Christian Elia STORIE IN FUORIGIOCO. non tutte le partite di calcio finiscono al 90. Prefazione di Gianni Mura BOOK.

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1 Christian Elia STORIE IN FUORIGIOCO non tutte le partite di calcio finiscono al 90 Prefazione di Gianni Mura BOOK di E-IL MENSILE

2 STORIE IN FUORIGIOCO non tutte le partite di calcio finiscono al 90 di Christan Elia Pubblicazione di E-il mensile on line (già PeaceReporter) Iscrizione n. 218 del ultimo aggiornamento in data Direttore responsabile Maso Notarianni Edito da Dieci dicembre Scarl via Vida, Milano Fotografie Getty Images Grafica e impaginazione Maddalena Masera PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA Dieci Dicembre Scarl 2012 Milano Prima edizione digitale ISBN Quest opera è protetta dalla Legge sul diritto d autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

3 Christian Elia STORIE IN FUORIGIOCO non tutte le partite di calcio finiscono al 90 Prefazione di Gianni Mura BOOK di E-IL MENSILE

4 A Francesca, compagna di viaggio William Bill Shankly, mitico manager del Liverpool dal 1959 al 1974, raccontava: «Una volta qualcuno mi disse che il calcio per me era una questione di vita o di morte. Io gli risposi: Senti, è ancora più importante».

5 Sommario Prefazione 4 L ultima finta di Eddie 7 La partita della vita 10 Il sogno interrotto 16 La lunga partita per l indipendenza 19 La prima guerra del football 24 Pallonate contro un muro 27 Il derby che unisce 30 La mano di Dio 36 La bandiera strappata 39 Il braccialetto verde 44 La magia del calcio 47 Insieme, per una volta 51 La guerra non ucciderà mai il calcio 56 Un calcio diplomatico 59 Il futuro in palio 63 Campioni del mondo di fantasia 68 La metà di niente 70

6 Prefazione di Gianni Mura Calcio, mistero senza fine bello: così endecasillabava Gianni Brera parafrasando Guido Gozzano e sostituendo il bisillabo donna con il bisillabo calcio. Si riferiva, penso, all imprevedibilità del gioco, al fatto che una squadra piccola come la Grecia o ripescata come la Danimarca potesse vincere il campionato europeo. Ho citato due fatti successivi alla morte di Brera, tra i precedenti potrei mettere un 4-0 dello Zambia all Italia nel 1988 in Corea. Oggi il calcio è un po meno un mistero (non c è niente da capire, chioserebbe il tifoso romanista De Gregori) e molto di più un casino. Nel termine sono contenuti, in ordine sparso: il tifo razzista, il calcio violento, il tifo normale, il calcio spettacolare, il il tifo violento, gli ingaggi dei calciatori oltre ogni umana facoltà di comprensione, il calcioscommesse, un numero non quantificabile di malavitosi che partono da Singapore e arrivano in Italia e altrove via Balcani, la caccia all arbitro, un progressivo passaggio del terzino o dell attaccante dal ruolo di sportivo al ruolo di star. Con un neologismo: spordivo. E poi mettiamoci pure i politici che quando parlano di calcio straparlano, mettiamoci il fairplay fin troppo sventolato e troppo poco applicato, sia in campo sia nei bilanci, la tessera del tifoso che è poi una schedatura e crea problemi più alle famiglie che ai violenti, mettiamoci sospetti di doping, ma tra tutte le cose che circolano ce n è una che rappresenta una colossale bugia. Ed è la frase: la politica non deve entrare nel calcio. Non è vero, non è mai stato così, e il merito di Christian Elia è di avere raccontato le volte (non tutte, non basterebbe un libro di mille 4

