CONFIMI. Rassegna Stampa del 14/01/2014

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1 CONFIMI Rassegna Stampa del 14/01/2014 La proprietà intellettuale degli articoli è delle fonti (quotidiani o altro) specificate all'inizio degli stessi; ogni riproduzione totale o parziale del loro contenuto per fini che esulano da un utilizzo di Rassegna Stampa è compiuta sotto la responsabilità di chi la esegue; MIMESI s.r.l. declina ogni responsabilità derivante da un uso improprio dello strumento o comunque non conforme a quanto specificato nei contratti di adesione al servizio.

2 INDICE CONFIMI 14/01/2014 La Repubblica - Torino Il destino di capitale dell'auto 5 CONFIMI WEB Il capitolo non contiene articoli SCENARIO ECONOMIA 14/01/2014 Corriere della Sera - Nazionale la Ragnatela di Prudenze che Frena la Ripresa 14/01/2014 Corriere della Sera - Nazionale Quei nostri giovani poco adatti al lavoro 14/01/2014 Corriere della Sera - Nazionale Cassa depositi, spunta un dividendo extra 14/01/2014 Corriere della Sera - Nazionale La tecnologia non sempre crea lavoro 14/01/2014 Il Sole 24 Ore Produzione in aumento a novembre dopo 26 mesi 14/01/2014 Il Sole 24 Ore Della Valle: due mesi per salvare l'italia 14/01/2014 Il Sole 24 Ore Ora la «leva» deve tradursi in più credito alle imprese 14/01/2014 La Repubblica - Nazionale Marchionne resta in Fiat altri 3 anni "Le Alfa saranno prodotte in Italia" 14/01/2014 La Repubblica - Nazionale Alitalia, vertici confermati per l'abbraccio con Etihad 14/01/2014 La Repubblica - Nazionale Impregilo rischia grosso a Panama lavori del canale a un passo dallo stop 14/01/2014 La Stampa - Nazionale UNA NUOVA PARTENZA

3 14/01/2014 La Stampa - Nazionale Fossati: Tim Brasil vale fino a 30 miliardi 14/01/2014 Il Messaggero - Nazionale La produzione torna su dopo 26 mesi 14/01/2014 Il Messaggero - Nazionale Banche, stretta sulle garanzie 14/01/2014 Il Giornale - Nazionale Etihad prende tempo: «L'ingresso in Alitalia? Non c'è nessuna fretta» 14/01/2014 MF - Nazionale Per essere più competitive le pmi devono anche rendere più efficiente l'organizzazione 14/01/2014 MF - Nazionale Poste vale perché non distribuisce solo lettere SCENARIO PMI Il capitolo non contiene articoli

4 CONFIMI 1 articolo

5 14/01/2014 La Repubblica - Torino Pag. 1 (diffusione:556325, tiratura:710716) Il retroscena Il destino di capitale dell'auto STEFANO PAROLA JOHN Elkann, Sergio Marchionne, Andrea Agnelli, Joyce Victoria Bigio, Tiberto Brandolini d'adda, René Carron, Luca Cordero di Montezemolo, Gian Maria Gros-Pietro, Patience Wheatcroft: saranno loro a decidere se la sede sociale di Fiat-Chrysler sarà a Torino o a Auburn Hills, vicino a Detroit, negli Stati Uniti. LA SCELTA verrà presa il 29 gennaio, durante la prossima riunione del consiglio d'amministrazione. Ieri l'amministratore delegato Sergio Marchionne ha già fatto capire che lui preferisce una strada precisa: «È presto per dire quale sarà la sede, ma in termini di accesso ai mercati di capitale e delle possibilità finanziarie, gli Usa per definizione sono quelli che offrono vantaggi». Così per Torino l'unica vaga speranza di mantenere la "testa" di Fiat è legata alla "torinesità" dei consiglieri d'amministrazione. Difficile, se non impossibile, che sui membri del cda di un'azienda ormai globale gli affetti abbiano il sopravvenuto sulla ragione. Ma anche posto che almeno in alcuni amministratori prevalgano le questioni di cuore, le persone legate alla città della Mole sono comunque in minoranza: Elkann, Agnelli, Gros-Pietro, più le incognite Montezemolo e Brandolini d'adda (figlio di Cristiana Agnelli, ma che vive soprattutto a Parigi). Le imprese dell'indotto non si scompongono: «Penso si tratti di una questione più che altro emotiva», dice Aurelio Nervo, presidente del gruppo Componenti dell'anfia, l'associazione delle aziende della filiera. E spiega: «L'operatività non cambierà più di tanto, come è già accaduto con il trasferimento della sede legale di Cnh in Olanda. Molto dipenderà dell'assetto operativo futuro del gruppo, che però immagino non sarà così differente dall'attuale». Per Roberto Degioanni, segretario di Api Torino, «il cambio di sede è un tema importante ma l'automotive torineseè soprattutto interessato a mantenere produzioni nel distretto e alla valorizzazione delle proprie capacità». L'ipotesi di un trasferimento non preoccupa neppure il segretario della Fim-Cisl Claudio Chiarle: «Il quadro strategico prevede quattro grandi centri direzionali, uno per continente, tra cui quello europeo di Torino. È ormai assodato che in Italia si continuerà a progettarei modelli per l'europa più le auto di alta gamma e di lusso destinati a tutto il mondo». Il leader della Uilm torinese, Maurizio Peverati, nutre ancora qualche speranza: «Auspico che la sede resti in Italia, sarebbe un atto simbolico importante. Le ripercussioni negative in caso di trasloco? Riguarderanno soltanto l'immagine, ma non l'occupazione». Più fatalista il numero uno provinciale della Fiom-Cgil, Federico Bellono: «La decisione di spostare la sede negli Stati Uniti avrà effetti pesanti, prima di tutto perché l'italia già oggi è diventata secondaria nelle strategie di Fiat». Secondo Bellono, a patirne le conseguenze saranno gli Enti centrali di Mirafiori, in cui oggi lavorano circa 5 mila persone: «In tutti i processi di integrazione, quando una sede prevale sull'altra si creano sovrapposizioni», fa notare. E aggiunge: «I conti non tornano neppure sulle Carrozzerie. Produranno 50mila vetture? Con quegli stessi numeri, a Grugliasco lavorano 2 mila persone. In corso Tazzoli ce ne sono 4.500». Foto: IN VIA NIZZA La palazzina del Lingotto attuale sede del gruppo Fiat. Da qui si comandano le fabbriche nel mondo CONFIMI - Rassegna Stampa 14/01/2014 5

