Vestire a festa: gusti, usi e regole tra Medioevoe d Età moderna (Maria Giuseppina Muzzarelli, Università di Bologna)

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1 1 Vestire a festa: gusti, usi e regole tra Medioevoe d Età moderna (Maria Giuseppina Muzzarelli, Università di Bologna) Il modo di vestire di uomini e donne che vivevano non a corte ma nelle città tra la fine del Medioevo e la prima Età moderna, testimoniato dalle fonti, è prevalentemente, per non dire inevitabilmente quello della festa. L abito quotidiano medievale è raramente rappresentato dall iconografia e ancora più raramente considerato nelle fonti documentarie: nei testamenti, nelle doti, nelle norme suntuarie o nelle fonti letterarie. L abito degno di nota, quello che dava sostanza alle doti, che attraeva l interessa dei legislatori e che meritava le rampogne dei i moralisti era quello della festa, perché costoso, accurato, suscitatore di sguardi ammirati e magari inadeguato alla condizione sociale di chi lo indossava. Le occasioni Le occasioni di festa coincidevano in buona misura con le feste religiose e cioè con la domenica, la Pasqua, il giorno del santo patrono (figg.1-2) e così via. A queste occasioni si aggiungevano i riti principali relativi alla vita personale e cioè feste per nascite, matrimoni o funerali. Poi c erano gli arrivi illustri (fig. 3): un bando emanato a Spoleto nel 1459, ad esempio, concedeva alle donne, in occasione della visita del papa, di sfoggiare liberamente ogni sorta di ornamento. Non vanno dimenticate le feste pubbliche e quelle politiche, ad esempio l incoronazione della dogaressa a Venezia. Quanto più la città era importante, capitale di una corte o centro strategico, tanto più erano frequenti le feste. Il Vecellio, descrivendo l abito della Gentildonna a feste publiche (fig. 4) scriveva che Quando le donne nobili sono invitate a conviti o spettacoli dove intervenga qualche gran personaggio, come bene spesso accade in Venetia, si concede loro che senza rispetto alcuno delle leggi, o pregiudicio loro possano addobbarsi et ornarsi come più loro piace e le descriveva vestite di bianco, con il capo ornato di perle e altre gioie e con gioielli al petto, alle spalle e sulle vesti. Stando sempre alla descrizione del Vecellio le donzelle della città di Mantova quando andavano alle feste pubbliche rinchiudevano i capelli entro reti d oro ben fatte, portavano orecchini di perle e al collo lattughe oneste. Le vesti avevano strascini lunghetti e i tessuti erano damaschi, sete e broccati d oro. A Mantova, a suo dire, costumano molto gli balli, le feste più forsi che altri luoghi d Italia (fig. 5). Sempre in tema di feste pubbliche il Vecellio raffigurava anche il modo di vestire delle spose di Padova nel tempo che il serenissimo re di Francia fu a Venetia : perle in capo e al collo, sopravveste aperta di broccato, sottana di velluto verde, catena d oro in cintura e così via (fig.6). Nella generalità dei casi le occasioni per vestire con particolare cura, se non proprio pomposamente, erano le festa religiose e i matrimoni. In tutte le città, anche nei centri minori, ci si agghindava per andare a messa alla domenica o nei giorni di festa. Si trattava di un interpretazione discutibile del passo della prima lettera a

2 2 Timoteo 2,8 dove si dice Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo elevando pure le mani senza ira e senza dissenzione. Similmente le donne preghino in abito ornato, ornandosi con verecondia e sobrietà e non con dei capelli ritorti, nè con oro o perle o margherite e con vesti preziose. Giovanni da Capestrano, consapevole dell interpretazione impropria del passo da molti operata, aveva chiarito nel suo Trattato sugli ornamenti delle donne che le parole in abito ornato vanno intese da alcuni per l abbigliamento corporale; però sembrerebbe ridicolo che l Apostolo volesse indurre le donne ad ornarsi nel tempo della preghiera. Sta di fatto che di domenica dentro e fuori dalle chiese si dovevano vedere donne superbamente ornate. Per questa ragione a Bologna, come peraltro altrove, era nei pressi della chiesa che si appostavano gli ufficiali incaricati di verificare il rispetto delle leggi suntuarie, emanate ininterrottamente dalla seconda metà del XIII secolo fino alla Rivoluzione francese. Gli appostamenti miravano a cogliere in fallo gli eventuali o più frequentemente le eventuali inadempienti. Le leggi suntuarie-qui