7 Prefazione pagine) che c è entrata. Rievoca un Germania Ovest-Germania Est, o Ddr come si abbreviava allora, un Usa-Iran ai mondiali del 98, la mano de Dios dell argentino Maradona contro gli inglesi, la guerra, vera, che ritrovate in un libro di Kapuscinski, tra El Salvador e Honduras, l anticipo della guerra nell ex Jugoslavia con gli incidenti di Dinamo Zagabria- Stella Rossa Belgrado, l Ungheria del 56 e altre vicende. Potremmo aggiungere il saluto fascista della Nazionale campione del mondo nel 34 in Italia e nel 38 in Francia, ma anche soffermarci sulle nostre rivalità interne. Parma e Reggio Emilia, Trieste e Udine, Pisa e Livorno, Bergamo e Brescia, Pescara e Chieti, Lecce e Bari: è la politica del campanile, risale ai Comuni, in uno sport globalizzato come il mondo non ha molto senso il campanile, o forse è uno degli ultimi beni-rifugio a buon mercato. La politica entra nel calcio quando decide di privilegiare lo sport di vertice e di tagliare risorse allo sport per tutti, dove non conta il risultato ma solo la pratica, intesa anche come recupero. La politica entra nel calcio perché è lo sport più popolare e offre una visibilità enorme. Perché chi vince è un vincente. All inizio della sua discesa in campo per sbertucciare il suo avversario Berlusconi disse gonfiando il petto e facendo la ruota: «Quante Coppe dei campioni ha vinto Spaventa?». Più sono di basso livello più i politici devono sentirsi popolari: il calcio fa veramente al caso loro. Alludo qui a frequentazioni assidue, presenze continue allo stadio nella tribuna cosiddetta d onore, non alla simpatica e quasi goliardica (per un vecchio signore) irruzione di Pertini al Bernabeu, il giorno della finale con la Germania. Anche varare la Nazionale della Padania è politica. Anche alzare di molto il costo dei biglietti, come fece Margaret Thatcher, è politica (di dissuasione). Anche, in molte nostre città, le curve rosse che diventano nere sono politica. Anche la democrazia corinthiana imposta da Socrates è politica. Anche lo striscione Sollier boia, lungo 60 metri ed esposto all Olimpico è politica. Anche dire abbiamo vinto quando la nostra squadra vince, e hanno perso quando perde è politica, certo non della migliore. Ma dov è la migliore? 5

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9 L ultima finta di Eddie L ala destra dell Ajax, ucciso ad Aushwitz, simbolo del rapporto tra la squadra di Amsterdam e le sue radici ebraiche Tra i tavolini del Cafè Brandon di Amsterdam, fino a non troppo tempo fa, si poteva ancora incontrare qualche vecchietto che aveva visto giocare Eddie Hamel. Un ala destra offensiva, di quelle che ti puntano palla al piede, come se la vita fosse una finta tra la geometria della linea laterale e l anarchia dell invenzione per forzare l area di rigore. Hamel nasce a New York, ma segue i suoi genitori da bambino in Olanda. Cresce giocando tra i canali di Amsterdam e porta sulle spalle la maglia biancorossa dell Ajax dal 1922 al 1930, giocando 125 partite e segnando poco, solo otto reti. Perché certe ali, sul fondo, alzano lo sguardo e cercano il compagno. Il gusto sta nel dimostrare, sempre, di trovare lo spazio anche quando non si vede. Hamel è ebreo. Lo è fino al suo ultimo giorno: il 30 aprile E morto a 41 anni da compiere, ma del suo fisico da atleta mantenuto in forma dopo aver appeso le scarpette al chiodo non s intuisce più molto. Hamel muore ad Auschwitz, nel campo di concentramento dove l hanno deportato i tedeschi, che hanno occupato l Olanda nel Un destino crudele, per un campione che con tanti altri ha contribuito a creare il mito dell Ajax Amsterdam, la squadra degli ebrei. Il club che porta il nome di Aiace, in realtà, non è molto più ebreo di altri, ma il rapporto tra l ebraismo e il club più famoso d Olanda non si è mai incrinato. L Ajax è stato fondato, nel 1900, da un gruppo di studenti di Amsterdam. La squadra era nata e giocava nel vecchio ghetto ebraico della 7

