LE LEVATRICI DI EGITTO

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1 Luglio N. 7 Anno 2014 Direttore Responsabile: SIILVIO DI PASQUA Proprietario: BENIAMINO MICHIELETTO Autorizz. Del Tribunale di Treviso n.463 del 5/11/1980 Redazione e stampa: VITTORIO VENETO Via Carlo Baxa, 13 tel fax: 0438/ Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale 70% NE/TV SOMMARIO: Hanno collaborato: Le Segreterie Nazionale, Regionale e Territoriale della FLAEI-CISL, Bazzo Giorgio, Griguolo Tiziano, De Luca Adelino, Fontana Sergio, De Bastiani Mario, Perin Rodolfo, Budoia Angelo, Tolot Margherita, Dal Fabbro Edgardo, Battistuzzi Lorenzo, Sandrin Giuseppe, Faè Luciano, Piccin Livio, Da Ros Remigio, Carminati Giovanni, Pilutti Aldo, Tempesta Domenico, Bitto Valter il re d'egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l'altra Pua: "Quando presenziate al parto delle donne ebree, osservate il neonato quando è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo ucciderete; se è una femmina, la lascerete vivere". Ma le levatrici ebbero timore di Dio: non fecero come era stato loro ordinato e lasciarono vivere i bambini. Il re d'egitto chiamò ancora le levatrici e disse loro: "Perché lasciato vivere i bambini?". Le levatrici dissero al faraone: "Le donne ebree sono diverse dalle egiziane: sono piene di vitalità: prima che arrivi da loro la levatrice, hanno già partorito!". Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte. E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una numerosa famiglia. Allora il faraone diede quest'ordine a tutto il suo popolo: "Ogni figlio maschio che nascerà presso gli Ebrei, lo annegherete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni femmina". LE LEVATRICI DI EGITTO Vuoi ricevere Partecipare per posta elettronica? Segnala a: oppure

2 Offriamo una buona lettura per rinfrancare il cuore, il cervello e lo spirito Indice FLAEI-CISL di Belluno e Treviso Pagina Testo 3 CHI E LUIGINO BRUNI 4 L'amore non cede al potere 6 Il grido che ci fa ricchi 8 Le liberazioni e le spine 10 Dove comincia la vera libertà 12 La lealtà apre anche il cielo 15 Le piaghe degli imperi invisibili 18 Ecco la liberazione più grande 21 La gratuità che sa parlare 24 La salvezza è danza e occhi 26 La giusta legge del pane 28 Le parole diverse degli uguali 30 Le parole del cielo e della terra 33 Ecco la sola immagine vera 36 Puro dono è la dote della terra 39 Il tesoro del settimo giorno 42 La voglia di intrappolare Dio 45 Il peso delle parole comuni 48 Le spalle e il volto di Dio 51 C'è un velo che svela il falso 54 Il lavoro è già terra promessa 57 Nessun liberatore si fa mai re 59 CONCLUSIONE 2

3 CHI E LUIGINO BRUNI Luigino Bruni, nato ad Ascoli Piceno nel 1966, è Professore Associato in Economia Politica al Dipartimento di Economia Politica dell Università Milano Bicocca ed all Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI). Dopo la Laurea in Economia ad Ancona nel 1989, ha conseguito un dottorato nel 1998 in Storia del Pensiero Economico presso l Università di Firenze, ed un secondo PhD nel 2004 in Economics presso l Università di East Anglia (UK). E vicedirettore del Centro interdisciplinare e interdipartimentale CISEPS; e vicedirettore del Centro interuniversitario di ricerca sull'etica d'impresa Econometica; è coordinatore del progetto Economia di Comunione e membro del comitato etico di Banca Etica Negli ultimi 15 anni il campo di ricerca di Luigino Bruni ha coperto molti ambiti, dalla Microeconomia, all Etica ed Economia, alla Storia del Pensiero Economico e dalla Metodologia in Economia alla Socialità e Felicità in Economia. Recentemente i suoi interessi si sono rivolti all Economia Civile ed alle categorie economiche ad essa collegate quali Reciprocità e Gratuità. Su questi argomenti Luigino Bruni ha scritto molti libri e vari di questi sono stati tradotti in altre lingue. Nel 2008 il suo libro Civil Happiness ha vinto il secondo premio del Templeton Enterprise Awards. Questo premio è assegnato ogni anno ai migliori libri e articoli sulla cultura d impresa scritti da autori con meno di 40 anni al momento della pubblicazione. Attualmente la ricerca di Luigino Bruni si è focalizzata sul ruolo della motivazione intrinseca nella vita civile e economica. * * * Libri pubblicati: L ethos del mercato, Bruno Mondatori, Milano (2010) Dizionario di Economia Civile, con S.Zamagni, Città Nuova, Roma (2009) L'impresa civile, Egea, Milano (2009). Benedetta Economia, con A. Smerilli, Città Nuova, Roma (2008) Reciprocity, altruism and civil society, Routledge, London (2008) La ferita dell'altro. Economia e relazioni umane, Il Margine, Trento, Civil Economy, con S. Zamagni, Peter Lang, Oxford, 2007 Il prezzo della gratuità, Città Nuova, Roma, Civil Happiness, Routledge, London, Reciprocità. Cooperazione economia società civile, Bruno Mondadori, Milano, L economia, la felicità e gli altri. Un indagine su beni e benessere, Città Nuova, Roma, Economia civile, con S. Zamagni, Il Mulino, Bologna Vilfredo Pareto and the birth of the modern microeconomics, Elgar, Chelterham, 2002 Vilfredo Pareto. Alle radici della scienza economica del novecento, Collana Economisti Italiani, Polistampa, Firenze,

4 Le levatrici d Egitto / 1 È UNO SGUARDO DI DONNA CHE CI SALVA DAGLI IMPERI L'amore non cede al potere Dio mandò loro i suoi angeli per lavarli, per ungerli e per fasciarli, e per porre due pietre levigate: da una succhiavano latte, dalla seconda mangiavano miele. E fece crescere i loro capelli fino alle loro ginocchia perché si coprissero con essi, e per adornarli e coccolarli nella Sua misericordia per loro Cronache di Mosè Il libro dell'esodo è un grande esercizio spirituale ed etico per chi vuole prendere coscienza dei 'faraoni' che ci opprimono e iniziare cammini di liberazione La prima arte della terra è quella delle levatrici: far nascere i bambini Quando questa prima arte si eclissa, la vita perde il primo posto e le civiltà si ammalano e decadono Avvenire 10 agosto 2014 Gli imperi ci sono sempre stati, e ci sono ancora. Ma oggi ci stiamo assuefacendo ad essi, e facciamo sempre più fatica a riconoscerli. E non riconoscendoli non li chiamiamo per nome, non ci sentiamo oppressi, non iniziamo nessun cammino di liberazione. Ci rimane soltanto la 'sovranità' dei consumatori, sempre più infelici e soli sui nostri divani. La lettura e la meditazione del libro dell Esodo è un grande esercizio spirituale ed etico, forse il più grande di tutti, per chi vuole prendere coscienza dei 'faraoni' che ci opprimono, tornare a sentire dentro il desiderio di libertà, udire il grido di oppressione dei poveri, cercare di liberarne almeno qualcuno. E per chi vuole imitare le levatrici d Egitto, le amanti dei bambini di tutti. Tra la Genesi e l Esodo c è una diretta continuità: «Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto forti, e il paese ne fu pieno. Allora sorse sull Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe» (1,5-7). La crescita demografica degli ebrei (1,10), unita al timore che tra i nuovi nati ci potesse essere chi lo avrebbe scalzato (1,22), è vissuta dal Faraone come una grave minaccia. Inasprisce allora la condizione degli ebrei cioè quel groviglio eterogeneo di popoli nomadi stranieri che si trovavano in Egitto come servi, tra i quali finirono anche le tribù di Israele. Così «rese loro amara la vita mediante una dura schiavitù, costringendoli a preparare l argilla e a fabbricare mattoni, e a ogni sorta di lavoro nei campi» (1,14). Ma il faraone non si limitò ai lavori forzati per gli uomini. Tentò la soluzione più drastica, che ci apre una delle pagine più belle di tutta la scrittura: «Il re d Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l altra Pua: 'Quando assistete le donne ebree durante il parto, osservate bene tra le due pietre: se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, potrà vivere'» (1,15-16). Il mestiere della levatrice era in Egitto molto stimato e sviluppato. A Sais c era una scuola nota in tutta l antichità, e due levatrici, Neferica-Ra e più tardi Peseshet, sono ricordate come le prime donne medico della storia. Le levatrici sono sempre state considerate dalla gente un 'bene comune', donne che affiancano il loro lavoro al travaglio delle madri, sempre a lottare dalla parte della vita, amate da tutta la comunità che riceve i suoi figli dalle loro mani esperte e buone (la 'Signora Germana', l ultima levatrice del paese in cui sono nato, resta ancora una stella luminosa). Un mestiere nell antichità tutto e solo femminile, che gestiva la fine del gestare, quel momento sacro in cui le donne ci generano e rigenerano il mondo. Nella cultura biblica, al parto è assegnato un posto centrale. Rachele, una delle figure più belle e importanti della Genesi, muore partorendo. Ed è durante quell ultimo parto che compare per la prima nella Bibbia la parola levatrice: «La levatrice le disse: 'Non temere: anche questa volta avrai un figlio!'» (Gen 35,17). Quella prima levatrice disse, sussurrò, parole buone e di speranza (alle madri partorienti non si parla: si sussurra, si accarezzano, si parla con le mani). Ma Benomì-Beniamino nacque sulla morte di Rachele. La ritroviamo poi durante il parto di Tamar, mentre pone un «filo scarlatto» sulla mano del suo primo gemello (38,28). E infine le levatrici d Egitto, e per l ultima volta, perché dopo le parole infinite di Sifra e Pua era tutto detto. Quel popolo nomade, dai parti difficili nelle tende mobili, ha voluto porre all origine della loro grande storia di liberazione due levatrici d Egitto. Di Sifra ('la bella') e Pua ('splendore', 'luce') sappiamo poco. Quasi certamente erano egiziane, forse le responsabili delle levatrici degli ebrei o di tutto l Egitto. Sappiamo i loro nomi, ma soprattutto sappiamo che furono le prime obiettrici di coscienza: «Le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d Egitto e lasciarono vivere i bambini» (1,17). La prima arte della terra è quella delle levatrici: 'lasciare vivere i bambini', i bambini nostri e quegli degli altri, i bambini di tutti. Quando questa prima arte si eclissa, la vita perde il primo posto e le civiltà si confondono, si ammalano e decadono. In questi 'no' al faraone e 'sì' alla vita è allora custodita anche una grande parola per ogni lavoro: la legge più profonda e vera delle nostre 4

