L occupazione femminile Rapporto 2007

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1 IRPET Istituto Regionale Programmazione Economica Toscana L occupazione femminile Rapporto 2007 Con l indagine sul campo Lavori di cura e servizio domestico: straniere e italiane a confronto Firenze, luglio 2007

2 RICONOSCIMENTI Questo studio è stato affidato all IRPET dalla Regione Toscana. Alessandra Pescarolo ha coordinato le diverse parti del lavoro, e ha scritto l introduzione e i paragrafi 8.1, , 9.3 e 9.4. Lara Antoni ha scritto la prima parte del Rapporto, dedicata all analisi strutturale e congiunturale dei dati sull occupazione femminile, in Toscana, nel contesto europeo e italiano. Teresa Savino ha scritto il capitolo 7 e i paragrafi 8.2, 9.1 e 9.2. Barbara Imbergamo ha scritto il capitolo 10. Valentina Patacchini ha svolto le elaborazioni statistiche sui dati individuali tratti dalle rilevazioni ISTAT sulle forze di lavoro. Chiara Coccheri e Elena Zangheri hanno allestito l edizione finale del Rapporto. Considerati gli obiettivi specifici di quest analisi, finalizzata a creare lo sfondo per le politiche regionali, il Settore Statistica della Regione Toscana, che ringraziamo per la disponibilità, ha messo a nostra disposizione la versione dei microdati ISTAT derivati dalla Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro, dell anno 2006, che include la variabile relativa alla provincia di residenza. Sociolab, con il coordinamento di Barbara Imbergamo, ha svolto le interviste individuali, su cui si è basata l indagine sul campo, a 37 assistenti e collaboratrici familiari italiane e straniere, il focus group con le corsiste di SOS Famiglia, e le interviste alle testimoni qualificate. Un particolare ringraziamento va agli intervistati e ai diversi soggetti che hanno contribuito alla ricerca con le loro testimonianze, fra cui ricordiamo Sandra Breschi, dirigente dei Servizi per l impiego della Provincia di Firenze, Alessandra La Spina e Claudia Di Muro, operatrici di SOS Famiglia. Ringraziamo inoltre tutte le lavoratrici intervistate, individualmente o nei focus groups, per il tempo e la fiducia che ci hanno dedicato. 2

3 Indice INTRODUZIONE 5 Parte Prima LE DONNE NEL MERCATO DEL LAVORO: ASPETTI STRUTTURALI E CONGIUNTURALI Premessa LA TOSCANA REGIONE D EUROPA Modelli europei a confronto Percorsi formativi e presenza nel mercato del lavoro REGIONI ITALIANE A CONFRONTO Le occupate: si allarga la forbice tra nord e sud Disoccupazione e inattività: la marginalità nel mercato del lavoro IL LAVORO DELLE DONNE: I CAMBIAMENTI STRUTTURALI Le trasformazioni di lungo periodo: determinanti e conseguenze Le differenze di genere dovute all investimento in capitale umano UN ANALISI CONGIUNTURALE DELL OCCUPAZIONE FEMMINILE IN TOSCANA Mercato del lavoro e differenze di genere Nuovi contratti e nuovi lavori: cosa è cambiato nell ultimo triennio ETÀ E GENERE COME DETERMINANTI DELLA PARTECIPAZIONE AL LAVORO Giovani: il mismatch tra domanda e offerta di lavoro Donne, figlie e madri: la conciliazione Le anziane dentro e fuori dal mercato del lavoro L ANALISI TERRITORIALE: LE PROVINCE DELLA TOSCANA La provincia di Massa Carrara La provincia di Lucca La provincia di Pistoia La provincia di Firenze La provincia di Livorno La provincia di Pisa La provincia di Arezzo La provincia di Siena La provincia di Grosseto La provincia di Prato 87 3

4 Parte Seconda LAVORI DI CURA E SERVIZIO DOMESTICO: STRANIERE E ITALIANE A CONFRONTO Premessa MIGRAZIONI E LAVORO DI CURA: UN QUADRO DI SINTESI Il protagonismo femminile nei flussi migratori internazionali Donne immigrate e lavoro di cura Famiglie in migrazione Femminilizzazione dei flussi migratori e domanda di cura in Toscana PROGETTI MIGRATORI E RETI FAMILIARI La ricerca sulle lavoratrici straniere I progetti migratori al femminile: chi sono e perché emigrano Famiglie estese transnazionali? Il peso delle geoculture familiari Le risorse del nucleo: vicinanza, distanza o assenza di mariti e figli Distanza e coinvolgimento: la famiglia italiana vista dalle straniere LE CONDIZIONI DI INSERIMENTO NEL SETTORE DOMESTICO-ASSISTENZIALE I percorsi nel lavoro di cura Lavoro e diritti Nel lavoro e nella città: lo sguardo degli stranieri sugli italiani Politiche del lavoro e politiche sociali: il punto di vista delle migranti DONNE ITALIANE NEL LAVORO DOMESTICO: PULIZIE E ASSISTENZA AGLI ANZIANI Il campione: famiglie fragili e donne deboli Percorsi di vita: istruzione e lavoro Trovare e cambiare lavoro Lavorare nell assistenza e nelle pulizie Lavoro nero e prospettive previdenziali e assistenziali Italiane e migranti sul mercato del lavoro Rimpianti e desideri di cambiamento Conclusioni 186 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 189 Allegato TRACCIA DI INTERVISTA PER LE LAVORATRICI STRANIERE 195 4

