Aviezer Ravitzky: Il sionismo come movimento di liberazione nazionale sui generis

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2 INDICE INTRODUZIONE 1. ANOMALIE E NORMALITA DEL SIONISMO Aviezer Ravitzky: Il sionismo come movimento di liberazione nazionale sui generis Avraham Burg: Le caratteristiche esistenziali, sociologiche e teologiche di Israele 2. IL CASO ISRAELE A CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI Ruth Gavison: Israele non è in nessun modo una teocrazia Shmuel Sendler: Più vicino all esempio europeo che a quello americano Sergio Della Pergola: Il ruolo fondamentale della società civile 3. LE RADICI STORICHE: RELIGIONE E POLITICA NELL EBRAISMO Aviezer Ravitzky: Un lungo dibattito, dal Talmud a Ben Gurion 4. L ASSETTO GIURIDICO Menachem Elon: Un unica Legge Ebraica, dalla Torà allo Stato di Israele Shmuel Sendler: Sulla strada verso una Costituzione 2

3 Ruth Gavison: Leggi più o meno adeguate 5. L IDENTITA RELIGIOSA DELLA SOCIETA ISRAELIANA Hanna Levinsohn, Shlomit Levy, Elihu Katz: Un ritratto dell ebraismo israeliano Sergio Della Pergola: La forza del tradizionalismo 6. REGOLE E COMPROMESSI NELLA VITA CIVILE Lo shabbath Il rispetto della kasherut, o regole alimentari Matrimoni e divorzi Sepoltura Il sistema educativo 7. LA RELIGIONE NELLA VITA POLITICA Rith Gavison: La democrazia difende Israele dalla teocrazia Avraham Burg: Un unico Dio, troppi partiti Sergio Della Pergola: Altalena al governo e riflessi sull amministrazione Nahum Bernea: Uno status quo mobile che fa attualità 3

4 8. RELIGIONE E IDEOLOGIA Shmuel Sendler: La trinità Fede-Popolo -Terra Menachem Froman: La Terra data da Dio 9. LA SFIDA DI GERUSALEMME 10. IL LAVORO PIO DELLA SOCIETA ZAQA 11. FORZA E PERICOLO DELL AMBIGUITA Rabbino Adin Steinsaltz: Israele ha deciso di non decidere 12. IL PESO SUL FUTURO DI ISRAELE A.B. Yehoshua: La normalità passerà dallo scioglimento del vincolo tra religione e nazionalità 13. ISRAELIANI NON EBREI: I MUSULMANI 4

5 Sceicco Abdallah Darwish: Cittadini israeliani, di fede musulmana, di nazionalità palestinese 14. ISRAELIANI NON EBREI: I CRISTIANI Padre David Jagger: La lotta della Chiesa cattolica per difendere la libertà religiosa e di coscienza 15. CONCLUSIONI BIBLIOGRAFIA 5

