RASSEGNA STAMPA 30 GENNAIO

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1 RASSEGNA STAMPA 30 GENNAIO Occorre aggredire le cause della crisi Alfonso Tuor La Federal Reserve americana ha deciso di lasciare invariati i tassi d interesse, mantenendo il tasso sui Fed Funds all interno di una forchetta compresa fra lo zero e lo 0,25 per cento. La Banca centrale americana riacquisterà sul mercato titoli di Stato, passando così a stampare carta moneta per favorire la ripresa del credito. Nel comunicato la Federal Reserve annuncia di essere pronta ad acquistare titoli di Stato se lo riterrà necessario, in modo da riavviare il credito aiutando l economia. Mentre la Federal Reserve preannuncia nuove misure di sostegno ai mercati finanziari, a Davos ci si interroga se le centinaia di miliardi investiti da governi e banche centrali per salvare il sistema bancario e per stimolare la crescita siano sufficienti per evitare una nuova Grande Depressione. L aspetto sorprendente è che vi è un consenso pressoché unanime sull approccio seguito dai diversi Paesi per affrontare questa crisi. Tutti sostengono che l obiettivo primario, una specie di precondizione, deve essere il risanamento del sistema bancario, affinché riprenda a svolgere il suo compito di trasmettere all economia reale gli impulsi di politica monetaria. Si sostiene implicitamente che i pacchetti di rilancio dell economia varati dai Governi dei diversi Paesi espliciteranno appieno i loro effetti solo quando le banche saranno sane e quindi riprenderanno a concedere crediti alle aziende e alle famiglie. In pratica si uscirà dalla crisi quando i consumatori americani ed europei ricominceranno a spendere alla grande e spingeranno le imprese a riprendere ad investire. Apparentemente questo ragionamento non fa una grinza, ma le terapie che si basano su questa analisi non funzionano, poiché presentano un difetto sostanziale: non tengono conto delle cause di questa crisi. Anzi, la crisi si è ulteriormente aggravata. Le banche sono sull orlo della bancarotta, nonostante le migliaia di miliardi di aiuti diretti ed indiretti ottenuti da Governi e banche centrali, e l economia mondiale sta sprofondando in una recessione sempre più severa. Il nuovo consenso creatosi a livello internazionale fa prevedere comunque che si insisterà con queste politiche, che potranno produrre al massimo un sollievo temporaneo, fino a quando si incrinerà la fiducia nei titoli di Stato e nel valore delle monete. Queste terapie non funzionano poiché non affrontano le cause della crisi. L attuale marasma è dovuto allo scoppio di un enorme bolla del credito alimentata e fatta crescere esponenzialmente dal sistema bancario attraverso gli strumenti della nuova ingegneria finanziaria. Questa bolla si è prodotta un po ovunque, ma ha avuto la sua massima espansione negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Basti ricordare che alla fine dell anno scorso l indebitamento degli enti pubblici, di famiglie, imprese e sistema finanziario americano ha raggiunto il 358% del PIL statunitense. Il debito presenta un difetto insormontabile: dura nel tempo. Una persona può perdere il lavoro, ma non il debito ipotecario sottoscritto per acquistare una casa, quello per comprare un automobile o ancora quello accumulato con le carte di credito. Ciò vale ancor più per le banche, che negli scorsi anni hanno favorito il boom creditizio, impacchettandolo in titoli poi venduti sul mercato e poi creando sugli stessi innumerevoli prodotti finanziari, con il risultato di aumentare esponenzialmente le loro posizioni a rischio. Dunque, una banca non solo è oberata dalle perdite che deve denunciare per i titoli tossici, che ancora detiene in bilancio, ma deve fare anche i conti con il crescente rischio di una serie di strumenti finanziari in portafoglio (derivati, prodotti strutturati, ecc.), con le crescenti sofferenze sulle centinaia di miliardi prestati ai fondi Private Equity e agli Hedge Funds (che ora sono in uno stato di agonia) e con il continuo incremento delle sofferenze determinato dalla crescente impossibilità di famiglie e di imprese di onorare i propri debiti. In queste condizioni la ricapitalizzazione o le altre forme di aiuto alle banche diventano un pozzo senza fondo: è un graduale trasferimento delle perdite agli Stati che serve solo per evitare la bancarotta, ma non è assolutamente sufficiente per risanare gli istituti di credito, farli ritornare a generare utili e quindi riprendere a concedere crediti. Anzi, è certo che gli stratosferici utili delle banche degli ultimi anni

