Renato Agazzi IL MITO DEL VAMPIRO IN EUROPA

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1 Renato Agazzi IL MITO DEL VAMPIRO IN EUROPA A cura dell'autore Nembro (BG)

2 La prima edizione di quest'opera è del 1979, uscì presso l'editore Antonio Lalli di Poggibonsi (SI), recava lo stesso titolo della presente, era in 8 e constava di: pp (3), con 24 tavv. in b.n. e una carta più volte ripiegata. L'opera è fuori commercio da tempo ed è divenuta assai rara. Non avendo ceduto i diritti, mi è consentito proporre questa nuova edizione digitale, riscritta, quasi integralmente, nella prima parte. I numerosi studi sull'argomento mi hanno costretto a rivedere molte delle conclusioni alle quali ero pervenuto nella precedente edizione. Oggi, grazie a internet, è molto più semplice accedere in tempi rapidi ad un numero incredibile di informazione. Negli anni '70 la ricerca delle fonti e quella bibliografica richiedevano anni. La seconda parte, dedicata al vampiro nella letteratura e alla figura di Vlad l'impalatore, non viene qui riproposta. Si tratta di uno studio pionieristico, ormai largamente superato da una imponente bibliografia sull'argomento. Dr. Renato Agazzi Libraio antiquario 2

3 INDICE Introduzione... 4 Capitolo I. I magici poteri del sangue... 8 La vita è nel sangue... 8 Il sangue sacrificale Il Dio ebraico proibisce di bere il sangue Il sacrifico della divinità spegne la sete di sangue delle tristi ombre dell'inferno greco Il sangue di Cristo è per il cristiano pegno d'immortalità L'evolversi del mito del vampiro Capitolo II. I demoni-vampiri dell'antichità Capitolo III. L'origine del vampiro Qualche notizia sugli Slavi Storie di succhiatori di sangue La parola upir La credenza nei morti/succhiatori di sangue prima del XVIII secolo.64 Il vampiro nel settecento Vampiri in Europa dalla prima metà del secolo XVIII alle soglie del XX secolo Il potere delle tenebre e l'illusione dell'immortalità Bibliografia citata

4 INTRODUZIONE Scopo del presente lavoro è fare il punto su una caratteristica fondamentale del vampiro, quella cioè di un non morto che esce dalla tomba per succhiare il sangue ai vivi. La definizione stessa di vampiro è ormai imprescindibile da quanto detto sopra. Analizzando però le fonti e l'imponente bibliografia si scopre che questa caratteristica non è così diffusa come si pensa. É fuori di dubbio che il vampiro è, secondo le credenze popolari, un morto che esce dalla tomba ad infastidire i vivi, ma questa prerogativa lo rende fino a qui del tutto simile ad altri redivivi (o revenants). Se il fenomeno lo si analizza solo a questo livello il vampiro non è altro che un aspetto di un problema molto più vasto che è quello della paura dei morti. Paura che nasce dalla vista del cadavere e delle sue complesse trasformazioni prima di raggiungere lo stadio di scheletro. Stadio quest'ultimo che sancisce la definitiva uscita di scena del morto e della sua pericolosità. Cosa differenzia quindi il vampiro dagli altri redivivi? La sua prerogativa è quella di essere un morto che succhia il sangue ai vivi. Da dove nasce una tale necessità? La risposta non è così semplice come sembra. Dagli albori dell'umanità fino al V-IV secolo a. C. l uomo non è visto come un qualcosa di indivisibile, pertanto a ciascuna parte di esso si può attribuire un anima (pluralità di anime). Sedi dell anima potranno quindi essere parti anatomiche del corpo: il cuore, il sangue, l occhio, il fegato, i capelli ecc.; sue funzioni: il respiro, il sonno, il ricordo; o fenomeni prodotti dal corpo stesso: l ombra e l immagine riflessa. Parlando della Grecia del periodo arcaico Vermeule (1979, 7) osserva: I Greci facevano una netta distinzione tra corpo e anima, tra la carne che imputridisce e doveva essere seppellita e l evanescente psyche, che abbandonava la carcassa e si recava altrove in un insieme di personalità che potevano attivarsi con il ricordo. Dal concetto di anima sogno, che abbandona il corpo durante il sonno, si consolida l idea di un anima collocata fuori dall uomo, che può penetrare in altri corpi. Da qui il passo è breve dal concepire l anima del defunto, che non trovando fissa dimora, appare nel sogno del vivo. A quest anima vengono attribuiti poteri soprannaturali, in grado di nuocere o meno. Occorre però tenere ben presente una cosa. La mentalità dei cosiddetti primitivi e delle antiche civiltà a questo stadio del pensiero non conosceva in modo chiaro l idea di immaterialità dell anima, esattamente come non faceva una netta distinzione tra il mondo inanimato e animato. L anima pertanto poteva essere raffigurata e concepita con le stesse caratteristiche del corpo che l ospitava. Se quindi il defunto appariva in un sogno o in una visiona sotto sembianze umane, la sua presenza o meglio il 4

5 suo ritorno era qualcosa di reale. A questo livello culturale aveva quindi poca importanza sapere se il morto lasciava materialmente o meno la sua dimora, ciò che si constatava era che poteva tornare tra i vivi e recare notevoli fastidi. Agendo sul contingente, il sangue sacrificale poteva rappresentare un buon mezzo per placare il morto e impedirgli di procurarsi direttamente il sangue dal vivo. Si sperava così che il defunto tornasse da dove era venuto. Ma il fatto che la realtà oltremondana fosse concepita ad un livello molto più basso rispetto a quella terrena, non rendeva per nulla facile la vita ai vivi. L'aver concepito e relegato il regno dei morti in un lungo lontano, buio, tenebroso e infestato da paurosi demoni, non salvaguardava il vivo da continue minacce, provenienti non solo dai morti, ma dagli stessi demoni. Questa fosca prospettiva mutò radicalmente dopo il IV secolo a.c. Prima l'orfismo, che prometteva agli iniziati una salvezza dopo la morte, poi il platonismo e infine l'avvento del cristianesimo, portarono ad una visione meno inquietante della realtà oltremondana. Nel cristianesimo l anima in vita forma un tutt uno con il corpo: nel rito sacro dell eucarestia il fedele percepisce che prima all anima spirituale, poi al corpo, verrà assicurata l immortalità, secondo un criterio di giustizia divina, che vede i buoni innalzati nel regno dei cielo e i malvagi abbandonati in quello degli inferi. Tutto ciò però non risolse completamente il problema del ritorno dei morti, anzi per certi versi lo complicò. Il corpo, lasciato a marcire nella tomba, in attesa della resurrezione destava ancora forti perplessità, inquietudini e paure. Stranamente però scomparve quasi del tutto tra le credenze popolari, fino alle soglie del XVIII secolo, la figura del morto che fuoriusciva dalla tomba per succhiare il sangue del vivo. Per lungo tempo tale prerogativa venne riservata, come già riscontrato in antiche civiltà (assira, babilonese, ebraica), ad alcuni demoni (spesso identificati nelle figure dell'incubo o del succube) o a persone (streghe, stregoni, sciamani, esseri malvagi, eretici) che dopo morte finivano preda di forze demoniache (per semplificare le cose chiamiamo tutte queste entità demoni-vampiri). Perché questo passaggio intermedio (demoni-vampiri), prima di giungere al vampiro in senso stretto? Secondo noi entrambi i fenomeni sono legati al tentativo di spiegare la morte del corpo nelle sue fasi più virulenti e devastanti. Trovarsi dinanzi ad un cadavere non perfettamente decomposto destava forti emozioni e preoccupazioni, specie se questa scoperta avveniva in circostanze critiche (malattie epidemiche o reiterate apparizioni). Era molto difficile, per la mentalità del tempo, pensare che ciò che stava accadendo al cadavere avesse spiegazioni naturali, era più logico pensare che il morto stesse facendo qualcosa e questo qualcosa non portava a nulla di buono. Se il cadavere si presentava gonfio e turgido, rubizzo, se le unghie o i capelli sembravano ancora crescere, se stranamente non era maleodorante, se non si trovava più nella stessa posizione in cui era stato deposto nella bara, erano tutti sintomi di una sua innaturale vitalità. Oggi noi sappiamo dalla medicina legale che il cadavere, in particolari condizioni, non va in decomposizione nei tempi e nei modi stabiliti. Vari fattori possono rallentare questo processo e creare situazioni intermedie in cui un osservatore, a digiuno di conoscenze scientifiche adeguate, rimarrebbe sbigottito e impaurito. Il morto, si perdoni l'ossimoro, mantiene, per qualche tempo una sua vitalità. Più che naturale che gli spaventati osservatori del tempo si chiedessero chi fosse l'artefice di tanto orrore. Prima di supporre che la minaccia potesse venire direttamente dal morto, si preferì incolpare i demoni-vampiri, entità che, per quanto inquietanti, non creavano una situazione destabilizzante nella comunità. Finché il morto 5

