Tracce di quartieri Il legame sociale nella città che cambia a cura di Marco Cremaschi

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3 Tracce di quartieri Il legame sociale nella città che cambia a cura di Marco Cremaschi FRANCOANGELI

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5 Indice Narrazioni e cambiamento dei quartieri, di Marco Cremaschi pag. 7 Luoghi e spazi dell eccezione, di Daniela De Leo» 30 Una riflessione sul cambiamento, di Viviana Fini» 49 Nicchie urbane Urbanità e desiderio, di Sandra Annunziata» 66 Milano, Isola: narrazione e comunità, di Alessandra Micoli» 83 Roma, San Lorenzo: reale e immaginario, di Sandra Annunziata» 106 Napoli, Chiaia: differenze e ripetizioni, di Daniela De Leo» 125 Vecchi quartieri pubblici Le borgate romane tra 45 e 89: esclusione sociale, movimenti urbani e poteri locali, di Alessandro Coppola Torino, via Arquata: dieci anni di politiche omeopatiche, di Daniela Ciaffi» 161» 187 Roma, Primavalle: da borgata a quartiere, di Daniele Ceccarelli» 202 Una certa idea di periferia Milano, lungo via Padova: periferie in sequenza, di Christian Novak e Viviana Andriola» 222 5

6 Roma, Torre Maura: una dolce trasformazione?, di Alessandro Coppola Napoli, Montecalvario: le carriere dei migranti, di Maria Teresa Sepe» 249» 293 Borghi metropolitani Le geografie sociali di Torino, Milano, Roma e Napoli, di Massimiliano Radini» 323 Roma, Ladispoli: da balneare a urbano, di Silvia Lucciarini» 359 Milano, Garbagnate: la scala metropolitana delle politiche locali, di Marilisa Di Carlo» 381 Napoli, Varcaturo: un quartiere extraurbano, di Giovanni Laino» 395 6

7 Narrazioni e cambiamento dei quartieri di Marco Cremaschi Questa raccolta di saggi descrive il cambiamento della città attraverso i suoi quartieri 1 ; tratta cioè di luoghi specifici e particolari traiettorie di cambiamento. Alcuni anni fa, Doreen Massey (2005) ha discusso le contemporanee immagini di spazio e tempo, e le idee e narrazioni che ne conseguono; affermando in conclusione che non esiste uno spazio, o un luogo, né un tempo privilegiato. Luoghi, temporalità e processi di cambiamenti sono appunto il prodotto d interazioni sociali; sono frutto di processi diversi, e il carattere contestuale del cambiamento fonda una pluralità di percorsi e narrazioni costitutivamente eterogenea; e sono costruiti socialmente, un impresa mai definitivamente compiuta, in un intreccio di storie in simultaneo divenire (ivi). Si capirà, allora, l interesse per la città vista dalla prospettiva del quartiere, per un aggregato regolato visto da dove il tempo e lo spazio si riconoscono l uno nell altro nella costruzione di una vicenda comune. In questa prospettiva, si privilegiano alcuni punti di vista: quello della vita quotidiana, senza dubbio; e dei legami sociali tradizionali scossi dalla modernizzazione prima, dalla globalizzazione poi. E, infine, dell agire politico locale, al tempo stesso centrale nelle pratiche sociali e residuale rispetto alle dinamiche complessive. I capitoli che seguono, scritti in prevalenza da giovani ricercatori di diversa provenienza (antropologia, architettura, psicologia, sociologia, storia e urbanistica), seguono inevitabilmente linee di ricerca di diverso orientamento disciplinare, pur con alcuni punti in comune: cercano nuove descrizioni della morfologia degli spazi, secondo una tradizione che in Italia ha avuto una recente fortuna, rinnovando le 1 Questo volume restituisce i lavori dell unità locale composta da ricercatori del Dipartimento di Studi Urbani dell Università degli Studi Roma Tre e dell Università di Napoli, coordinatore Marco Cremaschi. La ricerca faceva parte del PRIN I territori della città in trasformazione: innovazione delle descrizioni e nelle politiche, coordinato a livello nazionale da A. Balducci, e finanziato con fondi del Ministero dell Università e della Ricerca nel I risultati preliminari sono apparsi in Balducci A. e Fedeli V. (2007) (a cura di). La redazione finale del volume non sarebbe stata possibile senza le numerose riletture, i commenti e i suggerimenti critici di Daniela De Leo. 7