faremo riferimento soprattutto a quelle emanate dal XIII al XVI secolo in Emilia-Romagna ed in Umbria-si occupavano molto di vestiti, direi che si occupavano soprattutto di vestiti e di ornamenti connettendo frequentemente il tema alla festa, che fosse la domenica o l occasione del matrimonio. Lo scopo era quello di colpire il lusso eccessivo o almeno di moderarlo. A Bologna era regolarmente di domenica che si appostavano davanti alle Chiese gli ufficiali incaricati del controllo. Fermavano le persone, leggevano loro la lista delle proibizioni, tanto per rinfrescare le idee a chi ignorava o fingeva di ignorare le restrizioni, per poi chiedere se avevano qualcosa o qualcuno da denunciare. Una domenica di maggio dell anno 1300 nei pressi della chiesa bolognese di San Francesco vennero escussi alcuni testi che, interrogati circa il rispetto delle norme suntuarie richiamate alla loro memoria con una lettura dei capitoli, dissero regolarmente tutti di non sapere niente: testis iuratus dicere veritatem ante dictam ecclesiam examminatus super dicta inquisitione sibi lecta, dixit se inde nichil scire. Di domenica in domenica da maggio a ottobre vennero reiterate le interrogazioni di decine di persone, sempre uomini, e tutti dissero di non sapere assolutamente niente. Sicuramente le trasgressioni c erano, ma sembra di capire che non ci fosse un grande interesse a denunciarle. Forse le cose cambiarono un po quando si stabilì di destinare una quota della multa a chi denunciava. Dunque andare a messa alla domenica era occasione di esibizione per eccellenza (fig.7) ma era anche il momento del redde rationem, occasione cioè per essere colte in fallo. Conferma l esibizione domenicale quanto si legge nel Confessionale del XVI secolo di Bernardino da Feltre al nono comandamento, là dove compare la domanda se le andato alla chiesia per vaghezare. L opera da svolgere di domenica o in un giorno festivo per controllare il rispetto delle norme poteva essere tutt altro che agevole. Sempre a Bologna, quando nel 1286 l incaricato della verifica cercò di misurare la coda della gonnella verde di tal Francesca, moglie di un drappiere bolognese, che, stando all accusa del nunzio del comune, era più lunga di quanto concesso dagli ordinamenti statutari, si imbatté in un muro di persone che gli impedirono la misurazione. Come si legge nel documento, il notaio propter

3 tumultum gencium non poté verificare la lunghezza dello strascico della veste sfoggiata da Francesca nel giorno di San Domenico e fu proprio nei pressi della chiesa di san Domenico che il notaio del podestà cercò, peraltro invano, di misurare lo strasico. Da quanto siamo riusciti a ricostruire, i ministrales delle cappelle avevano il compito di mettere per iscritto la denuncia di chi derogava e il podestà, sulla base di tale denuncia, doveva promuovere un inquisizione. Anche chi, camminando per la strada, vedeva una donna vestita in maniera non lecita era tenuto a denunciarla e il fatto che una parte della multa andasse al denunciante si può presumere abbia favorito la delazione. Nei giorni di festa c era dunque convenienza a tenere gli occhi ben aperti per individuare i colpevoli di mancato rispetto delle regole suntuarie. Scorrendo un lungo elenco di multe in materia suntuaria (luglio 1365-giugno 1366) si ricava che le donne colte con chiusure vietate-bottoni o fibbie, d oro o d argento dorato-con catenelle smaltate, con cordelle dorate o con altri ornamenti preziosi vietati ma anche con guarnacche di velluto rosso o verde o con in capo una corona di perle, furono viste qualche volta nel palazzo del Comune o genericamente per le vie della città ma perlopiù nei pressi delle chiese principali. Nei dintorni dalle chiese ma anche dentro alle chiese doveva dunque essere uno spettacolo vedere tante donne vestite a festa! Ecco quanto si legge in una Riformanza emanata a Foligno nel giugno del 1567: Magnifici signori mi trovai l altro dì alla messa tra certi forestieri dove vennero certe donne con camorre di velluti e trini d oro et altre donne con altre veste ma non di drappo, li forestieri dimandorno perché quelle portavano il velluto et l altre donne non e fu risposto loro che le donne in velluto erano le più nobili in città. Il fatto è che le altre, per non apparire come le serve delle prime, di lì a pochi giorni avrebbero sfoggiato velluti cremisini et ori et altre cose chi mi faranno stommacar. A entrare in