6 aveva qualcosa di molto grave da farsi perdonare per la sua condotta precedente (suicidio, assassinio, eresia, sacrilegio, magia nera ecc.) era abbastanza facile incolpare un demone. Il corpo morto animato dal demone poteva commettere qualsiasi bassezza. Scongiuri ed esorcismi potevano servire (non sempre) a placare l'ira dei demoni e dei malvagi spiriti. Purtroppo però una tale spiegazione era destinata a non durare molto. I fenomeni complessi della morte e della decomposizione creavano tali e tanti problemi, che incolpare di tutto i demoni-vampiri si rese ben presto una spiegazione insufficiente. Non si poteva continuare a nascondere un inquietante dilemma. Per ragioni incomprensibili alcune persone morte, che nulla avevano fatto da vive per meritarsi un così triste destino, non solo si rifiutavano di restare tali, ma tornavano a minacciare i vivi. Non si poteva più accettare la spiegazione del demone o dello spirito vendicatore che prendevano possesso di un corpo morto. Bisognava purtroppo prendere atto che il proprio vicino, l'amico o peggio il parente, potevano ritornare tra i vivi, con quali intenzioni, non sempre era chiaro. Qualcosa di inesplicabili agiva, bisognava tentare di ammansire una volontà trascendente, che non risparmiava né il giusto né il colpevole. Per quanto contrario al concetto di immaterialità dell anima, predicato dal cristianesimo, il ritorno in vita del corpo venne spiegato postulando l esistenza di una qualche forma di anima, in grado di agire come un principio rianimatore del corpo. Se prima si incolpava un agente esterno (diavolo) a rianimare un corpo, ora era l anima (l anima originaria o una seconda anima), che non l abbandonava finché non si era completamente decomposto. I motivi per cui un anima rianimava un corpo trasformandolo in un redivivo, rimanevano pur sempre oscuri, ma quanto meno se a questa sorte sottostava un uomo retto o un bambino, non c era bisogno di ricorrere alla presenza del diavolo. I mezzi per neutralizzare il morto (la preghiera, l esorcismo) o per allontanarlo (metodi apotropaici) non funzionavano sempre, spesso il metodo definitivo era quello di sopprimerlo una seconda volta, tagliandogli la testa, trafiggendolo, facendolo a pezzi, scarnificandolo o bruciandolo (quest'ultimo si rivelava spesso il metodo migliore). Significativa questa testimonianza di Hellwald (1890, 371) sul vampiro in Erzegovina. Tra le fiamme si è consumato il corpo fino alle ossa, quindi anche l anima bruciando è uscita da esso, e finalmente trova pace. Il prete, cattolico o ortodosso, assisteva impotente a tanto scempio, conscio del fatto che i mezzi a sua disposizione erano inadeguati e insufficienti. Accettata questa spiacevole realtà, si assiste per un lungo periodo di tempo ad una serie di attività dei così detti redivivi o revenants, che poco o nulla hanno a che fare con quella del vampiro in senso stretto. Le azioni, quasi sempre notturne, erano delle più varie e disparate: commetteva crimini (soffocava le persone, uccideva chiamando per nome il malcapitato o alitandogli addosso il proprio fiato mortifero), provocava malattie o pestilenze, causava gravi fenomeni atmosferici, rendeva sterili i terreni fertili, inaridiva i raccolti, si trasformava in varie specie di animali (altre volte era invisibile), mangiava il sudario e pezzi morti della sua stessa carne e di quella di cadaveri vicini, causava danni ad oggetti e alle abitazioni, infastidiva sessualmente la sua ex-moglie, ecc. L azione di bere o succhiare il sangue era pressoché assente. Il contesto era ormai quello cattolico-ortodosso, dove pregiudizi, superstizioni e pratiche mediche conferivano al sangue un forte significato magico, mistico, alchemico e farmacologico (Camporesi 1988), ma nonostante tutto ciò la pratica di berlo direttamente non era affatto diffusa come si pensa. Un tale gesto era forse considerato troppo dissacrante o semplicemente poco credibile. Il passo finale che 6

7 portò a rispolverare l antica credenza del redivivo/succhiatore di sangue fu, come vedremo meglio in seguito, del tutto casuale. Solo l'esame accurato di un morto/non morto, da parte di un oscuro funzionario austriaco della prima metà del XVIII secolo, rivelò la presenza di un liquido rosso-vischioso vicino alle labbra del cadavere. Fino ad allora, per quanto possa sembrare strano, nessuno vi aveva dato sufficiente importanza. Questo volta il fatto destò meraviglia. Vuoi che fossero le circostanze, come vedremo meglio nel corso della narrazione, vuoi che il funzionario non fosse un medico, sta di fatto che in un oscuro villaggio serbo nasceva l'associazione tra il termine vampiro (fino a quel momento indicante uno dei tanti revenants) e succhiatore di sangue. Un accostamento che nelle credenze popolari ebbe però una diffusione piuttosto limitata, oltre tutto il modus operandi del vampiro del folklore è ben diverso da quello letterario (o cinematografico), il primo, a parte l'aspetto lacero ed orribile, succhia il sangue nell'area toracica, vicino al cuore, il secondo, come tutti sanno, succhia il sangue dal collo delle vittime (quasi sempre belle fanciulle) e il suo aspetto è tenebroso, ma accattivante. 7

