BIENNALE DEMOCRAZIA. Lezione di Gustavo Zagrebelsky

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1 BIENNALE DEMOCRAZIA Torino, aprile 2009 Lezione di Gustavo Zagrebelsky Giovedì 23 Aprile 2009 La democrazia in cui viviamo è come l aria che respiriamo. Non ci si fa caso fino a quando viene a mancare o diventa tossica. * * * (concetto e concezioni) In qualunque definizione di democrazia appropriata al concetto, ai cittadini è attribuita una funzione attiva nelle decisioni che li riguardano. Le forme e i limiti possono essere diversi, ma questa è una condizione senza la quale di democrazia è improprio parlare. La definizione più compiuta (e utopistica) è certamente quella della democrazia come pieno autogoverno dei cittadini che Rousseau, all inizio del Contratto sociale, enuncia come programma della sua ricerca: «Trovare una forma d associazione [ ] attraverso la quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se stesso e rimanga libero tanto quanto lo era prima» 1. Ma appartiene alla democrazia anche il potere riconosciuto ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti, di farne valere la responsabilità in caso di malgoverno, cioè di porre limiti all onnipotenza dei governanti, e di sostituirli, se del caso, 1 J-J. Rousseau, Du contrat social (1762), Paris, Garnier-Flammarion, 1966, p. 51.

2 2 secondo procedure accettate, basate sulla misura del consenso, dunque non violente. Tutte queste concezioni possono apparire qualcosa di meno dell autogoverno, ma rientrano tuttavia nel concetto di democrazia. Anzi, per qualcuno, sono le sole realistiche, l autogoverno popolare appartenendo al mondo dei sogni 2. Dicevo definizione appropriata al concetto, perché nel campo politico i concetti sono spesso manipolati, per fini, per l appunto, politici. Le parole della politica sono ambigue, come si spiegherà più avanti, perché sono parole del potere e per il potere, sono cioè parole strumentali. Questa ambiguità si constata facilmente proprio con riguardo alla democrazia quando la si definisce normalmente con aggettivi qualificativi - non come governo del popolo, ma come governo per il popolo. Così, la democrazia cristiana, agli inizi del novecento, era definita l impegno cattolico per il popolo, avente come scopo il conforto e l elevamento delle classi inferiori 3, lo studium solandae erigendaeque plebis dell Enciclica Graves de communi, del papa Leone XIII (1901). In questo senso, della parola democrazia, anzi di reale, vera, sostanziale democrazia, contrapposta alla democrazia solo formale dei regimi liberali, si poterono fregiare anche il regime sovietico ( democratico è tutto ciò che serve agli interessi del popolo ), il fascismo ( democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria al servizio della nazione) e tutti i regimi più violenti e arbitrari del mondo che, dopo avere privato i cittadini dei loro diritti, si sono autoproclamati e si auto-proclamano sinceri amici e difensori del popolo. In questo semplice scambio di preposizioni, dal governo del popolo al governo per il popolo, sta la capacità mimetica della parola democrazia. Paradossalmente, anche le autocrazie, perfino le teocrazie, cioè le 2 K. Popper, La società aperta e i suoi nemici, Roma, Armando, vol. II, pp. 210 ss. 3 U. Benigni, voce Christian Democracy, in Catholic Encyclopedia, New York, Appleton, 1908.

3 3 autocrazie spinte al massimo livello, come è in certe repubbliche islamiche, possono presentarsi come democrazie, talora anzi come le vere democrazie contrapposte a quelle occidentali degenerate e, a questo punto - è ovvio - la confusione e l inganno diventano totali e insuperabili. Ancora più intollerabile stravolgimento del concetto è la definizione della democrazia come governo per mezzo del popolo. A questo proposito, per comprendere la corruzione del concetto basta pensare ch essa attrarrebbe nel campo della democrazia le jacqueries dei contadini in Francia, i sanfedisti del cardinale Ruffo, i pogrom dei cristiani fanatizzati contro i villaggi ebraici dell Europa centrale, i milioni di morti delle guerre di popolo. Basti così. Ci si può invece domandare perché oggi chi esercita funzioni politiche, tanto tenga a qualificarsi democratico, a costo di simili violenze lessicali e concettuali. La democrazia, fin dall inizio della riflessione sulle forme del vivere insieme, è stata associata all idea della massificazione, della mediocrità, dell edonismo, del materialismo, dell arbitrio e della violenza del numero senza qualità, dunque a una costellazione di valori negativi. Per quali motivi, allora, è diventata oggi una parola magica, lo shibbolet, il passaporto senza il quale non si è ammessi al consesso dei popoli, dei governanti e degli Stati civili? Perché, in breve, è diventata un titolo di rispettabilità al quale nessuno, oggi, può rinunciare? Lasciamo per ora in sospeso la risposta. * * * (un concetto non sperimentato né sperimentabile)