5 professioni e dei nostri mestieri non è quella emanata dai tanti faraoni, dominati dalle brame, antiche e nuove, di potere e di onnipotenza. Le loro leggi vanno rispettate solo se e solo quando servono la legge della vita. Quando dimentichiamo che la 'legge dei faraoni' è sempre la legge seconda, mai la prima, ci trasformiamo tutti in sudditi di imperi, e non iniziamo nessuna liberazione, nostra e degli altri. Sifra e Pua ci dicono che 'i bambini non si uccidono', non si uccidono i bambini degli egiziani né quelli degli ebrei. Non si uccidono né in Egitto né in alcun luogo. Ieri, oggi, sempre. Se vogliamo restare umani. E tutte le volte che non facciamo così, non 'temiamo Dio', non ubbidiamo alla vita e rinneghiamo l eredità delle levatrici d Egitto. In Sifra e Pua, due donne, due lavoratrici, due esseri umani dalla parte della vita, riecheggia il mito greco di Antigone (che disobbedisce al re per ubbidire alla legge più profonda della vita: seppellire suo fratello morto in battaglia). Rivivono le donne della Genesi, le altre donne della Bibbia. È annunciata Maria, e tutte le donne che ancora oggi continuano a generarci. Rivivono i carismi e il 'profilo mariano' della terra. Tutto l inizio del libro dell Esodo si svolge sotto il segno delle donne che salvano la vita. La madre di Mosè disobbedì al nuovo ordine del faraone di «gettare nel Nilo ogni figlio maschio» (1,22) e salvò il bambino. Lo nascose, e quando non poté «tenerlo nascosto più oltre», costruì un cesto di papiro, ve lo pose dentro e lo affidò alle acque del Nilo (2,2-3). Un altra donna, la figlia del faraone, trovò il cesto nel fiume, e quando vide che conteneva «un bambino degli ebrei» ne «ebbe compassione» (2,5-7). L intera scena del ritrovamento del cesto sulla riva del grande fiume è accompagnata dallo sguardo della sorella di Mosè: «La sorella del bambino si pose a osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto» (2,4). È stupendo questo sguardo di donna-bambina che accompagna, correndo lungo la riva, lo scorrere della cesta lungo il fiume; uno sguardo buono d amore innocente che ci ricorda quello di Elohim che seguiva lo scorrere sulle acque della barca-cesto che conteneva Noè il giusto non a caso la parola ebraica tevà è usata sia per il cesto di Mosè che per l arca di Noè. La sorella di Mosè parlò con la figlia del faraone, e si offrì per trovarle una nutrice presso gli ebrei. La figlia del faraone accettò l offerta e le disse: «Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario» (2,9). Ancora un lavoro di donna che salva, quello più intimo (il latte scambiato tra donne per la vita), che viene accostato a un altra parola cruciale: salario. In un tempo in cui soffrono sia il lavoro sia il salario, e quando le leggi dei faraoni non vogliono far nascere i bambini o trasformarli in una merce, questo inizio dell Esodo ci deve parlare e scuotere forte. Il Faraone voleva utilizzare due lavori per eliminare i figli di Israele: quello forzato dei mattoni e quello delle levatrici. Ma nessuno di questi lavori fu alleato della morte. Le levatrici scelsero per vocazione la vita, ma nemmeno i lavori forzati vinsero, perché «quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva» (1,14). Nonostante il faraone, il lavoro resta alleato della vita, e non si lascia usare facilmente per scopi di morte. I faraoni sono sempre tentati di manipolare il nostro lavoro, ma possiamo salvarci persino nei lavori peggiori. Lavorare è parte della condizione umana, e quindi abbiamo la capacità di farcelo amico a dispetto dei potenti e degli imperi, e convertire il 'lavoro-lupo' in 'fratello lavoro'. Più difficile è oggi salvarsi dal 'non-lavoro forzato'. L inizio dell Esodo ci mostra una meravigliosa alleanza tra donne, cooperanti per la vita oltre le gerarchie sociali, i mariti e i padri oppressori e oppressi. Queste alleanze incrociate tra donne hanno salvato molte vite durante le guerre e le dittature degli uomini, costruendo con le loro mani 'cesti' di salvezza. Alleanze che continuiamo a vedere nelle nostre città, e che consentono ai nostri figli di vivere e di diventare grandi. I bambini si devono salvare: è la legge delle levatrici, delle donne, la prima legge della terra. «Dio fece sì che alle levatrici tutto andasse bene... E perché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una numerosa famiglia» (1,20-21). È la 'numerosa famiglia' delle levatrici del mondo, delle persone amanti e custodi della vita, delle madri delle bambine e dei bambini di tutti. Figura 1 - William Dyce, «Rachele e Giacobbe» 5

6 Le levatrici d Egitto / 2 IL NOSTRO È UN DIO CHE ASCOLTA E 'RICOMINCIA' LA CURA PER NOI Il grido che ci fa ricchi Svégliati! Perché dormi, Signore? Dèstati, non respingerci per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? La nostra gola è immersa nella polvere, il nostro ventre è incollato al suolo. Àlzati! Salmo 44 Per fare l'esperienza della liberazione occorre prima aver sentito il bisogno di essere liberati, e poi gridare, credendo o sperando che di là, o Lassù, ci sia qualcuno ad ascoltare. I lavori e i non-lavori forzati continuano a crescere, ma dai nostri campi di lavoro non si lanciano grida verso il cielo. La grande povertà è oggi indigenza di liberazioni, perché le ricchezze fittizie di merci ci stanno convincendo di non aver più bisogno di essere liberati Avvenire 17 agosto 2014 La prima preghiera che incontriamo nella Bibbia è un grido, un urlo verso il cielo che si alza da un popolo oppresso. Per fare l esperienza della liberazione occorre prima aver sentito il bisogno di essere liberati, e poi gridare, credendo o sperando che di là, o Lassù, ci sia qualcuno a raccogliere quel grido. Se invece non ci sentiamo oppressi da nessun faraone, o se abbiamo perso la speranza che qualcuno ascolti il nostro grido, non abbiamo ragioni per gridare e non siamo liberati. Mosè inizia la sua vita pubblica uccidendo un uomo: «Un giorno Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i loro lavori forzati. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. Voltatosi attorno e visto che non c era nessuno, colpì a morte l Egiziano e lo sotterrò nella sabbia» (Esodo 2,11-12). Mosè, l annunciatore della Legge «non uccidere», diventa assassino. In questo incipit della storia di Mosè, misterioso e per noi un po sconcertante, ritorna una delle leggi più profonde della Bibbia. I patriarchi e i profeti biblici non sono eroi né modelli di virtù. Ci si mostrano come donne e uomini tutti interi, talmente umani da includere nel loro repertorio persino il gesto omicida di Caino. È sulla loro umanità a tutto tondo che arrivano le loro immense vocazioni, che iniziano e terminano le loro grandi esperienze spirituali e sempre umane. Solo se prendiamo su di noi la loro umanità tutta intera, può accadere che le loro storie di salvezza diventino anche le nostre, nostre le loro speranze e le loro liberazioni. Dopo quell omicidio, Mosè ha paura e fugge dall Egitto, e arriva nella terra di Madian come straniero (2,15). Gli anni che Mosè trascorre dai madianiti separato dal suo popolo, sono anche l immagine dell eclisse di Dio che Israele sta vivendo in Egitto. L oppressione del popolo, le levatrici d Egitto, Mosè salvato dalle donne e dalle acque, si svolgono dentro un orizzonte di silenzio di Dio, in una notte dell Alleanza. Dio in Egitto tace, come se avesse dimenticato la sua Alleanza. La promessa si è abbuiata, il popolo dell Alleanza è oppresso e schiavo in una terra straniera. Ma il popolo oppresso riesce a trovare la forza per gridare, e sarà il suo urlo a porre fine a questa notte: «Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne prese cura» (2,24-25). Fino a questo grido, nella preistoria e storia di Israele abbiamo incontrato steli, altari e sacrifici che i patriarchi hanno alzato verso il cielo per ringraziare. Ma per trovare la prima preghiera siamo dovuti scendere in Egitto, e arrivare fino ai campi di lavoro forzato. Da lì si è alzata verso il cielo la prima preghiera d Israele, che fu urlo collettivo di un intero popolo schiavo. E come quando Dio udì nel deserto il pianto del bambino di Agar (Gen 21,17), anche ora ascolta un pianto-preghiera di oppressi. E risponde. Il Dio biblico non è il dio dei filosofi: YWHW si commuove, si dimentica, si indigna, ha orecchie per poter ascoltare il grido dell oppresso; si ricorda, si prende cura. In questo grido che sale e che trova ascolto si nasconde allora qualcosa di prezioso. Se anche Dio può 'dimenticarsi' del patto, e se le grida del popolo oppresso sono riuscite a fargli ricordare le promesse fatte, allora gridare è molto importante. È importante sempre, ma è essenziale quando si eclissa un patto e siamo abbandonati da chi aveva stabilito con noi un alleanza, quando siamo lasciati da qualcuno con cui ci eravamo fatti delle promesse. Se le urla di dolore dei poveri fecero terminare il silenzio del cielo e poi aprirono il mare, allora anche noi possiamo e dobbiamo gridare quando chi è legato a noi da un patto di reciprocità ci dimentica e ci lascia schiavi in Egitto 6