8 CAPITOLO I I MAGICI POTERI DEL SANGUE La vita è nel sangue La visione del sangue agli occhi dell'uomo primitivo dovette rappresentare un fatto straordinario, meraviglioso e terribile, al pari del nascere e del morire, del sorgere e del tramontare del Sole, del fuoco, della tempesta e del tuono. Allo sbigottimento, però, dovette ben presto sorgere in lui una prima naturale constatazione: l'energia vitale di un uomo o di un animale ferito si andava via via spegnendo con l'effusione del sangue. Impedire questo evento significava rendere la vita all'uomo o all'animale. Il sangue irrimediabilmente perduto dovette, tuttavia, interessare la mentalità del primitivo. Quel liquido rosso che sgorgava dalla ferita era la fonte della vita stessa, non utilizzarlo rappresentava, in qualche modo, una perdita, non solo per il ferito, ma anche per colui che lo soccorreva. L'energia fornita dal pasto quotidiano rappresentò l'elemento di paragone necessario per l'immediata utilizzazione del sangue. A differenza, però, del pasto il sangue bevuto doveva dare una maggiore vitalità ed energia, se tanto tragica era la sua perdita. Non era, però, la stessa cosa bere il sangue di un guerriero coraggioso da quello di un imberbe o di un debole. Questa differenza qualitativa acquistò una notevole importanza quando tribù limitrofe, entrate in discordia, si dettero guerra: l'assimilazione del sangue del nemico ucciso, specie se forte e coraggioso, significava, non solo il possesso materiale delle sue qualità, ma anche una totale vittoria su di lui. E' per questo che gli antichi Sciti, i Cartaginesi e i Galli assaggiavano o bevevano il sangue dei nemici uccisi, al pari degli Italones delle Filippine, mentre i Sioux preferivano ridurre in polvere e inghiottire parti del cuore di nemici valorosi. In alcune leggende scandinave l'eroe diviene forte e coraggioso bevendo il sangue di un orso e mangiandone il cuore, il motivo viene riproposto anche in alcune fiabe russe. 1 Il nutrirsi, inoltre, con il sangue dei nemici uccisi aveva, già di per sé, un significato religioso: il morto non era morto del tutto, il suo sangue era depositario della sua precedente vitalità e impossessarsene significava perpetuarla; se cosi non fosse stato non aveva nessun significato il possesso e la totale vittoria nei confronti del nemico ucciso. Anche l'antropofagia presente in alcune civiltà primitive di cacciatori e raccoglitori (come ad esempio i Dieri australiani o i Taugara), pur assumendo un valore funerario, era mossa dagli stessi intenti. Il pasto antropofago si esauriva nella mitigazione del 1) Per contro altri popoli (Estoni, alcune tribù del Nord America) si astengono dal bere il sangue di un qualsiasi animale, in quanto ne contiene la vita e lo "spirito della bestia". "I cacciatori israeliti spargevano tutto il sangue della bestia che avevano ucciso e lo coprivano di polvere. Non assaggiavano il sangue perché credevano che l'anima e la vita dell'animale era nel sangue o era il sangue stesso". Frazer ( 1965, I, 356). 8

9 cordoglio, cioè, tramite la partecipazione comunitaria dei presenti al banchetto cannibalico si aveva una riappropiazione ideale dell'estinto. 2 Mentre il parente o l'amico il primitivo tendeva, mosso da profondi sentimenti d'amore e d'amicizia, a conservarlo in sé per mezzo del pasto cannibalico, il quale rappresentava una sorta di comunione, per la morte di un nemico non era necessario operare una cosi intima fusione tra il vivo e il morto, ma era sufficiente servirsi del sangue (o anche del cervello, del cuore, del fegato o dei testicoli a seconda delle virtù di cui ci si voleva impossessare), sede di tutta la vitalità dell'ucciso, trascurando tutto il resto. Naturalmente non mancano le eccezioni, così, ad esempio, gli antichi Irlandesi bevevano e si cospargevano il corpo con il sangue degli amici morti. Non erano però rari i casi di pasti cannibalici di nemici uccisi; che significato dare a questi episodi? Evidentemente nel pasto cannibalico il primitivo non era mosso soltanto dal cercare un potenziamento o un rafforzamento delle proprie energie e, tanto meno, da motivi di vendetta, ma anche, dice Bacchiega (1971, 61), "dall'esigenza di far sì, che i compagni caduti in battaglia, potessero anch'essi, attraverso i compagni rimasti vivi, partecipare alla vittoria divorando i morti". Si aggiunga, inoltre, che all'indomani della vittoria i cadaveri dei nemici uccisi risultavano presenze inquietanti nei confronti dei guerrieri vittoriosi, in quanto potevano ritornare a molestare gli uccisori. Il ritorno poteva avvenire attraverso sogni, visioni o fenomeni naturali inesplicabili. In questo stadio di civiltà l anima veniva raffigurata e concepita con le stesse caratteristiche del corpo che l ospitava (mancava il concetto di immaterialità dell anima). Se pertanto il morto appariva nei sogni del suo uccisore, quest ultimo era convinto di averlo materialmente incontrato. Il pasto antropofago del nemico ucciso mitigava quindi l ira di quest ultimo, che si garantiva una sorta di sopravvivenza e smetteva di disturbare il suo uccisore (Frazer I, 333 sg.). Comunque stiano le cose sia il pasto cannibalico che l'assimilazione del sangue rappresentavano, pur sempre, un primo tragico confronto con la morte, considerata come forza oscura e malefica. L'anelito infatti al raggiungimento di un'immortalità o meglio di un'autonomia dalla morte che si percepisce nel considerare il pasto antropofago risponde abbastanza bene alle modeste concezioni escatologiche del tempo. Nella religiosità del passato la vita dell oltretomba non è altro che la continuazione della vita terrena, anzi, spesso, portata ad un livello più semplice e banale. L'ansia del così detto primitivo di relegare in regioni il più possibile lontane, là dove tramonta il sole, il regno dei morti tradisce, non solo la paura per la morte, ma anche una ineluttabile condanna che egli si trascina come una pesante eredità. Inoltre, benché relegato lontano il regno dei morti non cessa per questo di essere minaccioso, e infatti il morto compare nei sogni a turbare la tranquillità del vivo. Tuttavia, con il progredire delle concezioni religiose, si dovette far strada una domanda (riflesso pur sempre di una concezione escatologica molto triste): se il sangue era la fonte di vita e di energia per il vivo, perché non lo poteva essere anche per il morto? Il regno dei morti era popolato da esseri tristi, non paghi di aver lasciato la vita terrena, pertanto dovevano avere sete di sangue, cioè di vita. Placare la nostalgia del morto verso la perduta vita terrena con lo spargimento del sangue poteva rappresentare 2) Cfr. in proposito Vohlard (1949, ) e Hogg (1958). 9