8 analisi urbanistiche e geografiche; ricostruiscono le pratiche sociali, i modi di uso e i rapporti di convivenza a livello sociale, con una dichiarata attenzione etnografica alle pratiche e alle culture locali; esaminano le forme di mediazione e di mobilitazione politica, e la gestione locale che le leadership locali, non ancora sparite del tutto, cercano di fare degli effetti delle politiche pubbliche. Più che una sintesi, dunque, il valore di questa ricerca è di riaprire un ambito di studio che sembra esser stato seppellito sotto frettolose liquidazioni. E che altrettanto frettolosamente potrebbe essere rivisitato. Ancora una volta, le facili dicotomie prevalenti sul declino sociale oscurano la ricerca più umile e paziente d interpretazioni che sappiano essere coerenti con il quadro dei fenomeni e capaci di dialogare con le rappresentazioni dei soggetti. Forse il primo risultato, e il più importante, è suggerire che il tema del quartiere resiste, e occupa una certa rilevanza nelle fenomenologie del cambiamento metropolitano, nelle pratiche degli abitanti, nei comportamenti degli attori politici. Questo lavoro inoltre introduce diverse famiglie di quartieri, situazioni distinte e forse tipizzabili di convivenza locale. Ciascuna con problemi e con potenzialità, alcune con risorse e opportunità. Più avanti descriveremo alcuni fenomeni emergenti che sembrano mostrare degli aspetti innovativi: la creazione di quartieri di nicchia, per esempio, o la improvvisa conversione di vecchi comuni di periferia in nuovi borghi metropolitani. E le diverse configurazioni che nel frattempo assumono i quartieri consolidati della ormai logora (come fenomeno, e come descrizione) periferia delle città, siano essi pubblici o di nuova immigrazione. In secondo luogo, dopo anni di sperimentazione delle azioni locali di quartiere, queste riflessioni indicano la necessità di ampliare il quadro di riferimento delle politiche urbane, interrogando con maggior respiro l orizzonte evolutivo del neoliberismo e la sua ibridazione locale (vedi anche i saggi in Cremaschi, 2008, a cura di). C è una storia dietro ogni formazione sociale e, nelle debite proporzioni, dietro ogni quartiere. Conoscerla e ricostruirla sono condizione per capire le possibilità di trasformazione locale. La storia locale, la rappresentazione del passato (e insieme del futuro) hanno una forza e un inerzia straordinaria e trascinante. Inoltre, i saggi che seguono suggeriscono di approfondire la dimensione delle pratiche sociali, che non solo danno senso e sostengono le politiche locali e le reti locali degli attori della politica; ma che costituiscono un volano resiliente e duraturo della vita sociale locale. La tenuta della coesione sociale è un problema delle nostre società, ma non implica necessariamente che ogni organizzazione sociale sia fragile. Riconoscere gli elementi di resistenza e quelli di crisi può aiutare a definire politiche meno generiche. In definitiva, questo libro tratta del cambiamento. E non del cambiamento di grana minuta che avviene localmente, o quello che riguarda solo la vita personale e gli orientamenti culturali. Ma, pur attraverso queste lenti (e con i limiti conseguenti), il cambiamento delle società urbane. Con il risultato di evidenziare i ritmi diversi, le rielaborazioni culturali, il campo delle differenze: cambiamenti lenti, a volte dolci, ma con subitanei accelerazioni (come quella che stiamo attraversando); cambiamenti spesso attesi, ma che offrono non di rado conseguenze non intuitive, rielaborate a volte con esiti insospettabili. 8

9 Sembra allora possibile affermare che con un po di sorpresa questo tema non è abbastanza curato da studiosi e scienziati sociali, che lo venerano ma raramente lo criticano. Ciascuno di noi è incline a sottostimare i difetti del proprio lavoro, e non sarà chi scrive a sfuggire a questa regola. Ma questa raccolta, pur con tutte le approssimazioni, sembra affrontare il tema trascurato delle forme concrete del cambiamento, della società e della città, del territorio, cosi come sono intese localmente; e le combinazioni tra i grandi eventi, le regolazioni locali e le forme di territorializzazione. A me sembra che concentrarsi su questo aspetto sia una delle necessità di studio dei prossimi anni. 1. Quattro città Si è sempre constatato nello studio delle città un legame forte tra cambiamento dei quartieri e cambiamento urbano in generale. Le teorie principali sottolineano alcuni dispositivi specifici che oggi possono essere collocati nel contesto sociale e ideologico che li ha prodotti: il ciclo di vita dei quartieri di nuovo insediamento, e le corrispondenti teorie sulla città, che estrapolano dagli insediamenti dei ceti medi bianchi del dopoguerra un percorso caratterizzato da cause naturali interne, solo apparentemente ovvio e, invece, fortemente protetto da dispositivi di governo; il modello di Chicago della competizione e della sostituzione di ondate successive di immigranti, che enfatizza una causa esterna e i rapporti di mercato; la riproposizione recente della tesi della polarizzazione urbana nel contesto delle nuove sfide della globalizzazione. Ma la diseguaglianza urbana è frutto della maturazione di un percorso di lungo periodo, piuttosto che l esito di un evento di rottura. Contrariamente a quanto spesso ripetuto, in particolare nella letteratura angloamericana, il cambiamento delle città che abbiamo osservato è lento, e le situazioni sono segnate più dal percorso evolutivo precedente che dalle fratture epocali (dal contesto specifico, insomma, piuttosto che dagli shock esterni). Dal punto di vista strutturale, condizioni di rapida trasformazione si riscontrano abbastanza di rado, benché siano avvertite accelerazioni che seminano lacerazioni e sollecitano conflitti tra gli abitanti (Ceccarelli su Primavalle; Novak e Andriola su via Padova). Un carattere dell epoca recente è la crescita della polarizzazione sociale e della divisione spaziale della città. L analisi empirica dei dati dei censimenti del 1991 e del 2001 in quattro grandi città, con tutti i limiti di questi esercizi descritti in dettaglio nel saggio di Radini, conferma la forte divisione tra città del Nord e del Sud, le prime con popolazione agiata o di pensionati; le seconde, con popolazione povera o, comunque, segnata da combinazioni di disagi plurimi. Il dato forse più importante è però che i cambiamenti tra i due decenni sono modesti. L intuitiva struttura territoriale del disagio che vede in tutte le città una polarizzazione tra zone centrali benestanti e zone periferiche più povere era già evidente negli anni novanta; nel 2001 si conferma, e acquista forse maggior chiarezza, ma non cambia strutturalmente. 9