7 Se Dio si dimenticò del suo patto e il grido del povero glielo ricordò, allora Marco può, deve, gridare quando Giovanna, dimenticando il suo patto matrimoniale, è uscita di casa e non è tornata. Possiamo e dobbiamo gridare quando Franco, con cui avevamo coltivato e costruito il sogno di una cooperativa con e per i poveri, ha seguito i miraggi dei molti guadagni, e ci ha lasciati. Possiamo e dobbiamo gridare quando chi abbiamo mandato in Parlamento e nelle Amministrazioni pubbliche dimentica il patto politico per il Bene comune e lascia i poveri morire sotto l oppressione degli imperatori dell azzardo o delle armi. Quando un alleanza si spezza e, senza colpa, finiamo ai lavori forzati sotto gli imperi, la prima cosa che dobbiamo fare è gridare, urlare. Queste grida che salgono verso chi si è dimenticato della sua alleanza con noi, sono il primo passo di una possibile riconciliazione, perché dicono a noi e agli altri che siamo coscienti di trovarci ingiustamente in Egitto, che soffriamo e vogliamo uscire da quella schiavitù. Gridare, però, non è sempre facile. La prima condizione per poter gridare è credere che chi ci ha abbandonato può essere raggiunto dal nostro dolore, commuoversi per il nostro pianto, ricordarsi del patto e voler continuare l alleanza. Si grida quando si crede che l altro ci può ancora ascoltare, e può ricominciare. Il popolo ebraico gridò perché credeva ancora nell Alleanza e nella promessa, e credeva che il cielo verso cui gridare non fosse vuoto. Quando, invece, si perde la fede-speranza che ricominciare è ancora possibile, il grido si spegne in gola, non si grida più, e il nongrido è il primo segno che in noi è morta la fede-speranza in quel rapporto. Le persone, le comunità, popoli interi, hanno imparato a pregare gridando. Si scopre che il cielo non è vuoto quando lo chiamiamo forte chiedendo, implorando, che ci ascolti. Quando esauriti gli sguardi laterali e frontali, all improvviso e con stupore senti che te ne resta ancora uno: lo sguardo si alza verso il cielo, occhi e voce assieme. E inizia il tempo della preghiera vera. Ci sono tanti patti che muoiono e non risorgono perché qualcuno non vuole o non riesce ad ascoltare il nostro grido di dolore. Gridiamo, urliamo, e nessuno risponde. Di questi non-ascolti delle nostre grida è piena la terra. Ma ci sono altri patti che non vengono risanati perché non riusciamo a gridare. Non ci riusciamo per mancanza di fede-fiducia in quel patto spezzato, per orgoglio, o per il troppo dolore che ci ha tolto il fiato. Non avendo gridato, nessuno l ha ascoltato, il liberatore non è arrivato per mancanza del grido di dolore. E così non sapremo mai se dall altra parte c era invece qualcuno che non aspettava altro che udire il nostro grido per ricominciare, e che magari continua ancora ad attenderlo. Non riusciamo a curare i nostri patti spezzati se perdiamo la fede che chi ci ha abbandonato (o che sembra averlo fatto) può ancora ascoltare il nostro grido, commuoversi, e forse ricominciare. C è poi anche chi è certo che l altro non ascolterà e non risponderà, ma grida ugualmente; e non è raro che la fede-fiducia torni dopo questo grido disperato. Gridare può essere un canto d amore, anche quando è una preghieradisperata. Ipoveri continuano a soffrire. Qualche volta riescono a gridare, ogni tanto qualcuno raccoglie il loro grido, e arrivano le liberazioni. Per essere liberati e fare l esperienza della liberazione, occorre però essere poveri, sentire qualche forma di indigenza. Anche se può apparire paradossale a chi della vita conosce soltanto il lato dei consumi e dei piaceri, l assenza di grida può essere una grave forma di povertà. I ricchi e i potenti non gridano, e così non possono essere liberati: restano schiavi nelle loro opulenze, e non fanno l esperienza della liberazione, che è tra le più grandi e sublimi che la terra conosca. La grande indigenza della nostra società è indigenza di liberazioni, perché le ricchezze fittizie di merci ci stanno convincendo di non aver più bisogno di essere liberati. Siamo schiavi in altri lavori forzati, ma le nuove ideologie dei nuovi faraoni riescono a non farci sentire il bisogno di liberazione. Non c è schiavitù più grave di chi non avverte la propria condizione di schiavo. È una schiavitù peggiore di quella di chi, sentendosi oppresso, non grida più perché crede che nessuno lo potrà ascoltare e liberare (che pur sono abbondanti nelle nostre città mute). Oggi i popoli più poveri sono quelli opulenti che non gridando non vedono o non riconoscono Mosè, e non assistono al miracolo di un mare che si apre verso una terra dove «scorre latte e miele». I lavori e i non-lavori forzati continuano a crescere nel mondo, ma dai nostri campi di lavoro non si elevano più grida verso il cielo. È solo tornando indigenti di liberazioni che ritroveremo la forza di gridare insieme, vedremo arrivare nuovi Mosè, e ci metteremo in cammino per attraversare il mare. Figura 2 - Sandro Botticelli, «Prove di Mosè» ( ), affresco della Cappella Sistina 7

8 Le levatrici d'egitto/3 MOSÈ NON È PERFETTO, MA SA ASCOLTARE DIO E RICONOSCERSI FRATELLO Le liberazioni e le spine Manda, Signore, ancora profeti, / uomini certi di Dio, / uomini dal cuore in fiamme. E tu a parlare dai loro roveti / sulle macerie delle nostre parole, / dentro il deserto dei templi: a dire ai poveri / di sperare ancora David Maria Turoldo Gli eventi che veramente ci cambiano accadono nella quotidianità, quando, senza cercarla né attenderla, una voce ci chiama per nome nei luoghi umili del vivere Dubitare della propria voce è essenziale per credere alla verità della Voce che ci chiama Non liberiamo nessuno se prima non sentiamo nella nostra carne il dolore per la sua sofferenza Avvenire 24 agosto 2014 L incontro decisivo della vita di Mosè avviene durante un ordinario giorno di lavoro: «Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l Oreb» (Esodo 3,1). Mosè era un uomo straniero che lavorava per vivere. Come Giacobbe presso Laban, come tanti uomini del suo tempo e del nostro. Ed è dentro questo lavoro umile e dipendente, che accade l evento che cambierà la sua storia e la nostra. Le fabbriche, gli uffici, le aule, i campi, le case, possono essere e sono il luogo degli incontri fondamentali della vita, persino delle teofanie. Gli appuntamenti decisivi ci raggiungono nei luoghi del nostro vivere ordinario, e quindi mentre lavoriamo (lavorare è importante anche per questo). Possiamo partecipare a mille liturgie, fare cento pellegrinaggi e decine di ritiri spirituali, e così vivere esperienze splendide; ma gli eventi che veramente ci cambiano accadono nella quotidianità, quando senza cercarla né attenderla, una voce ci chiama per nome nei luoghi umili del vivere. Facendo i piatti, correggendo un compito, guidando un tram. O pascolando un gregge, nei pressi dei roveti che bruciano nelle nostre periferie. Tutta la prima parte della vita di Mosè è all insegna della normalità. Le vocazioni bibliche non sono spettacolari, né legate alla straordinarietà dei chiamati né al loro merito (chi ama la 'meritocrazia' non trova alleati nella Bibbia). Mosè non è scelto perché buono o migliore degli altri uomini. Come Noè, è chiamato a costruire un arca di salvezza: «Dio gridò a lui dal roveto: 'Mosè, Mosè!'. Rispose: 'Eccomi!'. Riprese: 'Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!'. E disse: 'Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe'» (3,4-6). Un altro grido, questa volta di Dio, che Mosè sa ascoltare; una voce alla quale crede, riconoscendola senza conoscerla. Mosè, infatti, non era stato educato nella sua gente. Era cresciuto con gli egiziani (da cui aveva preso il nome), poi aveva vissuto presso un popolo straniero e idolatra. Non aveva ascoltato le storie dei patriarchi nelle lunghe sere sotto la tenda. Forse gli stessi nomi di Abramo, Isacco, Giacobbe, gli dicevano poco, o niente. Di chi era allora quella voce che gli parlava dal roveto? Come distinguerla dalla voce dei tanti dei che popolavano la terra di Madian? Diversamente dai patriarchi, Mosè dialoga direttamente con Dio, ci discute, gli domanda il nome ( YWHW), vuole dei segni, recalcitra, e infine parte: «Va! Io ti mando dal faraone. Fa uscire dall Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». Mosè dice a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall Egitto? Non mi crederanno, non daranno ascolto alla mia voce» (3,9-11; 4,1). Dio allora gli dà dei segni (4,2-9), ma Mosè non è ancora convinto: «Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore» (4,10). Ora Mosè mette in discussione la sua capacità di svolgere il compito. Non sa parlare, forse è balbuziente («sono impacciato di bocca e di lingua»), mancante quindi del principale strumento del profeta. Dio lo convince dicendogli che il primo e vero strumento del profeta non è la bocca, ma la sua persona: la voce gliela resterà suo fratello Aronne: «Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca» (4,15). E così, «Mosè partì» (4,18). In questo dialogo ci si svela una dimensione essenziale di ogni autentica vocazione profetica (ogni vocazione, se è autentica, è anche profetica). Non sono i mezzi verbali né le tecniche comunicative a dare contenuto e forza alla profezia. Ci sono profeti che hanno salvato e salvano molti senza saper né parlare né scrivere, che hanno parlato e scritto parole di vita. La profezia è gratuità, e la sua prima espressione è riconoscere che la vocazione che si è ricevuta è tutto dono, non un proprio manufatto. È eccedenza, e chi è chiamato non è il padrone della voce. La sola parola necessaria al profeta è «Eccomi». 8

