorso nel sound dei ritmi americani dell'arizona, del Messico, con miscele esplosive di rock, western, gipsy, jazz, mariachi, e musiche cinematografiche composte ad hoc anche come colonne sonore (Guero canelo in Collateral di Michael Mann, ad esempio). E il concerto non poteva che concludersi con un piccolo omaggio anche a Vinicio Capossela, con cui hanno suonato insieme: praticamente un passaggio di testimone anche da parte dell'ariano Folk Festival a un cantautore che si appresta alla sua kermesse musicale dello Sponz Fest da oggi fino al 30 agosto in un altro luogo della provincia, a Calitri, nella dirimpettaia Alta Irpinia.

14 pagina 14 il manifesto MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 IN UNA PAROLA Nuovo inizio (?) Alberto Leiss Q uando ho letto su questo giornale (Angelo Mastrandrea venerdì 21) che il leader della «Piattaforma» che è uscita da Syriza in polemica con Tsipras, Panaiotis Lafazanis, ha parlato di nuovo inizio per la sinistra greca non ho potuto trattenere un moto di irritazione, di profondo fastidio. Mi verrebbe da dire che quando sento parlare di nuovo inizio la mano corre alla pistola (che naturalmente non ho a portata di mano ). A cominciare dal nuovo inizio enfaticamente annunciato al tempo della svolta di Occhetto, e senza enumerare tutte le successive occasioni mancate - malgrado ambiziosi proclami - di dar vita a sinistra a qualcosa di nuovo. Dobbiamo dunque ripiegare su qualche vecchia consuetudine, che abbia se non altro il potere di consolarci un po? Fausto Bertinotti, sulla Repubblica, ha esortato la sinistra a imparare dalla Chiesa cattolica, e dalla rivoluzione rappresentata dal fatto che un Papa si è dimesso e «quello che gli succede viene da un altro mondo». Sono del tutto d accordo. Però se si vuole imparare bisogna osservare con attenzione. Bertinotti mette tutto l accento sulla «rottura» e sulla «discontinuità» (altra paroletta, questa, leggermente irritante per l abuso che ne è stato fatto dalle nostre parti), ma così si rischia di non vedere che l efficacia della rivoluzione di Francesco poggia contemporaneamente sul legame e sulla tradizione che sono propri della Chiesa, il che non significa che l azione del Papa non apra durissimi conflitti. Facciamo per un momento il confronto tra le immagini di affetto, fraternità e reciproco riconoscimento che sono state messe in scena tra Ratzinger e Bergoglio, e - certo in un ben diverso contesto - il deludente esito della relazione tra Tsipras e Varoufakis, che pure aveva saputo catalizzare qualche entusiasmo in tutto il mondo. Ecco un nodo totalmente rimosso. L importanza che ha per il senso della politica la qualità delle relazioni tra le persone che la incarnano. Si tratta, nel caso, di uomini. Penso da tempo che sia di gran lunga preferibile il separatismo maschile consapevole della Chiesa cattolica rispetto a quello invisibile a se stesso delle varie chiese e chiesette della sinistra. Mi ha colpito - ma non sorpreso, devo dire - che nel dibattito aperto da Norma Rengeri sull ipotesi c è vita a sinistra siano intervenuti finora esclusivamente maschi (sarà forse dovuto al fatto che le donne, ancorché di sinistra, in agosto preferiscono saggiamente farsi in pace le vacanze?). E nessuno - se non mi è sfuggito qualcosa - ha fatto riferimento al tema, pur citato nell editoriale di Rangeri, della «cultura femminista, protagonista e madre di un altro modo di pensare la politica». Credo sia dovuto al fatto che gli uomini di sinistra, quand anche si accorgano che il femminismo è accaduto e ha cambiato qualcosa, in fondo pensano riguardi principalmente se non esclusivamente le donne stesse (e poco la politica). E invece, caro maschio sinistro, de te fabula narratur. La differenza riguarda anche te e la pretesa continua di parlare, più o meno, a nome di tutto il genere umano. Ma soprattutto il pensiero e la pratica politica del femminismo, dei femminismi, aprono un interrogativo sulle nostre pratiche politiche e sulla qualità delle nostre relazioni, tra uomini. E anche sulla relazione che sappiamo costruire con la tradizione (quasi interamente di matrice maschile) che abbiamo alle spalle, ci piaccia o no. Non possiamo, per lo più, contare sull aiuto dello