Nei bassifondi dickensiani, pullula una città «al quadrato» MES AYNAK ARCHEOLOGIA A RISCHIO ZÁTOPEK STEFANIA BIANCHINI CINEMA RITROVATO

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1 MES AYNAK ARCHEOLOGIA A RISCHIO ZÁTOPEK STEFANIA BIANCHINI CINEMA RITROVATO FEBBRE DISCO LELIO LUTTAZZI L EGITTO DI IBRAHIM EL BATOUT NEL RIONE SANITÀ «SODOMA» PRENDE IN GIRO I BOSS, APRE UN TEATRO IN UNA CHIESA SCONSACRATA, BEETHOVEN BATTE I NEOMELODICI E SI SOGNA UN BEAUBOURG PARTENOPEO REPORTAGE Nei bassifondi dickensiani, pullula una città «al quadrato» di ANGELO MASTRANDREA NAPOLI Il modo più semplice per scendere alla Sanità è prendere l ascensore. Dal ponte fatto costruire da Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat agli inizi dell 800 per consentire ai regnanti francesi di raggiungere la reggia di Capodimonte senza ritrovarsi assediato dal popolino lazzaro, oggi intitolato alla partigiana Maddalena Cerasuolo che durante le Quattro giornate di Napoli riuscì a impedire che i nazisti lo facessero saltare, si gode una vista invidiabile sui palazzi seicenteschi in decadenza e sulla cupola maiolicata in ceramica giallo-verde di Vietri della chiesa consacrata a Santa Maria della Sanità ma da tutti attribuita al «monacone» San Vincenzo Ferrer, santo d importazione spagnola. È l unico caso al mondo in cui la metafora dell ascensore sociale si materializza nella sua fisicità: dai piani alti dove la classe media napoletana si estranea dalla plebe si scende nelle sue viscere, ribollenti di vita come in un qualsiasi organismo umano. Proseguendo la discesa agli inferi, la luce lascia il posto al buio e il rumore al silenzio. Gli abitanti della Sanità sono seduti su un antico cimitero di anime sante e vittime di peste o carestie, come in quel quartiere poverissimo del Cairo in cui la morte serve a dar rifugio alla vita. SEGUE A PAGINA 2

2 (2) ALIAS REPORTAGE VIAGGI LA CULTURA DEL BASSO Nel quartiere popolare che fu di Totò e ispirò Eduardo nascono un teatro autogestito e un ensemble musicale. E nelle cave di tufo, tra leggende e vecchie Topolino, si coltiva il sogno di un Beaubourg napoletano RIONE SANITÀ SEGUE DA PAGINA 1 L ascensore funziona dalle 7 alle 21,30. Poi il rione rimane isolato, come lo avevano voluto i francesi e in seguito i napoletani dei quartieri confinanti, che hanno provveduto a murare le strade d accesso. È allora che diventa territorio di scorribande di giovani e giovanissimi in motorino: in due, in tre, in quattro, senza casco o tenendolo poggiato sulle spalle in segno di irrisione alle regole del vivere civile, in centinaia sfrecciano chiassosi in su e in giù come pesci impazziti in un acquario dal quale non possono e non vogliono uscire. «Qui il sogno delle ragazze è diventare veline in tv e i ragazzi pensano solo al motorino e alla droga», afferma sconsolato padre Alex Zanotelli, missionario comboniano che ha preferito il «terzo mondo interno» della Sanità a quello africano della baraccopoli di Korogocho, in Kenya, dove ha vissuto per oltre un decennio. È la logica del ghetto: nessuno esce dal suo territorio perché al di là si sentirebbe fuor d acqua. Sarà per questo che buona parte dei ragazzi di questa énclave di 67 mila abitanti incastonata nel cuore della città, a un passo dal salotto buono di piazza Plebiscito, non ha mai visto il mare. «Quanti incidenti accadono qui ogni giorno?» si chiede stupita una coppia di islandesi capitata chissà come al bed and breakfast del Monacone, annesso alla basilica e gestito da una cooperativa di ragazzi del quartiere. «Pochissimi», risponde sorridendo uno di loro, senza riuscire a trovare le parole per far comprendere il codice non scritto del caos organizzato che qui tutti rispettano. La Sanità, dice lo scrittore Ermanno Rea, è una «Napoli al quadrato», dove ogni aspetto della napoletanità è amplificato e rimbomba tra i vicoli come la voce di un attore in una cavea. L aspetto peggiore sono i morti ammazzati per strada, il modello socio-economico camorrista considerato l unico possibile, la disgregazione sociale appena mitigata dall unica appartenenza comune: il tifo sfegatato, quasi una religione, per la squadra di calcio del Napoli. Il bed and breakfast del Monacone è invece uno dei fiori all occhiello dell altra Sanità. Ricavato nell ex dormitorio della chiesa, a un fianco della cupola maiolicata e delle altre dodici cupolette che circondano questo tesoro nascosto del barocco partenopeo, esso è figlio del genio visionario di don Antonio Loffredo, un parroco che ha saputo riscoprire i tesori del quartiere e, con il piglio di un imprenditore votato al benessere sociale piuttosto che al profitto, ha saputo vincere la sfida più difficile: affidarli ai ragazzi del quartiere e far sì che siano loro a valorizzarli e prendersene cura. Nando è uno di questi. Ha 23 anni, un fisico asciutto, quasi esile, ed è l «amministratore delegato» della cooperativa che gestisce anche le visite alle catacombe. Indossa una t-shirt rossa con un numero 1 impresso sul didietro e la scritta «portieri si nasce». «Alla Sanità siamo come topi in trappola», commenta con un sorriso amaro la chiusura del quartiere verso l esterno. Però loro il muro della reciproca diffidenza stanno provando ad abbatterlo. Non è facile, perché si tratta di «Sott o ponte», dove la vita è tutta un teatro demolire i pregiudizi della «Napoli bene» verso questa parte di città non pacificata e contemporaneamente quelli dei suoi abitanti nei confronti di chi non è del quartiere. Una volta crollato questo cadranno anche quelli fisici. «La chiusura di un luogo si riflette fatalmente sulla mentalità dei suoi abitanti. Quando un estraneo entra in questo Rione, la gente si fa guardinga, sospettosa. Sa per esperienza che invariabilmente, prima o poi, si verificherà un saccheggio e lo anticipa paventandolo», scrive padre Loffredo in un libro appena pubblicato per Mondadori, Noi del Rione Sanità, in cui racconta la sua scommessa e quella dei ragazzi che lo hanno seguito. Padre Loffredo è convinto che sia possibile riuscirci in un solo modo: togliendo ai camorristi i loro figli e creando un modello socio-economico alternativo a quello fondato sull illegalità. Pian piano, l utopia si sta trasformando in realtà. Ma la strada da percorrere è ancora molta. Adele Pizzillo è una ragazza della Sanità, dai tratti mediterranei. Ha studiato Archeologia all università, ha imparato il francese a Grenoble e l inglese a Malta. Ora insegna ai turisti a non aver paura della gente del quartiere e li traghetta, novella Caronte, nei labirinti del sottosuolo. Il suo compito, oggi, è di far vedere quello che ancora non c è. Di mostrare un sogno non ancora realizzato. Per provare a interpretarlo, è necessario arrivare in cima alla valle della Sanità ed entrare in una delle grotte di tufo che punteggiano la montagna. Fior di sociologi e intellettuali hanno ripreso la metafora benjaminiana della «città porosa», a volte dimenticando che il filosofo tedesco partiva dall assunto che la natura vulcanica del terreno su cui Napoli è costruita la rendono davvero simile a una gigantesca spugna. E ciò ne ha influenzato in maniera decisiva l architettura e di conseguenza le abitudini dei suoi abitanti. Questi pori su cui poggia la città sono oggi diventati parcheggi per auto, molti sono abbandonati, e su quel che si trova in quelle gallerie si rincorrono voci e leggende: una vecchia 500 truccata capace di raggiungere i 200 km/h, un camioncino su cui è montato il motore di un aereo. Motorini sequestrati e slot machine. Nel nostro piccolo, ci imbattiamo in una barca e una Topolino d antan. Il progettoche lagiovane guidaha ilcompito diillustrareèquello di realizzareinqueste gigantesche cavità unadi20 milametri quadri, un altradi40mila unasortadi Centre Pompidou sotterraneo. È necessariochiuderegli occhiefar volarel immaginazione mentreadele Pizzillo parla di biblioteche, teatri, cinema, mostre d arte in questo labirintodigrotte. Napoliha bisogno di visionari «al quadrato» per provare arinascere. Ermanno Rea, chesi consideracittadino diquesto quartiereprimaancora che napoletano, osserva soddisfatto, ad occhiaperti, il Beaubourgdella Sanità. Tra i vicoli di Sodoma Passeggiando all ombra del ponte intitolato alla partigiana Maddalena Cerasuolo, dove non crescono più gli aranci e i limoni descritti da Pompeo Sarnelli nella secentesca Nuova guida de forestieri, si rimane sorpresi dall umanità che abita l al di sotto della città. Messa a confronto con Scampia, altro ghetto cittadino, la Sanità appare il suo opposto: silenziosa e deserta, priva d identità e pienamente dentro la modernità capitalistica la prima la «schiuma nera della modernità napoletana» per Rea, un quartiere da radere al suolo «per permettere di ricostruire una comunità» secondo Zanotelli; chiassosa e sopra le righe quest ultima, cementata da un senso d appartenenza che gli deriva dalla sua storia, l habitus mentale dei suoi cittadini scalfito solo in superficie dalla modernità. Qui sono nati il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, il regista cinematografico Pasquale Squitieri e l attore Gigi Reder, il "ragionier Filini" partner di Paolo Villaggio nella fortunata serie Fantozzi. Eduardo de Filippo, genio incontrastato del teatro partenopeo del 900, vi ambientò una delle sue commedie più famose: Il sindaco del Rione Sanità. Vittorio de Sica girò qui una delle scene indimenticabili di Ieri oggi e domani: una Sophia Loren col pancione percorre al contrario la Salita Cinesi, così detta perché nel XVIII secolo il missionario Matteo Ripa, fondatore dell Università L Orientale, tornando dalla Cina vi aveva fatto costruire una scuola per i giovani che lo avevano seguito da Pechino. Salvatore di Giacomo fu

3 ispirato dal codice d onore che vigeva nei suoi vicoli quando scrisse Lo sfregio, storia di una donna che protegge il suo protettore-fidanzato camorrista che l ha sfregiata con una rasoiata: «Ha tagliata la faccia a Peppenella/ Gennariello de la Sanità;/ che rasulata! Mo la puverella/ mo proprio è stata a farse mmedecà./ Pò ll hanno misa int a na carruzzella,/ è ghiuta a ll Ispezzione a dichiarà,/ e o delicato, don Ciccio Pacella,/ll ha ditto: -Iammo! Dì la verità./ Ch è stato, nu rasulo, nu curtiello?/ Giura primma, llà sta nu crucefisso/ (e s ha tuccato mpont a lu cappiello)./ Dì, nun t ammenacciava spisso spisso?/ Chi? - rispuost essa - Chi? Gennariello!/ No! V o giuro, signò! Nun è stat isso!» Vincenzo Pirozzi prova a rimanere nel solco di siffatta tradizione, sfruttando la capacità «porosa» della cultura napoletana di tramandare la lezione dei «maestri» e di assorbire le nuove culture rielaborando il tutto in modi ogni volta inaspettati. Avrebbe potuto seguire la sorte di suo padre, braccio destro del boss Giuseppe Misso personaggio legato all estrema destra, coinvolto e poi assolto nell inchiesta sulla strage del 1984 sul treno Napoli-Milano, un nipote cui è stato dato il nome di un rivoluzionario: Emiliano Zapata. Invece è uno di quei figli tolti alla malavita di cui parla padre Antonio Loffredo. Ha imboccato la strada della recitazione, un arte nelle corde di tutti in un quartiere in cui la rappresentazione e la messinscena fanno parte del teatro della vita, inverando ogni giorno le parole dello scrittore francese François Mauriac: «Ogni dramma inventato riflette un dramma che non s inventa». Pirozzi è riuscito a far ridere dei vizi e delle debolezze dei camorristi con una commedia, Sodoma, che vuole essere il rovescio della Gomorra di Roberto Saviano. Il film è stato presentato al Tribeca film festival e ha pure vinto un premio. La locandina è in bella mostra all ingresso del Teatro Nuovo Sanità, appena inaugurato dall associazione Sott o ponte in una chiesa ottocentesca sconsacrata nel cui sottosuolo sono sepolti preti e suore di un vicino monastero. Il collettivo si è autotassato per mettere in piedi questa «casa comune» per gli artisti. «Negli occhi di molti il Rione Sanità è identificato con quel filmato che ha fatto il giro del mondo in cui un pregiudicato veniva ucciso fuori da un bar. Ma questo luogo è anche altro ed è da questo che vogliamo partire. In particolare, il teatro a Napoli deve ritornare ad essere l identità di un popolo», si legge sul sito del Nts l acronimo del Nuovo Teatro Sanità. Dove un tempo c era il pulpito, oggi c è il palcoscenico che ha ospitato, alla fine di giugno, la prima opera autoprodotta, parto della fantasia creativa del direttore artistico Mario Gelardi: Il meraviglioso circo dei fratelli Baldoni. Nella navata sono state montate poltrone rosse per cento posti a sedere. La struttura ospita anche un laboratorio di teatro, cinematografia, mimo e dizione, un doposcuola, una palestra e una scuola di danza. «A otto anni ho visto C era una volta in America di Sergio Leone e mi sono innamorato del cinema», dice Pirozzi, che oggi di anni ne ha 35 e ha maturato una notevole esperienza artistica: una parte nel film Pianese Nunzio 14 anni a maggio di Antonio Capuano, gli studi al Centro sperimentale di cinematografia con Lina Wertmüller, la soap opera partenopea Un posto al sole,la guardia del corpo di un boss nella fiction Il coraggio di Angela con contorno di polemiche legate all ingombrante figura paterna, alle quali non vuole più neppure replicare. Poi, «una sera di dieci anni fa, a cena con don Antonio, gli ho espresso il mio desiderio di fare qualcosa nel mio quartiere, dicendogli che mancava lo spazio. Lui ha riaperto questa chiesa, che era chiusa da quindicianni, c erano ancoralepanche di legno». I ragazzi dell associazione l hanno ristrutturata eintitolata a una ragazza delrione morta inun incidente ferroviarioin Cina, Sissi Liguori, coronandoil sogno di ridare unteatro aun quartiere in cuila disgregazione sociale e l individualismo dell ultimo trentennio hanno disabituato le persone a riti collettivi come quello teatrale che pure facevano parte del loro dna. «Molti giovani fanno ancora fatica a capire che attraverso il teatro possono riscattarsi», dice Pirozzi. Nonostante tutto, aggiunge, «siamo riusciti a tirar fuori molti dalla strada». La strada, pasoliniana palestra di vita e di malavita in un quartiere di appena sette chilometri quadrati e una densità abitativa tra le più alte d Europa. Dove il 30 per cento degli adolescenti ancora oggi abbandonano la scuola prima dei 14 anni. Beethoven ai Cristallini Nei vicoli del centro storico e tra gli stradoni della sterminata periferia urbana il termine camorra è ormai desueto. A gestire l economia illegale è «o Sistema», un termine che indica un entità che il singolo individuo non può afferrare e pertanto è inutile combattere. Non rimane che adeguarvicisi. Nei vicoli della Sanità, «el Sistema» è invece un modo di suonare preso in prestito da un musicista venezuelano ma che affonda le radici nel rapporto intenso che è sempre intercorso, alle falde del Vesuvio, tra le classi popolari e la musica. Fin dal XIV secolo agli orfani e ai trovatelli «conservati» negli asili di pubblica pietà veniva insegnata l arte delle sette note, e nel tempo i «conservatori» modificarono la loro funzione, trasformandosi in università. Nel 700 ne esistevano cinque, tanto che il magistrato e filosofo Charles de Brosses, conte di Tournay, arrivò a definire Napoli «capitale mondiale della musica». Oggi a dettare il ritmo della Sanità sono i cantanti neomelodici, con i loro testi che parlano d amore e di galera, di strada e d evasione. Vincenzo Pirozzi ne ha scritti diversi prima di approdare al teatro e al cinema. Sostiene che anch essi soffrono la crisi: la gente ha meno soldi e non può permettersi i matrimoni di una volta, anche le feste popolari hanno budget ridotti, dopo le vecchie musicassette anche i compact disc abusivi non si vendono più e il settore non tira come prima. «Mi piacciono Pino Daniele e i Pink Floyd». E Beethoven? «Beethoven lo suono». Così Raffaele Marfella ha zittito in diretta tv Raffaella Carrà che gli chiedeva dei suoi gusti musicali, immaginando che uno «scugnizzo» non ascoltasse musica classica. Raffaele è uno dei componenti del Sanitansamble, un orchestra da camera formata da 47 elementi: sette violini primi, sette violini secondi, sei viole, cinque violoncelli, quattro contrabbassi, tre flauti traversi, tre clarinetti, tre oboi, IL LIBRO Sapere e identità per rinascere La scommessa di padre Loffredo A. MAS. Padre Antonio Loffredo è arrivato alla Sanità quasi dieci anni fa da un altra periferia napoletana: Poggioreale. In pochi anni è riuscito a organizzare cooperative di ragazzi e metterli al lavoro, recuperare la basilica di San Gennaro fuori le mura e far restaurare quella di Santa Maria alla Sanità, aprire un bed&breakfast nell ex dormitorio della chiesa, aprire al pubblico le catacombe di San Gaudioso e quelle di San Gennaro, creare una casa-famiglia nella zona più povera del quartiere. Oggi, grazie soprattutto alla sua iniziativa, in uno dei rioni più poveri e "pericolosi" di Napoli fioriscono iniziative culturali e si vedono i primi turisti. Padre Loffredo è una figura di parroco atipica: non ha mai indossato la tonaca se non i primi giorni alla Sanità, perché aveva bisogno dell autorità per farsi accettare; più che un teorico e un uomo pratico, anche se il libro in cui racconta la sua esperienza - Noi del Rione Sanità, pagg. 180, Mondadori editore, euro 17 - si legge tutto d un fiato. Lui si definirebbe un «imprenditore sociale», non votato al profitto ma a dare un futuro ai figli della Sanità, sottraendoli alla camorra e permettendo loro di studiare, viaggiare, in buona sostanza di essere liberi. Una pagina, tra le tante, colpisce: racconta la vita e la morte di Yvette, femminiello la cui famiglia era tutto il vicolo. Quando arrivò a darle l estrema unzione, piangevano tutti. Gli omofobi non abitavano da quelle parti. tre trombe, tre corni francesi, tre percussioni. I musicisti hanno dai 9 ai 19 anni, e a guidarli sono tredici maestri, un direttore d orchestra e un direttore artistico che poggiano le loro basi su un progetto del maestro venezuelano José Antonio Abreu. Si tratta di un metodo studiato per coinvolgere i giovani dei quartieri più poveri e sottrarli alla criminalità: l obiettivo è quello di educare alla musica e contemporaneamente di offrire loro una possibilità di riscatto, prevenendo comportamenti asociali e criminali. Il risultato è entusiasmante: nessuno dei componenti del Sanitansamble ha abbandonato gli studi e la loro musica sta ormai abbattendo i muri che cingono il quartiere. Come un tempo accadeva per la cosiddetta «lava dei vergini», i fiumi di acqua e tufo disciolto che scendevano a valle durante le alluvioni sommergendo le abitazioni, il Sanitansamble sta rompendo gli argini ed esondando, metaforicamente, ben oltre il mastodontico cavalcavia dal quale l altra Napoli guarda dall alto in basso il quartiere. Mostrando che la Sanità non è altro che lo specchio rovesciato dell intera città, dove essa può guardare in faccia le sue paure, la sua debolezza, la sua arroganza. ALIAS Nel reportage fotografico realizzato per il manifesto da Andrea Sabbadini, scene di vita nei vicoli della Sanità. Nella foto grande, le prove dei ragazzini al Nuovo Teatro Sanità GERENZA (3) Il manifesto direttore responsabile: Norma Rangeri a cura di Silvana Silvestri (ultravista) Francesco Adinolfi (ultrasuoni) con Roberto Peciola redazione: via A. Bargoni, Roma Info: ULTRAVISTA e ULTRASUONI fax tel e impaginazione: il manifesto ricerca iconografica: il manifesto concessionaria di pubblicitá: Poster Pubblicità s.r.l. sede legale: via A. 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4 (4) ALIAS AFGHANISTAN, GLI SCAVI E LA STORIA DI UNA CIVILTÀ SACRIFICATI AGLI INTERESSI ECONOMICI Sotto la miniera di rame che fa gola agli investitori cinesi, è custodito un complesso di monasteri buddhisti e altri reperti archeologici. Ora il sito è in pericolo di GIULIANO BATTISTON MES AYNAK ( LOGAR) A una quarantina di chilometri a sud-est di Kabul, nel distretto di Muhammad Agha, nella turbolenta provincia di Logar, c è un patrimonio minerario che fa gola a molti. Si tratta del secondo più ampio giacimento di rame al mondo: qualcosa come 6 milioni di tonnellate di rame nascoste nel sottosuolo. Per arrivarci da Kabul, si percorre prima un tratto di strada asfaltato, trafficato e rumoroso come tante strade afghane. Poi si svolta a sinistra, per imboccare un ampio sentiero sterrato che si insinua per una quindicina di chilometri in un panorama desertico e asciutto, dove gli uomini sembrano aver conquistato a fatica il diritto di sopravvivere. Questi ultimi quindici chilometri sono costellati di checkpoint e di controlli: impossibile procedere senza un permesso rilasciato con molta riluttanza dal ministero per le Miniere, a meno che non si viaggi nell auto di qualcuno ben conosciuto dalle forze di sicurezza che presidiano l intero tratto di strada. La zona è diventata una delle più protette del paese, quasi più del quartiere delle ambasciate di Kabul, dalla fine del Da quando cioè il governo afghano ha siglato un accordo con il consorzio China Metallurgical Group, di proprietà statale, e con l azienda privata Jiangxi Copper Company Limited: 3 miliardi di dollari in cambio del diritto esclusivo per trent anni di estrarre il rame di Mes Aynak. Le ragioni di tanta preoccupazione sono evidenti: l economia dell Afghanistan dipende per un buon 90% dagli aiuti esterni, e il governo considera il settore minerario una risorsa fondamentale per guadagnare maggiore indipendenza finanziaria in futuro. Ciò vale soprattutto ora, con il ritiro dei soldati stranieri alle porte, che produrrò una fisiologica riduzione degli aiuti allo sviluppo, come già avvenuto altrove in passato. Per questo, grazie ai soldi delle compagnie cinesi, il governo afghano ha tutto l interesse nel proteggere il giacimento di rame di Mes Aynak. Secondo quanto recita un documento del ministero delle Miniere si tratta del «secondo più importante progetto privato nella storia afghana, capace di generare nuovi posti di lavoro, nuove entrate, così come di migliorare le infrastrutture del paese più di ogni altro singolo progetto approvato finora» (http://mom.gov.af/en/page/8150 ). Il contratto prevede infatti che i cinesi costruiscano una centrale elettrica che dovrebbe soddisfare parte del fabbisogno energetico di Kabul; una ferrovia che una volta terminata potrebbe estendersi dalla Cina al Tajikistan; un ospedale e una moschea, oltre all assunzione di manovalanza locale. Secondo la Banca mondiale, che negli ultimi anni insieme al Fondo monetario internazionale si è spesa molto, con successo, affinché il governo afghano aprisse il settore minerario agli investimenti privati, «una previsione prudente, basata sulle condizioni attuali del mercato, stima che Aynak creerà nuovi posti di lavoro diretti, indiretti e nell indotto, oltre che circa 250 milioni di entrate annuali una volta che si arriverà alla prevista capacità estrattiva di tonnellate annuali di rame» (http://www.worldbank.org/en/n ews/feature/2013/04/02/qa-aynak -mining-afghanistan). A Mes Aynak, il consorzio cinese sborsa i soldi, il governo afghano recluta le forze di sicurezza per proteggere la miniera di rame e garantire i profitti. Tutti sembrano soddisfatti dell accordo trovato, a dispetto della scarsa trasparenza del contratto, contestata da alcune organizzazioni non governative afghane come Integrity Watch e dal network internazionale con base a Londra Global Witness, che nel novembre 2012 ha reso pubblico il rapporto «Copper Bottomed», con 95 raccomandazioni per il governo e 39 per la comunità dei donatori. Il sito a rischio Eppure nel paese c è chi non condivide lo stesso entusiasmo del governo e degli investitori cinesi. Proprio sotto la miniera di rame è custodito infatti uno straordinario complesso di monasteri buddhisti e altri reperti archeologici che rischiano di andare distrutti a causa delle estrazioni minerarie. Superata la sfilza di casette prefabbricate costruite dalle compagnie minerarie per ospitare i minatori cinesi, proseguendo lungo la strada sterrata che si inerpica verso l alto costeggiando i fianchi sinuosi delle colline, si arriva infatti a un sito archeologico incredibilmente ampio. Il sito si estende «per circa un chilometro e mezzo di lunghezza e un chilometro e mezzo di larghezza, allungandosi per circa mille ettari intorno alla montagna di Baba Wali, sotto la quale c è la miniera», scrive Nicolas Engel, un archeologo che lavora per la missione archeologica francese (Dafa), in New Excavations in Afghanistan: Mes Aynak,un saggio pubblicato in occasione della mostra Mes Aynak - Recent Mes Aynak, memorie dal sottosuolo

