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1 caosfera creativitoria 100% MADE IN ITALY

2 Alfio Fantini LE ROSE PER IDA Essenza Alfio Fantini Le rose per Ida ISBN copyright 2014 Caosfera Edizioni soluzioni grafiche e realizzazione

3 Ad Ida, con tutta la tenerezza del mio cuore, poiché ella ha molto sofferto e molto amato. 5

4 Introduzione di Luciano Rondanini Nel libro di Giuseppe Pontiggia Nati due volte, l autore descrive la scena di un incontro che esprime i sentimenti di timore e speranza che vivono molti genitori con figli disabili. «Non posso prevedere come diventerà vostro figlio» dice lo specialista al padre e alla madre che gli chiedono di sapere che ne sarà del loro bambino. «Posso fare alcune ipotesi ragionevoli.» Ne indica tre. La prima, quella più ottimistica, potrebbe consistere solo nella presenza di disturbi marginali. «Però, - aggiunge il dottore - è quella meno probabile.» La seconda potrebbe interessare la sfera motoria, causando gravi problemi di deambulazione e lasciare intatte le potenzialità mentali. Infine, la terza, quella più negativa, potrebbe interessare sia il movimento sia il quadro cerebrale. «Però posso sbagliarmi» conclude il professore. «In ogni caso, - sottolinea - questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita. Questa almeno è la mia esperienza. Non posso dirvi altro.» Parole sagge e comunicate con una straordinaria dose di realismo che lascia però aperto un cammino di speranza e di realizzazione personale per il figlio ma anche per i genitori, i quali non vengono visti dallo specialista come cosa medica, ma osservati con gli occhi di chi sa abbracciare l altro, riconoscendogli lo stato ontologico di ogni essere umano, costruttore sempre e comunque del proprio romanzo esistenziale. Anche nella storia di Antonio, raccontata nel libro di Alfio Fantini Le rose per Ida, ci imbattiamo in uno dei momenti più delicati, quello della comunicazione della diagnosi alla famiglia da parte dei responsabili della struttura sanitaria. «Ci dica, dottoressa, è qualcosa di grave?» chiede la mamma Ida. «Purtroppo sì, risponde lei. Si tratta di una tetraparesi spastica, di quelle forti, non lievi.» Il papà, Giovanni, chiede se il bambino potrà guarire. Il medico risponde in modo interlocutorio, dicendo che è troppo presto per azzardare 7

5 una diagnosi più sicura. Però, a differenza del professore di cui parla Pontiggia, questa dottoressa si lascia andare ad affermazioni gravi e inopportune per i due genitori, con un affermazione che, anche ai non addetti ai lavori, risulta devastante. «Considerate che il suo cervello è come crivellato, è come un terreno che abbia subito forti scosse di terremoto.» Al che i due genitori rimangano impietriti. Non potrebbe essere altrimenti. La diagnosi clinica che il medico sta trasmettendo si rifà ad espressioni violente, che richiamano scontro, eventi catastrofici, una resa dei conti. È quanto di peggio si possa dire ad un padre e una madre già duramente provati da quanto accaduto e in preda ad una lancinante attesa di conoscere quale potrà essere il futuro del loro bambino. Per coloro che hanno un figlio con disabilità il futuro è un immenso presente, spesso un tempo soverchiante. Occorre molta sensibilità e competenza per comunicare con questi genitori. S. Agostino parlava del presente dell anima, che nella sua visione comprendeva sia il passato, la memoria, che il futuro, l attesa. Per i genitori di figli con un deficit il futuro comincia sempre oggi ed è il tempo che si costruisce con pazienza e apprensione. Le rose per Ida è un libro straordinariamente bello perché coglie tutto il dolore di una famiglia che deve fronteggiare la situazione di un figlio con disabilità, ma che sa offrire ciò che di più nobile c è nell essere uomo e donna, padre e madre, marito e moglie. «Dobbiamo amarlo con tutto il cuore questo figlio martoriato» dice Giovanni a Ida in una delle tante conversazioni sul perché tutto ciò sia successo proprio a loro. «Egli ha bisogno di amore perché noi abbiamo bisogno di amore! Quando nella vita di un uomo