chiesa si poteva dunque rischiare di restare confusi se non addirittura stommacati da velluti e ori. Conferma il fatto che la domenica fosse la giornata degli sfoggi anche quanto si legge in un altro documento: Domenica che furonsi tre di agosto ho visto una giovane della nostra città, figliuola di un cittadino del consiglio, portare una vesta di seta quale ha fatto mormorare tutta Foligno e io ho udito parlare questo et quello che diceva: Mo semo per andare in precipitio, che oltre le altre spese che si fanno in maritare una giovane, non ci manca altro che di cominciare a mettere questa maledetta usanza di far vesti di drappo.che non si martaria una giovane che pria che uscisse di casa non facesse vesti et zimarra di velluti sia o povero o ricco. Se uscire per andare in chiesa era un occasione di sfoggio che esponeva però al rischio di essere colti in fallo, il pericolo di essere scoperti come disobbedienti lo si correva anche indossando entro le mura domestiche vesti proibite. Come si legge nei provvedimenti suntuari bolognesi del 1376 i notai e gli ufficiali incaricati del controllo erano tenuti a recarsi nelle case in cui avevano luogo le feste nuziali et diligenter inquirere de contrafacientibus contra formam statuti. In questa stessa normativa si legge che il podestà doveva disporre acciocché un notaio e un ufficiale discretum si appostassero nei giorni di festa nei pressi delle chiese et specialiter ad ecclesiam ubi festum singolare vel solemne fieret seu sacerdos novellus misam 3

4 4 primam celebraret. Agli ufficiali era suggerito di agire con discrezione. Non potevano arrestare nessuna donna e nemmeno parlare con loro ma solo investigare honesto modo per appurare l identità della donna per potere successivamente chiamare in giudizio il marito o il padre. Fuori casa/dentro casa Dunque quanti amavano i lussi e mal sopportava le norme restrittive non erano al sicuro nemmeno nelle loro case. Le leggi suntuarie vietavano infatti non solo l esibizione ma anche il possesso di capi e ornamenti sontuosi senza peraltro precisare come si sarebbe potuto attestare il semplice possesso. Una strada poteva essere quella di un pressante interrogatorio dei sarti che risultano occupare una posizione delicata. Costretti a rifiutarsi di confezionare abiti inadeguati alla condizione del cliente a costo di rimetterci, erano sottoposti, se non rispettavano le restrizioni, a punizioni spesso severissime. A seguito di una denuncia, ma forse anche senza, pare che esistesse la possibilità di piombare nella casa di un privato magari nel corso di una festa. Un certo Magister Valdesera, ad esempio, fu colto in flagrante a Bologna mentre aveva in casa sua, nel corso di una festa nuziale, più invitati di quanti non ne consentisse la legge. Come si legge negli Statuti di Bologna del 1376, i notai e gli ufficiali del comune erano tenuti a entrare nelle case tempore nuciarum et diligenter inquirere e a quanto relazionato dagli ufficiali andava dato credito. Nessuno poteva proibire l accesso all ufficiale del comune e a sua volta l ufficiale inadempiente poteva essere denunciato da chiunque. Più di un bando bolognese chiarisce che le cose proibite, ad esempio all orecchie perle, gioie, pendenti, smalto o altra cosa simile, erano vietate sia che fossero vere sia che fossero false (dunque la bigiotteria era già in uso) e che era proibito indossarle tanto in casa come fuor di casa. Questo valeva tanto a Bologna come a Modena dove gli Statuti del 1327 chiarivano, a proposito degli strascichi, che nulla mulier nupta vel non nupta possit portare extra domum vel in domo in civitate Mutine aliquam caudam. Un bando emanato a Perugia nel 1595 proibiva universalmente, vale a dire a uomini e donne di qualsiasi condizione sociale, di portare vesti o accessori con oro o argento per casa o fuori di casa. I capi già fatti con detti intessimenti e guarnitioni d oro et d argento si possano portare et usare solo per tutto il mese di giugno 1595, dandosi questo tempo acciocché possa ciascuno, con minore incommodo provedersi d altri abiti non vietati. Niente ori e argenti per le feste in casa o comunque per ricevere e nemmeno niente travestimenti per carnevale. La distinzione fra spazi pubblici e spazi privati non era dunque netta e le restrizioni previste dalle leggi suntuarie valevano anche per chi, pur non varcando la soglia della propria casa, avesse deciso di travestirsi a carnevale.