5 INTRODUZIONE Come gli altri anni, il Rapporto sull occupazione femminile si divide in due parti. La prima riprende e aggiorna lo studio del mercato del lavoro femminile; la seconda dà conto di un indagine qualitativa sul lavoro domestico e di cura, svolto dalle straniere e dalle italiane. Come sempre, infatti, abbiamo unito a una analisi delle trasformazioni complessive del mercato del lavoro femminile un approfondimento su un suo segmento particolare, poco conosciuto e emblematico dei grandi cambiamenti in atto. Le lavoratrici straniere costituiscono ormai una componente strutturale del mercato del lavoro femminile; proprio l emersione di una quota di occupate straniere ha contribuito a fare crescere, anche quest anno, il tasso di occupazione ufficiale delle donne che vivono in Toscana. E il confronto fra le straniere e le italiane occupate nell ambito della cura risponde, come vedremo, a numerosi interrogativi rilevanti. Nelle pagine che seguono presentiamo i principali risultati della ricerca. Iniziamo con la prima parte del rapporto, che rivolge una particolare attenzione alla posizione della Toscana nel quadro europeo e italiano, ai cambiamenti di lunga durata che hanno strutturato la partecipazione femminile, alle variazioni congiunturali della partecipazione, e alle differenze fra le province toscane. La fonte è costituita dai risultati della Rilevazione sulle Forze di Lavoro condotta dall ISTAT, l indagine campionaria che produce le stime ufficiali degli occupati e delle persone in cerca di occupazione, e le informazioni sulle principali caratteristiche della popolazione attiva e inattiva. La partecipazione femminile, nel 2006, è stata ancora caratterizzata da una crescita. Il tasso di attività è aumentato, senza una crescita della disoccupazione. Il tasso di occupazione è infatti passato dal 54,1 % del 2005 al 55%. Come abbiamo accennato, una parte del fenomeno è legata, piuttosto che all aumento della domanda di lavoro, complessivamente poco dinamica, all emersione delle occupate straniere, nei servizi alla persona e alla famiglia, e alla diffusione, soprattutto tra i giovani alla ricerca del primo lavoro, di forme contrattuali flessibili, che possono indicare una presenza instabile nel lavoro. L analisi dei dati regionali, nel primo capitolo, è stata come sempre inserita nel contesto europeo. Per quanto riguarda il tasso di occupazione femminile, la cui crescita rimane ancora oggi una delle priorità dell agenda europea, la Toscana mantiene solo in parte le caratteristiche tipiche dei paesi mediterranei. L occupazione femminile ha infatti raggiunto un livello più alto di quello della Spagna (53,2%) e non lontano da quello della Francia (57,7%), anche se resta ampia la distanza da colmare rispetto ad altre realtà, come quelle dei paesi scandinavi. All origine di questo scarto possiamo rintracciare alcune caratteristiche strutturali, ormai note: i bassi tassi di occupazione giovanile, dovuti anche alla ridotta percentuale di ragazze che sperimentano periodi simultanei di istruzione e lavoro; la contenuta partecipazione nelle età adulte, dovuta anche alla debole diffusione del part-time, e a un offerta di servizi sociali insufficiente e costosa. Anche nelle età superiori ai 55 anni la partecipazione ufficiale al lavoro è bassa, nonostante il prolungamento in atto della vita lavorativa, perché le donne di quest età, legate al modello culturale del male breadwinner, fronteggiano d altra parte una domanda di lavoro debole, e spesso sommersa. Anche l analisi delle caratteristiche e delle dinamiche del mercato del lavoro nelle regioni italiane, svolta nel secondo capitolo, mette in evidenza differenze consistenti, influenzate dalla presenza dei servizi all infanzia e agli anziani, e mostra gli effetti di scoraggiamento indotti dalla debole domanda nelle regioni meridionali, dove è aumentata la quota di inattive, che rinunciano a cercare un lavoro per rifugiarsi nell economia sommersa e in quella domestica 5

6 non remunerata. In questo quadro, la Toscana continua a essere caratterizzata da tassi di disoccupazione femminile piuttosto elevati sia rispetto alla componente maschile, sia rispetto alle altre regioni dell Italia centro-settentrionale: le laureate hanno un tasso di disoccupazione più elevato delle diplomate, sintomatico sia di un mismatch tra domanda e offerta di lavoro, sia di una maggiore tenuta delle più istruite nella ricerca di un occupazione. Va inoltre notato che la Toscana è oggi, dopo il Veneto, la regione italiana con la più elevata percentuale di lavoratrici part-time (27,9%). Il terzo capitolo si concentra su un analisi di lungo periodo dei dati toscani. In circa un trentennio, dal 1977 al 2003, la partecipazione femminile è aumentata e quella maschile è lievemente diminuita, con una contrazione del gender gap. Questo recupero è stato favorito da molti elementi: il maggiore investimento nell istruzione e nella formazione e i nuovi modelli familiari hanno modificato i tempi di ingresso e di uscita dal mercato del lavoro, posticipandoli rispetto al passato sia per gli uomini che per le donne, ma accrescendo la partecipazione femminile, soprattutto nelle età adulte. Vi sono stati inoltre una diffusione del part-time e un espansione del settore dei servizi, elementi che hanno contribuito a loro volta a generare una domanda di servizi alla persona e alle famiglie. E se è vero che la crescita della quota della popolazione femmine con titoli di studio medio-alti ha influito sull aumento della partecipazione attraverso un effetto di composizione, la maggiore variazione, nel lungo periodo qui considerato, si è realizzata invece per i titoli di studio più bassi. I cambiamenti economici, sociali, e quelli normativi dell ultimo decennio hanno dunque determinato un mutamento del ruolo del lavoro nell identità femminile più ampio e diffuso, in Toscana, di quanto non emerga dalle analisi fondate sui dati medi italiani, che hanno concluso, invece, che solo l innalzamento dei livelli di istruzione è in grado di consolidare il rapporto delle donne con il lavoro (Schizzerotto, Bison, Zoppè, 1995; Solera, 2004). D altra parte, in Toscana, le tradizioni di lavoro femminile sono tradizionalmente forti anche negli strati meno istruiti, e il modello di industrializzazione distrettuale le ha indebolite meno di quello basato sulla grande impresa. Ma anche in Toscana vi è, come mostra il quinto capitolo della prima parte, una correlazione positiva tra l aumento degli anni investiti in istruzione e le prospettive occupazionali, che ridimensiona le differenze di genere per i titoli di studio più alti. E dunque razionale il forte investimento in istruzione delle ragazze, che ha reso davvero consistente la sovrascolarizzazione femminile fra i giovani tra i 20 e i 34 anni. In questo quadro, i livelli di scolarizzazione delle ragazze sono solo lievemente al di sotto della media europea, mentre sono i livelli di istruzione particolarmente bassi dei giovani maschi, toscani e italiani, che fanno la differenza con i principali paesi europei. Permangono, però, nel territorio regionale, alcune specificità del sistema economico e del mercato del lavoro, come abbiamo evidenziato nel sesto capitolo: le province del quadrante interno mostrano differenze di genere più contenute e tassi di occupazione femminile più elevati, anche per le meno istruite. Maggiori le difficoltà nelle province costiere dove la grande industria (a Livorno e Massa Carrara) e l agricoltura tradizionale (a Grosseto) non sostengono in modo adeguato la crescita dell occupazione femminile. La recente riconversione verso le attività del terziario avviene in modo piuttosto lento, con una scarsa diffusione di lavori part-time, che potrebbero essere favorire la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro e agevolare l ingresso nel mercato del lavoro di segmenti della popolazione femminile meno giovani e meno specializzati. Sintetizziamo ora i risultati dell indagine sul campo della seconda parte del lavoro, suddivisa in tre capitoli dedicati alle assistenti familiari straniere e in un capitolo dedicato alle collaboratrici familiari italiane. Abbiamo scelto di studiare le lavoratrici della cura e le donne occupate nel servizio domestico per molte ragioni. La formazione di una catena globale della 6