10 una soluzione. Il ritorno del morto non era ancora pregiudicato dalla condotta tenuta da questo durante la sua precedente esistenza terrena. In questo contesto le caratteristiche minacciose del morto non erano limitate ai soli casi di morte violenta (assassinati, suicidi, ecc.), ma, come dice Kleinpaul (1898, 128), "tutti i morti erano vampiri, tutti erano pieni di collera verso i vivi e tentavano di far loro del male, privandoli della vita". E Montague Summers (1960, 17) chiarisce meglio il pensiero di Kleinpaul con il seguente esempio: "Fra molte tribù Africane, fra i Polinesiani di Tahiti, nelle Isole Sandwich e in tutto l'arcipelago del Pacifico; fra gli Aborigeni dell'australia, Nuova Zelanda e Tasmania; fra gli abitanti della Patagonia; fra gli Indiani della California e del Nord America; e in molti altri popoli le lamentazioni funebri sono spesso accompagnate da lacerazioni del corpo, fino a far scorrere liberamente il sangue; anche per la morte di sconosciuti queste genti si infliggono terribili mutilazioni, anzi più uno è crudele e barbaro con se stesso e più è tenuto dal morto in grande onore e rispetto. L'importante, comunque, è che il sangue venga versato, in modo da manifestare e costituire una intesa con il morto; questo, infatti, abbandona liberamente l'esigente pretesa di ritornare fra i vivi e privarli forzatamente della vita in terribili circostanze". Del resto un'idea cosi fosca collimava perfettamente con ciò che le primitive religioni avevano sull'aldilà, comprese quelle del bacino del Mediterraneo (Egizi, Babilonesi e Assiri, Ebrei e Grecia del periodo arcaico). Come abbiamo già accennato i morti erano costretti a menare un'esistenza ben squallida e incolore, spesso ridotti allo stato di ombre e relegati, per lo più, in luoghi sotterranei, oscuri, paurosi e lontani. Era inoltre pressoché assente una distinzione fra un luogo di pace e di serenità per il giusto e un luogo di pena per il colpevole. In queste tristi e mortificanti condizioni era quindi più che giustificato un rancore del morto nei confronti dei sopravvissuti. Un suo eventuale ritorno significava una cosa sola: procacciarsi il sangue del vivo per garantirsi una qualche parvenza della passata esistenza. I superstiti guardavano con disperazione e paura il momento del loro trapasso in quanto soggiacevano ad un'analoga sorte. Bisognava quindi porre un rimedio a questo triste fato, bisognava cioè trovare la giusta strada per dare al sangue un valore ben più grande di quello che gli si era dato finora. Questo avvenne quando si trasformò il sangue in elemento sacro, indispensabile nelle cerimonie religiose e la cui assimilazione garantiva all'iniziato proprietà vaticinanti, ma soprattutto lo avvicinava alla divinità e, quindi, ai grandi misteri. Il sangue sacrificale Le comunità primitive, specialmente quelle a carattere agricolo, svolgevano le loro attività in uno spazio abbastanza ristretto. Il benessere e la ricchezza della comunità erano circoscritti nel lavoro dei singoli individui e dei loro armenti. Il bestiame non era, però, un semplice strumento di lavoro, ma un elemento prezioso; esso alleggeriva il duro lavoro dell'uomo e, all'occorrenza, lo nutriva con il suo latte. A lungo andare l'animale domestico divenne un amico e un fratello e, come non si spargeva sangue tribale, cosi non si spargeva quello dell'animale domestico. L'uccisione era possibile, ma al di fuori della comunità, cacciando l'animale selvaggio. Questo aspetto tranquillo della primitiva comunità non poteva perdurare a lungo, esposta, com'era, alle mutevoli condizioni 10

11 climatiche, al diffondersi di malattie e all'odio di tribù limitrofe. A cosa attribuire quindi lo scarso raccolto, le improvvise malattie fra uomini e animali e i tristi lutti? Evidentemente gli dei non erano più ben disposti ad aiutare la tribù e, anche se le cause erano ignote, il maleficio si era abbattuto su di essa. Il rimedio doveva essere ricercato in un sacrificio che riuscisse a coinvolgere tutta la comunità, privandola di qualcosa di caro e prezioso, solo così era possibile richiamare i favori degli dei. Il sacrificio di un animale domestico o anche di una persona aveva lo scopo di rinvigorire la divinità, la quale ne beveva il sangue sacrificale. Il sacrificio rappresentava, quindi, un momento straziante per il primitivo, ma necessario per il bene della collettività. Del resto già nei rituali della magia omeopatica o imitativa si era ricorsi al sangue per suggellare l'efficacia del rito, e ciò al fine di favorire particolari eventi, come, ad esempio, la moltiplicazione del bestiame. Per provocare ciò gli Arunta (Spencer/Gillen 1904), tribù dell'australia centrale, praticano l'intichiuma, per l'incremento dei loro animali totemici: emù, canguro, bruco, ecc.: alcuni uomini si praticano dei tagli nelle vene, fino a fare uscire abbondante il sangue, che deve cadere sul terreno al fine di tracciare particolari segni. Deposto in terra il churinga (emblema di legno su cui è inciso l'animale totemico) gli uomini imitano il gesto di un determinato animale totemico. Segue la polverizzazione del sangue al fine di produrre la moltiplicazione dell'animale. Se nei rituali della magia imitativa il sangue ha per lo più un carattere positivo e nell'esempio considerato l'atto magico ha anche un valore pubblico, nel senso cioè che la moltiplicazione dell'animale va a vantaggio di tutta la comunità, nei rituali della magia contagiosa il sangue assume un aspetto biunivoco. Cioè l'interessato può usare il sangue di un suo nemico per distruggerlo, ma nello stesso tempo deve guardarsi dal medesimo affinché non adotti metodi analoghi. Per questa ragione, dice Frazer (1965 I, 71-72), "i Papua di Tumleo, un'isola vicino alla Nuova Guinea, mettono molta cura a gettare nel mare le bende insanguinate con cui hanno medicato le loro ferite, per timore che, se cadessero nelle mani di qualche nemico, questi potrebbe far loro del male con arti magiche". Analogamente si dica per i riti di circoncisione (Ebrei e varie tribù dell'australia e dell'africa) o di clitoridectomia (in Africa nord-occid. fra i Somali, Afar e i Galla nord-orient); in ambo i casi si evita accuratamente di spargere il sangue per terra. Se disgraziatamente dovesse cadere bisogna subito coprirlo con la terra o accendere un fuoco in quel punto. Addirittura nel Sussex occid. si crede maledetta e sterile la terra bagnata dal sangue. Universalmente temuto il sangue mestruale o da parto, la cui misteriosa origine, non dovuta ad un'azione violenta identificabile, lo rende più pericoloso del solito. Limitandoci a considerare questa credenza nella sola Europa, diamo in lettura questo interessante, quanto curioso passo tratto dal Ramo d'oro di Frazer (1965 III, ): "Nella più antica enciclopedia che esista [la Historia Naturalis di Plinio il Vecchio] la lista dei pericoli che si possono temere dalla mestruazione è più lunga di quella fornita dai semplici barbari. Secondo Plinio, il contatto di una donna mestruata trasforma il vino in aceto, fa venire la golpe ai raccolti, uccide le sementi, devasta i giardini, fa cadere i frutti dagli alberi, rende opachi gli specchi, smussa i rasoi, fa arrugginire il ferro e il rame, specialmente al calar della luna, fa morire le api, o almeno le caccia via 11

