Copyright Anas Copyright foto Hélène Binet. Referenze fotografiche Hélène Binet Mario Bigazzi. Progetto grafico Fabio Balcon

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1 Anas per l arte 1

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3 Venezia 2005

4 Copyright Anas 2005 Copyright foto Hélène Binet Referenze fotografiche Hélène Binet Mario Bigazzi Progetto grafico Fabio Balcon Impaginazione e realizzazione Segno Associati

5 Venezia, giugno 2005 Sede Anas Santa Croce

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9 Prefazione di Pietro Lunardi Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti L opera che viene inaugurata a Venezia e che questo libro racconta è straordinariamente significativa da due punti di vista: polico-imprenditoriale e artistico-culturale. Il dato politico si lega alla trasformazione dell Anas in società per azioni con la missione del rilancio delle infrastrutture stradali in Italia nel quadro della linea generale indicata dalla Legge Obiettivo. Questo cambiamento non è stato solo giuridico-normativo, ma ha cambiato la logica stessa di valutazione di tutti gli ambiti di competenza dell Anas a partire dal patrimonio aziendale. Quello che prima era una indistinta sommatoria di beni pubblici, con la spa diventa un preciso inventario di cui si cura l accatastamento, si valuta il cespite, lo si iscrive a bilancio e se ne programma la manutenzione e la valorizzazione. È da questo processo virtuoso che nasce in Anas la scoperta (o riscoperta) del Palazzetto Foscari che era da decenni nella sua disponibilità senza che se ne fosse colta l eccezionalità localizzativa e le potenzialità d uso all interno di una politica di sviluppo. Il recupero edilizio è stato il primo passo di questa riscoperta (con il riuso anche dell apprezzabile arredo da modernariato che l immobile conteneva) ma ancor più importante è stata la scelta d uso, destinando una parte considerevole dell edificio a sede di incontri internazionali e a luogo stabile di collaborazione fra Anas e IUAV. Così facendo non solo il bene pubblico e il patrimonio aziendale vengono valorizzati ma si crea il valore aggiunto di una sede che unisce sapere universitario a competenza aziendale per far decollare un polo di eccellenza nella cultura del progetto stradale. Il fatto poi che la sala meeting sia stata dedicata ad una grande firma dell ingegneria (che si fa anche architettura) come Eugenio Miozzi, aggiunge un dato di sensibilità verso la storia e il sapere delle infrastrutture e rende evidente come l Anas sia stata, sia e ancor più, possa tornare ad essere, un luogo propizio per le eccellenze progettuali come lo fu, con Miozzi, nel primo novecento quando egli assunse responsabilità di vertice del compartimento del Veneto. Se questo sta avvenendo è perché il processo avviato è stato fondamentalmente giusto e, alla base di questa positività, che genera buoni frutti, c è la correttezza e la lungimiranza delle scelte politiche che l hanno promossa e dell impegno imprenditoriale dell Azienda che le persegue. 9

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12 Il secondo aspetto è, se possibile, ancor più importante, perché rivela che la grande svolta realizzati in materia di interventi infrastrutturali che ha visto e vede Anas protagonista non si è limitata alla dimensione quantitativa, ma ha generato qualità, e qualità culturale in particolare. Il Presidente Pozzi, nel suo intervento, ricorda, sia pure sinteticamente, tutte le molteplici iniziative culturali che il CdA ha avviato in questi anni: dalle collaborazioni universitarie ai concorsi, dagli accordi con la Biennale di Venezia e quelli con il Touring Club, la Rai, l Istituto Luce, ecc. Ma l aver trasformato a Venezia un palazzo sul Canal Grande (che nei decenni era diventato un magazzino) in una sede culturale attiva, piena di giovani che studiano, progettano e amano le strade (del passato, del presente e del futuro) è molto di più di una bella operazione immobiliare, è un segno, il simbolo di un nuovo corso che è assai vicino agli indirizzi che la Commissione Infrastrutture e Cultura che presiedo (e che l arch. Costanza Pera segue quotidianamente come vice-presidente) e che vede l ammodernamento stradale del Paese come non conflittuale, ma anzi partecipe e motore della conoscenza, tutela e valorizzazione del territorio e dei suoi beni storicoartistici. Ma questo orientamento culturale nel caso del Palazzetto Foscari dell Anas a Venezia è reso, se possibile, ancor più chiaro e stimolante dalla scelta, concordata da Anas con la Biennale, di affidare ad un giovane artista italiano (sottolineo giovane e italiano) l intero atrio di ingresso e la scala, da pensare, trattare e far vivere unitariamente in un allestimento d arte di grandi dimensioni e di natura coinvolgente al punto che il pubblico dei visitatori del palazzo non potrà non entrare nell opera stessa e, in qualche modo farne parte, superando così il rigido confine tra l opera e la sua fruizione. L autore Flavio Favelli ha chiamato VESTIBOLO la sua realizzazione, che è tante cose (tante arti?) insieme: attraverso questo vestibolo passeranno la vita, il lavoro, i contratti nazionali e internazionali di Anas a Venezia, offrendo all Europa una vetrina di altissimo livello dell Italia che lavora, che pensa, che studia e che, soprattutto, non si arrende alle difficoltà della congiuntura internazionale. 12