2 erano il sintomo della malattia che ora sta sconquassando l economia mondiale. Quegli utili non sono più ripetibili e addirittura le banche non saranno più redditizie se non cambieranno radicalmente le loro attività. Le politiche attuali non tengono conto di questa realtà ed insistono a cercare di perseguire l obiettivo di risanare il sistema bancario, un «buco nero» che rischia di risucchiare tutto e tutti. A tale scopo si stanno studiando diverse opzioni: la creazione di «banche spazzatura» (bad banks), l assicurazione statale del valore dei titoli tossici e anche la nazionalizzazione degli istituti di credito. Il secondo obiettivo, sebbene perseguito con un impiego di risorse nettamente inferiore, è spingere i consumatori (soprattutto quelli americani) a riprendere a spendere alla grande. Per risolvere il problema del debito vi sono poche strade. Una via, che sembra quella imboccata da Stati Uniti e Gran Bretagna, è un elevata inflazione. Quest ultima ha la «virtù» di erodere il valore reale del debito e di ridurlo percentualmente rispetto ai salari, che sono indicizzati al costo della vita, e agli utili delle imprese, che crescerebbero con l inflazione. Una seconda via è quella seguita finora: cercare di tamponare le falle che continuano ad aprirsi a destra e a manca e lasciare il tempo perché banche, famiglie ed imprese riducano i loro debiti. Il rapido aggravarsi della crisi non concede però il tempo necessario perché una strategia del genere produca qualche risultato. Questa via, che implica il graduale trasferimento delle perdite delle banche ai contribuenti dei diversi Paesi, è destinata a fallire poiché la crescita dei debiti pubblici incrinerà la fiducia nei titoli di Stato e nelle monete nazionali. Inoltre, come conferma l esperienza degli ultimi mesi, queste politiche non riescono nemmeno a frenare il peggioramento della crisi. Una terza via è la cancellazione e/o ristrutturazione del debito. Ciò può avvenire con la scelta dei Governi di salvare la parte buona delle banche e di lasciar fallire quella già giudicata dal mercato irrecuperabile. Si tratta in pratica di lasciare cancellare al mercato il valore delle migliaia di miliardi di prodotti finanziari e di creare delle «good bank» che riprendano a concedere crediti alle imprese e alle famiglie. Un idea oggi sorprendentemente sostenuta perfino da finanzieri come George Soros, che fino a pochi giorni fa teorizzavano la nazionalizzazione delle banche in difficoltà. Solo ricostruendo in tal modo il sistema bancario si può sperare di rilanciare l economia ed evitare che la crisi finisca per travolgere tutto e tutti incrinando la fiducia nei titoli con cui gli Stati si finanziano e nelle monete nazionali :11:09 «QUELLO CHE È NECESSARIO È PIÙ REGOLAMENTAZIONE» Tremonti: le nostre banche sono solide «Con la crisi in Italia soffriamo, ma abbiamo molte imprese e un sistema bancario che sembra solido» DAVOS ( SVIZZERA) - «Il piano italiano di sostegno all'economia conta complessivamente 40 miliardi di euro, che sono «oggettivamente veri, già in bilancio» ed è equivalente a quello tedesco da 80 miliardi, il cui «importo reale è molto inferiore a quello nominale». Il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, al summit di Davos, lancia messaggi tranquillizzanti sia sulla tenuta del sistema bancario italiano sia sui «mezzi di salvataggio» previsti dal governo in caso si manifestino singole situazioni critiche. «Se si sommano» i vari interventi previsti «si arriva complessivamente a 40 miliardi, cifra compatibile con la situazione e il debito italiano» dice Tremonti. REGOLE- Il punto cruciale è lo snodo tra crisi finanziaria e economia. Ovvero, quanto la prima sta incidendo sull'economia reale: «Con la crisi in Italia soffriamo, ma abbiamo molte imprese e 4 milioni di partite Iva». Per Tremonti non sono gli interventi sull'economia reale che possono risolvere il problema della crisi «ma possono essere utili per la coesione sociale e per la struttura industriale» mentre «se il male è al cuore è il cuore che va operato e, poiché la crisi è nata dalla finanza, è in quel settore che vanno trovate soluzioni, non nell'economia reale». Soluzioni che, secondo, il ministro, dipendono da regole molto stringenti che non erano certo apprezzate fino a pochi mesi fa, quando la crisi dei mutui non era ancora esplosa. «Ciò che è necessario al nostro sistema - dice - è più regolamentazione per uscirei da questa anarchia finanziaria. Servono più regole, non più capitali». Il ministro dell'economia ha sottolineato come la messa a punto di una

3 nuova regolamentazione che passi attraverso un «legal standard» - cioè un quadro di regole condiviso per l'intero settore finanziario e capitalistico - sarà uno dei punti del programma della presidenza del G8 dell'italia. «Se vogliamo trovare una via d'uscita dalla crisi - ha aggiunto il ministro - la soluzione non è più capitale ma più regolamentazione. Più regole e più coordinamento». RIFORME - A margine del suo intervento, Tremonti affronta anche altri due aspetti della situazione italiana: le riforme strutturali e il debito pubblico. «Sappiamo di avere bisogno di riforme strutturali - dice Tremonti - il welfare e le pensioni sono da riformare. E' vero che le riforme strutturali sono importanti ma non sono l'unico fattore di crescita. Ho anche messo in risalto nel mio intervento- aggiunge - che molte crescite sono state fatte da domande eccessive basate sul debito privato ad esempio nel settore immobiliare». Secondo Tremonti «il debito privato è più pericoloso di quello pubblico«. Il debito pubblico dell'italia, spiega, «è importante, stiamo cercando di comprimerlo ma se si vuole uscire dalla crisi bisogna consolidare sia il debito pubblico che quello privato». Secondo Tremonti, nel valutare l affidabilità di un sistema paese, ad esempio per assegnargli un rating, oltre a guardare al suo debito pubblico bisognerebbe quindi anche esaminare il livello di indebitamento dei privati. 29 gennaio Unicredit: Profumo, consideriamo ipotesi di chiedere aiuti statali (29 Gennaio :06) MILANO (Finanza.com) - Unicredit sta valutando la possibilità di ricorrere agli interventi statali decisi nell'ambito della crisi finanziaria generale. E' quanto ha dichiarato l'amministratore delegato dell'istituto di Piazza Cordusio, Alessandro Profumo, in un'intervista rilasciata ad Handelsblatt durante il World economic forum di Davos. "Potremmo chiedere questo tipo di aiuti - ha detto Profumo - ad esempio in Austria a causa dei rischi legati ai paesi vicini dell'europa dell'est". Trichet, no all'innalzamento degli standard patrimoniali delle banche 29/01/

4 Il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha detto di non essere a favore di un innalzamento degli standard patrimoniali delle banche nell'immediato. Parlando al World Economic Forum di Davos, Trichet ha inoltre sottolineato che le condizioni del credito restano tese, pur con differenze tra paese e paese. "E' certo che non aumenteremo i parametri prudenziali di capitale, anche se in questo momento c'e' una pressione in questo senso da parte dei mercati". Queste le parole usate da Jean-Claude Trichet, che ha inoltre affermato come le misure prese finora dalle autorità finanziarie come la Banca centrale europea ''ancora non sono state pienamente prezzate'' dai mercati finanziari. Trichet ha definito "straordinario" lo sforzo fatto finora per riavviare i mercati creditizi, e ha detto che il sistema finanziario è affetto da una mentalità eccessivamente rivolta a orizzonti di breve termine. Lo scorso mese Trichet aveva detto che, prima di decidere se tagliare ancora i tassi, la Bce intendeva verificare che i tagli decisi fino ad allora si fossero pienamente trasmessi lungo tutti i meccanismi del credito, arrivando dalle banche fino ai loro clienti. Contratti, Ania pronta a firmare 29/01/ L Ania è pronta a firmare l intesa sulla riforma contrattuale, anche se l Abi non dovesse decidere in questo senso. Lo afferma il presidente dell associazione, Fabio Cerchiai, il quale sottolinea che il sistema delle assicurazioni è «solido». «Da oggi in avanti siamo pronti a firmare l intesa sulla riforma contrattuale», ha spiegato Cerchiai, «Auspico che l Abi possa unirsi a noi. In ogni caso noi firmeremo». L Associazione bancaria italiana è legata all Ania da un vincolo federale «che però non comprende le questioni sindacali», ha precisato Cerchiai. Secondo il presidente dell Ania, «la sottoscrizione da parte di uno solo di noi toglierebbe poco alla portata dell intesa, mentre la firma da parte di entrambi vi aggiungerebbe molto». Cipolletta, lo Stato non può far regali 29/01/ Il tasso dei Tremonti-bond, indicato nei giorni scorsi al 7,5%, è effettivamente elevato ma d altro canto lo Stato non può mettersi a regalare soldi alle banche. E questa l opinione di Innocenzo Cipolletta, ex direttore generale di Confindustria e Senior economic advisor di Ubs. Premesso che spetterà alle singole banche valutare se il tasso dei bond messi a disposizione dal Tesoro sia troppo caro o meno, Cipolletta ha commentato: «Certo è un tasso elevato, ma lo Stato non può