6 INTRODUZIONE La Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele, firmata il 14 maggio del 1948 proclama la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel (Terra di Israele) che avrà il nome di Stato di Israele. 1 Ma cosa significava, e cosa significa tutt oggi, la connotazione Stato ebraico : stato ebraico, stato degli ebrei o stato degli israeliani? L evento stesso della nascita di Israele come Stato per molti ebrei vissuta come una rinascita ha costituito più sfide. Una sfida politica per gli ebrei sionisti che dalla fine del secolo XIX avevano rilanciato un nazionalismo ebraico di tipo moderno. Una sfida fisica per i pionieri che da alcuni decenni avevano ridato vita a una presenza ebraica nella Terra dei Padri e della Bibbia. Una sfida geografica, con l incunearsi nella realtà mediorientale di una realtà nazionale pregna ormai di una cultura occidentale in cui gli ebrei avevano vissuto per secoli. Una sfida infine per l identità ebraica, composta non solo da fede e valori comuni, ma da un sistema normativo (la halakhà) articolatosi nei secoli in una prospettiva che vedeva il popolo ebraico lontano dall assumere funzioni socio-politiche indipendenti. Chi ha costruito il moderno Israele ha dovuto far fronte a tutto questo elaborando le diverse correnti di pensiero politico tradizionale ma anche coniando modelli nuovi. Il rapporto tra politica e religione, tra stato e halakhà, tra democrazia ed etica ebraica, e il dibattito che queste dialettiche comportano, sono tutt oggi al centro dell identità e della vita civile e politica dello Stato di Israele. La mancanza di una costituzione, l esistenza di una Legge del Ritorno, che permette a tutti gli ebrei di diventare cittadini di Israele, la continua e non semplice coniugazione tra legge ebraica e democrazia, i compromessi nella vita civile tra religiosi e laici, la partecipazione alla vita politica di partiti religiosi, infine il confronto demografico tra israeliani ebrei e non ebrei: tutti fatti che hanno continui riflessi sui dibattiti interni. Basti ricordare che le elezioni del 28 gennaio del 2003 hanno visto l ascesa di un piccolo partito, lo Shinui, divenuto in poco tempo il terzo raggruppamento politico del Paese grazie a una battaglia politica contro la religione. 1 G. Codovini, Storia del conflitto arabo israeliano palestinese, Milano 2002, pagg

7 Attualissima infine la decisione del governo Sharon di sottrarre i tribunali religiosi al rabbinato e al Ministero degli Affari Religiosi per affidarli al Ministero della 2 Giustizia, intendendo così avviare un processo di laicizzazione delle procedure inerenti al diritto di famiglia, e comunque tenerle sotto un controllo giuridico istituzionale. Passo che ha scatenato non solo un vespaio politico ma che provocherà una forte competizione tra le autorità religiose e dello stato che erano state tradizionalmente, e come si vedrà non senza polemiche, tenute per anni separate. Conoscere gli elementi che muovono questi sviluppi aiuta dunque a percepire meglio il carattere di un Paese per molti versi sui generis, eppure in lotta perenne verso una normalità: geopolitica quanto interna. La comprensione di tali meccanismi diventa tanto più attuale in un momento in cui in Medio Oriente si cerca di costruire una pace che prevede la nascita accanto allo stato ebraico di un altro stato, quello di Palestina. Interessante infine riflettere sulle radici di un Paese con una forte connotazione culturale e religiosa, mentre l Europa ragiona sulle proprie radici e il mondo si allarga a nuovi scenari di potere, di gestione internazionale, di complessa convivenza tra culture diverse. Allo scopo di esplorare queste tematiche, così come le affrontano e le vivono gli stessi israeliani, abbiamo studiato e analizzato molti testi, ma soprattutto ci siamo rivolti direttamente a studiosi ed esperti, a politici e a uomini di spirito, a israeliani religiosi e laici, a ebrei e non ebrei. A risponderci in modo articolato e approfondito sono stati in particolare: il Prof. Aviezer Ravitzky, docente di pensiero ebraico dell Università Ebraica di Gerusalemme; la Prof.ssa Ruth Gavison, esperta dell Israel Democracy Institute; il prof. Shmuel Sendler che insegna Democrazia e Appartenenza Civica all Università di Bar-Ilan; il giudice della Corte Suprema Mordechai Elon; lo scrittore A. B. Yehoshua; il rabbino talmudista Adin Steinsaltz; il demografo Sergio Della Pergola dell Università Ebraica di Gerusalemme; il deputato laburista ed ex speaker della Knesseth Avraham Burg; l editorialista di Yedioth Acharonoth Nahum Barnea; il fondatore del movimento islamico arabo israeliano sceicco Abdallah Nemer Darwish; il rabbino colono Menachem Froman; il frate francescano David 7

8 Jagger, uno dei fautori dell accordo tra Israele e Santa Sede. Delle lunghe risposte alle nostre domande e delle testimonianze raccolte da ciascun interlocutore abbiamo scelto di pubblicare le osservazioni più significative, esplicative, profonde, originali. Le abbiamo collegate e accostate tra di loro per filo logico e tematiche, con l intento di dare alla lettura un unico corpo, seppure a molte voci, il più comprensibile possibile. 8