7 cura, secondo alcuni studiosi, fa parte di un processo di globalizzazione che spinge a migrare le donne dei paesi poveri portandole nei paesi ricchi, dove si fanno carico dell accudimento dei membri più deboli di queste società (Ehrenreich, Hochshild, 2004). Questa ipotesi presuppone il coinvolgimento delle donne delle classi medie dei paesi sviluppati nell ideologia dell individualizzazione, già diffusa fra gli uomini: un modello culturale che mina la cultura delle responsabilità familiari, e spinge le donne a rimuoverle, delegando a donne più povere, immigrate, invisibili, con pochi diritti, le relazioni di cura. Ma è vero che il lavoro di cura, in Italia, è ormai delegato alle migranti straniere? Stime recenti formulano l ipotesi che, al di là delle oscillazioni dei dati assoluti, il peso delle lavoratrici salariate italiane nel settore sia in declino (Mesini, Pasquinelli, Rusmini 2006). Come mostra il settimo capitolo, la specificità del caso italiano è data non solo dall intensità del ricorso a manodopera straniera nel settore, ma dal profilo più specificamente assistenziale che ne caratterizza l impiego. Il processo investe trasversalmente territori metropolitani e aree minori, classi medie e medio-basse, perché l impiego di queste figure risponde, appunto, a diffusi bisogni assistenziali. Si configura dunque un welfare leggero, in cui si incontrano un offerta di lavoro, soprattutto straniera, in crescita, e una vera e propria emergenza dal lato della domanda, che trova qui un servizio meno costoso e più flessibile, coerente con la logica di reciprocità fra generazioni della famiglia italiana e con l aspirazione a non istituzionalizzare gli anziani (Ambrosini, Cominelli, 2005). In realtà la divisione del lavoro fra care givers italiane e straniere -e fra componenti informali e salariate- sta cambiando, sottoposta a tensioni diverse sia dal lato della domanda che dal lato dell offerta. Le reti informali della parentela estesa, in Italia, si sono riplasmate, mantenendosi forti e attive per quanto riguarda gli aiuti dei genitori e dei nonni ai bambini; sia le nonne ancora giovani, sia le madri, hanno aumentato, fra il 1988 e il 2003, il tempo dedicato ai nipoti e ai figli. Anche i mariti più giovani e istruiti hanno di fatto accresciuto il loro contributo alla cura dei figli. Vi è stata invece una contrazione del tempo dedicato agli anziani e alla gestione della casa, che ha creato una nuova domanda di servizi alle famiglie, che va al di là della figura della badante convivente. A questa figura le famiglie meno dotate di risorse ricorrono soprattutto in presenza di condizioni di totale non autosufficienza degli anziani, che consentono loro, fra l altro, di accedere all assegno erogato dall INPS in questi casi. Ma vi è un ampia area di servizi alle famiglie, e agli anziani, in cui il lavoro domestico si intreccia con un lavoro di cura a ore, più leggero. In questo quadro le stesse italiane con profili professionali deboli hanno trovato finora opportunità importanti di offrirsi sul mercato come collaboratrici domestiche. Ma mentre la necessità delle assistenti familiari straniere di ottenere il permesso di soggiorno, e la condizione di convivenza con la famiglia, rendono indispensabile, per i datori di lavoro, fare emergere queste figure dall illegalità e dall area delle attività senza contratto, inserendole in quella del lavoro grigio, le domestiche a ore sono assunte, spesso, senza contratto. Il lavoro a ore, è per certi aspetti, meno remunerativo e meno dotato di diritti del lavoro in convivenza; ma dal punto di vista delle donne, italiane o straniere che siano, che vivono qui con la propria famiglia, si tratta di un lavoro migliore di quello di badante. Il declino della presenza italiana nel settore può dunque costituire, invece che un processo fisiologico, il segnale di una competizione per l accesso ai lavori più leggeri, in cui le italiane sono sempre più invisibili o perdenti. Le migranti straniere, fortemente segregate nel settore domestico e assistenziale, sono sottoposte, come mostra il settimo capitolo, a numerosi livelli di discriminazione e a processi di etichettamento, che le gerarchizzano sulla base di stereotipi etnici (Ambrosini, 2005). Anche l ambivalenza del capitale sociale offerto dalle reti etniche, che intrappola i migranti in nicchie particolari del mercato del lavoro, finisce per precludere loro qualsiasi libertà di scelta di 7