5 regalare soldi alle banche». «Penso - ha proseguito Cipolletta a margine dell edizione 2009 dell Italian financial services conference, organizzata da Ubs a Milano - che sia una cosa positiva che anche l Italia si doti di uno strumento per favorire la patrimoniliazzazione delle banche. Lo strumento dovrebbe essere il più possibile non discriminatorio, perché questo creerebbe destabilizzazione». Le banche italiane, secondo Cipolletta, «si trovano in una situazione positiva. Però, dato che la ricapitalizzazione riguarda tutto il sistema europeo e mondiale, a questo punto ci sarà anche per noi». Bce, in netto calo ricorso banche Eurozona a sportello depositi 29/01/ Il ricorso delle banche dell'eurozona allo sportello depositi overnight della Bce è sceso nettamente a un totale ieri di 189,38 miliardi contro 200,85 miliardi il giorno prima. I depositi sono remunerati all'1% dalla Banca centrale. In forte discesa anche le richieste di prestiti, sottoposti a un tasso del 3%, allo sportello marginale della Bce che sono ammontati ieri a 0,39 miliardi contro 1,47 miliardi il giorno prima. Borsa, Ue chiede spiegazioni su assenza norme trasparenza quotate 29/01/ La Commissione Ue ha chiesto a Italia e Francia di spiegare come mai non siano state introdotte norme a salvaguardia della trasparenza della governance per le società quotate. Lo riferisce una nota di Bruxelles spiegando che se i due governi non risponderanno entro due mesi ci potrebbe essere un deferimento alla Corte di giustizia europea. Un parere motivato è "stato inviato a Francia e Italia sulla mancata implementazione della direttiva sulla trasparenza. Implementazione che avrebbe dovuto essere avviata entro l'8 marzo del Il parere motivato è la seconda fase della procedura di infrazione. Se non ci sarà una risposta soddisfacente entro due mesi la Commissione potrebbe rinviare il problema alla Corte di giustizia europea", si legge nella nota. Le misure richieste dalla commissione riguardavano la pubblicazione dei dati semestrali e le informazioni sugli azionisti di riferimento. Lavoro, per ammortizzatori necessari 8 mld in 2 anni 29/01/ miliardi di euro in due anni da destinare all'estensione degli ammortizzatori sociali ai lavoratori che, durante la crisi, perderanno il lavoro e che attualmente non hanno forme di protezione. E' la cifra indicata dal Governo alle Regioni nel documento che illustra le linee di intervento ipotizzate dall'esecutivo al fine di estendere anche ai precari gli ammortizzatori sociali. Negli 8 miliardi sono compresi "i sussidi a sostegno dei redditi, la corrispondente componente contributiva, il corrispondente intervento formativo". I fondi necessari a garantire l'intervento dovrebbero provenire dal bilancio dello Stato, dai fondi europei di competenza dello Stato e delle Regioni, dai fondi interprofessionali per la formazione continua e dal relativo prelievo dello 0,30% sul monte salari delle imprese, dagli enti bilaterali promossi dalle parti sociali e dalle liberalità del settore privato. Caso Madoff, JPMorgan si salva, i clienti no di Claudio Gatti e Diana Henriques * Finora si è sempre pensato che il colosso finanziario americano JPMorgan Chase fosse completamente estraneo allo scandalo finanziario del secolo, il cosiddetto "schema Ponzi" di Bernard Madoff. Ma non è così.

6 Come Nomura, Banco Bilbao e Bnp Paribas, anche J.P. Morgan (questa la denominazione dell'istituto in qualità di emittente), la più grande banca americana in termini di capitalizzazione, ha tuttora sul mercato strumenti derivati che portano in calce il suo nome indicizzati per contratto al rendimento di due dei cosiddetti feeder fund, i fondi che raccoglievano denaro in giro per il mondo e lo davano da gestire alla Bernard L. Madoff Investment Securities (Blmis). I fondi in questione sono il Sentry e il Sigma, che era la sua versione in euro, del gruppo Fairfield Greenwich, che nello scandalo risulta aver perso circa sette miliardi di dollari. Eppure J.P. Morgan ha dichiarato di non avere praticamente alcuna esposizione - né diretta né indiretta - sui fondi legati a Madoff. Il motivo di questa apparente contraddizione è semplice: meno di tre mesi prima dell'arresto di Madoff, la banca newyorkese ha ritirato i propri capitali dai due fondi, mettendo al sicuro i soldi alla vigilia del crollo della gigantesca catena di Sant'Antonio messa in piedi dall'ex presidente del Nasdaq. La banca non ha mai informato gli investitori della sua mossa e alcuni di loro sono oggi infuriati per il fatto di essere stati lasciati con certificati che la banca dice essere privi di valore. Kristin Lemkau, portavoce di JPMorgan Chase, ha confermato che la banca ha ritirato i propri capitali dai fondi legati a Madoff nell'autunno scorso, «dopo un'analisi della nostra esposizione nei fondi hedge» e sulla base di «preoccupazioni sulla mancanza di trasparenza». A detta di Lemkau, gli investitori non sarebbero stati avvertiti della decisione perché non vi erano motivi sufficienti per una ristrutturazione dei certificati. «Non c'erano le condizioni che ci autorizzavano a render noti i nostri timori», dice Lemkau. Ovviamente, gli investitori la vedono in modo diverso. «I primi a dover essere avvisati erano proprio gli investitori, che invece hanno continuato a pagare commissioni all'emittente e sono rimasti gli unici esposti al rischio che J.P. Morgan non voleva correre», dice il responsabile della gestione patrimoniale di una Sim italiana. La saga è cominciata più di due anni fa, quando vennero creati i primi certificati. All'epoca sembrava un buon affare per tutti: l'investitore avrebbe investito in note indicizzate su Sentry il proprio capitale al quale J.P. Morgan avrebbe aggiunto una leva di due o tre volte superiore. Cinque anni dopo, alla loro scadenza, le note avrebbero replicato il rendimento del fondo Fairfield, ma grazie alla leva offerta da J.P. Morgan l'investitore avrebbe moltiplicato i profitti del capitale investito. A guadagnarci era però anche Fairfield perché, grazie alla leva, avrebbe venduto più quote del suo fondo. Per questo, Fairfield remunerava l'investitore con quello che in gergo è chiamato rebate, una sorta di retropagamento di punti base (0,20 o 0,30%) sul valore totale delle note. J.P. Morgan, infine, avrebbe guadagnato la commissione di gestione, che di solito si aggirava attorno agli punti base, e il costo di circa l'1% che l'investitore pagava sul prestito. I prestiti non avevano garanzie, ma alla banca bastava investire il denaro raccolto con la vendita delle note nell'acquisto di quote di Sentry per fare il cosiddetto hedging, cioè coprirsi dal rischio. Dal febbraio 2006, quando J.P. Morgan emise le prime note, fino al settembre 2008, tutto filò liscio. Ma agli inizi di ottobre agli investitori arrivò la prima scossa. «Fairfield chiamò per informarmi che non avrei più ricevuto i retropagamenti - dice il gestore della Sim italiana - Mi dissero che J.P. Morgan era improvvisamente uscita da Sentry. Cosa che, ovviamente, li aveva scocciati molto». Sulla questione, un portavoce di Fairfield Greenwich Group ha detto di non poter rompere il silenzio stampa che i suoi legali hanno chiesto. Il gestore sostiene comunque che a Fairfield la banca giustificò la decisione dicendo che le condizioni generali del mercato l'avevano spinta a uscire da tutti i fondi hedge. E aggiunge: «La congiuntura del mercato era drammatica, Lehman era saltata e tutti erano alla disperata ricerca di liquidità. Se anche J.P. Morgan si fosse trovata con l'acqua alla gola, la decisione di uscire da tutti i fondi hedge poteva sicuramente starci». Ma una fonte vicina a J.P. Morgan attribuisce l'uscita da Sentry a tutt'altro motivo: «Mi fu detto