5 ALIAS (5) Grande, il Budda seduto in meditazione su un loto: è l unico reperto conservato integro. Si tratta di una figura lignea datata tra il V e il VII secolo. Foto di Jake Simkin IN MOSTRA L arte Moghul e le gesta del grande Babur, «la tigre» Discoveries Along the Silk Road, inaugurata nel 2011 al Museo nazionale di Kabul. Il sito archeologico è stato esplorato per la prima volta in modo approssimativo nel 1963, ma gli scavi ufficiali, condotti dall Istituto nazionale afghano di archeologia, sono ricominciati soltanto nel 2009, dopo la lunga parentesi di conflitti che ha attraversato il paese. Solo allora è stato possibile identificare i resti di Mes Aynak come appartenenti a un arco temporale che va dal tardo periodo del regno Kushan fino a quello Shahi, dal II al IX secolo dopo Cristo, anche se non mancano testimonianze risalenti al III secolo prima di Cristo. Oggi, a distanza di qualche anno dall inizio degli scavi, sono stati individuati una ventina di differenti siti archeologici, quattro monasteri fortificati, un tempio zoroastriano, diverse stupa buddhiste di diversa grandezza (monumenti adibiti alla conservazione delle reliquie), un migliaio di statue di argilla, centinaia di affreschi raffiguranti la vita del Buddha, una cittadella, un paio di forti, e molto altro ancora. I primi scavi «Come Istituto nazionale di archeologia abbiamo cominciato a scavare a Mes Aynak nel 2009 spiega l archeologo Ketab Khan Faizi nel suo ufficio al Center for the Kushan Studies, nel quartiere Qala-e-Fatullah di Kabul -. Dal 2009 al 2012 ho diretto io i lavori dell equipe afghana, che operava con il sostegno di un buon numero di archeologi ed esperti stranieri». Il professor Faizi, autore del libro Mes-e-Aynak-e-Logar in the Light of Archeological Excavations (Academy of Sciences, Archeological Research Center 2012), è consapevole di quanto sia rilevante l industria mineraria per uno paese economicamente fragile come l Afghanistan, dove il prodotto interno lordo pro-capite è di 470 dollari all anno. Eppure rivendica comunque la necessità di preservare un patrimonio culturale come Mes Aynak: «È ovvio che il giacimento di rame meriti l attenzione del governo afghano. Siamo un paese povero e abbiamo urgente bisogno di trovare settori economici che ci permettano di risollevarci, di diventare indipendenti. Ma questo non vuol dire che dobbiamo sacrificare agli interessi economici un sito archeologico di straordinario valore culturale come Mes Aynak, qualcosa di unico nono solo in Afghanistan ma in tutta la regione». Per dimostrare quanto dice, il professor Faizi porta l esempio dei due principali monasteri buddhisti scoperti e studiati finora a Mes Aynak: Gol Hamid e Kafiriat Tepe. Kafiriat Tepe è un di G. B. The Mughals: Art, Culture and Empire è il titolo della mostra che si è appena conclusa ai giardini di Bagh-e-Babur di Kabul, fatti costruiredalfondatoredella dinastia indiana Moghul all inizio del sedicesimo secolo. Promossa dalla British Library e dall Aga Khan Trust for Culture, la mostra ospitava copie di dipinti e oggetti del periodo Moghul già esposti a Londra alcuni mesi fa. Divisa in otto sezioni, la rassegna si apriva con le gesta del grande Babur: discendente di Tamerlano e, per parte di madre, di Gengis Khan, Zahiruddin Mohammad è arrivato sul trono di Fergana, in Asia Centrale, nel 1494, a soli undici anni, per poi riuscire faticosamente a conquistare il trono di Kabul nel Nel 1525 attraversa il Khyber Pass, sull attuale confine tra Afghanistan e Pakistan, per diventare imperatore dell India, unificando tutto il subcontinente indiano sotto una dinastia, quella dei Moghul appunto, che manterrà il suo dominio con fortune alterne fino al Alcune momenti della giornata durante gli scavi in corso a Mes Aynak. Qui sotto e a sinistra, esempi di «stupa», monumenti adibiti alla conservazione delle reliquie complesso monastico circondato da un ampio muro esterno difensivo di 80 metri per 35 e ornato di alte sculture di argilla e affreschi a muro. Gol Hamid invece è il secondo complesso ad essere stato scoperto dagli archeologi, è ricco come Kafiriat Tepe di sculture e dipinti e secondo i reperti analizzati dagli studiosi pare che sia stato abitato fino al 13esimo secolo, perlomeno nella parte centrale. Per Ketab Khan Faizi si deve fare di tutto pur di salvare questi tesori archeologici dalla distruzione. Come farlo, rimane però una questione irrisolta, visto che le attività estrattive sembrano essere in conflitto con il lavoro archeologico: «il nostro lavoro richiede inevitabilmente una certa dose di lentezza, pazienza e attenzione. I minatori invece devono estrarre la maggior quantità di materiali nel più breve tempo possibile. Per questo, il governo si è impegnato a liberare il sito alla fine del 2013», ricorda Faizi. I tempi degli archeologi e quelli dei minatori sarebbero dunque incompatibili, «e arriverà il momento in cui lo scontro sarà inevitabile», sostiene Faizi. «Pronto soccorso» Per Philippe Marquis, responsabile della missione archeologica francese in Afghanistan, lo scontro tra protezione del patrimonio culturale e promozione degli interessi economici è solo apparente: «i media sbagliano 1858, con l avvento del Raj britannico. La partefinale dell esposizione ospitata a Kabul mostrava proprio una fotografia dell ultimo imperatore Moghul, Bahadur Shah II, detto Zafar, in attesa del verdetto della corte inglese per aver partecipato alla grande insurrezione del 1857 contro gli inglesi. Autore di un eccezionale libro di memorie come il Baburnama,il fondatore della dinastia, Zahiruddin Muhammad, sarebbe passato alla storia con il soprannome di «tigre»: Babur. Morto nel 1530, è stato sepolto ad Agra, in India, e qualche anno dopo a Kabul, come aveva sempre desiderato. Se a Kabul è possibile ammirare la tomba voluta da Babur, a Kandahar, nel sud dell Afghanistan, nella roccaforte dei Talebani è possibile visitare il sito di Chehel Zina, dei Quaranta gradini. Quanti ne servono per raggiungere, sulla sommità di una piccola collinetta, una nicchia che domina sul paesaggio circostante. All interno della nicchia ci sono una serie di iscrizioni in persiano che celebrano Babur, conquistatore di Qandahar nel XVI secolo. Gli archeologi guardano al 2014 e sperano nell apertura di un museo dove si possano ricoverare i pezzi più importanti. Ma le «stupa» non sono trasportabili, vanno salvate in loco quando presentano un immagine semplicistica della questione, come se ci fosse una contrapposizione radicale tra la salvaguardia del sito archeologico da un lato e gli interessi dei cinesi dall altra», racconta mentre mi guida nella scoperta degli scavi di Mes Aynak insieme a Mohammad Nadir Rasouli, l attuale direttore dell Istituto afghano di archeologia. Le cose sono molto più complicate e sfumate, spiega Marquis, che respinge con forza la lettura «dicotomica», finora prevalente nei resoconti giornalistici sul «caso Mes Aynak»: «Certo, in una situazione ideale e irrealistica sarebbe meglio evitare gli scavi minerari e lasciare che gli archeologi seguano i loro tempi e la loro agenda, ma siamo in Afghanistan, in questo particolare periodo storico, e dobbiamo riconoscere che senza l investimento privato dei cinesi la maggior parte del sito archeologico sarebbe andata distrutta o saccheggiata, come altrove è già avvenuto». In un contesto come l Afghanistan, dove la sicurezza è volatile e non c è certezza del futuro, per Marquis è indispensabile conciliare i due interessi che si incontrano e scontrano a Mes Aynak, tutelandoli entrambi: «Stiamo conducendo operazioni di recupero ed emergenza, come quelle dei chirurghi nei pronto soccorso degli ospedali, è vero, questo nessuno lo nega. Ma intanto siamo qui, e questo è già un successo importante per l archeologia», afferma Marquis prima di discutere con Mohammad Nadir Rasouli lo stato di avanzamento dei lavori. Tra le dozzine di archeologi che lavorano sul campo, c è chi critica la posizione di Marquis. «Come archeologo, credo che sia uno sbaglio enorme, un peccato mortale dover abbandonare completamente il sito prima del 2014», sostiene per esempio Azizi Wafa, un giovane archeologo afghano che lavora qui «da quattro anni ormai, tutti i giorni tranne il venerdì, quando torno dalla mia famiglia a Kabul». Anche Azizi Wafa riconosce che «l Afghanistan ha bisogno di imparare a mantenersi sulle proprie gambe, dal punto di vista economico», ma ritiene che la prospettiva economica sia essenzialmente miope: «se ci limitiamo ad applicare la prospettiva economica, che punta ai profitti di breve periodo, rischiamo di perdere sia la nostra storia passata che il nostro futuro. La cultura è uno di quei beni che dura nel tempo, mentre il rame prima o poi è destinato ad esaurirsi, senza considerare che non è detto che a beneficiarne sia tutta la popolazione. La cultura, invece, è per tutti. È a disposizione di tutti». Un museo locale L idea che dovrebbe rendere conciliabili gli interessi fin qui inconciliabili, ovvero l apertura di un museo nell area di Aynak, a circa venti chilometri dal sito archeologico, non convince gli esperti: «Un paio di anni fa, con l aiuto della delegazione francese abbiamo trasferito alcuni reperti da Mes Aynak al museo nazionale di Kabul. Il guaio è che le cose più interessanti che abbiamo ritrovato, come le stupa, sono troppo grandi e troppo fragili per poter essere rimosse dal posto in cui le abbiamo trovate. Trasportarle altrove vorrebbe dire distruggerle. Non credo che il museo locale sia un idea veramente realizzabile», sostiene Ketab Khan Faizi. Anche Philippe Marquis ammette che «il trasferimento di reperti da Mes Aynak è un operazione estremamente difficile e complicata. E altrettanto complicata sarebbe la gestione di un museo nella provincia di Logar», dove i movimenti anti-governativi fanno sentire spesso la loro presenza. Tra gli archeologi di Mes Aynak c è chi ricorda le varie occasioni in cui sono stati sparati razzi verso la miniera e il sito archeologico. Qualcuno, in via anonima, aggiunge che «sono gli americani a pagare i Talebani perché impauriscano i lavoratori cinesi e li costringano a lasciare la miniera». Finora i cinesi però resistono, anche se in un paio di occasioni hanno invitato i lavoratori a ritornare in patria per un certo periodo. Resistere fin quando è possibile sembra essere anche la filosofia di Omar Khan Massoudi, il leggendario direttore del Museo nazionale di Kabul, conosciuto in tutto il paese e all estero per aver saputo proteggere i tesori afghani anche nei periodi più difficili della storia recente. «Abbiamo ottenuto che gli scavi proseguissero fino al 2014 spiega -. In seguito, potremo aprire un museo dedicato nell area circostante. Nel museo ospiteremo alcuni dipinti a muro, le monete e altri reperti. Ovviamente non le stupa più grandi. Ma su questo la nostra politica, che è anche una speranza, è molto chiara: nessun reperto deve andare distrutto», dice Massoudi. Quale destino? «È una questione di mancanza di volontà politica e di ignoranza. Non si capisce quanto sia importante la posta in gioco», sostiene Javed Noorani, un ricercatore afghano che per conto dell organizzazione Integrity Watch segue le complicate vicende del settore minerario. «Se davvero lo volesse, al di là del contratto firmato il governo afgano potrebbe chiedere ai cinesi di posticipare ulteriormente l inizio dei lavori di estrazione o trovare una soluzione alternativa. Il fatto è che non c è un vero interesse nel chiedere una cosa del genere. L interesse attuale è quello di ricavare soldi nel più breve tempo possibile, tutto il resto si vedrà», continua Noorani. A distanza gli fa eco quello che è forse l archeologo più noto di tutto l Afghanistan, il franco-afghano Zamaryalai Tarzi, docente emerito all università francese di Strasburgo e già direttore della missione archeologica francese per gli scavi a Bamiyan, nella zona centrale del paese, dove l abbiamo incontrato ormai diversi mesi fa. In quell occasione, Tarzi ha riservato parole molto dure a tutti gli attori del caso Mes Aynak: «Il vero, unico interesse è quello economico. Non ce ne sono altri che contino. I cinesi su questo sono come gli americani: pensano al loro portafogli. Non pensano certo alla salvaguardia del patrimonio culturale afghano. Sarebbe ingenuo crederlo. E sarebbe ingenuo credere che ci pensi il governo», ha tuonato Tarzi prima di congedarmi con la sua previsione: «Mes Aynak verrà distrutto dagli scavi minerari. È questa la verità. E sarà una catastrofe per ognuno di noi, non solo per gli archeologi».