6 SCENARIO ECONOMIA 17 articoli

7 14/01/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) Costo del denaro la Ragnatela di Prudenze che Frena la Ripresa LUCREZIA REICHLIN Nella prima riunione del nuovo anno, il consiglio della Banca centrale europea (Bce) ha deliberato, come largamente atteso, di lasciare i tassi invariati. Al di là della decisione di giovedì scorso, la conferenza stampa di Mario Draghi, che come di consueto segue il consiglio, ci dà un'idea di quale sarà la politica monetaria nei prossimi mesi, politica che ha importanti conseguenze su inflazione, tasso di cambio e condizioni di finanziamento per le imprese e le famiglie. Draghi ha indossato gli abiti della «colomba», affermando di volere mantenere basso il costo del denaro per il prossimo futuro; questo per accompagnare una ripresa che vede debole e non priva di rischi. Ma ha anche affermato di non vedere, in Europa, una situazione di tipo giapponese, caratterizzata dalla deflazione, da una situazione cioè di economia stagnante e prezzi in discesa. Quindi, a meno di sorprese su un ulteriore ribasso dell'inflazione o di un rialzo dei tassi, la politica della Bce resterà immutata, volta a mantenere, come avviene dalla metà del 2012, i tassi di interesse a breve termine vicini allo zero, garantendo abbondante liquidità sui mercati. Tuttavia, afferma Draghi, se questo scenario di bassa ma positiva inflazione, di ripresa moderata e di abbondante liquidità dovesse peggiorare, la Bce si tiene pronta ad agire con nuovi strumenti. Implicitamente, quindi, l'istituto apre alla possibilità di usare misure mai provate fino a ora, senza escludere l'acquisto di titoli privati o anche pubblici allineandosi, in tal modo, alle politiche seguite dopo la crisi del 2008 dalla Banca d'inghilterra e dalla Federal Reserve americana. In questo primo messaggio del 2014 vedo alcuni elementi di novità, ma anche molta continuità. La novità sta nell'ulteriore chiarimento della cosiddetta «forward guidance», cioè sull'indicare il percorso di politica futura della Bce in relazione all'andamento dei dati economici. La comunicazione diventa più precisa ; ma l'azione non cambia: rimane simile a quella seguita dal Inoltre, se lo scenario dovesse peggiorare, si lascia solo intuire la possibile apertura a una azione non convenzionale, senza dire nulla sul suo contenuto specifico. Resta l'incertezza sulla capacità della Bce ad agire in tal senso senza creare eccessive tensioni nel consiglio. Il mercato, dopo una iniziale reazione che ha causato un temporaneo ribasso dell'euro, è tornato sulle posizioni iniziali, confermando l'impressione che la conferenza stampa di gennaio non abbia fornito sostanziali cambi nella strategia della Bce arroccata su posizioni difensive, scandite da una politica più conservatrice rispetto a quella delle banche centrali degli altri Paesi avanzati. La domanda è: perche non muoversi con più aggressività? Eppure l'inflazione ha sorpreso al ribasso. I dati di dicembre la danno, infatti, allo 0,8%, molto al di sotto del tetto del 2%, obbiettivo dichiarato della Bce. La disoccupazione è oltre il 12%, la ripresa è anemica e la fragilità delle banche strozza il credito in molte regioni della zona euro. Ci sono tre ragioni per tanta cautela. La prima è che per agire con più decisione bisogna usare strumenti non tradizionali, dall'acquisto di titoli ai tassi negativi sui depositi. Poiché questo susciterebbe pericolose controversie, Draghi preferisce, per usarli, aspettare l'eventuale deterioramento del quadro economico che renderebbe più facili le scelte nel consiglio. La seconda ragione è che gli effetti economici di misure non convenzionali sono altamente incerti e i rischi forse maggiori dei potenziali benefici. La terza ci porta dritto alle banche. Il problema chiave per il funzionamento della politica monetaria nell'eurozona resta la salute del sistema bancario che, essendo sottocapitalizzato, è restio a erogare prestiti all'economia reale. SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/2014 7

8 14/01/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) Per affrontare questa situazione bisogna fare chiarezza sui bilanci degli istituti di credito, creando le condizioni per ricapitalizzarli, se necessario. È pertanto essenziale che la revisione dei bilanci delle banche che la Bce sta svolgendo e gli stress test che seguiranno, siano credibili. Percorrere questa strada senza ombre, tenendosi pronti ad agire con tempestività e decisione qualora emergessero grossi buchi è la piu importante sfida che attende la Bce nel Il successo di questa operazione avrà effetti più significativi sull'economia di qualsiasi intervento di politica monetaria, tradizionale e non. Queste tre ragioni sono valide e condivisibili. Resta, tuttavia, l'anomalia della politica monetaria della zona euro, dettata da una Banca centrale che opera in una situazione in cui i bilanci dello Stato sono sotto il controllo nazionale. Questo fa sì che, da un lato, la Banca centrale, in quanto unica istituzione federale, abbia acquistato un enorme ruolo, ma, dall'altro, questo la rende eccessivamente conservatrice e restia ad agire d'anticipo - come ritengo dovrebbe - sparando tutte le cartucce che ha a disposizione per far ripartire un'economia che stenta a decollare. RIPRODUZIONE RISERVATA Foto: conc SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/2014 8