4 4 Una volta che si sia preso atto dell inganno perpetrato attraverso il rovesciamento del concetto, e della necessità di rimetterlo diritto, resta la difficoltà che, se non concettualmente, certo praticamente o, come si dice, sperimentalmente, la democrazia deve sempre fare i conti con una mutazione le cui cause sono endemiche, cioè interne alla democrazia stessa: la mutazione oligarchica. Questa mutazione, come esito inevitabile, è denunciata concordemente dai critici della democrazia, i critici, per usare ancora queste categorie che a molti paiono desuete, sia di destra che di sinistra. Il che è quanto dire che la denuncia è corale e che coloro che proclamano l ideale del governo del popolo sono o degli ingenui o degli impostori. Nella teoria classica delle forme di governo, l oligarchia, come governo dei molti impotenti da parte di pochi potenti, sta, per così dire, in mezzo, tra la monarchia, il governo di uno, e la democrazia, il governo dei molti o di tutti 4. Questo, in teoria. In pratica, si conoscono solo oligarchie, del più vario tipo, più o meno ampie, più o meno strutturate, più o meno gerarchizzate e centralizzate: ma sempre e solo oligarchie. Questo è vero con riguardo alla monarchia, non essendo nemmeno immaginabile un regime che si regga sul potere concentrato in uno solo. Quello che appare come il monarca, in realtà è sempre l espressione di un gruppo organizzato che, in vario modo, lo sostiene e, contemporaneamente, lo tiene imbrigliato. Ma è vero anche con riguardo alla democrazia. L esperienza 4 Nella concezione moderna, la democrazia è il governo di tutti, cioè del popolo tutto intero. Nella concezione antica, la democrazia era il governo del demos, da intendersi il popolo minuto o, anche, dei poveri, contrapposto all oligarchia (o aristocrazia) come governo dei ricchi. Era cioè il governo dei molti, o dei più, in quanto, di fatto e er lo più, i poveri sono più numerosi dei ricchi. Ma la democrazia non si sarebbe trasformata in oligarchia se, per ipotesi, vi fossero stati più ricchi che poveri. Aristotele, Politica, 1279b, dice così: «La ragione sembra dimostrare che l essere pochi o molti sovrani nella polis è un elemento accidentale, l uno delle oligarchie, l altro delle democrazie, dovuto al fatto che i ricchi sono pochi e i poveri sono molti dovunque [ ] mentre ciò per cui realmente differiscono tra loro la democrazia e l oligarchia sono la povertà e la ricchezza: di necessità, quindi, dove i capi hanno il potere in forza della ricchezza, siano essi pochi o molti, ivi si ha oligarchia; dove invece lo hanno i poveri, la democrazia: e tuttavia capita, come abbiamo detto, che quelli siano pochi, e questi molti»

5 5 storica mostra che la democrazia, nella sua forma pura o pienamente realizzata la democrazia, per esempio, secondo la definizione di Rousseau già citata - di fatto non esiste e non è mai esistita, se non in effimeri momenti di gloria, come si esprime Joseph de Maistre. Questi momenti sono quelli iniziali, dell instaurazione del potere popolare che abbatte le strutture gerarchiche del passato. Sono momenti negativi e distruttivi, non positivi o costruttivi. Sono perciò, per l appunto, momenti effimeri e i critici della democrazia non mancano di argomenti, storia alla mano, per avvertire che in generale, ogni governo democratico non è che una fugace meteora il cui fulgore esclude qualsiasi durata 5 e che questo momento fugace di ebbrezza che genera distruzione rischia di doversi poi pagare caro e a lungo * * * (la ferrea legge dell oligarchia ) La critica nei confronti della democrazia, in quanto regime dell illusione, e la critica nei confronti del pensiero democratico, in quanto mistificatore della realtà, si comprendono per mezzo di quella che è stata detta la ferrea legge dell oligarchia che è alla base di tutte le numerose concezioni elitiste del potere. Quell espressione, coniata da Roberto Michels con riferimento alla sociologia dei partiti politici socialisti, vale però in generale, a indicare, in ogni organizzazione sociale, e tanto più nelle organizzazioni sociali di grandi numeri e dimensioni, la tendenza irresistibile alla formazione di gruppi dirigenti ristretti che ne assumono la guida. I grandi numeri hanno bisogno dei piccoli numeri. I pochi conducono, i molti seguono. 5 J. de Maistre, Etude sur la souveraineté, in Oeuvres complètes de Joseph de Maistre, t. I, Vitte, Paris, 1924, p. 495.