6 (6) ALIAS LA STORIA DELLA «COMBATTENTE» PUGILATO ITALIANA STEFANIA BIANCHINI IL LIBRO Un romanzo dai toni epici che manda al tappeto gli stereotipi dello sport Il mio amato ring? Era un luogo proibito di MAURIZIO GIUFRÈ Stefania Bianchini sul ring ha conquistato tutto quello che si poteva vincere e a carriera ampiamente conclusa (nel 2008) ha deciso di fissare nero su bianco le sue memorie. Lo ha fatto in modo estremamente narrativo ne La combattente, autoritratto di una donna sul ring (Limina, 2013), utilizzando timbri molto differenti eppure ben miscelati fra loro: ora ironico, ora quasi poetico, mai nostalgico, sempre incalzante e leggero. Come lo era lei sul ring, peso mosca dalla mano però pesante. Soprattutto col gancio sinistro, trappola fatale per molte avversarie, nascosto com era dietro la sua guardia mancina. «È vero sorride Stefania ero una picchiatrice, come si dice in gergo. Amavo scambiare i colpi e tentare di concludere prima dell ultimo gong». Una che va dritta al sodo, senza troppi preamboli. Un po come nella «Combattente» Non del tutto. Sul ring ero anche definita un diesel. Mi prendevo i miei tempi e uscivo sulla lunga distanza. Nel libro, con Antonio Voceri, abbiamo pensato di limitare gli aspetti più comuni della mia vita allo stretto indispensabile. Insomma, entriamo subito nel vivo. Come mai? Sono partita da un ragionamento: di un personaggio poco noto al grande pubblico, come sono io, è più opportuno indugiare su ciò che di significativo ha fatto; del grande personaggio, al contrario, può interessare anche la quotidianità, la vita più normale e intima. Il senso del libro è quello di proporre una storia con dei contenuti. Di primo acchito, ho rifiutato l invito. Poi, dietro l insistenza dell editore, ho capito che c era un forte interesse e mi sono convinta che la mia storia contenesse risvolti che valeva la pena raccontare. Ho riflettuto sugli aspetti positivi che la mia vicenda suggerisce e, quindi, ho accettato. Quali sono questi aspetti? Il primo che mi viene in mente è la dedizione. Ho iniziato tardi, a 22 anni, ma appena ho scoperto di avere attitudini adatte agli sport da combattimento ho riversato negli allenamenti l impegno della professionista, anche se non lo ero ancora. Un primo messaggio, se così lo vogliamo chiamare, è proprio questo: con la serietà, con il carattere, si può arrivare dappertutto. Anche contro oggettive avversità? Soprattutto contro le avversità, è più divertente. E nel mio caso ce ne sono state parecchie. Ai miei tempi la boxe femminile in Italia era vietata. Così ho sottoscritto licenze straniere e sono andata a conquistarmi i primi titoli all estero. È stato tutto molto pionieristico. Per non dire del subdolo maschilismo presente in Italia. Una volta liberalizzato il pugilato femminile ho potuto toccare con mano quello che nel libro definisco il paternalismo italico. L infinita sperimentazione cui siamo state sottoposte e i caschetti protettivi sottintendevano il retro pensiero alla base della politica sportiva di casa nostra, ossia che una donna non è in grado di calcolare i rischi e di prendersi coscientemente le proprie responsabilità. È qualcosa di assurdo, ovviamente. E poi i luoghi comuni Sì, nel libro mi diverto a raccontare le mie esperienze in televisione, quasi sempre nei panni del fenomeno da circo. Come donna-fighter ho sempre suscitato un certo interesse da parte dei media, ma mi sono anche scontrata con numerosi cliché. Su tutti la solita domanda tormentone: «Con il tuo fidanzato vi menate?». Questo tipo di sufficienza c era anche in palestra? Affatto. In palestra i miei allenatori hanno sempre preso il mio impegno molto seriamente. I risultati li condivido con loro e sono il frutto di un lavoro davvero scrupoloso. E lo stesso vale per i colleghi maschi. Posso affermare che nell ambiente del combat una fighter è molto ammirata. Lo stesso non si può dire per certa stampa Immagino che il riferimento sia alla mia polemica con Rino Tommasi. Beh, in parte sì: non ho condiviso alcune sue argomentazioni contrarie alla boxe femminile e gli Sopra, Stefania Bianchini durante un combattimento e sotto, l atleta premiata «Una volta, la boxe femminile in Italia era vietata. Ho sottoscritto licenze straniere e mi sono conquistata i primi titoli all estero. È stato molto pionieristico» ho scritto una lettera al riguardo. In seguito ci siamo parlati, come si usa tra persone corrette, ma siamo rimasti sulle nostre posizioni. Mi spiace, perché la sua penna ha un peso. Io resto convinta che il temperamento e il fisico delle donne siano molto adatti a tutti gli sport da combattimento. Come, del resto, è stato ampiamente dimostrato. A partire anche da Londra 2012 Già, il pugilato femminile è anche alle Olimpiadi. Era ora. Nessun rimpianto, in proposito? Nessuno. Mi sarebbe piaciuto partecipare a un edizione dei Giochi Olimpici, ma sono diventata professionista tanti anni fa, quindi non avrei potuto in ogni caso. Nostalgia per il ring? No. Mi sono divertita, ho sofferto, ho gioito e ho pianto, ma quel che è fatto è fatto. Preferisco guardare avanti e sono contenta così. Punti salienti della carriera? Ce ne sono parecchi, a dire il vero, anche se mi sono sempre lamentata di aver combattuto poco. Ogni match ha avuto una sua storia e una sua importanza. Sui due piedi mi viene in mente il primo combattimento a contatto pieno di kickboxing a Loano, contro Daniela Paolino. Ero letteralmente terrorizzata. Naturalmente, il trionfo a Parigi contro Virginie Ducros, sempre nella kickboxing. Avevo già 26 anni e quella vittoria diede il via alla mia vera carriera. In un certo senso cambiò la mia vita anche un durissimo match contro Ilonka Elmont, detta Killer Queen, sempre con un titolo mondiale di kickboxing in palio, durante un Oktagon a Milano: fu devastante ed entusiasmante al tempo stesso. Ci sono poi i mondiali di pugilato: ad Amburgo contro Regina Halmich come sottoclou di una difesa di Wladimir Klitschko e a Rimini contro Cathy Brown. Esiti diversi ma identiche emozioni. Alzare la cintura di campionessa del mondo Wbc fu il coronamento di una vita intera. E poi ricordo le sconfitte: le spietate giapponesi a Tokyo, «l armadio» polacco a Danzica, il furto in Ungheria contro Viktoria Milo, l epilogo contro Simona Galassi... Alla fine di tutto il percorso, quale conclusione possiamo suggerire. Si impara molto di più dalle sconfitte che dalle vittorie. Non solo, la sconfitta è uno degli elementi più importanti nella formazione di chiunque e come tale va accettata. Anche se. Anche se? tutto sommato è meglio vincere. di MARCO GHIRO Un luogo comune piuttosto abusato descrive lo sport come metafora della vita e non è detto che un espressione ancorché banale non contenga un fondo di verità. Ebbene, Stefania Bianchini, nata a Milano 42 anni fa, si spinge oltre e supera il cliché, utilizzando lo sport come metafora dell Italia. Ne La combattente, autoritratto di una donna sul ring (Lìmina 2013) la cinque volte campionessa mondiale di kickboxing e pugilato racconta infatti un paese distratto, appiattito sul calcio, che non consente ma deroga, che vieta ma chiude un occhio, che permette ma limita. Ecco allora che la vicenda sportiva supera le corde del ring e sconfina con affilata intelligenza nella dimensione femminile e nelle contraddizioni della società italiana, mettendo all indice quella strisciante forma di paternalismo tutto nostrano (fulminanti, in proposito, le pagine dedicate alle ospitate televisive) frutto di un altrettanto strisciante maschilismo. Con lo scorrere dei capitoli, i luoghi comuni vanno a mano a mano al tappeto, strappando non pochi sorrisi e aprendo a uno scenario assolutamente inedito per i più, quello del combat. Il lettore viene preso per mano e trasportato sui tatami del karate, sugli ottagoni della shoot boxe e sui ring della muay thai, della kickboxing e del pugilato, dove il racconto della sofferenza si fa vivido ai limiti della crudezza. Al riguardo spiccano alcune avventurose trasferte, in Giappone, in Polonia, in Germania, fino ad approdare a Tapolca, sulle rive del lago Balaton, in Ungheria, dove una giuria corrotta confeziona il più letale dei tradimenti: un verdetto comprato. Donna in un mondo di uomini, italiana in esilio sportivo all estero, talento cristallino, Stefania Bianchini non ha mai percorso vie scontate. Al contrario, si è spesso avventurata su terreni impervi e sconosciuti, come quando andò a conquistare il mondo a Parigi, nella tana della formidabile Virginie Ducros, facendo piangere i francesi. Tuttavia, il suo costante incedere controcorrente - e senza riflettori puntati addosso - le ha permesso d osservare l Italia, se stessa e la propria appartenenza di genere da punti di vista insoliti e assolutamente originali. Scorci che Stefania Bianchini ci restituisce in queste 207 pagine pulsanti di vita, dove la sofferenza e la gioia, il sangue e il sudore, l amicizia e la rivalità, il trionfo e la sconfitta, si succedono senza respiro, come in un romanzo epico, intessuti dal filo rosso di un ironia a volte corrosiva. Ne scaturisce, un autobiografia sportiva che declina in romanzo, in cui l eccezionalità della vicenda prevale sulla notorietà del nome, rendendo dunque giustizia meglio tardi che mai - a una storia che valeva la pena di essere raccontata. Una storia, va ricordato, che ha prodotto: due titoli italiani, nella shoot boxe e nel pugilato; due titoli europei di boxe in altrettante confederazioni; quattro titoli mondiali di kickboxing nelle quattro sigle che la governano; un titolo mondiale (Wbc) di pugilato, poi difeso in quattro occasioni. Una storia che ha contribuito a consacrare il pugilato femminile in Italia (vietato fino al 2001) e a livello Olimpico a partire da Londra Una storia, quella de La combattente, che forse soltanto in un paese calcio-centrico come il nostro poteva passare inosservata.

7 ORIENTE ESTREMO DI MATTEO BOSCAROL IL VILLAGGIO DEI PUPAZZI In Giappone il processo di urbanizzazione, quello più vasto e su scala nazionale se così si può dire, vede i suo inizi nel periodo della Restaurazione Meiji ( ) quando l'apertura all'occidente ed la conseguente industrializzazione dell'arcipelago, dopo un lungo periodo di autoisolamento, sanciscono di fatto l'entrata del paese asiatico nella scacchiera politica della modernità. Uno degli effetti, ma allo stesso tempo e paradossalmente anche concausa, di tutte queste trasformazioni è stato il progressivo depopolamento delle aree rurali e di quelle montane, un processo che, con gradienti d'intensità differenti, praticamente non si è mai fermato e continua ancora al giorno d oggi. Insieme alla scomparsa di interi villaggi, le abitazioni fatte di legno non impiegano molto a marcire e a ritornare tutt'uno con la terra, l urbanizzazione ha sancito anche l abbandono di modi di vita e di pensiero che oggi si direbbero «superati» nell orrizzonte dello stile di vita urbanistico oggi dominante. Nell'isola meridionale dello Shikoku, nella prefettura di Tokushima e adagiato nella valle di Iya, si trova il villaggio di Nagoro, abitato al momento da 51 persone, per lo più anziane. La particolarità di questo piccolo paesino è quella però di ospitare circa 150 pupazzi. La signora Ayona ha infatti deciso, di fronte ad un inevitabile depopolamento del suo amato paesino, di farlo rivivere con pupazzi, o bambole che dir si voglia, di grandezza naturale che la donna ha sparso in giro per la zona, quasi a voler creare una memoria del passato del villaggio che svanisce in una sorta di fermo immagine posticcia. Si tratta infatti di pupazzi di paglia realizzati con rara maestria e che per la cura dell abbigliamento e dell acconciatura ricordano i deceduti ex abitanti del luogo. A rendere ancora più fantasmatica ed inquietante questa operazione, degna di una Biennale veneziana o di un happening contemporaneo, queste «presenze» sono state posizionate nei posti che un tempo più pullulavano di vita. In mancanza della piazza, elemento urbanistico che come noi lo concepiamo è assente in Giappone, le bambole affollano e ridanno «vita» al villaggio, una vita di simulacro paradossale, in scuole abbandonate, fermate dell'autobus, ed in alcuni casi le si può vedere impegnate anche nel lavoro dei campi. L'idea della signora, oltre la mera curiosità ha il pregio di focalizzare l'attenzione sul fenomeno della depopolazione delle aree rurali, ma ci invita anche a ragionare, ed è un discorso che vale anche per gli altri paesi, Italia inclusa, su questo processo che a noi sembra inevitabile, magari tentando di escogitare pratiche alternative per abitare le zone abbandonate in modo da guidarci fuori da quel circolo vizioso in cui la contemporaneità sembra averci racchiuso ed in cui forse ci piace crogiolarci. Questi pupazzi «fantasma» insomma non sono solo il simbolo di un esistenza che fu, ma anche presenze e possibilità di un futuro ancora di là da venire e che non riusciamo ancora a pensare. IL FESTIVAL di SILVANA SILVESTRI Del perché un film The Artist di Michel Hazanavicius ci abbia dato scarsissime emozioni nonostante l unanime entusiasmo, è spiegabile anche solo scorrendo il programma di un festival come «Cinema Ritrovato» di Bologna (29 giugno - 6 luglio): non la fredda scelta del bianco e nero, ma la possibilità di ritrovare lo splendore monocromatico, il palpabile genio degli autori di inizio secolo, le basi stesse del cinema. «Silent Hitch», programma curato da Bryony Dixon, ci riporta un Alfred Hitchcock per lo più sconosciuto a chi non ha mai frequentato i cineclub, un regista che il grande pubblico apprezza solo per i suoi thriller americani. Acquista nuove dimensioni visive nei film realizzati in Inghilterra, è impensabile cercare di afferrare in pieno le sue ossessioni senza aver visto film come The ring ( 27) o The Lodger ( 26). The pleasure garden ( 26) è stato Al centro: Burt Lancaster in «The Swimmer» (Un uomo a nudo) di Frank Perry, 68), sotto Alfred Hitchcock durante le riprese, in basso l immagine di Chris Marker ALIAS (7) CINEMA RITROVATO ricostruito completamente con il restauro, tra i nove che il Bfi ha rimesso a nuovo in tre anni di lavoro (di Easy Virtue era rimasta una sola copia) e di ricerche tra distributori e collezionisti. Altro capitolo entusiasmante del «Cinema Ritrovato» è la rassegna dedicata a Allan Dwan, il regista dai 400 o 1400 film, sperimentatore in tutte le epoche. «I primi film sono i più rari, invisibili per generazioni e ora restaurati, con titoli a cui ben pochi cinefili potranno resistere: The Ranch Girl, Blackened Hills, The Thief s Wife» come scrive Peter von Bagh, il direttore del festival nella sua introduzione. Era tra l altro il regista di Douglas Fairbanks di cui si FESTIVAL CINETECA DI BOLOGNA vedranno le acrobatiche, letterarie imprese in film come A modern Musketeer ( 17) girato nel Grand Canyon o Iron Mask ( 29), l ultimo film muto di Fairbanks nei panni di D Artagnan. «Ogni volta che vedevo un burrone dovevo buttarci giù qualcuno» raccontava Dwan e non si rendeva forse conto che aveva fondato la più solida costante dei film d azione che ancora oggi terminano sul tetto dei grattacieli. Per poi passare a Gloria Swanson e alle sue imitazioni di Chaplin tagliate dalla distribuzione e poi citate in Viale del tramonto.ma soprattutto alle commedie che anticipano tutte le eroine «molto» indipendenti del cinema americano. Da segnalare i film muti della prima regista russa Olga Preobrazhenskaya allieva di Stanislavskij, attrice negli anni Dieci, insegnante al Vgik dopo la rivoluzione e poi in coppia creativa con Ivan Pravov allievo di Mejerchol d. Firmano insieme i loro film dal 29, spesso utilizzando tecniche di avanguardia. Ma il Comitato centrale bloccò le loro produzioni, Pravov fu imprigionato nel 41 come nemico del popolo e i film vennero attribuiti solo a lei. Olga lasciò il cinema, cambiò casa e si trovò come dirimpettaio proprio Dziga Vertov che un tempo era suo fiero avversario, ma a quel punto divennero amici. Tra tecnica, storia e divismo, una festa del cinema delle origini, con Hitchcock, Dwan, e l omaggio a Burt Lancaster Un appuntamento con il paradiso perduto. E riscoperto CARA ERMANNA, UN ATTRICE COSÌ Cara Ermanna ciao, sono io che ti scrivo, Alessandra, conoscendoti e no, e so che tu di me ne sai quanto io di te, eppure, credo, sappiamo entrambe che condividiamo uno stesso amore segreto in cui siamo sorelle di dramma e tragedie e corpo e voce, tu sai di che parlo, teatro di lingua e teatro di fatto, ed io spero che tu mi legga. Da due giorni sfoglio questo bel libro «Ermanna Montanari fare-disfare-rifare nel teatro delle Albe» di Laura Mariani ed. Titivillus, e Marco Solari mi ha dato il cd in cui tu reciti «L isola d Alcina» (concerto per corno e voce romagnola ideato con Marco Martinelli, testo di Nevio Spadoni musica e regia del suono Luigi Ceccarelli, prodotto dalla Biennale di Venezia e Ravenna Teatro), che sto ascoltando adesso mentre scrivo queste righe. Il dialetto mi culla e mi scuote e la tua voce si mischia a quelle di giù in strada, che ho la finestra aperta per respirare un po in questa Roma afosa...e la tua lingua-voce mi si mescola ai ricordi della nonna Clara, madre di mio padre, che era di Cesena, bellissima e così pazza e il nonno che l aveva sposata senza conoscerla, fulminato d amore dopo averla vista passeggiare, e non aveva dato ascolto ai parenti di lei che gli avevan detto «la Clara è bella ma è pazza come un cavallo», ma lui era giovane cavallerizzo e i cavalli li amava più degli uomini, però il giorno dopo il matrimonio galoppava verso un burrone perché lei la notte non gli aveva ceduto...poi si sono trasferiti altrove e io di tutta quella zona, terra degli avi, ho ereditato solo un posto nella sua tomba,della nonna, che chissà se ci finirò lì vicino a lei a imparare il dialetto degli spiriti, a Ferrara, e tutta la mia famiglia è schizzata in giro disperdendosi in gran parte senza conservare memoria ne di luoghi ne di lingua... e mi dispiace perché quella terra è stata, ed è, così fertile e protettiva con il teatro,all opposto di quel che è avvenuto nella soffocante e corrotta capitale, così ospitale da permettere il fiorire di esperienze che attualmente mi sembrano le più interessanti, quelle che hanno potuto, anche grazie alla disponibilità di spazi in cui poter produrre, portare avanti la ricerca teatrale nel senso più profondo e serio del termine: sono infatti presenti da anni nella stessa regione i gruppi, ormai storici, della migliore avanguardia dalla Raffaello Sanzio in tutti i suoi rami genealogici, a Mariangela Gualtieri del teatro della Valdoca, a lei Ermanna Montanari del teatro delle Albe (gruppo che quest anno compie 30 anni) e certamente tanti altri che non conosco ma che saranno presenti allo storico festival di Santarcangelo dei teatri, che la Montanari con Martinelli ha diretto in alcune passate edizioni, che sarà, con un ricco e vario programma, dal 12 al 21 luglio. Tra le parole nelle ultime pagine del libro trovo «Non è la creatività che fa procedere ma la sua dimenticanza. Questo è il lavoro dell attore» «Devo sempre partire da un nodo amoroso» «Ho inventato un allenamento per il mio corpo, quindici figurette ritagliate:infante/morta/chi cammina/chi pianta/chi balla/chi studia/chi ricama/chi ascolta musica/chi guarda il muro...» «Pénsa, t am givta, pénsa/sél mai una dona? Eh?/Sél mai una dona? A ne so, a ne so, /(..) Sel mai un attrice?» traduzione «pensa, mi dicevi, pensa/cos è una donna? Eh?/ non lo so, non lo so/(..)/cos è un attrice?». Un attrice è una così, come sei te, Ermanna. Ciao.