10 Storie in fuorigioco città olandese. La leggenda vuole, come vi ripeterebbe chiunque nel Cafè Brandon, vero tempio del tifo biancorosso, che i bottegai ebrei chiudessero solo se giocava l Ajax e l amministrazione cittadina fu costretta a deviare il percorso di un tram per appagare il numero crescente di tifosi che voleva vedere giocar la squadra. Secondo il giornalista Simon Kuper, però, si tratta in gran parte di un falso mito. Nel suo bel libro L Ajax, la squadra del ghetto. Il calcio e la Shoah, Kuper smentisce molti luoghi comuni. Il primo è quello dell Olanda Paese civile e in prima fila nella difesa degli ebrei dopo l occupazione nazista. Il secondo è proprio quello dell Ajax squadra ebrea per eccellenza. Al punto che, nel 1941, tutti i soci ebrei del club vengono espulsi, come raccontano i verbali rinvenuti dallo stesso Kuper. Allora perché la Stella di David campeggia nella curva F, quella del tifo rovente dell Ajax? Perché il tatuaggio della stella a sei punte, magari con la F dentro, è un must per i tifosi biancorossi? La risposta più bella forse la dà il vecchio archivista del club, ottant anni: «Agli ebrei piacevano le cose belle, per quello andavano a vedere l Ajax». In realtà il mito del binomio ebraismo-ajax nasce nell immediato dopoguerra. Uno dei principali finanziatori del club è un certo Jaap Van Praag, negoziante di dischi ebreo. Durante l occupazione nazista si nasconde nella soffitta di un altro bottegaio, dopo diventa il prestanome dei fratelli Freek e Win Der Mejden. Due imprenditori edili, divenuti ricchi durante la guerra. Come? Lavorando attivamente per l occupante nazista, al punto da meritarsi il nomignolo di fratelli Bunker. I tifosi e i calciatori dell Ajax, dopo il conflitto, solidali con le vittime ebree del Nazismo, presero l abitudine di cucirsi addosso alle casacche e ai vestiti una stella gialla di stoffa. Non potevano accettare il denaro di due personaggi compromessi come i fratelli Der Mejden. Van Praag, irrazionale e pragmatico come solo un vero tifoso sa essere, non ci pensa su due volte e funge da intermediario per il denaro dei costruttori. Viene creata la miglior società d Europa, che sforna talenti in serie dal settore giovanile. Fino a creare la squadra dei sogni, a metà degli anni Settanta, capace di vincere tre Coppe dei Campioni di seguito. Lo stesso gruppo di giocatori che arrivò a giocare e perdere la finale della Coppa del Mondo nel 1974 e nel

11 L ultima finta di Eddie Simbolo di quella squadra, fautrice del calcio totale predicato dal suo allenatore Rinus Michels, è Johan Cruyiff. Tutti lo credono ebreo, ma non lo è. Lo è invece Bennie Muller, gloria dell Ajax anni Sessanta. «Tutti quei cori che inneggiano alle presunte radici ebree dell Ajax, e il controcanto antisemita, mi spezzano il cuore, non ce la faccio. Della mia famiglia materna, di undici figli, solo mia madre e due sorelle si sono salvate, ma perché erano sposate con un protestante», si sfogò Muller in un intervista. Già, perché se i tifosi dell Ajax ostentano fieri il legame con l ebraismo, gli avversari lo usano come una clava. Il peggio lo fanno i tifosi del Feyenoord, squadra di Rotterdam e rivale storica dei joden, gli ebrei, come vengono chiamate la tifoseria e la squadra dell Ajax. All ingresso in campo dell Ajax, ogni volta che si gioca allo stadio De Kuip (tempio del Feyenoord), i tifosi locali come un sol uomo emettono un fischio acutissimo. L idea geniale è quella di riprodurre il sibilo delle camere a gas. Questo e altri episodi di antisemitismo hanno spinto, nel 2005, la dirigenza dell Ajax a prendere posizione con i loro supporter: basta simboli e riferimenti all ebraismo. Molte polemiche, ma alla fine le bandiere con la Stella di David rimangono e tra i tavolini del Cafè Brandon, tra mille cimeli, la foto di Eddie Hamel non la toccherà mai nessuno. 9