8 occupazioni più qualificate, anche nel caso di persone più istruite e più motivate. Il lavoro domestico è per le straniere quasi l unica opportunità di ingresso e permanenza nel mercato del lavoro, nonostante che esse abbiano spesso titoli di studio elevati e esperienze di lavoro qualificato. Il processo di brain wasting, di sottoutilizzo delle competenze degli immigrati, e in particolare di quelle delle donne, è strettamente legato al modello di integrazione subalterna tipico del nostro paese, per cui non esiste alcuna correlazione positiva tra livello di istruzione e mansione svolta. Ma, come notano Lodigiani e Martinelli (2003), l elevata dotazione di capitale culturale è positivamente correlata con la capacità di attivazione delle immigrate, con il loro orientamento al lavoro, con la lungimiranza nel guardare alle strutture istituzionali e alla formazione come a delle risorse da utilizzare. In questo quadro le logiche del ricongiungimento familiare accrescono l interesse delle migranti sia per i lavori domestici a ore, sia verso traiettorie settoriali e professionali diverse. In questo contesto, la nostra ricerca ha anzitutto lo scopo di conoscere meglio le condizioni di lavoro e di vita dei due gruppi di lavoratrici, partendo dal presupposto che il mondo delle lavoratrici domestiche italiane non sia per noi più noto e familiare di quello delle straniere. Capire le differenze nelle traiettorie di vita e di lavoro dei principali gruppi nazionali di migranti straniere, e identificare la diversità fra i profili delle straniere e quelli delle italiane è un primo obiettivo. A questo scopo abbiamo selezionato, grazie alla collaborazione del Servizio SOS Famiglia dei Centri per l impiego della Provincia di Firenze, 9 lavoratrici italiane, 9 peruviane, 9 filippine e 9 rumene. L ottavo e il nono capitolo sintetizzano i risultati della ricerca sulle straniere, con particolare riferimento ai progetti migratori, alle reti familiari, allo sguardo sulla famiglia italiana delle migranti, alle traiettorie professionali, e ad alcuni spunti per le politiche. I risultati permettono di leggere i tratti che accomunano le esperienze delle migranti e alcune differenze strutturate, da un lato, dalle vicende familiari, dall altro dalla storia dei paesi di provenienza e dalle loro geoculture sociali e familiari (Therborn, 2004). Una somiglianza di fondo fra le esperienze delle migranti è costituita dalla forza della famiglia estesa, intesa sia come aggregato domestico, sia come rete di obbligazioni fra parenti, nei paesi di provenienza. La famiglia estesa, di fatto, è largamente diffusa nella maggior parte dei paesi di emigrazione, che si collocano all esterno dell Europa occidentale e del Nord America (Nyberg Sørensen, 2005). In questo quadro, tuttavia, i tassi di natalità del passato, influenzati dall età al matrimonio e al primo figlio dei diversi paesi, hanno differenziato la struttura della rete di parentela, che si estende a un più ampio numero di fratelli, zii, cugini, sia nel paese di origine, sia in Italia, soprattutto nel caso delle filippine e, in modo più debole, in quello delle peruviane. La rete estesa è più ristretta, e meno strutturata da obbligazioni forti, nel caso delle rumene. Il baby boom degli anni settanta, seguito alle politiche pro-nataliste di Ceausescu, ha comunque rafforzato la rete orizzontale, e anche in Italia le rumene hanno soprattutto fratelli, sorelle, cugine. Importanti somiglianze e differenze interne ai gruppi di migranti sono legate alla condizione sociale sperimentata nei paesi di provenienza, al motivo, all età e alla data della partenza. Una situazione di povertà ha spinto in Italia, dalle Filippine, una prima ondata di migranti, già negli anni Ottanta: donne intorno ai vent anni, di famiglie operaie o contadine, con titoli di studio medio-bassi, che oggi sono le più anziane del gruppo. Le crisi improvvise e la destabilizzazione economica dei loro paesi hanno invece attratto in Italia gruppi di peruviane polarizzate per età, quarantenni o ventenni, ex impiegate che avevano perso il lavoro, e giovani con titoli di studio medio-alti. Più tardi, a cavallo di questo secolo, è giunto il gruppo delle rumene, con motivazioni e caratteristiche simili. Le filippine sono venute, più spesso, con un progetto di 8

9 mobilità ascendente per i figli, lasciati già da piccoli nei paesi di origine, o per i membri della famiglia estesa; le altre per non essere travolte da un processo di mobilità discendente. I legami familiari influenzano profondamente l intero progetto migratorio. Le decisioni delle madri, a partire da quella di emigrare e di quanto restare, sono spesso legate all indebolimento dei legami coniugali e, sempre, a precisi progetti per i figli. Le obbligazioni delle nubili verso i membri della estesa, rimasti nei paesi di origine, sono influenzate dalla nazionalità e dall età, e sono particolarmente cogenti nel caso della generazione di filippine che abbiamo intervistato, tutte di età matura. Le peruviane sono spesso separate, prima o a causa della migrazione, e si fanno carico dei figli da sole. Le filippine sono a volte coniugate con mariti che lavorano in Italia; anche nel loro caso spesso la coppia, tuttavia, si è in alcuni casi spezzata, ma i padri sono più responsabilizzati nell educazione dei figli. Le strategie familiari di questo gruppo, basate sulla lunga separazione dai figli piccoli e adolescenti, educati nel paese di origine, non sono rappresentative dell evoluzione in corso nelle generazioni più giovani, che tendono sempre di più a formare nuclei coniugali completi, con i loro figli, nel nostro paese. Le rumene sono mediamente più giovani e hanno più spesso un legame di coppia saldo; anche fra loro vi sono alcune vedove, o donne sposate con mariti invalidi, che hanno lasciato il proprio paese per garantire un futuro ai figli, facendoli studiare, e tracciando per loro, in Romania, traiettorie di mobilità sociale adeguate alle aspettative. Ma vi un gruppo di rumene più giovani, fidanzate o coniugate con figli piccoli; fra queste non manca la volontà di costruire in Italia, per sé e per il proprio nucleo, un futuro diverso, più aperto e libero rispetto a quello che il paese di origine avrebbe potuto offrire. Per quanto riguarda i percorsi professionali, i network etnici facilitano l inserimento dei nuovi arrivati nel paese di immigrazione, ma è importante non cadere in visioni funzionalistiche, che esaltano gli aspetti virtuosi delle reti. Al di là del problema dell intrappolamento in specializzazioni etniche, che può derivarne, le interviste confermano, nel caso peruviano, l esistenza di reti etniche semisolidali, che forniscono l aiuto in modo non gratuito (Lagomarsino, 2003). È raro che questo tipo di percorso professionale dia luogo a un progetto di inserimento permanente, che spesso ha come presupposto l uscita dalla situazione di convivenza e la costituzione di un proprio nucleo. Come mostra il nono capitolo, l inserimento nel mondo del lavoro è segnato da una fase più o meno lunga di irregolarità, e di convivenza con la famiglia dei datori di lavoro. Più tardi, i percorsi si differenziano, per scelta o per una sequenza involontaria di eventi. Il passaggio al lavoro di collaboratrice o assistente familiare a ore può costituire una tappa di quest itinerario, funzionale a esigenze diverse. Le peruviane hanno i percorsi meno mobili, anche perché spesso si fanno raggiungere dai figli piccoli, assumendo su di sé il triplo carico di essere madri, sole e straniere. Anche quando sono articolati, i loro itinerari si cristallizzano nell area dell assistenza agli anziani. I soli tre casi di mobilità orizzontale, quindi di passaggio dalla cura di un anziano in coresidenza allo svolgimento della stessa attività a ore, sono determinati, appunto, dalla presenza dei figli e dall assenza dei mariti, quindi dalla necessità di avere condizioni di lavoro che permettano di occuparsi dei bambini. I percorsi delle filippine, lungomigranti arrivate da giovani, sono segnati da una tappa iniziale come collaboratrice domestica fissa. Non a caso, almeno fino a qualche anno fa, erano identificate con questo mestiere a tal punto da far diventare il termine filippina un sinonimo di collaboratrice domestica (Ambrosini, 2001). I cambiamenti di impiego successivi sono caratterizzati da un lato dal passaggio al lavoro di assistenza ad anziani, dall altro dal passaggio al lavoro domestico ad ore. L arrivo di immigrate di altra provenienza, soprattutto dai paesi dell Europa orientale, ha reso più difficile il loro accesso al lavoro, spingendole a trovare 9