7 che la due diligence interna aveva troppi dubbi su Fairfield. E pensava che la continuità dei suoi rendimenti non fosse più credibile. In un momento in cui il mercato era al collasso, non aveva alcun senso che la loro performance non ne risentisse». E aggiunge: «Solo tre mesi prima ricordo che avrebbero voluto emettere altre note, ma che non avevano potuto farlo perché non c'erano quote di Sentry disponibili». Il fatto che a spingere J.P. Morgan a uscire dai fondi Fairfield siano stati i dubbi su Madoff, agli occhi di alcuni investitori cambia tutto. «Da quando ho saputo dell'arresto di Madoff, ho cominciato a domandarmi se fosse stato solo un incredibile colpo di fortuna, o se piuttosto J.P. Morgan New York non fosse venuta a sapere qualcosa che ha poi spinto Londra a disinvestire di corsa. E adesso che vengo a sapere che era uscita per i suoi sospetti su Madoff, i dubbi mi aumentano», dice il responsabile della consulenza istituzionale della Sim italiana. Una cosa è certa: nessuno degli altri emittenti di certificati indicizzati ai fondi di Madoff ha avuto la prontezza di uscire alla vigilia dell'arresto. E sono tutti rimasti incastrati. «Ma nessuna di quelle altre banche aveva legami con Madoff. JPMorgan Chase invece era la sua banca. E questo semplice fatto non può che alimentare sospetti sul motivo della decisione di uscire al penultimo minuto», commenta una fonte vicina a Fairfield. In questa vicenda la banca newyorkese ha giocato simultaneamente in più ruoli. Da un lato dell'atlantico, J.P. Morgan International Derivatives Ltd era l'emittente di prodotti strutturati legati a un fondo gestito da Madoff. Dall'altro lato dell'oceano, JPMorgan Chase forniva servizi bancari a Blmis, la società del sospetto truffatore. Due dei cinque conti bancari che la Security Exchange Commission, e cioè la Consob americana, ha congelato all'indomani dell'arresto erano proprio di JPMorgan Chase. Lemkau ha fermamente negato che l'accesso a quei conti abbia motivato la decisione di uscire dai fondi. Ma in qualità di sua banca, Chase sarebbe stata certamente in grado di visionare dall'interno le attività finanziarie di Blmis. «Se chiedi un mutuo, è normale che una banca vada a guardare i movimenti del tuo conto per capire come sei messo. È quindi possibile che siano andati a vedere lo stato dei conti di Madoff per meglio valutare i rischi del loro investimento nel fondo», dice Stuart L. Greenbaum, esperto di banche che fino a poco tempo fa era rettore della Olin Business School della Washington University, secondo il quale potrebbero esserci oggi i margini per una causa da parte degli investitori. Uno degli aspetti chiave di un'eventuale azione legale è ovviamente il danno che la banca può aver causato agli investitori col proprio comportamento. «Si deve dimostrare che quello che la banca ha fatto, oppure ha mancato di fare, ha peggiorato la situazione fa notare Charles Mooney Jr, professore di legge della University of Pennsylvania. Se fossi l'avvocato della banca, porrei queste domande. E le risposte non sono affatto chiare». Certo è che la reputazione di J.P. Morgan fu un elemento che spinse un altro gestore europeo, da noi sentito, a decidere d'investire una fetta dei capitali dei propri clienti nei certificati indicizzati su Sentry. «Quando ho visto che J.P. Morgan era disposta a mettere la propria faccia e i propri soldi su Sentry costruendoci sopra un prodotto strutturato, ho pensato che non ci fosse più motivo di essere ancora cauti. A quel punto ho raddoppiato il mio impegno su Sentry, comprando quei certificati», ci dice il gestore, che chiede di rimanere anonimo. J.P. Morgan non ha mai inviato alcuna comunicazione della sua uscita dal sottostante. «Siamo andati a studiare il prospetto e abbiamo concluso che non c'erano obblighi di comunicazione. Ma sarebbe stato logico che ci fosse stata. Dopo una mossa così insolita, io me la sarei aspettata. Da quando opero nel settore, quindi quattro o cinque anni, non mi era mai capitato di sentire che un emittente uscisse dal sottostante di un suo strutturato», spiega il gestore della Sim. Un'altra fonte ci ha inoltre detto che, dopo la sua uscita, la banca ha attribuito alle note un valore artificialmente basso sul mercato secondario. In altre parole, agli investitori che volevano a quel punto redimere i certificati offriva un valore decisamente più basso di quanto il rendimento di Sentry non giustificasse. «A ottobre, alcuni clienti mi chiesero di liquidare. Si trattava di note da 50mila euro e, includendo l'ammenda per l'uscita anticipata, mi aspettavo che attribuissero un

