VITO A. SIRAGO GESU DI NAZARETH E IL PRIMO CRISTIANESIMO

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1 VITO A. SIRAGO GESU DI NAZARETH E IL PRIMO CRISTIANESIMO

2 Prefazione In questi ultimi decenni si è sviluppata la tendenza di rivedere la vita di Gesù nella sua umanità, scissa dalla tramandata divinità: conoscere meglio il Gesù uomo, offuscato dalle attribuzioni divine. La tradizione aveva insistito sulle sue due nature, divina ed umana: ma quella divina aveva esercitato un decisivo sopravvento, malgrado i tentativi degli artisti di riprodurre l uomo fin dalla sua fanciullezza umanizzata (dall umanesimo in poi) per giungere al suo patimento di crocifisso, con ricerca dell orrore proprio del gusto barocco. Ma riportare sulla carta una visione umana di un Cristo storicizzato è sempre stato irto di difficoltà, sia per ostilità esterna che per intrinseche difficoltà delle fonti. Non è per niente facile sceverare nelle fonti disponibili il reale dal fantastico, dato che abbiamo a disposizione solo testimonianze ampiamente tardive che espongono i dati del personaggio già avvolto in un grosso strato di leggende. Queste possono racchiudere un nocciolo di storicità, ma possono anche essere inventate per costruire un soggetto immaginato a proprio uso e consumo. Il punto centrale è questo: Gesù si presentò messia non nell ottica comune del giudaismo, liberatore politico di un popolo, ma nell ottica dei misteri ellenistici, di salvezza individuale. C è anzitutto il problema della gradualità: il messaggio messianico, anche come risulta dalle attuali attestazioni agiografiche, non è sbandierato bell e pronto dalle parole di Gesù, ma si esprime gradualmente, si forma nella sua testa piano piano fino alla II

3 formulazione finale. Come osservava il Rosalini gesuita, 1 Gesù dapprima disse che era venuto per salvare ciò che era perito delle pecorelle d Israele, 2 poi che era venuto a dare la sua vita come redenzione per molti, 3 e nell ultima cena specificò che questa redenzione consisteva nel versare il suo sangue per la remissione dei peccati di molti. 4 C è dunque una gradualità: partendo, come vedremo, dall impostazione moralistica di Giovanni Battista, limitata sempre al popolo ebraico, Gesù, dalla redenzione delle pecorelle smarrite, si eleva ad una visione di redenzione universale, che non esiste nella tradizione ebraica (gli ebrei tendevano sempre ai loro problemi, senza nessuna cura dei problemi altrui). Ebbene, questo trapasso da concezione ebraica a slittamento in area ellenistica è il punto centrale del problema, che resta di difficile attestazione: fu veramente concepito e voluto dall interessato (lo stesso Gesù) oppure fu operazione dei suoi discepoli che vollero deificarlo? La divinizzazione si svolse con tutti i crismi delle credenze ellenistiche (perciò mai accolta dal Giudaismo, che la respinse con sdegno), concretizzate nella serie dei misteri largamente diffusi non nelle sole città dell antica Grecia, ma anche in tutti i territori che circondavano la Palestina. I misteri di Eleusi, incentrati su Demetra e sua figlia Persefone, i misteri di Samotracia (i Cabiri), i misteri Orfici (incentrati a Taranto, ma diffusi anche altrove), che miravano a liberare l anima individuale, divina, dal corpo materiale, i misteri Frigi di Cibele, i misteri Egizi (di Iside e Osiride) diffusissimi in tutto il mondo mediterraneo orientale (e poi anche in Italia e in Occidente). In analogia si crearono (e se ne parlò ampliamente) i misteri di Cristo. 5 Misteri e necessità di salvare l uomo non esistevano nel Vecchio Testamento: solo col tempo si è voluto spulciare qualche vaga indicazione, per non ributtare il testo biblico. Ma erano concetti dei misteri ellenici. Cosi Gesù diventò l agnus dei qui tollit peccata mundi (agnello di Dio che toglie i peccati del mondo), concetto ellenico del capro espiatorio, vittima suprema offerta a Dio in cambio di tutti i peccati degli uomini, dal primo peccato di Adamo a tutti gli altri consecutivi. Questa tesi è ampiamente documentata nei passi citati di San Paolo. Alla costruzione dottrinale d origine ellenistica corrispose anche l organizzazione rituale, che cancellò completamente ogni rituale ebraico basato sul concetto etnico; quella cristiana mirò a raccogliere ogni uomo 1 Op. cit. p Mth. 15, Mth. 20, 28; Mc. 10,45. 4 Mc. 14, 24; Mth 26, Cfr. Paul. Rom. 16, 25; Eph. 3, 3-9 e 6, 19; Col. 1, 26-27; 4, 3; II Thess. 2, 7. III

4 liberato dalla sua etnia particolare e a legarlo ai fratelli della propria credenza. Si attenne a formule decisamente misteriche. Anzitutto l iniziazione mediante il battesimo (che assunse un valore iniziatico), trasformazione dell individuo in uomo nuovo, divenuto fratello di tutti gli altri iniziati: iniziazione preceduta da purità rituale e morale. Si compie il gesto per uno scopo preciso, la salvezza, concepito in parallelo con la vegetazione (rinascita), in unione con la divinità (simbolo della comunione che collega direttamente con Dio). A questa ritualità (con nuova interpretazione) risposero gli episodi principali di Gesù. Nell ultima cena egli esprime il desiderio che venga ripetuta in sua memoria, ed essa viene ripetuta dai cristiani, a intervalli regolari, non più a solo ricordo, ma a immedesimarsi in lui, vittima divina, partecipando strettamente col suo sangue e la sua carne. Perciò i racconti posteriori della sua vita sono stilati in questa ottica particolare: il cristiano inserito nel mysterium Christi vede i momenti della sua vita solo come tappe che segnano i momenti dei suoi riti. Per ricostruire i dati reali di Gesù, prima che diventasse Cristo, occorre liberarlo dalla coltre, spessa e greve, di tutte le esigenze misteriche, scaricata su tutta la sua persona. Disgraziatamente, abbiamo le narrazioni solo di chi è già inserito nei mysteria: non esistono narrazioni di diversa estrazione, perciò il proposito di rivedere l uomo storico in un personaggio così stravolto dalle credenze religiose appare irto di difficoltà quasi insuperabili. Ma esso suscita una doverosa curiosità, la voglia di vederlo realmente, di comprenderlo, di capire la sua opera nel contesto storico particolare: è una figura stimolante non solo per il credente, ma per ogni ricercatore del passato, teso su problemi di uomini e cose che hanno condizionato l esistenza dei popoli. Se il credente si appaga della trasmissione del mysterium trasmesso dal passato, lo storico è angustiato dalla sua voglia di comprendere una figura che si è prestata, volente o nolente, a un interpretazione religiosa che ha segnato profondamente lo sviluppo degli avvenimenti. A rispondere a tale esigenza mira lo studio qui proposto al lettore, stilato sul filo della logica comune, nella convinzione che ogni momento si possa rivedere in luce diversa: ma qui si sono volute fissare convinzioni maturate in parecchi anni ed esposte senza alcuna presunzione: o meglio con la presunzione di poter stimolare altri ricercatori a risolvere i problemi e a dare risposte più adeguate. IV