domina l amore, qualsiasi cosa capiti, quella vita è ben riuscita, è un successo. Io voglio che la mia vita, che la nostra vita sia un successo.» Nell esperienza della loro vita coniugale l irruzione della disabilità del figlio Antonio è un motivo per rafforzare un legame d amore sbocciato anni prima in una calda sera d estate. Questa condizione è favorita anche da una profonda fede religiosa, che porta entrambi a ricercare nuovi orizzonti e nuove risposte. «Dio vuole guidarci verso la civiltà vera, quella dell amore» confessa alla moglie Giovanni. «Noi però avanziamo molto lentamente lungo questa strada, perché siamo recalcitranti ad ascoltare la sua voce.» «Sono d accordo con te, gli fa eco Ida. Loro (le persone con disabilità) sono più vicini a Dio e comprendono, più di chiunque altro, i desideri e i disegni del suo Creatore.» Giovanni ed Ida sono una famiglia che, come ha detto Enzo Jannacci, ha potuto sperimentare la carezza del Nazareno. Ogni esperienza può diventare un occasione di maturazione e di crescita. In questo senso la vita dei due si trasforma in un cammino spirituale, che alimenterà un arricchimento continuo della loro umanità. Così Antonio, cullato dalle cure amorevoli dei genitori e della sorellina, può cominciare la sua nuova vita frequentando positivamente tutti i gradi d istruzione: la scuola elementare, la scuola media e l istruzione superiore. A proposito di questo lungo periodo educativo, mi vengono naturali due riflessioni. La prima è positiva. Antonio vive il suo percorso formativo in modo piacevole e costruttivo sotto ogni aspetto. Incontra insegnanti e coetanei che lo aiutano a scoprire nuove potenzialità e peculiari attitudini: l interesse per la musica, la danza, gli animali... Anche i passaggi da un ordine scolastico a quello successivo sono risultati attentamente preparati dai docenti, in modo da evitare perdite di tempo e inevitabili incomprensioni tra scuola e famiglia e tra insegnanti e genitori. La seconda è più critica. Non si evince nel cammino scolastico di Antonio quella coralità di impegni e di responsabilità che deve animare l intero gruppo docente delle classi da lui frequentate. È un percorso positivo, ma giocato in larga misura in un rapporto tra Antonio e le figure specialistiche: l insegnante Camilla nella scuola elementare, il docente di sostegno nella scuola media, integrato dalla presenza dell educatore del comune; lo stesso dicasi per quanto riguarda la frequenza della scuola superiore di secondo grado. Sembra venir meno il senso di una comunità educativa che accoglie, progetta, agisce, accompagna, valuta. È una vexata questio che trova ancora indisponibili troppi insegnanti, i quali incontrano solo furtivamente lo studente con disabilità e spesso lo fanno in modo rinunciatario e delegante. Ma la storia amara raccontata da Alfio Fantini ci trasmette uno dei problemi più grandi delle famiglie con figli disabili: la difficoltà di realizzare un adeguato progetto di vita che sappia rispondere ai bisogni dell adultità di un giovane in situazione di handicap. La prematura scomparsa di mamma Ida rende ancor più drammatico questo momento e mette in luce le incoerenze di una società che, dopo l esperienza scolastica, rischia di diventare balbettante ed insicura. Infatti il percorso educativo di un giovane disabile, nell ottica del progetto di vita, deve rifuggire da due rischi: 8 9

6 quello di inseguire obiettivi impossibili o, al contrario, quello di un semplice accontentarsi. La vita adulta di Antonio sembra andare in questa seconda direzione e ci consegna le due grandi sfide dell inclusione sociale dei ragazzi disabili: quella del durante noi e quella del dopo di noi. Il durante noi coincide con l inizio della vita adulta di una persona con handicap al termine del percorso scolastico. È un tempo non sempre felice sia per il giovane che per la famiglia, in quanto alle certezze che la scuola assicura, nonostante le difficoltà crescenti, subentra una stagione di riflusso e di scarse opportunità. Nel caso di Antonio, dopo alcune esperienze positive messe