13 Introduzione di Vincenzo Pozzi Presidente dell Anas Il 19 dicembre 2002 l Anas è diventata una società per azioni e questo suo radicale cambio di pelle, che ha cominciato a tradursi in un concreto processo di trasformazione nel 2003, è coinciso con il 75 anniversario della sua fondazione nel Quando il Consiglio di Amministrazione ha valutato questa straordinaria concomitanza fra passato e presente (con la conseguente proiezione nel futuro) ha escluso subito l idea di celebrare solo una ricorrenza, interpretando invece il genetliaco come occasione di riflessione storica e prefigurazione progettuale del nuovo inizio dell Anas Spa. In quest ottica ha perso di senso ogni rigido riferimento cronologico al compleanno aziendale avviando invece un percorso che, partendo dal Convegno L Architettura delle strade dell autunno 2003, prosegue tutt ora. Le iniziative sono tante: dal Master interuniversitario che si propone di formare nuove leve di progettisti interdisciplinari di strade e di far entrare il tema delle infrastrutture anche nelle facoltà che si occupano di ambiente, architettura e paesaggio, alla riscoperta della storia per immagini con l Istituto Luce; dalla guida delle strade dell Italia Romana con il Touring Club alla carta dei servizi che impegna l Anas verso gli utenti delle sue strade; dai concerti al Campidoglio all accordo con la Biennale di Venezia per riportare il tema della strada nel circuito creativo dell arte: musica, danza, arti figurative E un percorso che è ormai fuoriuscito dall orizzonte eccezionale del 75 anniversario per diventare un dato di normalità che concorre a definire il profilo culturale della nuova Anas. La svolta quantitativa che ha visto il conseguimento di obiettivi realizzativi impensabili solo pochi anni fa si accompagna dunque anche ad una inedita attenzione agli aspetti qualitativi non solo dei progetti infrastrutturali (tracciato, opere d arte, rapporto con i luoghi attraversati) ma anche dei molteplici significati e valori che ruotano intorno al tema della strada. In questo filone di attenzioni si colloca ad esempio l accordo con la RAI che ha portato al ciclo di trasmissioni di Radio 3 sulla riscoperta della Via Francigena dall Abbazia di Novalesa fino a Roma, ripercorsa a piedi, a tappe di circa 20 Km al giorno, da gruppi di scrittori, giornalisti, uomini e donne di cultura che rinnovano itinerari del nostro immaginario in cui la strada diventa qualcosa che va ben al di là del mero dato infrastrutturale per diventare percorso di culture, di civiltà e paradigma di dialogo fra diversità. Questo lavoro sulla cultura della strada ha portato ad esempio l Anas a bandire un grande concorso internazionale per la progettazione di tre importanti interventi nel- 13