10 Come è noto, in tutte e due le soglie temporali, le città perdono popolazione mentre aumenta quella delle province e dei territori contermini. Al tempo stesso, la quota di popolazione che vive in zone svantaggiate si riduce dappertutto. Attenzione, però: sembra sensato assumere che mentre la popolazione favorita ha la possibilità di restare, venga espulsa proprio quella meno favorita, in particolare al nord. Per esempio, Milano ha una quota inferiore di popolazione che vive in zone disagiate di Roma, Torino e Napoli. Viceversa, aumenta, in tutte e quattro le città, la quota di popolazione residente in aree favorite. Torino e, in misura minore, Milano, appaiono cosi maggiormente omogenee; e conseguentemente, l indice di polarizzazione si riduce lievemente al nord, non a Roma. E cresce, invece, a Napoli. Dai dati Istat del 2001, infatti, Napoli appare un po sorprendentemente la città con la maggiore divisione spaziale; mentre Torino è quella nella quale si riscontrano minori contrasti. Nel mezzo troviamo Roma e Milano. Insomma, dobbiamo concludere che le città più avanzate nel processo di globalizzazione economica sono meno divise? Probabilmente no: interferiscono fattori geografici e condizioni istituzionali particolari, nonché le diverse fasi di sviluppo, anche se è probabilmente vero che i processi di polarizzazione sociale innescati recentemente (in termini relativi) dai processi competitivi sollecitati dalla apertura all economia globale non sono così forti da rimpiazzare lo strutturarsi locale delle diseguaglianze. Piuttosto, la divisione spaziale delle città è ancora fortemente condizionata dall evolversi delle dinamiche locali, e, in particolare, dal percorso molto lento (in termini relativi) che questo processo ha seguito finora. La ragione di questa insolita conclusione, che contrasterebbe con tutte le ricerche accessibili in letteratura dalle quali risulta che le città ricche non sono più eguali è che probabilmente i processi di diffusione urbana al nord sono stati intensi nei decenni trascorsi, al punto di aver già selezionato gli abitanti dei capoluoghi metropolitani. Stiamo dunque assistendo, questa è dunque l ipotesi di lettura che adottiamo, alla conclusione di un onda lunga che comincia a manifestarsi anche a sud. Non sembra azzardato suggerire che la tradizionale lentezza delle trasformazioni urbane che verrà più volte ricordata nei capitoli che seguono, e che non viene meno come carattere originario del nostro paese non impedisca il radicalizzarsi degli esiti complessivi, probabilmente il raggiungimento di un punto di soglia. Le grandi città sono cambiate e le trasformazioni hanno un ritmo crescente. Non è un caso peraltro che negli anni novanta sia ripartito il ciclo immobiliare e che da allora sia ripreso a crescere il volume delle costruzioni, nonché delle opere pubbliche, dopo un lungo periodo di stasi. In definitiva, ci sono indicazioni sufficienti per sostenere che, nel cambiamento più generale, una certa attenzione sia dovuta alle modalità differenziali in cui cambiano le parti di città. In un elenco impreciso, si può anticipare qualche corollario al fatto che il cambiamento in corso abbia natura disomogenea. Alcuni quartieri sono investiti da trasformazioni dirette, espansioni e ricostruzioni; altri solo dal cambiamento dei valori immobiliari, o da opere esterne che ne modificano la posizione rispetto al resto dell area metropolitana. Altri ancora restano identici a se stessi, ma vedono cambiare la popolazione, per sostituzione o per nuovo arrivo: altri 10

11 invece non cambiano popolazione, ma quella esistente invecchia... La natura del cambiamento differenziale delle parti di città risulta dalla combinazioni di aspetti diversi, esiti materiali e trasformazioni culturali. La ricerca qui esposta indaga soprattutto quest ultime, nella convinzione che l oggetto più importante di studio sia proprio la natura del cambiamento in corso, di cui ci sfugge l alchimia e il ritmo. E per le ragioni precisate in seguito (vedi i saggi di Fini, Annunziata e Micoli), il cambiamento non è indipendente dal modo in cui viene percepito. Ogni rappresentazione del cambiamento, infatti, chiama in causa progettualità e capacità di gruppi diversi di cittadini: immagini contraddittorie che non si inibiscono a vicenda e contribuiscono, continuamente, a ridefinire la natura del quartiere. Rappresentazioni diverse catalizzano nuove attività, e si fanno cerniera per nuove identità. Alcune in particolare, a volte proprio quelle che rinverdiscono il mito fondativo del quartiere, riescono a coalizzare maggiori forze e a dare forma ai desideri di socialità e affermazione di gruppi eterogenei. 2. Due riferimenti preliminari Ci sono delle ragioni profonde per questa ricerca, legate alle trasformazioni in corso del legame sociale e del fatto urbano; e, contemporaneamente, al cambiamento (francamente, non molto ordinato) degli approcci disciplinari. Queste ragioni sono evidenti, in particolare, nell ambito della pianificazione e, più in generale, degli studi urbani. In particolare due riferimenti vengono utili a questo proposito: a) il primo riguarda la critica al modello di razionalità standard (nel nostro settore disciplinare, la più completa ricostruzione è frutto del lavoro di Palermo, 1981), e la conseguente riammissione di una nozione ampia di ragione che recupera gli elementi sociali ed emozionali (un esplorazione disciplinare su questi terreni in: Belli, 2004); una critica che ha avuto peraltro un ruolo fertile nella costruzione della conoscenza dei fatti urbani nella forma non sempre esplicita, né riconosciuta dell immaginario urbanistico (Dematteis, 1981; Cremaschi, 2006), che talvolta ha saputo riconoscere in modo esplicito una matrice costruttivista (Crosta, 1995). Più in generale, l aspetto creativo e progettuale della disciplina da sempre si è posto confusamente in alternativa all aspirazione scientista, sia pure oscillando ambiguamente tra pratiche fertili di ascolto delle situazioni; e l ossequio formale ai linguaggi estetici (spesso declinati a loro volta in termini scientisti, sul modello delle teorie che guidano la percezione delle forme); b) il secondo riferimento utile riguarda la problematizzazione del rapporto con la domanda sociale (Tosi 1994; Crosta 1998) che dovrebbe dare senso all azione del pianificatore nella ridefinizione dell azione pubblica postwelfarista. Riguardo a quest ultimo punto, c è, però, da fare una precisione. L area occupata dalle pratiche di trasformazione del territorio è ibrida, ed è percorsa da molti attori variamente titolati a trattarla a partire da principi di potere, sapere e legittimità formale. In altre parole, urbanistica e politica condividono la stessa ambiguità di fronte alla formazione delle volontà comuni e dei comportamenti condivisi. È un 11