5 5 Carnevale Per carnevale era infatti diffuso il gusto di indossare panni altrui. Anche nei casi in cui si coglie nella normativa suntuaria un atteggiamento concessivo in occasione del carnevale, nei riguardi dei travestimenti fioccano i divieti. Fino al primo giorno di Quaresima le norme bolognesi del 1565 consentivano ad ogni persona di qualsiasi condizione di servirsi et usare vestimenti, gioie et tutti gli altri ornamenti liberamente, così delle persone come dei cochii ma la concessione non faceva cenno a travestimenti e maschere che destavano preoccupazione. Nemmeno in casa ci si poteva mascherare per carnevale a tenore di norme emanate a Città di Castello nel La proibizione valeva per chi intendesse travestirsi d altro abito che del suo proprio e naturale né in compagnia de suoi congiunti et attinenti né d altri e questo per toglier via l occasione del far male e del vivere impudicamente. Niente maschere a Carnevale anche a tenore di provvedimenti presi a Gualdo Tadino nel Ad Amelia nel 1577 era proibito a tutte le donne né per tempo de carnevale né per altro tempo de l anno, in casa, fuor de casa, far alcuna sorte de maschara né travestirsi d altro habito che del suo proprio et naturale né in compagnia dei suoi congiunti et attinenti né d altri et questo per togliere via l occasione del far male et del vivere impudicamente. I 30 ducati di multa per gli inadempienti erano destinati per metà alla comunità, per un quarto all esecutore e per l ultimo quarto all accusatore et se fosse alcuna che non potesse pagare dicta pena se li dia una scopatura per tutta la città. Ecco un caso di pena riabilitativa in forma di contrappasso: chi ha voluto far festa paghi il fio con un umiliante e faticoso lavoro. Anche a Orvieto nel 1468 ci si occupò dei travestimenti di carnevale per proibirli: uomini vestiti da donne o da sacerdoti erano malvisti e soprattutto erano temuti i volti celati ex quo non possunt cognosci ex quibus multa maleficia, odia, suspictiones, latrocinia, dispendia, sacrilegia, adulteria stuprum et peccatum sodomiticum et multa alia peccata committuntur. Uomini in vesti muliebri o donne vestite da uomo erano colpiti, se scoperti, da una multa di 10 fiorini che per tre quarti sarebbe stata devoluta al Monte di pietà. Ai Monti Pii in più casi risulta concesso il godimento delle multe: il Monte, e quindi i poveri meno poveri facevano festa, metaforicamente parlando, quando la festa impazzava. Bernardino da Feltre ha usato parole severissime nei confronti del carnasal che te farà deventar una bestia. Per carnevale non uno ma ben tre condottieri inducevano a suo dire al peccato: Uno ha piantato una bandiera de saltanti et chorizanti. L altro ha messo uno squadrone de papanti e ingurgitanti. Et terzo va intorno cum una brigata de stravestiti et mascherati. El bisogna descazar questa bestia che fa tanto male. Predicando a Pavia giusto per carnevale, tempus che tuti va in festa, Bernardino ricordava ai suoi uditori che carnisprivium più straza che non conza tota quadragesima e che essendo fatto l uomo ad immagine di Dio fu fatto mascara propter peccatum. La prima maschera, sempre a suo dire, era comparsa in Paradiso quando l uomo fu costretto a coprirsi con una pelle d animale. Ricordava

6 6 inoltre che Dio ha proibito all uomo di vestirsi da donna e viceversa come sta scritto nel Deuteronomio (Dt 22,5): Non induetur mulier veste virili, nec vir utetur veste femminea. Abhominabilis enim apud deum est qui facit hoc. Senza far cenno al Carnevale, un bando bolognese del 1545 proibiva alle donne di mostrarsi in pubblico in abiti inadatti alla loro modestia e perciò vietava di portare fuor di casa abiti da uomo. Se il carnevale era per eccellenza occasione d allegria, i funerali sono scontatamente momento di tristezza eppure erano anche occasione di sfoggio e un alto numero di norme suntuarie è dedicato a regolamentare i funerali occupandosi anche dei vestiti, tanto del morto quanto di chi partecipava alla cerimonia funebre. Ad accompagnare il morto Sarebbe improprio dire che partecipare a un funerale era una festa, ma non appare inappropriato soffermarsi su quanto faceva del funerale un occasione per ostentare ricchezza e potenza. Contro tali manifestazioni tentavano di agire i legislatori limitando tra l altro il numero delle persone alle quali era concesso vestire a lutto o a corrotto (da cuore rotto per il dolore) (fig.8). Negli Statuti bolognesi del 1376 si faceva esplicito riferimento alla volontà di contenere le vanità delle donne che si manifestavano non solo in occasione