9 Il parlare eloquente spesso accompagna i falsi profeti, i sofisti che usano talenti e tecniche per manipolare gli altri e le promesse. Cembali risonanti. La percezione soggettiva (e a volte oggettiva) della propria inadeguatezza a svolgere il compito cui si è chiamati, è il primo segnale dell autenticità di una vocazione. Dubitare della propria voce è essenziale per credere alla verità della Voce che ci chiama. Occorre allora guardare con sospetto chi attende di essere inviato a salvare qualcuno perché si è formato a tale scopo, ha appreso il 'mestiere del profeta' e si sente pronto per esercitarlo. Mosè riconosce quella voce difficile come una voce buona di salvezza. In tutto il suo dialogo non mette mai in discussione la verità della voce che lo chiama. Saper riconoscere la voce buona che ci parla negli incontri decisivi della vita è una capacità che possediamo, che fa parte del repertorio dell umano. Quando arriva, quella voce è inconfondibile. Possiamo non rispondere, negarla perché ci chiede cose scomode, tapparci le orecchie e l anima, ma la riconosciamo sempre. Questo dialogo ci dice molto anche del Dio biblico: non è un sovrano che dà ordini ai suoi sudditi. È il Dio dell Alleanza, che dialoga, ci convince, si arrabbia, argomenta. È un logos. E ha bisogno del 'sì' di Mosè per agire nella storia; come ai tempi del diluvio, per salvare il suo popolo ha bisogno della risposta di un uomo. Ha bisogno di diventare amico e compagno dell uomo - senza le grandi vocazioni bibliche, e senza le vocazioni che continuano a riempire la terra, Dio sarebbe troppo lontano. La grande vocazione di Mosè ci dice allora che per tornare liberi non è sufficiente trovare la forza e la fede per gridare il nostro dolore dal profondo delle nostre schiavitù. Non basta neanche che questo grido di dolore sia raccolto dal Cielo («Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido»: 3,7). Per uscire dalle schiavitù profonde e da quelle collettive c è bisogno che qualcuno risponda 'sì' a una vocazione di liberazione di altri. Mosè è l immagine, la più grande, di chi è chiamato a liberare altri dalle schiavitù, senza essere egli stesso schiavo. Mosè non è ai lavori forzati in Egitto, ma è un lavoratore emigrato e salariato nella terra di Madian. È però parte del popolo oppresso, un suo figlio, un fratello. Si trova fuori dalla 'buca' dove sono precipitati gli altri, e così può liberarli. Non è schiavo ma soffre per la condizione di schiavitù dei 'suoi fratelli', al punto di uccidere un egiziano che aveva colpito uno di loro. Non liberiamo nessuno se prima non sentiamo nella nostra carne il dolore per la sua sofferenza. Gandhi, Madre Teresa, Don Oreste, e migliaia di altri liberatori, sono stati capaci di rispondere un giorno «Eccomi» a una chiamata di liberazione di altri, perché prima avevano sofferto e sentito il dolore per la condizione di schiavitù del loro popolo. Erano fuori dalla fossa, ma soffrivano per e con chi era dentro, si sentivano parte dello stesso popolo, provavano veramente lo stesso dolore. Non sono i faraoni a liberarci dai lavori forzati. La liberazione degli oppressi viene dagli oppressi: dal popolo, da un suo figlio, da un 'fratello' naturale o da chi diventa fratello per vocazione fratelli si può diventare. Senza provare indignazione, dolore, mal di cuore e di anima, per la sorte dei nostri fratelli oppressi da qualsiasi forma di 'schiavitù', senza vivere esuli per fuggire dai faraoni, senza rischiare di finire in tribunale per le denunce dei potenti (e spesso finirci realmente), non si libera nessuno - e qualche volta si scopre che i 'liberatori' erano sul libro-paga dei faraoni. Gli imprenditori o i politici che hanno liberato e liberano veramente poveri dalle trappole in cui si trovano, sono quelli che hanno provato dolore spirituale e fisico incontrando e abbracciando gli abitanti delle periferie del mondo. Si sono sentiti solidali, qualche volta sono diventati loro fratelli, e quando hanno udito forte una voce sono stati capaci di diventare altro, di rispondere e di partire. Senza questi dolori, abbracci, ascolti, fraternità, si può fare forse un po di filantropia o lanciare una campagna mediatica. Ma le vere liberazioni nascono da un grido, da un ascolto, da un dolore, e da un «Eccomi». Non vediamo abbastanza liberazioni perché non gridiamo abbastanza, o perché non riusciamo a gridare al posto di chi non ha più la forza di gridare. Ma il mondo soffre soprattutto per mancanza di persone che sanno soffrire per il loro popolo oppresso, ascoltare la voce buona, lasciarsi convertire, e poi rispondere. Soffrire per le ingiustizie che ci circondano è un alta forma di amoreagape, la premessa di ogni liberazione. Ci sono molte spine che ardono nelle periferie dei nostri pascoli. Bruciano da anni, da secoli, e non si consumano mai. Da esse partono voci che ci chiamano, che attendono il nostro «Eccomi». Figura 3 - «Roveto ardente», Raffaello Sanzio (1511), volta della Stanza di Eliodoro, Musei Vaticani 9

10 Le levatrici d Egitto/4 IL CIELO DI DIO E DEGLI UOMINI È SEMPRE PIÙ ALTO DELLE PIRAMIDI Dove comincia la vera libertà «Per tutta la vita, devo confessarlo, sono stato sospinto da due forze che hanno operato assieme. Innanzitutto la collera, l impossibilità di accogliere il mondo così com è. L altra forza è la luce. Oggi forse parlerei di trasparenza. Potrei dire: è la fede» - Paolo Dall Oglio, «Collera e luce» Quando i nuovi faraoni ci fanno lavorare tutto il giorno e tutti i giorni, ci riportano nelle fabbriche di mattoni dell'egitto. Il primo e più naturale atto con cui gli imperatori ci dicono che siamo solo lavoratori forzati è negarci il tempo per il non-lavoro, per il culto, per la gratuità, per la festa Avvenire 31 agosto 2014 Gli imperi hanno sempre cercato di usare il lavoro per far spegnere nelle anime dei lavoratori i sogni di libertà, di gratuità, di festa. Proprio per il suo essere il principale amico dell uomo, il lavoro si presta a essere manipolato e usato contro i lavoratori, diventa facilmente 'fuoco amico'. Poter lavorare è stata ed è una via di liberazione per tanti, e il non poter lavorare continua a essere una delle principali illibertà e violenze di massa del nostro tempo. Ma accanto al lavoro che libera e nobilita, c è sempre stato, e continua a esserci, un lavoro usato dai faraoni come mezzo di oppressione dei poveri. Il lavoro apre la nostra Costituzione repubblicana, ma apriva anche i campi 'di lavoro' nazisti: per capire e amare il lavoro dobbiamo tenere assieme questi due 'ingressi'. Oggi continuiamo a vivere lavorando, e continuiamo a non fiorire e a spegnerci perché non possiamo lavorare; ma non abbiamo smesso di morire e di essere umiliati dal troppo lavoro e dal lavoro sbagliato, quando i nuovi faraoni ci fanno lavorare tutto il giorno e tutti i giorni, non ci permettono di pensare, di pregare e far festa, e così ci riportano nelle fabbriche di mattoni dell Egitto. Mosè, dopo l ascolto della Voce presso il roveto, scende dal monte e ha subito un incontro misterioso. Come Giacobbe che fu attaccato da Dio presso lo Yabbok mentre tornava con la sua famiglia nella terra dei padri, anche Mosè viene affrontato da Dio nel viaggio verso l Egitto con sua moglie e suo figlio. Quel Dio che gli aveva appena rivelato il suo nome ( YHWH), ora lo affronta e lo combatte: «E avvenne che lungo il cammino, nel luogo di sosta, YHWH gli venne incontro e cercò di farlo morire» (Esodo 4,24). Dio che affida un compito al profeta e poi lo combatte, è un tema che attraversa l intera Bibbia, fino a quel Figlio inviato per svolgere il compito più grande, che si ritrova crocifisso a un legno, abbandonato da Elohim (Marco 15,34). La voce che ti chiama e ti indica la strada di salvezza da percorrere, diventa chi ti ferma e ti combatte lungo il cammino che ti aveva aperto. La vocazione e la fede-fiducia sono dono; ma sono anche lotta, un combattimento che si svolge ai confini tra la vita e la morte, che conosce e ama solo chi ha ascoltato una voce e l ha seguita veramente. Diversamente dall episodio dello Yabbok, che la Genesi descrive con abbondanza di simboli e di dettagli, qui il testo non si sofferma sul combattimento tra Mosè e Dio, ma ci descrive soltanto le azioni di Zippora, la moglie di Mosè. Durante quell attacco, Zippora circoncide il figlio, e a quel sangue di figlio è misteriosamente legata la salvezza di Mosè (4,25-26). Dopo le levatrici d Egitto, la madre e la sorella di Mosè, la figlia del faraone, Mosè è di nuovo salvato dalle donne, dalla loro speciale vocazione alla vita, umili mediatrici tra il divino e le nostre carni. Mosè continua da solo il suo cammino verso l Egitto. Il suo popolo crede subito alle parole di Aronne, la 'bocca' di Mosè (4,27), e tutti «si inginocchiarono e adorarono» (4,30-31). Molto più complicato e fallimentare è invece il dialogo con il faraone: «Mosè e Aronne andarono e dissero al faraone: 'Così dice YHWH, Dio di Israele: Rilascia il mio popolo, perché celebrino per me una festa nel deserto '. Disse il faraone: 'Chi è YHWH perché io debba ascoltare la sua voce e rilasciare Israele? Non conosco YHWH né Israele rilascerò'» (5,1-3). Il faraone fa chiamare immediatamente i responsabili dei lavori degli ebrei, e inasprisce subito le loro condizioni di lavoro: «Non continuerete a dare la paglia al popolo per fabbricare i mattoni, come facevate prima; essi andranno a raccogliersi la paglia. Però imporrete loro il medesimo quantitativo di mattoni che facevano finora, senza alcuna riduzione» (5,7-8). La reazione del faraone di fronte alla richiesta di Mosè ci offre una potente descrizione di che cosa diventa il lavoro sotto gli imperi di ieri e di oggi. La prima risposta del faraone riguarda direttamente Dio: «Chi è YHWH?», come a dire: 'Ma chi lo conosce'? Ogni oppressione dei popoli e dei lavoratori inizia dal non ammettere nessun altro dio al di fuori del faraone, dal non riconoscere che esiste un cielo più alto di quello toccato dalle loro piramidi. In Egitto il faraone era una divinità, l unico mediatore tra il divino e gli uomini. Riconoscere YHWH e dare 10

