In quell epoca, meridione

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1 Mario Aldo Toscano In quell epoca, meridione Le Lettere

2 III Miti effervescenze 1. Il nonno era morto, il nonno, l unico nonno. La parola non significava molto presso i bimbi di donna Lisetta. Viveva nel comune di Mv. e solo raramente veniva in visita ad Ab. Quando veniva, l agitazione era notevole. Arrivava con un suo fido, lui a cavallo e l altro con un mulo carico di noci, castagne, formaggi, fagioli, lenticchie. Avevano attraversato la montagna, scendendo giù dalla strada della Potentissima, che era più agevole e sicura. Sedeva sulla sedia accanto al fuoco con la sua giacca di velluto, gli stivali e i calzoni di fustagno che dalle ginocchia gli si allargavano fino alla cintola. Era alto e segaligno, con gli occhi azzurri e i capelli bianchi ravviati da una parte; e fumava il sigaro toscano dal quale non si separava mai e che gli aveva segnato di color marrone i baffi bianchicci; lo accendeva e lo riaccendeva con movenze liturgiche, estraendo i fiammiferi dalla scatolina blu nel taschino del gilè. Nonno Leandro, proprietario terriero di antica famiglia, aveva studiato ma non troppo, dandosi ad esperienze di vario genere; un uomo che sapeva il fatto suo, ma che mostrava una sorta di timidezza quando era a casa della figlia. In realtà la storia era lunga e sofferta. Aveva sposato donna Ersilia, la madre di donna Lisetta, in giuste nozze; ma aveva avuto già altre donne dalle quali erano nati due figli, Emma e Umberto. Quest ultimo era emigrato presto in Argentina, e aveva fatto perdere le sue tracce. Emma viveva in quel di Ca., avendo sposato un piccolo albergatore del posto. 44

3 Il matrimonio si era presto rotto, a causa delle vecchie abitudini e intemperanze dell impenitente Leandro, che imperversava nella sua casa, mentre la giovane moglie si era ritirata presso la sua mamma. Leandro aveva presto dimenticato che aveva un altra figlia Lisetta: e, in un certo senso, gli fu facile perché in pochi anni, con donne diverse ne mise al mondo almeno altri quattro di figli. Anzi cinque, contando anche un figlio mentalmente menomato, al quale non dava molto più credito che ad un animale domestico. Viveva solo, ma la sua casa era moto frequentata. Vincendo difficoltà e stenti, donna Ersilia si pose come impegno della sua vita di far studiare la figlia, che mandò, dopo le scuole elementari e medie fatte come volevano le contingenze, in collegio a Salerno, per frequentare le scuole normali, ossia le magistrali di quel tempo. La figlia la ripagò con devozione, prendendo il diploma nel tempo giusto e cominciando a insegnare nel comune di Mv., dove aveva tuttavia lavorato poco, avendo sposato il dottor Lorenzo con il quale presto si trasferiva nel comune di Ab., portandosi la sua mamma nella nuova residenza. Era cresciuta senza il padre e con una discreta ostilità nei suoi confronti; ovviamente non gli perdonava di aver abbandonato la famiglia. Nessuno sa esattamente quali rapporti si instaurano tra figlie e padri in questi casi: ma nel dialogo tra figlia e padre, normalmente piuttosto scarno e però cortese, aleggiava sempre un atmosfera di rimprovero che alterava il senso del discorso. Spesso, con i figli, a donna Lisetta sfuggiva qualche espressione poco lusinghiera: soprattutto a causa dell oblio in cui ancora veniva mantenuta dal padre, lei con i suoi figli. Infatti il nonno mostrava di non essere particolarmente sensibile ai bambini e alle loro esigenze di bambini che amano indiscriminatamente i nonni. Duccio tuttavia poteva vantare di essere stato preso sulle sue gambe e accarezzato per qualche minuto; e di aver ottenuto da lui, quando lo aveva visitato con suo padre a Mv., un foglio da cinquecento lire, di quelli grandi come lenzuola e istoriati in ogni minimo spazio come un 45