5 V

6 CAPITOLO I INAFFIDABILITA DELLE FONTI 1. Attenzione tardiva degli intellettuali greco-romani L aspetto più incredibile è la constatazione che Gesù era morto da almeno ottant anni e la cultura greco-romana non sapeva ancora niente della sua esistenza. Il culto religioso legato al suo nome andava diffondendosi nell Impero, organizzato e disciplinato, ma sembrava sommerso nell ambiente generico del mondo romano. E vero che esso era sorto nelle regioni orientali, tra Siria e coste Anatoliche, e si andava già sviluppando in modo continuativo, rimanendo più o meno sconosciuto nel mondo occidentale, ma Roma era la capitale dell Impero e molti porti italiani - di Puteoli, di Tarentum, di Brundisium - erano in febbrile collegamento di merci e persone sia con l Egitto che con le città delle coste Egee: per cui si possono trovare tracce di presenze del culto cristiano in dette città fin dai primi decenni dell espansione cristiane: 6 ma dovevano essere delle cellule così ridotte da sfuggire più o meno all occhio della ristretta classe intellettuale, che mostrava assoluta ignoranza. Si arrivava al 111 o 112 d.c., anno in cui Plinio il Giovane è inviato da Traiano come supervisore finanziario nella provincia di Bitinia (regione dell attuale Turchia, dirimpetto ad Istanbul, quindi primo territorio dell Asia), con capoluogo Nicomedia (oggi Izmit), sull estrema insenatura sud-orientale del mar di Marmara. Egli si trova all improvviso di fronte al problema cristiano: gli vengono tradotti in tribunale uomini e donne accusati di essere cristiani, quindi di non frequentare le pratiche religiose tradizionali, non offrendo i rituali sacrifici e rifiutando di comprare le carni degli animali immolati. Il loro comportamento si rivela dannoso al vivere sociale, in quanto non solo fanno calare le offerte ai templi, ma rifiutando l acquisto delle carni boicottano l attività dei macellai e l intero scambio economico, producendo una evidente crisi di mercato. Plinio deve svolgere le sue funzioni di magistrato: sottopone gli accusati a formale inchiesta, servendosi dei metodi allora in auge, ossia si serve anche della tortura per appurare la verità. E riesce per la prima volta a conoscere il comportamento degli accusati: solevano riunirsi in un giorno determinato prima dell alba, per cantare alternativamente fra loro un inno in onore di Cristo come se fosse un dio, e di impegnarsi con solenne giuramento non già a compiere qualche misfatto, ma a non commettere furti, rapine, adulteri, a non tradire la parola data, a non rifiutare di restituire, se richiesta, una cosa ricevuta in custodia. Dopo aver compiuto tali cerimonie, abitualmente se ne andavano per poi riunirsi di nuovo per prendere cibo ordinario, comunque, e innocente. 7 6 Nel 61 d.c. avvenne lo sbarco di San Paolo a Puteoli (Pozzuoli), raccontato da Act. Apost. 28, 13-14: dove avendo trovato dei fratelli fummo invitati a restare sette giorni presso di loro. Esisteva dunque una comunità cristiana. 7 PLIN. Epist. 10, 96, 7 (trad. Bellardi). 1

7 Di qui risultano precise indicazioni sui riti cristiani: riunione settimanale (a giorno stabilito), catechismo, e pranzo sociale mistico (eucaristia): ma sul fondatore non c è alcuna precisa indicazione. Qualcosa di più ci fa conoscere Tacito, 8 che scriveva quasi contemporaneamente, forse qualche anno dopo, a proposito della retata dei cristiani ordinata da Nerone a Roma nel 64, dopo il disastroso incendio del mese di luglio: l autorevole scrittore aggiunge: l autore di questa denominazione (nominis eius), Cristo, sotto l impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato. Unica scarna notizia, la condanna a morte di Cristo (che poi era Gesù, soprannominato Cristo solo dopo la morte). Dei cristiani Tacito ha un pessimo concetto: attesta che il volgo li odiava per i loro delitti. Quindi la loro era exitiabilis superstitio, che anche dopo l esecuzione del fondatore rompeva non solo attraverso la Giudea (dove perciò era nata), ma anche nella stessa Roma, dove confluiscono da ogni parte e si praticano tutte le cose atroci e vergognose. Qualche anno dopo, attorno al 120, si sofferma quasi di sfuggita un altro scrittore, Svetonio, il famoso autore di biografie Cesaree, che ricorda prima l espulsione dei Giudei da Roma sotto Claudio, tra il 49 e il 50, 9 e poi ancora la retata del 64 ordinata da Nerone: 10 sotto Claudio, l imperatore espulse da Roma i Giudei, i quali, impulsore Chresto, facevano frequenti tumulti, accenno evidente ai litigi furiosi tra Giudei e Cristiani (cioè tutti ebrei, ma gli uni legati all insegnamento tradizionale, gli altri piegati all adorazione di Cristo, intollerabili per gli Ebrei ortodossi). Sotto Nerone furono sottoposti i cristiani a tremendi supplizi, razza di uomini d una superstizione nuova e malefica, giudizio collimante con l espressione espressa da Tacito. Ma Cristo o Cresto è solo accennato: impulsore Chresto farebbe pensare a una sua presenza in Roma, come agitatore palpabile, mentre il nome era diventato solo un simbolo, dopo aver accertato che egli era stato suppliziato per ordine di Pilato, sotto l imperatore Tiberio. L espressione di Svetonio non è chiara: ci sarà stata confusione nella sua testa. C è, come si vede, solo un vago accenno alla personalità di Cristo, malfattore, processato e suppliziato da Ponzio Pilato, e l orrore per la superstitio malfamata dei suoi seguaci. Aggiungiamo che Tacito, però, pur bollando con lo stesso orrore la superstitio dei seguaci, mostra concreta pietà per la loro dolorosa esecuzione in Roma dopo la retata del 64: ai condannati fu aggiunta ogni sorta di ludibrio, di morire coperti di pelli ferine, dilaniati dai cani, molti messi in croce o bruciati dalle fiamme e altri, al venir meno del giorno, di bruciare come fiaccole notturne. Perciò alla fine egli conclude: sebbene contro colpevoli e degni delle punizioni mai viste sorgeva la compassione (del pubblico) come se non servissero non a utilità pubblica, ma per soddisfare alla crudeltà sadica di un solo individuo. I motivi di tanto disprezzo commisto ad orrore verso i seguaci di Cristo sono esposti nell Octavius di Minucio Felice che scriveva verso la fine del II secolo, ma cita e 8 TAC. A. 15, SUET. Claud SUET. Ner