10 occupazioni alternative a quelle tradizionalmente presidiate dal loro gruppo nazionale. In questo ambito occasioni migliori si aprono ormai con lo sviluppo dei paesi asiatici. Le antiche catene migratorie si evolvono in Italia non solo nella direzione dell assistenza agli anziani, ma anche verso attività commerciali che permettono alle coppie più giovani l inserimento dei coniugi. Emerge infine la specificità dei percorsi delle rumene più giovani, che oggi hanno circa 30 anni, e che possono arrivare a ricongiungersi, in Italia, con figli e ai mariti. In questo caso anche il passaggio al lavoro a ore può assumere una valenza positiva, e non è esclusa la possibilità di una mobilità professionale ascendente. Quali sono le risorse che rafforzano i percorsi delle rumene? Rispetto alle peruviane e alle filippine sono certamente in una posizione di vantaggio dal punto di vista di quella che la letteratura ha definito stratificazione civica (Morris, 2002); l ingresso nell Unione Europea ha implicato un aumento dei diritti di cittadinanza, che si concretizza da un lato nella possibilità di decidere tempi e modi dei cambiamenti di lavoro, senza preoccuparsi del permesso di soggiorno, con esiti positivi sulla mobilità professionale, dall altro nella libertà di tornare liberamente in Romania, allargando il proprio mercato matrimoniale, rimodellando i rapporti con i parenti, secondo una logica fluida che avvicina le rumene alle italiane. Ma anche il processo di etnicizzazione di queste migranti non può che essere riplasmato in un senso meno stereotipato dal cambiamento della loro situazione legale. Questi aspetti si intrecciano con il vantaggio costituito dalla facilità con cui le rumene apprendono l italiano, rispetto a altre lavoratrici dell Est Europeo. Ma una risorsa per l integrazione è costituita dalla struttura particolarmente giovane dell ondata migratoria rumena, che risalta anche in confronto a quella delle ucraine studiate da CeSPI (2007). Un dato che può essere collegato alle stesse politiche pro-nataliste messe in atto da Ceausescu, che in Romania hanno avuto un considerevole successo, provocando un autentico baby boom, di cui oggi giungono in Italia i figli e le figlie (Popa, Popa, 2006). Tutti questi aspetti convergono nel determinare un atteggiamento più ottimista e acquisitivo, che si esplicita attraverso tentativi di uscita dal circuito etnicizzato del lavoro coresidenziale di assistenza ad anziani, per intraprendere attività poco qualificate ma di profilo decisamente superiore Questo è il cuore di un analisi che si estende anche in altre direzioni. Anzitutto quella dei giudizi delle migranti sulle famiglie italiane. Le assistenti familiari straniere vivono un quotidiano confronto con i datori di lavoro, proprio sul modo interpretare la cura e gli affetti. La totale immersione nelle famiglie, in una ambigua situazione di familiarizzazione, che crea, all interno di un rapporto asimmetrico di lavoro salariato, situazioni di intimità, di responsabilità, e dipendenze affettive, rende particolarmente sensibili questi temi e carica di attenzione e di coinvolgimento i giudizi sulla famiglia italiana: da un lato questi costituiscono una risposta speculare al lavoro di etnicizzazione e alle discriminazioni degli italiani nei confronti delle migranti, e segnano un confine autoprotettivo fra se stesse e i datori di lavoro, dall altro contengono segnali interessanti per un confronto fra culture diverse della cura e del lavoro. La costruzione della diversità culturale seleziona e enfatizza, spesso, reali differenze. In questa doppia prospettiva -costruzionista e realista- devono essere considerati i giudizi sulla freddezza e l egoismo delle italiane verso i genitori anziani, oppure sull individualismo nelle relazioni di coppia: immagini che si dilatano fino a tratteggiare il ritratto di un popolo che, per effetto del benessere, ha perso per strada la cultura della famiglia estesa, la generosità, il calore latino. Un altro aspetto del confine tracciato fra le culture delle migranti e la nostra riguarda il giudizio sull esaurimento di una cultura della laboriosità e la pretesa degli italiani di vivere una vita facile e deresponsabilizzata. Emerge, soprattutto fra alcune intervistate più istruite, una consapevolezza acuta del paradosso dell integrazione subalterna, che porta persone con livelli di 10