4 arazzo. Ma era veramente qualcosa di memorabile, che, raccontandolo, rasentava l incredibile. Don Lorenzo era stato chiamato al capezzale del malato e rimase a Mv. per qualche giorno per assisterlo. Nel pomeriggio del venerdì seguente, giunse il telegramma: il nonno Leandro era spirato. Forse si poteva ritenere che non vi sarebbe stata alcuna emozione nel cuore poco incline di donna Lisetta; al contrario, scoppiò in pianto dirotto e si rifugiò in camera per qualche ora. Era morto suo padre: per quanto fosse lontana da lui, per quanto non gli perdonasse le sue colpe, per quanto gli rinfacciasse di non averla amata, era suo padre. Le passavano nella mente in una sequenza senza tempo scene ed episodi; l estraneità che aveva caratterizzato i loro rapporti si presentava stranamente piena e affettuosa e la madre che pure entrava in quella rappresentazione utopica le raccomandava suo padre per quanto avesse smesso di parlare da tempo con lui e di lui. Altri brandelli di immagini e di pensieri affollavano la mente; sentiva che gli voleva bene forse per la prima e ultima volta. Ma non andò al funerale. Dopo qualche giorno fu aperto il testamento olografo: e cominciò una controversia infinita, nel senso appunto di senza confini e senza fine. Il patrimonio di terre e di case veniva destinato a tutti i figli in parti uguali; un pezzo di terra pregiata veniva assegnato in lascito alla sua ultima compagna, soprannominata la Barona, e un vitalizio assegnato ad Angeluzzu, il figlio minorato, che morirà anche lui di lì a poco, dopo aver passato la vita a fargli da servo silenzioso, impaurito e nascosto. Non era affatto raro allora che le esistenze si consumassero senza entrare nel mondo, restando ai margini della strada, camminando con le spalle rivolte a tutto e proseguendo verso una meta avvolta nelle penombre dell invisibile: esuli e randagi come Angeluzzu, su cui precipitò il buio per la morte del padre, che vedeva ogni mattina ed era il legame del giorno per quanto non capisse che era suo padre e suo padre non volesse essere suo padre. 46

5 2. Il testamento fu impugnato e il codice civile entrò prepotentemente in azione. Il nonno aveva molto semplificato, e da un punto di vista generale ed etico aveva ragione. La legge dissentiva dal suo comportamento, dovendo tutelare alcune istituzioni e in parte anche se stesso. I colori giuridici assegnati a ciascun figlio presentavano una realtà quanto mai variopinta; c era la figlia legittima, ma anche i figli naturali legittimati, quindi i figli naturali; ma tra i figli legittimati, uno era premorto al padre e dunque l eredità rimbalzava al padre e poi si riversava sugli altri eredi secondo il loro titolo. I beni mobili si erano dissolti: ma già quando si presentiva la fine del nonno le figlie più vicine avevano provveduto, essendo mobili, a farli transitare in luoghi più sicuri; così che alla fine il nonno pareva non disponesse se non di qualche piatto, un letto e poche seggiole. Come si sa, l eredità è solo in parte una questione giuridica; e nel caso lo era ancor meno: vi si intrecciavano caratteri, abitudini, frequentazioni, relazioni, risentimenti, millanterie, delusioni, prepotenze e una serie pressoché illimitata di altre passioni. Che dovevano essere poi raddoppiate per gli interventi dei mariti delle eredi e moltiplicate per il numero dei figli in età reattiva. Una saga, si direbbe oggi, che si sviluppava sorprendentemente su una specie di reticolo comunicativo quale non c era mai stato in precedenza, sebbene fosse carico di elettricità. Si può finanche supporre che il concilio tardasse a trovare le soluzioni più razionali proprio per non perdere quel bene assurdo del ritrovarsi dentro la controversia, forse funzionale a qualche scopo sotterraneo, finanche gradevole per alcuni. Don Lorenzo studiava il codice e lo annotava per presentare le sue deduzioni alle parti; le quali tardavano a capire il discorso formale, adducendo ragioni di merito. Così le riunioni si concludevano con arrabbiature generali, per quanto poi ognuna tornasse a dialogare con il dottore, paziente e solido con il suo codice civile. Il codice, proprio il libro del codice, compariva sul tavolo come una sorta di scatola oracolare di dif- 47