12 La partita della vita Storie di calcio al tempo della Seconda Guerra mondiale Kiev non è una delle città più belle del mondo, ma una visita la merita. Se capita, trovate il tempo di prendere la metro, linea verde, e scendete alla fermata Lukyanivs ka. Appena fuori chiedete dello stadio Start, un vecchio impianto, ma che ha il suo posto (meritato) nella storia del calcio. Proprio qui, il 9 agosto 1942, si giocò la partita della morte. Sulla destra dell ingresso principale c è un monumento, ormai un po consunto. Rappresenta una squadra di calcio. Poco più in là, una targa. «A uno che se lo merita», c è scritto, con tono informale, da bar dello Sport. E dedicato a Makar Goncharenko, che nella partita della morte segnò una doppietta. Due tiri al volo, si dice, per non dare scuse a un arbitro di parte. Per la cronaca la partita si giocava tra lo Start e il Flakelf, due nomi che oggi non dicono nulla, e termina con la vittoria dello Start per 4-2. Lo stadio, allora, si chiamava Zenit e il nome è stato cambiato nel Per ricordare un impresa straordinaria. Kiev, dal 19 settembre 1941, è occupata dall esercito nazista. Ciascuno tira a campare come può: il panettiere Josif Kordik, per esempio, aveva sfruttato le sue origini tedesche per non essere rinchiuso nei campi di prigionia e per continuare a lavorare. Vende il pane proprio ai tedeschi che lo lasciano tranquillo. Kordik, nei tempi belli, prima della guerra, ha una fede incrollabile: la Dynamo Kiev. Un giorno, narra la leggenda, tra gli straccioni che cercano di sopravvivere nella città occupata, incontra Nikolaj Trusevich, il portiere della sua squadra del cuore. Lo prende a lavorare con sé. Uno a uno, con 10

13 La partita della vita l aiuto di Trusevich, riesce a rimettere insieme otto giocatori della Dynamo, garantendogli un lavoro, un pasto caldo e protezione. Ne salva anche tre della rivale Lokomotiv Kiev, perché un conto è il tifo e un altro la guerra. I nazisti, nel 1942, decidono di organizzare un campionato cittadino. Ci sono quattro squadre formate da militari nazisti con miliziani rumeni o ungheresi loro alleati e una formazione di ucraini collaborazionisti. Kordik non ci pensa due volte e iscrive i suoi panettieri calciatori. Nome della squadra Start. Saranno loro a tenere alto il nome dell Ucraina. La differenza tecnica è impressionante, nonostante i calciatori di Kordik non possano nutrirsi e allenarsi come i rivali. Li massacrano tutti e, piano piano, diventano gli idoli della gente di Kiev, che in loro vede l ultimo baluardo di resistenza all invasore. Resta da affrontare la squadra nazista più tosta, la Flakelf, amata dai generali tedeschi in quanto legata all aviazione, la Luftwaffe. Si gioca il 6 agosto, trionfa la Start per 5-1. Sembrava finita, invece la mattina dopo la città è piena di locandine che annunciano una non prevista partita di ritorno, per il 9 agosto Il messaggio è chiaro: non ci stanno a perdere e faranno di tutto per battere la Start. La popolazione è con i panettieri e li sostiene in ogni modo. Allo stadio Zenit arbitra un ufficiale nazista, che minaccia i campioni prima, durante e dopo la partita. Loro non mollano, fin dall inizio: contravvengono all ordine di urlare «heil Hitler» e urlano «Viva lo sport!». E vincono. Questa storia ha ispirato tanti film, dei quali il più famoso è Fuga per la vittoria, di John Houston, nel quale recitarono anche tanti calciatori famosi. A Hollywood, si sa, non amano i finali tristi e le ricostruzioni storiche lasciano spesso a desiderare. Quindi la partita nella pellicola è ambientata in Francia e, soprattutto, finisce bene. Per i campioni della Start, purtroppo, non andò così. Una commissione d inchiesta, molti anni dopo, ha stabilito che non ci sia stato nessun legame tra la partita della morte e la sorte dei panettieri. Comunque sia, quella soddisfazione l hanno pagata cara. Alcuni giorni dopo la Gestapo, polizia politica nazista, arresta otto degli undici giocatori. Quelli che non muoiono per le torture finiscono nel lager di Siretz. E là che muore il portierone 11