12 dai loro alveari, fa abortire le cavalle e cosi via. Similmente in varie parti d'europa si crede ancora che se una donna mestruata entra in una birreria, la birra diventi acida; se tocca della birra, del vino, dell'aceto o del latte li fa andare a male; se fa della marmellata non si conserva; se monta una cavalla la fa abortire; se tocca dei boccioli li fa appassire; se monta sopra un ciliegio lo fa seccare. Nel Brunswick la gente crede che se una donna mestruata assiste all'uccisione di un maiale, la carne dell'animale andrebbe in putrefazione. Nell'isola greca di Calymnos una donna in questo periodo non può andare a tirar l'acqua al pozzo, né traversare un corso d'acqua, né entrare in mare. La sua presenza in un battello dicono che farebbe venire una tempesta". Per altri versi i Caffri (Ovest-Africa) hanno orrore del sangue sparso per terra o sul corpo perché risuscita le anime delle persone malvagie. Essi, infatti, credono che queste ultime ritornino attratte dal sangue, durante la notte, a molestare e uccidere i vivi (Montague Summers 1960, 13). Curiosa, infine, la connessione tra morto e uccisore legata alla presenza del sangue; così, ad esempio, in English and Scottish popular Ballad (1904, 141), nella bella ballata Young Hunting, il cadavere del giovane cacciatore sanguina se toccato dalla sua gelosa assassinatrice: White, white waur his wounds washen, As white as ony lawn; But sune's the traitor stude afore, Then oot the red blude sprang. 3 Nella Saga dei Nibelunghi e nel Riccardo III (I, 2) di Shakespeare incontriamo la stessa credenza popolare 4, come pure negli atti di alcuni processi giudiziari celebrati nel XVII secolo. "Un processo, in Scozia, del 1687 [ ] Philip Standfield, figlio dissoluto di Sir James Standfield, si trovava vicino al corpo del padre, che si presumeva fosse annegato in uno stagno, quando venne esumato. Philip poggiò la mano sul capo del cadavere, ed ecco che, immediatamente, la bocca e le narici emisero un abbondante flotto di sangue) 5, secondo il consueto modo di Dio di scoprire i delitti. Con poche altre prove Philip fu riconosciuto colpevole di complicità nel delitto" (Dorson 1964, 43-44). Avevamo detto più sopra che il sangue veniva dalla comunità destinato ad una divinità, al fine di nutrirla, di fortificarla e di rendersela propizia. Non sempre, però, questa sembra gradirlo; accade cosi che presso la tribù degli Ifugao centrali (Luzon settentrionale) il primo sacrificio umano provocò, secondo una leggenda (Beyer 1913, 3) Bianche, bianche erano le sue ferite,/ bianche come il lino;/ ma appena la traditrice si avvicinò,/ il rosso sangue cominciò a sgorgare. 4) La stessa credenza si trova nell opera del poeta e autore teatrale inglese George Champman The Window s Tears (1612, Atto V), nel poema Idea, the Shepherd s Garland (1593) di Michael Drayton e nell opera Demonologie di re Giacomo I d Inghilterra. 5) Il fenomeno trova una plausibile spiegazione nella manipolazione del cadavere. Toccando, spostando il corpo del morto, facilmente si possono determinare fuoriuscite di umori e liquidi, scambiati per sangue. Maggiori notizie in Barber (1994, 179 sg.). 12

13 113), la dispersione delle genti, con la formazione di due stirpi: una ad Oriente e una ad Occidente, stirpi che ben presto cominciarono ad odiarsi e a combattersi vicendevolmente. Secondo queste genti il sangue umano consacrato ad una divinità è stato la causa della discordia nel mondo. Il senso di divieto espresso dal dio supremo Maknongan traspare esplicitamente da queste parole: "Non vivrete più assieme e quando dovrete fare qualche sacrificio agli dei non ucciderete né topi, né serpenti, né esseri umani: offrirete soltanto pelli e maiali" (Petazzoni 1963 II, 115). Tuttavia il motivo del sangue, divenuto sacro perché offerto al dio, è ricorrente in molte religioni; determinante fu, inoltre, il successivo concetto di comunione uomo-dio tramite l'assimilazione del sangue sacro. Infatti, quest'ultimo doveva essere carico di virtù miracolose, ben maggiori di quello di un nemico ucciso. Però, mentre il sangue di un nemico ucciso lo si beveva senza timore, di fronte al sangue destinato alla divinità sorse una sorta di timore. La sua azione poteva rappresentare un oltraggio, un peccato d orgoglio nei confronti della divinità e inoltre spezzava quello che per lungo tempo era stata l incolmabile distanza fra il dio e l'uomo, precipitando quest ultimo in una situazione forse più terribile e angosciosa. Come è noto gli antichi detestavano ogni forma di novità e tendevano a fondarsi sempre sulle tradizioni dei padri, pertanto coloro che si accinsero a bere il sangue sacrificale erano ben consapevoli della gravità del momento, sia per loro che la vivevano, sia per chi partecipava alla cerimonia. Erano probabilmente guardati come dei coraggiosi innovatori o come degli autentici folli. Vediamo, cosi, che le religioni del sangue sono caratterizzate da un duplice aspetto: mentre da un lato principi dogmatici impongono, in modo categorico, al discepolo di astenersi dal bere sangue perché riservato alla divinità; dall'altro, proprio per questa ragione, questi ne attinge, in modo più o meno simbolico, per acquistare in parte la natura divina. Condizione quest ultima essenziale, in quanto impedisce al discepolo di subire dopo la morte un destino negletto. Questa convinzione è soprattutto affermata da quelle religioni che danno al sangue un valore eziologico, fondante. Già nelle religioni primitive si intravede questa possibilità; cosi, ad esempio, presso i Moanas (Isole dell'ammiragliato) l'origine dell'umanità è dovuta al sangue di una donna: "Hi Asa era sola. Essa stava lavorando. Si fece un taglio in un dito. Prese un guscio di conchiglia. Ci mise dentro il sangue della mano. Lo coperse. Contò i giorni. I giorni furono undici. Andò a vedere. C'erano due uova. I due non erano ancora sgusciati... Uno era un uomo, e l'altro era una donna. I due generarono noi. Noi siamo figli del sangue" (Petazzoni II, 284). Per l'india dei tempi dei Veda l'uomo nasce dal sangue di Purusha ucciso: La sua bocca divenne il Brahmano, le sue due braccia fecero il guerriero (kshatrya) le sue cosce, il Mercante (vaisya), dai suoi piedi nacque il Servo (sudra) (Morretta 1966, 279). Sempre in India (India del Sud) tra i Kuruvikkaran, una classe di cacciatori di uccelli e di mendicanti, si crede che la dea Kali discenda nel sacerdote ed egli dà responsi d'oracolo 13