9 14/01/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) Il rapporto su otto Paesi della Ue Quei nostri giovani poco adatti al lavoro LUIGI OFFEDDU e ORSOLA RIVA Crisi, disoccupazione. Ma in Italia c'è anche un altro problema. Domanda e offerta non si incontrano. Lo dice un rapporto McKinsey su 8 Paesi Ue presentato a Bruxelles. Il 72% degli educatori in Italia pensano che i ragazzi abbiano le attitudini adatte al lavoro; ma solo il 42% degli imprenditori concorda. E Portogallo, Italia e Grecia hanno anche la più bassa proporzione (sotto il 40%) di giovani laureati. A PAGINA 3 DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BRUXELLES - La prima è una notizia tristemente già vecchia, da archivio: «La disoccupazione giovanile in Italia è raddoppiata dal 2007, toccando il 40% nel 2013». (41,6% oggi, ndr ). Ma la seconda no, la seconda notizia morde nel vivo: «Tuttavia, questa cifra è solo parzialmente dovuta alla crisi economica: i problemi ribollono molto più nel profondo... Il 47% dei datori di lavoro italiani riferiscono che le loro aziende sono danneggiate dalla loro incapacità di trovare i lavoratori giusti, e questa è la percentuale più alta fra tutti i Paesi esaminati». Infatti: lo stesso lamento echeggia fra il 45% degli imprenditori greci, il 33% degli spagnoli, il 26% dei tedeschi. Ma da nessuna parte, come da noi. In Italia, dunque, cercansi coloro che hanno gli skill, le attitudini, le capacità, i talenti richiesti da questo o quel settore. Ce n'è tanti. Gli imprenditori non li trovano, loro non sanno come e dove farsi cercare: «Non hanno le informazioni su come prendere decisioni strategiche». Domanda e offerta non si incontrano, e nessuno spread riesce a farle metterle in contatto, a far scattare il semaforo. Tutto questo dice il rapporto McKinsey, condotto su otto Paesi Ue e presentato ieri a Bruxelles presso il centro di ricerca Bruegel («Il viaggio tempestoso dell'europa, dall'educazione all'occupazione»). Il dossier spiega anche che «la Ue ha il più alto tasso di disoccupazione ovunque nel mondo, a parte il Medio Oriente e il Nord Africa». Per poi sferzare: «In Italia, Grecia, Portogallo e Regno Unito sempre più studenti stanno scegliendo corsi di studio collegati alla manifattura, alla lavorazione, nonostante il brusco calo nella domanda in questi settori. E in generale, non è una cosa positiva vedere un ampio numero di giovani scommettere il loro futuro su industrie in decadenza... Ci sono abbinamenti sbagliati, educatori e imprenditori non stanno comunicando fra loro». È precisamente quanto accade nel nostro Paese: «Datori e fornitori di lavoro o di istruzione hanno percezioni molto differenti. Il 72% degli educatori in Italia pensano che i ragazzi abbiano le attitudini di cui avranno bisogno alla fine della scuola; ma solo il 42% degli imprenditori concorda con questo. La percezione di questo divario riflette una mancanza basilare di comunicazione. Solo il 41% dei datori di lavoro dice di comunicare regolarmente con i dirigenti delle scuole, e solo il 21% considera questa comunicazione effettiva». In apparenza, tutto sarebbe abbastanza semplice: bisogna, dicono i ricercatori McKinsey, «incoraggiare gli educatori a insegnare quello che gli imprenditori richiedono». Ma l'apparenza sfuma quando, per esempio, si studia la differenza fra il «desiderio» di un imprenditore nei confronti di certe capacità professionali e la competenza reale in quegli stessi skill dei giovani in attesa del posto: in Italia, il «desiderio» o bisogno imprenditoriale di una buona conoscenza dell'inglese fra i propri dipendenti è soddisfatto solo dal 23% degli aspiranti, e quello di una competenza informatica appena dal 18%. Mentre la richiesta di creatività, che in Germania trova solo un 13% di risposte fra i giovani, in Italia arriva al 19%. Ma resta anche un concetto assai vago. In cima a tutti i sogni degli imprenditori resta la «conoscenza pratica», in qualunque settore (risposta del ventenne: ma dove la faccio, l'esperienza, se tu non mi assumi?). Mentre il lavoro più ambito dai nostri giovani è il creatore di siti Web (61% contro il 58% di «sì» dei giovani tedeschi): e però cercansi attitudini supportate da conoscenze, anche qui. Le conseguenze di tanti squilibri si ripercuotono in ogni settore. Gli stage, i periodi di rodaggio in azienda, un tempo considerati isole di speranza e anello diretto fra la scuola e il lavoro? Il 61% in media dei giovani SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/2014 9

10 14/01/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:619980, tiratura:779916) europei trova un posto di lavoro al termine di uno stage. In Italia, sono meno del 46%. E ancora: Portogallo, Italia e Grecia hanno la più alta percentuale di giovani che riferiscono di non aver potuto frequentare l'università per ragioni economiche; «ed è in questi tre Paesi che la più bassa proporzione di giovani (sotto il 40%) ha completato l'istruzione post-secondaria». Chissà che cosa avrebbe detto oggi il buon maestro Manzi, quello di «non è mai troppo tardi». Luigi Offeddu RIPRODUZIONE RISERVATA I numeri Dati sull'italia Fonte: McKinsey, Agosto-Settembre 2012,2013 CORRIERE DELLA Media tra i paesi considerati Percentuale di giovani che ha fatto uno stage 61% ITALIA 46% NEET (non studiano e non lavorano) Giovani che finiscono gli studi in tempo 21% Giovani disoccupati 40% Diplomati 83% Laureati 32% Il motivo per il quale i ragazzi non hanno proseguito gli studi dopo la maturità Giovani senza lavoro a sei mesi dalla conclusione degli studi Media: Media: Giovani che pensano di aver avuto più opportunità lavorative grazie agli studi universitari (valori percentuali) Datori di lavoro convinti che la mancanza di lavoratori qualificati sia un problema per la loro attività Grecia Francia ITALIA Spagna Regno Unito Portogallo Svezia Germania Non potevo permettermelo da un punto di vista economico Non avevo tempo di studiare perché dovevo lavorare Svezia Germania Francia Spagna Regno Unito Portogallo ITALIA Grecia Media Maggiore probabilità di trovare lavoro grazie allo stage Hanno fatto stage Non hanno fatto stage Regno Unito ITALIA Germania Spagna Grecia Portogallo Francia SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