8 (8) ALIAS INTERVISTA Incontro con il regista Ibrahim El Batout, autore del film «The winter of discontent» sui 18 giorni che hanno preceduto la caduta di Mubarak, lo sguardo rivolto a una parte e all altra degli schieramenti contrapposti e nettamente separati, dove la polizia spadroneggiava con torture e vessazioni La rivoluzione in Egitto non è finita di VINCENZO MATTEI Ibrahim el Batout è stato uno dei pochi registi egiziani che si è cimentato con la rivoluzione, anche se lui non sembra tanto d'accordo «Non volevo fare un film sulla rivoluzione, ma volevo che la rivoluzione fosse un elemento nel film». Il taglio che ha voluto dare al suo ultimo film, The winter of discontent, è parzialmente storico, e narra visivamente i 18 giorni che hanno preceduto la caduta di Mubarak dell'11 febbraio Attraverso la storia dei protagonisti, Ibrahim ricostruisce parte delle motivazioni che hanno portato alle sommosse a Il Cairo e in tutto l'egitto, e mostra cosa significava vivere sotto il regime di Mubarak, quali vessazioni e umiliazioni dovevano subire gli egiziani da parte della polizia segreta. La bravura del regista, sta nel guardare la rivoluzione da entrambi i punti di vista, di chi era parte del regime e chi era contro, di chi usufruiva dei vantaggi nell'essere parte di un sistema e di chi, la maggioranza, era emarginato, estromesso da qualsiasi beneficio (sociale, lavorativo, sanitario ). Ibrahim sapientemente riesce a descrivere questi due mondi separati da una cortina di ferro dove la polizia segreta la faceva da padrone. Forse neanche Mubarak era più al corrente del serpente che divorava lo Stato e della sua capacità nel modellare la società. Così si assiste a scene di pura tensione, in cui la tortura fisica e psicologica sminuiscono l'individuo, ne annientano la personalità. È il caso di Sheik Mido, la storia vera di un egiziano pro-palestinese, rinchiuso in una stanza costretto a bere acqua in continuazione, obbligato a non andare al bagno, fino a ritrovarsi i pantaloni completamente bagnati. Quando rientra nella stanza Salah, l'esperto aguzzino capo dei servizi segreti, gli dice con noncuranza di tornarsene a casa, di dimenticare la Palestina, mentre l'altro guarda impietrito il pavimento, umiliato e ferito nella sua dignità. Oppure il caso del protagonista maschile del film, Amr che, rientrando in Egitto dalla Bosnia dove lavorava come inviato, viene sequestrato e incappucciato dai Servizi Segreti, e sottoposto a pratiche di tortura di ogni genere. Emblematica è la scena in cui il protagonista bendato, viene fatto sedere su una comoda poltrona di pelle dell'ufficio di Salah, viene consolato dal boia che, con oliata esperienza, intimorisce la vittima con ogni piccolo particolare: lo stridio della sedia trascinata lentamente, il rumore della fiamma dell accendino, della sigaretta quando viene spenta nel portacenere, dell'espirare il fumo della sigaretta che il carnefice fa fumare al prigioniero, come un patto tra vittima e carnefice. È da questi piccoli dettagli che si nota la sapienza filmica del regista e la maturità raggiunta nel saper soppesare le scene, in modo da dare allo spettatore la suspense e l'idea chiara di ciò che si srotola sulla celluloide. Come quando rende palpabile l'assoggettamento psicologico della moglie di Salah, che intimorita si azzittisce dietro il muro di silenzio di un capo dei servizi segreti che sembra portarsi dentro le mura domestiche la sua visione poliziesca della vita. Il modo Nella pagina alcune immagini tratte dal film «The winter of discontent» sui 18 giorni che hanno preceduto la caduta di Mubarak. Nell immagine piccola una fotografia del regista egiziano Ibrahim El Batout PARLA IL REGISTA La difficoltà di girare in diretta «Ho girato il 13 aprile 2011, 5 giorni prima i militari erano entrati a Tahrir uccidendo diversi ufficiali che si erano uniti alla rivoluzione. Lo stesso giorno stavano trasferendo Mubarak e i suoi figli al carcere di Tora (in Sinai). Tutti questi fatti che accadevano intorno potevano influire negativamente. Quindi dovevo rimanere su due realtà differenti e completamente separate, dovevo evitare che si mescolassero e che ci fossero contaminazioni sulla trama, altrimenti avrei fatto un lavoro amatoriale. Dovevo convincermi al 100% che non stavo facendo un film sulla rivoluzione!» di guardarlo, di sottomettersi agli sguardi di lui: sono movimenti impercettibili, una posata appoggiata sul tavolo della cucina, il movimento delle palpebre è un tributo alle violenze domestiche e psicologiche di cui le donne sono vittime. La costruzione del film e lo svolgimento della trama è molto più solida che negli altri film precedenti. Lavorare con una casa di produzione in parte ha consolidato le capacità di El Batout di proporre film di alto spessore, che trattano dei problemi sociali e delle ragioni che esistono dietro una rivoluzione... «Ha significato molto avere una produzione alle spalle, per la prima volta nella mia carriera di regista ho potuto veramente concentrarmi sulle riprese. Prima ero il produttore, il filmmaker, lo sceneggiatore, il montatore Invece in questa occasione ho avuto a disposizione un team preparato e professionale che mi ha permesso di fare solo il mio lavoro e di finire il film»... La rivoluzione egiziana ha sconvolto un paese e ne ha scompaginato l assetto geopolitico trentennale lasciandolo tuttavia una polveriera, in particolar modo in questo momento di transizione. Quanto è autobiografico «Winter of Discontent»? È autobiografico nel senso che è la storia di mio fratello, quando è stato sequestrato da suo ritorno dalla Bosnia, ma l'obiettivo ero io, hanno scambiato persona. Il film è un intreccio tra differenti eventi, sentimenti e storie Perché hai voluto iniziare dalle torture? Perché sono durate per moltissimo tempo. Ci sono molte motivazioni per lo scoppio della rivoluzione, ma soprattutto c è la paura di essere rapito dalla polizia e essere torturato. La tortura è stata uno degli elementi fondamentali che ha fatto scendere in piazza le persone. Ognuno di loro ha una storia da raccontare nei labirinti dei commissariati o delle carceri. La tortura è una delle esperienze più umilianti per gli esseri umani. È angosciante l immagine di Amr, abbandonato bendato in strada dalla polizia segreta, l immobilità di un corpo che non sa dove si trova, l ennesimo posto o stanza dove sarà interrogato e forse seviziato, mentre invece è un luogo desolato vicino al deserto, per una libertà momentanea, fino al prossimo sequestro. La drammaticità e lo smarrimento di Amr si fanno più forti quando, tornando a casa dopo essere stato rapito per mesi, riceve le condoglianze dei vicini per la morte della madre, avvenuta nel periodo di «detenzione». Il suono, il rumore di fondo (nella casa di Amr), come fosse un vento forte, assordante, cupo che racchiude una forza e un'energia che sembrano esplodere da un momento all altro, dove è il confine tra la piazza e la paura di Amr? Quando giro un film, il suono è estremamente importante quanto la scena visiva, mi aiuta a creare quell'atmosfera che non fossilizza il pubblico nella sola immagine. È importante creare quel mood che rievochi emozioni e sensazioni nello spettatore. L'appartamento di Amr è molto vicino a piazza Tahrir, le dimostrazioni passano sotto il suo edificio, può sentire i manifestanti, ha una grande voglia di partecipare ma è frenato dalla paura per quello che ha passato Cosa è il muro della sua stanza che si vede dalla finestra? Il muro interiore o quello della gente? Amr è un soggetto che è stato in prigione, e da quel momento è come se gli avessero rubato la sua umanità. L'appartamento è quello dove è cresciuto, e il muro, è il muro che esiste davanti a ognuno di noi. Esistevano troppi quesiti: una massa che non sa che cosa accadrà prossimamente. Quando avremmo eletto il prossimo presidente? Quando le donne e i bambini di strada otterranno i loro diritti? Quando il 40% degli egiziani che vivono sotto la linea di povertà miglioreranno la loro condizione? Tutti questi sono muri che ci bloccano come nazione. Purtroppo, sono fattori che rimangono anche dopo due anni dall'inizio della rivoluzione. Dove nasce l idea di partire da dietro le quinte, dal punto di vista degli appartenenti al vecchio regime? Ogni situazione non nasce nell'aria,

9 ALIAS (9) A sinistra un immagine della protesta a Tahir scattata il 29 gennaio del Centinaia di manifestanti si concentrano a Tahrir Square gridando slogan contro il presidente Mubarak, poco dopo la la caduta del governo. La scritta in arabo sugli striscioni significa: «Prima eguaglianza e libertà» ha molte variabili e molte origini. Molte delle nostre radici erano con il regime e con la polizia e nella maniera in cui funzionavano e pensavano, in cui isolavano e controllavano la società. Per me era importante far vedere e far percepire questi due soggetti, non nel cliché classico in cui sono stati sempre dipinti nei film egiziani, troppo feroci o troppo vicini al prototipo di eroe alla Mel Gibson, ma con un'anima, come il poliziotto Salah che capisce quello che sta facendo, perché è il suo lavoro. Quando hai iniziato a fare le riprese? Avevi già in mente tutta la trama del film? Il 10 febbraio Ero preso da ciò che stava accadendo nel paese. Così ho afferrato il telefono e ho chiamato Amr Waked (l'attore protagonista), è venuto e dopo aver ascoltato la mia idea ha accettato. Volevo fare un film che finisse quando lui arrivava in piazza. Velocemente ho immaginato la storia, e ho filmato immediatamente la scena finale di Amr e Farah che venivano insieme a piazza Tahrir. Ovviamente dopo ho scritto i dettagli e gli altri personaggi del copione. Ti sei avvalso di una sceneggiatura, oppure hai fatto senza come al tuo solito? Sì, i dialoghi non erano scritti, avevo le linee generali della trama buttate giù in 9 pagine. In molte scene abbiamo improvvisato. Hai lavorato con attori professionisti? No, solo Amr e Farah, gli altri erano tutti alle prime armi. Ho dovuto trovare un bilanciamento, per fare in modo che tutti recitassero a uno stesso livello senza far notare le differenze. Amr e Farah mi hanno aiutato molto in questo ed hanno aiutato il resto dell'equipe. Che cosa ha significato per te partecipare al Festival di Venezia? È stato un grande onore partecipare a uno dei Festival migliori al mondo ed è stato un grande passo per la mia carriera. Quando sono andato in Italia ero triste per quello che stava accadendo nel paese (vittoria dei Fratelli Musulmani alle elezioni presidenziali), ma al termine della proiezione c'è stata una standing ovation di 5 minuti che mi ha colto di sorpresa e mi ha rincuorato, perché quello che stiamo facendo in Egitto è importante. Nel film il protagonista afferma che la rivoluzione comunque vada a finire è già vinta. Dopo quasi due anni dallo scoppio, quanto è ancora vera questa affermazione? Molto. La rivoluzione sarebbe dovuta accadere già molti anni prima, ed è scoppiata nel 2011 dopo 60 anni di diserzione. Il regime è collassato da 60 anni, in cui non abbiamo avuto educazione, sicurezza, pluralismo politico Siamo stati sotto il giogo di una giunta militare per tutto questo tempo, tuttora stiamo pagando le conseguenze. Forse dovevamo passare attraverso quest'esperienza, ora abbiamo un lungo e duro periodo da affrontare. Ci saranno giorni in cui molti giovani verranno uccisi nelle strade, in cui i Fm non abbandoneranno il potere tanto facilmente anche se dovessero perdere le elezioni. Non possiamo fuggire da questo scenario. Durante la rivoluzione le nostre aspettative erano molto alte, ma sono cadute immediatamente; purtroppo è un cammino che non possiamo evitare per ottenere il successo finale. La presentatrice, Farah, raffigura quanti, compromessi con il vecchio regime, capivano che la situazione non poteva andare avanti dietro le ipocrisie della tv di Stato. Con i mesi una buona parte della popolazione è tornata ad inneggiare Mubarak, molti oggi pensano che si stava meglio con lui perché? Dove, e se, ha fallito la rivoluzione? I giovani sono scesi in strada e hanno pagato con il proprio sangue per la libertà. Loro hanno fatto il proprio dovere e sono nel giusto. Non è colpa loro se molte cose dopo sono andate storte. L'esercito controlla il paese e ha dato il potere all'islam politico, forse perché i Fm erano l'unico partito ben organizzato, o forse perché ci sono stati degli accordi sottobanco. Qualsiasi cosa è accaduta, non è colpa dei rivoluzionari, perché sono stati onesti fin dal principio, come lo sono oggi, e hanno tutto il mio rispetto. Per esempio chi ha sbagliato è stato El Baradei, che si è arreso facilmente, o tutti quei candidati liberali che durante le elezioni non si sono uniti. Un dialogo estrapolato dal film, un interrogatorio della polizia segreta.«dottor Rafik William?» - «Sì?» - «Perché si è unito ai manifestanti?» - «Perché mia moglie è incinta. Voglio che mio figlio mi rispetti Vede, io non sono stato capace di rispettare i miei genitori». Il Dr. Rafik è morto il 9 ottobre 2011, un mese dopo la nascita di suo figlio, ucciso dalla polizia militare a Maspero, palazzo della TV di Stato. Si può dire che hai messo in mostra il coraggio dei ragazzi di Tahrir senza quasi mai menzionarli visivamente? Non potevo, e non posso tuttora fare un film sulla rivoluzione, potevo solo respirare il presente. Sarebbe stato come tradire i rivoluzionari. Il film rimane un contributo a loro, agli Shabeb e alla loro causa. Come è stata la reazione del pubblico in Egitto? Il film non è ancora nelle sale in Egitto, ma la critica in generale è stata molto positiva. Quanto quella polizia descritta nel film ha portato agli scontri di via Mohamed Mahmud (nov. 11)? La mentalità, il comportamento e l'atteggiamento della polizia sono sempre gli stessi. Non ha ancora imparato la lezione democratica di rispettare i cittadini, purtroppo continua a fare del male gratuitamente. Quanto ancora influisce e controlla il paese anche dopo aver eletto un nuovo presidente? Non come prima. La criminalità è aumentata e non riesce a contenerla. Si può dire che dopo Ein Shams, la tua drammaticità e cupezza è andata inspessendosi? Penso di aver perso questo tipo di tristezza. Per me ora è importante essere onesto con il pubblico su quello che voglio fare e dire nei miei film. Infatti, anche se durante la rivoluzione c'era euforia, il film è risultato essere molto più cupo rispetto a quel sentimento iniziale che si viveva in piazza. La censura funziona ancora in Egitto? Sì, tutti i futuri film saranno censurati! Ma la via verso la democrazia non ha cambiato nulla? Ci vorrà ancora molto tempo prima di arrivare alla democrazia. Cosa pensa della vittoria elettorale dei Fm? Penso che sia una vittoria rubata, con una campagna elettorale basata su ipocrisie e bugie, spero che non accadrà di nuovo. I Fratelli hanno promesso moltissimo alla gente ma non hanno fatto ancora niente! La Fratellanza si è affiliata e unita alle persone, poi quando ha preso quello che voleva le ha tagliate fuori. I Fm si sono impossessati della rivoluzione? Sì, perché controllano quasi tutte le cariche politiche importanti. Potresti girare un film su loro? Non credo. Per me sono come un terremoto: viene come un lampo, termina subito e nessuno se ne ricorderà, ne sono sicuro al 100%. Non hanno logica, non si preoccupano del paese ma dei loro interessi e della loro organizzazione. Se il Pnd di Mubarak è svanito, anche i Fratelli svaniranno. Che cosa ha regalato al mondo la rivoluzione egiziana? Che un'intera popolazione può dormire per trent'anni e svegliarsi in tre giorni. La rivoluzione ancora continua? Sì, la rivoluzione non è ancora finita, forse non è più nelle strade ma è dentro il cuore di chi ci ha creduto e di chi è cambiato, ciò non morirà mai. La nuova generazione diventerà molto forte, saprà come ottenere quello per cui in molti sono morti. Pensi che i responsabili delle torture e delle uccisioni in strada pagheranno per i loro crimini? No, purtroppo penso proprio di no Quanto è importante non amnistiare i colpevoli delle stragi dell'abbassiyya, di Port Said, di via Qasr El Aini e di via Mohamed Mahmud? Questi eventi erano in diretta TV, è così impossibile che non si possano trovare i colpevoli. Sono sicuro che si sa chi siano, ma non verranno né messi in prigione né mandati sotto processo. Che cosa volevi dire terminando il film con la telecamera che inquadra i due protagonisti sul ponte Qasr El Nil (dove è iniziata la marcia della rivoluzione)? Che la rivoluzione non è finita. Si continuerà a contare altri morti, altre vittime che saranno uccise per ottenere la libertà. Solo quando questo conteggio terminerà, allora la rivoluzione sarà conclusa!