14 dopo aver succhiato il sangue che scorre dalla gola recisa d'una capra (Frazer 1965 I, 152). Fra i Babilonesi e Assiri gli uomini nacquero dai sangue del dio Bèi (sinonimo di Eni il, il dio della Terra). Con il sangue della divinità uccisa, mescolato all'argilla, fu possibile ottenere la vita del primo uomo (Bottéro 1961). In questo caso, però, l'origine dell'uomo dal sangue del dio esprimerebbe l'assoluta dipendenza e subordinazione cieca dell'uomo alla divinità, e non la sua partecipazione al divino, come vedremo tra poco parlando dell'orfismo dei Greci. Nel mito greco l'uomo nasce dal sangue dei Titani uccisi. Il mitico popolo dei Feaci nacque dal sangue di Urano, e sempre da Urano, mutilato dal figlio Crono, nacquero le Erinni, divinità infernali. Il Dio ebraico proibisce di bere il sangue Leggiamo nel Deuteronomio (XII, 23): "Ma guardati bene dal mangiare il sangue, perché il sangue è la vita, e tu non devi mangiare la vita con la carne. Tu dunque non lo mangerai, ma lo spargerai per terra come l'acqua". Nella Genesi (IX, 3.4): "Tutto ciò che si muove e che ha la vita vi sarà di cibo: lo vi do tutto questo come vi detti l'erba verde; solo non mangiate carne che abbia ancora la vita sua, cioè il suo sangue". Il Levitico (VII, 27) è categorico in proposito: "Chiunque mangerà del sangue, sarà reciso dal suo popolo". Il sangue, presso gli Ebrei, è riservato solamente a Dio, altor di vita, e può essere sacrificato a Lui, solo nel sacrificio detto espiatorio (Cfr. in proposito il Levitico XVII, 10.16); ma il sangue umano non può mai essere sacrificato. Dio stesso lo punisce: il Talmud insegna che colui che eserciti solo minacce nei confronti dei suoi simili è già considerato un malfattore. Tuttavia per "suoi simili" il Talmud spesso intende solo il "Popolo eletto": "Colui che fa scorrere il sangue degli empi (cioè gli idolatri, e i cristiani) offre un sacrificio a Dio". Anzi il rabbino talmudista Menachem dice: "Voialtri Israeliti, voi siete uomini, ma gli altri popoli non sono uomini perché le loro anime provengono da una sostanza spirituale impura e demoniaca, mentre le anime degli Israeliti, provengono dallo Spirito Santo di Dio" (Chochod 1971, 85). E in effetti non mancarono lungo i secoli accuse, in parte infondate e in parte no, nei confronti degli Ebrei, di praticare omicidi rituali, soprattutto nel tempo pasquale. I sospetti e le accuse nascevano dal fatto che taluni affermavano che gli Ebrei, essendo loro vietato di sacrificare il biblico Agnello pasquale fuori dalle mura di Gerusalemme, erano costretti nella diaspora a servirsi di sangue cristiano per i loro riti. Tuttavia la vera entità di questi crimini è veramente irrisoria; basti pensare che dal 1071 al 1670, fa notare Chochod (1971, 268, n. 37), "in Francia, in Inghilterra ed in Germania, furono constatati ed imputati ad Ebrei, trentasei assassini rituali". Se si considera lo spazio di tempo, quasi cinque secoli, estremamente lungo, non si può che concludere che questi crimini, per quanto sicuramente accertati, furono del tutto occasionali. Mentre non furono certo occasionali le sistematiche persecuzioni (pogrom) perpetrate lungo i secoli contro gli Ebrei. 14

15 Il fatto che nella religiosità ebraica il sangue sia sotto tabù è una prova della presenza del Dio Ebraico "Creatore e Signore", potenza estranea, che nulla fa per placare l'uomo dalla sua consapevolezza di essere limitato. Motivo questo che spiega anche la mancanza di una organica ed elaborata escatologia ebraica in confronto a quella cristiana: la presenza del Cristo "ha distrutto la morte e ha portato alla luce vita ed eternità" ( II Tim. 1,10). Per molto tempo gli Israeliti sono vissuti nel timore che i trapassati dormissero in un'oscura cavità sotterranea (detta Sheol), tenebroso soggiorno dove è interdetto alle ombre il lodare Dio e dove non c'è distinzione fra il giusto e il colpevole. Il concetto dualistico del mondo (Regno di Dio e Regno di Satana) si diffonde presso gli Ebrei solo nel periodo post-esilico; 6 è quindi chiaro che il rapporto con la trascendenza si normalizza solo nella sfera terrena, raggiungendo quello stato di apparente regolarità, dove la morte rappresenta la rottura con il rapporto divino; dice, infatti, il profeta Isaia (XXXVIII, 18): Lo sheol non inneggia a te e la morte non ti loda; quelli che discendono nella tomba non sperano più nella tua felicità. E' interessante, inoltre, osservare come nel Levitico (XIX, 26) si proibisca di mangiare "carne che contenga sangue" e subito dopo si interdica la pratica di vaticinare e compiere pratiche magiche; si può, quindi, supporre che queste ultime due azioni fossero strettamente legate al potere mantico del sangue, presente tra l'altro nella mitologia scandinava 7 e greca. Se il sangue sprigiona di per sé forza magica (Cfr. in proposito la Genesi: IV, 10), impossessarsene significa chiarire meglio i rapporti con la divinità. Del resto, fa notare Seppilli (1962, 173), è noto che presso numerose popolazioni a cultura arcaica "l'uso degli eccitanti, o degli inebrianti o degli stupefacenti, non mancano mai nelle cerimonie mantiche, iniziatiche ed orgiastiche". L'Autrice ne dà un breve elenco: "Il sacro soma vedico, la hoama iranico, la foglia d'edera delfica, il vino delle orge bacchiche, l'idromele germanico, l'orzo e altre sostanze fermentate, il sangue, le esalazioni sotterranee, ecc."; tutti mezzi che facilitano il "flusso di immagini significative" e tendono "ad abbassare il controllo razionale". Il ricorso a queste pratiche magiche-neopagane è per la religiosità ebraica, come abbiamo già accennato, il sintomo di un non ben definito rapporto con la divinità ufficiale. Non è, quindi, quella degli Ebrei un peccato d orgoglio contro la divinità, ma la conseguenza di un rapporto con quest ultima formale e inaccessibile, che man mano entra in crisi. Sui numerosi divieti imposti dalla divinità fa perno il centro della crisi, essi 6) "Si trovano, infatti, qua e là, nel Salterio delle aspirazioni, che sono come un anticipo di una vita felice presso Dio: solo verso il II sec. prima di Cristo si trova un po' di luce sulla Risurrezione e la vita dell'aldilà". ( Bonsirven 1961, 116). 7) Nell'Edda di Snorri (Skaldsk cap. I) è narrata l'origine della bevanda inebriante: "idromele" di Odino, essa è il frutto del mescolamento di sangue e miele, chi la beve ha il dono della saggezza e della poesia. 15