8 sintetizza quanto era stato scritto tra 130 e 140 da uno scrittore pagano, il celebre Frontone, 11 maestro niente meno dei principi M. Aurelio e L. Vero, ben noto nella storia letteraria per le sue arcaiche simpatie verso scrittori preclassici: Catone al posto di Cicerone, Ennio al posto di Virgilio, e così via. Frontone - secondo la citazione dell Octavius - avrebbe scritto un oratio, un discorso destinato al pubblico in cui raccoglieva tutte le tradizionali maldicenze sorte sui cristiani (c è qualcuno che dubita di tale affermazione, scagionando Frontone di Cirta, nell Octavius detto Cirtensis nostri: ma non c è nessun elemento concreto che lo dimostri: la negazione è frutto solo di impressione generale). Secondo il testo Frontoniano sunteggiato nell Octavius, i cristiani sono accusati di pratiche orgiastiche - congiunzioni sessuali multiple al buio, pasti Testiei (cioè cannibalismo dei propri figli, bambini) e di immonda cerimonia, adorazione di una testa d asino crocifisso: il Cristo messo in croce sarebbe diventato solo una testa d asino spiccata dal suo collo. Erano accuse e vilipendi enormi, comprensibili in una società che non comprendeva la riservatezza degli affiliati, e sospettava dei loro misteri. Non è niente di esagerato, quando pensiamo che negli anni 30 del Novecento le dicerie diffuse fra le nostre popolazioni sul conto dei comunisti erano suppergiù di quel livello: che separavano i bambini dai genitori e spesso li mangiavano. Le fantasie dei denigratori si sbizzarriscono nel modo più sfrenato. Da queste fonti latine Cristo, solo vagamente indicato, o è una testa d asino o un volgare delinquente, giustamente punito da Ponzio Pilato 12. Ma impressiona soprattutto l incuria del personaggio o la mancanza totale di un qualunque bisogno di chiarimento. Cosa impedì una ricerca sia pure superficiale? Forse il fatto stesso che l intero episodio fu di sì scarsa importanza da non meritare nessuna attenzione? Lo stesso Tacito ha detto qualcosa di più su Maricco, 13 personaggio gallico, altro caso di uomo-dio suppliziato poi nel 69 per ordine di Vitellio imperatore. Questo Maricco, nel turbamento dell autorità pubblica seguita alla morte di Nerone, si mise a capo di un movimento politico-religioso della Gallia, appellandosi a ispirazione divina, creduto e accettato come personaggio divino (non sappiamo in quale forma precisa). Egli operò tra i Boi, piccola popolazione situata tra la Loira e l Allier, attorno alla moderna Vichy, in Alvernia, cuore della Gallia. Raccolse in breve 8000 uomini, oltrepassò il confine ad est, entrò nel territorio dei Sequani (Borgogna). Fu accolto come liberatore politico e sociale dalle masse contadine, mentre si avvicinava al capoluogo, Augustodunum (Autun), centro romanizzato da antica data. Gli abitanti di Autun si resero conto dell inganno e senza esitare armarono i propri uomini e con l appoggio di qualche coorte romana affrontarono gli insorti, li sgominarono afferrando un certo numero di prigionieri tra i quali anche Maricco. 11 MIN. Octav. 9, 6; 31,2. Ammessa da M.C. Cristofori (l Oratio di Frontone contro i Cristiani e la persecuzione di M.C. Aurelio, R.S.C.I. 36, 1978, pp ), è rigettata da M. L. Astarita, Frontone Oratore, Univ. Catania 1997, p. X, con argomenti generici. 12 MIN. Octav TAC. Hist. 2, 61. 3

9 Per legge i ribelli erano condannati a morte, talora dati in pasto alle belve (ad bestias). All esecuzione fu presente lo stesso imperatore Vitellio, da poco innalzato: Maricco fu esposto nell anfiteatro. Uscirono le belve, gli si accostarono e non lo toccarono. Si gridò al miracolo: scoppiò un urlo di vittoria. Molti presenti credettero ancora nella sua potenza divina. Vitellio allora ordinò al boia di trapassarlo con la spada: e la spada trapassò senza ostacolo. Maricco morì tra la desolazione della folla. Quel giorno fu ucciso dunque un altro dio. Agli occhi di Tacito Maricco meritò più attenzione di Gesù. 2. Fonti ebraiche: Giuseppe Flavio Tra le fonti non cristiane vanno inoltre ricordate quelle ebraiche, dall ambiente da cui proveniva Gesù. La produzione letteraria ebraica non fu affatto eliminata né ridotta dopo la distruzione di Gerusalemme: bisogna sempre ricordare che la campagna romana contro i Giudei (il Bellum Iudaicum) non fu mai considerata una guerra contro l intero popolo ebraico, ma solo un azione poliziesca contro un gruppo di ribelli: finita la campagna, i Romani riconsegnarono tale e quale la Palestina al re Agrippa II, rimasto fedele sempre nell alleanza di Roma: per cui i non ribelli o i pentiti continuarono le loro attività tradizionali. Tra le fervide correnti religiose continuò quella dei Farisei, che restarono identici anche se cambiarono nome: dapprima detti Tannaiti fino al II secolo, poi Amorei fino alla fine del V secolo. Ai Tannaiti si deve il codice della Mishna, agli Amorei il suo commento: dall unione della Mishna e del suo commento deriva il Talmud, nella sua doppia versione palestinese e babilonese. Il Talmud doveva diventare il testo fondamentale del giudaismo moderno, che nel Talmud e nella Bibbia (Vecchio Testamento) colloca l intera pratica religiosa e giuridica della sua esistenza. 14 In questi scritti Gesù è certamente noto, ma con scarsa importanza. E vero che è considerato apostata, ma come tale meritava una maggiore attenzione. Invece dall insieme dei riferimenti risulta che la sua attività fu giudicata di scarso rilievo. Ad ogni modo, per attenerci alla breve presentazione di P. Ricciotti, ricaviamo notizie non solo scarse, ma addirittura inconsistenti: non aiutano molto chi indaga sulle conoscenze biografiche. 15 Gesù il Nozri (Nazareno) nacque da una pettinatrice di nome Maria: il marito di questa donna è chiamato talvolta Pappos, figlio di Giuda, e talvolta Pantera, perciò si trova che Gesù è chiamato tanto figlio di Pantera, quanto figlio di Stada. Recatosi in Egitto, Gesù studiò colà magia sotto Giosuè figlio di Perechio. Quanto alla cronologia è da rilevare che mentre questo Giosuè fiorì verso l anno 100 dell Era 14 A. PINCHERLE, Introduzione al cristianesimo antico, Bari 1971 e oltre: citiamo l edizione 1994, p. 11ss. 15 Ibid. 102 ss. 4