11 ascolto alla sua richiesta, avrebbe significato per il faraone mettere in discussione la sua natura divina e ammettere l esistenza di altri mediatori (Mosè e Aronne). Gli imperi non sono atei, sono tutti idolatri: non negano Dio, fanno semplicemente diventare dio le persone, le cose (denaro, potere), le idee, producendo dei a loro immagine con cui si trovano molto comodi. In questo episodio, c è poi un passaggio particolarmente significativo per il lavoro. Al faraone, Mosè e Aronne non hanno chiesto la liberazione definitiva del popolo. In quel primo incontro gli avevano soltanto fatto la richiesta di poter «camminare tre giorni nel deserto» (5,3), per offrire sacrifici al loro Dio, per pregare, per fare una festa. Il faraone la respinge senza appello, perché se li avesse lasciati uscire dai campi di lavoro anche per un solo giorno di festa e di culto avrebbe riconosciuto la loro natura di popolo e non più di schiavi. Si può pregare ovunque, e le preghiere elevate verso il cielo dai campi di prigionia sono le più belle e le più vere. Ma uscire dai campi di lavoro per andare a pregare e far festa insieme non è solo una preghiera, è un atto politico che, ogni tanto, ha innescato il crollo anche degli imperi più grandi. Se il faraone avesse permesso al popolo di celebrare nel deserto, avrebbe riconosciuto non soltanto una religione diversa, ma un diritto a far festa, alla gratuità e al non lavoro, un diritto che solo l uomo libero ha, non lo schiavo (anche per questo ricordo della schiavitù dell Egitto, la Legge d Israele estenderà lo shabbat a tutti gli esseri viventi). Dicendo di no a quella richiesta di YHWH, il faraone ha allora semplicemente ribadito che i figli di Israele erano solo degli schiavi ai lavori forzati. Il primo e più naturale atto con cui gli imperatori ci dicono che siamo solo lavoratori forzati è negarci il tempo per il non-lavoro, per il culto, per la gratuità, per la festa. I popoli hanno iniziato le loro liberazioni pregando, cantando, facendo festa insieme. Agli imperatori le feste fanno più paura dei cortei di protesta, perché contengono la forza infinita della gratuità. E quando sentono 'aria di festa' non fanno altro che inasprire i lavori forzati. Tutte le volte che un imprenditore fa prefirmare a una donna il foglio di dimissioni 'volontarie' da presentare in caso di maternità, o quando questo capitalismo ci nega il riposo domenicale e il tempo per la festa, torniamo alla logica di quell antico faraone e di tutti gli imperi. Quando l impresa ci chiede di lavorare a tutte le ore e tutti i giorni per raggiungere gli obiettivi, o quando ci impone le sue feste aziendali e ci nega le feste di tutti, queste imprese diventano molto simili alla fabbrica di mattoni dell Egitto; e noi torniamo ad assomigliare troppo a quegli antichi schiavi, anche se abbiamo firmato liberamente un contratto e siamo ben pagati. In tutti gli imperi si muore per mancanza di lavoro, ma si muore anche per il troppo e cattivo lavoro, perché il lavoratore-persona si spegne quando diventa solo lavoratore. Il lavoro senza non-lavoro è il lavoro forzato dello schiavo, perché è la libertà di porre un limite al lavoro che genera quello scarto antropologico tra noi e il mondo delle cose, tra Marco e l ingegner Bianchi, uno scarto essenziale per dare dignità alle cose che produciamo e salvare l eccedenza spirituale della nostra vita e di quella degli altri. È bene non dimenticarlo proprio in questa stagione di grave crisi del lavoro. Oggi rimpareremo a lavorare e a creare lavoro se saremo capaci di chiedere agli attuali faraoni del tempo per la gratuità e per la festa, parole che essi non amano perché troppo sovversive e inutili alla produzione dei loro mattoni. La libertà di culto, di gratuità, di festa è la prima forma di eccedenza antropologica e di dignità etica di ogni civiltà, perché dice ai faraoni e ai loro eredi di oggi: 'Voi non siete dio per me, per noi, e non lo siete per nessuno, neanche per voi stessi. Le vostre feste orientate ai profitti non ci bastano, vogliamo altri altari dove celebrare la nostra libertà e le nostre liberazioni'. Quei tre giorni di cammino verso un altare diverso sarebbero stati i primi passi verso la terra promessa, la fine della schiavitù. Il faraone non voleva e non poteva concederli. Ma arrivarono. I giorni di cammino libero per celebrare e far festa insieme continuano ad accadere lungo la storia, nonostante gli imperatori. Perché le altissime piramidi non riescono a soddisfare il nostro desiderio di cielo, che è sempre più alto. Figura 4 - Mosè e Aronne davanti al Faraone (1537) 11

12 Le levatrici d Egitto/5 LA LOGICA DEL BASTONE E QUELLA DEL LAVORO SPALLA A SPALLA La lealtà apre anche il cielo «Se davvero siete i messi del Signore, allora egli giudicherà fra noi e il faraone. Siete voi i responsabili del fetore che si diffonde ovunque dai cadaveri degli ebrei usati come mattoni là dove non avevano prodotto la quota richiesta. Siamo come quella povera pecora rubata da un lupo: il pastore insegue il ladro, la agguanta e tenta di strappargli dalle fauci la disgraziata preda, che si ritrova fatta a pezzi da entrambi» Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei Possiamo fare cose veramente grandi, ma vogliamo molto di più del denaro, perché le monete più preziose sono quelle del riconoscimento, della stima, della gratitudine Nessun mediatore e nessun dirigente è un buon caposquadra se non è disposto a correre il rischio di essere associato al vizio attribuito dai capi alle persone che da lui dipendono, a essere bastonato con e come loro Avvenire 7 settembre 2014 La cultura dell incentivo sta diventando la nuova ideologia del nostro tempo, che dalle grandi imprese capitalistiche sta emigrando verso la sanità, la cultura, la scuola. Il principale limite e pericolo di questa cultura del lavoro è una visione impoverita dell essere umano, pensato e descritto come un individuo che quando lavora è motivato unicamente da ricompense estrinseche e monetarie, qualcuno da cui puoi ottenere praticamente tutto e in tutti gli ambiti della vita se lo paghi adeguatamente. Grazie a Dio, gli uomini e le donne sono molto più ricchi e belli di questa caricatura. Possiamo fare cose veramente grandi, ma vogliamo molto di più del denaro, perché le 'monete' più preziose sono quelle del riconoscimento, della stima, della gratitudine. Siamo capaci di dare il meglio di noi se e quando ci sentiamo stimati e riconosciuti, se siamo 'visti' e quindi ringraziati. La grande e vera questione al centro della cultura dell incentivo è allora quella della libertà. «Sono fannulloni». Furono queste le parole che il re d Egitto rivolse ai suoi funzionari dopo il suo incontro con Mosè e Aronne che gli avevano chiesto, a nome di YHWH, di liberare il popolo per poter celebrare tre giorni nel deserto: «Sono fannulloni, per questo gridano 'vogliamo andare ad offrire un sacrificio al nostro Dio' Pesi il lavoro su questi uomini e ne siano occupati; non diano retta a parole d inganno» (Esodo 5, 8-9). È tipico degli imperi considerare i sudditi pigri e fannulloni, e farli lavorare di più per evitare che nei varchi del non-lavoro possa insinuarsi la voglia di libertà, il desiderio di un Dio diverso dal faraone. Per gli imperatori i loro lavoratori-sudditi lavorano solo quando sentono sulla schiena il pungolo dei 'sovraintendenti'. Oggi in molte regioni del mondo (non in tutte) gli imperatori non ci sono più, ma è molto frequente vedere dirigenti che moltiplicano i compiti dei lavoratori e li costringono a spargersi «su tutto l Egitto» (5,12) in cerca della 'paglia' mancante. Aumentano stress e malessere nei luoghi di lavoro, e si continua a pensare che nei campi non si lavori abbastanza e che gli incentivi non siano ben disegnati. I fannulloni esistono, ma sono molti meno di quanto pensiamo, perché c è una invincibile e scientificamente dimostrata tendenza che ci fa sovrastimare la pigrizia degli altri e sottostimare la nostra. Incastonata all interno di questo episodio dell Esodo incontriamo anche la prima protesta di 'dirigenti' di cui parla la Bibbia, quella dei 'capisquadra'. È tra le proteste più belle e le più importanti dell intera Scrittura, perché racchiude messaggi preziosi per tutti i responsabili di imprese, di istituzioni, di comunità, di ieri oggi e domani. I dirigenti dei campi di lavoro erano divisi in due categorie: i 'sovraintendenti' e i 'capisquadra'. E le loro diverse e opposte reazioni di fronte all ordine del faraone di inasprire le condizioni di lavoro del popolo oppresso, ci svelano due diverse e opposte culture della responsabilità e della dirigenza. Le nuove condizioni di lavoro e di produzione imposte dal faraone (fabbricare gli stessi mattoni di prima ma senza avere a disposizione la paglia) non potevano essere soddisfatte da lavoratori già sottoposti a condizioni estreme (1,14). E così, infatti, avvenne (5,14). I sovraintendenti, che erano degli egiziani alle dipendenze del faraone, risposero a questo mancato conseguimento degli obiettivi di produzione prendendosela coi capisquadra dei campi di lavoro, che erano ebrei, fratelli dei lavoratori. I capisquadra degli israeliti, che i sovraintendenti del faraone avevano loro preposto, vennero bastonati, con le parole: «Perché né ieri né oggi non avete portato a termine il vostro obbligo di produrre mattoni come prima?'» (5,14). I capisquadra, invece, non bastonarono a loro volta i lavoratori nelle fabbriche. Come già le levatrici d Egitto, anche questi responsabili dei lavoratori scelsero, liberamente e costosamente, di stare dalla parte del popolo e della verità, e così non obbedirono agli ordini del faraone. 12