Spirito Santo, come ricorda Bertinotti. Ma, almeno, su un po di senso della realtà? BASILICATA Dal 26 al 28 agosto KIUP STREET ART FESTIVAL Muri e strade del borgo antico saranno colorati dagli interventi di Alice Pasquini (Roma), BR1 (Torino), Cuboliquido (Milano) e Uno (Roma)in occasione di «KIUP», il primo festival d'arte in Basilicata, così quattro tra i maggiori street artist italiani coloreranno i muri del paese giocando con la magia Albano di Lucania (Pz) LAZIO Giovedì 27 agosto ore TRAINDEVILLE IN CONCERTO Ultimo dei concerti estivi sul lungofiume. Ingresso libero Ergo Bar Culture Lungo il Tevere tra ponte Garibaldi e ponte Sisto (discesa da Piazza Trilussa o da Ponte Garibaldi) SABATO 29 agosto ore POESIA E BIOGRAFIA Quarto evento del progetto «Morlupo Città della Poesia 2015». Il Fondo Librario di Poesia di Morlupo presenta: Emilio Villa, Amelia Rosselli, Rocco Scotellaro, Antonia Pozzi, Lorenzo Calogero, Alda Merini «Sei grandi poeti letti e raccontati in piazza». I lettori di poesia: Elfi Buda, Hanna Suni Jodie Bevers, Concetta Rotondo, Barbara Maggi, Luca Miti, Lucio Decina, Alessandro Paribelli, Peppino Crispo, Giuseppe Scala. Coordinamento dell incontro e biografia dei poeti a cura di Viviana Scarinci. Studio musicale filologico a cura di Jodie Bevers e Luca Miti Piazza delle Carrette (Borgo) Morlupo (Roma) LOMBARDIA Dal 27 agosto al 12 settembre RI-SCATTI Mostra itinerante di fotografia che raccoglie opere di artisti senza fissa dimora. L'evento è il risultato del progetto nato nel 2014 da un'idea di Federica Balestrieri, giornalista Rai e fondatrice dell'associazione Riscatti, che ha coinvolto 13 senza tetto in un percorso formativo fotografico sviluppatosi poi in un concorso e infine nella mostra che si propone di portare alla luce momenti di vita ai confini della povertà, raccontati dagli stessi protagonisti. Orari: tutti i giorni. Ingresso libero Palazzo Martinengo via Musei 30 Brescia PIEMONTE Dal 9 al 13 settembre FIOM Festa nazionale dei metalmeccanici della Cgil. Mercoledì 9 settembre alle ore dibattito su «Fiat/Fca: modernità o restaurazione?» con Giorgio Airaudo e Paolo Rebaudengo Domenica 13 settembre, ore Marco Travaglio intervista Maurizio Landini. Ore «Homo Srl»: monologo di e con Sabina Guzzanti Giardini Ginzburg (Corso Moncalieri 18, vicio alla Gran Madre, fronte Murazzi) TRENTINO ALTO ADIGE Dal 27 agosto al 18 settembre ORIENTE OCCIDENTE Appuntamento per gli appassionati di danza. Il festival ha come tema il Mare, in particolare il Mar Mediterraneo che segna il confine tra Oriente ed Occidente, che è stato sfondo di scambi commerciali, migrazioni e guerre. La manifestazione vuole dare possibilità di confronto tra le varie culture dei vari Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, e lo vuole fare tramite la danza. Calendario completo su Rovereto (Tn) Segnalazioni a INVIATE I VOSTRI COMMENTI SU: Coperti dal blackout politico/mediatico, stanno scendendo in Europa nugoli di paracadutisti in pieno assetto di guerra. È la «Swift Response» (Risposta rapida), «la più grande esercitazione Nato di forze aviotrasportate, circa 5mila uomini, dalla fine della guerra fredda». Si svolge dal 17 agosto al 13 settembre in Italia, Germania, Bulgaria e Romania, con la partecipazione anche di truppe statunitensi, britanniche, francesi, greche, olandesi, polacche, spagnole e portoghesi. Naturalmente, conferma un comunicato ufficiale, sotto «la direzione dello U.S. Army». Per la «Risposta rapida» lo U.S. Army impiega, per la prima volta in Europa dopo la guerra contro la Jugoslavia nel 1999, la 82a Divisione aviotrasportata, compresa la 173a COMMUNITY le lettere L ultima tentazione Il peccato è subdolo e lo sappiamo fin dai tempi dell infanzia: si insinua sotto spoglie bonarie e con promesse allettanti. Ciononostante siamo spesso tentati di cadervi e a nulla varranno le esperienze del passato, per salvarci. L ultima tentazione è arrivata da «lorsignor» Galantino, quando ha tuonato contro i razzisti piazzisti. Abbiamo ascoltato una cosa buona e giusta e soltanto dopo ci siamo resi conto che tale risposta doveva arrivare dal nostro Stato, non dalla Città del Vaticano. Soltanto dopo abbiamo realizzato che il segretario della