in atto dai soggetti istituzionali e associativi della comunità locale, il progetto di vita del figlio finirà per ricadere unicamente sulle spalle dei genitori. Purtroppo è ciò che succede sempre più frequentemente, soprattutto in quelle realtà territoriali nelle quali dopo la scuola c è il deserto. Più difficile poi per Antonio il dopo di noi, perché dopo l improvvisa scomparsa della madre, papà Giovanni si trova solo a sostenere il peso dell esistenza del figlio ed è costretto a fare la scelta della vicina Casa della carità, una struttura fondata da Don Mario Prandi, prete reggiano, cresciuto negli anni trenta accanto a don Dino Torreggiani, altro grandissimo sacerdote di questa rossa città emiliana. Le Case della carità sono un esempio di prossimità parrocchiale e sono diffuse un po ovunque soprattutto nella realtà emiliana. Casa, perché pensata come struttura leggera sulla falsariga dello spazio familiare; carità, in quanto la gestione della casa è affidata alle cure di suore e di volontari delle parrocchie, che fanno della gratuità del servizio il fulcro della loro fede. Si tratta di una forma di sussidiarietà di matrice cattolica che dà risposte significative a bisogni difficili come quelli di Antonio e di suo padre. In un progetto di vita di una persona disabile occorre che genitori e figli abbiano coscienza di chi sono, quale spazio stanno occupando e verso dove si stanno muovendo. Il futuro di un giovane in situazione di handicap comporta da parte degli adulti la fusione di un pensiero caldo, fatto di attese, fiducia e speranza e di un pensiero progettuale freddo attraverso cui le nostre azioni vengono sottoposte al vaglio di scelte razionali e attentamente dosate. Potremmo definire questa tensione verso il futuro come capacità di raggiungere un equilibrio attivo con il mondo in cui si vive, evitando la tentazione di restare al di sopra della realtà in un mondo utopico o, al contrario, di rifugiarci al di sotto chiudendoci in uno spazio di rassegnazione e avvilimento. Ed è bello che la giovane nipote di Giovanni, Daniela, abbia colto, alla fine della storia, quel supplemento di umanità che spesso contraddistingue i genitori con figli disabili. Solo chi ha molto sofferto e molto amato può trasmettere questo di più

7 CAPITOLO 1 INCONTRO Tutto era stato programmato già da qualche giorno: quel sabato sera Giovanni sarebbe andato a cena con gli amici al ristorante La Ruota e avrebbe portato con sé Ida, una ragazza che aveva conosciuto da poco. Era la prima volta che Ida avrebbe incontrato gli amici di lui. Verso le 19:30 egli andò a prenderla a casa con la sua utilitaria ed alle 19:55 arrivarono nel parcheggio del ristorante, dove già si trovavano alcuni della compagnia. Giovanni presentò Ida agli amici, dopodiché si fermarono a chiacchierare un po, aspettando che giungessero gli altri. Quando l allegra brigata fu al completo, entrarono e presero posto nei tavoli. Accostandone diversi si era ottenuta una bella tavolata sufficiente ad accogliere quattordici persone! Giovanni si sedette di fianco ad Ida che non appariva per nulla imbarazzata o intimorita per il fatto di essere l unica nuova in quella compagnia già affiatata. Ella conversava disinvoltamente sia con Giovanni che con gli altri vicini. Ad un certo punto Oreste, che sedeva a lato della propria fidanzata Martina, volle provare a stuzzicare Ida con battutine alquanto pungenti, per saggiare la sua prontezza di spirito (Oreste veniva dalla città, si era appena laureato in Giurisprudenza, era un ottimo oratore, e si riteneva molto arguto. Così dava per scontato che quella ragazza di campagna si sarebbe trovata in difficoltà a tenergli testa). Ida, fissandolo di tanto in tanto con occhiate taglienti, gli rispondeva in modo assai pronto, lasciandolo spesso del tutto spiazzato. Coloro che li ascoltavano ridevano di gusto, vedendo come il tronfio Oreste avesse trovato pane per i propri denti. Chi si divertiva più di tutti era Martina, la quale, conoscendolo bene, percepiva più di chiunque altro quanto egli si trovasse a malpartito! Ida sembrava non dare importanza alla cosa, ma, dentro di sé, era soddisfatta del suo successo anche perché sapeva che Giovanni, pur tacendo, ascoltava ed osservava tutto con attenzione. In effetti, da quando lei era stata coinvolta in questo duello verbale con Oreste, Giovanni aveva quasi completamente distolto la propria attenzione dal resto della compagnia per seguire l andamento della sfida. Era tutta una parte sconosciuta della personalità di Ida che si stava 13