10 (10) ALIAS LO SPORT NELLA STORIA ZÀTOPEK In pagina alcune immagini di Emil Zàtopek, lo sportivo più famoso della Cecoslovacchia, il primo al mondo a correre al di sotto dei 60 minuti i 20 km di corsa MIGRANTI Ottomila atleti e 250 squadre: a Castelfranco Emilia i XII Mondiali Antirazzisti di P.C. CECOSLOVACCHIA 1968 Oro ai Giochi Olimpici, in prima fila contro i carri armati russi di PASQUALE COCCIA Alla fine di giugno 1968 a Praga venne reso noto il Manifesto delle 2000 parole. Redatto da Ludvik Vanulik, sintetizzava l'esperienza della Primavera di Praga, avviata qualche mese prima dalle autorità politiche e istituzionali della Cecoslovacchia guidata da Dubcek. Meno di due mesi dopo, il 20 agosto, i vertici del Pcus, guidati da Breznev, temendo una nuova Ungheria, come nel 1956, risposero inviando oltre 200 mila soldati oltre il confine boemo e i carri armati nelle vie di Praga, soffocando nel sangue quel tentativo di libertà del popolo cecoslovacco. Il 27 giugno 1968, a sottoscrivere il Manifesto furono 70 personalità di spicco del Paese, intellettuali, registi, attori e anche alcuni atleti olimpionici e campioni mondiali nelle loro discipline sportive. Tra i primi firmatari vi fu Emil Zàtopek, lo sportivo più famoso della Cecoslovacchia, il primo al mondo a correre al di sotto dei 60 minuti i 20 km di corsa, impresa realizzata il 29 settembre 1951 a Stara Boleslav, mentre nel 1954 infranse la barriera dei 29 minuti nei 10 mila metri. Un anno dopo Zàtopek alle olimpiadi di Helsinki del 1952, la prima disputatasi dopo il conflitto della seconda guerra mondiale, entrò nella leggenda conquistando la medaglia d'oro nella gara dei 5 mila, dei 10 mila metri e della maratona, impresa che ancora oggi resta unica al mondo. Il 23 agosto, quando i carri armati invasero Praga, Zàtopek non esitò a rivolgersi ai soldati invasori in lingua russa e davanti a una folla di connazionali, che lo ascoltava nel corso di un comizio volante improvvisato, disse: «Vi hanno mandato a schiacciare una controrivoluzione che esiste solo nella fantasia di pochi individui indegni di chiamarsi socialisti. I carri armati non sono una testimonianza di democrazia. Andatevene!». Quella sera Emil Zàtopek si mise a capo di un folto gruppo di giovani che andò a manifestare sotto la sede di un quotidiano cecoslovacco occupato dalle truppe del Patto di Varsavia. Era un duro, Emil Zàtopek, aveva il passo determinato di quegli allenamenti quotidiani fatti di km macinati in silenzio. Era un eroe nazionale per aver compiuto imprese sportive che avevano dato lustro alla Cecoslovacchia, perciò quando tornò in patria dopo le olimpiadi di Helsinki, fu nominato tenente colonnello dell'esercito, che in termini pratici significava un posto di lavoro sicuro dopo aver terminato la carriera sportiva. Zàtopek era uno che pensava al futuro del suo Paese, più che agli affari suoi, e quando i cronisti gli chiesero perché si fosse speso in quei momenti di protesta fino a capeggiare la rivolta, rispose con una semplicità disarmante: «Ho fatto solo il mio dovere. Perché mai i russi avrebbero dovuto avere il privilegio di entrare con i carri armati a Praga?». Una scelta coraggiosa, che Emil Zàtopek pagherà a caro prezzo. Gli invasori sovietici non gli perdoneranno quel coraggio che aveva manifestato quando rivolto ai soldati russi disse: «Dopo quanto avete fatto, non potete più inviare una delegazione di atleti alle olimpiadi di Città del Messico (che si disputeranno nell'ottobre del '68, ndr). Per voi le olimpiadi sono terminate qui, a Praga». Emil Zàtopek, detto la locomotiva umana, pagò a caro prezzo il coraggio delle sue azioni e delle parole pronunciate la sera del 23 agosto Un anno dopo, il primo ottobre del 1969, perse i gradi di tenente colonnello e fu espulso dall'esercito con la seguente motivazione: «Per aver diffuso notizie false e aver tenuto una condotta contrastante con gli ordini del ministero». Il 24 ottobre di quell'anno il campione sportivo della Cecoslovacchia fu definitivamente espulso dal partito «per non aver compreso i problemi di fondo del marxismo-leninismo e dell'internazionalismo proletario». Per punizione fu mandato a lavorare in miniera, dove eseguì per due anni lavori molto duri. Isolato e senza prospettive di un lavoro adeguato alle sue capacità, Zàtopek cedette alle pressioni dei sovietici, e tre anni dopo sottoscrisse un'abiura di ciò che aveva fatto con grande coraggio al fianco del suo popolo in nome della libertà. La sua autocritica, estorta col ricatto e pubblicata su Rude Pravo, organo del partito comunista, diceva: «Sono addolorato per essere stato tra coloro che avventatamente hanno versato olio sulle fiamme. Queste fiamme avrebbero potuto divampare e mettere in pericolo il mondo socialista. Ho avuto l'opportunità di rendermi conto su che cosa avevo visto giusto e su che cosa avevo visto sbagliato. Perché quindi dovrei oppormi a questo regime?». L'abiura gli procurò l'impiego presso il Centro di documentazione sportiva di Praga. Dopo un lungo periodo di «rieducazione», fu riammesso nel partito il 19 settembre Emil Zàtopek, dotato di straordinarie capacità di resistenza sul piano sportivo, era uno di quegli atleti nati per vincere, ma finì tra gli sconfitti della Primavera di Praga. È morto nel Un ricordo di Emil Zàtopek, leggendario eroe sportivo della Cecoslovacchia, detto «la locomotiva umana» per le sue doti di velocità e resistenza nelle corse di fondo. Dai trionfi olimpici alla sconfitta con la Primavera di Praga È passata molta acqua sotto i ponti dalla prima edizione dei Mondiali Antirazzisti, svoltisi nel 1997 a Montefiorino (Modena). Vi presero parte appena 8 squadre e circa 80 atleti. Oggi i numeri sono cambiati e fanno impressione, i Mondiali Antirazzisti sono diventati un luogo di incontro di squadre provenienti da tutta Europa. La XVII edizione, a cura dell'uisp, che si svolgerà dal 3 al 7 luglio a Castelfranco Emilia (Mo), prevede 4 giorni di incontri di calcio con 8 mila partecipanti e 250 squadre, un salto di qualità notevole rispetto all'anno scorso, quando le squadre partecipanti furono 190 di calcio, 24 di basket e 24 di pallavolo con una presenza quotidiana di 6 mila persone tra pubblico e visitatori. Al tradizionale torneo di calcio, si aggiungeranno gare di volley, basket 3 contro 3, cricket, rugby, softball, vi saranno laboratori di danze di ogni tipo e infine la novità di un nuovo gioco, il tchoukball, il tutto grazie all'impegno di oltre 200 volontari. I Mondiali Antirazzisti sono nati nel 1997 da Progetto Ultrà dell' Uisp Emilia Romagna, in collaborazione con Istoreco (Istituto Storico per la Resistenza) di Reggio Emilia, da un idea semplice, dimostratasi poi vincente: organizzare una vera e propria festa che vedesse il coinvolgimento diretto e la contaminazione fra realtà considerate normalmente contrastanti e contraddittorie, quella dei gruppi ultrà, spesso etichettati come razzisti, e quella delle comunità di immigrati. I Mondiali Antirazzisti sono andati via via configurandosi sempre più come un vero e proprio festival multiculturale contro ogni forma di discriminazione. Alle squadre partecipanti verranno assegnati tre punti extra per il torneo di calcetto se porteranno nella Piazza Antirazzista un manifesto (possibilmente bilingue) che documenti il carattere e le attività antirazziste promosse dalla propria squadra. La Piazza Antirazzista ospiterà mostre, proiezioni, dibattiti e presentazioni di libri. Quest'anno la squadra dei Liberi Nantes di Roma, presieduta da Daniela Conti, società sportiva nata nel 2007 con l'obiettivo di diffondere il diritto allo sport tra i migranti, e composta da profughi o richiedenti asilo, è stata premiata dal ministro per l'integrazione Cécile Kyenge. Il merito dei Liberi Nantes è stato di partecipare al campionato di terza categoria e di arrivare secondi con 61 punti, ma la Federzione italiana gioco calcio ( Figc) li considera fuori classifica a zero punti, perché la squadra è costituita da giocatori che non sono cittadini italiani, sono definiti «migranti forzati», persone che risiedono nel nostro Paese senza avere la cittadinanza. Una beffa, alla quale il ministro dello Sport Josefa Idem e le forze politiche che siedono in parlamento dovrebbero porre riparo. Info:

11 ALIAS (11) SINTONIE A CURA DI SILVANA SILVESTRI CON FILIPPO BRUNAMONTI, ANTONELLO CATACCHIO, ARIANNA DI GENOVA, GIULIA D AGNOLO VALLAN, MARCO GIUSTI, CRISTINA PICCINO I FILM THE LONE RANGER DI GORE VEBINSKI, CON JOHNNY DEEP, HELENA BONHAM CARTER USA 2013 Il guerriero indiano Tonto racconta la storia di John 0Reid, tramandata di bocca in bocca, che lo trasformarono da semplice uomo di legge in leggenda. CREW2CREW - A UN PASSO DAL SOGNO DI MARK BACCI, CON KATE NAUTA, JORDAN 0 trovato la sua pace in Gesù Cristo lavorando nella parrocchia locale. Il poliziotto Joe Fairburn, però, non ci crede... (g.na.) THE EAST DI ZAL BATMANGLIJ, CON BRIT MARLING, ALEXANDER SKARSGARD USA Le vicende di Sarah Moss, agente di un agenzia di intelligence chiamata HOLY MOTORS DI LEOS CARAX, CON EVA MENDES, MICHEL PICCOLI. FRANCIA 2012 Tredici anni dopo Pola X il ragazzo impossibile del cinema francese, che allora 7 aveva promesso di non fare più cinema, ritorna. Qesto film, una variazione sismica nel sistema delle immagini, è una dichiarazione magnifica e commovente di addio a un certo modo di fare-cinema a cominciare dal suo, l'infinito visionario di Les amants du Pont Neuf (91). Monsieur Oscarn (Denis Lavant), diventa di volta in volta un mendicante, una creatura cyber, e nella città Lumière attraversa tutti i generi cinematografici. (c.pi.) TROPPI SPECCHI PER TIMBERLAKE Hiller-Brood, che viene ingaggiata BRIDGES ITA 2013 dalle imprese per proteggere i loro Tratto da una storia vera, interessi. Sarah è infiltrata in un Crew2Crew racconta la gruppo di ecoterroristi chiamato storia di un giovane The East, con a capo un affascinante carabiniere stanziato in un paesino leader. di montagna, tormentato da uun oscuro passato, ansioso di conciliare TO THE WONDER MIRRORS tutto ciò che gli sta più a cuore con DI TERRENCE MALICK, CON ROMINA Usa, 2013, 8 20, musica: Justin Timberlake la sua grande passione per la MONDELLO, RACHEL MCADAMS USA 2012 IL FONDAMENTALISTA regia: Floria Sigismondi, fonte: MTV breakdance. Una coppia nel pieno del RILUTTANTE Dedicato ai nonni materni di loro amore, Marina e Neil, DI MIRA NAIR, CON RIZ AHMED E KATE Timberlake, William e Sadie DINO E LA MACCHINA DEL 0tornati nell Oklahoma, dopo HUDSON, USA/GB così come si evince TEMPO (3D) essere stati a Mont Saint-Michel, Mina Nair si arma del dall epigrafe finale «Mirrors» DI JOHN KAFKA, YOON S. CHOI USA 2013 vivono i loro primi problemi. Marina romanzo di Moisin Hamid, possiede l inequivocabile tocco della Dino è un bambino di otto incontra un prete, non più sicuro anni specializzato nel 0 6stesso titolo del film, e tratta Sigismondi, che stavolta lavora con il della propria vocazione, mentre Neil la storia di Changez Kahn, un ralenti più che con l accelerazione, cacciarsi nei guai. Un giorno riallaccia i rapporti con una sua ragazzo pakistano, studente modello mescolando passato e presente: la giocando nel laboratorio del Dottor amica d'infanzia, Jane. a Princeton, con un futuro da milioni storia d amore di due giovani in un Santiago, scienziato pazzo e padre di dollari, vive nella grande mela e contesto anni 50 e i loro «doppi» del suo migliore amico, finisce per THE BUTTERFLY ROOM tutto gli sorride. Almeno sino a anziani, in un gioco narrativo di azionare la macchina del tempo ed è DI JONATHAN ZARANTONELLO, CON quando vengono abbattute le due rimandi e sospensioni, eventi difficili catapultato nell era dei dinosauri... BARBARA STEELE, RAY WISE ITA/USA 2012 torri e si scatena la caccia al diverso, (una gravidanza) e dolorosi; un Il film mette in scena una musulmani in primis. Abbiamo visto gioco di specchi (come il titolo del ITALIAN MOVIES bambina alla ricerca di fin troppi film sulla guerra in brano) che nella seconda parte del DI MATTEO PELLEGRINI, CON ALEXEI 7signore stagionate, non fosse Afghanistan dopo l 11 Settembre. video esplode all ennesima GUSKOV, ERIQ EBOUANEY ITA 2012 che la piccola Alice si impasta con la Da qui l esigenza di affrontare la potenza con la comparsa dello Un gruppo di amici sfruttano donna sbagliata, Ann (Barbara questione con un taglio diverso. stesso cantante alle prese con una il loro lavoro come addetti Steele), pronta a far pulizia negli (a.ca.) stanza specchiata, circondato da 0delle pulizie in uno studio archi dell amore materno. Allo alcune performer. Forse il problema televisivo, realizzando stesso tempo la vicina di casa di LA LEGGENDA DI KASPAR maggiore di Mirrors risiede proprio clandestinamente filmati di Ann, decide di affidarle la figlia di HAUSER in questa partizione un po troppo matrimoni all interno di comunità dieci anni, che tenterà di scoprire il DI DAVIDE MANULI, CON VINCENT GALLO, netta, ma la regista italo-canadese straniere. Finiranno per allargare segreto della stanza delle farfalle. SILVIA CALDERONI. ITALIA 2012 sforna comunque un lavoro di forte l impresa realizzando video per Tematiche come il male e la Kaspar Hauser, il ragazzo intensità onirica. chiunque abbia un talento o un cattiveria umana mangiano di misterioso che affascinò la messaggio da inviare a casa. rimando lo spettatore, 7Mitteleuropa dell 800, REACH FOR THE DEAD imprigionando occhi e cuore in un comparso dal nulla e perseguitato UK, 2013, 4 47, musica: Boards of Canada, QUESTI SONO I 40 uovo di serpente. La Steele è una per motivi forse dinastici fino al suo regia: Neil Krug, fonte: Youtube DI JUDD APATOW, CON JASON SEGEL, maschera perfetta, sorta di psico assassinio, epilettico e incapace Visioni fugaci e CHRIS O DOWD USA 2012 reginetta, la cui corona biancheggia dopo gli anni passati incatenato al «lampeggianti» carpite nel La storia di Pete e Debbie in cenere tra bambole di porcellana buio di affrontare luce e stimoli, dopo gli avvenimenti di Molto e campanellini d ali. (fi.bru.) 0 8deserto del mid-west diventa il corpo celeste del film di americano: interni di case Incinta. Dopo anni di Manuli. Gli dà le sue sembianze da abbandonate e smantellate, dettagli matrimonio e caduti in una crisi IL CASO KERENES performer illimitata Silvia di fiori, totali di montagne, vedute economica i due coniugi cercano di DI CALIN PETER NETZER, CON LUMINITA Calederoni, incarnando lo spirito del sovraesposte, fino alla conclusiva sopravvivere e godersi la vita prima GHEORGHIU, BOGDAN DUMITRACHE. personaggio, cristo venuto dalle carrellata aerea specularizzata e a un di uccidersi. ROMANIA 2012 acque, innocenza intoccabile. sole che si triplica, come in un Orso d oro al festival di Cancella, astrae, azzera e rimette in viaggio fantascientifico. Per il brano SALVO Berlino, distilla alcune scena con uno sguardo degno di un strumentale della band scozzese DI FABIO GRASSADONNA E ANTONIO 7tematiche espresse dal nuovo mondo. (s.s.) Krug cineasta e fotografo che vive PIAZZA, CON SALEH BAKRI E SARA giovane cinema romeno ma a Los Angeles sceglie immagini di SERRAIOCCO, ITALIA 2013 ambientate in seno alla classe UNA NOTTE DA LEONI 3 indubbia suggestione costruite Il film prende il titolo dal borghese, abituata a risolvere i DI TODD PHILLIPS CON BRADLEY COOPER, spesso su un gioco di finestre e di nome del protagonista, un problemi con il denaro. La ZACH GALIFIANAKIS. USA 2013 cadrage. Nessuna narrazione, 0killer di mafia con gli occhi di corruzione dilagante in vari ambienti L ultimo capitolo della nessuna presenza umana, solo ghiaccio che non sbaglia un colpo: da pubblici qui è appena sottolineata, trilogia di Todd Phillips si spazio. Spazio all infinito. solo sventa l agguato di una banda data quasi per scontata, facente 7apre con il vero protagonista nemica, ma quando arriva dalla parte di un costume da aggirare più degli Hangover, Ken Jeong (alias Mr. JIMMY vittima per eliminarla accade che da combattere. Protagonista Leslie Chow), che trascina i tre Francia, 2008, 3 40, musica: Moriarty, regia: qualcosa di imprevisto: in casa c è assoluta è la «madre» Cornelia personaggi principali in un delirante Le groupusqule, fonte: Youtube anche la sorella cieca di lui, Rita. E... (Luminita Gheorghiu), architetto e viaggio da Tijuana e Las Vegas. Lo stile da film muto: due Premiato a Cannes con il Grann scenografa, donna abituata al Manca l audacia innovativa di primi mani maneggiano una lettera Prix de la Sémaine de la Critique. controllo totale della situazione, due episodi. (b.c.) 8scritta a macchina (c.pi.) compreso il destino del figlio. Con accompagnata a un pacchettino da un deciso crescendo drammatico STOKER cui emerge la scritta «forget me», ha TRA CINQUE MINUTI IN ben orchestrato e soluzione finale. DI PARK CHAN-WOOK, CON MIA così inizio un bellissimo clip di SCENA (s.s.) WASIKOWSKA, NICOLE KIDMAN. USA GB animazione che visualizza in chiave DI LAURA CHIOSSONE, CON GIANNA 2013 poetica il contenuto della missiva, COLETTI E ANNA CANZI, ITALIA 2012 CHA CHA CHA India compie 18 anni. Ma il ovvero il viaggio di Jimmy. Le Gianna la protagonista del DI MARCO RISI, CON LUCA ARGENTERO, giorno felice è funestato da immagini scorrono da destra verso racconto è un attrice di EVA HERZIGOVA ITALIA un incidente in cui perde la sinistra come viste dal finestrino di talento, pur senza essere Risi e gli sceneggiatori hanno vita l'amatissimo babbo. Arriva lo zio un treno, con un paesaggio diventata famosa. Il testo che viene in mente il noir e del genere Charlie, India lo guarda con attraversato da vari mezzi di messo in scena riguarda il 6riprendono i «punti fermi», il diffidenza ma anche con curiosità. Il locomozione. Una serie di quadri complicato rapporto di una figlia poliziotto cattivo, l investigatore regista contribuisce con una composti da sagome ritagliate, decisamente adulta con la madre stropicciato, la donna impossibile, ricchezza visiva estranea, gioca e disegni, architetture di città, insegne, anziana e problematica. (a.c.) un intercettatore. L intrigo diventa incide con immagini imprevedibili. oggetti, sovrapposti e animati in riferimento esplicito alla nostra Mamma Evie è Nicole Kidman, after effects. Bellissima l ultima parte BLOOD attualità, riferimento esplicito alla svampita quanto basta per essere che slitta verso l astratto, fino alla DI NICK MURPHY, CON PAUL BETTANY E cronaca nostrana di corruzione una sorta di oca giuliva che nulla rivelazione finale: chi ha maneggiato MARK STRONG, GB 2013 politica, berlusconismo, mazzette di comprende dell'orrore che si sta la lettera è l addetto di un ufficio In seguito al brutale omicidio alto calibro. Il cinema italiano spesso dipanando intorno a lei, Si può postale. Un piccolo capolavoro di di una ragazzina, i sospetti decide di non oltrepassare i confini, godere appieno il disagio sottile che grazia e raffinatezza realizzato da 0ricadono tutti su Jason di non lasciare spazio al tempo e alla Park Chan-Wook sciorina nel suo questo singolare collettivo francese. Buleig, noto pedofilo già sorpresa, all inquietudine che racconto giocando solo su effetti condannato. Jason pare abbia spiazza. (c.pi.) semplici ma efficaci. (a.ca.) MAGICO LA TELEVISIONE NOI NON SIAMO COME JAMES BOND DI MARIO BALSAMO E GUIDO GABRIELLI. ITALIA 2012 RAI 5, 30 GIUGNO E 1 LUGLIO Premio della giuria al Torino film festival, candidato ai Nastri d Argento, un film sotto forma di documentario che contiene dramma, attesa, mai patetico e assai ironico, uscito nelle sale ed ora programmato in tv (domenica 30 giugno alle e lunedì 1 luglio alle 23.05). Mario Balsamo è un documentarista, lo ribadisce anche al telefono quando cerca più volte di mettersi in contatto con Sean Connery, filo conduttore del racconto neanche tanto simbolico. Con Guido Gabrielli l editore, suo amico di gioventù con cui già fece il fatidico viaggio dei venti anni in giro per l Europa, in smoking come si deve per festeggiare l età adulta e l arrivo per entrambi di una malattia da fronteggiare intraprendono il progetto di un nuovo viaggio e un film da fare insieme. Daniela Bianchi sa come metterli in contatto con James Bond, qualcuno che non morirà mai (e infatti sta per tornare di nuovo sugli schermi). La storia si sviluppa attraverso sorprese continue - come la vita - l'amicizia, i giochi sulla spiaggia, l'affetto - mai Balsamo ha parlato in casa del suo male e la madre che non sa dispone per lui sul tavolo le carte del suo destino. Fortuna, denaro, incontri. Perfino il litigio tra Balsamo e Gabrielli che sembra non si possa più comporre, a causa di una scena da tagliare fa parte di questa avventurosa vicenda, scontro su vita e cinema. E come Bond anche loro ce l'hanno fatta. (s.s.) IL FESTIVAL MAREMETRAGGIO INTERNATIONAL SHORT FILM FESTIVAL TRIESTE, PIAZZA VERDI, TEATRO MIELA 30 GIUGNO 6 LUGLIO Quattordicesima edizione di Maremetraggio diretto da Chiara Valenti Omero, con i migliori cortometraggi da tutto il mondo e un focus sul cinema del Kazakistan. La «Prospettiva» è dedicata quest anno a Luca Marinelli, giovane talento del nostro cinema. Saranno dedicati omaggi all attrice Laura Solari e a Carlo Lizzani: la diva triestina del cinema del dopoguerra interpretò tra gli altri Banditi a Milano ( 68), film di Lizzani che ottenne due David e il Nastro d argento nel 69. Lizzani ora è al lavoro sulla preproduzione di un film tratto dal libro di Giulio Andreotti Operazione via Appia, titolo provvisorio L orecchio del potere.il documentario Viaggio in corso nel cinema di Carlo Lizzani di Francesca Del Sette accompagnerà gli incontri. Inoltre ci saranno workshop per attori, incontri, una mostra delle opere di Giovanni Manna e alla sua interpretazione ad acquarello dei grandi classici del cinema. L iniziativa «Oltre il muro» porta il festival nella Casa Circondariale di Trieste, con una serie di incontri e lezioni allo scopo di formare una delle giurie e incoraggiare i detenuti a utilizzare il mezzo cinematografico. L EVENTO AURORA 2013 PIENZA E MONTICCHIELLO (SIENA) LUGLIO La seconda edizione del Festival Aurora, ideato da Bebeta Campeti, è dedicato alla Terra, «riscoperta» nella sua natura di «colei che tutto sostiene e tutto sopporta», cercando nuovi paradigmi ecologici e politici che consentano di continuare a vivere su questo pianeta in maniera finalmente simbiotica e non più parassitaria. Daniel Odier parlerà di shivaismo tantrico kashmiro e condurrà, sul prato della Pieve di Corsignano, una «danza di Shiva». Poi un concerto-dialogo tra tradizione indiana e sufi con il percussionista Rashmi Bhatt e il maestro iraniano Alì Shaigan; alla ricerca di piante medicinali con il naturopata Matteo Politi; tavole rotonde su «Evoluzione e Alimentazione», «I Semi della Vita» (con rappresentanti delle organizzazioni Navdanya di Vandana Shiva e Decrescita Felice); «Corpo Sacro della Terra» con Luciana Percovich, l'antropologa Morena Luciani e l'economista Daniela Degan a discutere delle corrispondenze fra Terra e donna e di come rieducare alla condivisione, alla solidarietà e alla pace. Nella foto Vishnu e Lakshmi a Khajuraho (Madhya Pradesh, India). (m.d.f.) I RESTAURI NARNI. LE VIE DEL CINEMA RASSEGNA DI CINEMA RESTAURATO LA XIX EDIZIONE DAL 2 AL 7 LUGLIO 2013 A NARNI (TR) Sei giorni all insegna del grande cinema restaurato che quest anno propone una novità; la prima edizione del cinema animato restaurato per i più piccoli. burattini, giganti, leggende, fatine e maghi. mari, corsari, fughe, viaggi e foreste. Fra i titoli: «Un burattino di nome Pinocchio» di Giuliano Cenci, «La rosa di Bagdad» di Anton Gino Domeneghini, «Il flauto magico» di Giulio Gianini e Emanuele Luzzati. «Inoltre, ristampe anche per vecchie pubblicazioni dedicate al grande schermo, come «Tutti i film di Clint Eastwood» di Francesco Ballo e Riccardo Bianchi, che verrà ristampato ed edito da castelvecchi editore. Tra i classici restaurati in cartellone: «La dolce vita», a vent anni dalla scompasa di Fellini, «Roma città aperta», per un altra ricorrenza: i 40 anni dalla morte dalla protagonista, Anna Magnani. Alla mecca del cinema, a Hollywood, è dedicata la serata «thriller» con doppia proiezione di «Lo squalo» di Spielberg e «Dracula» di Corman. Per chi ama fotografare, poi, è attivo un laboratorio fotografico gratuito per cogliere le immagini della manifestazione. Ingresso libero. Per maggiori informazioni:

12 (12) ALIAS Il consenso ottenuto dai Daft Punk dimostra la longevità di un genere mai dimenticato. 31 brani per non restare fermi di STEFANO CRIPPA Chiusa in un ghetto, amata o odiata. Al punto che negli anni Settanta si organizzavano veri e propri falò dove dar fuoco nelle piazze, in un simbolico autodafè, album e 45 giri. Con punk che le dichiarò guerra al grido di «disco suck». Ma il tempo è galantuomo e a distanza di decenni quei pezzi tanto aborriti si trasformano - per uno strano gioco di corsi e ricorsi storici - in standard buoni per le radio quanto per il dancefloor. Resta la canzone, l'idea vincente di un riff. Ce lo spiegano anche i Daft Punk che con il loro recentissimo Random Access Memories hanno provato a raccontarci la storia del genere dance mescolandolo con mille sapori diversi, incontrando miti del passato (Moroder, Rodgers) e facendoli interagire con giovani dance/rockstar (il leader dei N.E.R.D. Pharrell Williams o i Panda Bear, Justin Casablancas). Ma sempre tenendo bene in mente che senza un'idea di base e una melodia ad hoc, non si va da nessuna parte... Ecco una classifica (cominciando dal fondo), del tutto opinabile e magari autocompiaciuta, di quelle che sono state - almeno nel gusto corrente - le dance song più eccitanti degli ultimi quarant'anni. A ognuno la sua... Anita Ward Ring My Bell (1979) Impossibile resistere a questo unico hit in carriera della talentuosa vocalist nera dalla voce squillante e qua e là sospirante. Poi la certosina applicazione del produttore, nonché autore del pezzo, Frederick Knight mette bene in chiaro le intenzioni: ritmica diretta, refrain corposo e ritornello irresistibili. Con tanto di cimbali... George Michael Killer/Papa Was a Rolling Stone (1993) Venti anni fa per questo medley al fulmicotone dove mescolava l'hit di Seal e il classico dei Temptations disco fece smuovere più di un piedino. Arrangiamento brillante e una carica vocale (e sessuale) da lasciare sbalorditi. Per inciso, l'ex voce dei Wham! fu l'unico in quel tributo al caro Freddie (versione live su disco) a non sfigurare con la carismatica stella dei Queen... Whitney Houston I Wanna Dance with Somebody (1987) Giovanissima sorriso magnetico e dotata di un'ugola (e una tecnica) fuori dal comune capace di sbalordire il mondo. Nei dischi - smerciati come noccioline, alla fine mise in fila 100 milioni di copie - accanto alle ballad spesso troppo smielate, infilava qua e là perle r'n'b e all'inizio, una dance magari sempliciotta ma contagiosa. I Wanna Dance with Somebody èfra quest'ultime sicuramente la più ondeggiante e celebre, basso pulsante, tastiere molto '80 è l'archetipo classico della pop dance anni Ottanta. Plasticosa ma implacabile. Chic Good times (1979) I Daft Punk hanno ridato lustro a Nile Rodgers, ma questo strepitoso chitarrista non ne aveva certamente bisogno. Perché la sua storia leggendaria parla di album prodotti per pop/rockstar come Bowie, STORIE BASSI PULSANTI, CASSE IN 4/4, ARRANGIAMENTI IRRESISTIBILI Movimento continuo. Riecco la dance inferno ma compensato da un ritmo Madonna, Ferry, dischi da solista di notevole fattura per non dimenticare i fertili anni magici con gli Chic. Sul giro di basso della buonanima Bernard Edwards (l'altro Chic morto prematuramente) ci hanno costruito fortune molte dance band e rap ensemble come la Sugarhill Gang. E non solo (il riferimento è ai Queen) Bee Gees Night Fever (1978) Brano che rende subito gli umori di un'era. Compariva nella colonna sonora de La febbre del sabato sera (Saturday Night Fever, 1977), il film con John Travolta. Uscito come singolo pochi mesi dopo la pellicola, sdogana per sempre il falsetto dei Bee Gees in ambito dance. Beyoncé feat. Jay-Z Crazy in love (2003) Vera diva dell'r'n'b e tentacolare donna manager, Beyoncé ha più di un debito verso il dancefloor, come dimostra Crazy in Love prodotta da Rich Harrison che ha scritto anche per Jennifer Lopez, dove azzecca il sound e l'umore giusto. E soprattutto i continui rimandi alla scena funk anni settanta, con i fiati e le percussioni, ne fanno un irresistibile crossover. Ancora adesso fra i classici della cantante, tanto che nella colonna sonora del Grande Gatsby curata proprio dal marito Jay-Z, Emeli Sandé ne dà una intelligente versione jazzy. Brass Construction Movin (1975) Nota soprattutto per Movin,la Brass Construction, composta da nove elementi e guidata da Randy Muller, autore e musicista che arrivava dalla Guayana, si fece spazio fra gli ammiratori della disco funk grazie a una originale miscela di fiati e percussioni. Otto minuti concentratissimi di disco funk e tantissima energia. Testo ridotto all'essenziale, come per buona parte delle disco song, assolutamente a orologeria. Jody Watley Looking for a New Love (1987) Sembrava il primo di una lunga serie di hit per l'allora danzatrice e vocalist degli Shalamar - formazione funk disco piuttosto sofisticata negli 80 - tanto che in molti avevano profetizzato per lei una carriera simile a quella di Janet Jackson o Madonna. L'ingrediente principe della ricetta era una funk dance pulsante, merito anche della fresca scrittura di André Cymone il bassista dei Revolution, all'epoca formazione di Prince. Mai più replicato con la stessa incisività. Janet Jackson The Pleasure Principle (1986) A dispetto degli altri fratellini, vissuti all'ombra del carismatico Michael, Janet Jackson si è presto affrancata dal marchio di fabbrica familiare e ha saputo percorrere una strada autonoma, pur nell'ambito della funk dance. Questa è una traccia estratta dal fortunatissimo Control, prodotto da una delle «ditte» della produzione funk dance Usa, come Jimmy Jam & Terry Lewis. Negli anni Janet è riuscita anche ad abbandonare la dance sintetica, fino ad arrivare a quello che è stato il disco della maturità, The Velvet Rope (1997), in cui in Got 'til It's Gone incontrava addirittura Joni Mitchell Donna Summer Love to Love You Baby (1975) Non possono mancare in una classifica i sedici minuti di suite orgiastica con bassi pulsanti e cassa in 4/4 che hanno letteralmente rivoluzionato il mondo della disco prima e della dance in una fase successiva. Il falsetto della diva di Boston conquista l'europa per poi - da novella emigrante al contrario - conquistare gli Usa grazie al fiuto di Neil Bogart, il boss della Casablanca che convincerà Moroder ad allungare gli originari quattro minuti di canzone per farla

13 trionfare nei club statunitensi. Kylie Minogue Can't Get You Out of My Head (2001) La piccola voce da gattina di Kylie resiste nei cuori dei fan all'usura del tempo. Dopo i fasti pop con il trio dei producer inglesi Stock Aitken e Waterman, azzecca l'hit di una vita co-firmandolo con Cathy Dennis. Il ritornello è irresistibile. Per la cronaca, il pezzo venne remixato campionando alcuni segmenti di Blue Monday dei New Order... Tom Tom Club Genius of love (1981) «Cosa farai appena uscito di galera?», recita l'incipit del pezzo del duo Tina Weymouth e Chris Frantz in (temporanea) «vacanza» dai Talking Heads. Se nell'immaginario popolare ha avuto maggiore impatto il loro proto rap Wordy Rappinghood,disicuroGenius of Love, con tanto di coretti caraibici, ha funzionato così bene da essere utilizzato negli anni successivi come «campione» da Grandmaster Falsh e dalla prosperosa e gorgheggiante Mariah Carey... Abba Lay all Your Love on Me (1980) Non solo incontrastati sovrani del pop, gli Abba a un certo punto della loro carriera intercettarono la disco e l'incontro fra le indelebili e un po appiccicose melodie del quartetto svedese e il ritmo in 4/4, generò classici come Dancing queen,e questa Lay all Your Love on Me - estratta da Supertrouper -concui raggiunsero per la prima (e unica) volta il numero uno della dance chart di Billboard. A rendere immortale l'infatuazione disco, ci ha pensato Madonna - nel incorporando l'irresistibile refrain sintetizzato di Gimme! Gimme! Gimme (A Man after Midnight) nell'hit di quell'anno Hang Up. Soul II Soul Back to Life (1989) Da dj a dominatori della soul dance di fine anni Ottanta, Nelle Hooper (più avanti dietro il successo di Bjork) e Jazzie B realizzarono con i Soul II Soul una delle più belle e ispirate fusioni della scena dance che non temeva certo di osare in territori decisamente lontani dagli standard discotecari dell'epoca, inglobando stilemi di derivazione jazz. E poi la splendida voce di Caron Wheeler a caratterizzare e nobilitare tutto. Donna Summer Mac Arthur Park (1978) Esempio del talento e della prolifica capacità di generare successi nel quinquennio magico della ditta Moroder/Bellotte/Summer. Mac Arthur Park, la ballad perfetta di otto minuti conosciuta per la voce di Richard Harris (interprete de Un uomo chiamato cavallo...) elevata a capolavoro disco-camp, adorata dalla scena gay (è uno dei punti di forza del musical Priscilla...). Inizio lento, rispettoso dell'originale testo dell'autore Jimmy Webb e poi via, la danza inizia con Donna a volare su note altissime, le tastiere di Moroder e la chitarra di Jay Graydon a elaborare un ricamatissimo assolo nel lungo ponte strumentale. La cantante insieme al suo team ci costruì una sorta di suite incorporando altre due canzoni: One of a Kind e, soprattutto, il singolo Heaven Knows con il gruppo dei Brooklyn Dreams. Incontro tanto riuscito che Donna si sposò il leader, Bruce Sudano... Gloria Gaynor I Will Survive (1978) Intuizione di Freddie Perren e Dino Fekaris confezionata per la giunonica disco queen Gloria Gaynor, che aveva già all'attivo due cover di enorme successo Reach Out I'll Be there (Four Tops) e Never Can Say Goodbye (Jackson 5). Ma con I Will Survive è passata alla storia. L'intro di piano e i 4/4 con fiati e archi che nella versione estesa durano ben otto minuti, a distanza di trentasei anni suonano bene come all'epoca. Easy Going Baby I Love You (1976) La cultura gay domina i club e l'italia è in prima linea con gli Easy Going, brioso trio dal nome «rubato» a un celebre locale omosex capitolino. Prodotti da Claudio Simonetti e Giancarlo Meo si involarono su per le classifiche del 1978 con un album che conteneva solo quattro lunghissimi brani. Il più celebre, Baby I Love You, che si muove fra accenni funk e la ritmica tedesca di Moroder, venne inserito dal dj Dave Mancuso nelle playlist del club newwyorchese The Loft. Daft Punk Around the World (1997) Protetti dai loro caschi i musicisti parigini Guy Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, sono da un ventennio punto di riferimento per la scena dance. Moroder è il loro guru - nel nuovo disco lo hanno invitato e intorno a una sua intervista hanno costruito una lungo brano - e Around the World, con un video strepitoso di Michel Gondry attinge spudoratamente agli album robotici del producer altoatesino e a quelli dei Kraftwerk. Ma come suona bene... Change The Glow of Love (1980) Mauro Malavasi meriterebbe davvero un monumento per essere riuscito laddove in tanti avevano fallito, portare della vera dance italiana negli Stati Uniti senza timori reverenziali. Inizia sperimentando cover disco (I'm a Man dei Traffic con i Macho) e poi arrivano i Change. Pezzi concepiti in Italia e registati in America. The Glow of Love - spesso allegramente campionato - ha un asso nella manica in più, Luther Vandross alla sua prima apparizione vocale solista dopo anni come turnista. Shannon Let the Music Play (1983) Successo dell'era post disco, con il quale la jazz vocalist Brenda Shannon Greene conquistò il suo posto al sole per una sola, irripetibile, stagione. A produrla Mark Ligger e Chris Barbosa, fra i più quotati della scena latin. Un frutto perfetto del synth pop dance anni 80, tutta fremiti ritmatissimi, tastiere plasticose e beat fuso con elementi latini. Assolutamente stiloso, funziona anche adesso. Michael Zager's Band Let's all Chant (1978) Nativo del New Jersey, un passato jazz ma il successo arriva con la disco. «Your body, my body everybody work you body» è il bridge che ricordano tutti, come l'attacco sincopato del ritornello «duap duap let's all chant». Percussioni afrocubane, battiti di mano, un assolo di tromba. Eccessivo e vagamente kitsch, ma siamo ancora qui a parlarne. Chaka Khan I Feel for You (1984) Un pezzo di Prince che Chaka - come tutte le interpreti di gran classe - trasforma in un classico che le si adatta come un guanto e che rende immortale con i celebri acuti al fulmicotone. Il tutto impreziosito dalla produzione di Arif Mardin, che officia il matrimonio riuscitissimo tra il funk incadescente del piccolo genio di Minneapolis e la sua musa perfetta. M/A/R/R/S Pump up the Volume (1987) Il titolo è preso da un noto pezzo di Erik B & Rakim e inaugura il lungo periodo della cultura del sampling. Ma la canzone che suggellò la strana collaborazione fra la label inglese 4AD (Cocteau Twins, Dead Can Dance, insomma altri mondi sonori) e i djs Macintosh e Dave Dorrell, fu una sorte di ponte della cultura house a cavallo fra Usa e vecchio continente. Michael Jackson Billie Jean (1982) In realtà tutto Thriller, l'album perfetto, poteva essere selezionato in questa lista ma Billie Jean -e questa strana commistione di generi sparsi fra dance, pop, e R&B - forse li incarna tutti. Quando ancora poteva permetterselo al riparo dagli scandali, poteva prendersela con le mille groupie che cercavano di incastrare lui e i fratelli Jackson in matrimoni... riparatori. Ma questa straordinaria traccia, superbamente prodotta da Quincy Jones, regala polifonie di tastiere e mille armonie che si sviluppano intorno alla canzone, con un approccio quasi disco - il basso suonato da Nathan East è un esecuzione live, senza interruzioni. Madonna Into the Groove (1985) Sì, poi arrivarono Music, Vogue, Hang up e decine di altri titoli forse più adatte per un puro accanimento discotecaro, ma con Into the Groove, scritta da Madonna insieme a Stephen Bray, Madonna fa il passaggio definitivo da aspirante dance star a diva transgenerazionale. Ancora più eccitante il remix che ne fece due anni dopo Shep Pettibone in You Can Dance - una raccolta di singoli ritrattati da vari dj - che aggiunse un assolo di tastiera così perfetto che ancora oggi Madonna ripropone nei suoi faraonici tour. Andrea True Connection More, More, More (1982) Protagonista di un unico grande hit, sulla linea della disco sexy che imperava a metà anni Settanta, Andrea True ha un passato da porno star. Ma questa traccia - registrata in Giamaica con la supervisione del produttore Gregg Diamond - non solo fa ballare, ma ha un retrogusto quasi malinconico, grazie a una nostalgica tromba che giganteggia tra un ritornello orgasmico e l'altro... Loleatta Holloway Love Sensation (1980) Una voce forgiata nel gospel, tanto grande da non poter essere limitata solo al periodo disco e quello della label Salsoul. Love Sensation più che il brano in sé, vive su quella voce che toccava, spalancandosi in un urlo rabbioso, vette impossibili. Tanto epocale da essere ripresa e campionata in più occasioni. La prima - e la più celebre - dagli italiani Black Box (in Ride on Time). Prince Erotic City (1984) Sempre a rischio censura, Prince ha giocato molto spesso con doppi sensi nei testi che rivestivano le lunghe cavalcate nel regno del funk. Erotic City è il suo forse più incadescente (e riuscito) ALIAS (13) esperimento da danzare nei dancefloor e... sotto le lenzuola. Il duetto fra la chitarra ritmica di Prince e il suo celebre falsetto è negli annali del genere. Thelma Houston Don't Leave Me this Way (1976) L'idea di riarrangiare il classico di Harold Melvin & The Blue Notes, venne al produttore Hal David mentre la riascoltava in un party. E così Don't Leave Me this Way divenne il punto di forza di Anyway You Like It, il terzo album di Thelma Houston. Il tono drammatico e enfatico della cantante ben si adattava a testi come, «non posso sopravvivere, non posso vivere, senza il tuo amore». Con I Will Survive di Gloria Gaynor, che arrivò tre anni dopo, il dramma esistenziale arriva in discoteca... Diana Ross Love Hangover (1976) Alla regina delle Supremes, la superstar della Motown, proprio non andava giù l idea di trasformarsi in lasciva voce disco. Quando Berry Gordy - di concerto con Hal David - finalmente riuscì a convincerla a interpretare Love Hangover, le si aprirono nuovi orizzonti musicali, poi percorsi con ancor maggior successo quattro anni dopo con la complicità di Nile Rodgers. Il brano - scritto da Pam Sawyer e Marilyn Mac Leod - con quel suo incedere lento che si schiudeva in un ritmato beat su cui si poggiava la vocina languida ma intonatissima di Diana, era la risposta (vincente) a chi la definiva «prigioniera» di un soul lussuoso ma di maniera. Donna Summer I Feel Love (1977) La storia del moderno pop parte da questo pezzo - per il quale lo stesso John Lennon fece i più sinceri complimenti a Donna e a Moroder. I Feel Love arrivò là dove gli esperimenti dei Kraftwerk non erano riusciti ad arrivare. Combinare l'elettronica glaciale di mille sintetizzatori - che all'epoca andavano programmati uno ad uno come ha confessato di recente il produttore altoatesino - con i toni caldi della discoteca e il pop, era impresa titanica. Ma le linee di basso e la voce in falsetto di Donna regalarono sei minuti di estasi ai patiti del dance floor. Trasportando il pezzo nel paradiso dei classici. E se forse oggi la musica dei Bee Gees o dei Tavares può suonare un po' ageé, la modernità di I Feel Love resta inalterata nel tempo.