14 l area di Firenze, di Venezia e nella Magna Grecia. Sono state scelte tre localizzazioni simboliche che sono in grado di parlare all immaginario internazionale evocando luoghi simbolo dell Italia e della sua storia: si tratta di tre tipologie di opere che vanno da un doppio ponte sull Arno al disegno degli imbocchi delle gallerie del tunnel di Mestre fino alla rinaturalizzazione di quasi 10 Km di territorio (dove viene dismesso il vecchio tratto dell A3 essendo stato costruito il nuovo asse della Salerno-Reggio Calabria) con un museo accessibile dall autostrada per far conoscere i reperti archeologici emersi nel corso dei lavori. E la prima volta (anche in questo) che l Anas affronta una sfida di questa portata in cui pensiamo di mobilitare il meglio della progettualità interdisciplinare mondiale. Al di là dei progetti e delle opere oggetto del concorso, quello che è essenziale è il segnale di discontinuità che Anas vuol dare: dopo questa mobilitazione di eccellenza, dovrà essere anche psicologicamente impossibile accettare sciatterie progettuali e costruttive nelle nostre realizzazioni. Si è già fatta molta strada sul tema della qualità delle strade: ora si tratta di consolidare e socializzare questi sforzi facendoli diventare prassi corrente e abito mentale diffuso, superando logiche occasionali e operazioni una tantum da fiore all occhiello. Ho richiamato questo percorso per dire che il VESTIBOLO di Flavio Favelli che interpreta artisticamente e trasforma creativamente l atrio del Palazzetto Foscari dell Anas sul Canal Grande a Venezia non è una rara avis né una iniziativa estemporanea, ma si colloca dentro un filone di ricerca e di iniziative che ha il respiro di un percorso culturale ricco di voci, esperienze, interlocutori e obiettivi. Il dialogo di un Azienda come l Anas con le correnti più nuove dell arte contemporanea non può non contenere anche un azzardo, ma è un azzardo meditato e creativo che contribuisce ad arricchire di valori, riflessioni e (perché no?) discussioni il nostro percorso. Sarebbe stato assai più semplice e sicuro comprare un opera consacrata o commissionarne una ad un artista dello star system del mondo creativo ed esporla come icona nell atrio (risistemato) del Palazzetto Foscari. Questa operazione avrebbe potuto essere legittimata come investimento e iscritta nel grande libro del mecenatismo che nobilita culturalmente tante aziende offrendo argomenti al marketing e ausili accattivanti ai responsabili della comunicazione. Gli esempi sono innumerevoli, ma il loro (nobile ed importante) significato lambisce troppo spesso la strumentalità che connota tante sponsorizzazioni motivate dal positivo ritorno di immagine atteso. L Anas ha scelto un altra strada, quella di aprire uno spazio di opportunità ad un giovane artista italiano per dar vita a qualcosa di abbastanza inedito: un locale da usare per le normali funzioni che si impongono in uno stabile dove si riunisce molta gente (che lavora, che studia, che si incontra, che riceve altre persone, ecc.) che sia al tempo stesso un opera d arte (non il luogo in cui un opera viene esposta). 14