9 1. ANOMALIE E NORMALITA DEL SIONISMO Aviezer Ravitzky :Il sionismo come movimento di liberazione nazionale sui generis Il sionismo è certamente un movimento rivoluzionario e di liberazione nazionale molto sui generis. I movimenti rivoluzionari hanno sempre proiettato il proprio orizzonte verso il futuro, e in questo il sionismo non fa eccezione. Ma hanno anche sempre tratto i loro simboli e miti dalla medesima dimensione temporale volta in avanti, a ciò che verrà. Hanno intessuto una trama di figure chiave, racconti, concetti cardine tutta tesa al tempo che deve venire. Mentre il sionismo, nel suo desiderio di sradicare gli ebrei dalla loro anormalità, di dar loro una lingua ed una terra uniche, di collocarli in una scala sociale normale, simile a quella di qualunque Paese evoluto, quindi nell ambito di un progetto tutto volto all avvenire, ha tratto i propri simboli dalla dimensione del passato: la Terra d Israele, la lingua ebraica, i racconti biblici. Un movimento di radicale rottura, che veniva operata al fine di portare ad una duplice restaurazione: la restaurazione del popolo ebraico ad una condizione esistenziale e politica uguale a quella degli altri popoli e la restaurazione di una maggioranza ebraica in Terra d Israele, la ricostituzione di una società e di istituzioni ebraiche in rapporto diretto con quelle che esistevano fino ai primi secoli dell era volgare. D altro canto, se vogliamo inquadrarlo come semplice movimento di liberazione nazionale, anche qui il sionismo presenta delle forti anomalie. Certo, come i movimenti nazionali polacco, irlandese, ceco, il sionismo ha fatto ricorso alla potenza evocativa, all efficacia dei simboli religiosi quali strumenti dell identità nazionale. Come questi movimenti, mirava alla ricostruzione di una realtà politica autonoma ed indipendente esistita nel passato. Ma quei movimenti si rivolgevano ad una popolazione che viveva sullo stesso suolo e condivideva in buona parte una medesima lingua od una medesima area linguistica. Mentre il sionismo per liberare la madrepatria e rendere il popolo indipendente ha dovuto inventare un modo di portare il proprio popolo dai quattro angoli del globo a quella madrepatria, di fargli parlare la stessa lingua, una lingua da reinventare peraltro, e di creare una società, una struttura 9

10 sociale ed economica, da zero. Poi, anche, naturalmente, cacciare gli occupanti e dar vita ad un proprio stato. Quindi un immane sforzo pionieristico per dar vita ad una realtà interamente nuova e proiettata nel futuro, indispensabile a ricreare una realtà politica e culturale del passato, grazie al magnetismo esercitato dai simboli di quel passato. Questa realtà paradossale, da Giano bifronte, volto al passato ed al futuro ad un tempo, caratterizza il sionismo, e caratterizza anche il suo rapporto con il fattore religioso nella cultura e nella storia ebraiche. I padri fondatori sognavano di arrivare prima o poi ad un modello antropologico unico di ebreo. Questo era anche il sogno dei sionisti religiosi, di Rav Kook, il primo rabbino capo della Terra d Israele, e questo paradossalmente era pure l auspicio dei gruppi ortodossi che si opponevano al sionismo. Solo che ciascuno di questi gruppi aveva in mente un uomo, un ebreo diverso quale punto di approdo dell intero processo. I sionisti laici, i pionieri socialisti, i sionisti religiosi, gli ultraortodossi, tutti erano convinti che gli altri gruppi sarebbero prima o poi spariti da Israele, e sarebbe rimasto solo il proprio gruppo. Il famoso status quo interno israeliano si basa su questo equivoco: io laico accetto di non arruolare un po di studenti di yeshivot (collegi rabbinici) nell esercito, tanto sono pochi e fra qualche anno saranno ancora meno. Io religioso ultraortodosso accetto di far circolare le automobili di Shabbath perché sono poche e poi in un futuro prossimo tutti gli ebrei che vivono in Terra d Israele torneranno alla retta via. Io sionista religioso accetto che il Paese venga ricostruito da una maggioranza laica, antireligiosa, socialista, perché volente o nolente, cosciente o meno, questa maggioranza si fa strumento di realizzazione di un piano divino di redenzione. E prima o poi, in quanto laica e socialista, sparirà. Anche la Dichiarazione d Indipendenza è formulata in modo volutamente ambiguo. I firmatari dichiarano di accingersi al passo formale della dichiarazione con fede nella Rocca d Israele. Ora, l ebraico Zur Israel per un religioso è sinonimo immediato del Signore; per un laico israeliano è il bastione costituito dalla capacità del popolo ebraico di aver resistito per secoli alle lusinghe dell assimilazione. Bitahon è una parola che ad un laico evoca immediatamente la sicurezza offerta dalla forza militare, mentre un religioso la associa a significati trascendenti, di fiducia e di fede. 10