Cei aveva già esecrato la decisione della Cassazione (italiana) che chiede anche agli istituti paritari cattolici di pagare le tasse. Come se non bastasse, dopo il colpo di Galantino al «cerchio» dell immigrazione, è arrivato quello alla «botte» delle unioni civili e in particolare di quelle omosessuali: per il cardinale Bagnasco non devono esistere, per il prete domenicano Carbone si ammalano e muoiono più facilmente. Anche senza scomodare i morti - che sia l amico Welby, che sia il signor Casamonica - e i loro funerali, la tentazione di abbassare la guardia della laicità, soprattutto con questo papa «nuovo» e buono a pochi metri da casa nostra, è fortissima. Bensì diabolica. Paolo Izzo, Roma Cattolici? Non è obbligatorio In questi giorni di polemiche roventi, fra i funerali di Casamonica svoltosi con sfarzo nella chiesa che negò i funerali di Piergiorgio Welby e Bagnasco che ripropone la sua troglodita idea della famiglia chiudendo la porta in L ARTE DELLA GUERRA faccia per l ennesima volta a presunti cambiamenti della chiesa che rimangono solo nella mente di chi si fa abbindolare dalle frasi estemporanee di Papa Francesco I, ci sentiamo in dovere di ricordare a tante persone un concetto molto semplice per quanto rivoluzionario. Non è obbligatorio essere cattolici. Lo so che a qualcuno sembrerà strano ma è proprio così. Insomma cari amici omosessuali credenti che scoprite che la chiesa è omofoba e cari credenti dall anima illibata che vi meravigliate che i funerali di un presunto boss della malavita si svolgono in chiesa, dove eravate in questi ultimi 2000 anni? Insomma, a noi farebbe piacere che dentro la Chiesa prendano forza i vari movimenti libertari e solidali, ma insomma, non ve lo obbliga nessuno a restare nella chiesa. Non dovete diventare atei, ci sono tante confessioni religiose non omofobe e non colluse a strani movimenti di denaro... pensate che molte di quelle non necessitano neanche di avere una banca propria. C è un atto che si chiama sbattezzo che rende legalmente impossibile alla CCAR continuare a considerarvi cattolici. Lo potete tranquillamente fare. Ci sembra che i tempi in cui la Chiesa era riformabile dall interno sono passati da un pezzo, forse è arrivato il momento di lasciarla perdere e far restare Bagnasco a parlare a Forza Nuova e ai boss che vogliono la musica del padrino al funerale. Continuare a star dentro la Chiesa Cattolica e lamentarsi di questa, con tutto quello di cui siamo a conoscenza su di essa, suona ridicolo. Alessandro Chiometti Quei parà sulle nostre teste Manlio Dinucci Brigata di stanza a Vicenza. Quella che addestra da aprile, in Ucraina, i battaglioni della Guardia nazionale di chiara composizione neonazista, dipendenti dal Ministero degli interni, e che ora, dopo una esercitazone a fuoco effettuata sempre in Ucraina il 6 agosto, inizia ad addestrare anche le forze armate «regolari» di Kiev. La «Swift Response» è stata preceduta in agosto dall esercitazione bilaterale Usa/Lituania «Uhlan Fury», accompagnata da una analoga in Polonia, e dalla «Allied Spirit» svoltasi in Germania, sempre sotto comando Usa, con la partecipazione di truppe italiane, georgiane e perfino serbe. E, poco dopo la «Swift Response», si svolgerà dal 3 ottobre al 6 novembre una delle più grandi esercitazioni Nato, la «Trident Juncture 2015», che vedrà impegnate soprattutto in Italia, Spagna e Portogallo forze armate di oltre 30 paesi alleati e partner, con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 140 aerei. Quale sia lo scopo di queste esercitazioni Nato sotto comando Usa, che si svolgono ormai senza interruzione in Europa, lo spiega il nuovo capo di stato maggiore dello U.S. Army, il generale Mark Milley. Dopo aver definito la Russia «una minaccia esistenziale poiché è l unico paese al mondo con una capacità nucleare in grado di distruggere gli Stati uniti» (audizione al Senato, 21 luglio), nel suo discorso di insediamento (14 agosto) dichiara: «La guerra, l atto di politica con cui una parte tenta di imporre la sua volontà all altra, si decide sul terreno dove vive la gente. Ed è sul terreno che l esercito degli Stati uniti, il meglio armato e Le finanze del Vaticano Il cardinale George Pell, prefetto della segreteria