15 In questo consiste l azzardo di cui si parlava in precedenza, nel coraggio di legare un grande marchio come quello dell Anas ad una operazione artistica sperimentale di cui è in parte indeterminata la stessa natura (scultura? architettura? ambiente? ) offrendo tale opportunità ad una nuova leva dell arte italiana. Ovviamente questo azzardo è stato ragionevolmente circoscritto chiedendo l ausilio della Biennale di Venezia attraverso un primo contatto con l allora Presidente Franco Bernabè che aprì un canale di dialogo nel cui alveo il curatore Prof. Francesco Bonami indicò vari artisti suggerendo poi il nome di Flavio Favelli anche alla luce del tipo di esperienze creative che questo artista stava sviluppando. Quel primitivo contatto si è concretizzato nel VESTIBOLO di cui questo libro descrive il senso e raccoglie le immagini (compreso il back stage del suo allestimento) mentre più in generale il dialogo tra Anas e Biennale di Venezia si è arricchito di nuovi episodi e ha assunto un carattere non occasionale anche grazie alla lungimiranza di Davide Croff che ha impresso un nuovo respiro anche imprenditoriale alla prestigiosa istituzione culturale che è stato chiamato a presiedere. Da ultimo va sottolineata la coralità dell iniziativa che ha condotto alla realizzazione del VESTIBOLO di Flavio Favelli nell atrio del Palazzo Foscari dell Anas: una esperienza che ha visto tutto il personale del Compartimento di Venezia mobilitarsi su un tema e su una tipologia di lavoro assai lontani dal normale campo di attività. Anche da questo punto di vista si è trattato di un esperienza inedita con ingegneri e geometri stradini impegnati con Favelli a realizzare un opera misteriosa da cui, però, si sono fatti coinvolgere al punto di sentirla anche un po come una propria creatura. L anima di questo coinvolgimento è stato dapprima l Ing. Fabrizio Russo (che ha continuato a sentirsi partecipe dell intrapresa anche quando è stato richiamato a Roma per nuovi importanti incarichi) e poi l Ing. Ugo Dibennardo, con la costante collaborazione del Sig. Rocco Barbaro, nonché dell Arch. Roberto Canovaro, che ha diretto i lavori di recupero del Palazzo e che ha accolto da subito con entusiasmo l ipotesi della intrusione creativa di un artista come Favelli nel progetto edilizio che stava portando a compimento. Senza questa multiforme e pluralistica convergenza di volontà e di impegni forse il VESTIBOLO non si sarebbe fatto o non si sarebbe fatto così. La constatazione che quest opera nata indubitabilmente da un singolo artista (Favelli) sia una realtà sentita e vissuta come propria da molte persone della nostra Azienda, può forse essere presa a simbolo della nuova Anas, che ha potuto rilanciare il tema delle infrastrutture stradali in Italia moltiplicando la sua capacità realizzativa proprio grazie all impegno di amministratori, dirigenti, tecnici e maestranze che hanno saputo dare (e stanno dando) in ogni settore qualcosa di più di ciò che sarebbe dovuto in base ai soli mansionari ad ogni livello. 15

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19 Il vestibolo nudo (Su un installazione di Flavio Favelli) di Mario Fortunato foto di Hélène Binet

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21 Ho conosciuto Flavio Favelli e il suo lavoro qualche anno fa, a Londra. Devo il tutto a Vittorio Urbani, ideatore e animatore di quel piccolo miracolo di impegno no profit nel campo dell arte contemporanea, che si chiama Nuova Icona e ha sede a Venezia. Urbani stava lavorando, per conto dell Istituto Italiano di Cultura a Londra che allora dirigevo, a una trilogia espositiva in cui di volta in volta due artisti uno italiano e l altro inglese dialogavano fra loro, creando cortocircuiti di senso e di esperienza. Favelli mi fece l effetto di un Valerio Magrelli più radicale, perfino un po estremista. Del poeta romano, del suo lucido razionalismo capace di sconfinare, come per un sovvertimento dei sensi, nell opposto di una maniacalità minuziosa quanto ossessiva, Favelli mi parve condividere finanche la postura fisica cauta, guardinga, tuttavia non alieno da un ironia severa, direi di natura morale. Mi colpì a ogni modo il suo lavoro. Una serie di stampe con progetti di ville su cui l artista era intervenuto con schizzi e disegni di proprio pugno. Un grande tappeto fatto di tanti pezzi di tappeti diversi e ricuciti umilmente fra loro, una specie di patchwork che pareva alludere all interno di una moschea. Due specchi simmetrici (uno dei quali nero come un buco nero), meticolosamente suddivisi in geometrici quadratini e poi ricomposti in unità grazie a una cornice dorata d altri tempi. Questi i lavori che ricordo con maggiore vividezza. Ma ce n erano degli altri che comunque ridisegnavano, o meglio, reinventavano lo spazio espositivo come si trattasse di un luogo proprio, depositario di memorie individuali remote e piuttosto decadute, riferimento a un antico decoro ormai compromesso, se non perduto per sempre Le foto di Graham Fagen l artista scozzese che Urbani aveva scelto come deuteragonista di quella mostra intitolata curiosamente La mia casa dov è?, quei suoi ritratti che ricalcavano altrettanti dipinti della metà del Settecento raffiguranti il principe Charles Edward Stewart, facevano da perfetto contrappunto alle opere di Favelli: nello spazio ricreato da quest ultimo, i ritratti di Fagen, ordinatamente appesi alle pareti, non ne erano che il corollario, e quasi sparivano dentro alla dimensione spazio-temporale messa in essere dall altro. Dopo l esperienza londinese, ho seguito Favelli di lontano. Come in un romanzo di Patrick Modiano, ho pedinato i suoi passi nella segreta convinzione che, dietro ai gesti misurati e attenti della sua ricerca, racchiusa nelle sue architetture silenziose e sfuggenti, si nascondesse una verità dolorosa fino ai limiti dell impronunciabile. Ricordo una sua mostra a Roma, nella galleria di Pino Casagrande, o ancora la presenza alla cinquantesima Biennale veneziana curata da Francesco Bonami: in entrambi i casi, assai dif- 21