11 I guai cominciano quando si vede che le macchine aumentano, che gli studenti di yeshivoth si moltiplicano, che nessuno si converte alla via dell altro. Lo Stato d Israele, nelle opinioni della maggior parte dei sionisti era il fine del movimento, ma anche lo strumento per realizzazione di un piano più alto ancora socialista o nazionale o religioso: ecco che adesso questo Stato diviene invece terreno di confronto fra opzioni diverse destinate a rimanere diverse e inconciliabili. Cosa tanto più significativa se si considera che nell arena lo Stato d Israele dove si commisurano tali opzioni sono entrati di recente due gruppi religiosi molto importanti, anche sotto il profilo numerico, che in una fase iniziale si opposero fermamente all idea di fondare uno Stato ebraico in Terra d Israele: gli ultraortodossi e i riformati americani. 11

12 Avraham Burg: Le caratteristiche esistenziali, sociologiche e teologiche di Israele Innanzitutto esiste un fattore di tipo esistenziale: bisogna comprendere che il cristianesimo è una religione di molti popoli e molti stati, che l islam è una religione di molti popoli e molti stati, mentre l ebraismo è una religione che riguarda un unico popolo e un solo luogo. Per cui va considerato che nella struttura stessa dell identità ebraica c è un luogo specifico, e non si può pensare, ad esempio, di spostare gli ebrei in Uganda, o in un altro Paese, come si sarebbe potuto fare magari, in certi anni, con alcune popolazioni dell Africa. Un secondo fattore è di tipo teologico: lo Stato di Israele è costruito sull ossimoro, da un punto di vista costituzionale, di essere uno stato ebraico e democratico, fatto molto complicato. Tra ebrei ed arabi del nostro Paese c è una discussione profonda sulla domanda se uno stato ebraico possa essere davvero democratico fino in fondo oppure se si tratti di una democrazia etnica. E quindi: qual è il posto degli arabi come minoranza? Tra gli stessi ebrei si discute invece se l ebraismo possa essere democratico o se l ebraismo sia, per definizione, teocratico. Questo per spiegare che la stessa definizione costituzionale del nostro Paese dà origine a due conflitti molto profondi. Un terzo punto è sociologico. Lo Stato di Israele è stato infatti costruito come una democrazia laica a tutti gli effetti. Una democrazia ebraica, eppure laica. Oggi si può dire che lo Stato di Israele sia una democrazia tradizionalista. Si può dire a grandi linee che Israele sia diviso in circa cinque raggruppamenti della stessa grandezza: un 20% della popolazione è formato da laici, aschenaziti, solitamente laburisti, un 20% i nuovi emigrati, ancora percepiti come una setta a parte, un 20% sono i non ebrei, un 20% sono i religiosi e un 20% sono i tradizionalisti. Tra l 80% ebraico della popolazione, un 40% è composto o da religiosi o da tradizionalisti, si tratta della metà della metà della popolazione e se si aggiungono anche gli arabi, va considerato che una gran parte tra essi è formata di religiosi e tradizionalisti. Sto parlando di persone che vivono all interno di punti di riferimento religiosi. Ora se si analizzano assieme, dall esterno, questi tre fattori, si può pensare che sia una una situazione ingestibile. Tornando allo Stato ebraico: cosa bisogna intendere per ebraico, una connotazione religiosa e nazionale? Il termine ebraico definisce con un unica parola e nello stesso 12