14 (14) ALIAS RITMI PEARL JAM IN MOSTRA di GIANLUCA DIANA Una sana e onesta storia rock'n'roll. È quella che vede protagonisti i Pearl Jam in Five Horizons,laprima retrospettiva fotografica autorizzata della band di Seattle. La mostra che ha aperto i battenti lo scorso 13 giugno, sarà visibile in anteprima mondiale presso l'auditorium Parco della Musica di Roma fino al prossimo 30 luglio Settanta scatti attraverso i quali quattordici fotografi, raccontano più o meno consapevolmente la storia degli ingenui ex Mookie Blaylock degli esordi, che mutando se stessi divvenero la più affermata rock band planetaria. L'estetica grunge dell'epoca si dirada lentamente lungo tutto il percorso, lasciando piano piano il passo a un gruppo adulto e consapevole tanto del proprio valore, che della gestione del palco. Il risultato appare soddisfacente, sia quando ci si sofferma sullo scatto della leggendaria copertina di Ten, piuttosto che su un Eddie Vedder (foto) che dà prova di un atletismo degno degli anni migliori nell'ultimo tour argentino di aprile. Ed esattamente come in PJ 20 di L autore di «Una zebra a pois» e «Vecchia America» aveva un inimitabile approccio al jazz. Passò in secondo piano rispetto ai successi pop INCONTRI UNA TAVOLA ROTONDA A TRE ANNI DALLA SCOMPARSA Il giovanotto del jazz. Ripensando a Lelio Luttazzi di MARIA GIOVANNA BARLETTA «Lelio Luttazzi nasce jazzista, nell orchestra riusciva a far suonare gli archi come fossero ottoni». In questo modo viene ricordato l'approccio compositivo dell'icona Luttazzi da uno dei padri della diffusione del jazz in Italia, Adriano Mazzoletti, a tre anni dalla sua scomparsa durante una tavola rotonda intitolata «Lelio Luttazzi, il giovanotto matto» presso il Dipartimento di Scienze storiche, filosofiche-sociali, dei Beni culturali e del territorio dell Università degli studi di Roma. Il musicologo Vincenzo Caporaletti, presente all'evento, ha invece evidenziato nella sua analisi relativa al brano All Blues gli aspetti cognitivi e quindi l'aspetto audiotattile della composizione, concludendo che in buona sostanza Luttazzi affrontava il pianoforte con la concezione orchestrale finalizzata al gruppo e allo swing, mentre la concezione ritmica si snodava soprattutto nell'utilizzo di suoni acuti e gravi che Luttazzi rubava con il corpo in poliritmia. Il Luttazzi che pochi conoscono, quindi, affondava le propie radici musicali nel pianismo di Jerry Roll Morton, Erroll Garner e nella scuola swing di Duke Ellington componendo in silenzio e non cercando il successo commerciale. Eppure Lelio Luttazzi non avrebbe mai immaginato di divenire quello che sarebbe divenuto, di essere un punto di riferimento che avrebbe potuto continuare a godere del suo successo, concetto più volte ribadito negli interventi storico-critici di Gianni Borgna, ON THE ROAD The Black Angels Tra i gruppi di punta della nuova scena psichedelica, unica data in Italia per presentare il nuovo Indigo Meadow. Ferrara VENERDI' 5 LUGLIO (PIAZZA CASTELLO-FERRARA SOTTO LE STELLE) The National Tra i gruppi di punta della new wave americana. Portano sul palco il nuovo album Trouble Will Find Me. Roma DOMENICA 30 GIUGNO (CAVEA AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA-LUGLIO SUONA BENE) Milano LUNEDI' 1 LUGLIO (IPPODROMO DEL GALOPPO-CITY SOUND) Muse Torna in Italia la rock band inglese. Torino SABATO 29 GIUGNO (STADIO OLIMPICO) Roma SABATO 6 LUGLIO (STADIO OLIMPICO) Howe Gelb Torna il leader dei Giant Sand. Roma SABATO 29 GIUGNO (PARCO DEL TORRIONE PRENESTINO-PIGNETO SPAZIO APERTO) Fat Freddy's Drop La band neozelandese si muove tra funk, reggae, soul e dub. Sesto San Giovanni (Mi) MARTEDI' 2 LUGLIO (PARCO ARCHEOLOGICO INDUSTRIALE EX BREDA-CARROPONTE) Roma MERCOLEDI' 3 LUGLIO (CAVEA AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA-LUGLIO SUONA BENE) sociologo della musica, Giorgio Calabrese, autore radiotelevisivo (anche paroliere nel programma Il paroliere, questo sconosciuto, 1962), Donatella Luttazzi, figlia di Lelio, compositrice e cantante, Carlo Posio conduttore radiofonico, storico della musica e Fabrizio Zampa, musicista e giornalista del Johnny Marr L'ex chitarrista degli Smiths in versione solista. Milano LUNEDI' 1 LUGLIO (IPPODROMO DEL GALOPPO-CITY SOUND) Bologna MARTEDI' 2 LUGLIO (BOLOGNETTI ROCKS) Ancona MERCOLEDI' 3 LUGLIO (CORTE MOLE VANVITELLIANA-SPILLA FESTIVAL) Van Der Graaf Generator Ritorna la band di Peter Hammill, tra le più amate del progressive rock britannico. Milano MERCOLEDI' 3 LUGLIO (ALCATRAZ- 10 GIORNI SUONATI) Pistoia VENERDI' 5 LUGLIO (PIAZZA DEL DUOMO-PISTOIA BLUES) Jon Spencer Blues Explosion Torna in Italia uno dei più apprezzati artisti d oltreoceano. Catania MERCOLEDI' 3 LUGLIO (PARCO GIOENI-ZANNE FESTIVAL) Spindrift La psichedelia della band Usa. Savignano sul Rubicone (Fc) MERCOLEDI' 3 LUGLIO (SIDRO) Wire Torna una delle prime band punk d Oltremanica. Cordenons (Pn) SABATO 29 GIUGNO (AREA PARAREIT) Messaggero, presenti alla conferenza. Luttazzi, innovatore lo è sempre stato, come dimenticare l'urlo: «hiiiit parade» col quale presentò e commentò per dieci anni - dal 1967 al sul secondo canale radiofonico la classifica dei dischi più venduti, format importato dagli Stati Uniti. Senza ombra di dubbio è stata questa la sua declinazione più popolare. L'aspetto dell'approccio compositivo di Lelio Luttazzi, invece, è quello meno conosciuto; questi è stato un compositore di genere, il suo jazz era lo swing ed il dixieland, il ragtime, ossia quella produzione che aveva assorbito negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza. Fortemente legato all'esperienza jazzistica dei suoi contemporanei (Gorni Kramer ad esempio, dal quale apprese molto sulla scrittura jazzistica asservita alla canzone), i suoi compagni di viaggio furono tanti e soprattutto legati dalla lezione delle canzoni italiane in stile Usa, ossia da Pippo Barzizza. Altra fonte di cultura furono i V Disc, dischi che i soldati americani introdussero durante la liberazione, dai quali attinsero oltre a Luttazzi, anche Franco Cerri, Armando Trovajoli, Gianpiero Boneschi, per citarne alcuni. Lelio Luttazzi amava sopra ogni cosa il genere in stile New Orleans, il grandissimo Louis Armstrong e i compositori Usa: da George Gershwin a Cole Porter e Jerome Kern. Anche i musical statunitensi lo affascinavano, approccio stilistico che si riscontra in numerose sue canzoni (quasi seicento). Nella vasta e magistrale produzione di Luttazzi moltissime A CURA DI ROBERTO PECIOLA CON LUIGI ONORI SEGNALAZIONI: EVENTUALI VARIAZIONI DI DATI E LUOGHI SONO INDIPENDENTI DALLA NOSTRA VOLONTÀ The Jim Jones Revue Rock'n'roll tinto di blues sulla scia di Jon Spencer. Salsomaggiore Terme (Pr) SABATO 29 GIUGNO (FESTIVAL BEAT) Neurosis Alternative metal per la band statunitense. Segrate (Mi) GIOVEDI' 4 LUGLIO (MAGNOLIA) Steven Wilson Il leader di Porcupine Tree, Blackfield e No-Man torna nel nostro paese in versione solista per presentare il nuovo album. Roma GIOVEDI' 4 LUGLIO (AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA-LUGLIO SUONA BENE) Pistoia VENERDI' 5 LUGLIO (PIAZZA DEL DUOMO- PISTOIA BLUES) Grusgliasco (To) SABATO 6 LUGLIO (LE GRU-GRUVILLAGE) Karma to Burn Lo stoner rock della formazione Usa. Marina di Ravenna (Ra) MARTEDI' 2 LUGLIO (HANA-BI) Roma GIOVEDI' 4 LUGLIO (ALTROQUANDO) Black Crowes Il rock psichedelico della band di Atlanta, Georgia. Milano MERCOLEDI' 3 LUGLIO (ALCATRAZ- 10 GIORNI SUONATI) Pistoia GIOVEDI' 4 LUGLIO (PIAZZA DEL DUOMO-PISTOIA BLUES) furono le canzoni in stile swing che raccolsero grandissimo successo: Il giovanotto matto, straordinario esordio, Quando una ragazza a New Orleans, Ciao Erroll Garner, Al festival del jazz, Lullaby, Il favoloso Gershwin, Vecchia America ecc. A questa produzione bisogna aggiungere un'importante collaborazione con il paroliere Leo Chiosso che mise in luce la vena più «intimista» di Lelio Luttazzi. In particolare Canto, sempre in stile swing, resta probabilmente uno dei brani meglio interpretati da Luttazzi, mentre Legata ad uno scoglio conferma la creatività del loro sodalizio. Di questa produzione (datata ), restano le Manu Chao Appuntamento live con l'ex Mano Negra. Bologna GIOVEDI' 4 LUGLIO (ARENA PARCO NORD-STRUMMER LIVE FESTIVAL) Gallipoli (Le) SABATO 6 LUGLIO (PARCO GONDAR-SALENTO SUN DAYS) Sinèad O'Connor Torna per una data la cantante irlandese. Bollate (Mi) MARTEDI' 2 LUGLIO (VILLA ARCONATI) Jamiroquai Il soul-funk dell artista inglese. Barolo (Cn) VENERDI' 5 LUGLIO (PIAZZA COLBERT-COLLISIONI) Paul Kalkbrenner A tutta dance. Jesolo (Ve) SABATO 6 LUGLIO (PISTA AZZURRA) Armin Van Buuren L'olandese è tra i più ricercati e apprezzati dj internazionali. Viareggio (Lu) SABATO 6 LUGLIO (CITTADELLA DEL CARNEVALE) Offlaga Disco Pax Prosegue il Gioco di società del trio reggiano. Torino GIOVEDI' 4 LUGLIO (CORTILE DELLA FARMACIA) San Giovanni in Persiceto (Bo) SABATO 6 LUGLIO (FESTA DE L'UNITA') incisi oni insieme a Mina nei famosissimi duetti di Studio Uno. In ultimo come non ricordare la produzione legata al pop che ebbe inizio con Una zebra a pois, grande successo commerciale alla quale seguirono ad esempio i brani Sono tanto pigro, L'ottimista, Il male oscuro, Souvenir d'italie, composizioni incise non soltanto dall'autore, ma anche da Mina, Teddy Reno e l'orchestra Mantovani. Non bisogna dimenticare che Lelio Luttazzi formò gran parte della sua dialettica compositiva con il teatro di rivista (a partire dagli anni Cinquanta), Rock in Roma Il festival rock pian piano entra nel vivo, e questa settimana propone i concerti di Iggy & The Stooges e di Max Gazzè (in apertura Il Cile, Ilaria Graziano & Francesco Forni, Iotatòla). Roma GIOVEDI' 4 E VENERDI' 5 LUGLIO (IPPODROMO DELLE CAPANNELLE) Sherwood Festival Il festival organizzato da Radio Sherwood. Il programma prevede: Livity Sound e System of Survival (oggi), Roy Paci (il 3 luglio), Canali/Zamboni/ Maroccolo/Magnelli (il 5), Niccolò Fabi ebianco(il6). Padova SABATO 29 GIUGNO, MERCOLEDI' 3, VENERDI' 5 E SABATO 6 LUGLIO (PARCHEGGIO NORD STADIO EUGANEO) I Suoni delle Dolomiti Si apre la rassegna trentina giunta alla ventinovesima edizione. Il primo appuntamento sulle montagne dolomitiche è con il duo Nina Zilli-Fabrizio Bosso, in un ricordo di Amy Winehouse, a seguire, Simone Moro (domani, Rifugio Stavèl Francesco Denza, Presanella), trekking con Mario Brunello e Quartetto Lyskamm (il 5 luglio, Rifugi Pale di San Martino, San Martino di Castrozza). Dolomiti trentine SABATO 29, DOMENICA 30 GIUGNO E VENERDI' 5 LUGLIO GruVillage La rassegna estiva torinese prevede raggi ungen do risultati importanti e di notevole spessore. Adriano Mazzoletti, che ebbe l'occasione di presentare l'ultimo concerto di Luttazzi a Trieste lo ricorda in questo modo: «Lelio ha scritto tantissime canzoni, è stato uno dei grandi dello spettacolo del secolo scorso, non solo un musicista, un autore, ma un grande uomo». concerti con Sud Sound System (30 giugno), Tower of Power (1 luglio), Morcheeba (4), Fedez (5), Steven Wilson (6). Grusgliasco (To) DA DOMENICA 30 GIUGNO A SABATO 6 LUGLIO (LE GRU) Luglio Suona Bene Il festival musicale estivo del Parco della Musica, con concerti per lo più nella Cavea, ospita: Goran Bregovic e La Notte della Taranta; The National; Antony and The Johnsons; Fat Freddy's Drop + Neneh Cherry & RocketNumberNine; Paco De Lucia y El Grupo e Steven Wilson (quest'ultimo in Sala Sinopoli); Mario Biondi (in due serate). Roma DA SABATO 29 GIUGNO A LUNEDI' 1 LUGLIO E DA MERCOLEDI' 3 A SABATO 6 LUGLIO (AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA) Roma Incontra il Mondo Il festival sulle sponde del laghetto di Villa Ada. Sul palco: Riccardo Tesi e Claudio Carboni con i Violini di Santa Vittoria, Radiodervish, Giorgio Faletti, Neffa, Fedez, Simona Molinari, Miss Kittin Band, Lillo & Greg. Roma DA SABATO 29 GIUGNO A SABATO 6 LUGLIO (LAGHETTO DI VILLA ADA) City Sound Il festival ha in programma: The National, Johnny Marr e Colapesce; Simona Molinari.