22 ferenti fra loro per dimensioni e natura, le opere di Favelli mi si presentarono raccolte in una radura di mutismo e discreto isolamento, come visioni momentanee di qualcosa che non poteva essere detto se non per accenni, pause, ripensamenti. Credo proprio per sottolineare questo senso di sospensione in cui qualcosa sta per accadere ed è forse il qualcosa che domina il tempo dell adolescenza, quando la vita si rivela di colpo e insieme per la prima volta esita, inciampa, per rimarcare l allarme e l incertezza che fanno da ossigeno al suo lavoro, Favelli usa non di rado anche la scrittura. E una scrittura inventata, inutile, oppure è quella del ricordo personale: pezzi di racconto, brani di storie che, dimentichi di un incipit come della loro conclusione, affollano l opera di domande, allusioni, sottintesi. Che cosa vuol dire l artista quando accenna in maniera veloce ma insistita, testarda, a suo padre? Che cosa sta suggerendo? Proprio a Francesco Bonami, curatore anche della mostra Exit alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, che gli domanda quale è l artista che ha più influenzato il suo lavoro, Favelli risponde lapidario: Senza il minimo dubbio, mio padre. In quella mostra, l opera esposta si chiamava Tavolazione, una installazione del 1998 in cui, a far da colonne di un dimesso arco di proscenio, erano due casse di legno verticali da cui fuoriuscivano altrettanti gomiti umani: è dunque, il padre, la bara dentro cui è custodita la propria identità profonda, non essendo il resto che mera (e muta) rappresentazione? E qui che si nasconde la verità, il punctum della ricerca di Favelli? Nel suo bellissimo libro La camera chiara, Roland Barthes, parlando di ciò che distingue una foto anonima da un altra che ci colpisce e rimane nella memoria, scrive: In questo spazio quasi sempre unario, io sono talvolta attratto (ma, ahimè, raramente) da un 'particolare'. Io sento che la sua sola presenza modifica la mia lettura, che quella che sto guardando è una nuova foto, contrassegnata ai miei occhi da un valore superiore. Questo 'particolare' è il punctum (ciò che mi punge). Il punctum per Barthes non si può sottoporre a una vera e propria analisi: per coglierlo, è utile piuttosto il ricordo. Prosegue Barthes: Un dettaglio viene a sconvolgere tutta la mia lettura; è un mutamento vivo del mio interesse, una folgorazione. Il punctum si presenta quindi come qualcosa di imprevisto e inusitato, una sorta di satori dello sguardo. E un supplemento a ciò che vedo e che tuttavia è già nella foto. Ma per cogliere tutto questo, per accedere al piacere-dolore che la puntura della visione produce, conclude il grande semiologo francese, dovevo penetrare maggiormente dentro di me Io dovevo fare la mia palinodia. E noto che per 22