dei matrimoni ma anche per i funerali nel corso dei quali era proibito a tutte habere vel portare vestes lugubres vel viduales foderatas de vario vel varota, armellino, dossis de vario, squiratulis vel marturelis aut velos in capite et pro ornatu capitis ipsius mulieris vidue maioris precii ad plus decem librarum. La pena prevista per le inadempienti era di 100 lire, 50 delle quali erano destinate ai denuncianti. Le norme maggiormente restrittive consentivano solo alla vedova di vestire di nero: Quod nulla persona occasione mortis alicuius faciat vel portet de novo nigras vestes, capucium sive capelinam excepto uxore defunti. Di regola il lutto era concesso a moglie, figli e pochi altri stretti parenti e solo se convivevano con il defunto. Nessuna donna, si legge in un decreto emanato a Perugia nel 1475, tempore quo moriuntur homines, né prima per quattro giorni né dopo per un anno potrà vestire di nero, bigio, verde o altro panno nuovo a meno che non si tratti di moglie, figli, o di genitori o fratelli conviventi con il defunto. Dunque la morte era anche un occasione per vestirsi a nuovo e non necessariamente di nero. Chi aveva il permesso di vestirsi di nuovo era tenuto a impiegare tessuti di panno grosso et ex viliori sorte quam fiunt in civitate e l abito poteva arrivare sino a terra solo se si trattava di cavalieri, nobili o dottori. In nero per il funerale solo la moglie del morto et famuli duo ad plus si intimava nel XIV secolo a Narni. Giustifica il collegamento delle cerimonie funebri a una festa quanto si legge in una Riformanza di Foligno del 1541 dove si parla di funerali talmente illuminati da sembrare la processione della sera della ottava della festa del nostro san Felitiano e per ricondurre a debite proporzioni la cerimonia il provvedimento riduceva a 12 le torce da accendere per la morte di un appartenente al consiglio dei dieci, vale a dire

7 7 per le persone di più elevato profilo sociale, mentre per i cittadini dell ordine del priorato erano concesse solo 8 torce (fig.9). Ad Amelia nel 1577 si vietava alle donne di portare per coroccio cioppa con trascino più de quattro mesi dal che si deduce che per l occasione si indossava questa veste speciale. E noto peraltro che a Venezia i nobili in caso di lutto si facevano confezionare un apposita veste a bruno che consisteva in un manto lungo fino a terra con un lungo strascico che, dopo qualche giorno dal funerale, veniva sollevato internamente all abito e legato in vita e successivamente tagliato e quindi eliminato mentre la veste continuava ad essere usata. Le norme suntuarie si occupavano anche dell abito del morto che non poteva essere sepolto vestito di scarlatto a meno che non si trattasse di un cavaliere o di un dottore. Una norma emanata a Bologna nel 1376 proibiva di vestire il morto di scarlatto o di panno francigeno o di altro panno che valesse più di 30 soldi. La festa lunga Una delle più importanti occasioni di festa per le persone di qualsiasi condizione sociale era il matrimonio e si trattava di una festa lunga in quanto cominciava prima del giorno dello scambio degli anelli e durava, per quanto riguardava alcune concessioni nel campo dell abbigliamento, anche alcuni anni. Prima del giorno dello scambio dell anello c erano cerimonie ed usi che implicavano consegne di doni regolarmente disciplinati dalle leggi suntuarie. Lo scambio dell anello segnava il momento dell ufficialità. Si legge in una Riformanza emanata ad Amelia nel 1577 che non sia licito ad alcuna donna novamente maritata o da maritarse andare a casa de loro mariti o parenti delli mariti fintanto non sirrà sposata co l anello. Per le nozze e per due anni dopo il matrimonio erano concessi alle spose gioielli usualmente proibiti e cioè, stando a un bando emanato a Bologna nel 1572, un vezzo di perle, due pendenti e una o più catene d oro di qualsiasi lunghezza e foggia purché non valesse, fattura compresa, più di 50 scudi. Dopo due anni la sposa, non più novella, avrebbe potuto portare, come si legge in una Provvisione emanata nel 1557, solo la catena et non altro dichiarando che possino in ogni tempo mentre che seranno spose come quando seranno col marito portare alli gibellini le teste d oro et li ventagli con li manichi d oro con la catena d oro et le scuffie lor d oro ma proibendo loro pellicce di zibellino o di lupo cerviero e berrette di giorno per la città con o senza piume. Ovviamente correvano molte differenze fra le spose d ambiente popolare e quelle dei ceti più elevati e fra queste ultime sono testimoniate dall iconografia spose vestite di rosso (fig.10) o di rosato, ma sappiamo che a Venezia alla fine del Quattrocento le spose vestivano di bianco come di bianco vestivano le gentildonne della migliore nobiltà in occasione di solenni eventi quali le visite illustri. Stando al Vecellio le spose veneziane avevano vesti bianche volendo imitar la Dea della castità e per un anno lasciavano cadere i capelli sulle spalle fermati con un cerchietto. Al collo potevano finalmente sfoggiare un vezzo di perle che erano