14 Storie in fuorigioco Trusevich. I loro corpi, dopo la fucilazione, vengono gettati nella fossa comune di Babij Jar. I superstiti finiscono in un campo di lavoro a Kiev. Tra loro il bomber Goncharenko che, finita la guerra, racconta tutto. Regalando ai suoi compagni almeno la dignità della memoria. Anche se il ricordo non è condiviso. L agenzia per il cinema ucraino, in vista degli Europei di calcio del 2012, che Kiev organizzerà con la Polonia, pensa di censurare l arrivo nelle sale di un film chiamato Match, del regista russo Andrey Malyukov. Racconta ancora questa storia, ma il governo ucraino non vuole fomentare sentimenti anti tedeschi. Ma c entra anche la storia, che questa benedetta partita evoca, tra propaganda sovietica e collaborazionismo ucraino. La pellicola, infatti, è accusata addirittura di propaganda filorussa. Ma anche Tyler Gooden, statunitense, sta montando un cortometraggio animato (che dovrebbe divenire un lungometraggio) dal titolo Playing the game, che sottolinea la propaganda sovietica sull evento dopo la guerra. Nello stesso periodo i nazisti occupano anche l Italia. La passione del pallone, evidentemente, li segue ovunque. A Sarnano, un paesino nelle Marche, un sergente nazista appassionato di calcio scopre che in paese vive Mario Maurelli, arbitro noto anche in Germania. Bussa alla porta del malcapitato e lo invita a trovare undici ragazzi italiani per una sfida contro i nazisti. Con una garanzia: nella rappresentativa italica giocherà il fratello minore di Maurelli, che arbitrerà l incontro. In modo che a nessuno venga in mente di fare il furbo. L aria è tesa: undici giovani di Sarnano, nel 1944, significa undici partigiani. Maurelli non può sottrarsi, come racconta nel commovente documentario di Umberto Nigri La leggenda di Sarnano. Accanto a lui, nel video, Libero Lucarini. Lucarini era uno degli undici giocatori che, il primo aprile 1944, sfidarono i tedeschi. Lucarini giocava terzino destro e, scivolando di proposito, fece pareggiare la Germania, dopo che il centravanti partigiano Grattini - in modo improvvido - aveva portato in vantaggio la squadra più ricercata d Italia. A differenza dell eroismo dei campioni della Dynamo Kiev, i partigiani italiani preferirono un onorevole pareggio che, alla fine, permise loro di scappare tutti in montagna e di soffocare almeno per un po la rabbia nazista. 12

15 La partita della vita D altronde William Bill Shankly, mitico manager del Liverpool dal 1959 al 1974, raccontava: «Una volta qualcuno mi disse che il calcio per me era una questione di vita o di morte. Io gli risposi: Senti, è ancora più importante». 13

16 Il sogno interrotto La nazionale ungherese degli anni Cinquanta, molto più di una squadra di calcio

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18 Il sogno interrotto La nazionale ungherese degli anni Cinquanta, molto più di una squadra di calcio Uno dei limiti del calcio contemporaneo è quello che le squadre mancano di un undici base. Le formazioni storiche le reciti tutte d un fiato. Segnatevi questa: Grosics, Buzanszky, Lorant, Lantos, Bozsik, Zakarias, Budaj, Kocsis, Hidegkuti, Puskas, Czibor. Allenatore mister Sebes. La rappresentativa nazionale dell Ungheria che dal 1949 al 1954 offriva asilo estetico ai cacciatori del bello, secondo la felice definizione del giornalista sportivo italiano Roberto Beccantini. Non a caso è passata alla storia come Aranycsapat, parola ungherese per squadra d oro. Un po di numeri: tra il 1950 e il 1956 giocò 83 gare perdendone solo una. La più importante, come vedremo dopo. Ma sempre una. Un mito, che il partito comunista al potere a Budapest non vuole farsi scappare. «La vittoria è necessaria al partito», si sentivano ripetere i giocatori dai dirigenti politici. La squadra non si fa pregare e regala vittorie e gioco spettacolare. «Chi sarebbe il loro capitano, il ciccione?», chiede un improvvido Billy Wright, capitano della nazionale inglese, mentre la Aranycsapat fa il suo ingresso in campo nel 1953 a Wembley, il tempio degli inventori del calcio, a Londra. Il ciccione è Ferenc Puskas, il violino solista di un orchestra perfetta. La pantera nera Grosics tra i pali, Hidegkuti centravanti arretrato e rampa di lancio per le velocissime ali Czibor e Budaj, il ciccione e il cobra Kocsis a finalizzare. Una sinfonia, che i tattici chiamano MM, dalle posizioni degli uomini in campo. Simbolo del gruppo le scarpette modificate, basse al tallone, per agevolare i colpi d esterno. Un marchio di fabbrica. 16