8 rivelando a lui! Ad un certo punto la ragazza, proprio dopo aver replicato ad Oreste con una battuta spiritosa, si girò verso Giovanni e per mostrargli che non lo trascurava, gli strizzò l occhio. Giovanni pensò, tra sé: decisamente lei è una ragazza sveglia e simpatica! La cena si protrasse fin verso le 10, dopodiché i commensali uscirono nel cortile e si sedettero ai tavoli che si trovavano lì, tra gli alberi e le aiuole di fiori. Eravamo in luglio e, sebbene durante il giorno avesse fatto molto caldo, a quell ora la sera aveva portato con sé una gradevolissima frescura. Una lieve brezza muoveva, di tanto in tanto, le fronde degli alberi, aumentando ancor più il senso di ristoro. La conversazione proseguì vivacemente tra i membri seduti al medesimo tavolo, finché, verso le 11.30, qualcuno cominciò ad alzarsi, ritenendo che ormai fosse ora di rientrare. La decisione dei primi fu contagiosa, sicché nel giro di breve tempo tutti si salutarono e si avviarono verso le automobili, senza dimenticare, però, di accordarsi per programmare la prossima uscita insieme. Giovanni ed Ida salirono in macchina e, come si furono sistemati, egli le chiese: «Allora, che te ne pare dei miei amici?» Lei rispose: «Sì, siete una bella compagnia. Sono simpatici!» Durante il tragitto continuarono a parlare della serata appena trascorsa, dei vari membri della compagnia e delle coppie di cui era composta. Giovanni accennò al fatto che lei avesse risposto magnificamente alle provocazioni di Oreste ed ella sorrise compiaciuta. Egli si girava ogni tanto verso la ragazza e, alla fioca luce che penetrava nell abitacolo, osservava il profilo del volto di lei, elegante e volitivo. Gli piaceva anche ascoltare la sua voce: era come una musica ricca e melodiosa che giungeva alle sue orecchie. Il corpo di lei, poi, ora non lo distingueva, ma lo aveva osservato abbastanza durante la serata: era snello e flessuoso e gli piaceva molto. Dato che si conoscevano da poco, non l aveva mai toccata, tranne quando, a volte, avevano ballato insieme in discoteca. Quella sera, però, c era dentro di lui come una forza latente che, a poco a poco, si affermava, cresceva e cercava di uscire alla vita. Questa forza, egli se ne rese conto ad un certo punto, era volta a creare un legame con lei, a stabilire un rapporto significativo. Giovanni cominciava a pensare come si potesse arrivare a ciò, ma, non trovando ancora il modo, nel frattempo continuava a conversare con lei della serata. Dopo che furono arrivati a casa di Ida, fu lei stessa ad offrire al ragazzo l opportunità di creare fra di loro una maggior intimità. Invece di salutarlo, gli chiese di aiutarla a piegare le lenzuola che sua madre aveva steso la mattina sul grande stenditoio in fondo al cortile. Egli fu piacevolmente sorpreso da quella richiesta, si affrettò a parcheggiare l auto e ad uscire per aiutarla. Ormai era mezzanotte, la sera era limpida. Al chiarore della luna si vedevano biancheggiare le lenzuola ormai asciutte. Dai campi, fuori dal cortile, proveniva il canto dei grilli, ma Giovanni non li sentiva più perché il suo cuore batteva forte e nella sua mente si agitava come un turbinio indecifrabile di pensieri, sentimenti, emozioni... Cominciarono a togliere le lenzuola dai fili e a piegarle. Per far combaciare i quattro capi, i due giovani dovevano portarli l uno alle mani dell altra ed attendere che venissero afferrati. Giovanni osservò Ida, notò il suo viso sereno, il lieve sorriso. Ebbe la sensazione che lei stesse aspettando le sue avance ed allora non poté più trattenersi: quando le sue mani toccarono quelle di lei, invece