12 campo di pratiche molto conflittuale e segnato dalla storicità dell evoluzione sociale, e mai interamente ridotto a schemi funzionali. La riflessione sulle procedure cognitive (Fini sul cambiamento) aiuta sicuramente a ripensare l orientamento dei professionisti e comunque degli operatori intenzionali, ma non può risolvere interamente una prassi che coinvolge aspetti politici e strategici, dove conoscenza e azione sono legati nei processi (non sempre intenzionali) dell interazione sociale. Nonostante i progressi registrati in questa direzione, non è facile trattare i problemi urbani a partire da queste due premesse. L obiettivo che si pone la frontiera della disciplina è la costruzione di politiche pubbliche locali che vengano consapevolmente indirizzate a configurazioni di attori concreti e a problemi specifici, e siano capaci, al tempo stesso, di sollecitare processi di apprendimento, aggredire i nodi problematici, e rendere espliciti le possibilità e i vincoli esogeni. Che tutto questo sia oggetto di una pratica professionale, è per lo meno dubbio; che siano preferite misure politiche più spicce e congeniali all attuale organizzazione amministrativa, è abbastanza evidente; che prevalgano, infine, percorsi legati al progetto tradizionale architettonico capaci di evocare (se non di realizzare) processi più creativi, includenti, provocatori, è sempre possibile. Insomma, la pratica urbanistica così configurata è un attività pubblica piena d incertezze, che si svolge in un contesto politico e plurale, dove le aspettative d intervento sono probabilmente destinate a rimanere aperte. Inoltre, è stata denunciata di recente non tanto l alterità delle domande, quanto al contrario l afasia del pubblico, che costituisce un problema vincolante ma esogeno alla pratica (non solo professione, dunque) dell urbanistica, sia nello specifico dell agire sullo spazio fisico (Bianchetti, 2008), che in generale della costruzione delle politiche per la città e il territorio (che si fanno più complesse e indirette: Cremaschi, 2005). Con queste cautele preliminari, questo lavoro offre tre tracce di riflessioni: - la prima riguarda il tema storico del quartiere, un tradizionale ancorché problematico punto di contatto tra le scienze sociali e le discipline progettuali; utilizzato prevalentemente in chiave funzionalista, viene oggi problematizzato dal punto di vista delle pratiche di convivenza; - la seconda riflessione più generale riprende la questione della convivenza tra culture diverse in città, e amplia lo sguardo fino a porre la questione della forma di urbanità contemporanea. In questo modo, si rielabora l astratta nozione di coesione sociale e la si verifica con le reciproche rappresentazioni dei gruppi sociali; - infine, l ultima tocca l interpretazione del significato delle forme che, a seconda di come vengano trattate, investono problemi d identità sociale o di estetica, altro punto controverso di contatto tra interpretazione e progetti. Le tre questioni quartiere, urbanità e immaginario sono divenuti centrali nelle discipline progettuali una volta passata la stagione empirista e strutturalista; e imposti dalle nuove condizioni di azione territoriale delle società postindustriali. Ma non sono ancora riconosciuti e ammessi nella consapevolezza disciplinare. Questi temi si propongono in modo prepotente a chi si accosta oggi ai problemi 12

13 sociali di una città che non ha più la forma ordinata, a volte crudele ma comprensibile, della città moderna; come pure a chi si trova a dover operare in queste condizioni, e provvisoriamente dare risposte a domande non sempre formulate pur non disponendo di fondamenta certe. Per esempio, a chi deve affrontare problemi pratici, come l ideazione o gestione di nuovi quartieri pensati per popolazioni eterogenee dai modi di vita mobili, più liberi e più precari rispetto al lavoro e al consumo. Probabilmente queste pagine sollevano, senza risolverlo, un problema ampio che riguarda la natura della nuova urbanità. Si tratta di un campo di ricerca importante, un po trascurato, che forse potrebbe giovarsi di incontri con altre discipline, ma che già presenta più di una consonanza con le riflessioni proposte in quest occasione. 3. Quartiere, convivenza e civile rispetto Dopo la felice stagione di studi tra gli anni 30 e 50, il quartiere è stato liquidato come uno strumento concettuale non più adeguato a interpretare la formazione dell identità sociale. Il quartiere è sempre apparso come una dimensione incerta, a mezza via tra i legami interpersonali (le interazioni sociali, le pratiche); e il legame sociale nel suo insieme (le classi, il conflitto). Viceversa, il quartiere invita, come afferma Gans (2002, p. 329), a concentrarsi sui «pochi ma importanti modi in cui lo spazio naturale influenza la vita sociale e le collettività; e sugli innumerevoli modi in cui le collettività trasformano lo spazio naturale in spazio sociale, e ne modellano gli usi». Nell uso pratico, nelle politiche urbane, la nozione di quartiere è ancora più povera. Un quartiere è solo un insieme di issues ed elementi, concentrati spazialmente, con confini geografici ben definiti. Ma anche concettualmente la nozione di quartiere è incerta, una scatola nera (Germain 2005) di cui poco si conosce. Nelle scienze sociali, la definizione corrente oscilla tra due riferimenti principali: da un lato, l idea di sottocomunità e di omogeneità culturale; dall altro, sulla scia di Wirth, la nozione di aggregato fisico e di concentrazione. Questa doppia rappresentazione è stata spesso criticata con riferimento soprattutto ai quartieri socialmente omogenei, ai quartieri operai in particolare: la coesione di classe (Ellen e Turner, 1997) è insufficiente a garantire l omogeneità sociale (per esempio, dialetto, nazionalità, religione dividono più di quanto la classe unisca); la dimensione locale (Blokland, 2001) non offre i requisiti organizzativi necessari ad alimentare l azione collettiva. In particolare, le modalità di appartenenza famigliari, di gruppo o classe sono più spesso trans-locali, e sostengono reti molto più strutturate. La recente riscoperta del quartiere dà frettolosamente per scontato lo svolgimento naturale del processo di socializzazione: l apprendimento dei ruoli intermedi tra famiglia e lavoro è avvenuta storicamente per strada, in piccole comunità (come riscoprono gli architetti neo-romantici) ma, anche, nelle rivendicazioni per i servizi urbani. Queste esperienze erano prossime ai canali che conducevano all integrazione lavorativa. Questi due percorsi sono interrotti nelle città contemporanee, e sono all origine della crisi che porta a concludere la città non fa 13