8 8 vietate alle nubili ed alle cortigiane che ricorrevano a tondini d argento o di madreperla che assomigliavano alle perle. A Terni nel 1573 si concedeva alle spose di ornarsi il capo con fettucce di seta o altri nastri purché gli ornamenti non fossero d oro, d argento o di perle. Al collo solo un vezzo di coralli, perle et altra mistura che non passi la somma di ducati diece di moneta per cianche vezzo et non ne possa havere più di uno per sposa. Ai piedi pianelle di qualsivoglia drappo, purchè non siano ornate d oro o di argento e in vita ( per cegnere ) niente oro, argento, smalto, vetro, alabastro né altri metalli o coralli o reticelli di seta ma solo cente napoletane o di taffetane cremisino o di altro drappo purchè non siano ornate d oro o di argento. Non più di tre anelli d oro, niente bracciali ( maniglie ) d oro o d argento e vietati pendenti alle orecchie. Le pene per i trasgressori erano molto severe: perdita della cittadinanza e scomunica. Le sposate, secondo la normativa di Perugia del 1571, per un anno dopo il matrimonio potevano portare un filo di perle che prima di essere usato andava denunciato, presentato cioè ai giudici et da quelli preso in nota. Ad Amelia solo i9n occasione delle nozze erano concesse vesti che toccassero terra proibite in tutti gli altri casi. La sposa che andava nella casa del marito non poteva portare con sé più di 7 vesti, fra capi nuovi e usati oltre alle vesti nuziali. A tenore di norme emanate a Perugia nel 1564 le donne dopo il primo anno di matrimonio non potevano portare seta eccetto ormesino e taffettà ma quel anno però le dette spose possino portare le dette veste di sopra d ogni sorte di seta, eccetto che di velluto cremesino. La concessione alle spose di portare vestiti di ogni sorta di drappo di seta è ribadita nel Anche a Gubbio le concessioni alle spose fatte intorno alla metà del XVI secolo duravano per un anno Non sia licito alle spose andare in abito da sposa più di un anno dal dì che serano andate a marito et haveranno consumato il matrimonio (figg ) Donne vestite a festa Secondo Roberto Caracciolo da Lecce niente è più pericoloso del vedere una donna ornata pronta a partecipare una festa. Meglio incontrare un leone feroce o una serpe o un lupo piuttosto che imbattersi nella feminam vanam et ornatam que est illa saltatrix balarina. Pericolosa come non mai, nelle parole del nostro predicatore, ma anche bella come il sole, come attesta la copertina della Biccherna relativa alla legislazione suntuaria senese (fig. 13). I predicatori temevano fortemente la donna vestita e ornata a festa per la forza seduttiva sprigionata dai luccichii dell oro o dai veli impalpabili. Per i legislatori andava contenuto lo spreco di risorse e soprattutto andava appropriatamente ricondotto il lusso del loro abbigliamento alla categoria sociale di appartenenza. Panni cremisi o bordature di pelliccia dovevano servire a distinguere le mogli di dottori da quelle di mercanti o artigiani. Colpendo le donne e i loro lussi si mirava a disciplinare i consumi della famiglia ma si finiva con il limitare il genere femminile anche in questo settore. Le donne hanno mostrato d essere consapevoli del fatto di dover subire il volere altrui senza

9 9 poter discutere le restrizioni giacché non sedevano nei consiglio dove si prendevano le decisioni: noi disgraziate donne non semo in consiglio che non meno havessemo provisto al caso nostro che voi al vostro, si legge in una Polizza emanata a Foligno nell agosto del L oggetto del contendere era in quel caso l ornamento dei capi delle donne (una coppia o più di pannetti ) in caso di vedovanza e di morte di consanguinei. Come risulta dalla nostra documentazione, almeno in un caso però a qualcuno venne in mente di consultare le donne chiedendo loro un parere in merito ai provvedimenti che le avrebbero dovute riguardare e che rischiavano di guadagnare loro la scomunica. Ogni anno, si legge in una Riformanza di Foligno del 1561, il signor vicario si deve dare un gran daffare per absolvere le donne scomunicate per li ornamenti et ogni