6 ficile interpretazione: non solo per gli articoli e i commi da mettere insieme per una composizione spiegabile ma per la legge che rappresentava. Una legge estranea agli andamenti naturali di una comunità che aveva le sue regole e le sue consuetudini, che potevano ben bastare. Pochi avevano idea di una società più grande che il codice impersonava e sovrapponeva alla situazione e all esperienza di ciascuno. Era proprio il codice ad essere indigesto, e, anzi ad essere imbandito e consumato in breve tempo. E le cose infatti si protrassero. Don Lorenzo chiedeva lumi a donn Egisto, consigliere di Cassazione. Le discussioni erano lunghe e intense, fino a sera; interrotte solo quando la cena era pronta e donna Lisetta aveva già fatto apparecchiare la tavola. Donn Egisto prometteva che avrebbe studiato i particolari il giorno successivo; e nel pomeriggio la discussione riprendeva con nuovi argomenti. Non erano solo argomenti tecnici ma filosofici; per meglio dire, gli argomenti tecnici introducevano volentieri argomenti filosofici in virtù anche della buona disposizione degli interlocutori. Così la nozione di erede ed eredità assumevano significati molto più complessi di quanto non sembrasse a prima vista. Chi è l erede, perché erede; che cosa è l eredità, perché eredità. La trasmissione di beni nel tempo a determinate persone e non ad altre, che rivendicavano di essere considerate in questa procedura per il loro status e non per meriti speciali, sollevava un ginepraio di motivi che rinviavano ciascuno ad altri motivi, senza che se ne trovasse davvero uno radicale e dirimente. Una formidabile complicazione veniva dal fatto che era implicata la terra, ossia la distribuzione di pezzi di terra. La terra evocava una gran quantità di elementi simbolici e accresceva immediatamente il tasso di litigiosità generale: nella quale veniva sminuzzato il grande ed essenziale argomento, che cioè davvero venivano divisi e assegnati a persone frammenti di pianeta, del pianeta chiamato terra. Altra questione assai delicata era quella dei figli: che nascono uguali e che diventano diseguali per convenzioni aggiuntive, indipendenti dalla loro situazione. Erano dopotutto 48

7 misteri dell ordinamento, che donn Egisto proponeva in altrettanti dogmi che solo il proposito di trovare una soluzione pratica all intricata faccenda permetteva di assumere positivamente. Ma non valsero le competenze e le disquisizioni serali dei due esperti per definire la divisione. Infatti durò per molti anni a venire, diventando il problema dell eredità un fatto ereditario, trasmesso afflittivamente di generazione in generazione. 3. Duccio ascoltava i dotti ragionamenti e cercava di capire drizzando le orecchie anche ai termini tecnici che costellavano l eloquio di donn Egisto, cercando di tenere a mente le proporzioni e le frazioni che di tanto in tanto venivano a galla: un terzo, due quarti, tre noni per questa o quella quota. Gli sembrava un rompicapo sapientemente orchestrato per mettere insieme diritto e matematica in un a combinazione davvero unica. Ma egli sperava sempre che la discussione si placasse per cogliere il momento opportuno e mostrare a suo padre e soprattutto a donn Egisto il suo ultimo prodotto poetico. Ricopiava con cura i versi che aveva composto mettendoli in bell ordine con la Olivetti lettera 22 del padre. Talvolta erano rime baciate, altre volte versi liberi, altre ancora veri e propri sonetti. Il ragazzo mostrava non c è che dire un aspirazione letteraria precoce, che in quel mondo campestre aveva bisogno di essere confrontata e corroborata da gente di cultura. Don Lorenzo dubitava con la discrezione del caso dei risultati raggiunti, ma donn Egisto non disprezzava affatto gli sforzi del ragazzo, che incoraggiava con qualche espressione di consenso e di ulteriore sollecitazione. Così che il piccolo Duccio continuava nella sua opera segreta. È vero che di tanto in tanto, vuoi per negligenza dell autore vuoi per curiosità delle sorelle, qualche foglio capitava nelle mani di queste ultime, che mostravano, soprattutto Adelina, speciale talento nel cogliere i momenti più drammaticamente modesti della sublime arte: e non tardavano ad armarsi di versi sorprendentemente memorabili, tanto da ripeterglieli ad ogni suo passaggio: 49