13 Scelsero di essere fratelli degli oppressi, condividendone quindi la stessa sorte. E così, invece di infierire sui loro compagni andarono a protestare dal faraone: «Perché fai così ai tuoi servi? Paglia non viene data ai tuoi servi, ma ci dicono: 'Fate i mattoni'» (5,15-16). E, come accade ancora troppe volte, il faraone di fronte a quella protesta leale dei capisquadra non fece altro che associarli alla poltroneria dei loro lavoratori: «Fannulloni siete, fannulloni. Per questo andate dicendo 'Vogliamo offrire un sacrificio a YHWH. Ma ora andate, lavorate'». (5,17-18). A questo punto, «i capisquadra israeliti videro se stessi in una pessima situazione» (5,19). È questa, sovente, la 'pessima situazione' in cui si trova chi per essere leale con i deboli rifiuta gli ordini dei potenti e viene da questi accusato di essere anch egli immeritevole e fannullone. Nessun mediatore e nessun dirigente è un buon 'caposquadra' se non è disposto a correre il rischio di essere associato al vizio attribuito dai capi alle persone che sta difendendo, ad essere 'bastonato' con e come loro. Fuori da questa logica solidale e responsabile, resta solo il mercenario, che, a differenza del 'buon pastore', non dà la vita per il suo gregge, non ne condivide la stessa sorte. Prendere su di sé le 'bastonate' senza scaricarle su chi ci è affidato, è, tra l altro, anche una grande e bella immagine della vocazione di ogni vera paternità e genitorialità, naturale o spirituale. Neanche dopo l insuccesso della loro protesta con il faraone i capisquadra andarono a rivalersi sui lavoratori. Continuarono a esercitare la loro lealtà, e affrontarono direttamente Mosè e Aronne. Andarono loro incontro con parole forti: «Perché ci avete resi odiosi agli occhi del faraone e agli occhi dei suoi ministri, mettendo loro in mano una spada per ucciderci?» (5,21). Mosè prese molto sul serio quel grido duro e leale dei capisquadra, e visse la prima crisi della sua missione in Egitto. Ma, soprattutto, in seguito a questo ascolto ebbe un nuovo incontro con la voce che lo aveva chiamato. La lealtà costosa e fraterna di quei capicantiere produsse una nuova teofania, un nuovo incontro con il loro Dio, una nuova vocazione: «Mosè torno da YHWH e disse: 'Mio Signore, perché hai fatto del male a questo popolo? Per questo mi hai inviato?'» (5,22). E Dio gli parlò, lo chiamò di nuovo: «'Io sono YHWH. Vi farò entrare nella terra che ho giurato con la mia mano di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: ve la darò in possesso ereditario. Io sono YHWH'» (6,1-8). Non possiamo sapere fin dove può arrivare un atto di vera lealtà, che cosa può accadere quando nei nostri 'campi' riusciamo a non obbedire agli ordini sbagliati dei faraoni e siamo fedeli alla verità e alla dignità di chi lavora con noi. A volte questa fedeltà può spalancare il tetto dei nostri uffici e dei nostri capannoni, far spuntare di nuovo nel cielo l arcobaleno di Noè. È questa lealtà che rende possibile che tra i dirigenti e i loro lavoratori si generi quella relazione che qualcuno chiama fraternità, che quando nasce da questa lealtà silenziosa e costosa perde ogni patina moralistica e retorica. Diventiamo veramente fratelli e sorelle di chi lavora alle nostre dipendenze quando mettiamo le nostre schiene tra loro e gli ordini sbagliati dei faraoni. Se quei capisquadra non fossero arrivati fino in fondo al loro processo di protesta leale, se per paura o per rispetto si fossero fermati solo un passo prima del volto di Mosè e di Aronne, non avrebbero riaperto il cielo e YHWH non avrebbe rinnovato la sua promessa. Molti atti di vera lealtà non producono tutti i loro frutti perché non giungono fino alla fine del processo. La sfida più difficile che deve superare chi risponde a una vocazione e accetta di svolgere un compito di liberazione, è continuare a credere alla verità della sua vocazione, del compito ricevuto, della promessa e della voce quando vede aumentare la sofferenza di coloro che dovrebbe amare e liberare; quando il popolo che dovevamo portare fuori dai lavori forzati peggiora la propria condizione, e il dolore innocente cresce. Da queste prove, sempre molto dolorose e che arrivano soprattutto (anche se non esclusivamente) nelle prime fasi dei processi di liberazione, si riesce a uscire e riprendere il cammino solo se si ripete, di nuovo, il primo miracolo del monte Oreb, e ci risentiamo richiamare per nome. Un miracolo che ci può essere donato dalla lealtà di qualcun altro, dal suo amore o dalla sua protesta, che spesso sono la stessa cosa. Nelle nostre imprese e organizzazioni continuano a convivere, gli uni accanto agli altri, 'sovraintendenti' e 'capisquadra'. Dirigenti che 'bastonano' i loro sottoposti, pronti a tutto pur di accontentare ogni richiesta dei padroni ingiusti, e responsabili che preferiscono essere 'bastonati' pur di restare leali con i loro compagni. Molti iniziano da capisquadra e nel tempo si trasformano (magari per delusioni o per infelicità) in sovraintendenti, ma non è raro che accada anche il processo inverso. Lo vediamo tutti, ogni giorno. Ma non dimentichiamo che molti lavoratori non 13

14 muoiono sotto il peso di produzioni impossibili di mattoni perché in mezzo a noi ci sono molti eredi dei leali capisquadra d Egitto, e sono certamente di più di quanti ne riusciamo a riconoscere attorno a noi. Figura 5 - ESODO. Nicolas Poussin, «Attraversamento del Mar Rosso» (1634) 14