6 6 Le élites non sono di per sé in contrasto con la democrazia. Sono conciliabili. Anzi, si può facilmente sostenere che la democrazia, in quanto non sia semplicemente il potere del bruto numero, per poter funzionare ha bisogno di élites in competizione tra loro, per poter organizzare, canalizzare e mobilitare le energie disperse nei grandi numeri, cioè per renderle operanti. Ma le cose cambiano assai quando l élite si trasforma in oligarchia, cioè si chiude su di sé, aspira all inamovibilità e si cristallizza. Quando ciò accade, il principio maggioritario, che è l anima della democrazia, si rovescia nel principio minoritario, che è nell essenza dell autocrazia. Orbene, la tendenza delle democrazie, in assenza di antidoti, a produrre élites politiche ( classi dirigenti ) e la tendenza di queste a trasformarsi in oligarchie ( caste ) non è astratta teoria. È constatazione di fatti reali e diffusi, che non è difficile da farsi. Perfino il modello classico, la democrazia ateniese, sotto questo aspetto, deve essere demitizzato e, in realtà lo fu, e ferocemente, da Aristofane, ad esempio descrivendo il contrasto tra i due demagoghi de I Cavalieri (il salsicciaio e Paflagone) per il controllo di un demos piuttosto rimbecillito. Già all epoca d oro della democrazia del V secolo, si trattò, pur in una piccola città (niente a che vedere con i grandi Stati del nostro tempo) di oligarchia, la cui testa era occupata da Pericle, il principe della democrazia, come si è detto con un ossimoro. E il popolo applaudiva poiché, a iniziare da Clistene, il primo riformatore democratico, i capi si curavano di assicurarsi il suo favore (prosetairízomai), cioè di trasformarlo in massa di clienti 6. Si noti: in democrazia, il favore, cioè la fiducia, è qualcosa che deve essere meritata e che lega i capi ai cittadini. 6 Erodoto, Storie, V, 66.

7 7 Secondo ciò che si racconta della democrazia ateniese, erano i capi a mettersi al sicuro, legando i cittadini a sé. In che modo? Lo spiega Aristotele 7, raccontando del contrasto tra Cimone e Pericle e dei mezzi usati dall uno e dall altro per prevalere. Cimone, che disponeva di un patrimonio principesco, offriva splendidamente liturgie pubbliche e manteneva pure molta gente del suo demo. Chiunque volesse poteva recarsi a casa sua ogni giorno e prendere quel che gli occorreva. Inoltre, nessuna sua proprietà aveva recinzioni, sicché chi voleva poteva approfittare dei frutti. Pericle, che non poteva permettersi tutto questo, semplicemente svendette le cariche pubbliche, dando origine, dice Aristotele, all immoralità dei magistrati e, dice Socrate, alla corruzione dei costumi 8. Il favore fu acquistato, col patrimonio privato (Cimone), con quello pubblico (Pericle). In entrambi i casi si trattò, insomma, di corruzione in senso tecnico. In questo rapporto di democrazia rovesciata, cioè di potere che procede dall alto, il popolo è semplicemente una massa di manovra da sedurre e utilizzare in una guerra tra oligarchi che si svolge senza regole, anzi talora contro le regole (come nel caso della vendita di cariche pubbliche), in luoghi e con mezzi che nulla hanno a che fare con la democrazia. Sui luoghi e sui mezzi della democrazia rovesciata è da fermare un poco l attenzione. * * * (democrazia e luoghi del potere) 7 La costituzione degli Ateniesi, XXVII, Platone, Gorgia 515E: «Io sento dire che Pericle li rese infingardi [gli Ateniesi], vili, chiacchieroni e avidi di danaro, dacché egli per il primo li abituò a riscotere una paga da fondi pubblici». Il discorso di Socrate si volge poi in evidente ironia: «Quest altro però non lo sento dire, ma lo so di sicuro io [ ]: che da principio Pericle era l idolo di tutti,; e gli Ateniesi, mentre erano peggiori, non lo colpirono di nessuna condanna infamante; ma poiché, grazie a lui, divennero ottimi, sulla fine della sua vita lo condannarono per peculato, e mancò poco non proponessero per lui la pena di morte, considerandolo evidentemente un malvagio» (Platone, Tutte le opere, a cura di G. Pugliese Carratelli, Firenze, Sansoni, 1974, p. 760).

8 8 I luoghi del potere, innanzitutto. I luoghi d elezione dell oligarchia sono quelli dove il potere si nasconde, per sua naturale tendenza. Il potere non ama la pubblicità, la luce del sole. Il segreto sta nel nucleo più interno del potere, è un detto pregnante di Elias Canetti 9 che può essere letto anche così: Il potere sta nel nucleo più interno del segreto. I luoghi dove si svolgono le pratiche che più contano sono anche quelli meno esposti alla vista del pubblico. Gli arcana imperii non sono prerogativa soltanto degli Stati assolutistici, non sono solo l espressione della ragion di stato. C è anche, per così dire, una ragion di potere che mira ad avvolgersi nel segreto e a proteggersi dagli sguardi indesiderati. Naturalmente, ciò vale rispetto all esercizio del potere, non rispetto all ostensione di sé dei potenti, del loro essere, della loro indole e loro stile di vita privata. L esteriorità esibita dai potenti non è la pubblicità dei loro atti e può convivere facilmente con la segretezza. Il privato, quando lo si ritenga opportuno e utile, può infatti essere messo in pubblico, e sempre più spesso lo è, anche artatamente e spudoratamente, senza che ciò incrini la segretezza del potere. Anzi la rafforza, perché serve ad alimentare tra gli spettatori l idea che, alla resa dei conti, si è tutti uguali, le aspirazioni e le difficoltà della vita ci uniscono tutti, non c è nulla da nascondere e, quindi, nulla che si possa pretendere che sia svelato. Il potere invisibile è invece uno dei grandi problemi e delle maggiori difficoltà della democrazia, il regime che non può fare a meno della trasparenza del potere. Come non ricordare, in proposito, la glasnost, trasparenza appunto, che della politica di democratizzazione dell Unione Sovietica di Gorbačëv (1986) doveva essere uno dei capisaldi, anzi una pre- 9 E. Canetti, Massa e potere (1960), in Opere , Milano, Bompiani, 1990, p