anno sonno quelle medesime e tante più quante spose vi si fanno di nuovo : da ciò l opportunità di assumere provvedimenti dopo aver preso consiglio da donne di giudizio o da altri in modo tale che le cose sieno chiare et che la legge non sia né licenziosa a fatto né mancho tanto stuta che faccia ricorrere nel medesimo inconveniente nel quale si è incorso per il passato. In ogni tempo la legge, se si vuole che venga rispettata, deve essere ragionevolmente restrittiva. Le donne che non avessero rispettato le prescrizioni, se trovate con indosso cose proibite avrebbero potuto esser chiamate da qualsivoglia persona con alcuni nomi ignominiosi convenienti a donne impudiche et inhoneste et non possino dolersi : agghindarsi a festa esponeva dunque a un pericolo del genere. Le restrizioni servivano anche a questo: a distinguere le categorie sociali e a sceverare le donne per bene da quelle di malaffare. La vanità è femmina, secondo il parere almeno di chi nel 1568 a Foligno si rivolse al Consiglio per raccomandare l osservanza delle norme suntuarie denunciando il fatto che le donne rischiavano di mandare in rovina la città. A preoccuparlo era stato quanto aveva osservato la mattina di pascha Rosata in san Feliciano, quando comparve una delle figliole di un cittadino con un camurrino di seta con fila d argento, cosa proibita et domenica ci vennero tutte tre le figliole, tutte con li camorrini medesimi di seta, cosa che fa nausa a molti cittadini, et se non ci si rimedia, la città nostra è guasta, perché in poco tempi si farà secondo parrà alle donne. Un anno prima sempre un abitante di Foligno aveva denunciato il pericolo, anzi la ruina di questa nostra povera città a lassarsi governare dalle donne di casa. La insolentia pannorum mulierum consisteva in lunghezze eccessive, in luccichii di ori ma anche in vividi panni rossi. Il colore come festa Il rosso era il colore della festa e tanto il velluto cremisi come il rosato erano emblemi della festa. La corte romana, si legge in una Polizza d Foligno del 1580, nelle più solenne feste fa piena fede dimettendo ogni altre drappo et se veste de rosato. Come il rosso rappresentava festa così il verde la gioventù. Invecchiare, nelle parole di Petrarca. era lassar le ghirlande e i verdi panni (Canzoniere, XII) e

10 sempre per il Petrarca bellezza era indossare vesti colorate e acconciare accuratamente i capelli: Verdi panni, sanguigni, oscuri o persi/ non vestì donna unquancho/ né d or capelli in bionda treccia attorse,/ sì bella comìè questa che mi spoglia/ d arbitrio, et dal camin de libertade/ seco mi tira (Canzoniere, XXIX). Il bruno invece si addiceva i vecchi e al lutto. A Reggio Emilia nelle prime consuetudini risalenti al 1242, accanto a limitazioni delle doti si imponeva in città ai più abbienti il possesso di almeno una veste a colori per accrescere il prestigio del Comune pro honore et utilitate comunis Regii. La veste poteva essere di qualunque colore ma non bigia. Sempre nel nome del riconoscimento del carattere festose del colore venne emanato a Ferrara nel 1528 un proclama da Alfonso I in occasione dell arrivo della nuora Renata di Francia. Il proclama imponeva ai cittadini di deporre le vesti luttuose per i morti causati dalla peste per non rattristare l illustre madama che può più l allegrezza della venuta di lei che la memoria de la propria tribulatione. Il provvedimento consuona con quanto risulta fosse accaduto a Venezia dove un antica legge suntuaria aveva vietato l uso del nero temendo un influenza negativa di tale colore sul morale. Nonostante ciò il nero, entrato nel gusto veneziano del tempo, fu fra i colori più usati nella città lagunare. I colori rappresentavano, come è noto, anche le parti politiche e per questa ragione una Riformanza perugina del 1376 vietava di portare qualunque indumento, cappuccio, mantello o coppa che fosse, duorum pannorum diversi coloris simul sutorum que vulgariter appellantur divise. Al massimo due colori potevano comparire nelle fodere di cappucci o cioppe. Vietate anche una scarpa di un colore e l altra di un altro. Che il divieto di portare abiti divisati, stigmatizzati anche dai predicatori, avesse la finalità di contenere le discordie è dichiarato esplicitamente in una Rifomanza emanata a Perugia nel 1394 nella quale venivano prese di mira le calze a più colori indossate soprattutto dai giovani. A sua volta Bernardino da Siena postulava che l abito divisato dimostra che l anima tua è variata come il corpo. La festa poteva dividere, fomentare discordie, dar luogo a tumulti e per questa ragione