8 valore di 51-52mila euro. Invece cominciarono a liquidarmi a 44mila rivela quest'altra fonte - Quando me ne accorsi, fermai immediatamente l'ordine di remissione. Ovviamente, dopo l'arresto di Madoff mi sono mangiato le mani per averlo fatto». Da quando è stato arrestato Madoff a oggi, gli investitori hanno ricevuto soltanto la notifica del cosiddetto lock-up, ossia il congelamento delle richieste di disinvestimento. La comunicazione, datata 31 dicembre 2008, è stata inviata ai sottoscrittori dei certificati indicizzati su Fairfield Sentry. L'avviso è firmato da Timothy R. Hailes, direttore generale e legale di JPMorgan Chase & Co di Londra. «Da allora non abbiamo mai ricevuto nient'altro dice il gestore europeo -. A oggi, non so ancora quale valore J.P. Morgan attribuisca a quelle note. Tutto quello che so è che se vado sulla pagina di Bloomberg non trovo più il prezzo riportato». Secondo la banca, circa i due terzi dei certificati avevano una garanzia sul capitale, ma il rimanente terzo non aveva protezioni di sorta. «La nostra opinione è che le note non garantite oggi valgano zero. Gli investitori potrebbero però ottenere qualcosa dalla procedura di bancarotta dice Lemkau -. In ogni caso, i rischi erano ben chiari nel prospetto d'acquisto». J.P. Morgan sostiene che il valore non protetto è di circa 30 milioni di dollari ma gli investitori dicono che potrebbe essere molto più alto. Comunque vada a finire con gli investitori, la banca potrebbe trovarsi però a dover restituire i soldi. Negli Usa la legislazione sulla bancarotta autorizza il curatore fallimentare a recuperare denari distribuiti nell'ambito di una truffa. E non si può escludere che il liquidatore di Blmis adesso decida di chiedere la revocatoria dei fondi ritirati da Fairfield. «Lo ritengo uno sviluppo probabile - conclude la fonte vicina a J.P. Morgan -. Soprattutto per remissioni così vicine nel tempo all'arresto di Madoff». Claudio *Giornalista investigativa del New York Times 29 gennaio 2009 Gatti Monte Paschi, l'antitrust concede proroga su cessione sportelli Il Monte dei Paschi di Siena ha ottenuto una proroga dall'antitrust per l'obbligo di cessione di 150 sportelli imposto come condizione per il via libera all'acquisizione di Antonveneta. Il collegio presieduto da Antonio Catricalà ha indicato il mese di giugno come nuovo termine per la stipula dei contratti, data che differisce dal closing dell'operazione. L'istituto guidato da Giuseppe Mussari aveva chiesto all'autorità sei mesi di tempo in più per realizzare la dismissione dei 150 sportelli (di cui circa 125 sono quelli previsti dal via libera condizionato dell'autorità di piazza Verdi). Una richiesta motivata dalla grave crisi dei mercati che ha fatto rapidamente scendere le quotazioni degli sportelli rispetto ai valori registrati in precedenti dismissioni. L'Autorità guidata da Antonio Catricalà ha riconosciuto in parte le motivazioni della banca e concesso una proroga di quattro mesi. Con i nuovi termini, l'operazione dovrà essere perfezionata entro settembre. La decisione dell'antitrust ricalca precedenti decisioni sulle operazioni di aggregazione condizionate alla cessione di sportelli. Anche in questi casi sono state concesse proroghe limitate. 29 gennaio Le Fondazioni dopo la sentenza della Cassazione Niente sconti fiscali. Nessun impatto sui conti

9 «Le sentenze delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione non determinano nessun impatto sul patrimonio delle Fondazioni di origine bancaria». È la valutazione dell'acri in merito alle sentenze con le quali la Cassazione ha stabilito che le fondazioni bancarie, in particolare quelle nate dalla riforma Amato del 1990, non possono godere di sconti fiscali, in quanto non equiparabili agli enti del mondo non profit. L'Acri in una nota ha spiegato però che «sul fronte delle erogazioni» le decisioni della Cassazione «tolgono risorse che le Fondazioni, in caso di esito positivo delle sentenze, avrebbero potuto destinare al non profit, in un momento caratterizzato da particolari difficoltà economiche e sociali». L'oggetto del contenzioso, ricorda l'acri, riguarda la spettanza o meno alle Fondazioni di origine bancaria della disciplina agevolativa concernente la riduzione dell'irpeg al 50% che aveva espressamente riconosciuto alle Fondazioni di origine bancaria l'applicabilità delle agevolazioni fiscali. 29/01/2009 Tremonti: "Il sistema Italia è solido" E rilancia: riformare pensioni e welfare di Redazione Al World Economic Forum di Davos, il ministro dell'economia rivendica la solidità del sistema bancario italiano: "I nostri istituti non parlano inglese". Rilancia la de-tax per finanziare interventi in favore dell Africa e avverte: "Bene la bad bank, ma a pagare non siano i contribuenti" Davos - Il ministro dell Economia Giulio Tremonti, davanti alla platea dei top manager del World Economic Forum in corso a Davos, rivendica la solidità del sistema bancario italiano collegandola al fatto gli istituti italiani "non parlano inglese". "Le nostre banche sono abbastanza solide - ha il numero uno di via XX Settembre - perché, a parte qualche notevole eccezione, nelle nostre banche non si parla inglese". Poi, guardando al futuro del sistema Italia, il ministro ha fatto sapere che il governo deve lavorare per riformare il sistema di welfare e il sistema pensionistico. Union bond e de-tax Tremonti conclude il suo primo intervento richiamando la necessità di un intervento comune europeo anche sul fronte delle emissioni obbligazionarie. Parla così di union bond rilanciando la proposta che già nel 2003 aveva fatto sotto la definizione di euro-bond, una decisione, spiega, "che sarebbe di carattere politico, più che economico". "Non è una novità- dice chiaramente il ministro - ma il fatto che se ne torni a parlare, e che venga studiata l ipotesi è già importante per se stesso". Sempre a Davos, parlando di uno dei progetti che l Italia promuoverà nel prossimo G8, Tremonti ha ipotizzato l adozione di una de-tax (oppure a-tax) per finanziare interventi in favore dell Africa. "L idea l avevo lanciata negli anni Novanta sul Corriere della sera e poi nel 2001 con un articolo pubblicato sulla prima pagina di Le Monde - l avevamo studiata anche per l Italia inserendola nell articolo uno della cosiddetta legge Bossi-Fini". La proposta prevede che "una piccola parte dell Iva, che uno paga nei negozi, venga destinata al volontariato per questo tipo di attività. In pratica, se vado a Pavia per comprare un paio di scarpe che costano 100 euro dovrò pagare 20 euro di Iva. Ma chiedendolo esplicitamente - ha spiegato il ministro al termine del suo intervento - si potrà destinare una piccola quota dell Iva magari per finanziare un ospedale di un paese povero e lo stato rinuncerà a questa quota di incassi. Credo che sarebbe uno strumento molto efficace e noi vorremmo proporlo al G8 per interventi a favore dell Africa".