9 9 condizione? Norberto Bobbio ha scritto, su questo tema, pagine fondamentali 10, ispirate alla formula trascendentale dell autorità (cioè del diritto pubblico) di Kant: «Tutte le azioni relative al diritto di altri uomini, la cui massima non è conciliabile con la pubblicità, sono ingiuste» 11. Le azioni di cui si vuol celare la massima, cioè il motivo che le promuove, sono sottratte al controllo della ragione o opinione pubblica, e perciò sono per definizione sospette: si ha il diritto di supporre che, se quella massima fosse conosciuta, forse l azione non potrebbe decentemente essere compiuta. Il segreto protegge dagli scandali del potere. Si comprende che i cosiddetti poteri forti siano anche quelli meno visibili. Ma, in democrazia, al contrario, oportet ut scandala eveniant, cioè che li si possa portare in pubblico affinché facciano scandalo e così impegnino la responsabilità dei governanti di fronte all indignazione dei governati. Se poi il potere invisibile è anche un potere che, a sua volta, può vedere tutto di tutti, come è nella tendenza dei regimi totalitari e come l attuale sviluppo della tecnologia informatica in misura crescente consente, l impunità, qualunque cosa si faccia, è garantita e il rovesciamento antidemocratico del rapporto tra governanti e governati è completo. L immagine più chiara è quella dell orecchio di Dionisio, l antro delle latomie che amplificava i discorsi, dove venivano rinchiusi i nemici di Gerone, tiranno di Siracusa, il quale, secondo la leggenda, tutto poteva vedere e udire rimanendo nascosto. L Onnipotente, d altra parte, non è forse colui che nessuno ha mai visto, il quale, a sua volta, è onnisciente, 10 N. Bobbio, La democrazia e il potere invisibile, in Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984, pp. 74 ss., nonché Id., in N. Bobbio,G. Pontara, S. Veca, Crisi della democrazia e neocontrattualismo, Roma, Editori riuniti, 1984, pp. 27 ss. 11 I. Kant, Per la pace perpetua (1795), in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, Torino, UTET, II ed.,1965, p. 330.

10 10 onnipresente, onnivedente? Tutto si può dire, ma non certo che il rapporto tra Dio e le sue creature sia un rapporto democratico. La formula di Canetti, «il potere sta nel nucleo più interno del segreto», invita a fare un passo ulteriore. Essa suggerisce l idea di gradi successivi tra la visibilità totale, il potere alla luce del sole, e l invisibilità totale, il potere che si svolge nelle tenebre. L immagine delle quinte teatrali, del potere dietro le quinte, rende bene l idea. L ultima, quella più interna, protegge il nucleo; man mano che si procede verso l esterno, cioè verso il pubblico degli spettatori, la visibilità aumenta ma, con la visibilità anche l illusorietà. Ciò che si vede, come sul palcoscenico del teatro, è una rappresentazione ; è ciò che si vuole che si veda, non ciò che dovrebbe e potrebbe essere visto, in assenza delle quinte. La democrazia, come hanno detto i suoi denigratori, da Platone in poi, è una teatrocrazia. Sulla scena si spacciano valori, di cui, dietro le quinte ci si fa beffe tranquillamente e spesso volgarmente, come ci capita di constatare quando qualcuno parla, senza esserne al corrente, a microfono aperto. Le procedure della democrazia cadono allora in rituali. Il loro significato non è il controllo del potere, ma è la copertura del potere attraverso l illusione. Il parlamento, centro della vita democratica, diventa uno schermo che riflette immagini fasulle del potere effettivo, che cerca di legittimarsi presentandosi a un pubblico di bocca buona come il prodotto di libere discussioni dei rappresentanti del popolo, mentre, al contrario, è la più o meno efficiente longa manus di un potere oligarchico nascosto. E così, alla fine, quando non serve più nemmeno come schermo, dopo che lo si è umiliato e riempito di uomini e donne senza valore e capaci solo di