23 Barthes penetrare dentro l essenza della fotografia significasse proustianamente tentare di ricostruire il ricordo (anche fisico) della madre. Sono straordinarie, in tal senso, le pagine dedicate a quello specifico strazio che ogni lutto impone secondo cui, per quanto si consultino foto e ritratti, pare di colpo impossibile ricostruire i lineamenti della persona scomparsa ( Secondo le foto, in certune riconoscevo una regione del suo volto, il tale rapporto del naso con la fronte, il movimento delle sue braccia, delle sue mani ). Se in Barthes il punctum della ricerca è il corpo materno (ma lui parla anche di anima ), per Favelli ciò che punge, il particolare necessario alla visione, si disvela nella figura paterna. Il vestibolo di un edificio è propriamente il vano che serve di entrata. In linguaggio anatomico, è uno spazio cavo che mette in comunicazione con un altra cavità (c è il vestibolo auricolare, quello vaginale). Credo che entrambe le connotazioni di senso vadano tenute a mente, entrando nel Vestibolo realizzato da Flavio Favelli per la sede Anas veneziana. Appena varcata la soglia d ingresso, ecco di fronte una composizione di specchi frammentati: restituiscono la mia immagine moltiplicata e frantumata, una specie di messa in mora dell io e della sua (supposta) unità. Dal soffitto pendono tanti lampadari in vetro, piccoli e medi chandeliers trovati in chissà quale negozio di rigattiere, tutti diversi fra loro ma insieme simili, su cui l artista è intervenuto introducendo, o qui e là sostituendo qualche pezzo: l effetto luminoso ricorda l interno di una chiesa ortodossa, o di una sinagoga, pur rimanendo ancorato al ricordo di vecchi interni borghesi (la casa dei nonni, la sala da pranzo delle zie ). Non si tratta dell unica illuminazione: contro le pareti gialline, lucide di una vernice molto british, incorniciando la serie inquietante degli specchi frantumati e neri, spiccano delle appliques sui cui paralumi Favelli ha dipinto delle sagome astratte, a metà strada fra la radiografia di un insetto e una macchia di Rorschach. Al centro della vasta sala, una strana panca da museo ricoperta di marmo. Marmo che si ripete lungo lo scalone che porta al piano nobile - scalone scuro e misteriosamente funebre, presidiato lungo un fianco da una successione di ringhiere in ferro, assemblate in un modo tale per cui risulti difficile stabilirne le differenze, le smagliature. Le presunte macchie di Rorschach si ritrovano poi, ossessive e imperturbabili, impresse su vetrate che affacciano su spazi interni occlusi alla sguardo. A una prima occhiata quella immediata e immemore della pura visione, l Augenblick di cui parlava Heidegger il Vestibolo di Favelli si presenta come un luogo astratto eppure famigliare, minuziosamente lavorato, gremito di 23

24 segreti. Si pensa subito che è un luogo di frontiera, il passaggio da una dimensione strettamente fisica a un altra di natura mentale. E a poco a poco che se ne svelano i particolari: per esempio, la ringhiera cui accennavo sopra sembra di primo acchito un pezzo unico, invece che un insieme di lavori differenti; non immediatamente si decifra anche la tramatura del marmo pavimentale, e di quello usato per lo scalone. Favelli insiste molto sui dettagli e sul loro occultamento, probabilmente convinto, come Aby Warburg, che sia appunto nel particolare a rivelarsi il buon Dio, o il Diavolo. Ma oltre il primo sguardo, che cosa colpisce di questa installazione? Dove risiede il suo punctum? La parola vestibolo rinvia all atto del vestirsi e svestirsi. Entrando in questo spazio, io mi tolgo degli abiti soprabito, sciarpa, guanti, cappello per reindossarli nel momento in cui andrò via, quando lascerò l edificio. Il vestibolo è un luogo di transito in cui mi prendo moderatamente cura del mio corpo, parzialmente denudandolo o abbigliandolo. Favelli ne sottolinea la portata con specchi, panche, lampadari, vetrate: moltiplica la visione come per moltiplicare l identità. In questo senso, il suo spazio cavo mette in comunicazione con la cavità che io stesso sono: cavità colma di memoria, di parole, in definitiva di nulla. Ecco perché prima dicevo che, nel lavoro di Favelli, le due aree semantiche della parola vestibolo devono essere custodite e tenute insieme. Ciò che interessa all artista non è la dimensione temporale dell esistenza bensì quella spaziale. Non a caso le sue opere prevedono sempre uno spazio preciso che le connoti, o addirittura come in Vestibolo e altre sue installazioni quello spazio tendono a costruirselo. Come se l opera in sé non fosse altro che una variazione, l infinita, instancabile variazione che l artista realizza ossessivamente intorno al concetto di casa. E quale è la prima casa che ogni uomo abita fin dalla nascita, se non il proprio corpo? L idea dell origine, l idea della casa sembrerebbero suggerire una vocazione femminile, per non dire materna, dell opera. Ma già l impatto estetico (o estatico) con il lavoro di Favelli mi dice che siamo lontani da una connotazione femminile e materna. In lui, niente di morbido, nessuna apparente concessione soft e affettiva. Nel suo Vestibolo, ma direi in generale nella sua produzione, Favelli pare piuttosto voler restituire un immagine severa e predittiva della propria ricerca. Dominano i toni del grigio e del nero. Dominano le strutture, la rappresentazione, le impalcature dell io. Siamo dalle parti di un eleganza sobria e non di rado punitiva. Distacco, calcolo, una certa freddezza sono le sue stelle polari. Pur alludendo di continuo a un urgenza esistenziale che, come notavo prima, è di una violenza che rasenta la 24