di affidarle i due capi del lenzuolo, glielo avvolse intorno alla vita, sicché lei ne risultò prigioniera. Tenendola così avvinghiata a sé, le avvicinò la bocca alle orecchie e le sussurrò: «Sei affascinante, sei da baciare!» Così dicendo, la baciò sulla guancia. Lei istintivamente cercò di divincolarsi, ma lui, questa volta, si girò, la strinse a sé e la baciò con foga sulla bocca. Lei non aveva le braccia libere, perciò non poté usarle per respingerlo, né gettargliele al collo, così si limitò ad accettare quel bacio improvviso che, però, nel suo intimo, desiderava. Era soddisfatta degli effetti che il suo fascino aveva ottenuto su Giovanni e non aveva timori per quel bacio, poiché era molto perspicace ed aveva già capito che lui era un ragazzo bravo e sincero. Così lei gli sorrise e, dopo averlo fissato con uno sguardo dolce e pieno di emozione, gli sussurrò: «Dai, dobbiamo finire di piegare tutte le lenzuola, altrimenti mia madre domattina mi sgrida!» Così terminarono il lavoro in silenzio. Quando ebbero finito, però, prima di andarsene, Giovanni la strinse a sé, sentì tutte le forme e tutto il calore del suo corpo, non più separato dal suo dal leggero velo del lenzuolo, e la baciò di nuovo sulla bocca, lungamente; lei gli gettò le braccia al collo, quelle braccia abbronzate e sottili, ma elastiche e forti, come la loro gioventù. Si diedero appuntamento per la sera del giorno dopo, domenica, per andare insieme alla discoteca di un paese vicino. Dopo la partenza di Giovanni, Ida si sentiva felice, tanto che, mentre rimetteva a posto le sedie del cortile, si scoprì intenta a canticchiare, nonostante fosse passata la mezzanotte. Come se ne accorse, 14 15

9 però, smise subito, per non disturbare la sorella, più giovane di lei di qualche anno, e i suoi genitori, che dormivano già. Rientrò facendo il minor rumore possibile, andò in bagno, dove si guardò allo specchio per alcuni istanti e fu abbastanza soddisfatta del suo aspetto; poi si coricò. Giovanni, mentre ritornava a casa propria (che distava circa quindici chilometri da quella di Ida), era tutto preso da quanto era successo quella sera tra lui e la ragazza. La sua mente era in preda ad emozioni così forti, che non vi era, da parte sua, alcuna possibilità di controllarne il flusso. Sotto sotto, però, come un fondo comune a tutto quel turbinio, si affermava sempre più una gioia intensa, incontenibile, che saturava ogni parte del suo spirito. Sopravvenne presto, però, il timore che essa non potesse durare e che tutto, ahimè, tornasse come prima. Fu a questo punto che Giovanni, per così dire, ritornò in sé, cioè riprese il controllo razionale sulla sua interiorità e considerò la situazione in modo oggettivo: Ida mi ha strizzato l occhio durante la cena - disse a se stesso - poi mi ha invitato ad aiutarla a piegare le lenzuola ed infine si è lasciata baciare, quindi vuol dire che c è intesa tra noi! Gettando poi un rapido sguardo alla sua vita futura, pensò, sentendosi rincuorato, la mia esistenza ora potrebbe cambiare, perché forse ho trovato la donna della mia vita! A questo punto la sua mente aveva abbandonato l eccitazione iniziale ed era diventata più calma e ricettiva. Stava percorrendo l ultimo tratto di strada prima di arrivare a casa e, quando scese dall auto, dopo averla parcheggiata in garage, vide la luna alta nel cielo limpido. Dai campi tutt intorno proveniva il canto dei grilli e dalle ombre scure del castagneto, che si ergevano oltre i prati, ogni tanto si udiva il verso del gufo. In altre occasioni, forse, egli lo avrebbe ritenuto lugubre, ma quella sera non fu così. Pensò: sarà un gufo maschio che dichiara il suo amore alla propria femmina! Sorrise tra sé per quella trovata e, senza far rumore, salì le scale che conducevano alla porta d ingresso. Entrò, richiuse la porta col catenaccio dall interno e salì l altra rampa di scale che portava alla sua camera. Quando aprì i vetri della finestra per chiudere gli scuretti, vide che la luna illuminava il bosco con le grandi querce, attraversato dalla stradina che conduceva alla borgata