11 scolarizzazione più alti a svolgere lavori che gli italiani considerano degradanti. La percezione di una deresponsabilizzazione e di una mancanza di disciplina si presenta in modo indiretto ma diffuso nei giudizi sull educazione dei bambini, che costituiscono un efficace sensore dei modelli normativi che le migranti selezionano e definiscono nel confronto con la nostra cultura. In un quadro che sottolinea che i bambini italiani sono viziati, emergono alcune differenze: il tema dell educazione alla responsabilità e a una precoce autonomia è presente soprattutto nelle osservazioni delle rumene, quello del rispetto per i genitori nel discorso delle filippine, e la critica al consumismo in quello delle peruviane. Non mancano tuttavia alcune testimonianze che fanno da controcanto a quest insieme di percezioni, e mostrano una resistenza alla diffusa tendenza a etnicizzare le differenze. E anche su questo terreno sono le intervistate più integrate e ottimiste che esprimono una maggiore identificazione con le italiane. Nel quadro del confronto fra realtà culture del lavoro delle straniere e delle italiane si inserisce la parte della ricerca sintetizzata nel decimo capitolo. Il gruppo delle lavoratrici italiane qui studiato non rappresenta l universo delle lavoratrici a ore: un attività che è stata riscoperta, negli ultimi anni, da lavoratrici con identità professionali relativamente stabilizzate, come le operaie di imprese colpite da crisi e da processi di ristrutturazione. Per queste figure trovare lavoro attraverso circuiti informali non è difficile. Le collaboratrici domestiche da noi avvicinate, attraverso SOS Famigli, costituiscono, invece, un gruppo più debole, che non ha un percorso professionale altrettanto stabile, e il nostro studio ha messo a fuoco i motivi di questa difficoltà. I percorsi delle italiane sono più fortunati di quelli delle straniere per quanto riguarda gli elementi di contesto, ma le loro traiettorie sono legate al risvolto italiano delle trasformazioni globali del mercato del lavoro, che hanno implicato l innalzarsi degli standard di competenza necessari per accedere a tutti gli impieghi, anche di basso livello. Anche il settore pubblico -bacino per alcune di contratti trimestrali in mansioni di basso livello- ha visto una forte riduzione delle possibilità di impiego di breve durata e una chiusura quasi completa di ogni possibilità di stabilizzazione. In questo quadro, tuttavia, i percorsi delle italiane sono particolarmente deboli anche in molti tratti della costruzione di una storia professionale individuale. Se le italiane sono a volte accomunate alle straniere da una vicenda coniugale difficile, una protezione familiare eccessiva da parte delle famiglie di origine può avere rafforzato la fragilità individuale. Le famiglie di origine, in questi casi, hanno offerto quelle reti protettive lunghe, che in Italia tendono a sostenere i progetti individuali dei figli quando questi sono orientati e solidi, ma che possono indebolirli ulteriormente quando manca una progettazione autonoma della propria vita. Le donne hanno dunque accettato la tutela dei genitori o di altri familiari fino all età adulta, rimanendo, poi, alla morte dei genitori o al mutare delle relazioni, prive di strumenti per gestire autonomamente la propria vita. La famiglia lunga è stata dunque, più che una risorsa, un vincolo, che ha rallentato la formazione di una identità professionale (Saraceno, Negri, 2000; Barbagli, Castiglioni, Dalla Zuanna, 2003). La maggior parte delle italiane ha inoltre titoli di studio bassi e non ha mai progettato la propria vita in vista del raggiungimento di un obiettivo formativo o professionale. Le intervistate non hanno una vera identità di lavoratrici : la mancata capacità di programmazione, i frequenti cambiamenti, o le interruzioni, dei rapporti di lavoro, segnalano l identificazione del lavoro come qualcosa di accessorio piuttosto che come fattore di equilibrio e stabilità, meritevole di protezione e attenzione. In questo quadro emerge, nella percezione delle italiane, una visione negativa, fortemente etnicizzata e stereotipata, del ruolo delle straniere nel lavoro domestico. Al di là delle reali distinzioni negli ambiti di attività, le straniere sono considerate come pericolose competitrici. Quest aspetto tocca un punto che interessa le due fasi della ricerca, quella sulle straniere e 11

12 quella sulle italiane: la realtà e la percezione di una complementarietà fra questi gruppi, sul mercato del lavoro, o viceversa di una competizione. Alla radice della percezione fortemente negativa delle italiane, emerge, nei lavori di collaboratrice domestica a ore, un area di potenziale sovrapposizione e competizione. Quest area tende a dilatarsi con il ricongiungimento in Italia delle famiglie delle migranti, che inizialmente convivono con le famiglie dei datori di lavoro, ma che successivamente passano al ruolo di collaboratrice familiare a ore. La presenza della risorsa per il welfare costituita da un ampio numero di assistenti familiari straniere disponibili alla convivenza permette inoltre alle famiglie di organizzare il proprio equilibrio intorno a queste figure, in assenza delle quali sarebbe necessario espandere le attività di cura in modo più funzionale alle esigenze delle lavoratrici italiane. In questo quadro deve essere ricollocato il tema delle politiche, trattato nelle diverse parti del Rapporto. La debolezza del nostro sistema di welfare, e il carattere frammentato e disperso della domanda di lavoro che esso esprime, costituisce un tema trasversale che tocca sia le italiane che le straniere. Con riferimento a ambedue i gruppi, emerge la necessità di non sottovalutare l area del lavoro domestico, dedicandole l attenzione che merita, e attuando politiche realistiche, finalizzate a una maggiore professionalizzazione del settore. C è, anzitutto, la questione del lavoro nero e grigio. Come si è visto, fra le nostre intervistate l area del lavoro grigio è anche più vasta di quella del lavoro nero. Su questo piano la percezione delle intervistate è più articolata dell immagine che consuetamente si proietta, da lontano, sulla loro condizione. Tutte le intervistate sono interessate a lavorare regolarmente per ottenere la regolarizzazione, ma alcune, lungomigranti, hanno anche il desiderio di ottenere una pensione dall INPS, e sono consapevoli dell indebolimento della propria posizione previdenziale, legata alla quasi generale abitudine delle famiglie di registrare le assistenti familiari parzialmente, come se facessero solo 25 ore. Come hanno notato Mesini, Pasquinelli e Rusmini, le risposte devono essere articolate a diversi livelli politici, da quello locale a quello nazionale (Mesini, Pasquinelli, Rusmini, 2006). Un passo importante, che attiene alle competenze regionali e provinciali, è l istituzionalizzazione, collegata alla formazione di albi e da procedure di accreditamento, delle figure professionali della collaboratrice e dell assistente familiare, con la loro precisa funzione collettiva di servizio alle famiglie. Una volta considerati in questo modo, i servizi di cura privati possono acquisire, nelle politiche fiscali e finanziarie nazionali, una valenza più pubblica. La politica dei vouchers, suggerita dagli autori appena citati, è una delle possibili proposte, nel quadro di una logica di universalismo selettivo, per il sostegno al reddito di chi affronta questo costo, con vantaggi inversamente proporzionali ai redditi degli utenti, ma direttamente proporzionali ai bisogni certificati. Per un migliore accertamento dei bisogni reali i Comuni, che erogano i servizi domiciliari agli anziani, potrebbero entrare nel processo di certificazione. In questo modo anche l incontro fra domanda e offerta potrebbe avvenire in modo più preciso e pubblicizzato, con il risultato di ridurre la componente distorsiva delle reti etniche, che segrega le migranti e può condurre alla situazione estrema di una compravendita di posti fra connazionali. I Comuni potrebbero anche negoziare con le famiglie, in alcuni casi, condizioni favorevoli di inserimento nelle case, con la presenza accanto alle lavoratrici dei figli piccoli, o di altri membri delle loro famiglie. Molte intervistate mostrano una acuta sensibilità verso il tema la formazione; vi è anzitutto un interesse per corsi di italiano che abbiano un contenuto pratico, non scolastico, attinente ai bisogni immediati di comunicazione, e in secondo luogo un interesse per un percorso più marcatamente assistenziale. La strada imboccata da SOS Famiglia, che offre moduli formativi in sequenza, a vari livelli di qualificazione, è certamente da replicare e diffondere. I corsi sono visti anche come un momento di incontro con i connazionali, per la socialità, ma anche per lo 12