15 ALIAS (15) Cameron Crowe, si ha forte la percezione di come e quanto la storia del gruppo oltre la propria, racconti in modo estremamente iconografico, quella delle vicende musicali dell intera Seattle di allora. Sublimando poi se stessa nella seconda parte della carriera nell'immagine del frontman, protagonista indiscusso della parte finale di Five Horizons. ULTRASUONATI DA VIOLA DE SOTO LUCIANO DEL SETTE GIANLUCA DIANA GUIDO FESTINESE GUIDO MICHELONE ROBERTO PECIOLA COLONNE SONORE La seconda vita del soundtrack Musica per film: un terreno che impegna da tempo i jazzisti italiani. La soundtrack può vivere di vita propria e lo dimostrano Sotto il cielo azzurro di Gabriele Rampino (Dodicilune), Basilicata Coast to Coast di Rita Marcotulli (Alice Records) e L amore nascosto di Riccardo Fassi (La Croisette). Rampino (polistrumentista) ha collaborato con il regista Edoardo Winspeare, autore di corti e film tra cui Galantuomini (con la Finocchiaro, Gifoni e B. Fiorello). La sua musica resta piuttosto legata all immagine anche se in qualche episodio se ne svincola. La Marcotulli per la colonna sonora del film di Rocco Papaleo ha vinto vari premi. Il regista (cantante) è anche autore di alcuni arguti brani ma la mano della compositrice e pianista si sente felicemente in Il viaggio e la strada e Tuareg per Tropea; nel gruppo F. Bosso e A. Sheppard. Toccante, poetica e riuscitissima la colonna sonora de L amore nascosto di Alessandro Capone (con I. Huppert). Fassi mette in gioco il suo piano, i sax di Max Ionata, sezione ritmica e quartetto d archi: la lacerante lotta tra le protagoniste vi trova un eco sonora dolente. (Luigi Onori) THE BAPTIST GENERALS JACKLEG DEVOTIONAL TO THE HEART (Sub Pop/Audioglobe) Dal Texas tornano The Baptist Generals. A dieci anni dall'ultima apparizione su disco ecco Jackleg Devotional to the Heart (Sub Pop/ Audioglobe). Brani scritti e registrati da tempo e lasciati in naftalina, vengono alla luce solo ora, per raccontarci storie di amore e di cuore. L'alt folk originario si fonde qui con derive psych, come in Clitorpus Christi,incuila voce del leader Chris Flemmons sembra arrivare direttamente dai primi anni Settanta; con Broken Glass il brano migliore di un bell'album. (r.pe.) JELLO BIAFRA AND THE GUANTANAMO SCHOOL OF MEDICINE WHITE PEOPLE AND THE DAMAGE DONE (Alternative Tentacles) Che altro ancora si può raccontare su di lui? Si sa praticamente tutto, incluso quale sia la matrice sonora che lo contraddistingue. E in questo album non si fanno sconti. Dieci brani, più quattro alternate take, dai ritmi serrati e tirati. Rabbia che trasuda da ogni accordo e parola in Shock-U-Py, Crapture, Werewolves of Wall Street e nella title track. Gustiamoci allora una presenza così, ancora sfavillante e sincera. Jello Biafra: ossia quanto ancora pesa avere una certa (contro)cultura statunitense. (g.di.) PAUL DUNNALL & TONY BIANCO TRIBUTE TO COLTRANE (Slam Records) Due veterani della creative music britannica si mettono a improvvisare - al sax tenore il primo, alla batteria il secondo - su nove temi di John Coltrane, omaggiandone gli aspetti più radicali, liberi, dissonanti, guardando non solo all analogo duetto fra Trane e Rashied Alì nell ultimo postumo Interstellar Space (1967), ma anche alle litanie free ( ) di Ascension, Sun Ship, Kulu Se Mama, riuscendo alla fine a rinverdire la lezione più rivoluzionaria del jazzista sperimentatore. (g.mic.) THE EROTIK MONKEY TUTTI I COLORI DEL BUIO (Believe) Al terzo album il quintetto sardo trova una line-up definitiva e sviluppa un alternative rock caratterizzato da continui cambi di atmosfera e oscillazioni dinamiche. Troviamo undici brani prodotti in studio in pieno stile «Do It Yourself», che si avvalgono del mastering di Magnus Lindberg degli svedesi Cult of Luna. (v.d.s.) INDIE ROCK Is Tropical, il peggio deve ancora venire Ci siamo approcciati all'ascolto di I'm Leaving (Kitsuné/Coop Music), nuovo album dei londinesi Is Tropical, senza pregiudizi. Ci siamo interrogati se non fossimo noi in errore, giacché non avevamo «amato» il loro esordio, Native to, disco che aveva raccolto consensi entusiastici da più parti. Ebbene, la nostra buona fede non è stata ripagata. Un album in cui i momenti «tragici» sono dietro ogni angolo. Canzoncine tra il pop e l'electro, orecchiabili e catchy, pure troppo. E quando pensi che peggio non possano fare... eccoli pronti a smentirti! Stessa impressione avuta ascoltando What Is This Thing Called Love, tratto dal quarto album degli inglesi Editors, The Weight of Your Love (Pias/Self), in cui per la prima volta, e speriamo anche l'ultima, Tom Smith si cimenta in un falsetto che lascia perplessi. Il resto del disco è sicuramente migliore, ma onestamente lascia il tempo che trova. Ci si può rifare con la ristampa di Victory Parts (One Little Indian/Self), secondo lavoro del 1997, della cult band scozzese Ac Acoustics. Doppio cd, con inediti, per riscoprire una formazione poco conosciuta ma molto apprezzata nell ambiente. (Roberto Peciola) MICAH GAUGH THE BLUE FAIRY MERMAID PRINCESS (Africantape) Il contrabbasso di D. Bodwell, la batteria di K. Shea e poi piano, sax e voce per il bandleader. Un lavoro che facendo tesoro delle precedenti esperienze, dimostra una caratterialità forte. Non quindi improjazz derivativo e stucchevole, ma una cifra stlistica che vede nell apertura You and Me and Me, una straniante dichiarazione d intenti. Che si afferma lungo tutto il disco, con un feeling raro di questi tempi. (g.di.) JAZZ Autunno olandese Il jazz olandese dà il meglio di sé quando esce dagli schemi ordinari, irrompendo nell'alea, nel gioco, nella trasgressione, nell'ironia, come in questi tre cd per Toondist. I Compani nel nuovo Extended 2013 raddoppiano l'orchestra, «estendendola» appunto a 24 elementi: ecco quindi uno scatenato Freejazz Karaoke, un clownesco La Dolce Vita Slow (da Nino Rota), un iperbolico Sun Ra (in omaggio al loro «nume tutelare») e altre 10 «corbellerie» di notevole livello. Livello che non diminuisce nel serioso programmatico Autumn Songs del duo Baars-Henneman,conAbeIg rispettivamente ai fiati e alla viola: l'ispirazione è data da poesie, quadri, musiche, luoghi aventi come tema l'autunno, con un trattamento melodico che profuma di post free cameristico. Infine Breuk del polistrumentista Fred Van Duijnhoven, si presenta assai eterogeneo pur nell'assoluta brevità: brani per sola batteria o in duo con la marimba (Eugène Loren) o una rilettura della canzone Close to You (Bacharach) con la voce profonda della giovane Amber Van Nieuwburg a rendere magicamente cool un motivetto pop. (Guido Michelone) PELLICANS DANCING BOY (Lady Lovely/Audioglobe) Secondo disco per i Pellicans, gruppo che davvero fa il contropelo a certa storia del reggae: nel senso che la band orgogliosamente, dichiaratamente schierata dalla parte dei gay e dei bisex rivendica valori esattamente opposti a certa omofobia e machismo che pure si trova in certi testi appoggiati alla battuta in levare. Un gioiellino vicino alle band «storiche» del reggae inglese anni Settanta e Ottanta: con aperture pop e soul di tutto rispetto. (g.fe.) AUTOPRODUZIONI In fabbrica coi Sesto Marelli Nati nel 2007 come cover band in area folk punk e elettrocountry, i Sesto Marelli si presentano in proprio con Acciaierie e ferriere lombarde folk (Autoprod.). L album è un gesto artistico e politico di indubbio valore, compiuto grazie a ballate che odorano di acciaio duro, mandano fumi di mazurke, grattano la ruggine dai tralicci della melodia. Signora Wolf e La sirena sono dure ma luminose fabbriche di suoni. La scena musicale torinese accoglie due new entry. Rivoluzione al sole (Autoprod.) di Enrico Esma riflette carattere e fisico del suo autore: capelli rossi e rasta, statura importante, voce potente e ben amministrata si riversano in Anestesia, Resto abile, My Sweet Galera... Arrabbiato in sincronia con i tempi, cantore di periferie, rivoluzionario dei sentimenti, Esma naviga con bussola che punta al rock, incrociando qua e là altre rotte. Poi ci sono i giovanissimi The Grace,con Cities Around the Big Bloom (Autoprod.). Il quartetto tre chitarre e batteria richiama formazioni degli anni ruggenti, la strada è quella dell alt rock, i 10 pezzi sono niente male e ben cantati in britannico idioma. Piacevole sorpresa. (Luciano Del Sette) MANUEL VOLPE GLOOM LIES BESIDE ME AS I TURN MY FACE TOWARDS THE LIGHT (A Buzz Supreme) Nei 9 brani dell album Volpe entra ed esce con padronanza da generi musicali diversi. Quelle che viene da definire ballate, e che l artista scandisce con voce votata all intimismo, sono omaggi in chiave personale al jazz, alle sonorità delle feste popolari del Meridione d Italia, al sòn cubano. Pezzi brevi che vanno apprezzati seguendo Manuel nei suoi percorsi. Tre anni di lavoro, e i risultati si sentono. (l.d.s.) DI GUIDO FESTINESE CONCETTI CLASSICI Ci sono molti modi per parlare e scrivere di jazz. E ciò è legittimato dalla stessa, convulsa storia della note afroamericane a breve al traguardo del secolo, se consideriamo le cose dal punto di vista delle prime pubblicazioni discografiche. C'è chi parte dall'oggi e da lì risale la corrente, chi ritiene invece che pressoché ogni momento della storia del jazz tenga in conto, in modo più o meno evidente, l'intera storia del jazz, e c'è chi continua a privilegiare un atteggiamento storicistico, approfondendo soprattutto la questione delle origini. Oggi quasi più nessuno parla di jazz «tradizionale», preferendo la più pertinente definizione di jazz «classico», ma Giorgio Lombardi, specialista nel jazz, appunto, «classico» continua a preferire il concetto di tradizione, ancorché l'antropologia e la storia ci insegnino che le tradizioni, con processo di filiazione inversa, si «inventano»: concetto rispettabile, non necessariamente condivisibile, che trovate nel suo libro Hot Jazz/Da Jelly Roll Morton a Wynton Marsalis (Daniela Piazza Editore). È una retrospettiva ampia e documentata, che riassume in un solo libro quanto prima, anni fa, era disperso in due volumi infittiti di note: la lettura risulta dunque assai più agile. Da segnalare in particolare la trattazione su certi filoni mainstream, spesso trascurati, e soprattutto il capitolo sul jazz di Chicago, una delle mete della «migrazione musicale» da New Orleans, uno stile ben di rado considerato nella sua forza, pregnanza e originalità: qui ne trovate ampia e dettagliata documentazione. Milano LUNEDI' 1 E SABATO 6 LUGLIO (IPPODROMO DEL GALOPPO) Carroponte L'edizione 2013 della rassegna questa settimana ha in cartellone i live di Marina Rei, Fat Freddy's Drop e Perturbazione, Glen Hansard e Lisa Hannigan (il 6). Sesto San Giovanni (Mi) DOMENICA 30 GIUGNO, MARTEDI' 2, GIOVEDI' 4 E SABATO 6 LUGLIO (PARCO ARCHEOLOGICO INDUSTRIALE EX BREDA) 10 Giorni Suonati In cartellone una serata prog con il ritorno dei Van Der Graaf Generator e il rock psichedelico dei Black Crowes. Milano MERCOLEDI' 3 LUGLIO (ALCATRAZ, VILLA CLERICI) Indierocket Due serate per la decima edizione del festival, con Marco Mathieu, Chambers, The Death of Anna Karina, Die! Die! Die!, Reiziger, Gazebo Penguins, Fine Before You Came (il 5), Sonic Jesus, Brothers in Law, Soviet Soviet, Saroos, Galaxians, Fabio Nirta (il 6). Pescara VENERDI' 5 E SABATO 6 LUGLIO (PARCO LE NAIADI) Torrita Blues Si chiude con Angry Gentlemen, Bob Margolin Band, Moreland and Arbuckle. Torrita di Siena (Si) SABATO 29 GIUGNO (PIAZZA MATTEOTTI) Vox Mundi Il festival di musiche del mondo si apre con la vocal band Blue Penguin per proseguire con i gallesi Calan. Magliano in Toscana (Gr) SABATO 29 GIUGNO E SABATO 6 LUGLIO U-Festival Music 'n' contest... Sul palco Neurodeliri + Basta!; L. + Diaframma. Montevarchi (Ar) GIOVEDI' 4 E VENERDI' 5 LUGLIO (LA GINESTRA) Pistoia Blues Lo storico appuntamento festivaliero con le note afroamericane (e non solo), porta in Toscana Ben Harper e Charlie Musselwhite; Black Crowes; Van Der Graaf Generator, Steven Wilson; Beady Eye (la band di Liam Gallagher, voce degli Oasis). Pistoia DA MERCOLEDI' 3 A SABATO 6 LUGLIO (PIAZZA DEL DUOMO) Strummer Live Festival La rassegna omaggia, anche grazie al nome della location, il leader dei Clash. Sul palco si alterneranno: Goran Bregovic, Tonino Carotone e Eusebio Martinelli; Manu Chao, Modena City Ramblers, Punkreas, Fermin Muguruza, Strike e Gypsy Anarth Orchestra; Africa Unite, Alborosie, Mellow Mood e Rebel Roots. Bologna DA MERCOLEDI' 3 A VENERDI' 5 LUGIO (ARENA PARCO NORD JOE STRUMMER) Hydrogen Festival La rassegna parte con la vincitrice di X-Factor Chiara Galiazzo e prosegue con Carlos Santana e Marco Mengoni. Piazzola sul Brenta (Pd) SABATO 29 GIUGNO, VENERDI' 5 E SABATO 6 LUGLIO (ANFITEATRO CAMERINI) Casa del Jazz Summer La rassegna all aperto dell istituzione capitolina prosegue con una serata in ricordo di Isio Saba (con, tra gli altri, Antonello Salis, Don Moye, Eivind Aarset, Baba Sissoko, Javier Girotto, Francesco Nastro, Ambrogio Sparagna), Saxophone Sumit, Prole & Musica (incontri sotto le stelle a cura di Gerlando Gatto con il fisarmonicista Renzo Ruggieri), Buster Williams Quartet, Enrico Rava Tribe, Tommy Emmanuel. Roma SABATO 29 GIUGNO, MARTEDI' 2, GIOVEDI' 4 E VENERDI' 5 LUGLIO (PARCO CASA DEL JAZZ) Naturarte Itinerari di scoperta delle bellezze naturali lucane si coniugano con la musica. Da ascoltare in contesti inediti il trio erri De Luca/Gianmaria Testa/Gabriele Mirabassi ed Eugenio Finardi. Parco di Gallipoli Cognato SABATO 29 GIUGNO (MOLINO, CASTELMEZZANO) Parco della Murgia Materana SABATO 6 LUGLIO (ABBAZIA BENEDETTINA S. MICHELE ARCANGELO, MONTESCAGLIOSO) Festival Internazionale del Jazz La longeva rassegna - tra le più antiche d Italia e iniziata il 26 giugno - ha in cartellone Hiromi the Project Trio, il duo Rita Marcotulli/Enzo Pietropaoli, Aldo Bassi Metal Jazz Trio, First Trip Quartet, Fabio Zeppetella Trio, Elisabetta Antonini Quartet, Kevin Hayes e il quartetto di Flavio Boltro. La Spezia DA SABATO 29 GIUGNO A GIOVEDI' 4 LUGLIO (VARIE SEDI) Südtirol Jazz Festival La rassegna itinerante ha una fitta serie di appuntamenti: Mostly Other People Do the Killing; Monica Roscher Big Band; Fishermanns Orchestra; Richard Galliano-Harris Eisenstadt s September Trio; Matthias Schriefl & Misikappelle Shabs; Roberto Gatto Perfect Trio; Klima Kalima; Vincent Peirani Thrill Box con Michael Wollny e Michel Benita; Jim Black, Kalle Kalima, Matthias Schriefl; Bartmes; Naked Wolf; Blind Date, Irène, Baptiste Trotignon, Francesco Guerri, The Shift. Bolzano e provincia DA SABATO 29 GIUGNO A SABATO 6 LUGLIO (VARIE SEDI) Unogas Jazz Festival La manifestazione, a carattere benefico, è alla IV edizione e ospita Marc Berthoumieux Duo, The Fair Play, Jan Gunnar Hoff, Christian Jormin Trio, Bruce Ditmas All Star Quartet, Henry Cole Afrobeat Collective. Milano DA GIOVEDI' 4 A SABATO 6 LUGLIO (CASTELLO SFORZESCO) Il Ritmo della Città Si prosegue con il quartetto del chitarrista Libor Smoldas che incontra l altosassofonista Bobby Watson. Milano GIOVEDI' 4 LUGLIO Umbria Jazz Festeggia il suo quarantennale la rassegna umbra e nelle prime giornate ha in serbo Renato Sellani con Massimo Moriconi, Tuck and Patty, Diana Krall, Igor Butman and Moscow Jazz Orchestra, Jan Garbarek Group con Trilok Gurtu e Stefano Micone. Perugia VENERDI' 5 E SABATO 6 LUGLIO (ARENA S. GIULIANA, TEATRO MORLACCHI E ALTRE SEDI) Festival au Désert Quarta edizione della rassegna «Presenze d'africa», incontro tra la musica e la cultura tuareg, maliana, panafricana, con musicisti europei e internazionali. Tra i tanti artisti che saranno coinvolti quest'anno: i Tadalat, Aziz Sahmaoui, Lansiné Kouyaté, Piers Faccini, Moh Kouyaté, Hamid Drake, Paolo Angeli, Pasquale Mirra, Dimitri Grechi Espinoza, Silvia Bolognesi, Jerome Li Thiao Te e gran finale con Roy Paci. Firenze DA GIOVEDI' 4 A SABATO 6 LUGLIO (COMPLESSO LE MURATE) Guido Michelone e Gian Nissola hanno curato invece Massimo Barbiero/Sisifo, la fatica della ricerca (Edizioni del Faro), quarto testo dedicato nella Penisola a un personaggio centrale delle note di ricerca nel gran alveo del jazz, con spiccata personalità e capacità progettuale in diversi contesti, da Odwalla a Enter Eller ai magnifici affondi nel «solo» totale con gli oggetti da percuotere e far risuonare. I saggi centrali sono stati scritti da Franco Bergoglio e Davide Ielmini, ma l'intento è stato quello di dar voce, nelle pagine, e seguendo un lavoro che abbraccia un quarto di secolo, a critici, musicologi, poeti, romanzieri, pittori, e così via. Le molte foto (splendide) sono di Luca D'Agostino, che da anni segue con attenzione pressoché ogni aspetto della creazione musicale di Barbiero. Il testo è completato dalla cover a colori dell'intera discografia del percussionista e dalla bibliografia.

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