11 11 assecondare, lo si può perfino sbeffeggiare come luogo di ludi cartacei, di esercizi discutidores 12, di fannulloni che fanno perdere tempo a chi vuole decidere con tempestività ed efficacia. * * * (la democrazia e i mezzi del potere) I mezzi, ora. Dietro le quinte, si giocano partite senza regole la cui posta è il governo delle società. Contano l audacia, l astuzia, talora l inganno e il ricatto, la capacità delle combinazioni, le alleanze, le mediazioni. Tutto questo è forza, che non ha nulla a che vedere col diritto che celebra i suoi riti nelle procedure visibili della democrazia. Ma di che sostanza è fatta questa forza? A seconda delle epoche, si intrecciano in equilibri variabili forze che fanno leva sulle aspirazioni primordiali degli esseri umani: paure e speranze, onore, benessere materiale. Il medium più potente, ciò che unifica tutto e di tutto è misura, oggi è indubitabilmente il denaro: pecunia regina mundi 13, la ricchezza ottiene tutto, tutto può misurarsi in denaro, nulla sembra sottrarsi alla sua forza. Questa è l ideologia del nostro tempo. Non c è bisogno di spendere parole: col denaro si può comperare sicurezza, speranza, onore proprio e altrui e, naturalmente, benessere e, perfino, felicità. Il denaro muove il mondo, almeno il nostro mondo, come un tempo lo muovevano le fedi o le paure religiose, le ambizioni dinastiche, la gloria e la potenza delle nazioni, le missioni storiche di classi, etnie, popoli, eccetera (quand anche esse non fossero, a loro volta, mascheramento di interessi materiali). 12 J. Donoso Cortés, Ensayo sobre el catolicismo, el liberalismo y el socialismo (1850), trad. it. Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo, Milano, Rusconi, 1972, disprezzava la democrazia parlamentare come espressione liberale della clasa discutidora, 13 Petronio, Satyricon, 14.

12 12 Su tutto ciò non c è nemmeno bisogno di soffermarsi. Oggi la potenza del denaro si è resa perfino immateriale, incorporea, mistica, attraverso il capitale finanziario la cui forza spira dove vuole, attraverso lo spostamento di quote che crea ricchezze e causa miserie, al di sopra di ogni confine, controllo e regole. La refrattarietà del danaro a sottoporsi a regole è tale che - ultima mossa della disperazione - sembra non restare altra risorsa che il patetico appello al senso etico dei finanzieri, cioè all etica negli affari contro l etica degli affari. Nella difficoltà di far valere il diritto, sembra non esserci di meglio che i valori! Dove il denaro è la misura di tutte le cose, tutto è potenzialmente in vendita al miglior offerente, compresa la politica, compresa la democrazia. L esposizione della democrazia a questo genere di corruzione si vede con tanta maggior chiarezza se la si guarda, ancora una volta, dal punto di vista della sua natura oligarchica e la si concepisce, secondo la celebre visione economica di Joseph A. Schumpeter 14, riferita in origine alla società americana, come competizione tra élites per la conquista del mercato dei voti. Per chi ha patrimoni da investire, i magnati della finanza - siano essi persone fisiche o società di capitali - la democrazia può diventare un impresa, un investimento, per i vantaggi d ogni genere che ne potranno derivare, più fruttuoso di altri esclusivamente finanziari. E così, la democrazia può essere rovesciata in oligarchia del danaro 15, cioè plutocrazia o governo dei ricchi. 14 Capitalismo, socialismo e democrazia (1942), Milano, Comunità, Questa è la tesi, argomentata in un libro dalla non sorprendente fortuna di Sheldon S. Wolin,(non un rivoluzionario, ma un professore emerito dell Università di Princeton, che si ispira al pensiero di Tocqueville), dal titolo Democracy Incorpored. Managed Democracy and the Specter of Inverted Totalitarianism, Princeton Un. Press, Princeton-Oxford, In Italia, gli studi circa l influenza il rapporto denaro-democrazia sono pressochè inesistenti, se si escludono quelli ormai risalenti di E. Rossi, I padroni del vapore, Bari, Laterza, 1955 e E. Scalari, Razza padrona, Milano, Feltrinelli, Ancora sugli Stati Uniti, v. K. Phillips, Ricchezza e democrazia. Una storia politica del capitalismo americano, Milano, Garzanti, 2005