13 modo due concetti in realtà diversi: nazione, religione. Lo stato è uno strumento, eppure uno strumento definito ebraico. La nazione è formata in realtà per il 50% da laici, eppure è definita ebraica, e anche la religione è ebraica. Questo crea un miscuglio grandissimo di concetti. Per questo non è così semplice applicare al nostro stato modelli europei di divisione tra religione e stato. Non va quindi dimenticato che molti stati europei moderni sono nati dallo scontro tra il re e il papa o tra la Chiesa e il parlamento, mentre lo stato ebraico moderno è nato sulla piattaforma del retaggio religioso. Da una continuazione e non da un conflitto. Per questo è un caso che non ha pari e che non si può paragonare ad altri. 13

14 2. IL CASO ISRAELE A CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI Ruth Gavison: Israele non è in nessun modo una teocrazia Non credo che i rapporti tra stato e religione siano tanto differenti nel caso di Israele da altre situazioni. L unicità del nostro caso sta nella definizione Stato ebraico in cui per ebraico si possono intendere due cose diverse: ebraico come cristiano o musulmano, ovvero come definizione religiosa, ma anche ebraico nel senso in cui lo intendiamo noi israeliani, come una connotazione nazionale. Israele è uno stato ebraico come la Francia è uno stato francese e l Italia è uno stato italiano, in termini di identità nazionale, culturale e storica. Quello che è ancora particolare nel caso dell ebraismo è che si tratta dell unica identità nazionale che potremmo considerare esclusiva, nel senso che non esiste un altra nazione (oltre Israele) che sia religiosamente ebraica e non esiste un altra religione che si riferisca a un unica nazione. I cristiani possono ad esempio essere francesi italiani o tedeschi, stessa cosa per i musulmani, mentre francesi italiani e tedeschi possono essere cristiani, ma anche musulmani ed ebrei. Questa è la ragione per la quale il problema si presenta in modo così complicato. Eppure Israele come stato non è affatto un caso complicato, dal momento che in nessun modo possiamo definirlo una teocrazia. Israele infatti non è affatto uno stato religioso. Vero che, come in molti altri Paesi, esiste anche in Israele un certo monopolio religioso. Nel nostro caso si applica soprattutto alle questioni del matrimonio e del divorzio e, paradossalmente, è un retaggio giuridico della legislazione ottomana. Si tratta di una struttura di separazione a seconda della religione o dell etnia applicata in molti Paesi multietnici e che non ha nulla a che fare con l ebraismo. Lo abbiamo ereditato prima dall impero ottomano e poi dal mandato britannico: in una società con diverse comunità religiose non basta solo l autonomia di fede e pratica ma si vuole anche il suo riconoscimento giuridico. La stessa cosa in realtà succede in molti Paesi cristiani in cui esiste un pluralismo religioso riconosciuto pubblicamente e dalla legge. In un altro campo incontriamo in Israele un forte accento religioso, soprattutto se paragonato al sistema americano, il quale è molto severo nella divisione tra stato e 14