8 Ed ecco a me dinanzi il bel paesino di Anzi. Oppure, alludendo alla primavera e alle viole, Sugli steli frali si ergono i petàli. In quest ultimo caso la licenza poetica che consentiva di spostare gli accenti tonici delle parole otteneva un risultato allusivo che purtroppo smentiva il pensiero delle viole o di qualsiasi altro fiore, per quanto dotato di pètali. E si consumava così tra il giocondo sarcasmo delle sorelle la produzione poetica meno significativa, senza che questi incidenti dissuadessero il Duccio da prestazioni sempre più cospicue, fino ad immaginare addirittura una tragedia in tre atti Il giovane Uberto a cui si applicava con forte ispirazione ma non senza sgomento per la complessità del disegno. Da dove potesse mai venire questa vocazione non è difficile intendere se solo si guarda un poco alla breve biografia del soggetto. Il bambino cresceva tra la sua casa e la casa della sua balia, Gerarda Smaldone, che però era meglio conosciuta come Gerarda Mustazzo. Non aveva né baffi né peli in visibile abbondanza, ma si portava dietro quel soprannome avendolo ereditato dai suoi avi. Persona minuta e di estrema mitezza, voleva bene a quel ragazzo come a suo figlio, un figlio che non aveva mai potuto portare alla luce; ma non sembrava che fosse addolorata oltremisura. Se lo portava dietro nei campi e negli orti, a dorso d asino. Presto il bambino cominciò a cavalcare l asino e a farlo volare quasi per i i viottoli di campagna: Gerarda diceva invece che gli faceva fare la marcia pesante, visto che la povera bestia sembrava trafelata e più barcollante del solito quando la si doveva caricare della legna, delle patate o dei granoni da riportare a casa. Duccio osservava i monti, osservava il cielo, osservava le 50

9 piante, osservava le foglie, osservava il rosso dei pomodori, lo scorrere irregolare dell acqua nei solchi dell orto, osservava i movimenti di Gerarda, guardava le nuvole, ascoltava le cicale, passando lentamente dall ombra al solleone e mettendosi dentro tutto quell universo che già gli provocavano una intensa sofferenza. Avrebbe voluto rotolarsi per terra con gli occhi chiusi e farsi ingoiare da quelle sovrastanti potenze che parevano dialogare tra di loro e mettersi d accordo per escluderlo, anche se aveva tutte le buone intenzioni e anzi avrebbe voluto unirsi a loro, a quell insieme indecifrabile di voci e di immagini. Così il bimbo faceva esperienza assai presto della separatezza, della solitudine e della propria insufficienza. Non è detto che in quell epoca pensasse, ma è del tutto certo che nutriva confusi e forti sentimenti con i quali doveva egli stesso scendere a patti aggiornandosi a un tempo successivo sempre in agguato, impossibile da rinviare sine die. In un certo senso si sentiva spiato, dovendo dar conto di ciò che non accadeva mai e non era mai accaduto, ma che da qualche parte pure esisteva per quanto si nascondesse. Questa forma primitiva di raccoglimento e, se si vuole, di meditazione, venne presto ancor più sviluppata per una questione di malattia, di quelle malattie che spesso prendevano i bambini in quel tempo, una sorta di preludio di mal sottile, ossia di tubercolosi. Si rivelava di soppiatto con una febbricola che di mattina era di poco superiore alla temperatura normale e che verso sera saliva di qualche decimo, fino all incirca a 37,5 gradi. Il bimbo dopo qualche mese di frequenza e proprio quando stava per iniziare la primavera veniva ritirato da scuola, lasciato al caldo in casa, avvolto in maglie di lana e pregato di non affaticarsi in alcun modo. Nelle abituali contese con le sorelle, la mamma raccomandava di non strattonarlo e men che mai di dargli colpi sulle spalle. Così passava le giornate osservando ancor una volta il mondo, dai vetri del balcone o dal terrazzo, quando il sole era più caldo e poteva uscire all aria aperta, sebbene tutto imbacuccato e corredato di tutte le pre- 51