13 13 Tutti i regimi democratici si preoccupano di evitare questo rischio. Per esempio, prevedendo come reato il voto di scambio, il voto che si ottiene, approfittando della condizione di bisogno dell elettore, promettendo favori 16. Un tempo, forse, l esito delle elezioni dipendeva da questo genere di corruzione, per così dire, spicciola. Oggi, ci sarebbe da sorridere se si pensasse che questo sia il modo di condizionare gli esiti elettorali. In certe situazioni si fa ancora così, ma in generale l influenza del danaro sulle opinioni e i comportamenti politici segue strade molto più sofisticate e diffusive, rispetto alle quali il codice penale ha poco o nulla da dire. Si tratta i mezzi della comunicazione pubblica, mezzi molto sofisticati, sottoposti a innovazione tecnologica continua che, soprattutto, richiedono investimenti ingenti che sono nelle possibilità solo di pochi. Chi vince le elezioni è oggi, in tutto il mondo avanzato, solo chi dispone di questi mezzi e, con l aiuto di specialisti della comunicazione politica, li sa meglio utilizzare. * * * (Che cosa pensare? Una vuota ideologia?) Che cosa dobbiamo concludere? Che la democrazia, se mai è stato in qualche tempo e in qualche luogo, possibile, non lo è nelle società del nostro tempo? Che l oligarchia, cioè il dominio dei pochi sui molti è la realtà alla quale non possiamo sfuggire? Che le forme della democrazia sono pure apparenze ingannevoli? Che la democrazia, per riprendere un espressione famosa, fa promesse che non può mantenere 17 ed è quindi un regime fedifrago? 16 E il caso di colui che per ottenere a proprio o altrui vantaggio il voto elettorale o l astensione, offre, promette o somministra denaro, valori o altra utilità o promette, concede, o fa conseguire impieghi pubblici o privati a uno o più elettori, o, per accordo con essi, ad altre persone, anche se l offerta venga sotto qualsiasi pretesto dissimulata (art. 96 t.u. 30 marzo 1957, n. 361 sull elezione della Camera dei deputati). 17 N. Bobbio, il futuro della democrazia, cit., p. 8.

14 14 Siamo qui riuniti per sentirci dire questo? Che i neri, che per la prima volta in Sud Africa facevano la fila con emozione davanti ai seggi elettorali, di cui parla l arcivescovo anglicano Desmond Tutu 18, fossero degli illusi e che nulla sarebbe destinato a cambiare, come pensavano i bianchi che li guardavano ironicamente seduti nei loro caffè, da sempre a loro riservati? Che gli italiani che hanno combattuto il regime fascista e poi, a liberazione avvenuta, facevano disciplinatamente la fila per votare, ancora tra le macerie della guerra, non sapessero quel che facevano? Che i movimenti per la democrazia in tutto il mondo lavorino semplicemente per nuove forme di asservimento, per passare da un oligarchia a un altra? Come dobbiamo considerare il fatto che il linguaggio della democrazia è diventato il linguaggio universale delle relazioni politiche del nostro tempo: un puro e semplice fatto d ipocrisia politica, un atto di deferenza a un simulacro senza contenuto? Di concetto idolatrico, Idolbegriffe, infatti, si è parlato da taluno 19. Un realista scettico potrebbe perfino dire così, che la portata universale assunta dalla parola democrazia ha come presupposto proprio la sua insignificanza. La democrazia sarebbe un autoinganno, addirittura di dimensione mondiale 20, una vuota parola d ordine che i popoli hanno inventato per darsi rassicurazioni, una volta distrutte le altre legittimazioni del potere. In una parola, la democrazia come ideologia. 18 D. Tutu, Non c è futuro senza perdono, Feltrinelli, Milano, E. Küchenhoff, Möglichkeiten und Grenzen begrifflichen Klahrheit in der Staatsformenlehre, Berlin, 1967, p La forza d espansione della democrazia è talora espressa in ondate : S.P. Huntington, La terza ondata. I processi di democratizzazione del XX secolo, Bologna, il Mulino, 1991 (si tratterebbe di ciò: una prima ondata, ha portato le costituzioni americane e francesi della fine del 700; una seconda, le costituzioni del secondo dopo-guerra del XX secolo; una terza, le costituzioni seguite alla caduta postuma dei regimi fascisti sopravvissuti alla seconda guerra mondiale, a iniziare da quella portoghese del Ma ora si dovrebbe parlare di quarte e quinte ondate, con riferimento alle vicende dell Est europeo, di paesi che si sono date o a cui sono state imposte costituzioni vere o sedicenti democratiche in Africa e in Asia).

15 15 Perché la democrazia, malgrado tutto, ha potuto diventare l unica parola della politica legittima? La risposta si trova nella storia della cultura e delle ideologie politiche e, in particolare, nella fine della credenza nei principi trascendenti e nelle autorità che a questi si richiamano, nel governo delle umane società. In Europa, innanzitutto, si è trattato della vicenda che, a partire dalle lotte rinascimentali contro il potere della Chiesa nel governo civile, sotto il nome di secolarizzazione, ha portato al rovesciamento del principio di legittimità del governo civile dalla sovranità divina in temporalibus alla sovranità popolare. La sovranità popolare si è accompagnata, come all altra faccia della medaglia, al principio di uguaglianza che, a sua volta, ha sconfitto l antica visione gerarchica della società, da sempre associata invece all idea del potere che procede dall alto. Orbene, sovranità popolare e uguaglianza tra gli esseri umani sono gli ideali politici della democrazia. Per quanto il secolarismo sia contestato e si stia facendo avanti un ambiguo post-secolarismo, cioè una rinascente teologia politica che tende alla restaurazione del divino nella politica di quaggiù, il mondo attuale, a quanto sembra, non è pronto ad accettare ideologicamente un ribaltamento come questo, che metterebbe in crisi la democrazia come unico regime legittimo. Fino a che quei principi sovranità popolare e uguaglianza degli esseri umani, cioè i due sommi principi delle rivoluzioni della fine del XVIII secolo - resteranno fermi, e fino a quando quelli opposti - trascendenza del potere e gerarchia sociale - non avranno di nuovo, in qualche non impossibile reincarnazione, guadagnato spazio nella coscienza sociale, c è da credere che la democrazia resterà la parola d ordine d ogni teoria politica e di ogni uomo politico rispettabili, a onta di tutte le diverse realtà ch essa è capace di accogliere e, qualche volta, occultare o mistificare.