25 crudeltà, Favelli fa dell autocontrollo il suo stigma: che naturalmente, da un momento all altro, può perderlo scaraventandolo in un delirio senza fondo. Il suo sguardo è come la macchina da presa in quell ininterrotto, unico pianosequenza che compone il film L arca russa di Alexander Sokurov: la cinepresa registra inesorabile, annota, enumera, divora ogni cosa: e infine produce nello spettatore una specie di smarrimento, un mal di mare visivo di cui non ci si libera facilmente. Al contrario però del cineasta russo, Favelli non lavora per accumulo ma per sottrazione. Sottraendo, scava il proprio percorso fino all origine. La sua è un origine tutta maschile, partenogenetica, che postula una corporeità da macchina celibe, incapace di generare se non la propria stessa finitezza. Jacques Lacan diceva che il padre è il signore della Morte. Ed è appunto al padre, a questa figura sgranata ma anche straordinariamente nitida, che tutta la ricerca di Favelli pare rivolgersi. Il padre è colui che partecipa alla generazione rimanendo distante, separato nel proprio corpo. Il padre è il vestibolo nudo della nostra esistenza. 25

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27 Lampadari originali e servizi da macedonia. Soffitto e pareti tinteggiati con smalto lucido. 27

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30 Pavimento in marmo Portoro Nero 30

31 Doppia panca rivisitata in legno 31

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36 Specchiere in mosaico di specchio con cornice originale in pastiglia 36

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38 Specchiere in mosaico di vetro nero con cornice originale in pastiglia 38

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41 Arte pubblica sulla strada di casa Una buona casa la si deve poter riconoscere fin dal vestibolo, e, non appena si entra, si deve poter discernere che dentro non ci sono tenebre, quasi che la luce della lucerna collocata dentro risplenda anche fuori. (S. Agostino) di Stefano Pezzato