19 Il sogno interrotto Puskas fa due reti, finisce 6-3 per gli ungheresi. Per la prima volta l Inghilterra è violata in casa (la rivincita a Budapest fu anche peggio, con i britannici battuti 7-1). Mesi prima, alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, la Aranycsapat vince la medaglia d oro, ma è la Coppa del Mondo del 1954, organizzata dalla Svizzera, il palcoscenico dove la squadra dei sogni dovrà consacrarsi nel mito. Un mito che, per motivi politici, negli anni della Guerra Fredda non inizia e non finisce in un terreno di gioco. La Aranycsapat non è solo il simbolo del regime ungherese, ma del comunismo intero. Un gioco collettivo, in grado di superare tutti i personalismi. Il socialismo che avanza, pronto a travolgere il capitalismo. Ci crede anche il giovane Gabor, protagonista del bel romanzo saggio La squadra spezzata, il libro che il giornalista Luigi Bolognini ha dedicato all Aranycsapat. Un ragazzino come tanti, con il mito di Puskas, uomo da 84 reti in 85 partite in nazionale. Modello sportivo, ideale di vittoria sociale, simbolo di una nuova epoca. In Svizzera tutto inizia per il meglio, l Ungheria vola: 25 reti in quattro gare. Il finale sembra già scritto. A contendere il titolo nella finalissima di Berna, 4 luglio 1954, la Germania Ovest, umiliata dall Ungheria 8-3 nella prima fase. Al 10 minuto del primo tempo tutto sembra finito: 2-0 per l Ungheria. La Germania, però, non ci sta e, in pochi minuti, si riporta sul 2-2. Sembra che gli ungheresi paghino un eccesso di spocchia, ma il risultato non pare in discussione. Invece, come una doccia fredda, a pochi minuti dal termine Helmut Rahn segna il 3-2. A Puskas viene anullato inspiegabilmente il 3-3. Arbitraggio filo-occidentale? Doping dei tedeschi (sei su undici dei giocatori della formazione teutonica morirono prima dei 60 anni per patologie controverse)? Solo che l Aranycsapat ha perso la partita più importante e nulla sarà mai più come prima. C è chi collega alla sconfitta l inizio del declino del regime ungherese e dei moti di piazza per una riforma democratica del Paese. Un malcontento strisciante che, nel 1956, scoppia nelle piazze con il leader Imre Nagy che annuncia un governo aperto non solo al partito comunista. Mosca reagisce inviando i carri armati. Nel sangue finiscono i sogni degli ungheresi, che per alcuni si mischiano alle lacrime di Puskas nel fango di Berna. Il giovane Gabor, nel romanzo di 17

20 Storie in fuorigioco Bolognini, corre in piazza con la maglia del ciccione, ma qualcosa si è rotto e la stessa mitica squadra si disperde. A qualcuno va bene, come Puskas appunto. Riesce a fuggire e a raggiungere Madrid, dove vincerà tre Coppe dei Campioni e sei campionati, diventando una leggenda del calcio. Altri, come Kocsis, restano segnati e il grande attaccante si suiciderà a Budapest nel I tedeschi ricordano i mondiali del 1954 come quelli del miracolo di Berna, mentre a Gabor e a tutti gli altri, in piazza, a Budapest, è rimasto il gusto amaro del sogno spezzato sul più bello. 18