16 infatti non vengono compresi. Il rapporto divenuto insostenibile causa una reazione spontanea nel fedele: egli abbandona la divinità ufficiale a vantaggio delle antiche religioni idolatre e delle pratiche magiche. Il diffondersi di queste è garantito proprio dal fatto che sono investite dalla proibizione e che apparentemente sembrano meglio risolvere i rapporti con la nuova divinità opposta a quella ufficiale. Che la magìa fosse largamente praticata fra il popolo ebraico lo si può facilmente dedurre in base ai numerosi rimproveri e ammonimenti dei profeti biblici (Cfr., ad esempio, Isaia li, 6; Geremia XXIV, 9; Osea IV, 12; Malachia III, 5). Nell'Esodo (XXII, 17) si condanna a morte la strega: "Non lasciar viver la maliarda". Il Deuteronomio (XVI 11, 9-14) dice chiaramente: "Quando tu sarai entrato nella terra che il Signore, Iddio tuo, ti dona, non darti ad imitare le abominazioni di quelle genti. Non ci sia in mezzo a te chi faccia passare il proprio figlio o la propria figlia attraverso al fuoco [il passo allude ai sacrifici umani, mediante rogo, in onore del dio Moloc], né chi fa l'indovino o predice le sorti, né augure, o mago, né chi fa incantesimi, o consulta gli spettri, né chi evoca lo spirito dei morti. Chiunque pratica queste cose è in abominio davanti al Signore, anzi è per colpa di queste abominazioni che il Signore, Iddio tuo, caccia quelle genti dinanzi a te". Anche l'idolatria, al pari della magia, soggiace ad un analogo trattamento; sempre nell'esodo (XXII, 19) sta scritto: "Chi sacrifica ad altri dei, fuorché al Signore solo, sia punito con la morte". Rimedi così severi tradiscono una larga diffusione di tutte queste pratiche, più o meno clandestine. E' fin troppo famoso l'episodio, citato in molti testi di magia, di Saul (o Saulle), il quale, nonostante proibisse severamente ogni forma di magia, ricorse alla maga di Endor per evocare lo spirito di Samuele, e apprendere così da questo la sua imminente morte. Salomone era un profondo conoscitore di magia, secondo il Talmud ebbe rapporti con quattro spettri femminili notturni: Lilith, Naama, Aguereth e Mahala, dai quali nacquero i demoni (Chochod 1971, 50-51). Il sacrificio della divinità spegne la sete di sangue delle tristi ombre dell'inferno greco I Greci dell'antichità omerica ipotizzavano l'esistenza di un impreciso quanto oscuro aldilà: l'ombra di Achille, re dell'ade, si lamenta "sulla propria sorte di re inutile di inutili sudditi" e quando, dalla voce di Odisseo, apprende le prodi azioni dell'emulo suo figlio ritorna in lui l'illusione della vita terrena ormai perduta. II lamento dell'anima di Achille è reso possibile dall'assimilazione del sangue: mezzo attraverso il quale è possibile comunicare con il regno dei morti; 8 bere il sangue per le 8) Apollodoro (III X,3) ci assicura che Esculapio risuscitava i morti, perché "aveva ricevuto da Atena il sangue che era stato sparso dalle vene recise della Gorgone". 16

17 ombre dell'ade significa uscire dal loro larvato sonno e riacquistare coscienza: bevendolo infatti riconoscono e parlano ad Odisseo. Si legge nel Libro XI dell' Odissea: Ed ecco sorger della gente morta dal più cupo dell'erebo, e assembrarsi le pallid'ombre: giovanette spose, garzoni ignari delle nozze, vecchi da nemica fortuna assai vessati, e verginelle tenere, che impressi portano i cuori di recente lutto; e molti dalle acute aste guerrieri nel campo un dì feriti, a cui rosseggia sul petto ancor l'insanguinato usbergo. Accorrean quinci e quindi, e tanti a tondo aggiravan la fossa, e con tai grida, ch'io ne gelai per subitana tema. Pure a Euriloco ingiunsi, e a Perimède le già scannate vittime e scoiate por su la fiamma, e molti ai Dei far voti, al prepotente Pluto e alla tremenda Prosèrpina: ma io col brando ignudo sedea, né consentia che al vivo sangue, pria ch'io Tiresia interrogato avessi, s'accostasser dell'ombre i voti capi. 9 Motivi analoghi al Libro XI di Omero si ritrovano in Ecuba di Euripide. L'ombra di Achille si serve di Ecuba, apparendole in sogno, per far da tramite con i Greci, dai quali esige il sacrificio di una vergine per berne il sangue. In un'adunanza plenaria gli Achei stabiliscono di offrire ad Achille la figlia di Ecuba: Polissena. L'ombra di Achille era, infatti, apparsa, rivestita con le sue armi d'oro, anche agli Achei gridando: O Danai, ove mai ve ne andate senza pensare a un'offerta per la mia tomba? 10 Una tarda leggenda su Odisseo è raccolta da Strabone, Pausania, Eliano e nel lessico Suda: lo spettro di Odisseo minaccia e impaurisce gli abitanti della città di Temesa; questi, su consiglio dell'oracolo di Delfi, placano lo spirito del morto sacrificando la più bella vergine della città (Montague Summers 1968, 28). Nella religiosità omerica si tenta di oggettivare la divinità in termini antropomorfi, al fine di rendere risolvente il rapporto tra uomini e dei. Tuttavia il solco che li divide è notevole e si riflette, da un lato nella mancanza di una forma di misticismo e dall'altro, come abbiamo visto, in una concezione dell'aldilà delineato con tratti fuggevoli, sbiaditi e oscuri. 9) Traduz. di I. Pindemonte in Odissea di Omero (1830, 198). 10) Traduz. di D. Ricci in Euripide (1956, 111) 17

18 E' chiaro che un tentativo di spiegare in termini terreni e, quindi, comprensibili i rapporti con le divinità non può che dare la possibilità al consolidamento delle posizioni antropocentriche, cui fa seguito, per tutto il periodo della Grecia arcaica, una graduale inconsistenza del concetto di anima a vantaggio del corpo, che, come dice Nilsson (1961, 32), è "esso stesso l'uomo". Non essendoci nell'ade una distinzione fra giusto e colpevole, per i motivi suddetti, e venendo quindi a mancare quell'elemento di giudizio, ancor prima che morale, etico, l'uomo si sente prigioniero del suo stesso corpo. E' evidente, a questo punto, che gli influssi orientali, le orge dionisiache prima e l'ortodossia orfica poi, trovarono facile terreno per giungere ad una concezione dualistica del mondo (con una netta distinzione tra corpo e anima), meglio rispondente a quelle necessità intrinseche dell'uomo. Si è soliti vedere nel dionisismo e in particolare nel sacrificio di un animale (identificazione della divinità), consumato dalle menadi, una sorta di primitiva comunione con il dio, dato che al sacrificio seguiva l'immediata assimilazione della carne sanguinante dell'animale. Ora ammettere un salto qualitativo di cosi enorme portata, rispetto alle precedenti credenze, sembra verosimilmente eccessivo. Tuttavia sappiamo che il potere mantico del sangue non era del tutto sconosciuto presso i Greci; così, ad esempio, per provocare l'ispirazione nel tempio di Apollo in Argo si beveva il sangue caldo di una vittima appena scannata (Usener , e 414). Si può, quindi, supporre che i riti dionisiaci tendessero appunto a questo, cioè tentare di chiarire, attraverso l'ispirazione magica del sangue, i rapporti con la divinità. Tutta la cerimonia, fortemente emotiva, sembra, del resto, ispirata a questo fine: "Nei suoi tratti generali l'estasi dionisiaca viene descritta nel modo seguente. Le donne cadono in istato d'ebrezza, a volte dopo avere a lungo resistito: lasciano le loro occupazioni, si precipitano nei boschi e per la campagna, corrono ai monti, danzando e squassando fiaccole e tirsi, bastoni avvolti d'edera con in cima una pigna. Latte e miele 11 sgorgano dal suolo (il vino è nominato di rado), lo stesso dio Dionisio appare ai loro occhi. Quando l'estasi è al culmine, le menadi afferrano un animale, lo fanno a brani e ne divorano a pezzi le carni crude. Guai a chi s'oppone loro e tenti di trattenerle: è perduto" (Nilsson 1961, 29). Se nella concezione omerica il sangue viene utilizzato per comunicare con il regno dei morti e il suo potere si esplica nei confronti dei trapassati, nell'orgia dionisiaca il suo potere si inverte e si manifesta nei confronti del vivo, il quale cerca un rapporto affettivo e chiarificatore con la divinità. Più avanzate appaiono le posizioni assunte dall'orfismo, le quali mirano ad una effettiva unione con il dio. 11) Anche il miele esercita un potere mantico (v. nota 7 del presente cap.): V. Inno omerico a Hermes (v. 553 il miele è detto "cibo soave dei numi"); Pindaro, Olimp., 6,45 sg.: "Il piccolo lamos ha ottenuto il dono della divinazione perché i serpenti lo avevano nutrito con miele. Cfr. Kerényi (1950, 85-86). 18