14 società (Donzelot, 2006). L ipotesi di ricerca (Cremaschi, 2007a) riguardava il modo in cui funziona la convivenza locale. L ipotesi che scartiamo (perché superata già da cinquant anni, come dimostra la sociologia urbana, che peraltro a ciò si è fermata) è che sia una comunità, cioè una qualche forma di legame sociale retto da confini (sociali e non) e riti comuni. Una comunità rimanda a fondazioni, legami naturali, associazioni, tutti elementi che nella società liquida non si ritrovano facilmente. E che soprattutto tendono a svanire nella condizione di accelerata mobilità spaziale e sociale tipica della contemporaneità. Inoltre, la nozione di comunità rimanda a un idea di ordine che non dà adeguato spazio alle dimensioni eventuali, cioè dipendenti dal caso e dagli accadimenti. Sono in particolare queste ultime che mettono in gioco la capacità dei soggetti di elaborare riflessivamente il loro ruolo e contributo alla situazione nella quale si trovano a operare. Sintetizzo in breve tre temi che mi sembrano importanti per la ridefinizione del quartiere come dimensione dell azione e della convivenza: - il quartiere appare nella città contemporanea come un intrapresa comune che avviene (o non avviene) nel contesto procelloso delle trasformazioni metropolitane. Non è facile definire l intrapresa. Facciamo riferimento almeno in parte alle comunità di pratica, ma sappiamo che è un riferimento parzialmente inadatto a una competenza vaga come quella dell abitare in prossimità. Questo genere di attività è, infatti, tanto comune, quanto occasionale; - in questa intrapresa appare centrale la dimensione pratica della socialità, che con un salto argomentativo potremmo definire l esercizio del civile rispetto. Il rispetto reciproco porta talvolta, ma non sempre, al riconoscimento di valori, spazi, azioni e identità comuni. Quello che sappiamo è che senza il rispetto e la gestione civile della prossimità non avvengono (alla scala del quartiere) le forme più ricche di coinvolgimento. Che si danno comunque anche a scala non di quartiere; - infine, la pratica locale della società si incrocia con un organizzazione sociale e statuale della dimensione collettiva in modi ampi e complessi, che nuovamente non approfondiamo in questa sede. Basti dire, come avvertenza che l aspettativa diffusa di un prius logico tra società e stato, tra convivenza e politiche, confonde un po il quadro interpretativo. Questo legame necessario è a seconda dei punti di vista declinato in modo positivo o negativo. Ma quest opposizione tende a esagerare: la società civile è robusta indipendentemente dalle politiche; oppure al contrario è disfatta e disaggregata. Lo stato schiaccia i legami sociali e li annulla; o, al contrario, consente di ricostruirli pazientemente in un lavoro omeopatico. I risultati del lavoro sono abbastanza lontani dalle tradizionali immagini oppositive. Società civile, residui comunitari, spezzoni di politica e di politiche, attivismo politico e comunitarismo di propinquità, sembrano molto più con-fusi di quanto si voglia descrivere. Questo non toglie che ci siano dinamiche e attori più potenti, da collocare nel flusso e nella rete di relazione specifica a ciascun contesto. Quindi, in definitiva, la definizione di convivenza è un po labile ma fertile. Si basa sulla capacità degli abitanti di stabilire modi di reciproca accettazione e sull evoluzione di questi modi nel tempo e sul loro eventualmente radicamento. Si tratta al tempo stesso di codici, pratiche, arti di fare, come pure conflitti e vicende, 14

15 spesso tanto intrecciati che riesce difficile descriverli in astratto. 4. Urbanità, pratiche e identità La riflessione precedente è però importante perché di recente a partire almeno dagli anni 80 è avvenuto un ritorno alla città molto celebrato. Interi settori economici si sono trasformati: il mercato edilizio, per esempio, ha colto le opportunità di marketing offerte da alcuni modi di abitare. In pochissimo tempo, rispetto all inerzia precedente, interi quartieri (centri storici e villaggi tradizionali in Europa, mentre negli Usa la vicenda è stata un po diversa) sono stati gentrificati, occupati cioè da un nuovo ceto medio-alto fortemente sensibile all aspetto simbolico-culturale anche nella scelta residenziale (un processo solo in parte avvenuto in Italia e, comunque, non solo nei centri storici). Questo processo può essere esemplificato in vario modo, e alcuni aspetti socialmente cruciali sono connessi alla sostituzione ed espulsione della popolazione precedente. In questa occasione, però, vogliamo toccare delle questioni emergenti che riguardano la convivenza urbana e sono riproposte da riflessioni sulla natura della urbanità. I quartieri nuovi, o trasformati da developers e gentrifiers, propongono una nuova idea di urbanità, fatta di stili di consumo, rapporto con il lavoro, identità culturale. In questo contesto, ha assunto un certo peso la versione ideologica della riscoperta delle identità dei luoghi: centri storici, piazze affollate, quartieri operai. Un nuovo romanticismo celebra i quartieri urbani come il luogo che preserva le identità sociali, e concilia storia e modernità; laddove sobborghi o periferia li negherebbero entrambi. Quest atteggiamento non è raro nella storia urbana, in particolare europea, ma si ritrova facilmente in operazioni e movimenti diversi come la renaissance urbana, le politiche urbane della UE, il New Urbanism. Le identità collettive tradizionali si dissolvono, e la formazione di nuove è incerta. Anche l identità sociale attribuita a luoghi quartieri e città viene ridefinita. Gli stessi spazi urbani non appaiono più definiti per sempre, scritti nella pietra; al contrario, risultano mutevoli per natura: piuttosto che essere degli spazi, diventano progressivamente dei luoghi. È interessante anche il processo inverso (Blokland 2001) che dalla costruzione sociale del luogo conduce alla formazione delle identità sociali. In un epoca di migrazioni e identità liquide, il riferimento a spazi e riferimenti comuni contribuisce al reciproco adattamento di nuove popolazioni e vecchi simboli. Quale forme assume la coesione della società locale in queste trasformazioni? La coesione sociale e la formazione delle identità sono altri esempi di problemi tradizionalmente affrontati in chiave funzionalista che oggi godono di una certa riconsiderazione in termine interazionisti e costruttivisti. Il timore prevalente è per la sparizione o la frattura (anche spaziale) della coesione sociale (Donzelot 2006 e 2008 in Cremaschi, a cura di), in una società individualizzata e carente di processi d integrazione. Ma anche la nozione d integrazione in ambito urbano va rivista. Assumere che la prossimità spaziale produca direttamente integrazione sociale non sarebbe corretto. L integrazione che si produce in ambito urbano è, a sua volta, il risultato di un processo eventuale, di un apprendimento di modi e arti della 15