15 religione: si tratta del campo educativo. Israele ha infatti un sistema che prevede scuole pubbliche religiose. Ma altri Paesi hanno per legge sistemi che permettono scuole religiose. Quindi in termini legali e strutturali Israele è molto simile ad altri Paesi in cui si affronta e si dibatte il rapporto tra stato e religione. In Israele ad esempio non c è mai stata l impossibilità di divorziare come invece è accaduto in molti stati cattolici, così come Israele non ha una religione di stato. L ebraismo non gode in questo Paese di uno status speciale rispetto alle altre religioni. Tuttavia la regola culturale pubblica è quella che il sabato deve rimanere un giorno differente. Io stessa, come laica, voglio che il sabato sia un giorno diverso poiché fa parte del mio bagaglio culturale, così come è per i Paesi cristiani il riposo domenicale. E così come in Italia, o in Spagna o in Francia, per regola i negozi sono chiusi durante il giorno di riposo, ma gli esercenti non sono obbligati a rispettarlo in massa e molte attività commerciali restano comunque aperte. D altra parte ritengo importante che uno stato protegga la sua identità culturale. Ipotizziamo che una grande una grande comunità musulmana in un Paese europeo chieda di fare del venerdì il giorno pubblico di riposo: si creerebbe un problema, dal momento che uno dei cementi identitari di uno stato è il suo retaggio culturale; è ciò che definisce lo stato in quanto tale. Per questo è molto interessante il dibattito che si sta tenendo nei Paesi europei sulle radici cristiane dell Europa: non significa che se ne voglia fare un continente di stampo religioso, ma che si chiede di riconoscere da dove viene il suo bagaglio culturale e su quali elementi si forma l omogeneità culturale. La cultura pubblica resta dunque cristiana anche se l Europa accoglie e accoglierà sia musulmani che ebrei. A nostro avviso è necessario prevenire la situazione in cui una comunità di un altra religione alieni lentamente le radici del luogo. Nessuno vuole essere alienato dal proprio retaggio nella sua stessa terra e ciò potrebbe portare a scontri molto duri. Bisogna distinguere dunque tra una coercizione culturale, che non deve essere presa neppure in considerazione, e il desiderio legittimo di mantenere una omogeneità culturale del Paese, pur in una situazione di pluralismo culturale che dia autonomia alle varie comunità. L Olanda ne è un buon esempio. 15

16 Va ricordato sempre che se la maggioranza si sente minacciata nella sua coesività possono succedere cose anche sgradevoli. Chi si sente minacciato nella propria identità non si comporta più bene: è successo in Europa (Germania) negli anni Trenta e per prevenirlo di nuovo serve saggezza e non solo saper accogliere bene il prossimo. Questa è una sfida che gli europei devono imparare ad affrontare e che noi abbiamo ogni giorno sotto gli occhi. A Gerusalemme ad esempio, abbiamo un sindaco ultraortodosso, eppure sempre a Gerusalemme si tiene annualmente il Gaypride. Da un sindaco eletto anche da voti laici ci si aspetta lo stesso rispetto per tutti, soprattutto in una città che deve mostrare il massimo rispetto per tutte le molteplici comunità religiose che vi vivono. Significa affrontare il problema in modo creativo: la religione non va mai privatizzata, ma vanno cercate continue soluzioni (che la rendano patrimonio pubblico senza schiacciare i diritti di nessuno). Quando questo succede, possono sopraggiungere dei problemi, basti guardare alla Turchia, ma anche alla Francia e per certi aspetti all Italia. Se infine ci si chiede: stato ebraico o degli ebrei? Bisogna capire che ogni collettività ha il diritto di autodeterminazione. Gli ebrei sono una nazione. Voi europei ci avete cacciati e mandati in Palestina. Oggi questo, nonostante ciò che dicono alcuni palestinesi, è il nostro porto. È lo stato ebraico nel senso che è il Paese dove gli ebrei non sono stranieri né una minoranza e se ci permetterete di avere un nostro stato saremo gentili e ospitali con tutti gli altri, ma se non ce lo permetteranno diventeremo disperati, diventeremo violenti e tutto andrà molto male. La forza che muoveva il sionisno non era religiosa e anche quella che muove lo stato non è religiosa, ma nazionale. Perché si pensa che ogni nazionalismo sia legittimo tranne che quello degli ebrei? Noi non ce ne andremo. Non c è altro posto al mondo dove possiamo stare, qui abbiamo ricostruito una focolare nazionale, uno stato e un governo. Lotteremo per questo. E dentro la nostra casa nazionale continueremo a negoziare tra religione e stato e credo che abbiamo imparato a farlo in modo molto più creativo ed efficace interessante e moderno di molti altri. Questa tendenza a rinfacciarci sempre l unicità religiosa è deviante ed evita di accettare il fatto che questa è la nostra lotta di autodefinizione nazionale. 16