21 La lunga partita per l indipendenza La squadra che girò il mondo per un Algeria libera Sembra di vederli, stretti nelle giacche lise, immortalate da Gillo Pontecorvo nella Battaglia di Algeri. Mani che si stringono, mani che si torcono per il nervosismo, milioni di sigarette. Soummam è un posto piccolo, ma di quelli che sanno farsi eterni. Anno 1956, la situazione in Algeria è rovente non solo perché è agosto. Il colonialismo francese, come un animale ferito, sente la fine vicina e mostra il suo volto più duro. A Soummam, nella Cabilia ribelle che la Francia non ha potuto piegare mai, si tiene il congresso del Fronte di Liberazione Nazionale (Fln). C è da preparare uno Stato, prima che esista uno Stato. L Algeria sarà indipendente, bisogna farsi trovare pronti all appuntamento con la storia. La piattaforma di Soummam sarà la base su cui costruire le fondamenta dell Algeria libera e indipendente. Si discute di tutto, dall organizzazione del futuro alla pianificazione della propaganda per la causa indipendentista. Studenti e lavoratori si costituiscono in associazioni, il programma è denso. Tra tutti, due uomini, un po in disparte. Non sarà facile, tra tanti problemi, convincere i grandi capi della Resistenza che anche il calcio può fare la sua parte. Ne sono convinte due vecchie glorie del calcio algerino: Mohammed Boumezrag e Mokhtar Laaribi, quest ultimo allenatore dell Avignone, nel campionato di calcio francese. Devono convincere il Fln che anche una rappresentativa di calciatori può girare il mondo, perorando la causa dell indipendenza algerina. Ci riescono. Anche perché i capi hanno avuto un assaggio della potenza del messaggio globale del pallone, che proprio in quegli anni diventava fenomeno di massa. A Berna, nel 19

22 Storie in fuorigioco 1954, durante i campionati di calcio, il Fln aveva annunciato l insurrezione armata contro la Francia. Pochi mesi prima di Soummam, inoltre, nel maggio 1956, un cartellino rosso era diventato il detonatore della rabbia algerina. Finale della Coppa Nordafricana, torneo tra formazioni del Maghreb occupato dai francesi. In finale arrivano due formazioni della stessa città dell Algeria: Sidi Bel Abbès. Sono lo Sporting, formazione dei pied noirs (i coloni francesi) e l Union, formata da musulmani. Il capitano dello Sporting si vede annullare la squalifica prima del match decisivo, la rabbia degli algerini è enorme. Ennesimo sopruso, regole violate dall occupante, boicottaggio delle squadre composte da tunisini, algerini e marocchini. Boumezrag e Laaribi sono determinati: creare una squadra che giri per il mondo portando all attenzione di tutti le condizioni di vita degli algerini. Nessuno meglio dei campioni che giocano in Francia possono riuscirci, perché aderire a questo team significava perdere gli ingaggi che garantiva il campionato francese. Nessuna delle stelle algerine della Ligue 1, il camionato d oltralpe, si tira indietro. Aderiscono al progetto il grande Mekloufi, del Saint-Etienne, Zitouni, del Monaco, Maouche, dello Stade-Reims e Ben Tifour del Monaco. Alcuni di loro erano nella lista del commissario tecnico francese per i prossimi mondiali in Svezia, previsti nel 1958, eppure non si erano tirati indietro. L appuntamento per tutti è a Tunisi, dove il presidente Bourghiba, dopo aver portato all indipendenza il suo Paese, nel marzo 1956 era diventato il protettore politico dei vertici del Fln. I giocatori e i tecnici si lanciano nell impresa, in gran segreto, di raggiungere la Tunisia. Ci vogliono due anni, ma alla fine un gruppo passa il confine francese in macchina e, dall Italia, si imbarca per il Nord Africa. Un altro gruppo, in treno, raggiunge la Svizzera e prende un volo per la Tunisia. Ce la fanno tutti, tranne il povero Maouche, che faceva il servizio militare. Lo arrestano e con l accusa di diserzione sconta quattro anni di carcere. I giornali francesi, dopo che si diffonde la notizia dell arrivo dei giocatori algerini a Tunisi, il 13 aprile 1958, danno ampio risalto alla vicenda. Loro posano per una mitica foto, sulla pista dell aeroporto della capitale tunisina, vestiti da impiegati ma sistemati tra in piedi e accosciati 20