10 Servono più regole "Il nostro sistema necessita di più regole per uscire dall anarchia finanziaria", afferma il ministro dell Economia sottolineando come la messa a punto di una regolamentazione attraverso un legal standard - cioè un quadro di regole condiviso per l intero settore finanziario e capitalistico - sarà un punto del programma della presidenza del G8 dell Italia. "Se vogliamo trovare una via d uscita dalla crisi - ha spiegato il ministro - la soluzione non è più capitale, ma più regole e più coordinamento". Il ministro rivendica la solidità del sistema bancario italiano collegandola al fatto che gli istituti italiani "non parlano inglese". "Le nostre banche sono abbastanza solide - ha detto Tremonti - perché, a parte qualche notevole eccezione, nelle nostre banche non si parla inglese". "Bisogna non parlare inglese per non avere la crisi?", ha chiesto il coordinatore della tavola rotonda che si svolgeva nella sala più grande. "Volevo dire - ha risposto il ministro facendo riferimento alla bolla finanziaria - che usano meno il computer". Il nodo delle bad bank L ipotesi di una bad bank come un contenitore che compri gli attivi non è la via giusta: "Si può fare ma non è a pagamento. Non la devono pagare i soldi dei contribuenti". Tremonti ha, invece, proposto una sorta di "segregazione che dia trasparenza senza costare ai cittadini". Bisognerebbe in pratica "dire che questi asset per circa 50 anni non esistono, e che li metti da parte" attraverso una "sterilizzazione contabile" che non è detto che debba prevedere espressamente un contenitore. A Davos Tremonti rilancia l eurobond di Gian Battista Bozzo "C'è bisogno di titoli del Tesoro comuni" a causa della crisi del credito. La soluzione è nelle regole, non nell incremento del capitale delle banche, dice il ministro dell Economia Al forum economico di Davos, Giulio Tremonti rilancia la proposta di emettere euro-bond per finanziare la ripresa dell economia dell area euro. "C è il bisogno di titoli del Tesoro comuni, c è bisogno di Union bond", dice il ministro dell Economia nel corso di un dibattito con il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet e il presidente della Commissione Ue, Manuel Durao Barroso. Tremonti aveva pensato al lancio di obbligazioni europee già da diversi anni, ma la proposta è sempre stata bocciata dalla Germania. Tremonti parla anche dei principi che dovrebbero guidare le autorità alla ricerca di misure per uscire dalla tempesta finanziaria e dalla recessione globale: "Se vogliamo trovare una via di uscita alla crisi finanziaria la soluzione non è più capitale, ma più regolamentazione", spiega il ministro. Una delle proposte della presidenza italiana alla prossima riunione dei ministri finanziari del G7, che si terrà a Roma a metà febbraio, sarà di stabilire dei legal standard, ovvero un quadro di regole condivise per l intero sistema finanziario internazionale. Alla stessa riunione del G7, l Italia proporrà misure sui paradisi fiscali e una versione aggiornata della "de-tax": si tratterebbe di devolvere a favore del volontariato nei Paesi più poveri, specie in Africa, parte dell Iva mesa a disposizione da esercizi commerciali convenzionati: "penso che la detax spiega Tremonti possa essere più efficace dei trasferimenti intergovernativi". Il ministro dell Economia rivendica anche la maggiore solidità del sistema bancario italiano rispetto a quelli di molti Paesi anglosassoni, "forse perché da noi si parla meno in inglese", osserva. A sua volta, il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, dice che non vede la necessità di aumentare, proprio in questo momento, i parametri prudenziali per il capitale delle banche. Ed assicura ce le difficoltà economiche e finanziarie non pongono problemi per la tenuta dell area dell euro. Crisi, il governo chiede alle Regioni 2,65 miliardi di Redazione Le Regioni dovranno mettere sul tavolo 2,65 miliardi di euro per finanziare gli ammortizzatori sociali. A chiederlo è il Governo in un documento alla Conferenza delle Regioni. Complessivamente saranno stanziate risorse per 8 miliardi: Palazzo Chigi metterà sul tavolo 5,3 miliardi