11 14/01/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 15 (diffusione:619980, tiratura:779916) Privatizzazioni Entro fine mese le manifestazioni d'interesse per la holding di Terna e Snam. La proposta cinese Cassa depositi, spunta un dividendo extra Dalla cessione sul mercato di Reti e Fincantieri. Previste vendite per 7 miliardi L'identikit La Cdp punterebbe a investitori finanziari e a diversificare l'azionariato Francesca Basso MILANO - È entrato nel vivo il processo di apertura del capitale di Cdp Reti, il veicolo della Cassa depositi e prestiti a cui è stata ceduta nel 2012 il 30% di Snam e a cui dovrà essere conferito - come annunciato a dicembre - il 29,9% di Terna: a fine gennaio scade il termine per la presentazione delle manifestazioni di interesse. L'operazione si inserisce nel piano di privatizzazioni del governo, che dalle diverse cessioni della Cdp (ci sono anche Fincantieri e Sace da valorizzare) conta di incassare circa 7 miliardi, di cui 5 sarebbero utilizzati per rafforzare il patrimonio della Cassa, mentre due sarebbero destinati a un dividendo straordinario girato al Tesoro e alle Fondazioni azioniste. Il piano prevede la vendita del 49% di Cdp Reti (le grandi reti di trasporto del gas e dell'elettricità e il gasdotto Tag). Al momento ci sarebbero state già una quindicina di manifestazioni di interesse. Sono girati diversi nomi di fondi sovrani (Qatar e Abu Dhabi) e di infrastrutture (il canadese Borealis e l'australiano Ifm), ma ci sarebbero anche fondi previdenziali. Ieri a Pechino avrebbe fatto la propria offerta (non scritta) anche il colosso delle reti State Grid of China durante un incontro con il presidente della Cdp Franco Bassanini, in missione con il ministro dello Sviluppo economico per potenziare le partnership tra le società e le imprese dei due Paesi. La proposta di State Grid of China sarebbe di 3,5 miliardi per il 40% di Cdp Reti. Il gruppo cinese è il più grande al mondo del settore, ha circa 1 milione e 600 mila dipendenti e un fatturato da 300 miliardi di dollari. Gestisce la rete elettrica in Cina e nel 2012 è entrato con il 25% in Ren, la società che gestisce la rete elettrica in Portogallo. Si presenta, dunque, come un partner industriale e di peso, concorrente di Terna nelle gare europee e anche di Snam su diverse partite. Il profilo dei soci che starebbe cercando il gruppo guidato da Giovanni Gorno Tempini sarebbe però un po' diverso. La Cassa starebbe guardando a investitori finanziari e punterebbe a una certa diversificazione dell'azionariato. Tempi stretti anche per Fincantieri. La Cassa punterebbe a cedere una quota di minoranza e contemporaneamente a portare la società in Borsa prima della prossima estate, come annunciato venerdì scorso dal viceministro dello Sviluppo economico, Antonio Catricalà. Venerdì il gruppo ha anche ricevuto le manifestazioni di interesse dalle banche d'affari per gestire il collocamento. Nel pacchetto Cdp c'è poi la valorizzazione di Sace, il gruppo assicurativo-finanziario. Il piano di privatizzazioni del governo coinvolge anche le Poste e l'eni. L'esecutivo sta valutando la quotazione delle Poste, che potrebbe avvenire entro l'anno. Il Tesoro vuole anche cedere il 3% dell'eni, ma senza diluire l'azionista pubblico attraverso il riacquisto di azioni proprie (il ministero ha direttamente il 4,34% e il 25,76% tramite la Cdp, per un totale di 30,1%). Dal 6 gennaio il Cane a sei zampe ha dato il via all'operazione di buy-back ma sulla tempistica l'amministratore delegato, Paolo Scaroni, è stato sempre molto chiaro: «I tempi saranno lunghi- ha detto in più occasioni -. Per realizzare il precedente 10% ci abbiamo messo nove anni». Il piano del governo prevede che Eni prima acquisti azioni proprie per un 10% con un valore di mercato di circa 6 miliardi e poi annulli i titoli acquistati in modo da far crescere relativamente il peso delle quote in mano a Tesoro e Cdp, consentendo allo Stato di vendere il RIPRODUZIONE RISERVATA Protagonisti Presidente Franco Bassanini, 51 anni, presidente della Cassa depositi e prestiti L'ammiraglia La Royal Princess, ammiraglia della flotta Carnival varata da Fincantieri SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

12 14/01/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 43 (diffusione:619980, tiratura:779916) occupazione La tecnologia non sempre crea lavoro EDOARDO SEGANTINI P ur se in ritardo e senza la determinazione che ci si potrebbe augurare, il rilancio del lavoro sta finalmente assumendo una posizione di rilievo nell'agenda politica. Oggi il dibattito si concentra soprattutto sul tema delle regole - d'ingaggio, di fine lavoro, di flessibilità e di sicurezza - e a esso contribuiscono gli esperti più competenti - come, su questo giornale, Maurizio Ferrera - e, da ultima, la proposta del «Jobs Act» avanzata dal segretario del Pd Matteo Renzi. Si tratta di una discussione necessaria e utilissima, perché il mercato del lavoro italiano ha bisogno di essere migliorato e reso più fluido nell'interesse di chi vuole entrarci, dei lavoratori attuali e delle imprese, che sono il grande veicolo attraverso il quale passa (oppure non passa) la ripresa economica. Sarebbe però illusorio ritenere che buone regole bastino a rilanciare l'occupazione. Come spiegano autorevoli economisti, i fattori acceleranti o frenanti sono più d'uno e, tra questi, un ruolo importante lo svolge la diffusione di Internet e delle tecnologie digitali. Curiosamente, rispetto ad alcuni di cui si parla molto, questo tema è rimasto un po' in ombra, oscurato da altri, oggi più cool. Da una parte nessuno vuole parlar male del web apparendo retrogrado, vecchio, o, peggio, luddista. Dall'altra risentiamo di una sorta di pregiudizio positivo: tutto ciò che accade in rete, o per effetto della rete, è, per definizione, buono. Ma non solo. I giganti di Internet come Google, Facebook e Apple, sotto accusa per le pratiche di elusione fiscale e per l'imbarazzante contiguità con le intrusioni nella privacy, fanno circolare ricerche sull'«impatto occupazionale» che verrebbe generato da Internet. L'ultima riguarda la presunta creazione di 34 mila posti di lavoro in Italia e 230 mila in Europa grazie alla sola Facebook. Calcoli, si obietta, che non tengono conto dell'occupazione persa negli altri settori. Un'azienda che usa il maggior social network per farsi pubblicità o comunicare con i clienti, infatti, sottrarrà risorse ai canali tradizionali, con un saldo occupazionale negativo. Ricerche indipendenti, fuor di propaganda, dicono per la verità l'esatto opposto: le tecnologie digitali stanno cancellando posti di lavoro e, in assenza di politiche adeguate, ancora ne elimineranno nei prossimi anni. La cosiddetta jobless recovery (ripresa senza occupazione) non è inevitabile ma è un pericolo che non può essere ignorato. Stando a casa o in mobilità, usando un pc, un ipad o uno smartphone, possiamo accedere direttamente a servizi prima erogati da persone: banche, assicurazioni, turismo, interi settori economici, dice un rapporto McKinsey, sono coinvolti in un processo di «disintermediazione» che riduce fortemente l'occupazione impiegatizia e la classe media. E uno studio, altrettanto interessante, sull'impatto dell'intelligenza artificiale, realizzato da Gartner, mette in luce la velocità del cambiamento e l'impatto dei sistemi digitali più avanzati: l'ipotesi di una strage di colletti bianchi nei prossimi vent'anni non è una cupa e infondata fantasia futurista ma un rischio da non sottovalutare. I più ottimisti sono convinti che i mercati avranno la forza e la capacità di creare con una mano ciò che con l'altra distruggono. Tutti però concordano sul fatto che il cambiamento in corso, paragonabile alle altre «rivoluzioni industriali» della storia umana, lanci la sfida a ripensare, oltre alle regole, il sistema della formazione e l'organizzazione del lavoro, nei suoi modi e nelle sue finalità. Altro che luddismo: ben venga la tecnologia, ma innovando anche la società. RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