13 scambio di un sapere migratorio informale, che solo nella propria lingua può essere comunicato nel modo migliore. Una delle intervistate suggerisce di istituzionalizzare, oltre ai corsi, incontri fra connazionali, e solo successivamente fra persone di altre nazionalità. Ma chi ha frequentato i corsi di SOS Famiglia specificamente dedicati a formare le specialiste della cura si dimostra entusiasta dei contenuti. I corsi potrebbero attivare, forse, anche forme comunicazione dedicate agli uomini, per consentire ai mariti di essere meno assenti e di inserirsi, in modo onorevole per le loro culture, in questo settore. Ma una gran parte delle questioni sollevate dalle straniere, e richiamate nell ultimo paragrafo del capitolo 9, riguarda l intrinseca condizione di isolamento dell assistente familiare straniera che vive in casa d altri, che ha ricadute negative su molti aspetti del percorso. La difficoltà di ottenere il permesso di soggiorno, e una residenza legale, e dunque di tornare in patria quando è necessario, per motivi economici o affettivi, sono aspetti che riguardano tutti i migranti, largamente trattati dalla letteratura. Ma nel caso delle assistenti familiari l isolamento si accentua, divenendo una vera e propria condizione di invisibilità. In questo contesto creare luoghi di incontro è un primo passo importante. Un problema davvero pressante, per le assistenti domiciliari che vogliono operare un ricongiungimento familiare, è quello della casa. Mentre la badante con convivenza può ottenere la residenza, uscire da questa condizione per andare a vivere con i figli rende difficile ottenere un domicilio legalmente riconosciuto. Se si affittano posti letto in nero -spesso si tratta di un subaffitto da parte di connazionali- il cammino verso la residenza, e i diritti collegati, si allunga. In questa prospettiva, un aspetto importante è costituito dalle relazioni con gli italiani. Un insieme di iniziative culturali -non pubblicitarie- che portino una maggiore attenzione su questi temi, accrescendo la consapevolezza del ruolo delle assistenti familiari, non sarebbe forse inutile. Anche se la capacità di dare affetto e creare legami appare, dalle nostre testimonianze, come una caratteristica di molte famiglie italiane, in altri casi la discriminazione e la freddezza, la rigidità delle richieste e la mancanza di rispetto contribuiscono, come abbiamo visto, a creare fra le migranti un nuovo stereotipo degli italiani, che li descrive come freddi e individualisti, travolti da un benessere che ha eroso le tracce del tradizionale calore latino. Una attività di sensibilizzazione delle famiglie italiane potrebbe servire ad allargare le reti sociali delle migranti, rafforzando quei legami deboli che costituiscono la parte più efficace e viva del capitale sociale. 13

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15 Parte Prima LE DONNE NEL MERCATO DEL LAVORO: ASPETTI STRUTTURALI E CONGIUNTURALI 15

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17 Premessa Questa prima parte del rapporto approfondisce l analisi del mercato del lavoro femminile in Toscana attraverso l utilizzo dei dati della Rilevazione sulle Forze di Lavoro condotta dall ISTAT, che produce le stime ufficiali degli occupati e delle persone in cerca di occupazione, nonché informazioni sui principali aggregati dell'offerta di lavoro -professione, ramo di attività economica, ore lavorate, tipologia e durata dei contratti, formazione. L analisi dei dati regionali nel primo capitolo ha una contestualizzazione europea: per quanto riguarda il tasso di occupazione femminile, la cui crescita rimane ancora oggi una delle priorità dell agenda europea, la Toscana mantiene solo in parte le caratteristiche tipiche dei paesi mediterranei. Se la partecipazione maschile resta elevata, quella femminile è stata caratterizzata da una continua ascesa, che avvicina la Regione alle prestazioni di alcuni paesi continentali, come la Francia, anche se la distanza da colmare rispetto ad altre realtà, come quelle dei paesi scandinavi, è ancora molta. All origine di questo gap bassi tassi di occupazione giovanile, data anche la ridotta percentuale di ragazze che sperimentano periodi concomitanti di istruzione e lavoro, e nelle età adulte, poiché l offerta di servizi sociali sembra essere insufficiente per molte donne (quelle con redditi da lavoro più bassi, quelle con occupazioni precarie, quelle con una rete parentale che non è in grado di offrire un sostegno, economico e non) per sostenere a lungo la doppia presenza in famiglia e nel mercato del lavoro. Diversi sono anche i modelli di partecipazione: elevata ma con ampio ricorso al part-time, che spesso, però, favorisce forme di segregazione professionale, nei paesi dell Europa settentrionale; contenuta e quasi sempre a tempo pieno anche se più frequentemente con contratti a termine nel Sud Europa; con tassi differenti nei diversi paesi ma con un modesto uso della flessibilità oraria e contrattuale nell area più orientale. A più bassi tassi di occupazione corrispondono, poi, elevati tassi di inattività, consistenti nei paesi mediterranei e in Toscana. Anche l analisi delle caratteristiche e delle dinamiche del mercato del lavoro nelle regioni italiane, approfondita nel secondo capitolo, mette in luce livelli e modalità di partecipazione piuttosto differenziati: le differenze sono più consistenti per i tassi di partecipazione femminile, condizionati dalla presenza e dalle caratteristiche dei servizi per l infanzia e per la non autosufficienza, così come dagli effetti di scoraggiamento indotti dalla debole domanda, che incidono anche sulla componente maschile. Questa nelle regioni del Sud evidenzia tassi di occupazione particolarmente bassi (60%) anche a causa di un elevata incidenza di lavoro non regolare. Le regioni meridionali, come la Campania, scontano, rispetto alle altre aree del paese, anche un più lento processo di scolarizzazione che, in un mercato del lavoro in cui la domanda è razionata e le discriminazioni di genere sono ancora presenti, non sostiene la crescita dell occupazione femminile. Le difficoltà di ingresso e di permanenza delle donne nel mercato del lavoro nelle regioni meridionali sono confermate dal vasto uso di contratti a termine, che non garantiscono la stabilità dell occupazione e non sostengono la conciliazione con i compiti domestici. Le occupazioni part-time sono, invece, più diffuse nelle regioni distrettuali del Veneto e della Toscana. La Toscana presenta anche tassi di disoccupazione femminile piuttosto elevati sia rispetto alla componente maschile che rispetto alle altre regioni dell Italia centro-settentrionale: come accade in Lombardia, le laureate hanno un tasso di disoccupazione più elevato delle diplomate, sintomatico sia di un mismatch tra domanda e offerta di lavoro, sia di una maggiore tenuta delle più istruite nella ricerca di un occupazione. Tra i problemi che, invece, contraddistinguono 17