10 Volgare, il suddetto Pappos fiorì circa 230 anni più tardi. Tornato in patria, e respinto dal suo maestro, Gesù esercitò la sua magia traviando il popolo. Per tali ragioni fu giudicato e condannato a morte. Prima che la condanna fosse eseguita, si attesero quaranta giorni durante i quali un araldo invitava la gente a esporre qualsiasi giustificazione favorevole al condannato. Non essendosi presentato alcuno, il condannato fu lapidato e poi appeso al patibolo a Lydda, il giorno della preparazione alla Pasqua. Al presente egli si trova nella Gehenna, immerso in una melma bollente. A questi dati capotici, mirati a sottrarre il processo alle mani dei Romani e a sottolineare l ineccepibile struttura del processo ebraico, si adeguano le parole per indicare il personaggio: un tale, oppure Balaam (il mago dei Numeri 22, ss.), oppure il pazzo, il bastardo e ancora peggio. Non mancano racconti beffardi. A Rabbi Giosuè, figlio di Anania (fiorito intorno al 100 d.c.), fu chiesto in Roma: Raccontaci qualcosa di favoloso. Ed egli: Ci fu una volta una mula che fece un figlio. Gli fu risposto: Ma una mula può partorire? e l altro disse: Appunto, si tratta di una favola. E così via 16. Le varie citazioni Talmudiche si riducono spesso ad espressioni beffarde, di gusto pesante. Da questi testi ebraici risulta la nessuna affidabilità storica: sono capotici e volgari, incapaci di darci anche vaghi appigli. Indicano però la storicità del personaggio: Gesù dovette realmente esistere, sia pure nei limiti intravisti. Mostrano intanto il grande abisso che s era scavato fra ebraismo ufficiale e nuovo culto cristiano, quale scorgiamo anche da altre fonti. Lo scrittore ebraico più serio resta senz altro Giuseppe Flavio. 17 Questi, già a capo delle truppe ebraiche operanti in Galilea allo scoppio delle ostilità (nel 66), ferito e portato prigioniero nella tenda romana, per gratitudine diventò fedele collaboratore dei Romani, per prendere poi anche il nome di Flavio in onore di Vespasiano e figlio Tito (gens Flavia). Fra 75 e 79 pubblicò il Bellum Iudaicum in sette libri e tra 93 e 94 le Antiquitates Iudaicae (storia d Israele dalle origini al 66) in 20 libri, cui poi aggiunse un Contra Apionem, a difesa della sua condotta politica. Il testo attuale è in greco, ma è traduzione da un suo originale ebraico a noi sconosciuto. Nelle Antichità Giudaiche c è qualche accenno ai personaggi evangelici: a 18, si parla di Giovanni Battista e della sua morte, a 18, si parla di Gesù, a 20, 200 si parla di Giacomo, fratello di Gesù, chiamato il Cristo. Il secondo brano citato interessa maggiormente. Lo riferiamo nella traduzione di P.Ricciotti: 18 Ora, ci fu verso questi tempi Gesù, uomo sapiente, seppure bisogna chiamarlo uomo: era infatti facitore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità. E attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei Greci. Costui era il Cristo. E avendo Pilato, per denunzia degli uomini principali fra noi, punito lui di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti comparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già detto i divini profeti questo e migliaia 16 G. RICCIOTTI, Vita di Cristo, Milano 1942, p Per i problemi principali dell autore e della sua opera, cfr. Introduction at the Juwish War, Book 1, a cura di ST. J. TACKERAY, Loeb London rist P. RICCIOTTI, op.cit., p

11 d altre cose mirabili riguardo a lui. E ancora adesso non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati cristiani. Il brano, non per ragioni stilistiche, ma per impressione ideologica, sembra non autentico: sarebbe stato inserito tardivamente da mano cristiana, in un testo ben diffuso nel mondo greco-romano: inserito però nel testo delle Antiquitates non in analogo momento storico trattato nel Bellum Iudaicum. Vi si accenna alla risurrezione, fatto inimmaginabile per uno scrittore fedele all ideologia ebraica, e poi schierato al fianco romano. Dovette essere inserimento di testo non improbabile, quando si pensi per quante mani sia passato il manoscritto nel millennio medievale. E un sospetto non infondato solo che si badi che l intero passo, ampliato e ben circostanziato, fu poi inserito tardivamente anche nel testo del Bellum Iudaicum della traduzione slava, lib. II, fra pag. 174 e ; l aggiunta è senz altro interpolazione di mano cristiana. Non è sostenibile con altrettanta convinzione nel passo delle Antiquitates: che del resto non aggiunge nulla alle vaghe notizie di Gesù: vi si parla con rispetto, ma in modo generico. Si capirebbe l inserimento del suo nome nel contesto dei vari agitatori pubblici della Palestina dell epoca, ma di sicuro c è solo la conferma della sua condanna a morte per opera di Pilato. 3. Fonti cristiane in generale Passiamo ora alle fonti cristiane. Queste si presentano subito inficiate dall impostazione ideologica: gli autori, già prima di mettersi a scrivere, sono convinti della divinità di Gesù. Invece di farla derivare da una precisa dimostrazione, già riconoscono in partenza la sua divinità e mantengono l intero racconto in quest ottica, per giungere alla conclusione della loro fede già distorta in partenza. Come tali, vanno giudicati e trattati come testi di parte, agiografici. Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a testi unilaterali per personaggi del mondo antico: basta pensare alla sorte di Catilina, i cui fatti ci provengono da Cicerone, suo principale nemico, e da Sallustio, che tramite Terenzia - moglie divorziata da Cicerone, da lui poi sposata - ripete la stessa impostazione, tranne in qualche dettaglio: ne viene fuori un Catilina incomprensibile, un volgare cospiratore (piuttosto ingenuo) che però suscita ampie aspettative in Spagna e in Africa e muore da eroe sotto Fiesole. Riesce incomprensibile persino lo stesso Alessandro Magno, pur oggetto di trattazioni per diversi scrittori contemporanei, le cui opere sono tutte perdute: ci resta l Anabasi di Arriano - oltre quattro secoli dopo! - che sunteggia i testi precedenti: ma quanto tralascia o travisa senza accorgersi? Il Gesù dei testi cristiani è dio fin dal primo momento, senza alcuna documentazione, per fede: che valore storico ha la fede, di fronte alla realtà? Si tratta quindi di testi di 19 BERENTS-GRASS, Flavius Josephus, Vom Judischem Kriege, Buch I-IV, Nach der slavischem Ubersetzung, Borpet Teil I , Teil II