11 Roma - Le Regioni dovranno mettere sul tavolo milioni di euro per finanziare gli ammortizzatori sociali. A chiederlo è il Governo in un documento di due pagine inviato ai Governatori riuniti nella Conferenza delle Regioni. Complessivamente saranno stanziate risorse per 8 miliardi. Il Governo metterà sul tavolo milioni. Le misure del Tesoro La crisi finanziaria ed economica ha indotto il governo ad avviare con Unione europea e Regioni un negoziato per ricollocare a fini sociali risorse già iscritte a bilancio, prelevate principalmente da fondi Fas e fondi di coesione europei. Con la Finanziaria prima e con il decreto anticrisi poi, il governo ha aumentato lo stanziamento per gli ammortizzatori sociali, portandolo a poco oltre il miliardo di euro. L obbiettivo è di arrivare a una dotazione complessiva di 8 miliardi nel 2009 e nel 2010, come ha spiegato il ministro dell Economia Giulio Tremonti. "Complessivamente possono essere mobilizzate risorse nazionali per circa milioni (ovviamente escludendo le risorse già destinate alle Regioni. Un concorso finanziario delle Regioni per l importo rimanente può consentire di raggiungere la cifra obiettivo di 8mila milioni", spiega il documento, che si intitola "Rafforzamento dell intervento di sostegno al reddito e alle competenze del lavoro". La riprogrammazione dei programmi operativi "Il concorso delle Regioni potrebbe avvenire attraverso la riprogrammazione dei propri programmi operativi, ovviamente senza interferire con impegni giuridici già assunti". Le risorse saranno attinte da più fonti: "bilancio dello Stato, fondi Ue di competenza dello Stato e delle Regioni, fondi interprofessionali per la formazione continua e il relativo prelievo dello 0,30% sul monte salari delle imprese, gli enti bilaterali promossi dalle parti sociali, le ulteriori liberalità del settore privato o privato-sociale". Il gruppo lavoro Stato-Regioni Il documento propone di costituire un gruppo di lavoro congiunto Regioni-Stato che elabori entro pochi giorni i costi dell operazione e una soluzione condivisa. L accordo quadro con il complesso delle Regioni dovrà avere luogo in parallelo "con una intesa più generale per la rapida attivazione di tutte le risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate, sia di quelle destinate alle Regioni che di quelle destinate alle amministrazioni centrali", continua il documento. Dalle Regioni arriva intanto un via libera condiziato, in attesa che il governo fornisca ulteriori dettagli oggi pomeriggio nel corso di un nuovo incontro al quale sarà presente il responsabile degli Affari regionali Raffaele Fitto. "Avevamo già proposto al Governo che almeno il 50% delle risorse del Fondo sociale europeo fosse destinato a due misure: occupabilità e adattabilità. Quella cifra ëpari a 2,65 miliardiû è in linea con le proposte da noi avanzate", ha detto il presidente della Conferenza Vasco Errani. "Tuttavia vogliamo rendere chiaro e trasparente il quadro. Va chiarito quello che è rendicontabile alla Commissione europea per evitare domani sorprese negative. Le lettere della Commissione dicono che gli ammortizzatori non possono essere finanziati dal Fondo sociale europeo", ha aggiunto. Frodi creditizie: continua la crescita Frodi creditizie in continua crescita: più di casi nel 2007 e nel 2008 si prevede un ulteriore aumento in doppia cifra. La dfusione di questo crimine è in costante ed inesorabile aumento, diventa quindi sempre più centrale la prevenzione e la cnsapevolezza da parte dei cittadini. A riferirlo è un analisi di Mister Credit, la divisione consumer di CRIF. Per l anno 2007, l Osservatorio sulle Frodi Creditizie realizzato da CRIF stima che in Italia vi siano stati oltre casi di eventi fraudolenti perpetrati attraverso il furto di migliaia di identità di ignari cittadini. La crescita dei casi di frode creditizia è stata del 32% rispetto al 2006, per un ammontare superiore ai 112 milioni di Euro. La frode creditizia è un attività criminale finalizzata ad ottenere credito o acquisire beni con l intenzione premeditata di non rimborsare il finanziamento e non pagare il bene. Per fare questo, i frodatori richiedono credito utilizzando illecitamente dati identificativi altrui o creando delle false identità. Analizzando le caratteristiche demografiche dei

12 soggetti che hanno subito una frode, la fascia d età più colpita risulta essere quella dei trentenni (a conferma del dato rilevato da Mister Credit nel 2006) in cui è concentrato il 28,7% dei casi. Rispetto al 2006, quando la percentuale era stata del 32% si evidenzia comunque una diminuzione della concentrazione delle vittime in questa fascia. La distribuzione delle frodi per area geografica mette in evidenza che le regioni più colpite sono nell ordine:campania, Sicilia, Lombardia, Lazio e Puglia (Tabella 1). Le frodi creditizie in queste regioni rappresentano oltre il 60% dei casi complessivamente registrati nel nostro Paese. È da rilevare come in Sicilia e in Puglia, in particolare, i casi siano aumentati rispetto al 2006, mentre in Campania, Lazio e Lombardia si sia registrato un decremento delle frodi creditizie TABELLA 1 - Fonte: Osservatorio CRIF sulle Frodi Creditizie Dall analisi dei casi è emerso, inoltre che, per quanto riguarda il tipo di finanziamento maggiormente oggetto di una frode il prestito finalizzato risulta essere ancora la forma più diffusa (76,26% dei casi), anche se in calo rispetto al 2006 (86,7%). Emerge infatti una crescita dell incidenza delle frodi creditizie attuate mediante la richiesta di una carta di credito (11,72%) e mediante prestito personale (5,07% - TABELLA 2). TABELLA 2 - Fonte: Osservatorio CRIF sulle Frodi Creditizie L analisi di CRIF mette in evidenza anche un altro importante elemento: la ripartizione per classe di importo, dalla quale emerge che il 51% delle frodi creditizie ha avuto per oggetto finanziamenti inferiori ai Euro. Seguono le frodi di importo tra i e i Euro, che rappresentano il 20,13% dei casi e che risultano essere in forte crescita rispetto al Rispetto alle precedenti rilevazioni di CRIF, si confermano tempi di scoperta della frode creditizia mediamente molto lunghi: in Italia, il 69% dei cittadini scopre di essere vittima solo dopo oltre 6 mesi. Per capire di essere vittima di una frode, possono essere necessari addirittura più di due anni, come per il 22% dei casi analizzati. Crisi, Tremonti: "Servono più regole" Il ministro dell'economia: «In Italia serve riforma di pensioni e welfare» DAVOS «Quello che è necessario al nostro sistema è più regolamentazione per uscire fuori da questa anarchia finanziaria». E poi: «servono più regole, non più capitali». Così il ministro dell Economia Giulio Tremonti, parlando al World Economic Forum di Davos ha sottolineato come la messa a punto di regolamentazione attraverso un «legal standard» - cioè un quadro di regole condiviso per l intero settore finanziario e capitalistico - sarà uno dei punti del programma della presidenza del