18 il Sud, uno dei più rilevanti è l aumento della quota di inattive, ovvero delle donne che rinunciano a cercare un lavoro per rifugiarsi nell economia sommersa e in quella domestica non remunerata. Il terzo capitolo di questa prima parte del rapporto si concentra su un analisi di lungo periodo dei dati toscani sul mercato del lavoro. La serie storica utilizzata copre il periodo che va dal 1977 al 2003, anno che segna il passaggio dalla rivelazione trimestrale a quella continua, con una modifica della definizione dei principali indicatori di riferimento -come il tasso di occupazione- che determina un effettiva impossibilità di confrontare la nuova serie con i dati precedentemente diffusi. La dinamica che ha caratterizzato la partecipazione al mercato del lavoro nell ultimo trentennio mostra un aumento della presenza femminile e una, più lieve, riduzione della componente maschile che ha determinato una contrazione del gender gap, ovvero del differenziale tra i tassi di occupazione maschile e femminile. Questo recupero è stato favorito, oltre che dai cambiamenti dei modelli familiari e culturali, dalla diffusione del parttime e dall espansione del settore dei servizi, elementi che hanno contribuito a loro volta a generare una domanda di servizi alla persona e alle famiglie. Un maggiore investimento nell istruzione e nella formazione ha modificato i tempi di ingresso nel mercato del lavoro, posticipati rispetto al passato sia per gli uomini che per le donne, e di uscita con un aumento della partecipazione femminile anche nelle età adulte. E se è vero che una popolazione (femminile) più istruita è anche una popolazione più attiva, sono stati i cambiamenti sociali, economici e, nell ultimo decennio, normativi che hanno determinato, più di altri fattori, un consistente aumento dell occupazione femminile e una riduzione delle differenze di genere, che si è realizzata soprattutto per i titoli di studio più bassi. Il lavoro è, perciò, diventato in questi anni un aspetto sempre più rilevante dell identità femminile. All analisi del trend di lungo periodo segue un capitolo, il quarto, dedicato alle dinamiche congiunturali del mercato del lavoro femminile in Toscana, che hanno contraddistinto l ultimo triennio. Cresce, in un quadro caratterizzato dalla prudenza nelle assunzioni, il tasso di attività femminile, senza un aumento della disoccupazione: una parte del fenomeno è imputabile, più che all aumento della domanda di lavoro, all emersione di occupate, in prevalenza straniere, nei servizi alla persona e alla famiglia, e alla diffusione, soprattutto tra i giovani alla ricerca del primo lavoro, di forme contrattuali flessibili. Si modifica la curva per età di partecipazione al lavoro delle donne, che assume la forma a campana, tipica della partecipazione maschile, continuativa anche nelle classi di età centrali, cruciali per la componete femminile per la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Si contrae, anche se in modo lieve, il tasso di disoccupazione femminile, poiché la progressiva diffusione di contratti non standard -a tempo determinato e part-time- e la crescente domanda di lavoro nel settore dei servizi sostengono, in un sistema economico e sociale ancora basato, prevalentemente, sul male breadwinner, la presenza delle donne nel mercato del lavoro. Nel quinto e ultimo capitolo della prima parte si presenta un analisi della popolazione attiva per tre classi di età che, in linea di massima, coincidono con le fasi più importanti della vita familiare e lavorativa: l età giovanile in cui avviene l ingresso nel mercato del lavoro, quella centrale in cui sono più gravose le problematiche della conciliazione, e quella anziana che dovrebbe coincidere con l uscita definitiva dal mercato del lavoro. Le giovani tra i 20 e i 34 anni sperimentano, rispetto al passato, un consistente aumento dei livelli di scolarizzazione, che le ha ormai portate a superare, nella percentuale di diplomati e laureati, i coetanei maschi, e a sostenere una maggiore partecipazione al mercato del lavoro. Si rileva, infatti, una correlazione positiva tra l aumento degli anni investiti in istruzione e le prospettive occupazionali, che ridimensiona le differenze di genere per i titoli di studio più alti. Le giovani, però, rispetto ai coetanei maschi, sperimentano periodi di transizione scuola-lavoro 18

19 più lunghi, evidenziati da tassi di disoccupazione più elevati, e maggiori difficoltà a raggiungere la stabilizzazione. La partecipazione femminile al mercato del lavoro subisce una prima contrazione dopo i trent anni, in particolare per le donne meno scolarizzate che hanno figli e che ancora oggi escono dal mercato del lavoro per prendersi cura della famiglia, a differenza del marito, ma anche delle donne nubili e di quelle più istruite, che hanno un comportamento più maschilizzato. Le prime sono più libere dagli impegni domestici; le seconde si rivolgono più spesso ai servizi sociali, anche se costosi, perché percepiscono un reddito da lavoro piuttosto elevato. Il part-time, con orari ridotti e, spesso, più flessibili, è uno degli strumenti più utilizzati per conciliare il lavoro per il mercato e gli impegni domestici, ma è spesso all origine della segregazione professionale che limita le prospettive di carriera femminili. Tra gli ultra50enni è, infine, presente un elevata quota di inattivi sia nella componete maschile che in quella femminile. Poco istruiti rispetto alle coorti più giovani, gli uomini hanno raggiunto l età pensionabile poiché avevano iniziato a lavorare molto presto, prima dei vent anni; mentre le donne hanno spesso anteposto la famiglia al lavoro, abbandonato in modo definitivo con la nascita dei figli. Le più scolarizzate permangono più a lungo tra le attive, mentre quasi la metà di coloro che hanno la licenza media sono casalinghe, alcune delle quali scoraggiate, poiché sono state espulse dal mercato del lavoro a causa di un licenziamento, o di una cessazione di attività, e ritengono di non riuscire a trovare un impiego in orari e con mansioni congrui alle proprie caratteristiche professionali. Troppo vecchie per le imprese, ma troppo giovani per la pensione, sono talvolta sostituite con giovani più istruiti, più flessibili e con contratti meno onerosi in termini sia economici che di garanzie. 19

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