16 16 Ma davvero dobbiamo pensare che stiamo parlando solo di illusioni? Non può essere necessariamente così, non deve essere necessariamente così e, in effetti, non è così. * * * (Un regime di possibilità) Quanto precede ci rende consapevoli della posta in gioco. In poche parole, si può dire così: l oligarchia è il regime del potere monopolizzato; la democrazia, del potere diffuso tra tutti o, almeno, tra il maggior possibile numero. Il fatto che il potere diffuso tra tutti o tra i grandi numeri sia un ideale, non realizzabile se non in momenti eccezionali e destinato a generare dal suo seno sempre nuove oligarchie, come la storia insegna, mostra innanzitutto una cosa: che la democrazia è un sistema di governo perennemente in crisi. Sul tema crisi della democrazia, in Italia e in altri Paesi, in ogni momento della loro storia democratica, sarebbe non difficile, ma impossibile fornire una bibliografia completa. L essere in crisi è la sua condizione naturale. Se oggi ci interroghiamo in proposito, come se fosse una novità, è solo a causa di memoria corta. Soprattutto, quell ideale sempre insidiato non significa che la democrazia sia un falso scopo, come credono coloro che, ragionando sulla natura del potere 21, sostengono che l oligarchia, in una forma o in un altra, è il destino d ogni tempo e d ogni popolo e tanto vale rassegnarsi e abituarvisi. Essi, così facendo, alla democrazia come ideologia, cioè come apparato di idee ingannatrici, finiscono per contrapporre un altra ideologia, un ideologia antidemocratica molto diffusa che accomuna reazionari e rivoluzionari. Sull ostilità alla democrazia vi è una naturale concordanza, 21 Il riferimento più immediato è allo scritto recente di L. Canfora che porta questo titolo, Bari, Laterza, 2009.

17 17 una coincidentia oppositorum, anche se poi le speranze ch essi ripongono nelle loro oligarchie divergono. Una concezione realistica della democrazia come regime dell inclusione politica ci dice invece che, ammessa l illusorietà della sconfitta definitiva delle oligarchie in un regime politico che non debba più con esse fare i conti, non è affatto insensato operare per ridurne il peso e la presa, cioè per combatterle e, con ciò stesso, diffondere la democrazia. In breve, la democrazia non è un regime consolidato, assestato, sicuro di sé. Dove c è consolidamento, assestamento, sicurezza del sistema di potere, lì c è in realtà oligarchia, anche se, eventualmente, sotto mentite spoglie democratiche. Democrazia è invece conflitto perenne per la democrazia e contro le oligarchie sempre rinascenti nel suo interno. L ideale democratico pienamente realizzato e dispiegato à la Rousseau, secondo la citazione che sta all inizio di questo scritto, è irrealizzabile, ma l aspirazione ad avvicinarvisi o a non allontanarvisi più di quanto già si sia lontani, cioè a difenderla, è tutt altro che insensato. La democrazia è il regime in cui esistono le condizioni della democrazia. È un regime della possibilità, non della rassicurazione. Se poi si considera che la sua aspirazione è l inclusione nella vita politica attiva, si comprende che l ideale democratico dovrebbe essere l ideale degli esclusi. La salvezza, in ultima istanza, viene dagli esclusi. Quali siano le condizioni di possibilità della democrazia è ben noto: sono condizioni procedurali e condizioni sostanziali che si traducono in diritti di partecipazione e in diritti che condizionano, rendendola possibile ed efficace, la partecipazione politica. Se il diritto di voto non è riconosciuto a tutti, non c è democrazia. Ma che cosa vale il diritto di voto senza la libertà