12 parte, trattazioni mitologiche, a edificazione degli altri credenti: iniziano con la nascita sovrannaturale e terminano con la resurrezione sovrannaturale. Seguire e accettare tutti gli sviluppi del racconto può soddisfare alla fede dei credenti, ma non chiarisce nulla a chi si pone il problema concreto dei fatti debitamente documentati. Massima espressione è stata ai nostri tempi la pregevole Vita di Gesù Cristo, 20 di P. Giuseppe Ricciotti, grosso volume di circa 800 pagine, in cui l autore ha fatto profusione delle sue cognizioni sul mondo semitico e biblico, per illustrare la trama del racconto, ma fasciato dalle sue credenze di base, non si rende conto del nessun progresso compiuto nel campo della concretezza storica, dove sol contano il documento e la volontà di colui che l ha redatto: il resto si costruisce sulle ipotesi, tutte valide come costruzione razionale, ma tutte poggiate sulla sabbia sgretolata. Questa è una vecchia questione: in ogni epoca - data l organizzazione e la potenza della religione cristiana, tanto forte da non provare il minimo timore del misero untorello che la pensi diversamente - c è stato sempre il dotto predicatore che, sicuro della sua fede, assesta colpi a destra e colpi a sinistra per affermare solennemente la verità di quello che egli crede senz altra dimostrazione. La produzione ortodossa è sempre pronta a contrapporsi: nell Ottocento fu la pregevole trattazione - pregevole per lo stile agile e colorito - di Père Henry Didon, Jésus Christ, 21 in tempi più vicini è stato l intervento di P. Ricciotti, capace di sfoderare una conoscenza documentata del mondo biblico: e così continueremo per l avvenire, ad onta dei grandi tentativi di chiarificazione storica, affrontati da studiosi, veramente preoccupati a chiarire gli specifici problemi. Un tentativo ben convincente fu fatto da David Friederich Strauss che in Das Leben Jesu kritisch bearbeitet (1835) tirò fuori la teoria dei miti venuti a crearsi sulla figura di Gesù, costituenti la base di tutti i racconti registrati nei Vangeli. 22 L opera fu scritta con autentico coraggio (gli impedì poi la carriera accademica), fu accompagnata da altri lavori, sempre limpidi, ispirati dalla fede nel progresso scientifico: tutte opere che stentarono a penetrare nell opinione pubblica. E invece individuavano una caratteristica fondamentale delle costruzioni fideistiche. Al massimo si potrebbe formulare un appunto sulla formazione del mito, che secondo lui si forma con il passare del tempo, occorrendo un certo lasso di tempo, più o meno lungo, per la costruzione di un mito. Invece il mito si forma immediatamente, anche durante la vita del soggetto mitizzato. Nel nostro tempo - secolo XX - abbiamo avuto vari casi di personaggi mitizzati: in campo religioso annoveriamo quello di Padre Pio da Pietrelcina, il quale, perché sofferente di piaghe alle mani, le stigmate, e perché capace di penetrare intuitivamente nel pensiero altrui, invece di essere sottoposto ad indagine scientifica, 20 P. Gius. Ricciotti ( ) è stato semitista ad alto livello, autore di lunga serie di studi su vari libri biblici, di versioni dal greco e dal siriaco, di un ampia Storia d Israele, in due volumi, di una Vita di Cristo, Paolo Apostolo, di un saggio su Giuliano Apostata, visto nella luce tradizionale (ristudiato appassionatamente negli ultimi decenni, in una luce completamente diversa). 21 H. Didon ( ) fu autore di libri vari a sfondo cattolico, nella Francia di fine Ottocento. Il libro Jesus Christ uscì nel D. Fr. Strauss (Ludwigsburg ), seguace di Hegel, sostenne con forza le sue idee: il suo primo libro Das Leben Jesu kritisch bearbeitet, del 1835 gli precluse la carriera accademica. Ma continuò con coraggio a sostenere le sue idee in varie altre opere successive. 7

13 come pure era stato richiesto, fu investito di santità: e di santificazione in santificazione è passato sotto i nostri occhi al culto degli altari. Il mito della sua santità, già sorto mentre viveva, è cresciuto enormemente in soli venti anni. Ma abbiamo anche assistito ai miti di personaggi politici nel loro campo specifico. Mussolini, il 28 ottobre 1922, si insedia a Roma, chiamato al governo, in seguito alla famosa marcia, e non per regolare votazione. Ebbene, sorse subito il mito dell Uomo della Provvidenza, celebrato e osannato dai contemporanei, come Antonio Beltramelli oppure Margherita Sarfatti, che pubblicava un libro, Dux (1926) a esaltazione del personaggio. Concetto che rimase bene infitto nella testa si molti italiani: il card. Schuster di Milano lo conservò forse fino all ultimo momento. Se noi ora avessimo solo quella produzione laudativa convinta sull Uomo della Provvidenza e sapessimo poi della brutale fine di Mussolini nell aprile del 1945, potremmo ritenerlo un grande martire, un messia vilipeso e ingiustamente fucilato. Quindi non solo un martire, ma un genio incompreso. La sintetica Storia della letteratura italiana di Eugenio Donadoni, pubblicata attorno al 1930, terminava con un capitolo conclusivo di varie pagine, su Mussolini in quanto scrittore, presentato come sintesi del pensiero letterario italiano: la visione dell Alighieri, l acume politico del Machiavelli, l unità patriottica del Manzoni, insomma il più completo scrittore italiano. Sono fatti e libri che abbiamo meditato durante il lungo corso della nostra vita: perciò siamo convinti che i miti si formano immediatamente, anche tra i contemporanei, i quali sono morsi dalla gelosia, e quindi maledici, pronti a non voler riconoscere i meriti esistenti, ma in parte molto maggiore amano prostrarsi davanti a un idolo per la soddisfazione di aver visto un essere sovrumano. Stabilita l idea del mito, ne vengono fuori tutte le conseguenze, che occorre tener presenti nella valutazione degli scritti dedicati all argomento. Il fatto che diede la stura alla fede nella divinità di Gesù fu certamente la sua condanna a morte: la condanna dell innocente suole produrre nell opinione pubblica una reazione così violenta, esattamente contraria a quella prevista dai suoi autori. L uccisione di Cesare, 23 voluta e attuata da un gruppo di idealisti, produsse nel 44 a.c. un effetto contrario sconvolgente: non solo provocò violentissimi movimenti di piazza, ma anche un compianto collettivo che andò ben al di là di ogni previsione. Quando il suo corpo fu cremato su materiale ligneo raccolto dai mobili rotti dello stesso senato, ci fu gente disposta a giurare di aver visto la sua anima in forma di colomba volare verso il cielo, per cui la sua deificazione si svolse in un clima assolutamente accettabile, senza nessuna imposizione esterna: da quel momento Caius Iulius Caesar diventa il Divus Iulius. 24 Fenomeni del genere, o analoghi, sono avvenuti anche ai nostri tempi: Aldo Moro, politico fortemente criticato fino al momento della sua cattura, come politico 23 SUET. Caes SUET. Ibid. 88: in deorum numerum relatus est, non ore decernentiium, sed et persuasione vulgi. Siquidem ludis, quos primos consacrato ei heres Augustus edebat, stella crinita per septem continuos dies fulsit exoriens circa in decimam horam, creditumque est animam esse Caesaris in caelum recepti. (fu inserito nel novero degli dèi non per bocca dei giudici, ma per convinzione popolare. Infatti nei giuochii a lui dedicati da Augusto apparve una stella crinita per vari giorni continui attorno l ora decima e si credette fosse l anima di Cesare accolta in cielo). 8