per l economia della Santa Sede, ha partecipato al meeting di Cl a Rimini. Questo è quanto ha dichiarato: «E venuto il tempo per la Chiesa di mettere le cose in ordine», perché «la prossima ondata di attacchi potrebbe arrivare per irregolarità finanziarie». «Dobbiamo pulire la casa, fare trasparenza. (...) Abbiamo fatto progressi sostanziali e c è molto da fare», ma «è molto più difficile mettere ordine nei bilanci del Vaticano piuttosto che ottenere una conversione..». Detto questo, una domanda è d obbligo: perché, fin dai tempi più remoti, nessuna autorità finanziaria nazionale o internazionale osa prendersi l incarico di controllare, di verificare, qual è lo stato delle finanze del Vaticano? Si tratta forse di un entità «intoccabile»? Sarà forse che le autorità politiche non vogliono «disturbare» le autorità ecclesiastiche? Sarà forse che «chi tocca i fili muore»? Arturo Casalati Il business dei fallimenti Il Parlamento ha approvato il decreto legge sui fallimenti; in questi casi però il problema è che, prima di portare i libri in tribunale, si ha l accortezza di far sparire tutto e nessuno si impegna più di tanto per cercare il tesoro. In questo quadro mi resta difficile pensare, come ha detto il governo, che i creditori saranno più garantiti e soprattutto non si cancella un fenomeno deleterio per l imprenditoria sana: i fallimenti con il patrimonio nascosto diventano un business e ogni fallimento «pilotato» trascina con sé due addestrato del mondo, non deve mai fallire». Il «terreno» da cui vengono lanciate le operazioni Usa/Nato verso Est e verso Sud, ancora una volta, è quello europeo. In senso non solo militare, ma politico. Emblematico il fatto che alla «Trident Juncture 2015» partecipa (nel silenzio politico generale) l Unione europea in quanto tale. Non c è da stupirsene, dato che 22 dei 28 paesi della Ue sono membri della Nato e l art. 42 del Trattato sull Unione europea riconosce il loro diritto a realizzare «la difesa comune tramite fallimenti di aziende sane che («lecitamente») non si vedono pagato il loro lavoro. Roberto Colombo Un ora di Benigni Leggendo col solito apprezzamento l articolo di Piero Bevilacqua del 23/08, mi è venuta in mente l idea della retribuzione che la Rai Radiotelevisione Italiana (ente pubblico statale) ha corrisposto al sig. Roberto Benigni per un ora di spettacolo: 200mila euro. Ritengo che tale somma di danaro sia il compenso che un operaio specializzato, un impiegato, un insegnante, percepisca, se tutto va bene, in 10 anni di lavoro. Si tratta di un ora contro 10 anni. Se non vado errato, perché non vedo ma la Tv, il sig. Benigni lesse e commentò con grande successo i primi 12 articoli della nostra Costituzione, ma, stando così le cose, avrebbe dovuto opportunamente apportare una piccola variante all art. 3, che recita: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico... ecc come segue: è compito della Repubblica promuovere gli ostacoli di ordine economico...ecc. In fondo si trattava proprio di poca cosa, quasi un lapsus che avrebbe aumentato a dismisura il suo gradimento da parte dei telespettatori italiani. Credo comunque che pochissimi cittadini italiani si siano scandalizzati di fronte a tale sperequazione, torno a ripetere un ora contro dieci anni, e ciò perché in fondo è questo il tipo di società desiderato e voluto dalla maggioranza del popolo. Grazie al sig. Bevilacqua e a voi. Pierpaolo Valentini, Loro Piceno - Mc l Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico», che (sottolinea il protocollo n. 10) «resta il fondamento della difesa collettiva della Ue». La Nato - in cui il Comandante supremo alleato in Europa è sempre nominato dal presidente degli Stati uniti e sono in mano agli Usa gli altri comandi chiave - serve a mantenere la Ue nella sfera d influenza statunitense. Se ne avvantaggiano le oligarchie europee, che in cambio della «fedeltà atlantica» dei loro paesi partecipano alla spartizione di profitti e aree di influenza con quelle statunitensi. Mentre i popoli europei sono trascinati in una pericolosa e costosa nuova guerra fredda contro la Russia e in situazioni critiche, come quella del drammatico esodo di profughi provocato dalle guerre Usa/Nato in Libia e Siria.