18 18 di opinione politica, il diritto di fondare movimenti e partiti politici, il diritto di conoscere senza inganni la realtà delle questioni sulle quali si vota, il diritto di sapere chi sono coloro per i quali si vota e quali sono gli interessi effettivi che li muovono nella sfera politica, dietro quelli sbandierati pubblicamente? Che cosa vale il diritto di partecipare alla vita pubblica se non è garantito il diritto a condizioni di giustizia che consentano a tutti di disporre di tempo ed energie per dedicarsi, oltre che alle loro esigenze primarie di esistenza, alle questioni comuni? Che cosa vale la democrazia se i cittadini non sono nelle condizioni d istruzione e cultura per comprendere la natura dei problemi su cui si esprimono e i contenuti delle proposte sottoposte al loro giudizio? Che cosa vale la loro partecipazione se coloro ai quali essi conferiscono il potere di governo sono in condizione di distorcerlo a fini personali, se non anche criminali? Che cosa è la democrazia senza controlli, senza indipendenza della magistratura e senza libertà della stampa, di critica, di satira politica? Sono solo alcune delle domande (retoriche) che possono farsi sulle condizioni che permettono alla democrazia di essere qualcosa di serio, qualcosa per cui vale la pena di impegnarsi, di dare qualcosa di sé e della propria esistenza. Sono solo alcune domande, ma sufficienti a comprendere che la democrazia non è una formuletta astratta d organizzazione politica, ma una concezione impegnativa della vita in comune. * * * (Possibilità ed effettività della democrazia) La democrazia è un insieme di diritti, dunque. Ma non basta. I diritti sono soltanto possibilità. Si possono fondare partiti e movimenti politici, ma se nessuno lo fa? Si può partecipare alla discussione dei problemi comuni, ma

19 19 se nessuno crea le occasioni per discutere e se i discorsi non sono discussioni ma monologhi? Si può votare, ma se non si va a votare? Si possono pubblicare e leggere giornali, ma se nessuno li pubblica o nessuno li legge? Si può fare informazione politica senza censure, ma se ci si autocensura per piaggeria verso i potenti? In breve, la democrazia è una cornice di possibilità ma, come è in ogni altra forma di governo, la cornice deve essere riempita di un ethos conforme. La Ciropedia di Senofonte era l etica per il re di Persia; il Principe di Machiavelli, l etica del despota rinascimentale; la Politica estratta dalle proprie parole della Sacra Scrittura di Bossuet, l etica del sovrano delle monarchie assolute. Invece, per la democrazia, sembra che non esista un problema analogo; che i cittadini, una volta diventati tali, da schiavi e sudditi ch essi erano un tempo, siano per natura portati a essere buoni sovrani di se stessi. Non è affatto così, come sappiamo dalla storia delle democrazia che si sono suicidate democraticamente, cioè attraverso le proprie stesse mani. I classici insegnano che non bastano buone cornici politiche, cioè buone costituzioni, ma che occorrono anche uomini buoni che, dentro la cornice, agiscano secondo lo spirito del quadro, secondo il suo ethos. La migliore delle costituzioni nulla può se gli uomini che la mettono in pratica sono corrotti o si corrompono o, comunque, non ne sono a misura. La dottrina dei cicli costituzionali 22, che accompagna fin dai primordi, come una maledizione, la riflessione sulle forme di reggimento politico, il loro sorgere, il loro decadere e il loro morire, è fondata sulla capacità corruttiva degli uomini circa le istituzioni e, quindi, in definitiva, sulla preminente importanza dei primi sulle seconde. 22 Ad es. Platone, Repubblica, VIII-IX ; Polibio, Storie, VI, 4; Cicerone, Repubblica, XLII-XLIII.

20 20 In altro luogo, ho cercato di esporre per esteso, a partire dal senso comune, una specie di decalogo dell etica democratica 23 : l adesione a principi e valori, contro il nichilismo; la cura della personalità individuale, contro le mode, l omologazione, il conformismo e la massificazione; lo spirito del dialogo, contro la tentazione della sopraffazione; il senso dell uguaglianza e il fastidio per il privilegio; la curiosità e l apertura verso la diversità, contro la fossilizzazione e la banalità, e contro la tendenza a guardare ogni cosa da una sola parte, la nostra; la diffidenza verso le decisioni irrimediabili che non consentono di ritornarci criticamente su; l atteggiamento sperimentale, contro le astrazione dogmatiche; il senso dell essere maggioranza e minoranza, dei compiti e delle responsabilità corrispettivi; l atteggiamento di fiducia reciproca, che rifiuta non vede in ogni cosa complotti e in ogni avversario un capro espiatorio; infine, la cura delle parole. Ciascuno di questi punti meriterebbe una trattazione particolare. Relativamente alla questione sviluppata in queste riflessioni, la corruzione della democrazia in oligarchia, il primo e l ultimo meritano attenzione particolare. * * * (Valori della democrazia) La democrazia è un modo di stare insieme. Ma si può stare insieme al solo fine di stare insieme? Può lo stare insieme essere, al tempo stesso mezzo e fine? Se fosse così, non sarebbe la democrazia un puro non senso? In verità, si sta insieme in quanto esiste uno scopo comune. Scopo e senso coincidono. 23 Imparare democrazia, Torino, Einaudi, 2007.

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