14 inconcludente, incapace di esprimersi e dal linguaggio indecifrabile, da quando fu rinvenuto ucciso, rannicchiato nel cofano di un auto, suscitò sì forte impressione di pietà - non meritava certo quella fine! - da rovesciare completamente ogni valutazione: fu proclamato il politico più acuto, addirittura profetico, dei nostri tempi. La domanda posta da Alfieri a se stesso, e la risposta: Sei grande o vil? Muori e il vedrai, raccoglie la reazione spirituale che veramente corrisponde allo stato d animo della gente comune. Ancora al nostro tempo abbiamo visto la triste fine, inaspettata, di John Kennedy, uomo politico variamente giudicato: alla sua morte finì con il vedere il suo nome legato alla strada più lunga esistente a New York. Di entrambi i casi - Moro e Kennedy - l aspetto più tragico è quello di non sapere ancora da chi e perché fossero stati uccisi: i misteri di certi morti incombono ancora sulla infelice umanità, malgrado i moderni mezzi di indagine e documentazione dell attimo fuggente. Gesù, ucciso da Pilato, cioè dall autorità competente, invece di scomparire, dovette suscitare una tale commozione pubblica da essere elevato a un grado divino: diventò il figlio di Dio per eccellenza. E vero che presso gli Ebrei praticanti era inammissibile la divinizzazione di un uomo, ma non è detto che non ci fossero ebrei non praticanti, già esperti del mondo contemporaneo, ebrei che avevano conoscenze e pratiche di credenze diverse, forniti di altre esperienze. I popoli confinanti torno torno con gli ebrei - Siriaci, Egizi, la miriade dei popoli Anatolici - erano i più facili ad accettare la divinizzazione umana. Difatti risulta, anche dai testi cristiani, che in Palestina (Gerusalemme), sorse il problema del giudizio su Gesù crocifisso, ma a Damasco, ad Antiochia, a Tarso, in Anatolia, in generale si estese la prima grande ondata di credenti in Gesù divinizzato. Insomma il processo del mito-gesù-dio, la sua divinizzazione provocata dalla grande impressione della sua morte immeritata, si concretizzò ai margini della Palestina, dove non si ebbe alcun dubbio sulla sua natura divina e la sua figura non tardò a diventare simbolo di anelata redenzione. 4. San Paolo Questo è documentato dall esempio di San Paolo, Saul per gli ebrei, ebreo di Tarso, in Cilicia, educato sui testi ebraici, ma fornito certamente di cultura greco-romana ad alto livello: ebreo di origine, nipote di un tizio che aveva meritato la civitas Romana, dono non facile ad ottenersi, che soleva darsi a persone particolarmente distintesi nel collaborare con la politica romana. Paolo dimostrò sempre una profonda cultura ebraica, e una convinta partecipazione alla realtà romana. Egli ha tendenza a fanatismo estremo: già legato al fariseismo più rigido, diventò improvvisamente cristiano (o meglio, dopo una lunga lotta interiore che sfociò nell inattesa conversione), e si buttò con tutto l ardore suo naturale sulla predicazione e diffusione delle sue nuove credenze Cfr. P.E. SANTANGELO, San Paolo. Il dramma religioso di un popolo. La crisi del mondo antico. Storia di una vita eroica, Laterza, Bari,

15 Ebbene, proprio da Paolo abbiamo le prime notizie su Gesù Cristo-dio, in testi precisi che si possono collocare a un ventennio di distanza dal momento dalla morte di Gesù. Non c è da obiettare il lasso di tempo piuttosto breve: venti anni sono già molti per fenomeni del genere, quando ripensiamo alla divinizzazione di Giulio Cesare al momento stesso della sua morte, proclamato per impulso popolare. Nelle Lettere di S. Paolo abbiamo non molte notizie su Gesù Cristo-dio, ma tali da formarci un idea abbastanza particolareggiata, da introdurci nella lettura dei Vangeli. Le notizie di S. Paolo costituiscono giustamente il primo nucleo dei testi successivi, denominati Vangeli: le sue Lettere possono considerarsi il primo vero Vangelo. Secondo San Paolo, Gesù è uomo di carne ed ossa: 26 nato da donna, ma figlio di Dio. 27 Incarnato secondo la promessa precisa fatta da Dio ad Abramo, 28 a lui e alla sua discendenza. Nato dalla stirpe di Giuda, discende direttamente da David, secundum carnem (secondo la carne). 29 Gesù ha fratelli (ma non si precisa quanti), sposati come tutti gli altri apostoli 30 e come Cephas (il capo degli Apostoli). Tra questi fratelli è ricordato espressamente Giacomo, che fu eletto al collegio degli Apostoli. 31 Gesù fu di indole mansueta e modesta, diventato povero da ricco in precedenza. 32 Nella sua attività pubblica raccolse dodici Apostoli. 33 Nella notte del tradimento istituì l Eucaristia: o meglio, prese un pane, e, ringraziando, lo spezzò e disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo, che sarà tradito per voi: fate questo in mia memoria. 34 Allo stesso modo prese anche il calice, dopo aver cenato, dicendo: Questo calice è il nuovo testamento nel mio sangue. Fate questo in mia memoria. Si diede quindi a pregare e agonizzò. 35 Fu preso e oltraggiato. 36 Diede testimonianza di sé sotto Ponzio Pilato. 37 Fu crocifisso. 38 Patì al di fuori della porta. 39 Fu sepolto e il terzo giorno risorse. 40 Gesù risorto apparve a Cephas e poi agli altri undici Apostoli, di cui molti restano ancora: Apparve a tutti gli Apostoli e a suo fratello Giacomo. 41 In ultimo, recentemente apparve anche a me Rom. 5, Gal. 4, Gal. 3, Ebr. 7, I Cor. 9, Gal. 1, II Cor. 8, 9; ibidem 9, I Cor. 9, I Cor. 11, Ebr. 5, Rom. 15, I Tim. 6, Gal. 3, 1; I Cor. 2, Ebr. 13, I Cor. 15, I Cor. 15, Ibid

16 In conclusione, Cristo Gesù, che morì, anzi, che resuscitò, ora siede alla destra di Dio. 43 Questo scrive Paolo, dopo 20/25 anni dall uccisione di Gesù: risulta con piena evidenza la divinizzazione del personaggio. Paolo crede fermamente nella sua resurrezione e nell ascesa al cielo. Lo colloca senz altro alla destra di Dio. Gli altri scritti cristiani, che ovviamente accettano a priori la sua divinizzazione, sono tutti posteriori a San Paolo, anche in lasso di tempo abbastanza lungo. 5. I Vangeli Alludiamo ai quattro Vangeli Canonici e a un gran numero, un centinaio, di altri vangeli non accolti dalla direzione ecclesiastica, perciò ritenuti apocrifi. La parola greca euanghelion indicò in origine la ricompensa che soleva darsi a chi riferiva una buona notizia. Quindi, per traslato, indicò già in greco classico la buona notizia in se stessa. Divenne il titolo specifico degli scritti dedicati a Gesù, come raccolta dei suoi detti, insegnamenti e opere, in una generica intelaiatura storica. Sono i Vangeli tentativi di biografie, ma soprattutto di detti e fatti memorabili, sull esempio di una lunga produzione greca che risaliva almeno al V secolo a.c., all età di Socrate. Dal IV secolo in poi, non solo in Atene (e principali città greche), ma soprattutto nelle nuove metropoli ellenistiche (Alessandria, Antiochia, Nicomedia, Pergamo, Efeso, Siracusa), il genere biografico si era sviluppato enormemente, limitando l attenzione all akmè del personaggio (sua massima fioritura), senza badare troppo alle date, soffermandosi soprattutto sulla sua produzione. I Vangeli dedicati a Cristo risentono della tradizione storiografica dell età ellenistica, 44 anche se insistono soprattutto sui detti, ossia gli insegnamenti, e opere svolte dal personaggio. Su Gesù non fu scritto niente per qualche tempo - né egli aveva lasciato appunti o memorie - per almeno una generazione: San Paolo non accenna a nessun testo dedicato all argomento. In questo lasso di tempo tra la morte di Gesù e la diffusione dei primi scritti, furono tramandate solo notizie orali: l istruttore raccontava l episodio e riferiva le parole (è l epoca della katèchesis, ossia del riecheggiamento): faceva echeggiare le parole di Gesù, inquadrato nella particolare circostanza. Ma non erano parole a vuoto, a ruota libera, legate al capriccio o alla sensibilità dell istruttore: si tendeva a ripetere con esattezza secondo schemi convenuti. Perciò bisogna presupporre l esistenza di raccolte precise, momento per momento, capaci di ricostruire le parole dell insegnamento di Gesù. Cioè in parte affidate alla memoria, ma in parte anche legate a schemi prefissati. Ad avvalorare tale tendenza va ricordato l insegnamento, ancora esistente del Corano nel mondo islamico: esso è fatto dall iman, prete non consacrato, ma fornito di titolo 43 Rom. 8, Immensa bibliografia sulla biografia ellenistica: dal famoso saggio di F. Leo, Biographie nach ihrer literarische form, Lipsia 1901, ai tanti studi succeduti nel Novecento: cfr. G. Brugnoli, Biografi, Diz. d. scritt. lat. e gr., Milano I 1987, p. 287 ss. 11