i legislatori ponevano attenzione anche ai colori delle vesti così come dosavano il numero degli invitati ai convivi. Gli ultimi secoli del medioevo sono caratterizzati da una forte propensione per i colori accesi accostati fra loro in abiti e calze. Sono noti e testimoniati accostamenti di colori contrastanti quali rosso e verde, rosso e celeste, verde e azzurro, bianco e nero paonazzo e cupo, rosso e viola, nero e scarlatto, nuvolato e verde. Siamo informati di ciò dall elenco di vesti portate a far bollare a Bologna nel I gusti successivamente cambiarono e il nero si affermò sempre più come colore non solo di lutto. Alla fine del Medioevo e nella prima Età moderna solo ai parenti più stretti, come abbiamo visto, era concesso vestire a lutto e la concessione probabilmente non riguardava gli ebrei. Ciò si ricava indirettamente dal fatto che alla vedova e al figlio dell ebreo Matasia venne concessa a Perugia nel 1383 di vestire migris coloris in signum tristizia. Sembra di intendere che usualmente agli ebrei non era dato vestire a lutto e si pone l interrogativo circa l estensione o meno agli ebrei delle restrizioni suntuarie. 10

11 11 Gli ebrei vestiti a festa Un paio di rappresentazioni iconografiche di cui disponiamo attestano che nell occasione forse più festosa nell economia di una vita, e cioè per il matrimonio, gli ebrei italiani ricchi vestivano con una pompa analoga a quella dei ricchi cristiani della stessa epoca con i quali condividevano anche gusti e stile: panni rosati, vesti color cremisi, pellicce, smisurate ampiezze e via dicendo (fig. 14). Panni cremisi ma anche segno distintivo ben in vista. (fig. 15). Le ordinanze suntuarie volute per gli ebrei dagli ebrei riuniti a congresso a Forlì nel 1418 attestano l uso di abiti maschili e di vesti e acconciature muliebri eleganti, costose e simili a quelle dei cristiani: sete, ricami, pellicce. Le norme suntuarie emanate dai rabbini delle comunità padane nel 1507 vietavano fra l altro ai giovani di partecipare a feste da ballo con indosso calzamaglie molto attillate e criticavano gli eccessi delle acconciature femminili fatte di bende di tessuto prezioso e di reti d oro e d argento. Le delibere miravano a limitare lo sfarzo esibizionista nelle feste e nei conviti, in occasione di nascite, circoncisioni e nozze e un interesse particolare era riservato all abbigliamento e ai gioielli. Ci si è chiesti per quale ragione gli ebrei emanarono loro norme suntuarie: perchè quelle dei cristiani non li riguardavano? In effetti sono rare le menzioni degli ebrei nelle prammatiche sul lusso tanto da potersi ipotizzare la loro eccettuazione da questo tipo di restrizioni. Erano noti come ebrei e spesso distinguibili per il segno che portavano, dunque non era indispensabile sottoporli alle regole che valevano per i cittadini anche perchè erano cittadini sui generis. I casi in cui si fa riferimento a loro, a Bologna nella normativa del 1474, confermerebbero l assunto: le norme li riguardano quando esplicitamente menzionati mentre in tutti gli altri casi non li riguardavano. Secondo Ariel Toaff è paradossale pensare che agli ebrei fossero concessi sfarzi proibiti invece ai cristiani. Anche secondo Simonsohn gli ebrei erano tenuti ad osservare le regole suntuarie anche se non ricevevano uno specifico trattamento. In realtà appare paradossale anche varare una specifica normativa per gli ebrei se valeva anche per loro la normativa emanata dalle autorità cristiane. Diciamo che la questione è ancora aperta. Sta di fatto che gli ebrei amavano le feste e amavano vestire a festa esattamente come i cristiani e che i più ricchi tra loro, i banchieri e le loro famiglie, apprezzavano velluti, rasi e damaschi di ogni colore, come attestano i corredi di fanciulle benestanti e come prova l iconografia. Cristiani ed ebrei avevano anche in comune severi censori pronti a colpire soprattutto le donne che trovavano nelle vesti e negli ornamenti una piccola compensazione alle molte restrizioni patite. Cos è la festa se non l appropriazione a termine, limitata cioè a un particolare momento del principio del piacere che è estraneo alla vita di tutti i giorni? Della festa l abito è segno ma anche parte. Non c era dunque speranza per i legislatori e per i moralisti di vedere durevolmente accettate le loro restrizioni. C è da immaginare che lo sapessero anche loro ma hanno fatto il loro dovere ricordando agli uomini e alle donne che tutto ha un prezzo, materiale e morale, anche le feste e le vesti da festa.

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