16 convivenza, di scambio e ridefinizione delle rispettive identità (Tosi, in Cottino 2003). Al centro di questa ripresa è posta la nozione di pratica. Le pratiche non sono sola routine, bensì una forma dell agire collettivo che funziona per l attivismo di chi vi prende parte. Anche in questo caso, si trova che la coesione locale è frutto di processi di elaborazione collettiva che risentono dell intreccio di storie individuali, dei frangenti storici e degli investimenti personali (il processo di attivazione) che rendono disponibili risorse e beni comuni. Come sempre in questi giochi, le finalità dei diversi attori non sono necessariamente condivise, anticipate o concordate. Attraverso lo studio delle pratiche si può affrontare anche la formazione delle identità sociale. L identità dei luoghi è un prodotto sociale, che si costruisce iterativamente. La concentrazione e i confini sono due tipiche nozioni costruite dagli abitanti in un processo di elaborazione collettiva. Queste identità sono un prodotto vulnerabile ma resistente: a mutamenti, ricostruzioni, falsificazioni, all omogeneizzazione strisciante della globalizzazione culturale, alle impossibili fondazioni delle dottrine che proclamano un autentico storico (e come conseguenza ne minano dall interno la permanenza). 5. Immaginario e forme della città Gli studi urbani recenti leggono la crisi della città come una manifestazione della crisi della modernità. La trasformazione dei processi identitari delle classi e dei gruppi sociali è stata legata per tutta la prima modernità a specifici luoghi quartieri, fabbriche, associazioni e a legami di prossimità. La razionalizzazione postfordista scardina la coincidenza tra la prossimità nel processo produttivo e quella residenziale, e apre la prospettiva a una riarticolazione più vasta dell identità sociale. Questi sono però dislocati dal rescaling della società contemporanea. che possono essere locali, basati sulla prossimità; o transcalari, legati ai flussi. Dal punto di vista degli users, alcuni tipi sociali i cosmopoliti risultano in grado di approfittare di queste nuove opportunità; altri, meno mobili e flessibili, sono al contrario penalizzati. Questa si sposta progressivamente (come sostiene Harvey, 2002) su un asse temporale. La crescita del turismo globale ne è la manifestazione più evidente. Il turismo tocca tanto i paradisi tropicali che i centri storici. Il viaggio recupera nel tempo della vacanza la perdita di senso dello spazio di vita quotidiana. La distorsione del nesso tra spazio e coscienza sociale ha portata epocale, che stiamo ancora esplorando. La ricerca urbana ha toccato in parte questo tema, ma sembra più attratta dalle interpretazioni epocali del cambiamento (come testimoniano gli sforzi di dare dei modelli alla città globale, postmoderna, creativa ecc.). In queste riflessioni, la costruzione delle identità individuali appare influenzata soprattutto da processi globali. Ma la narrativa della crisi urbana nella sua forma attuale eccede in superlativi, rendendo un cattivo servizio all impresa critica della ricerca urbana (Beauregard 2003), e appare viziata da eccessi di drammatizzazione e di pretesa 16