17 culturale riconosciuto e di locale autorità per l insegnamento: l iman raccoglie in luogo adatto i bambini fin dalla più tenera età, già a tre anni, e comincia l insegnamento delle sure, i paragrafi del Corano, ritenute più importanti del testo generale: insegna ripetendo con esattezza a voce la sura scritta e i bambini devono ripetere una, due, cento volte le stesse parole, fin quando diventano espressioni della loro bocca. Occorre naturalmente che il bambino non si distragga: più è attento, più facilmente può ripetere. E se si distrae abitualmente, intervengono le punizioni corporali: il bambino decisamente svogliato si vede imbracate le gambette in solide corregge di cuoio legate ad una trave; la trave viene sollevata sulle spalle di due compagni tanto da sollevare il puniendo a testa in giù, e riceve un numero di scudisciate dagli altri compagni. Tale lezione verrà ricordata con orrore per tutta la vita, tanto da far entrare per forza il testo delle sure in qualunque, pur fragile, memoria. Questo metodo, che suscita orrore agli europei (perché abbiamo dimenticato il prete che batteva la canna sulla testa dello smemorato che si distraeva nell identico insegnamento del catechismo!) è quanto mai efficace: imprime nella memoria il concetto che non si scherza con i testi religiosi. Gli ebrei dell epoca forse non ricorrevano a metodi così persuasivi, ma da vari accenni ricaviamo che i discepoli sedevano ai piedi del maestro e ascoltavano con grande attenzione. Il maestro cristiano doveva tenere elencati gli episodi salienti della predica di Gesù: ne ripeteva le parole (echeggiando) e faceva ripetere. Così si spiega l origine che fu alla composizione dei quattro Vangeli canonici. Ne furono scritti molto più di quattro, come è attestato nel preambolo di San Luca, con la dedica che egli fa ad un amico o precettore, un certo Teofilo: 45 poiché molti hanno tentato di raccontare lo svolgimento dei fatti accaduti fra noi: come hanno tramandato a noi quelli che da principio videro essi stessi e furono ministri di linguaggio: è sembrato opportuno anche a me, seguendo, dopo aver seguito tutto diligentemente da principio, di esporlo in ordine per te, ottimo Teofilo, perchè conosca la verità delle parole sulle quali sei stato erudito. Teofilo era stato dunque già istruito col metodo della katèchesis sulle parole e fatti di Gesù: ora Luca vuole offrirgli per iscritto tutta la materia che quegli ha già appreso a voce. Dei tanti Vangeli così documentati a noi sono giunti i quattro riconosciuti dall autorità ecclesistica, quindi detti Canonici (approvati da Cànones), attribuiti a San Matteo, a San Marco, a San Luca, a San Giovanni. I primi tre si somigliano tra loro, e si distinguono nettamente dal quarto: si dicono Sinottici, in quanto rispondono spesso con esattezza in caso di confronto: rispondono non solo negli episodi narrati, ma spesso perfino nelle singole parole, nelle espressioni linguistiche. C è stato qualche studioso, come Primo Vanutelli, 46 che ha sistemato materialmente a stampa mettendo l uno affianco all altro i quattro testi, mostrando visivamente, in sinossi, la sequenza espositiva. Ma se molte espressioni sono uguali e uguali molti episodi, i testi dei tre sinottici sono complessivamente molto diversi l uno dall altro: ognuno dei tre autori ha seguito una propria impostazione, un proprio ordine e ha 45 L. 1, PR. VANNUTELLI, Gli Evangeli in Sinossi, Roma Il Vannutelli traduce lui direttamente in it. dai testi antichi. 12

18 sviluppato una propria tesi: ne vengono fuori tre narrazioni molto diverse l una dall altra. Esistono persino divergenze di parole e contenuto: Mth. 10, 10 e L. 9, 3 dicono che Gesù proibisce agli Apostoli di portare in viaggio ogni cosa neppure il bastone, mentre in Mc. 6, 8 Gesù dà la proibizione salvo il bastone. Di tali divergenze sono stati fatti elenchi: vedere semplicemente Ricciotti, op. cit., p. 147, p. 155 ss. Queste osservazioni hanno complicato l interpretazione di questi strani testi, che sembrano copiarsi a vicenda, ma pur divergono sostanzialmente. Ne è sorta una questione complicata in cui si è sbizzarrita la fantasia dei critici. Si è formulata l ipotesi che i tre testi tengano presente un primitivo testo ormai perduto: si è ipotizzato sulla base di alcune vaghe indicazioni che in origine esistette un testo unico, redatto in ebraico da San Matteo, da cui sarebbero derivati i tre Vangeli attuali di S. Matteo, di S. Marco e di S. Luca, scritti in greco: i tre attuali si sarebbero attenuti al testo originario, salvo modifiche apportate secondo la propria indole o secondo diversa novità appurata. La tesi sembrerebbe accettabile, se non fosse solo oggetto di ipotesi: può essere sempre tacciata di astrattismo: occorre presupporre - senza solido documento - l esistenza di un Matteo ebraico, allo stato attuale inesistente. Sono state avanzate altre soluzioni, anche perché dei tre testi il più antico appare Marco, e non Matteo: Marco è schematico, preciso, il meno problematico. Ma ogni tentativo di soluzione è inficiato dalla necessità di ipotizzare qualche cosa: cioè si tratta di costruire sulla sabbia. Unica realtà è l esistenza dei tre testi attuali, dove possiamo scorgere accostamenti e lievi divergenze. Constatiamo la diversa impostazione dotta del singolo autore, anche se accomunato da un unica fede, di ammettere fin dal primo momento che il personaggio in questione è un dio: l esposizione diventa dimostrazione di come quel dio si è rivelato, dimostrazione sobria e contenuta, con nessun ombra di saccenteria. Quanto al tempo della loro composizione, la tesi ortodossa tende ad avvicinare le date quanto più è possibile ai fatti narrati: il Vangelo di Matteo vien creduto scritto poco dopo il 60, quello di Marco collocato tra il 42 e il 60 (contemporaneo agli accenni di San Paolo?), quello di Luca poco prima del Senonchè nei tre testi c è l accenno alla distruzione di Gerusalemme, data come profezia fatta da Gesù: Mth. 24, l ss; Mc. 13, 14 ss; L. 21, 30 ss. Anche qui è questione di fede: chi crede a priori nella divinità del Cristo, accetta la sua capacità profetica; ma chi non ci crede, deduce senz altro che si tratta di profezia post eventum. Quindi i tre testi sarebbero come minimo posteriori alla distruzione di Gerusalemme, operata dai Romani nel 70 d.c. Ad ogni modo sono opere scritte in un tempo abbastanza lontano dai fatti narrati. Se veramente Matteo scrisse il Vangelo che porta il suo nome, doveva essere molto vecchio: il suo nome è citato come di autore sicuro, ma forse del testo ebraico citato da antichi autori, 48 non del testo attuale, rimpolpato e arricchito scritto in greco, che 47 P.Marco M. Sales o.p., La Sacra Bibbia commentata Il Nuovo Testamento, vol. I, Torino 1933: p. 3, p. 137, p EUS. H. E. 3,