15 MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 il manifesto pagina 15 COMMUNITY Come rompere la gabbia dei Memorandum europei LAVORO Capolarato ed evasione, l incentivo nascosto DALLA PRIMA Michele Prospero E almeno queste solenni sfide contro i vigili, le fiamme gialle che indiscreti bussano alle porte delle officine non sono rimasti lettera morta. I dati forniti dai consulenti del lavoro sono molto significativi. Nel 2014, i controlli sono stati 221 mila 476 (e nel 35,9% delle aziende raggiunte, sono emerse irregolarità). Nel 2015, le visite degli ispettori sono scese a 106 mila 849 (con il 29,3% delle imprese pescate in situazioni irregolari). I controlli in un anno sono dimezzati, sebbene l entità dell economia sommersa (due milioni di lavoratori in nero) e l ampiezza delle perdite fiscali per lo Stato (ben 25 miliardi l anno sfumano per l evasione di contributi previdenziali e di imposte), siano ingenti. Il governo fa di tutto per mantenere alta la soddisfazione delle imprese, entusiaste per il suo operato che sforbicia diritti e taglia beni pubblici per dirottare risorse alle casse aziendali. Oltre ai miliardi di decontribuzioni, di sgravi fiscali, di tagli Irap, le imprese corsare possono contare anche sulla benevola chiusura di un occhio da parte dello Stato sulle loro pratiche illecite. Sono aiuti di Stato diretti o indiretti quelli che tollerano il caporalato, l economia criminale o in nero, i danni ambientali, l evasione fiscale e contributiva. Accontentate su tutto, anche sulla licenza di licenziare, previo modico indennizzo monetario, le imprese vivono in una condizione paradisiaca, con il premier che per giunta si dichiara «gasatissimo» da Marchionne. Si spalanca un continuum politica-impresa che fa impallidire la metafora del «meccanismo unico» agitata dai marxisti in anni ormai lontani. Eppure, nonostante il legame di ferro tra il governo e l impresa, e l indebolimento perseguito con accanimento del lavoro e del sindacato, la ripresa non c è e i cupi segnali di declino non spariscono dall orizzonte. Gli investitori scelgono altri mercati rispetto a quello italiano, dove anche i prodotti finanziari e assicurativi navigano fuori controllo e certi giochi d azzardo si mantengono lontani da ogni efficace attività sanzionatoria. Il grande impedimento, al superamento della crisi, risiede in ciò che la politica è diventata in questi anni di decadenza e in quello che il capitalismo è sempre stato in Italia. Una politica senza autonomia, e un impresa senza capacità competitive, strozzano la vita economica. Un governo che si fa largo con il programma della Confindustria (al punto che Squinzi certifica: «Questo governo è una formula uno»), non fa bene all economia. Perché non è ingrossando il sommerso, gonfiando il nero e abrogando i diritti simbolici del lavoro che si guida la ripresa. Con le nuove misure taglia tasse, annunciate per settembre, il governo ordinerà un ulteriore dimagrimento del pubblico, cioè un ridimensionamento della spesa per la sanità, i servizi, i trasporti, la scuola, la ricerca senza in alcun modo creare nuova occupazione, senza stimolare investimenti produttivi. Il laurismo 2.0 lascerà solo macerie. Questo è, a tutti gli effetti, un governo della stagnazione che, per vincere le elezioni, disperde le risorse scarse disponibili. Per accontentare le imprese che incassano soldi in contanti, l esecutivo rinuncia a disegnare politiche pubbliche per lo sviluppo sostenibile, accantona ogni progetto per politiche industriali basate sull innovazione. Mentre con il Jobs Act invoca controlli a distanza sulla vita privata dei lavoratori, il governo allontana la vigilanza sulle pratiche tributarie e contributive delle imprese, che indisturbate proseguono nelle loro opache pratiche criminogene. Un governo di classe. DALLA PRIMA Manfredi Alberti, Tommaso Nencioni Questi apparati hanno fatto passare come necessità oggettive scelte che da un lato hanno avuto un forte impatto redistributivo verso l alto, dall'altro hanno disegnato un nuovo ordine continentale asimmetrico a vantaggio dei centri forti dell economia europea. All interno dei singoli paesi si è determinato un ingente spostamento di risorse dal salario reale e differito al capitale, e un ulteriore concentrazione del potere nelle mani delle élites oligarchiche a scapito del controllo democratico. Su scala continentale si è giunti al contempo a una configurazione gerarchica