17 generalista. Nulla di più lontano dal pensiero del movimento moderno. L estetica del funzionalismo in architettura aveva cercato volenterosamente di cancellare i rituali che velano il potere: la città moderna doveva rivelare, non nascondere, la dura essenza del ruolo e delle gerarchie. Questa strategia culturale non ha avuto successo: non solo il potere non si assoggetta alla pura forma degli architetti, ma nuovi rituali tendono sempre a ricrescere. La città postmoderna gioca con questi nuovi significati e riti in modo cinico, a volte mistificante. Ma il problema del senso rimane intatto, sia sotto l ansia purificatrice dei razionalisti che nel gioco estetizzante dei postmoderni. In un recente inusuale resoconto, si recupera un episodio importante nella maturazione civile di questo paese, che riprendo qui per esteso (Susani 2008). Dopo il tragico terremoto del Belice, i tecnici della ricostruzione hanno un ambizione: dare un carattere diverso ai nuovi insediamenti, più egualitario e progressista. Lo fanno, però, in modo tecnocratico e astratto, in coerenza con il sapere e i presupposti dell epoca. Il manuale predisposto con buona volontà per l occasione recitava: «il carattere unitario dei nuovi insediamenti è dato dalla volontà di coinvolgere direttamente tutte le residenze in rapporti diretti e molteplici con le attrezzature pubbliche eliminando distinzioni di centro e periferia, fra luoghi di maggiore e minore interesse, e quindi di maggiore o minore peso sociale». La città di Gibellina nuova esemplificherebbe quest utopia. Invece, commenta l autrice: «l idea della totale democratizzazione del tessuto urbano è ingenua e affascinante. Eppure l effetto non è buono. Amiamo le città antiche, ci è facile leggere negli incastellamenti, nei palazzi signorili, nelle piazze, le strutture di potere. Le città antiche sono trasparenti, rappresentano il proprio senso, e in più ti mostrano potere ormai morto, schiavitù sconfitte. Le città antiche ti fanno sentire forte, sopravvissuto e dunque vincitore» (ivi, p ). L episodio rivela come i significati sono posti in relazione sempre mediata con i luoghi, addirittura capovolta. Le forme del potere di un tempo possono paradossalmente prestarsi a un esperienza emancipatrice. Il timore, spesso paventato, è che ogni nuovo intervento sia fagocitato dai sistemi d identificazione che il mercato elabora per le nuove popolazioni di consumatori: i centri storici ricostruiti, i waterfront, i nuovi quartieri satellite non ricreano la città integrata, anzi perpetuano i nuovi principi di diseguaglianza e segregazione. La città perde forma, confini, significato: si riprende i caratteri di autonomia e naturalità che il modernismo cercava di irreggimentare. La rappresentazione uniforme del consumo sostituisce la gerarchia delle forme che rispondeva alla celebrazione del potere. Eppure, la lettura dei significati sociali delle forme fisiche è sempre negoziata, un campo in continua ricostruzione. La capacità delle élite di egemonizzare il consenso ed elaborare i concetti spaziali appropriati alle strategie urbane fa da pendant alla resistenza degli abitanti, alla loro capacità di riproporre usi imprevisti (Cottino 2003). La produzione dei nuovi concetti spaziali lungi dall essere espressione di un puro esercizio di potere risponde al gioco di pratiche conflittuali. A questo titolo, l immaginario sociale rientra nel raggio di azione degli studi urbani, un materiale esile intorno al quale sembrerebbe utile coagulare un programma di ricerca che stabilisca un ponte tra la narrativa storica e la formazione locale delle identità. 17

18 6. La raccolta I saggi contenuti in questa raccolta descrivono il cambiamento dei quartieri di quattro delle principali città italiane. I racconti consentono di individuare ambiti e percorsi diversi, riconducibili però ad alcune fenomenologie. Queste, che descriviamo in seguito, sollecitano alcune domande sulla natura del cambiamento stesso. I saggi iniziali toccano in particolare questa riflessione; i casi, pur tra differenze e sensibilità diverse, affrontano questioni comuni. Una prima questione comune è la definizione di quartiere, nonostante l apparente eterogeneità, credo ben giustificata, dovuta al fatto che i saggi adottano scale diverse di osservazione secondo le condizioni e i processi di trasformazione. I quartieri, sintetizzando una vasta letteratura, sono stati prevalentemente intesi su tre livelli: come spazio di vita, come spazio di organizzazione dei servizi locali e come quadrante di relazioni territoriali più dense in un sistema metropolitano. È il caso dei quartieri che quasi si ripiegano su stessi (De Leo su Chiaia; Ciaffi su via Arquata), come quelli gentrificati del centro città; o, al contrario, dei comuni ridefiniti come quartieri di una nuova città di città, che abbiamo chiamato i nuovi quartieri metropolitani. Nonostante le differenze di approccio e di scala, i casi trattano ambiti di dimensione demografica abbastanza coerente, intorno ai trenta mila abitanti, elemento che non ha costituito condizione di scelta preliminare, ma risulta dall aver seguito i percorsi dei casi. Infatti, la definizione del quartiere non è avvenuta in astratto, ma a partire dai casi studio, che sono stati scelti in base a una semplice griglia interpretativa. I quartieri studiati esemplificano nelle diverse città le articolazioni fenomeniche identificate nella prima fase della ricerca. Ne sono risultati degli ambiti con caratteristiche complementari, più che omogenee, e identità riconosciute. Va da sé che ogni caso sia stato influenzato dalla storia complessiva della città di appartenenza, come meglio affrontato nell ultima sezione e in particolare dal saggio di Laino. Si tratta di vicende in gran parte distinte, come differente è il posizionamento del quartiere nel contesto metropolitano e nelle sue dinamiche. Ma anche in questo caso ci sono degli elementi comuni. Per esempio, una cesura comune nelle vicende dei quartieri appare alla fine anni settanta, per effetto l inversione del ciclo demografico e per l accelerazione dei valori fondiari. In alcuni casi, inoltre, shock esterni hanno scosso alle fondamenta l organizzazione del quartiere (singolari, come il terremoto a Napoli; più tipici dell epoca recente, come la realizzazione di grandi infrastrutture, nel caso di Garbagnate o Primavalle). Per questa ragione, soprattutto, si fa riferimento nei casi prevalentemente all ultimo ventennio. È un periodo che influenza i modi e la qualità del cambiamento un po più veloce, ancor più eteroegeneo. Infine, ogni singola situazione mostra una combinazione particolare di popolazioni diverse, con equilibri a volte costruiti faticosamente in un tempo lungo, che vengono recentemente rotti dal pesante effetto dell immigrazione. Gruppi sociali ad alta coesione interna sembrano produrre habitat e comportamenti distinti (per esempio, l alta borghesia di Chiaia descritta da De Leo); in generale, ma non sempre, i gruppi d immigrati (Sepe su Montecalvario, Novak e Andriola su via Padova; 18