15 Le levatrici d'egitto/6 NEANCHE I MAGHI DEL FARAONE POSSONO TENERE IN CATENE I POVERI Le piaghe degli imperi invisibili Finché la salvezza non è venuta, per noi oggi come per Israele nel tempo di Mosè, l attesa della salvezza può essere soltanto un universale continuo aggravamento delle tensioni e delle sofferenze L annuncio della salvezza, spezzando l equilibrio mondano, fa emergere solo brutali rapporti di forza Sergio Quinzio, «Un commento alla Bibbia» C'è un punto oltre il quale la sofferenza diventa talmente profonda e radicale da impedire di ascoltare i profeti e le loro promesse. Quando gli imperi cominciano a vacillare, i dominatori chiamano i maghi, gli aruspici, gli indovini, che li tranquillizzano. Ieri con le piaghe delle rane e delle zanzare, oggi con quelle della finanza e dei cambiamenti climatici Avvenire 14 settembre 2014 Ogni generazione dovrebbe rileggere l Esodo per scoprire e guardare in faccia i propri faraoni e le proprie schiavitù, agognare le liberazioni, riconoscere le piaghe del proprio tempo, abbandonare le terre degli imperi e muovere verso nuove terre di fraternità e di giustizia. Nei veri cammini di liberazione arriva puntuale il momento delle 'piaghe d Egitto', che sono i grandi segni dei tempi nelle stagioni degli imperi, che i faraoni non riescono a interpretare perché il loro 'cuore' è pietrificato. E così chiamano i 'maghi' a divinar responsi rassicuranti. L Esodo ci dice, se sappiamo e vogliamo ascoltarlo bene, che quando gli imperi si dimostrano inconvertibili al bene (e lo sono sempre e tutti, altrimenti non sarebbero imperi), l unica salvezza che si apre davanti al popolo oppresso è la fuga, abbandonare i territori dei lavori forzati per muovere decisi verso un altra terra. «Mosè parlò così agli Israeliti, ma essi non lo ascoltarono, perché erano stremati dalla dura schiavitù» (6,9). Dopo la lealtà costosa e fraterna dei 'capisquadra', Mosè tornò dal popolo per ridire loro la promessa di YHWH. Ma essi non ascoltarono le sue parole per il troppo dolore che tappava le orecchie della loro anima. C è un punto oltre il quale la sofferenza diventa talmente profonda e radicale da impedire di ascoltare i profeti e le loro promesse. Quando le grandi sofferenze delle persone e delle comunità durano molto tempo, i profeti, anche i più grandi, non vengono ascoltati, perché il troppo dolore crea una cortina invisibile che neanche l efficace parola del profeta riesce a bucare. Ogni generazione ha conosciuto queste forme di sordità disperate, e spesso le ha sapute combattere ed eliminare. Anche la nostra età le conosce, ma alle tante sofferenze assordanti degli oppressi che continua a produrre e a non curare, ha aggiunto le nuove sordità delle opulente periferie spirituali ed etiche, dove la voce dei profeti non è udita, e non iniziano le liberazioni che sarebbero non meno necessarie di quelle dalle periferie della miseria. Il racconto delle piaghe d Egitto ci dice che esiste una soglia del dolore dei popoli e delle persone, oltre la quale l unico linguaggio credibile della liberazione diventano i fatti, perché riescono ad arrivare a profondità maggiori di quelle raggiunte e ferite dal dolore. Lì incontrano l origine della promessa, la vedono agire dentro la loro oppressione. Le parole di YHWH e di Mosè diventano storia, entrano nelle carni dei popoli, le feriscono e le benedicono. Solo questa parola incarnata può raggiungere le profondità di certi dolori umani. Solo certi fatti, certe parole incarnate in un gesto, in un ultima carezza, in mille notti passate dormendo su una poltrona della corsia dell ospedale, nel trovare ancora aperta la porta di casa dopo cento tradimenti... riescono a parlare a quei dolori dove le parole non sanno parlare più, neanche per chiedere e donare un perdono. È anche questa la dignità della sofferenza umana, l unica realtà che può essere più forte della parola (fu per pareggiare questa dignità di tutti i dolori umani che un giorno la Parola incarnata morì inchiodata a un legno). La prima luce che il popolo immerso nelle tenebre iniziò a intravedere fu una luce tenebrosa, ma sufficiente per scorgere in mezzo a quelle tenebre l alba della resurrezione. È dentro il paradosso delle piaghe d Egitto che rinacque per quei poveri la speranza e la fede nella promessa e non è raro che anche oggi le nostre speranze risorgano dalle piaghe nostre e degli altri, quando riusciamo a intravvedere in esse, attraversandole, una luce aurorale. E le orecchie dell anima si aprono in un effatà collettivo e liberatore. Le piaghe sono l inizio della pasqua, la premessa e il presupposto dell attraversamento del mare. C è una dinamica dominante nello sviluppo delle piaghe. Durante l azione del flagello, il faraone promette a Mosè di rilasciare il popolo perché celebri il suo Dio nel deserto. Mosè crede o spera che quella nuova piaga finalmente converta il faraone, e chiede a YHWH di porre termine alla piaga. Ma non appena la piaga termina, il faraone sperimenta «un po di sollievo» (8,11), e ritratta la sua promessa di liberazione. Il 15

16 messaggio è chiaro: questi imperi e questi faraoni sono inconvertibili, le loro promesse solo chiacchiere, perché l unico interesse che hanno è aumentare i mattoni per costruire le piramidi che celebrino le loro divinità idolatriche. Nelle prime piaghe (l acqua del Nilo cambiata in sangue e l invasione delle rane) ritornano i maghi e gli indovini del faraone. Li avevamo già trovati nel ciclo di Giuseppe nella Genesi (41,8) l Egitto nella memoria d Israele non è solo il luogo della schiavitù, è anche la terra fertile della fraternità ritrovata. Questi maghi replicano gli stessi fatti 'prodigiosi' di Mosè («fecero la stessa cosa i maghi dell Egitto»: 7,22;8,3) per dimostrare che la presenza delle piaghe si poteva spiegare senza invocare l azione del Dio di Israele. Ma alla terza piaga, quella delle zanzare, «i maghi cercarono di fare la stessa cosa con le loro arti segrete, ma non poterono» (8,14). Un inizio di fallimento, che diventa totale con la sesta piaga (le ulcere), quando «i maghi non poterono stare alla presenza di Mosè a causa delle ulcere, perché c erano ulcere sui maghi» (9,11). Quando gli imperi cominciano a vacillare, i dominatori chiamano i maghi, gli aruspici, gli indovini. Chiedono a loro conferme che quanto di nuovo e doloroso sta accadendo nel loro regno non è nulla di veramente preoccupante, e quindi spiegabile utilizzando la stessa logica dell impero. Abbiamo assistito per anni al susseguirsi di divinazioni e di oroscopi dei maghi della finanza e dell economia che ci volevano (e vogliono) convincere che le 'piaghe' che stavamo (e stiamo) vivendo non erano (sono) un segno forte della necessità di conversione e di cambiamento della logica profonda del nostro impero, ma soltanto oscillazioni naturali del ciclo economico, o errori e disturbi interni al sistema e da questo riassorbibili 'nel lungo periodo'. Stiamo da decenni subendo le conseguenze dei cambiamenti climatici, vediamo morire uomini, fiumi, animali, piante, insetti, ma i maghi dell impero continuano a negare l evidenza e a volerci dimostrare che questi eventi sono naturali e quindi spiegabili con le loro arti magiche. Ma le piaghe stanno aumentando, gli imperi iniziano a cedere e le simulazioni degli indovini non funzionano più, perché l evidenza si mostra con una tale forza da sbugiardare anche gli indovini più bravi e sofisticati e qualcuno inizia ad ammalarsi delle stesse malattie che avevano cercato di negare. Il nostro sistema economico, profondamente intrecciato con le vicende ambientali e climatiche, si trova ancora allo stadio della 'piaga delle rane', dove il faraone chiama e lautamente paga i suoi maghi per convincerlo e convincere che non sta accadendo nulla di veramente nuovo, qualcosa di cui veramente preoccuparsi. Ma ci sono segni che stiamo forse entrando nella terza piaga, perché la fatica delle simulazioni e delle persuasioni degli aruspici cresce. E dobbiamo tutti sperare che, diversamente da quanto accadde a quel faraone, questa volta saremo capaci di convertirci dopo le prime piaghe e non aspettare la 'morte dei bambini' (la decima piaga) per liberare finalmente i poveri e salvare la terra. Questo ricco, complesso e variopinto racconto delle piaghe contiene un grande insegnamento sulla gestione dei conflitti, soprattutto di quei conflitti tra un oppressore, dimostratosi inequivocabilmente e ingiustamente oppressore, e oppressi inequivocabilmente e ingiustamente oppressi. Quando la natura e la logica di queste due parti in conflitto si manifestano definitivamente, arriva un momento in cui le trattative si devono interrompere, e resta solo una possibilità per vivere: la fuga. L unica vita possibile è quella che sta fuori dai campi del lavoro schiavistico. Con questi imperi oppressori non si tratta: se vogliamo salvarci e salvare dobbiamo fuggire, perché chi cerca di trattare e di scendere a compromessi si ritrova un giorno dalla parte dei suoi «sovraintendenti», si dimentica dei poveri, del loro grido, e della prima promessa. Non riusciamo a liberarci da troppi imperatori ingiusti perché, non riconoscendoli per quello che sono realmente, entriamo in trattative con la loro logica, accettiamo le loro regalìe e i loro sponsor per occuparci delle loro vittime, non liberiamo nessuno e finiamo solo per inasprire le nostre schiavitù e quelle di tutti. Gli imperi del passato erano evidenti, si imponevano stagliati sull orizzonte di tutti. I nostri imperi sono sempre più invisibili, e riescono a presentarsi come regni buoni e generosi, dove i poveri saranno liberati proprio da loro. Molta parte della libertà e della giustizia del nostro tempo passa dalla nostra capacità spirituale ed etica di vedere e chiamare i nostri imperi per nome, riconoscere le piaghe, e fuggire da essi. Ma mentre resistiamo, cerchiamo di non morire e speriamo nella liberazione, non dimentichiamo mai che dietro 16

17 alle tante sordità spirituali e le mancate liberazioni che vediamo attorno a noi si possono nascondere grandi dolori, quelli prodotti dai nostri imperi visibili e invisibili. Ridurre le sofferenze dei popoli, allentare e spezzare le catene che li costringono ai lavori forzati, può consentire a tanti poveri di ascoltare finalmente i profeti, e prendere insieme la via del mare. Figura 6 - «Le piaghe d Egitto: la piaga delle locuste». Biblia Sacra Germanaica, XV secolo (Alinari) 17