13 G8 dell Italia. «Se vogliamo trovare una via d uscita dalla crisi - ha aggiunto il ministro - la soluzione non è più capitale ma regolamentazione. Più regole e più coordinamento». Il ministro dell Economia, davanti alla platea dei top manager del World Economic Forum, rivendica inoltre la solidità del sistema bancario italiano collegandola al fatto che gli istituti italiani «non parlano inglese». «Le nostre banche sono abbastanza solide - ha detto Tremonti - perchè, a parte qualche notevole eccezione, nelle nostre banche non si parla inglese». La "notizia" non è sfuggita al coordinatore della tavola rotonda che si svolgeva nella sala più grande «bisogna non parlare inglese per non avere la crisi?», ha chiesto. «Volevo dire - ha risposto il ministro facendo riferimento alla bolla finanziaria - che usano meno il computer». Tremonti ha ricordato infine come in Italia siano necessarie riforme del sistema di welfare e del sistema pensionistico. Con la crisi in Italia «soffriamo - ha spiegato - ma abbiamo molte imprese, abbiamo quattro milioni di partite Iva, un sistema bancario che sembra abbastanza solido», anche se molte banche italiane «non parlano inglese» e possono risultare «primitive». «Sappiamo di avere bisogno di riforme strutturali - ha detto ancora Tremonti - il welfare e le pensioni sono da riformare». LA STRETTA CREDITIZIA STRANGOLA LE AZIENDE Se il Governo temporeggia, alle Pmi non resta che sperare nell Europa La crisi economico finanziaria morde sempre più ed a farne le spese sono le piccole e le micro imprese meno strutturate e finanziariamente più deboli. I dati relativi ai default del 2008 sono allarmanti soprattutto se proiettati nel 2009: il numero dei fallimenti è raddoppiato rispetto al 2007, attestandosi su , le liquidazioni volontarie sono arrivate a , ed i protesti a Sono dati preoccupanti, che nel 2009 potrebbero diventare una valanga. Già Napoli, Roma e Milano sono le prime città in cui si fallisce di più e le file dei disoccupati s ingrossano, e peggio sarà se la crisi colpirà l industria esportatrice, che è il volano della nostra economia, se non troverà più una domanda adeguata sui mercati internazionali. E da chiedersi perché si fallisce? Perché l accesso al credito è diventato sempre più difficile. Ciò è dovuto a due fattori: l applicazione delle regole di Basilea 2 che richiedono bilanci trasparenti, assenza di protesti di cambiali e assegni, garanzie che ormai sono triplicate rispetto all affidamento richiesto, i tassi di interesse degli affidamenti bancari sono tanto elevati che molte aziende rinunciano a ricorrervi.ancora non c è un piano del Governo con chiare misure di sostegno per le piccole e le micro imprese, che lasciate al loro destino continuano ad affondare, lasciando dietro di sé schiere di disoccupati. Eppure molti Paesi europei sono corsi ai ripari dando sostegno concreto alle loro aziende ed avviandole così verso la ripresa. Né bisogna dimenticare che, a causa della grave crisi economica e finanziaria, la Commissione dell Unione Europea ha sbloccato il 16 gennaio scorso l impiego dei fondi strutturali senza necessità del cofinanziamento nazionale, portando il contributo de minimis per le Pmi da 200 a euro.e ben strano che nel nostro Paese le recenti misure della Comunità Europea non hanno ancora prodotto i risultati che l Unione si è proposta in termini di competitività e di occupazione. Certo non ci sono in Italia banchieri della forza dell economista bengalese Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri, che ha diffuso in Asia il sistema del microcredito, finanziando i derelitti sulla fiducia. Le nostre imprese ormai non trovano più fiducia, quella fiducia su cui opera il banchiere dei poveri per concedere microcrediti, in quanto il nostro sistema bancario concede tutt al più il prestito a chi ha meno necessità, mentre ignora le richieste di chi si trova in condizioni di difficoltà. A questo punto le imprese, anche quelle medie, che da sempre sono il volano della nostra economia, debbono sperare di poter contare quanto prima sulle misure varate dall Unione Europea. Fiorenzo Grollino

14 In attesa della sforbiciata La Bce domani deciderà per una nuova riduzione del costo del denaro della zona euro. La maggior parte degli analisti prevede un ulteriore ritocco al ribasso che porterebbe i tassi al 2%. Per il presidente Trichet la crisi proseguirà per tutto l'anno e solo nel 2010 ci sarà la ripresa Domani, a Francoforte, la Banca centrale europea deciderà se mettere nuovamente mano per il quarto mese consecutivo ai tassi di interesse o lasciarli al livello attuale del 2,5%. La maggior parte degli analisti prevede un ulteriore ritocco al ribasso dei tassi di riferimento: un calo che dovrebbe attestarsi sul mezzo punto percentuale, portando così il costo del denaro di Eurolandia al 2%, raggiungendo i minimi storici segnati nel Una politica che andrebbe nella scia della Federal Reserve che ha posto il tasso quasi a zero e della Banca d'inghilterra che ha recentemente fissato il dato all'1,5%, facendo segnare un livello più basso perfino rispetto a quello registrato durante gli anni Trenta. Per non parlare dello 0,1% del Giappone. Una decisa stretta sulla politica monetaria, quella che sta adottando l'eurotower, che deve fare i conto con un quadro economico decisamente peggiorato dagli sviluppi della crisi finanziaria che si è abbattuta sulle borse di mezzo mondo. Così, se agli inizi di dicembre - dopo tre tagli consecutivi che fra ottobre e dicembre avevano ridotto il costo del denaro di un punto e tre quarti - il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, aveva invitato alla cautela, facendo pensare ad una pausa a gennaio, ora la situazione è ulteriormente in bilico. Tuttavia, diversamente da quanto successo gli scorsi mesi, il numero uno dell'eurotower si è ora astenuto dal fornire indicazioni sulla possibilità del taglio, mentre altri consiglieri hanno invitato alla cautela nell'utilizzo della leva monetaria. "C'è un limite - aveva detto il numero uno di Francoforte - alla riduzione dei tassi in questa fase, e del resto i tagli già decisi devono ancora trasmettersi all'economia". Ma ieri - al termine della prima riunione 2009 dei banchieri centrali del G10, a Basilea - Trichet ha dovuto prendere atto che la crisi "probabilmente proseguirà nell'anno in corso, essendo divenuta globale dopo essersi estesa anche ai Paesi emergenti" su cui l'eurotower qualche speranza l'aveva riposta. Per riparare i danni alle strutture del sistema finanziario globale, ha spiegato ancora, "c'è ancora molto lavoro da fare. Stiamo svolgendo un ruolo attivo nelle sforzo globale per contrastare queste debolezze e ridisegnare il modello istituzionale e di regolamentazione". Il 2010 dovrebbe essere, secondo le previsioni della Bce, l'anno del recupero economico, dopo il rallentamento significativo del Una svolta resa possibile dal fatto che i mercati finanziari non stanno ancora beneficiando delle azioni intraprese dai Governi nazionali e dalle varie banche centrali. Dalle parole ai fatti: il clima economico va peggiorando di settimana in settimana. La zona euro è tecnicamente in recessione dopo due trimestri consecutivi di calo del prodotto e gli indici di fiducia viaggiano sui minimi storici. Tanto che gli analisti hanno bollato come "orribili" i dati di venerdì sulla produzione industriale e la stima flash di Eurostat mostra un'inflazione al tasso annuo di 1,6% a dicembre. Secondo Trichet nella situazione attuale è quindi essenziale la fiducia. "Gran parte della frenata che abbiamo visto - dice - proviene dal canale della fiducia. È importante che tutte le autorità intraprendano azioni appropriate per ristabilire un clima positivo".

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