19 Lucciarini su Ladispoli); gli abitanti storici di aree invase da nuovi arrivi (Annunziata su San Lorenzo; Micoli su Isola). Frizioni tra habitat diversi emergono a volte in forma di conflitti politici o confronti diretti, a volte in forma di apprendimento, a volte in forma latente nelle dichiarazioni d individui (e nella distanza frapposta con le posizioni ufficiali). Ma la caratteristica più interessante che è stata rilevata non è tanto il conflitto, ma la capacità di elaborarlo. I casi segnalano esempi di convivenza non necessariamente felice, ma di convivenza nondimeno, spesso elaborata in senso proprio e tematizzata anche nelle istanza politiche formali. A dimostrazione che habitat (e gruppi sociali) diversi possono convivere. Modi del cambiamento La prima osservazione consiste nel fatto che i quartieri cambiano, come cambia la città. Cambia cioè l articolazione del tempo sullo spazio, l intreccio delle vicende e delle storie e nel loro farsi. Quindi, cambiano i dati materiali, i numeri, i volumi e i valori. Ma cambia soprattutto la significazione dello spazio locale rispetto all agire degli abitanti e degli attori. Il cambiamento che viene descritto è quindi il frutto di piccole e grandi trasformazioni materiali: e i casi esaminati illustrano una certa densità di queste trasformazioni (urbanistiche, infrastrutturali, immobiliari ), con risultati forse maggiori che nel periodo precedente, e, probabilmente, destinati a crescere in prospettiva. Ma è anche frutto di un riposizionamento delle categorie di vita locale e convivenza, che si riflettono con evidenza nel mutamento delle pratiche. Cambiano le nozioni di prossimità e di famiglia, l idea di privato e di spazio pubblico, di appartenenza e autonomia. I casi si sono fatti guidare dalla osservazione delle pratiche sociali per cogliere i risultati di questo processo di risignificazione. L esame non è sufficientemente sistematico e approfondito, per il momento, per discutere degli esiti e delle tendenze aggregate. Due riflessioni trasversali suggeriscono delle osservazioni importanti, che trattano della discontinuità del cambiamento, la prima sulla stabilizzazione delle eccezioni, la seconda sulle categorie cognitive. De Leo tocca il tema delle singolarità delle forme di convivenza, d uso e configurazione degli spazi. L osservazione nasce dalla sensibilità per un caso apparentemente estremo, il controllo criminale del territorio, che si esercita in vaste zone, non solo dei quartieri di periferie ma anche centrali. Nel tentativo di catturare e comprendere tali singolarità, in una specie di vuoto linguistico, De Leo prova a utilizzare la formula dell eccezione riproposta da Agamben. Guardando Napoli, ma tenendo in mente le caratteristiche proprie di molte città mediterranee, si incontrano spesso intrecci di caratteri popolari, problemi atavici (disoccupazione, bassi livelli di scolarizzazione, reddito...) e attività criminali. Alcuni luoghi circoscritti, concentrano popolazioni e attività illegali o illegittimi, che producono un singolare ordinamento spaziale e un caratteristico sistema di convivenza. Di fronte ad aree di diffusa marginalità, l eccezione reintroduce la problematica delle sacche urbane e il ruolo che svolgono nel quadro delle trasformazioni. Si può riprendere dal saggio 19

20 un introduzione più realistica alla città, come giustapposizione di regole e eccezioni e dei luoghi corrispondenti, degli spazi cioè dove si applicano o si sospendono le norme, e dove si realizzano diversi statuti funzionali, comportamenti e convenzioni. Lo spazio urbano dell eccezione non è quindi opposto a quello della norma, ma distinto da una soglia, la cui percezione fa parte delle capacità di abitare iscritte nelle pratiche. Fini affronta una riflessione più generale sul cambiamento riformulando la nota contrapposizione tra attenzione all esito o al processo. La natura del cambiamento, paradossalmente, non è problematizzata, si dà sovente per scontata: si pensa che se cambia la struttura, la cultura si adegua. Al contrario, il cambiamento attiva l ambivalenza dei soggetti implicati, fa tornare in circolo le risorse cognitive depositate negli atteggiamenti emotivi a vario titolo rimossi dai comportamenti. Rielaborando queste ultime è possibile dare forma, categoria e discorso al cambiamento che si manifesta proprio con l esaurirsi delle forme, categorie e discorsi razionali utilizzati in precedenza. La consapevolezza dell importanza delle narrazioni, della loro dinamicità e conflittualità, del loro divenire simultaneo attraversa tutti i casi studio. Alcuni segnalano prevalentemente l esaurimento delle narrazioni classiche, spesso ereditate dalla città moderna e dalla cultura industriale. Non pochi però segnalano lo sforzo di produrre nuove rappresentazioni, sia l adattamento a trasformazioni esterne (Isola, San Lorenzo, Varcaturo), che la ricerca di elaborarne di nuove (Garbagnate, Torre Maura, Ladispoli). Forse è quest ultimo il caso più inatteso, laddove si riscopre una capacità locale di significazione in attori politici che si davano già per scomparsi. Nicchie urbane La costruzione di nuovi quartieri passa per questo processo di risignificazione, al punto che le novità più consistenti sono appunto costituite da quartieri esistenti, riscoperti e trasformati. Si tratta di un processo che in Italia non è specifico del centro storico, tantomeno nelle città turistiche, che le elite non hanno mai abbandonato e che il turismo internazionale ha scoperto già da decenni, se non da secoli. Anzi, la gentrification nel senso che viene dato usualmente in letteratura a questo processo poco si applica al caso italiano, dove la sostituzione della popolazione precedente avviene in tempi lunghissimi e in coincidenza con il riassestamento di tutte le geografie sociali e dei valori urbani. Inoltre, in Italia in modo evidente anche se mi pare un tema poco studiato l invasione dei ceti medi avviene maggiormente fuori città, nei paesi di seconda abitazione (o di provenienza familiare), con un interessante massificazione della doppia residenza. Il processo che si intravede nelle città studiate è piuttosto di specializzazione del profilo sociale e immobiliare dei quartieri, in particolare rispetto ai ceti più mobili legati allo stile di vita, se non all economia, della conoscenza. Un processo di progressiva distinzione, dove attori di mercato come pure processi spontanei e mode culturali si intrecciano nella produzione di ambiti urbani con caratteri più definiti: non più quartieri, o comunità, ma distretti culturali, se con questo termine si intende rafforzare la natura non organica e relazionale della nuova organizzazione. Nicchie urbane, diciamo più prudentemente. L aspetto non sarebbe nuovo di per sé (spesso 20

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