10 cauzioni possibili. Osservare la primavera, anzi sentire la primavera, anche ad occhi chiusi, o con altri occhi. Vedeva nell orto di sotto, che declinava a più riquadri verso la strada, gli alberi di mandorlo fioritissimi, vedeva l albicocco anch esso fiorito di altri fiori e di altri colori, sentiva l erba crescere e un inferno di profumi che aumentavano la sua sofferenza. Non soffriva perché non poteva essere sufficientemente libero o perché era malato: soffriva proprio della primavera. E si struggeva, per così dire, di non riuscire ad afferrarla o ad abbracciarla. Al tramonto e di sera rumori conosciuti e sconosciuti si aggiungevano a quel gravame e producevano echi sempre più intensi e più insostenibili. In casa, le cose andavano al solito modo; ma il babbo era assai più pensieroso e spesso diventava nervoso quando doveva annotare nel suo diario del giorno, tenuto, consultato e confrontato scrupolosamente, che la temperatura non scendeva, anzi durava per settimane sempre allo stesso livello, nonostante le cure. Cure assai pesanti: cinque iniezioni al giorno di streptomicina, che era anche difficile procurarsi dalle farmacie di Potenza. Per fortuna, si consolava, il bimbo mangiava alacremente durante il giorno e non dava segni di cedimento di alcun genere. Al contrario. E la scuola? La scuola era svolta in casa, era davvero molto casalinga: la mamma la mattina impartiva la lezione e aiutava il bimbo a impararla. Per quanto in seguito si sarebbe impadronito del maneggio finanche spericolato dell accento tonico, era proprio l accento tonico che formava uno dei crucci pomeridiani e serali, quando il babbo poneva qualche quesito: allora pèra diventava perà, lìmpido limpìdo, parròcchia parrocchìa; le piane, le tronche, le sdrucciole, le semisdrucciole creavano una danza così confusa nella testa del buon Duccio che ne azzeccava poche e finiva con l andare a letto mortificato di questa sua incapacità di capire il senso e il meccanismo di quell accidente di accento. La mamma era anche lei sgomenta, e donn Amelia, quando era della partita, non le risparmiava qualche 52

11 scuotimento di testa e qualche condiscendenza di troppo, confidando sotto voce e non senza perfidia che l intelligenza di quel bimbo si sarebbe sviluppata in seguito. 4. Gerarda, la balia, non poneva problemi di accento tonico nel corso della giornata. E neanche di altro tipo letterario; infatti sapeva a mala pena scrivere il proprio nome e tutte le altre difficoltà di lingua scritta e parlata non la riguardavano. Ascoltava talvolta come si ascolta il prete nella chiesa, quando fa la predica tutto ispirato, e pensa di penetrare nei cuori con le sue parole: ma nessuno capisce nulla, sebbene tutti siano attenti e anzi estasiati dai suoni e dalle cadenze, salvo qualche rapido brivido di sonno, sventato da uno scuotimento elettrico del corpo e del capo. È vero anche che sia il prete sia il maestro o chiunque altro abbia a che vedere con tutte quelle oscure cose che stanno nella testa e che obbligano al lavoro di testa sono compresi al di là di ogni comprensione specifica e ispirano rispetto e diffidenza nello stesso tempo; il prete ha dalla sua anche la confidenza con Dio, un argomento sempre molto pesante e certamente in grado di garantire sicuro ascolto. Ecco, Gerarda, era semplicemente la natura delle cose; delle cose che vanno per il loro verso e amministrano la loro compiutezza. Così era la pace dell anima e della mente. Nella sua casa, la pignatta di fagioli fronteggiava il fuoco nel camino; dall apertura vicino alla porta entravano le galline a sera e si portavano con sicurezza matematica verso un piccolo sgabuzzino dove pernottavano; il barile di acqua, sospeso nell apposito grottino scavato nel muro forniva acqua fresca anche d estate; la mezza seggiola alla destra del camino ospitava sempre il marito, Beppe u forgiaro quando rientrava dalla forgia e si accendeva con un tizzone le sue sigarette Alfa intere o a metà, comperate sfuse al tabacchino. E fumava di un fumo che mandava odori celesti e misteriosi, che formavano d inverno nuvolette inebrianti come i suoi racconti di caccia. Duccio era lì, seduto su una seggiolina anche più piccola della mezza seggiola a riscaldarsi e ad ascol- 53