dell Unione europea, con una divisione del lavoro sostanzialmente duale, sul modello di quella che ha condotto all esplosione, nel nostro Paese, della questione meridionale. Le forze popolari e progressiste hanno il compito di smascherare l artificio retorico attorno al quale le classi dominanti hanno costruito la narrazione della crisi: un operazione indispensabile per il rilancio di un disegno contro-egemonico su scala continentale. È stata la haute finance a trarre beneficio dalle dinamiche della crisi, lucrando sulla "scarsità" di risorse da essa stessa prodotta con la complicità dei governi. Nel caso della Grecia i cosiddetti "salvataggi" non sono stati altro in realtà che uno strumento per garantire la rendita finanziaria, alimentando il potere di ricatto delle élites del denaro. Le banche europee, a cominciare da quelle tedesche, hanno sin qui prestato denaro ad Atene, che, privata della libertà di indirizzare questi fondi verso reali politiche espansive, si è trovata costretta ad ulteriormente indebitarsi. I provvedimenti imposti dalla Trojka hanno quindi realizzato, mediante una partita di giro, un rafforzamento delle banche private, favorendo al contempo un colossale spostamento di risorse dal welfare alla rendita finanziaria. Le condizioni imposte per il "salvataggio" della Grecia hanno riproposto uno schema universalizzato, dove al primo posto, immancabile, si è collocata la raccomandazione di varare un ampio piano di privatizzazioni. Queste ultime hanno portato con sé due conseguenze. Da un lato, la svendita al capitale metropolitano di asset pregiati delle periferie sconvolte dalla crisi (è di questi giorni la notizia che il gruppo tedesco Fraport si è accaparrato la gestione quarantennale di 14 aeroporti greci). Dall altro, specie in realtà in cui il capitalismo nazionale dimostra tendenze secolari verso la trasformazione in rendita, una deindustrializzazione funzionale alla riconfigurazione in senso gerarchico della divisione continentale del lavoro. Alle privatizzazioni hanno poi fatto seguito un po ovunque le "riforme del lavoro". Lungi dall aver determinato una ripresa dell occupazione, attraverso di esse si è stabilizzato un enorme esercito industriale di riserva, tra le file del quale pescare manodopera dequalificata e a basso costo per la produzione di semi-lavorati, destinati ad essere assemblati dai grandi gruppi industriali Le forze popolari e progressiste hanno il compito di smascherare l artificio retorico della narrazione della crisi: un operazione indispensabile per il rilancio di un disegno contro-egemonico su scala continentale metropolitani. Con l artificio retorico dell invecchiamento della popolazione, infine, i governi nazionali sono stati costretti a varare "riforme delle pensioni" che hanno prolungato nel tempo la condizione di sfruttamento della forza-lavoro, garantendo allo stesso tempo lauti dividendi ai grandi gruppi assicurativi privati. Senza una netta inversione di tendenza, questa serie di misure è destinata ad avere un impatto di lunghissimo periodo e a trasformare in profondità lo spazio economico continentale. La crisi modella la costruzione dell Europa gerarchica, mentre lo strumento del memorandum, moderna Magna Charta, la "costituzionalizza". Dopo la Grecia è lecito supporre l aggressione del grande capitale europeo ad altri anelli deboli dell eurozona. Alcuni segnali in questa direzione si hanno già. Si pensi alla crescita dei colossi finanziari tedeschi, Allianz e Deutsche Bank, i quali stanno acquisendo anche in paesi come il nostro quote crescenti di mercato, al punto che Allianz è il secondo operatore in Italia nel campo delle assicurazioni. Anche per quanto riguarda il nostro mercato finanziario si pone quindi un problema di subalternità al gigante tedesco. Ma l aspetto determinante per il dispiegarsi dell egemonia tedesca è la deindustrializzazione del sud Europa, una delle emergenze che andrebbero affrontate nella prospettiva di un alternativa. Chi pensa che il futuro della Grecia o dell Italia possa essere trainato dall agricoltura o dal turismo, se non è in mala fede, rischia comunque di prendere un abbaglio. Non farebbe male ogni tanto rispolverare il pensiero dei nostri grandi statisti del passato. Riprendendo una valutazione di Cavour, all inizio del Novecento Francesco Saverio Nitti affermava che «l industria dei forestieri, l industria degli alberghi sono grandi industrie: ma non possono