13 14/01/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) INDUSTRIA Produzione in aumento a novembre dopo 26 mesi Luca Orlando u pagina 5 Luca Orlando MILANO. L'ultima volta era accaduto nell'agosto del Da allora solo buio, con la produzione industriale italiana che iniziava ad avvitarsi nella più lunga recessione dal dopoguerra, 26 mesi consecutivi in rosso che sono arrivati a bruciare quasi un quarto dell'output nazionale. Trend che finalmente a novembre si inverte, con l'istat che segnala una crescita tendenziale dell'1,4%, "bissata" da un aumento congiunturale dello 0,3%, terzo rialzo mensile consecutivo, mentre il Centro Studi di Confindustria indica anche per dicembre un aumento annuo dell'1,3%. Parlare di ripresa sarebbe certamente eccessivo, osservando il grafico si vede un solitario segno più dopo una lunga teoria di dati negativi e dunque per poter considerare archiviata la crisi occorreranno ben altre conferme. E tuttavia qualche spazio di ottimismo aggiuntivo è ora concesso, soprattutto guardando allo sviluppo omogeneo dell'output di novembre, che escludendo dal calcoli la più volatile attività estrattiva, vede per il comparto manifatturiero in senso stretto una crescita tendenziale che migliora ancora all'1,7%. In tutti i raggruppamenti principali di industrie, infatti, i risultati sono in netto miglioramento rispetto ai mesi precedenti, con il picco dei beni intermedi, in crescita del 5,1%, secondo segno più consecutivo. In crescita anche i beni di consumo non durevole mentre i beni strumentali arrestano la caduta arrivando allo zero: nulla di entusiasmante in assoluto se non si trattasse del miglior risultato da dicembre Negativa resta invece la produzione di beni di consumo durevole, quindi elettrodomestici, mobili, auto e moto, ma anche in questo caso la frenata di novembre, pari al 3,1%, è la metà rispetto al dato dei primi 11 mesi dell'anno. All'interno dei singoli settori produttivi sono finalmente i segni più a prevalere, mentre i rallentamenti tendenziali rappresentano un'eccezione. I risultati migliori, con crescita a doppia cifra, sono per farmaceutica e apparati elettrici. Ma l'aumento della produzione coinvolge anche alimentari, chimica, gomma-plastica, metallurgia e prodotti in metallo. Carta, legno ed elettronica sono praticamente al palo (-0,7% su base annua) mentre in frenata più decisa sono tessile-abbigliamento e macchinari. Alla crescita di novembre, per il Centro Studi di Confindustria, seguirà un dato positivo anche a dicembre, un aumento su base annua dell'1,3% (con crescita zero tuttavia su base mensile) che porterà il quarto trimestre in territorio positivo dopo un calo di quasi 11 punti accumulato in dieci trimestri. Le prospettive paiono positive anche sul fronte degli ordini, in crescita dell'1,8% nell'ultimo mese dell'anno su base tendenziale, dello 0,7% rispetto a novembre. Se le stime fossero rispettate, la produzione industriale italiana dovrebbe chiudere il 2013 con un calo del 2,8%, flessione più che dimezzata rispetto al tracollo di oltre sei punti dell'anno precedente. Spiragli di ottimismo a cui si aggiunge l'indice anticipatore Ocse, che per l'italia evidenzia un quadro complessivo in via di miglioramento da 14 mesi consecutivi. L'indice di novembre stima per il nostro paese un incremento annuo del 2,5%, livello più che doppio rispetto alla media generale, miglior risultato in assoluto tra tutti i paesi analizzati. Per una volta, insomma, i primi della classe siamo noi. RIPRODUZIONE RISERVATA LA PAROLA CHIAVE Indice anticipatore Ogni mese l'ocse calcola per ciascun paese un indice che anticipa le tendenze e i punti di svolta del ciclo economico. Gli indicatori presi in esame per l'italia sono: fiducia dei consumatori, ordini dell'industria, tendenze della produzione, inflazione, importazioni dalla Germania. I SETTORI Novembre 2013, variazione % (indici in base 2010 = 100) L'ANDAMENTO TENDENZIALE Novembre , var. % mese per mese, dati corretti per gli effetti del calendario +1,7 Attività manifatturiera Prodotti farmaceutici Prodotti chimici +1,9 Alimentari, tabacco +2,8 Gomma, materie plastiche +3,8 mezzi di trasporto Metallurgia +3,7 Apparecchiature elettriche 0 4 TOTALE SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

14 14/01/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) +1,4% VARIAZIONE PERCENTUALE RISPETTO A NOVEMBRE 2012Le performance a novembre SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