12 tare. Il fuoco non era solo fuoco, e il piccolo mondo era illimitato, mentre passava per le righe della cammisola di velluto marrone di Beppe o per i suoi baffetti appena accennati o stazionava sul cappello nero rigirato tra le mani nodose di qualche amico venuto in visita o nelle voci di contadini che chiedevano di poter ferrare il mulo il giorno successivo all alba. La forgia era sottocasa, e davanti c era uno spiazzetto per far sostare muli e asini mentre aspettavano il loro turno. Nella forgia, il mantice andava forte e il carbone prendeva a sfavillare nel punto di maggior concentrazione del flusso d aria; lì il ferro diventava rosso vivo e luminoso e le pinze lo afferravano per portarlo sull incudine dove il martello lo sagomava secondo colpi magistrali che nessuno avrebbe mai sospettato fossero così creativi nella loro rudezza. Duccio guidava gli occhi dalla fucina all incudine alla faccia di Beppe il forgiaro, che, con le maniche arrotolate, la coppola sul capo, la pinza e il martello nella mani davvero sembrava un mago. Il ferro usciva infine dalle sue mani e dai suoi attrezzi perfettamente sagomato, con i dentini davanti e il rialzino dietro e veniva tuffato nell acqua nera di una vasca di pietra dove friggeva amabilmente per qualche secondo prima di raffreddarsi ed essere pronto per l applicazione. Il padrone del mulo o dell asino sollevava la zampa, lo zoccolo veniva livellato con una sorta di paletta tagliente e quindi il ferro veniva rigorosamente fermato al suo alloggiamento con i chiodi appositamente preparati e ritorti. Sembrava che ad essere contento dell operazione fosse in primo luogo l asino o il mulo, che posando la zampa a terra e con il capo rivolto alla sua zampa sembrava avesse indossato un paio di scarpe nuove come gli uomini nei giorni di festa. Intanto la conversazione aveva assunto i toni blandi del pensiero delle messi e della rassegnazione al raccolto quasi sempre magro; o dell evocazione senza turbolenze di felicità o di dramma di qualche evento capitato a qualcuno. Le cose tornavano sempre al loro ordine, lo stesso ordine delle pietre sui muri che anche se cadono vengono riportate comunque al loro posto. 54

13 5. Duccio raggiunse presto una sua competenza infantile nell uso degli attrezzi che aveva a portata di mano nella forgia; e tra i suoi nomignoli gli fu accreditato anche quello di Duccio martello e tenaglie, a cui indulgevano spesso le sorelle e qualche volta anche la mamma, ma per sottolineare le sue precoci capacità tecniche. Un paio di volte Beppe il forgiaro ottenne il permesso davvero straordinario di portarsi Duccio per un giorno intero, compresa la notte, al bosco di Ra ajuso, un bosco di castagni dove veniva preparato il catuozzo per fare il carbone. Il catuozzo era una specie di montagnetta di pezzi di legna verde tagliati secondo una misura adatta, eretta con particolari accorgimenti e sapienza sopra una più piccola montagnetta di legna secca; il tutto veniva ricoperto di terra, con un apertura in cima e un apertura in basso, dalla quale accedere alla legna secca per accenderla e dare avvio al procedimento. Tutta l operazione necessitava del lavoro di almeno due uomini; la durata dipendeva dalla grandezza del catuozzo, che poteva ardere per alcuni giorni, fumando lentamente fino all esaurimento della legna sottostante. La notte passava dormicchiando sulle coperte dalla parte dell apertura del catuozzo in basso, da dove proveniva il tepore necessario per stemperare l umidità sprigionata dalla terra. Racconti e dialoghi subivano gli andamenti del lavoro, delle pause per la buona degustazione di pane, uova, peperoni, salsiccia; e delle sorsate di vino per gli adulti direttamente dal fiasco. E si attenuavano via via che le ore si facevano più profonde, e il sonno prendeva tutti, sebbene non mancasse mai la vigilanza del catuozzo, che non doveva permettere altre aperture della coltre di terra salvo quella prevista in alto. Duccio osservava il buio del bosco e la fiamma sotterranea del catuozzo, volgeva il capo in alto dove da un azzurro intenso le stelle e la luna vegliavano anch esse il catuozzo; era contento, forse felice di quel vivere pieno di fragili odori, di tenui rumori, di immagini lievi, di echi senza suoni. Di tanto in tanto gli uomini quasi a turno 55