considerarsi come la base del reddito nazionale. Inoltre un paese che vive dei forestieri tende in certa guisa ad abbassare il suo carattere: tende à un esprit d astuce et de servilisme funeste au caractère national. L industria dei forestieri invece è benefica invece in un paese già industriale che può trattare i forestieri su le pied d une parfaite égalité». Rispetto alla situazione in atto un inversione di tendenza coinciderà solo con un ribaltamento degli attuali equilibri. Il nodo di fondo da affrontare è sempre lo stesso, il rapporto fra Stato e mercato: il primo deve tornare come in passato ad avere l ultima parola sulla decisione su cosa, come e per chi produrre, cominciando con il recuperare quella che Beveridge avrebbe chiamato una "signoria sul denaro", ossia una sottomissione della finanza al controllo democratico. Soltanto così sarà possibile perseguire politiche espansive e rilanciare la produzione industriale e terziaria in tutte le aree d Europa. L accentramento dei poteri decisionali in mano ad organismi democraticamente irresponsabili ed un asimmetrica divisione continentale del lavoro hanno proceduto fin qui di pari passo nella costruzione dell Europa gerarchica. Solo un processo coordinato di ricostruzione dell apparato produttivo della periferia continentale potrà innescare un processo opposto e virtuoso di riconfigurazione democratica dell Europa. il manifesto DIR. RESPONSABILE Norma Rangeri CONDIRETTORE Tommaso Di Francesco DESK Matteo Bartocci, Marco Boccitto, Micaela Bongi, Massimo Giannetti, Giulia Sbarigia CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri il nuovo manifesto società coop editrice REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, Roma via A. Bargoni 8 FAX , TEL REDAZIONE AMMINISTRAZIONE SITO WEB: iscritto al n del registro stampa del tribunale di Roma autorizzazione a giornale murale registro tribunale di Roma n ilmanifesto fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge n.250 IBAN: IT 30 P COPIE ARRETRATE 06/ STAMPA litosud Srl via Carlo Pesenti 130, Roma - litosud Srl via Aldo Moro 4, Pessano con Bornago (MI) CONCESSIONARIA ESCLUSIVA PUBBLICITÀ poster pubblicità srl SEDE LEGALE, DIR. GEN. via A. Bargoni 8, Roma tel , fax TARIFFE DELLE INSERZIONI pubblicità commerciale: 368 e a modulo (mm44x20) pubblicità finanziaria/legale: 450e a modulo finestra di prima pagina: formato mm 65 x 88, colore e, b/n e posizione di rigore più 15% pagina intera: mm 320 x 455 doppia pagina: mm 660 x 455 DIFFUSIONE, CONTABILITÀ. RIVENDITE, ABBONAMENTI: reds, rete europea distribuzione e servizi, v.le Bastioni Michelangelo 5/a Roma - tel , fax ABBONAMENTI POSTALI PER L ITALIA annuo 320e semestrale 180e versamento con bonifico bancario presso Banca Etica intestato a il nuovo manifesto società coop editrice via A. Bargoni 8, Roma chiuso in redazione ore certificato n del tiratura prevista

16 pagina 16 il manifesto MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015 L ULTIMA storie Dopo la demolizione del Leone di Allat salta in aria anche il Tempio di Baalshamin. Un gesto che potrebbe svelare la vera strategia dello Stato islamico, che da un lato distrugge e dall altro risparmia tutto ciò che può essere fonte di guadagno Palmira ferita NON A CASO Valentina Porcheddu A qualche giorno dalla tragica esecuzione pubblica di Khaled As ad, l ex direttore del sito e del museo di Palmira, una nuova esplosione emotiva scuote gli animi degli studiosi di antichità e di quanti guardano al patrimonio archeologico come orizzonte culturale. Il 23 agosto, l Osservatorio Nazionale per i Diritti Umani in Siria ha annunciato che i miliziani di Daesh hanno fatto saltare in aria il Tempio di Baalshamin a Palmira, danneggiando gravemente anche il vicino colonnato. A scongiurare l evento non è bastato l appello di Irina Bokova, Direttrice Generale Unesco, che tre mesi fa invitava al «cessate il fuoco» per proteggere uno fra i siti più sorprendenti del Mediterraneo. In seguito all imperdonabile distruzione del monumento dedicato al dio del fulmine e della fertilità, la Bokova ha dichiarato che gli uomini del Califfo stanno compiendo, in Iraq e Siria, le più brutali e sistematiche devastazioni del patrimonio storico mai registrate dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Eppure, tra i due comunicati quello di fine maggio e quest ultimo niente è stato fatto dall agenzia Onu affinché la celebre città carovaniera, nella lista del