23 La lunga partita per l indipendenza come nelle foto prima dei match di calcio. E l inizio della leggenda, quella del le onze dell indépendance (l undici dell indipendenza), più noto del nome ufficiale di Equipe du Fln de football. Tra il 1958 e il 1962, quando l Algeria ottenne l indipendenza, giocarono più di ottanta partite. Vincendole quasi tutte. La prima il 3 maggio 1958, contro la Tunisia, per 5-1. Poi Pechino, Belgrado, Hanoi, Tripoli, Rabat, Praga, Damasco, Amman, Budapest, Sofia e Budapest. Tutti i Paesi che non avevano ceduto, anche per motivi politici, al ricatto della furibonda Francia che aveva obbligato la Fifa a sanzionare le federazioni che avessero giocato contro le onze dell indépendance. Le cronache dell epoca la ricordano come una squadra spettacolare e offensiva, ma non è questo quello che conta. Il messaggio politico era devastante per coloro che a Parigi non volevano mollare l Algeria: ragazzi algerini, che avevano successo in Francia, avevano rinunciato a soldi e fama per inseguire un sogno di libertà. Lo capirono in molti, compresi i leader politici che vollero accoglierli e farsi fotografare con loro, dal comandante Giap a Ho Chi Minh, passando per Zhou Enlai. Dopo l indipendenza molti di loro restarono a giocare nel campionato algerino, altri tornarono in Francia, giocarono ancora in Ligue 1. Liberi di sentirsi algerini. Sono passati tanti anni e l Algeria è molto cambiata, passando per una drammatica guerra civile negli anni Novanta. L attuale presidente, Abdelaziz Bouteflika, ragazzo all epoca della lotta anti francese, ha imparato la lezione dell onze dell indépendance e del potere del calcio. In epoca di primavere arabe, meglio stare attenti. Ecco che il governo, in previsione delle elezioni amministrative del maggio 2012, ha deciso di fermare il campionato. Tra le tifoserie che Bouteflika teme quella della Jeunesse Sportive de Kabylie, il simbolo dei cabili, che anche nell Algeria indipendente continuano a lottare per la loro identità. Perché certe cose, come la Cabilia e il pallone, non cambiano mai. 21

24 Pallonate contro un muro Il giorno che la Germania Est, fuori casa, ha battuto la Germania Ovest

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26 La prima guerra del football Lo spareggio mondiale tra Honduras ed El Salvador nel 1969 divenne il pretesto per un conflitto sanguinoso Il marketing è diventato sempre più importante. Si conquista spazi sempre più imponenti nelle nostre vite e, nostro malgrado, orienta tante scelte. Nel 1969, magari, non era così. Ma volete mettere l appeal del nome guerra del calcio, rispetto a guerra delle cento ore? Con tutto il rispetto per le vittime, non c è paragone. Ecco allora che il breve conflitto tra Honduras ed El Salvador del 1969 che poteva finire nella soffitta della storia diventa un icona. Molto più dei seimila morti che si è lasciato dietro. Avete capito bene, seimila. Dal 14 al 20 luglio Un massacro orribile, che finirebbe dimenticato fra tanti, troppi altri eccidi stupidi come tutte le guerre. Invece quello che accadde in quella estate centroamericana è stato immortalato per sempre dal grande reporter polacco Ryszard Kapuscinski e dal suo libro La prima guerra del football e altre guerre di poveri. Il vecchio detto che se un albero cade in una foresta deserta non fa rumore vale anche per le vite degli innocenti. Tutto era iniziato con la deportazione di trecentomila salvadoregni da parte del governo dell Honduras. La lotta per il mercato delle banane, con le multinazionali Usa nel ruolo del burattinaio, aveva generato un boom economico honduregno per il quale si erano rese necessarie le braccia dei disperati campesinos del Salvador. Queste persone avevano investito tutto nei loro appezzamenti di terra, ma una legge del governo dell Honduras li espropriava di tutto. Le relazioni tra i due Paesi, mai eccellenti, precipitarono. In quegli stessi giorni, come se c entrasse qualcosa, le nazionali di calcio 24

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