18 Le levatrici d Egitto/7 DOPO L ESTREMA PIAGA, L IDOLO SI PIEGA ED È «L'INIZIO DEI MESI» Ecco la liberazione più grande Le piaghe non eguagliarono per crudeltà l oppressione degli egiziani sui figli d Israele, che si protrasse sino alla fine della loro permanenza in quella terra. Ancora il giorno stesso dell Esodo, Rachele figlia di Sutela diede alla luce un bambino mentre insieme al marito stava lavorando la malta per i mattoni. Il neonato sgusciò fuori dal ventre e affondò in quella poltiglia. Allora apparve Gabriele che formò un mattone nel quale incluse il bambino e lo portò nell alto dei cieli - Louis Ginzberg Le leggende degli ebrei Il primo Israele nacque da una lotta notturna in mezzo alle acque di un fiume, il nuovo Israele rinasce da una lotta notturna, attraversando le acque della schiavitù. Oggi noi viviamo una grande epoca idolatrica, probabilmente la maggiore. Abbiamo ridotto il trascendente a manufatto, riempito il 'cielo' di cose che non saziano mai. Ma gli imperi idolatrici puri non durano a lungo: passerà presto anche la scena di questo capitalismo divoratore Avvenire 21 settembre 2014 Le piaghe d Egitto sono la condizione normale degli imperi idolatrici, e quindi anche del nostro. In questi regimi l acqua non disseta gli esseri viventi né feconda la terra. Imputridisce e genera rane, zanzare, tafani, e muoiono gli animali. Il sole non riesce a penetrare attraverso la loro densa polvere, e tutto è avvolto dalla tenebra. Gli imperi degli idoli non hanno discendenti, i loro primogeniti muoiono, perché l idolo è seducente, ma sterile. Quando gli imperi dimostrano la loro invincibile natura idolatrica, quando nessuna piaga riesce a convertire il faraone, quando l unica condizione possibile nella terra dell impero è la schiavitù, l Esodo ci dice che per il povero non è ancora finita, ci resta ancora una possibilità. Anche in questa condizione tremenda cosa c è di più tremendo della morte dei bambini? esiste una via di salvezza se si riesce a credere ai profeti, e a resistere fino alla fine: «Ancora una piaga manderò contro il faraone e l Egitto; dopo di che egli vi lascerà partire di qui» (12,1). Nello sviluppo delle dieci piaghe non c è soltanto il ruolo di YHWH; c è anche quello, essenziale, di Mosè e di Aronne, che nonostante il cuore ostinato del faraone, continuano a chiedergli la conversione. Se siamo fedeli a una logica di fondo della Bibbia dobbiamo pensare che Mosè e Aronne si saranno stupiti dopo ogni piaga. Sapevano del duro cuore del faraone, ma non potevano sapere fin dove si sarebbe spinta la sua ostinazione. La sua inconvertibilità testarda la scoprono e la riscoprono mentre la vedono, piaga dopo piaga: «Così dice il Signore, il Dio degli Ebrei: 'Fino a quando rifiuterai di piegarti davanti a me?'» (10,3). E hanno dovuto assistere e resistere fino alla morte dei bambini, una morte che non avrebbero voluto vedere. YHWH, il loro Dio della vita, era quello che aveva benedetto anni prima le levatrici d Egitto, e in esse aveva benedetto tutti i bambini degli ebrei, degli egiziani, tutti i bambini mondo. Quel grido di morte dei primogeniti che sembra annullare il pianto di vita dei neonati, salvati da Dio e dalle donne dalla mano di un altro faraone omicida, ci deve allora costringere a scavare di più, fino a trovare una vena più profonda. Nello scavo, però, non dobbiamo perdere completamente contatto col terreno della storia, con il ricordo collettivo di eventi climatici straordinari negli ultimi anni egiziani degli ebrei, o, forse, di una peste che colpì il paese e i bambini (è sempre la nostra lettura che trasforma i fatti in segni). La memoria storica del dolore per le dieci piaghe è rimasta sempre viva nella tradizione biblica (nella sera di pèsach, della pasqua, nelle case ebraiche si versano dal calice dieci gocce di vino: quella non-pienezza del calice è il luogo vivo della memoria, e rende mesta la festa). Questi difficili, tremendi e stupendi capitoli dell Esodo vanno letti anche come una grande lezione sull idolatria è questa la vena più profonda che stiamo cercando. La Bibbia non ha alcuna pietà per questo faraone, perché per salvare se stessa e salvarci deve essere spietata contro gli idoli. La prima verità di YHWH è non essere uno dei tanti idoli degli uomini. Israele ha sempre lottato contro gli idoli attorno e dentro di sé, compresi quelli che aveva visto in Egitto e dai quali era stato affascinato. Ponendo all inizio della Genesi un Dio creatore e un uomo creato a sua immagine, la Bibbia ha voluto fare una scelta radicale e fondamentale. Ha scavato un solco profondissimo e invalicabile tra sé e la cultura idolatrica, dove invece è il dio che viene creato a immagine di un uomo impoverito della trascendenza. L idolo è l antiyhwh, ma è anche l anti-adam, perché una cultura idolatrica nega prima di tutto l uomo, che finisce schiavo e produttore a vita di mattoni per l idolo da lui stesso creato. 18

19 Per credere nell idolo non serve la fede, perché è banalmente evidente nelle piazze e nei mercati di tutti. La fede biblica è invece fiducia in una voce che non vede, ma che 'sente'. È allora che l imperatore-idolo viene colpito dalle piaghe, e la grande liberazione è soprattutto l uscita dall idolatria. I figli che devono morire sono i figli degli idoli e dei loro imperi che hanno accompagnato lo sviluppo della nostra storia e della storia della salvezza. Oggi viviamo una grande epoca idolatrica, probabilmente la più grande di tutte. Abbiamo ridotto il trascendente a manufatto, riempito il 'cielo' di cose che non saziano mai, perché prodotte non per togliere ma per aumentare la nostra fame di idoli affamati - gli idoli devono mangiare sempre, finiscono per divorare i loro adoratori, e non sono mai sazi. Il sistema storico più vicino alla cultura idolatrica pura è il capitalismo finanziario-consumista cui abbiamo dato vita. Basta frequentare i suoi luoghi, parlare con i suoi grandi attori, assistere alle sue liturgie, per appurarlo con estrema chiarezza. È un sistema che conosce e alimenta solo il culto di se stesso, che vede e riconosce un solo fine: massimizzare la produzione di mattoni per innalzare le proprie piramidi-babele sempre più alte. Gli imperi idolatrici puri non durano a lungo: passerà presto anche la scena di questo capitalismo divoratore. Ma le nostre piaghe non sono ancora finite, e con esse continua forte il grido dei popoli oppressi. Non deve allora stupirci che le due prime parole della Legge che verrà donata a Mosè sul Sinai sono la fede in un Dio liberatore dall Egitto e la radicale negazione degli idoli. Un dio che non ci libera è un idolo (anche dentro le nostre religioni), e il Dio biblico non è idolo perché è liberatore, perché libera il popolo oppresso che grida dai campi di lavoro. E non si fa esperienza del Dio biblico, ma di uno stupido idolo (una nota di tutti gli idoli è la loro radicale stupidità) se quando lo incontriamo non veniamo liberati da una schiavitù, nostra o degli altri. Le esperienze religiose senza schiavitù e senza liberazioni possono essere replicate perfettamente dai maghi d Egitto, e dalle legioni dei nostri nuovi maghi a scopo di lucro. Dopo la decima piaga, la più tremenda, il popolo finalmente parte: «Il faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: 'Alzatevi e abbandonate il mio popolo, voi e gli Israeliti! Andate, rendete culto al Signore come avete detto. Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e partite! Benedite anche me!'» (12,31-32). E una volta lasciato l Egitto scopriamo che la festa che il popolo vuole celebrare nel deserto è proprio la pèsach. Nel popolo di Israele la pèsach era precedente l Egitto, la pasqua era parte della cultura delle antiche tribù nomadi, che offrivano un agnello a Dio perché benedisse la transumanza loro e delle greggi. Il faraone non permise al popolo di festeggiare per tre giorni quell antica festa nomade, e YHWH trasformò una festa di pastori nella grande festa della liberazione del popolo e di tutti gli oppressi dai faraoni idolatri. Così la festa, già grande prima dell Egitto, divenne la più grande dopo la schiavitù. La nuova pasqua diventa «l inizio dei mesi» (12,2), perché è inizio del nuovo Israele. È l origine di una nuova storia. Ma anche ricapitolazione delle prime alleanze e della promessa di YHWH. In quella grande notte c è, infatti, Noè e in lui tutta l umanità; ma c è anche Giacobbe, i patriarchi, i suoi figli e le dodici tribù, simboleggiate dalle 'ossa' di Giuseppe: «Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto prestare un solenne giuramento agli Israeliti, dicendo: 'Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa'» (13,19). Le piaghe e il mare che travolge i carri e i cavalieri degli egiziani, sono anche immagine di un nuovo diluvio, dove le acque del Nilo e quelle del mar Rosso ridiventano luogo di morte. Ma anche questa volta un uomo (Mosè) si salva e salva dal diluvio, e insieme alla sua famiglia si salvano ancora anche gli animali (Mosè non volle partire senza avere gli animali nel suo 'cesto': 10,26). L arcobaleno brilla ancora sul mondo. Ma in quella nuova pasqua possiamo intravvedere anche Giacobbe. Tra i molti possibili significati dell antichissima parola pèsach, c è infatti anche il verbo zoppicare ( psh). E per la Bibbia dire zoppicare è dire Giacobbe, che diventò Israele in un guado notturno di un fiume ( Yabboq), quando il combattimento con YHWH lo ferì al nervo sciatico, lo rese zoppo, gli cambiò il nome. Il primo Israele nacque da una lotta notturna con Elohim in mezzo alle acque, il nuovo Israele rinasce da una grande lotta notturna, mentre il popolo del primo Israele attraversava le acque della schiavitù. Da una prima ferita individuale venne una prima benedizione, da una grande ferita (le piaghe) fiorì una grande benedizione (la liberazione) e un 19

20 giorno la ferita più grande genererà una benedizione infinita. Giacobbe zoppicò per tutta la vita, la schiavitù e le piaghe accompagnano ancora i figli di Israele, il Risorto porta inscritte le stimmate della croce. Ogni ferita trasformata in benedizione è sempre feconda. Non c è festa più grande di quella di pèsach, della pasqua. Nessuna liberazione è più grande della liberazione dagli idoli. Figura 7 - Due piaghe d Egitto, miniatura dalla Golden Haggadah (XIV sec.), British Library 20

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