World Heritage fin dal 1980 e dal 2013 IL TEMPIO DI BAALSHAMIN E IL RILIEVO DELLA TRIADE PALMIRENA (AL CENTRO, BAALSHAMIN, SIGNORE DEL CIELO), I SEC. D.C. - MUSEO DEL LOUVRE fra i siti in pericolo, fosse salvaguardata. Nessuna voce «ufficiale» del mondo della cultura si è levata agli inizi di luglio quando l Isis ha giustiziato venticinque soldati dell esercito regolare nel teatro romano di Palmira, servendosi persino di adolescenti come boia e compiendo secondariamente un atto di vilipendio all edificio che ha ospitato in passato nobili forme d arte. Il 27 giugno scorso era passata in sordina anche la demolizione del Leone di Allat, la colossale statua risalente al I secolo d.c. posta dalla fine degli anni 70 a guardia del Museo di Palmira. «La "sentinella" dell ingresso a Palmira ci dice Pascal Arnaud, docente di Storia Romana all Università Lumière-Lyon2 e già consulente Unesco per gli scavi di Beirut non può considerarsi un obiettivo secondario per l Isis. "Leone", in arabo, si dice El-Assad e all epoca di Hafez al-assad quella scultura era emblema dell universalismo del partito Baath». «Il sito archeologico di Palmira continua Arnaud rappresentava il dominio, da parte del regime, della cultura dei colonizzatori, i quali avevano annientato una città araba medievale per far emergere un patrimonio più antico, spettacolare e maggiormente degno di attenzione». La «sconfitta» di tale cultura coloniale, garanzia di modernità e integrazione al mondo ormai nelle mani della nazione siriana, innescò quel processo ideologico che fece della regina Zenobia la leader di un Fronte di Liberazione Nazionale. In realtà, come sappiamo ora da un recente libro di Annie e Maurice Sartre (Zénobie, de Palmyre à Rome, ed. Perrin 2014), Zenobia che era la consorte di Settimio Odenato e a lui succedette quale imperatrice romana d Oriente -, non fomentò le lotte contro i «colonizzatori» ma si oppose a un altro imperatore, Aureliano, con l ambizione di conquistare il potere assoluto assieme al figlio Vallabato. L importanza accordata da Hafez al-assad all archeologia come strumento di propaganda nazionalista si riflette nella scelta d installare nel maestoso tempio di Bêl una residenza per il ministro della Cultura, dalla quale mostrare agli ospiti del regime i fasti della nuova Siria. Ma se in giugno i miliziani hanno compiuto la loro vendetta archeologica e politica sul Leone di Palmira, fa riflettere la scelta di preservare proprio quel tempio e scagliarsi invece sul santuario dedicato a Baalshamin, datato al II secolo d.c., un gioiello architettonico ma certamente meno imponente e «caro» al turismo di massa. Le ragioni vanno probabilmente ricercate nella strategia economica dell Isis, che da una parte distrugge manufatti con vere e proprie messe in scena, dall altra risparmia tutto ciò che può esser fonte di guadagno. La scelta di far saltare in aria il tempio di Baalshamin risiede forse nelle sue modeste dimensioni e nella sua posizione periferica. Coloro che continuano a credere che l unico scopo dell Isis sia cancellare il passato pre-islamico ed esercitare la furia iconoclasta contro gli idoli, dovranno sforzarsi di guardare oltre quest uso strumentale e a tratti abbagliante dell archeologia. Se finora non ci sono prove che l ottantaduenne As ad sarebbe stato torturato e poi barbaramente ucciso perché rifiutatosi di rivelare il nascondiglio di preziosi reperti, appare chiaro che per lo Stato Islamico come d altra parte ampiamente documentato da indagini della polizia internazionale il traffico illegale di reperti sia una delle principali fonti di finanziamento. È anche noto che Daesh venda a caro prezzo licenze per scavi clandestini, compromettendo come già successo a Dura Europos e Mari le stratigrafie dei siti ma favorendo la scoperta di manufatti da riacquistare e immettere sul mercato. Mentre facciamo il lutto al tempio di Baalshamin, dobbiamo aspettarci in futuro, altre dimostrazioni di violenza da parte dell Isis, mirate tuttavia non alla distruzione globale di un patrimonio siriano già fortemente compromesso dalla guerra civile, ma a una destabilizzazione emotiva della comunità internazionale. Per questo, bandiere a mezz asta e iniziative di commemorazione non ci aiuteranno a onorare uomini e a proteggere monumenti ma continueranno, in mancanza di azioni concrete, ad allontanarli per sempre dal nostro sguardo.

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