17 Shmuel Sendler: Più vicino all esempio europeo che a quello americano Parlando di rapporto tra stato e religione in stati democratici esistono fondamentalmente due modelli. Quello americano che stabilisce una separazione totale tra stato e religione nella costituzione stessa; anche se non significa che gli Stati Uniti non siano religiosi, al contrario. Il secondo modello è quello europeo in cui i differenti Paesi non hanno per legge una separazione netta tra stato e religione, tuttavia le società sono molto secolarizzate. Pensiamo alla Francia, all Italia. Esistono poi Paesi non democratici in cui troviamo vere e proprie forme di teocrazia, come in Iran o in Arabia Saudita per esempio. Il caso di Israele è più vicino al modello europeo e diverso quindi da quello americano. Tuttavia ha dei caratteri unici che lo differenziano anche dai Paesi europei. Per prima cosa, qui la nazione e la religione hanno un legame. Nel senso che essere ebrei può essere interpretato come una questione nazionale, ma anche come una questione religiosa. Questo esempio non esiste in Europa, dove il caso più vicino al nostro in questo senso è probabilmente quello dei greci, con la loro Chiesa nazionale. Anche nel Regno Unito c è una Chiesa nazionale, certo, ma i greci sono più vincolati alla propria Chiesa ed esiste perfino una sorta di Legge del Ritorno. Un altra differenza con i Paesi europei è che in Europa esiste una certa dicotomia o sei religioso o sei laico in Israele esiste un forte elemento tradizionalista Specialmente con la comunità sefardita, con quanti, provenienti dal bacino mediterraneo e dai Paesi arabi, si portano dietro una tradizione mediorientale che si rifà all esempio islamico, per il quale si può non praticare la religione al 100% ma ci si sente e ci si definisce religiosi e comunque musulmani. È diverso dunque dall Europa dove o sei uno che va in chiesa o uno che non ci va, o a favore della Chiesa o contro. Se partiamo dal 1948, l anno in cui è stato fondato lo Stato di Israele, quello che si è sviluppato nel Paese è, in termini europei, un modello consociativo, ovvero di condivisione del potere. In realtà si tratta di un modello nato prima dell indipendenza nell yshuv, l insediamento sionista in Palestina. Già allora quando si formavano i governi c era sempre al loro interno un partito religioso. Non si trattava di una 17

18 richiesta costituzionale (come in Libano, ad esempio, dove per costituzione, è stabilito che se il presidente è musulmano il primo ministro debba essere cristiano e viceversa), tuttavia non era una coincidenza. Qui c era una divisione di poteri tra partiti laici e partiti religiosi: fu chiamata politica di compromesso ( accomodation policy ). Specialmente negli anni Cinquanta e Sessanta. Anche oggi esiste un governo molto simile, in cui convivono il partito secolare (antireligioso) Shinui e il Partito Nazionale Religioso (Mafdal). Un caso simile è il compromesso esistente nel consiglio municipale di Gerusalemme in cui il sindaco, per moltissimi anni un laico, ha sempre voluto essere coadiuvato da uomini religiosi. Ora si è verificato il contrario. Il modello consociativo, di condivisione del potere, è stato in realtà preso dal modello olandese: gli olandesi hanno infatti problemi simili e hanno sempre cercato di formare governi allargati che includessero sia i partiti liberali che quelli di stampo religioso. In Italia non è stato com è noto la stessa cosa, dal momento che per molti anni ci sono stati governi guidati interamente dalla Democrazia Cristiana come partito di maggioranza che tendeva tuttavia a rappresentare sia religiosi che laici. Tecnicamente il sistema consociativo ha funzionato anche se con crisi alterne, soprattutto sulla domanda chi è ebreo? Una definizione c è da chiedersi che va in accordo con la componente nazionale o religiosa? I laici in Israele rispondono: è ebreo chi si sente ebreo e si identifica in qualche modo con l ebraismo, il religioso invece afferma che per essere ebreo bisogna essere nato da madre ebrea oppure superare un certo processo, molto rigido, di conversione. Ora, ad esempio questa crisi tocca i nuovi immigranti russi, una parte dei quali non sono di madre ebrea: si possono considerare ebrei? Si possono seppellire nei cimiteri ebraici? Su questo il dibattito è ancora aperto. 18