vicina. Lui non vedeva la luna, poiché questa stava al di sopra del tetto della casa, ma osservava gli effetti del suo chiarore. Era uno spettacolo molto bello! Ricordò quando, da bambino, si affacciava a quella finestra; poi, in un attimo, ripercorse tutta la propria vita. Infine il suo pensiero fece ritorno al momento presente. Rivide allora il volto di Ida, sentì di nuovo il profumo del suo corpo, il tocco caldo e leggero delle sue mani sulla nuca e ne provò come un brivido. Pensò con soddisfazione che l indomani l avrebbe rivista e con questo lieto pensiero si coricò. Nel periodo seguente Giovanni ed Ida iniziarono a frequentarsi con regolarità, proprio come usano fare i fidanzati o coloro che sono prossimi a diventarlo. In effetti, dopo sei mesi i due giovani si fidanzarono ufficialmente e lui le regalò un bell anello d oro con una pietra incastonata. Giovanni svolgeva la professione di insegnante: precisamente insegnava Lettere nella scuola media. La sua sede di servizio era la scuola di un paese vicino, a dodici chilometri da casa sua. Ida, invece, aveva cominciato da poco ad insegnare nella scuola elementare. I genitori di Ida, come del resto anche quelli di Giovanni, erano agricoltori ed allevavano vacche da latte. Il padre di Ida, da giovane, avrebbe voluto avere almeno un figlio maschio, che lo aiutasse nel lavoro dei campi, ma così non fu, sicché Ida e sua sorella più giovane si erano abituate a svolgere loro stesse molti lavori, compatibilmente con le possibilità fisiche. Spesso Ida, nei momenti liberi dagli impegni scolastici, aiutava il padre a governare le vacche ed a mungerle. In estate, poi, durante le vacanze estive, andava con lui e con la sorella nei campi a preparare il fieno. Quando Ida chiese a Giovanni se fosse disposto ad aiutare la sua famiglia nei lavori più pesanti, egli accettò volentieri, perché non poteva sopportare di vedere due ragazze ed un vecchio intenti a svolgere lavori molto faticosi. Aldo, il padre di Ida d altra parte era molto felice di ricevere l aiuto di un giovane forte, che non temeva la fatica fisica. Un giorno, verso le 9 di mattina, Giovanni arrivò a casa della sua fidanzata, poiché si dovevano caricare le balle di fieno sul carro trainato dal trattore per portarle a casa ed immagazzinarle nel fienile. Sistemarono gli attrezzi da lavoro nell auto e poi partirono, dato che il campo era piuttosto lontano da casa. Quando arrivarono, parcheggiarono la macchina nel luogo dove la strada si apriva in uno slargo, proprio ai margini del bosco. Percorsero l ultimo tratto a piedi, lungo una carraia dal fondo sconnesso che attraversava il bosco. Alla fine arrivarono nel grande campo, la cui superficie era tutta 16 17

10 cosparsa di balle di fieno a forma di parallelepipedo (a quei tempi, infatti, non usavano ancora le enormi e pesanti rotoballe del giorno d oggi). Nei giorni precedenti il tempo era stato bello, sicché Aldo e le sue figlie avevano rastrellato il fieno, accumulandolo in grosse strisce, che poi la pressa aveva trasformato in balle. Era stato un lavoro lungo, ma non pesante, e perciò adatto ad essere svolto anche dalle donne. Ora, invece, per sollevare le balle e caricarle sul carro, occorreva la forza di un uomo. Poco dopo arrivò il trattorista e così iniziarono l attività. Aldo, che non aveva più l energia di un tempo, salì sul carro ed il suo compito consisteva nell afferrare le balle che gli venivano posate accanto, per sistemarle in modo tale che il carico risultasse ben costruito ed equilibrato. Giovanni ed il trattorista (che era un uomo sulla quarantina, ancora molto forte ed avvezzo al lavoro dei campi), invece, dovevano infilzare le balle col forcone, sollevarle e posarle sul carro, vicino ad Aldo. Man mano che il carico si alzava, diventava faticoso sollevare le balle sempre più in alto. Quando una di queste era più grossa del solito oppure ancora un po umida, si vedeva il manico del forcone inarcarsi sotto il peso e scricchiolare paurosamente. Al termine del lavoro, il trattorista assicurò ben bene il carico con delle funi e poi si partì