19 Alla base dell'orfismo non c'è più il sacrificio dell'animale, tipico delle orge dionisiache, ma quello di un essere umano: Orfeo. Inoltre secondo l'ortodossia orfica "i Titani, dice Russell (1966 I, 43-45), erano nati dalla Terra, ma dopo aver mangiato il dio (Dionisio), avevano acquistato una scintilla di divinità". Zeus li punisce incenerendoli: dalle loro ceneri nacquero gli uomini. Questi portano, sì, il peso dell'eredità dei Titani, ma anche una scintilla di divinità. "Così, continua Russell, l'uomo è in parte terreno e in parte divino, e i riti bacchici tentano di avvicinarlo sempre maggiormente ad una completa divinità". L'uomo è pertanto cosciente di portare in sé due principi antitetici: il male e il bene; da cui ne viene una concezione dualistica dell'aldilà: all'eliseo, luogo di beatitudine, si contrappone, infatti, il Tartaro, luogo di pene. Il sangue di Cristo è per il cristiano pegno di immortalità Con il Logos divenuto antropomorfo attraverso la figura del Cristo sembrano meglio chiariti, soprattutto da un punto di vista escatologico, i rapporti con la trascendenza. Cristo è proiezione d'amore, come tale si immette nel processo storico dell'uomo, lasciandone una indelebile e sconcertante presenza. Il suo sacrificio è la sublimazione del suo amore per l'uomo; esso si rinnova attraverso la Messa Cristiana, e nell'eucarestia s'identifica, nell'assimilazione del corpo e del sangue di Cristo, la condizione necessaria per possedere il dono della vita eterna. Sono ben note le parole di San Giovanni (VI, 53): "Gesù disse loro: In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Poiché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui". Il passo di Giovanni sembrerebbe effettivamente provare che Cristo non parlava di pasto spirituale, ma di una effettiva immolazione di sé. Tuttavia di fronte al palese sbigottimento degli apostoli Cristo aggiunge (citiamo sempre da Giovanni: VI, 63): "E' lo spirito quello che vivifica, la carne non giova a nulla: le parole che io vi dico sono spirito e vita". Questa affermazione può far pensare che Cristo si riferiva ad un pasto sacro, ma spirituale. Da questa sostanziale ambiguità del testo sono sorte due diverse tendenze interpretative all'interno del mondo cristiano. Da una parte i protestanti, che vedono nel mistero eucaristico la realizzazione di un contatto simbolico con il corpo e il sangue di Cristo; dall'altra i cattolici, per i quali l'eucarestia diviene un sacramento nel quale il pane e il vino divengono il vero corpo e il vero sangue di Cristo, senza che mutino gli accidenti. A parte ogni questione di ordine puramente razionale, bisogna riconoscere che la dottrina dell'eucarestia dei cattolici tende, rispetto a quella protestante, ad aiutare il fedele a cercare una affettiva partecipazione durante la celebrazione del rito eucaristico. Il senso di colpa e la conseguente sensazione penosa che il fedele avverte nei confronti del Cristo è infatti mitigata dall'assimilazione non simbolica, ma transustanziata 12 del suo corpo e del suo sangue e dalla celebrazione della sua Resurrezione. Ma non è solo una "mitigazione del cordoglio", in quanto nell'eucarestia l'uomo, partecipe del sacro, avverte di essere eterno, grazie alla perennità del Cristo: sintesi risolvente di quel processo dialettico 12) La dottrina della transustanziazione la si ritrova già fra gli antichi Ariani dell'india e fra gli Aztechi. (Frazer 1965 Il, 764 sgg). 19

20 (morte e resurrezione) già vagheggiato presso altre civiltà: gli antichi Aztechi identificavano nel ciclico sacrificio umano l'uccisione delle divinità notturne, al fine di fortificare e far risorgere il dio Sole. Sempre fra gli Aztechi il sacerdote celebrava una cruenta cerimonia di morte e rinascita della dea del mais Chicomecohuat! ad ogni equinozio d'autunno. Vediamola attraverso queste suggestive parole di Ornella Volta (1964, 47-48): "Il giorno dell'equinozio di autunno egli (il sacerdote) celebra un matrimonio cruento tra una vergine e la natura, ma è la natura, e non la vergine, che ne sarà fecondata. Fin dal mattino la prescelta è agghindata come una fidanzata in procinto di andare a nozze. La si ricopre tutta di gioielli, le si appendono al collo e ai polsi dorate pannocchie, le si pone sul capo una mitra con una larga piuma verdognola in cima, oscillante come la barba del granoturco. La fanciulla si mette a danzare per le strade davanti a una folla illanguidita da un rigoroso digiuno di sette giorni. Continua a danzare la sera nel tempio consacrato alla Dea, in una scenografia lussureggiante di pannocchie, peperoni, zucche, rose e semi di ogni specie, torce, candele e turiboli fumanti, al suono struggente delle trombe, dei flauti, dei corni, dei lamenti e delle preghiere della folla. All'alba, dopo che tutti i fedeli, dal più anziano al più giovane, le hanno offerto, in ginocchio, un po' del sangue che si son fatti sprizzare dalle orecchie, raggrumato su un piattino, d'un tratto la musica cessa. Il sacerdote allora si getta sulla vergine, la rovescia sul letto di pannocchie e di rose e, fulmineo, le taglia la testa. Si raccoglie il sangue che scorre e ciascuno ne prende per fertilizzarsi le terre. Intanto il sacerdote pensa alla resurrezione. Appena decapitata, scuoia la giovane ed entra nella sua pelle insanguinata come in una calzamaglia. Così strettamente avvinto in quel postumo amplesso, così perfettamente assimilato alla vergine, in una compenetrazione corporea che non potrebbe essere più spinta, danza la stessa danza di lei, tra il tripudio e l'emozione popolare". Simili riti si possono rinvenire presso gli Indiani Cora, studiati soprattutto da Preuss (1912, XXXV-XXXVII). Un effettivo influsso sulla religione cristiana venne invece esercitato dai misteri ellenici: morte e resurrezione sono i contenuti essenziali dei culti e dei sacrifici di Dionisio e Persefone. Inoltre a monte dei misteri ellenici troviamo quelli Egizi (Osiride) o quelli di ispirazione persiana (culto del dio Mithra) (Bacchiega 1971, 134). L'evolversi del mito del vampiro Nel cristianesimo l anima in vita forma un tutt uno con il corpo: nel rito sacro dell eucarestia il fedele percepisce che prima all anima spirituale, poi al corpo, verrà assicurata l immortalità, secondo un criterio di giustizia divina, che vede i buoni innalzati nel regno dei cielo e i malvagi abbandonati in quello degli inferi. Tutto ciò però non risolse completamente il problema del ritorno dei morti, anzi per certi versi lo complicò. Il corpo, lasciato a marcire nella tomba, in attesa della resurrezione destava ancora forti perplessità, inquietudini e paure. Le esigenze mistico-spirituali dell uomo erano appagate solo in parte. Quelle legate al corpo correvano infatti il rischio di 20

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