19 Sergio Della Pergola: Il ruolo fondamentale della società civile Non credo Israele sia un caso unico. In un certo senso qui la religione di cui si parla è l ebraismo e ciò comporta una serie di considerazioni su cosa sia l ebraismo stesso, in particolare su quello che è privato e quello che è pubblico nell ebraismo. Ebraismo non tanto come culto, ma come qualcosa di più profondo, connesso e connaturato con l idea di nazione, con la cultura e con la vita quotidiana. Dal momento che l ebraismo è un complesso inestricabile di livelli e di contenuti. Va ricordato che l Europa con l emancipazione degli ebrei (avvenuta nella seconda metà del secolo XIX) ha appiattito l ebraismo facendone una religione, un culto che va rinchiuso in un luogo di culto, le sinagoghe, con gli ufficiali di culto che sono i rabbini. Tutto ciò costituisce una snaturazione del concetto di ebraismo. Si è trattato inizialmente di una richiesta dell Europa per poter accettare meglio l ebreo; poi gli ebrei stessi hanno fatto proprio questo cambiamento, dal momento che semplificava le cose e permetteva soprattutto il desiderato inserimento nelle società occidentali. Tuttavia quando si è creato lo Stato d Israele si sono riviste tutte le complessità e le stratificazioni; quindi anche le forti contraddizioni che esistono da allora. Per questo ci sono molte cose da dire sulla definizione dello stato come ebraico. Il rapporto stato e religione, la divisione tra le due sfere o la loro connessione, sono fenomeni che vanno visti a seconda della religione di cui stiamo parlando. Nel caso dell ebraismo è una religione difficilmente separabile perché fondamentalmente si tratta di una religione civile con un enorme, immanente trascendentalità nel quotidiano. Nell ebraismo in realtà non si può separare il secolare dal sacro. Questa separazione è vista come una violazione stessa dell ebraismo, quindi anche come una presa di posizione ideologica. Il problema è molto complesso e spesso viene troppo e malamente semplificato nei dibattiti in cui si cerca di trovare una soluzione più meno simile a quelle in vigore nelle democrazie occidentali tipiche. Anche in Inghilterra ad esempio non esiste chiaramente una separazione tra stato e religione, quindi non è necessariamente uno stato primitivo o retrogrado quello in cui si cerca di compensare o comunque di trovare un modus vivendi tra questi due elementi (stato e religione). Tra l altro, a causa del mandato britannico, il sistema inglese è stato preso in buona misura come paradigma giuridico 19

20 per il sistema israeliano. Stessa cosa per la questione della costituzione, che non abbiamo né noi né gli inglesi. Un Paese insomma può sussistere se c è un ingerenza della religione nello stato e anche se non c è una costituzione che è un documento chiaro e soprattutto modernissimo, purché si sappiano trovare quegli equilibri moderatori interni, quel senso civile che proprio la società civile impedisce di travalicare. Questa è la vera sfida, il vero dilemma. Sono convinto perciò che la risposta non venga da meccanismi giuridici standardizzati o da concetti estrapolati da teorie dello stato, quanto dalla capacità di una società di funzionare e di trovare al proprio interno quei meccanismi di decentramento e di differenziazione dei centri di potere, di articolazione di un discorso in cui si riconoscono vari punti di riferimento. Solo se una società ha capacità di autogovernarsi e autogestirsi poi le leggi servono a qualcosa. 20

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