15 14/01/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) Intervista. «Le zavorre del Paese: burocrazia, storture della politica e credit crunch» Della Valle: due mesi per salvare l'italia Giulia Crivelli Diego Della Valle è a Milano per la presentazione di Tod's durante le sfilate uomo. È entusiasta se parla di made in Italy, artigianalità, filiera tessile-moda, del nuovo spirito di collaborazione tra istituzioni e imprese del settore. Vien da pensare che sia diventato ottimista sul futuro del Paese. Ma non è così.intervista u pagina 4 di Giulia Crivelli Il nostro Paese ha ancora molti punti di forza, a sentire lei. La ripresa è vicina? Si allontana ogni giorno di più. Abbiamo un orizzonte temporale molto limitato, direi un paio di mesi al massimo, per introdurre quei cambiamenti di sistema che possono salvare il Paese. I politici attualmente al Governo devono dimostrare in questi due mesi di saper fare, dopo aver promesso e dopo essersi proposti come la generazione del tanto, troppo, atteso cambiamento. In caso contrario, devono andarsene. Sento parlare di fine del tunnel, ma la porta che divide la crisi dalla ripresa resterà aperta per poco: noi imprenditori, noi cittadini, dobbiamo mettere un piede nello stipite di quella porta e impedire che si chiuda. I politici da soli non sono in grado, è evidente. Perché parla di pochi mesi? Perché le aziende, soprattutto le piccole e le medie, sono allo stremo. Il 2013 è stato un altro anno pesantissimo e i bilanci, con relativo reale conteggio dei danni, si chiuderanno entro marzo: allora le aziende capiranno quanto ancora fragili siamo i loro conti e quanto limitata la capacità, ad esempio, di fare nuove assunzioni. Senza creazione di lavoro i consumi non si rilanciano e il Paese non riparte. Ma siamo davvero in un circolo vizioso, perché anche chi ha ancora voglia di fare e idee si scontra con il credit crunch. Gli ultimi dati del Centro studi di Confindustria parlano chiaro: i prestiti alle imprese sono calati del 10,5% dal settembre 2011, cioè di 96 miliardi. Il problema tocca da vicino anche il suo settore (si veda Moda24 del 10 gennaio). Vuole fare l'ennesimo appello? Sono stanco, ma lo farò. Ho criticato banchieri come Giovanni Bazoli, Giuseppe Guzzetti e altri ancora, e sono stato a mia volta criticato, duramente, per averlo fatto. Non si vuole capire che non è una questione personale. Le banche devono tornare a fare le banche, cioè ad ascoltare le esigenze di credito del territorio e in particolare delle imprese. Una volta questo ruolo le casse di risparmio, ad esempio, lo svolgevano egregiamente. Gli artigiani e i piccoli imprenditori chiedevano un appuntamento con il direttore della loro banca, portavano in dote la loro reputazione di persone serie e oneste, idee e visione. Mio padre ha gettato le basi per il gruppo Tod's così. Lei che cosa proporrebbe? Propongo di ricavare un ufficio in ogni banca per i direttori andati in pensione o magari prepensionati per fare spazio a giovani preparati ma non esperti. Ridiamo loro un ufficio e la possibilità di incontrare chi chiede un prestito per ampliare la propria attività. Attenzione: non sto dicendo che i moderni sistemi di valutazione della solvibilità di un'impresa siano da buttare, ma che si è perso il contatto tra le persone e che si è affidato a computer e persone con mentalità più asettica un compito che ha bisogno anche di una forte sensibilità personale. Nei grandi istituti nessuno vede queste storture? In realtà, e questo è paradossale, in Intesa Sanpaolo e Unicredit, oltre alla qualità degli ad e dei direttori generali, nelle seconde file di management è pieno di persone di buona volontà e molto serie. Questo è un altro punto dolente, la nostra incapacità di far spazio alle nuove generazione. E in ogni caso ritengo ottima l'iniziativa di Unicredit, che nell'ultimo anno ha erogato cento milioni ad altrettante Pmi della moda, per sostenerle e dare un futuro alla filiera. Veniamo al settore moda. Le torna l'ottimismo? SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

16 14/01/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) L'Italia è il Bengodi della qualità, dello stile, del bello e ben fatto. Ci sono i grandi marchi, certo, ma le aziende, compresa la mia, sono diventate famose a livello globale con i loro marchi perché traggono forza dall'industria, dall'artigianato. Dobbiamo rafforzare le scuole professionali, ridare dignità, valore, fascino e peso sociale al lavoro in fabbrica. Pensi al mondo dei cuochi: dieci anni fa nessun giovane voleva iniziare quella carriera, oggi, complice forse persino una trasmissione come Masterchef, sembra il mestiere più glamour del mondo. Deve essere così anche per i mestieri d'arte artigianali. Suo padre iniziò come artigiano, lei passa la maggior parte del suo tempo a girare per le fabbriche da solo o con compratori stranieri. Come descrive il lavoro degli artigiani? Sono donne e uomini del Rinascimento, sanno inventare e reinventare ogni giorno il proprio lavoro, trasformano materie prime in oggetti bellissimi. Certo, sarebbe utile pagarli di più. Le aziende che se lo possono permettere già lo fanno e magari danno premi di produzione, ma il nodo è il cuneo fiscale: sarebbe utile ridurlo. Torniamo al sistema Paese: politica e burocrazia sono le vere zavorre. Lo ridico, abbiamo pochi mesi prima di toccare il fondo e non riuscire più a risalire. Oltre al tessile-moda su cosa deve puntare il Paese? Su un grande progetto turismo. Ci sono decine di milioni di turisti, cinesi compresi, che sognano di venire qui. Per mangiare, vivere come noi, stare al sole o sciare come noi, e soprattutto vedere il patrimonio artisticoculturale. Noi come rispondiamo? Abbiamo un sistema di promozione turistica federalista e ogni regione o provincia o comune, o meglio ogni assessore, pensa solo al suo piccolo interesse e alla sua poltrona. Le scuole alberghiere non insegnano il cinese, gli alberghi non hanno personale che parla cinese. Pensi agli aeroporti, brutti e impresentabili, soprattutto in confronto ai grandi scali mondiali. Come mai nessuno, anche in vista di Expo 2015, ha pensato per tempo che bisognava rifarli, partendo da Milano e Roma e avere così un biglietto da visita eccellente per il nostro Paese? Dubai ha vinto l'expo 2020 e ha già quasi raddoppiato il suo già stupendo aeroporto! Questo vale per tutte le nostre infrastrutture: come dicevo prima, ci vuole un grande progetto Paese, che passa per il turismo e va pensato in grande, con una grande visione. Vuole scendere politica? Mai voluto. E spero che le persone giovani alla ribalta in quest'ultimo periodo siano in grado di cambiare in tempi brevissimi l'approccio su come individuare risolvere i problemi seri del Paese. Per questo sono un forte sostenitore della discontinuità, della classe politica e di quella dirigente. C'è bisogno di gente nuova che voglia bene al Paese e che non si preoccupi solo di difendere la poltrona e i privilegi che ne derivano. Questo mondo è finito, bisogna solo voltare pagina. RIPRODUZIONE RISERVATA Foto: Al vertice. Diego Della Valle, ceo e presidente del Gruppo Tod's, quotato a Milano, che nei primi 9 mesi 2013 ha avuto ricavi per 752,6 milioni SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