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43 Il progetto di Flavio Favelli per un ambiente praticabile e permanente nei locali d ingresso della sede ANAS di Santa Croce a Venezia costituisce lo sbocco naturale e insieme una sfida per il lavoro di questo artista, che ha fatto dell intervento diretto sull architettura e della creazione di oggetti dall apparenza funzionale i fulcri della propria ricerca. In passato Favelli ha ideato e proposto interventi personali per edifici privati, locali dismessi e spazi culturali off, oppure per piazze e scalinate all aperto, nell intento di recuperare o sollecitare una visione del luogo conforme alle proprie intuizioni del momento. Successivamente ha realizzato installazioni e presentato sculture dalla parvenza domestica, quasi privata, nei luoghi deputati all arte, come gallerie, musei, fondazioni, lavorando anche su incarico in maniera del tutto originale. Ora questa commissione dell ANAS, fatta su invito, apre all artista una terza strada: quella di una grande opera duratura, per un interno usufruibile, quotidiano, in cui il pubblico si reca abitualmente per lavoro, ponendo l arte a confronto con uno scopo preciso e con dei limiti oggettivi che Favelli non ha trovato né in luoghi privati, abbandonati o per così dire alternativi, né in qualsiasi sede espositiva temporanea egli abbia frequentato finora. L idea di arte pubblica si sposa perfettamente con il concetto di ambiente sviluppato da Favelli, una vera e propria costruzione al limite tra scultura e architettura, fra creazione personale, concezione poetica propria dell artista, e spazio condiviso, luogo aperto ad una fruizione allargata oltre i soli confini dell arte e disposta dunque a varie interpretazioni. L opera d arte si carica della responsabilità di trasformare uno spazio altrimenti anonimo, come l ingresso della palazzina costruita nei primi anni Cinquanta a lato del Ponte degli Scalzi, di fronte alla stazione ferroviaria di Santa Lucia, sul luogo dove sorgeva il gotico Palazzetto Foscari. Assume inoltre il compito di suscitare interesse e generare attenzione, invitando il pubblico a conoscere questo luogo defilato rispetto al passaggio dei flussi turistici, non fisicamente ma per ovvie ragioni legate alla sua funzione, quindi a visitarlo e ad usarlo. Sono le qualità specifiche dell opera a infondere di contenuto questo spazio, ad attirare qui il visitatore d arte o ad interessare chi ci viene per ragioni pratiche, legate all attività dell ANAS o dell attigua Facoltà di Architettura. Da questo punto di vista la ricerca di Favelli trova precursori illustri nella sintesi costruttivista di forme e funzioni, ideata da Wladimir Tatlin ed El Lissitzky negli anni Venti in Unione Sovietica, e nella raccolta di oggetti tro- 43

44 vati, assemblati dal dadaista Kurt Schwitters all interno della propria abitazione di Hannover nel famoso Merzbau ( ). Tuttavia, se vogliamo cercare un modello per Favelli, possiamo pensare a Lucio Fontana, autore di vari Ambienti spaziali (dal 1949 al 1968), Soffitti a luce indiretta e Soffitti al neon (dal 1949 al 1961), Strutture al neon (1951), Decorazioni murali e Decorazioni a ceramica (anni Cinquanta), e inoltre del Lampadario per il Cinema Duse a Pesaro ( ) e dell Atrio con luce a soffitto del condominio Milano a Rovereto (1960). L accostamento a Fontana va riferito non tanto all esecuzione e alla forma delle opere quanto piuttosto alla pratica artistica e ai luoghi a cui questa si rivolge. L opera su scala ambientale assume infatti una finalità estetica ma soprattutto delle qualità sensoriali, ha implicazioni mentali, soggettive, ma non disdegna un utilizzo pratico, collettivo, è realizzata per spazi espositivi, ma pure per luoghi di vita reale. Il Lampadario, per fare un esempio, nasce come opera d arte, come il frutto di un elaborazione intellettuale personale e di una ricerca formale specifica, unica nel suo genere e non ripetibile a livello industriale e commerciale, eppure viene utilizzato sostanzialmente anche come fonte di luce. Il carattere ambientale dell opera stimola nel visitatore una riflessione sulla disposizione, il significato o l uso dello spazio, in sintesi sul senso del luogo. L intervento artistico è in grado di trasformare lo spazio mettendolo in risalto o, all opposto, facendolo scomparire, e riesce a provocare un effetto attivo sul visitatore, che può essere fisico o psicologico. Nel caso di Fontana l ambiente si smaterializza, allargando le possibilità cognitive oltre il limite dello spazio fisico, nei tagli inferti alle superfici, nella luce bianca diffusa dai neon, o nei neri profondi rischiarati da punti di luce di Wood. Nel dopoguerra, in un Italia da ricostruire culturalmente oltreché materialmente, Fontana auspicava il confronto delle ricerche artistiche con le nuove tecnologie e le ricerche scientifiche più avanzate. Diverso è quanto avviene oggi: nell epoca della diffusione elettronica della realtà e della riconversione post-industriale delle attività economiche, Favelli agisce come un fine ricercatore di tracce del passato, un ordinatore di frammenti che raccoglie faticosamente e poi ingegnosamente ricompone. Ponendosi all interno dell ambiente Favelli immagina situazioni, comportamenti e movimenti delle persone che vi soggiornano e lo usano. Talvolta realizza degli schizzi, dei disegni preliminari come nel caso di questo progetto. 44

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