per tornare a casa. Arrivarono verso le 11 e mezza e cominciarono a scaricare nel fienile. Alle 13 circa avevano finito e così andarono a pranzo. Si diedero appuntamento col trattorista, per il secondo viaggio, direttamente al campo, verso le 16, quando la calura avrebbe cominciato ad essere meno intensa. Il trattorista fu puntuale e così i tre uomini effettuarono il secondo viaggio, mentre a casa le due sorelle dovevano occuparsi di foraggiare le vacche, mungerle e portare il latte al caseificio. La madre di Ida, invece, era intenta a preparare la cena. Quando ebbero finito di scaricare le balle, il trattorista fu pagato per il lavoro svolto, dopodiché egli se ne andò a casa propria di gran carriera, poiché cominciava ad imbrunire. Aldo e Giovanni entrarono in casa e si sedettero a tavola, stanchi ma contenti di aver messo al sicuro il fieno contro le intemperie. Mangiarono tigelle imbottite con lardo, aglio e rosmarino ed anche con del buon salame nostrano. Il tutto accompagnato da insalata fresca dell orto di Aldo, e da un buon bicchiere di vino: una cena appetitosa e nutriente, per recuperare le energie spese in quella giornata faticosa. Dopo cena, tutti andarono a dormire alla svelta, poiché erano molto stanchi. Giovanni rimase solo con Ida, ma poco dopo anch egli decise di far ritorno a casa. Ida lo ringraziò di cuore per aver risparmiato a sé, alla sorella ed al padre quella fatica grama. I suoi occhi erano pieni di riconoscenza e parlavano assai più della sua bocca. Si accordarono per rivedersi di lì a due giorni, per andare a ballare nella discoteca del paese. Così fecero e trascorsero una bella serata con amici e conoscenti. Al ritorno, Giovanni l accompagnò a casa e si trovarono di nuovo soli nel cortile. Questa volta non c erano lenzuola da piegare. La notte era limpida. Nonostante la fioritura fosse ormai al termine, si sentiva ancora il profumo dei tigli che sorgevano lungo la recinzione. Di là da questa, poco distante, si scorgeva la sagoma nera del campanile della chiesa. Era una di quelle notti nelle quali si ha l impressione (in verità non si sa perché) che dal cielo si riversino sulla terra benefici effluvi, provenienti dalle forze positive che governano il mondo (le quali certamente esistono, pensava Giovanni). In altre occasioni egli aveva pensato che esistessero pure gli effluvi malefici. Inviati, questi ultimi, dalle potenze negative che, pure, governano il mondo, poiché è indubitabile che sia così. Quella sera, però, era come se egli fosse in uno stato di grazia e percepisse solo la presenza di quelle forze che spingono irresistibilmente verso la vita, che fanno sentire i cuori degli uomini vicini e l avvenire sereno, privo di insidie. Si sedettero su una panchina di legno di castagno, che da anni resisteva esposta alle intemperie, in un angolo, vicino alla recinzione. Lì il profumo dei tigli era più penetrante. Giovanni strinse Ida tra le braccia, la coprì di baci e sentì, come non mai, allora, che le loro vite si fondevano, come il calore dei loro corpi. Stettero un poco silenziosi e poi Giovanni le chiese, con un soffio di voce: «Ci sposiamo?» Lei rispose: «Sì» Poco dopo lui riprese: «Quando?» Ida ci pensò, poi rispose: «A settembre del prossimo anno, prima che inizino le scuole.» Giovanni assentì. Così passò per loro quell estate sorprendente che aveva cambiato la vita ad entrambi. Giovanni, quando poteva, aiutava sia la propria famiglia che quella di Ida nei lavori campestri, come del resto aveva sempre fatto fin dalla fanciullezza. Uno di quelli che gli piacevano di più era la raccolta delle mele. Verso la fine di settembre si muniva 18 19