14 si appartavano nel bosco per i loro bisogni corporali; e anch egli li imitava anche se non ne sentiva il bisogno. Poi arrivava l alba; e dal buio del bosco sorgevano fili di luce e di nebbia e poi il sole arrivava dall alto come accompagnato da una fanfara; e il tramestio delle voci e dei passi sulle foglie esaltavano un risveglio vistoso. Le ore riprendevano il loro passo normale: alla fine il catuozzo veniva scoperto e la meraviglia era quella di vedere che i pezzi di legna verde erano diventati carboni regolari, neri, screziati, lucidi, e amichevoli. Venivano messi nei sacchi e prima che si facesse di nuovo buio arrivavano i muli per caricarli. Duccio tornava a casa fuligginoso come i suoi amici più grandi; e la mamma lo precipitava nella tinozza del bagno. Spesso Beppe il forgiaro otteneva da don Lorenzo licenza finanche di portarsi Duccio a caccia con lui e i suoi altri amici. Duccio faceva chilometri per balze scoscese, boschi e radure, sempre dietro a Beppe. I cani impazzavano con i loro latrati; e stanavano la lepre che si vedeva correre come il vento con le sue orecchie ritte, le zampe piegate e lanciate come molle, il codino agitato a mo di pennello vagabondo. Un paio di colpi e poi più nulla: gli occhi della lepre rimanevano spalancati e il musetto ancora agitava le narici per un respiro interrotto a metà. Duccio osservava e mentiva a se stesso mentre i cacciatori esibivano la preda. Semplicemente in quel momento li odiava. E se andava a caccia con loro nutriva sempre il desiderio opposto: quello di ritornare senza nulla a casa. Gli piaceva vagare nella campagna, apparentemente con uno scopo; che non era il suo. Amava la caccia senza cacciagione. Non riusciva a capire perché la morte avvolta nel silenzio e nel pianto potesse essere in certi casi trasformata in una festa di spari e di allegria. E non riusciva a capire, nella sua mente di bambino per quanto ormai assai vicino al primo decennio di età, che la morte dovesse essere considerata diversa per gli uomini e per gli animali, anche quelli meno vicini alla vita di ogni giorno. Ma che, a conti fatti, non erano affatto estranei a quella vita, visto che gli uccelli erano sempre lì a volare nel cielo o a far sentire la loro voce 56

15 nella notte e nel giorno; e anche i leprotti o i lupi non erano così lontani. Aveva le sue buone ragioni nell argomentare con se stesso queste contraddizioni. Beppe il forgiaro conosceva tutto della campagna e delle abitudini della selvaggina, che in quel tempo era sicuramente più varia, numerosa e insieme meno protetta di quanto non sia oggi. Non era il suo il sentimento di un tiratore scelto che deve andare a bersaglio, era una passione per la quale pativa certamente una serie di disagi e finanche di ambiguità. Il piacere stava nel seguire la vita delle sue prede, non tanto la morte, che peraltro metteva fine al racconto. Quando ricordava le sue imprese, seduto vicino al fuoco, la narrativa svolgeva punto per punto il filo dell intelligenza dell animale che interpretava il suo ruolo eroico di essere braccato tra rovi e cespugli, la cui fine non era mai esaltata. Beppe non amava il sangue; anzi ne aveva paura. Dopo il lavoro nella forgia andava in giro per i suoi sentieri, sconosciuti agli altri, si appostava per ore nei luoghi più impervi, spiava voli e percorsi di animali stanziali o di passo. E tornava a casa con uccelli e altri animali vivi; non si sapeva come facesse; ma arrivava a casa e dalle capienti tasche della sua giacca di velluto estraeva assai più convincente di un prestigiatore un piccolo di beccaccia con il suo becco lunghissimo, vivo; di un upupa con la sua splendida cresta multicolore, vivo; un leprotto morbido e spaurito, vivo; un piccolo di cornacchia, con il suo capino bianconero, vivo. Tutti questi esserini venivano consegnati a Duccio, che, con l aiuto delle sorelle, apprestava il nido nella sua stanza e si industriava di fornire molliche di pane, pezzetti di carne, insetti utili e il latte quando, come per il leprotto, era il caso. Si alzava anche di notte per controllare che il confort del piccolo fosse garantito; vedeva che dormiva anche lui e tornava a letto. Dopo un paio di giorni di apparente regolarità e di contemplazione, arrivava inesorabile la mattina in cui la creatura non si svegliava da un sonno più profondo. I piccoli erano sorprendentemente morti, giacevano riversi e spenti nonostante le cure e l affetto di 57

16 Indice I. La casa del dottore p. 7 II. Di giorno, di sera» 24 III. Miti effervescenze» 44 IV. Pianto e riso» 65 V. Malattia, terapia» 86 VI. Movimenti e metamorfosi» 102 VII. Apprendere, comprendere» 121 * * *» 130 I. La famiglia, e la famiglia» 135 II. Religione e repressione» 150 III. Morire come vivere» 162 IV. A scuola nel tempo di guerra» 177 V. Il mondo più grande» 191 VI. Buona o cattiva sorte» 206 VII. Altro rango» 216 VIII. Educare senza interessi» 234 * * *»

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