17 14/01/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) BASILEA 3 Ora la «leva» deve tradursi in più credito alle imprese Marco Onado Il Comitato di Basilea ha approvato la versione definitiva del cosiddetto leverage ratio, che pone un limite minimo al capitale che le banche devono detenere rispetto al totale dell'attivo. Si tratta - come ha detto Mario Draghi - di un importante passo avanti nella costruzione di Basilea-3 perché un limite semplice fra due grandezze-chiave e trasparenti del bilancio rappresenta una necessaria integrazione ai coefficienti fin troppo sofisticati che hanno finora determinato il capitale in funzione del grado di rischio delle varie attività della banca. Il nuovo impianto comincerà ad essere operativo dall'inizio dell'anno, quando le autorità pubblicheranno i primi risultati, ma è in qualche modo nella fase sperimentale, in quanto il Comitato di Basilea ha già annunciato che il disegno finale verrà definito nel 2017, per entrare a regime con l'inizio dell'anno successivo. C'è da sperare che in questo lasso di tempo le norme vengano rese più stringenti di quanto siano in questa prima fase, che sembra dominata dal desiderio di non modificare troppo lo status quo e soprattutto di tener conto delle esigenze delle grandi banche globali, come dimostrano i consistenti aumenti di prezzo messi a segno dalle azioni di Barclays, Deutsche Bank e simili nella giornata di ieri. Ci sono molti motivi per cui una stretta ulteriore appare non solo opportuna, ma necessaria. Primo. L'imposizione di un limite minimo al capitale in percentuale del totale dell'attivo non è una novità. Venne infatti introdotto dalla Banca d'italia in sede di prima applicazione dei principi di Basilea alla fine degli anni Ottanta e poi lasciato cadere perché non previsto dalla direttiva europea, che aveva - c'è da stupirsi? - tenuto conto delle forti pressioni esercitate da banche francesi e tedesche. E secondo la testimonianza di Sheila Bair, già presidente della Fdic americana, un tentativo di introdurre questo limite nel 2006, quando la crisi era ormai alle porte, venne brutalmente stoppato da quegli stessi interessi. Dunque, il passo avanti di oggi è solo la correzione delle omissioni del passato. Secondo. Proprio per le debolezze di Basilea-2, le banche - soprattutto quelle più grandi che godevano dello stato di "troppo grandi per fallire" - negli anni precedenti la crisi hanno portato l'indebitamento a livelli estremi: il caso più clamoroso è quello di Deutsche Bank che aveva debiti pari a 50 volte il capitale. Un livello sconosciuto persino agli hedge fund. Piaccia o no, nei precedenti regimi di Basilea, le grandi banche hanno sfruttato tutti i gradi di discrezionalità loro concesse per rafforzare il capitale solo rispetto alle mitiche «attività ponderate per il rischio», ma non rispetto al totale dell'attivo. E in questo modo esse hanno addirittura potuto ridurre in valore assoluto il livello del patrimonio. Per le principali banche internazionali del campione Mediobanca, dal 1999 al 2007 gli aumenti di capitale realizzati sono stati inferiori ai deflussi di patrimonio (per dividendi e buyback) per quasi 200 miliardi di euro in Europa e per oltre 400 miliardi di dollari negli Stati Uniti. In altre parole, i mitici livelli di redditività (e di altrettanto mitico valore creato per gli azionisti) erano dovuti al fatto che la base patrimoniale veniva sistematicamente assottigliata, sotto gli occhi tanto distratti quanto benevoli dei principi di Basilea allora imperanti. Detto in altri termini, la ricapitalizzazione a tappe forzate che le autorità hanno opportunamente imposto da quando è scoppiata la crisi, serve innanzitutto a correggere l'indebolimento tollerato in precedenza: dunque il livello attuale previsto non deve affatto essere considerato quello di equilibrio. Tanto è vero che vi è un vasto corpo di ricerca teorica ed empirica che sostiene che il capitale delle banche deve in prospettiva essere notevolmente superiore al 3 per cento fissato oggi soprattutto per ragioni di real politik. Il rapporto della Commissione indipendente britannica incaricata di studiare la normativa per mettere in sicurezza il sistema bancario, aveva parlato di un limite minimo addirittura del 10 per cento, peraltro inferiore a quello indicato in un recente paper della Bank of England o da studiosi come Anat Admati e Martin Hellwig. Si tratta forse di valori che peccano nel senso opposto, anche se nessuno dei proponenti pare afflitto da furori giacobini, ma SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

18 14/01/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1 (diffusione:334076, tiratura:405061) che comunque indicano che il risultato oggi raggiunto deve essere visto come una tappa verso una correzione degli eccessi del passato, non come un traguardo definitivo. Terzo. Uno dei meriti del limite all'indebitamento definito domenica a Basilea è quello di tener conto anche di attività fuori bilancio e dunque delle voci che contribuiscono ad alimentare operazioni di trading e speculative, che rappresentano un rischio non solo per le banche che le pongono in essere, ma anche per il sistema finanziario nel suo complesso. La via maestra per evitare che queste operazioni (che non contribuiscono se non in modo blando ed indiretto all'attività produttiva) possano assumere dimensioni eccessive è quella di obbligare le banche ad usare un livello congruo di capitali propri, non solo quelli degli altri. Quindi un limite basso e/o modalità generose di calcolo della base di riferimento possono correggere solo in parte la distorsione derivante dall'indebitamento eccessivo, che ha incentivato in passato le banche ad assumere rischi che in alcuni casi hanno avuto effetti devastanti. E banche come quelle italiane che meno sono orientate a questo tipo di attività, hanno tutto da guadagnare da norme più severe al riguardo. Bene insomma aver finalmente colmato una delle lacune più gravi di quella macchina complessa che è la disciplina di Basilea, ma non possiamo accontentarci dei criteri fissati per la prima applicazione. Questa fase sperimentale dovrà essere utilizzata anche per stringere molti bulloni. RIPRODUZIONE RISERVATA SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