11 di cesto con uncino metallico, sacchi di iuta, corda e si dirigeva in auto verso un vecchio campo di proprietà di suo padre. Il luogo era abbastanza lontano e la via per giungervi era una strada ripida, stretta e piena di ciottoli. Giovanni guidava l auto fino al punto più lontano che si poteva raggiungere, poi la parcheggiava sul margine della strada e percorreva l ultimo tratto a piedi. Anche il campo era molto ripido e quando arrivava sotto ai due meli, già ansimava per la fatica. Dopo essersi riposato un po, si arrampicava sulle piante, fissava il cesto ai rami mediante l uncino metallico e lo riempiva di mele. Quando il cesto era pieno, lo calava delicatamente a terra con la corda e poi scendeva anche lui per vuotarlo dentro i sacchi di iuta. Di solito riempiva fino a metà due o tre sacchi, a seconda delle annate. I due meli erano piante ormai vecchie. Giovanni ricordava di averli visti fin da quando era bambino: allora, spesso, andava a raccogliere i loro frutti il nonno, che ora non c era più. Anche per questo era affezionato a quelle due piante. Quando percorreva quella vecchia strada e compiva ogni anno il rito della raccolta delle mele, nella solitudine del luogo, in piena campagna, era come immergersi di nuovo nel suo passato. Dopo aver riempito per metà i sacchi, se li caricava sulle spalle uno per volta e scendeva cautamente lungo il pendio, stando attento a non scivolare. Quando arrivava alla macchina, sistemava ogni sacco nel baule. Da quando aveva 16 anni (cioè da quando aveva accumulato sufficiente forza fisica per trasportare i sacchi con le mele) era solito svolgere questo lavoro. Ora era ormai trentenne. Ricordava che, un tempo, per trasportare i sacchi fino a casa, usava la carriola, non avendo l automobile. Allora si fermava ogni tanto a riposare ed osservava il paesaggio intorno a sé: qualche foglia sugli alberi cominciava ad ingiallire, anche se nessuna si era ancora staccata dai rami. In alcune vigne era già stata fatta la vendemmia, mentre in altre si vedevano ancora i grappoli pendere dai tralci. A volte si sentiva una folata di vento che ti investiva il viso e quasi ti mozzava il respiro. Era un vento ormai molto diverso da quello estivo: allora lo si desiderava per rinfrescarsi dalla calura; ora, invece, faceva rabbrividire e nonostante in cielo splendesse il sole, si avvertiva che la forza e la freschezza della natura stavano declinando rapidamente. Mentre ritornava a casa in auto, Giovanni appariva pensieroso. Rifletteva tra sé: l anno prossimo, di questi tempi, sarò già sposato. Chissà se riuscirò ancora a venir qui a raccogliere le mele! Venne l inverno e poi la primavera. I due fidanzati aspettavano, impazienti, che arrivasse il mese di settembre per sposarsi. Fecero per tempo tutti i preparativi per il matrimonio, che fu fissato per sabato 5 settembre, nella chiesa del paese di Ida. Alla cerimonia prese parte un discreto numero fra parenti ed amici, sicché il piccolo sagrato era pieno di gente. I giorni precedenti il matrimonio erano stati caratterizzati da un lavoro febbrile per ultimare tutti i preparativi, sicché i due sposi erano stanchi. Non vedevano l ora di andare in viaggio di nozze per rilassarsi un po. Così, la mattina dopo le nozze, partirono con la loro auto alla volta di Ravenna. Non avevano voglia di fare un lungo viaggio e di stare lontani da casa per parecchi giorni e perciò avevano deciso di limitarsi a visitare alcune belle località della loro regione, l Emilia-Romagna. Negli anni successivi, pensavano, ci sarebbe stato tempo per visitare altri luoghi della nostra Italia. Al ritorno dal viaggio di nozze gli sposi novelli andarono ad abitare nella casa che avevano acquistato nelle colline sopra la cittadina di Sassuolo. Da qui ogni giorno Giovanni si recava ad insegnare Lingua e Letteratura Italiana al liceo scientifico di Modena (dopo diversi anni di insegnamento nella scuola media, infatti, egli era riuscito a passare di ruolo nelle scuole superiori). Ida insegnava, invece, nelle scuole elementari di un paese vicino, distante circa dodici chilometri. Il luogo di lavoro, dunque, per entrambi, non era molto lontano dalla loro abitazione. Non amavano risiedere in città, ma preferivano la campagna. Giovanni era entusiasta del suo lavoro: insegnare letteratura alle superiori era sempre stato il suo sogno. Rispetto alla scuola media, qui egli poteva andare molto più in profondità nella materia. Proprio questo lo affascinava

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