19 14/01/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 1 (diffusione:556325, tiratura:710716) "Per la sede decideremo gli Usa offrono vantaggi" Marchionne resta in Fiat altri 3 anni "Le Alfa saranno prodotte in Italia" 9 PAOLO GRISERI DETROIT Marchionne resta in Fiat altri 3 anni "Le Alfa saranno prodotte in Italia" A PAGINA 13 DETROIT - Sarà Sergio Marchionne a gestire fino a fine decennio la nuova società che nasce in queste settimane dalla fusione tra Fiat e Chrysler: «Marchionne resterà al suo posto almeno fino alla fine del piano triennale che presenteremo a maggio», conferma in conferenza stampa John Elkann, presidente «particolarmente felice» per l'acquisizione di Chrysler. «Arrivare a Detroit era il sogno di mio nonno e del nonno di mio nonno», dice ricordando insieme l'avvocato e il fondatore della Fiat, Giovanni Agnelli. Come si tradurrà in realtà quel sogno, che cosa resterà delle radici italiane nella nuova società lo scopriremo il 29 gennaio al termine del consiglio di amministrazione del Lingotto. Marchionne fornisce alcune anticipazioni. «Non nascerà una società nuova. La società c'è già, è la Fiat che ha acquistato la Chrysler. Valuteremo tempi e modi per portarla a Wall Street». Servirà un convertendo per i nuovi modelli che realizzerete? «È una delle ipotesi ma non l'abbiamo sposata». Si dovrà decidere in fretta anche il nome della società nuova che sbarcherà alla Borsa di New York: «Posso dire con assoluta certezza che avrà al suo interno sia Chrysler che Fiat». Più probabilmente sarà un nome completamente nuovo (c'è chi ipotizza «motor company») con Fiat e Chrysler nella dicitura. Più complessa la discussione sulla sede centrale, il cosiddetto quartier generale. Anche questa decisione verrà annunciata il 29 gennaio. In Italia i vertici del Lingotto hanno sempre detto che «una società globale non ha un solo quartier generale ma diverse sedi continentali ugualmente importanti». Ieri, rispondendo alle domande dei giornalisti americani, Marchionne ha detto che «certamente Detroit potrebbe avere le caratteristiche per diventare il quartier generale del nuovo gruppo». Solo nelle prossime settimane capiremo se si è trattato di una semplice dichiarazione ipotetica o se invece era l'anticipazione di una scelta.qualche certezza è venuta sulle produzioni italiane. «Il piano industriale lo presenteremo il 2 maggio», ha detto l'ad ironizzando sul fatto che «il giorno prima, il primo maggio, si riunirà il consiglio di amministrazione». «Fino a quando io sarò amministratore delegato - ha aggiunto - tutte le Alfa saranno prodotte in Italia». Affermazione importante perché potrebbe dare certezze alle missioni dei diversi stabilimenti della Penisola. I rapporti con l'italia rimangono quelli scelti con l'arrivo di Marchionne nel 2004: «Negli ultimi dieci anni - dice John Elkann - abbiamo avuto un rapporto costruttivo con la politica italiana: Fiat ha investito e non ha chiesto aiuti». E quando si chiede a Marchionne se teme una nuova instabilità politica, l'ad mostra meno apprensione di un tempo: «Come azienda abbiamo attraversato turbolenze peggiori». In sostanza, più la Fiat diventa globale, meno dipende dalla politica italiana.quanto diventerà ancora globale la Fiat? A quali ulteriori alleanze pensa? «Si fanno tanti nomi, compresi quelli di Suzuki e Peugeot ma non c'è nulla di deciso, parliamo con tutti», dice Marchionne ai giornalisti italiani. A quelli americani smentisce l'ipotesi Peugeot ma non la esclude del tutto. In tanto parlare di futuro, il presente di Fiat-Chrysler in Usa è la nuova 500c, l'auto destinata alla classe media che domina lo stand del Motor Show: dal suo successo dipende buona parte delle vendite dei prossimi anni.per SAPERNE DI PIÙ Foto: ALLA GUIDA L'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

20 14/01/2014 La Repubblica - Ed. nazionale Pag. 22 (diffusione:556325, tiratura:710716) Alitalia, vertici confermati per l'abbraccio con Etihad Ok dei soci all'aumento di capitale. La compagnia del Golfo: sì alla trattativa ma niente fretta Del Torchio ottimista: fase esplorativa ma siamo determinati a concludere LUCIO CILLIS ROMA - Nuovi soci, nuovo cda, tanto ottimismo per il Le parole più importanti per Alitalia sono proprio queste, nel giorno del cambio di passo dopo cinque anni di delusioni se non di cocenti fallimenti. La cordata originaria fatta da 21 "patrioti" è uscita con le ossa rotte dall'avventura che Silvio Berlusconi nel 2008 aveva creato dalle ceneri di una compagnia di bandiera fallita e rifiutata perfino dai compagni di avventure di una vita, i francoolandesi di Air France-Klm. Ieri l'ultimo atto della Cai prima maniera, che aveva tentato inutilmente di risollevare le sorti di un'azienda difficile da tenere in volo. Ma i soci, anziché diminuire, sono aumentati passando dagli originari 21 a 24. Merito, forse, dell'odore di Etihad, il vettore che conferma il proprio interesse per Alitalia. Una presenza che ha evidentemente convinto gran parte dei soci a tentare di giocare la schedina del Golfo sperando nel colpo gobbo. Etihad potrebbe quindi entrare presto, in Alitalia anche se non nei prossimi giorni. Come ha spiegato lo stesso numero uno del vettore del Golfo, James Hogan, «noi non abbiamo fretta, siamo ancora in una fase preliminare dell'analisi su Alitalia. Stiamo lavorando». Hogan ha anche precisato che le alleanze non si creano dal nulla in poche settimane: «Non ho alcuna intenzione di farne una con Alitalia per la fine del mese». Insomma, di un patto serio col sigillo di tutti i soggetti interessati, se ne parlerà probabilmente a fine marzo o entro Pasqua, anche se fonti vicine al dossier scommettono su una soluzione positiva già a fine febbraio. Il fronte dei soci, in precedenza molto frammentato, dopo l'aumento di capitale da quasi 400 milioni è stato riscritto: rispetto al 2009 Air France ha ridimensionato la propria quota scendendo dal 25% a poco più del 7%. Il primo azionista è oggi Intesa Sanpaolo con il 20,59%, seguito dalla nuova entrata Poste Italiane (19,48%) e Unicredit col 13%. Resta tra gli azionisti più importanti anche la Immsi di Roberto Colaninno col 10,19%e Atlantia, al 7,44%. in totale tre nuovi soci, mentre su 24 azionisti sono quattro quelli "forti", con oltre il 10%, mentre altri 12 hanno in tasca meno dell'1% della società. Anche l'ad di Alitalia Gabriele Del Torchio, riconfermato con Roberto Colaninno per portare Alitalia tra le braccia del pretendente arabo, è ottimista. E non potrebbe essere altrimenti: ha incassato un difficile via libera all'aumento di capitale ed è pronto a discutere coi sindacati di risparmi «ma senza ricorrere a tagli di posti di lavoro», precisa. E aggiunge: «Con Etihad siamo ancora in una fase esplorativa, ci scambiamo idee e progetti, ma se il buon giorno si vede dal mattino, allora sono ottimista». Insomma Del Torchio ripete il suo mantra spiegando di essere «sulla strada giusta. In quest'ultimo periodo abbiamo sofferto molto mai risultati di inizio anno ci danno molta fiducia: gli italiani tornano a volare Alitalia». Le tappe FASE PRELIMINARE Etihad e Alitalia in queste ore si stanno scambiando solo informazioni sul network e sulle possibili sinergie senza scendere nei dettagli di un vero e proprio accordo LA DUE DILIGENCE Il passo successivo alla fase preliminare è quello della "due diligence", ovvero del controllo accurato dei dati finanziari della società da acquisire e quindi di Alitalia POSSIBILE ACCORDO Se le due compagnie arriveranno al momento cruciale della firma di una fusione prevista, nel caso, in primavera, Etihad non potrà superare il 49% del capitale complessivo Foto: Alitalia-Etihad, accordo possibile ma non a breve SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 14/01/

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