19 sarebbe stato la traduzione del testo originario compiuta almeno una quarantina di anni dopo. Marco è attestato come discepolo di San Pietro, 49 quindi il suo scritto sarebbe stato stilato secondo l insegnamento di San Pietro, probabilmente dopo la sua morte. Luca è ritenuto discepolo di San Paolo, quindi non testimone diretto, 50 San Paolo stesso non aveva mai conosciuto Gesù; Luca è il meglio informato, fa sfoggio di inquadrature storiche: ma deve aver attinto a varie fonti diverse, non solo a quelli orali, bensì anche a documenti scritti. La lontananza, più o meno estesa, dal tempo dei fatti narrati ha valore relativo: abbiamo visto che San Paolo, tra 50 e 60, cioè dopo poco più di un ventennio dalla morte di Gesù, già crede nella sua divinità: la mitizzazione può essere nata fin dagli ultimi tempi dello stesso Gesù, consacrata e rafforzata dalla sua morte: perciò fissare al 60 o all 80 la composizione non cambia proprio niente. Coloro che si accingono a scrivere, credono già nella divinità del personaggio e conducono lo scritto, dal principio alla fine, sul filo della loro credenza. Non vogliono ingannare nessuno: sbagliano coloro che vorrebbero ricavare dalle loro testimonianze ciò che essi non riescono a dire: chi legge il Dux di Margherita Sarfatti sbaglierebbe rotondamente se volesse comprendere la figura vera di Mussolini. Passiamo ora a esaminare uno per uno i tre Evangelisti, seguendo la gradualità che oggi sembra più convincente: Marco, Matteo, Luca. 6. Marco Il Vangelo di Marco salta nascita e giovinezza di Gesù: comincia con la predicazione di Giovanni Battista (1, 1-8), col battesimo di Gesù da parte del Battista (9-13) e l inizio della sua predicazione, con la vocazione dei primi Apostoli (14-20). E il più breve dei tre Vangeli: in tutto sedici capitoli. Di Marco autore del Vangelo parla Papia, vissuto nel II secolo (80-163), secondo l affermazione di Eusebio 51 ( autore di parte, pronto a raccogliere ogni notizia edificante). Secondo Papia, Marco si diede compagno a Pietro, il quale dava i suoi insegnamenti a seconda delle circostanze, senza intenzione di tessere una serie ordinata di fatti e detti del Signore. Segue la testimonianza di Ireneo (Adv. Haeres. 3, 1), che scriveva attorno al 200: nello stesso tempo, circa, la attesta anche Tertulliano (Adv. Marc. 4, 5): il Vangelo pubblicato da Marco si chiama Vangelo di Pietro, di cui Marco fu l interprete. La trattazione di Marco tralascia molti particolari ampiamente esposti negli altri testicome il cammino di Pietro sull acqua, la promessa e il conferimento del primato a Pietro, il denaro nascosto nella bocca del pesce per pagare il tributo, la prima e la seconda pesca miracolosa, ma in cambio si sofferma su vari particolari riguardanti la figura di Pietro: la sua triplice negazione al momento dell arresto di Gesù, l acerbo rimprovero ricevuto da Gesù (L. 8, 33) e altro. 49 TERTULL. Adv. Marc. 4, 2, TERTULL. Ibidem. 51 EUS. H.E. 3,

20 Dall insieme può accettarsi la tradizione che vuole Pietro stesso come autore testimone del Vangelo di Marco. Questo scritto sarebbe destinato - al dire dei Padri tra cui San Girolamo, 52 a fine IV secolo - ai Romani: si osserva che spesso si sofferma su spiegazioni inutili per i Giudei, ma utili per i lettori italiani o romani: spiega per esempio, che il Giordano è un fiume (1, 5), che il Monte Uliveto è dirimpetto al tempio di Gerusalemme (13, 3): dà spiegazione sui riti e gli usi giudaici (7, 3, 4), sottolinea che i Farisei digiunano spesso (14, 12), che i Sadducei non credono nella resurrezione dei morti (2, 18), e così via. Ricorre spesso a latinismi e traduce in latino varie espressioni ebraiche. Insomma il suo scritto, anche se stilato in greco, lingua veicolare del momento, sarebbe destinato soprattutto ai Romani 7. Matteo Un impostazione molto diversa presenta invece il Vangelo di Matteo. L autore sarebbe direttamente uno dei dodici Apostoli, Matteo Levi, quindi testimone oculare. Sarebbe il Levi, 53 uomo molto ricco, publicanus di professione, (cioè riscuotitore delle imposte, raccoglitore di tasse), fornito perciò anche di forza pubblica per costringere i contribuenti a pagare le tasse dovute. Professione antipatica in ogni tempo, allora anche peggio in Palestina, dove i publicani erano ritenuti sanguisughe del potere politico, che faceva capo a una potenza straniera, ai Romani. Matteo Levi, ricco e odiato dal pubblico, accolse ospitalmente Gesù predicante, che accettò il suo invito e non esitò a inserirlo fra i dodici Apostoli. Questo risulta dai Vangeli: il resto si narra, in forma mitica, nel Paedagogium di Clemente Alessandrino (III sec.). Come autore del Vangelo è ricordato da Papia, 54 colui che scrisse in lingua ebraica i detti -λóγια- del Signore : ognuno poi li interpretò come meglio potè. Dunque non proprio una narrazione ordinata, ma una raccolta di detti memorabili. Scrisse in ebraico: come poi il testo passò in greco? Come diventò poi narrazione ordinata? Fu già un rompicapo per gli antichi: il più antico dei quali, Ireneo, 55 attorno al 200, attestava: Matteo fra gli ebrei pubblicò nella loro stessa lingua la scrittura del Vangelo, mentre Pietro e Paolo fondavano ed evangelizzavano la Chiesa di Roma. Seguono poi parecchie altre testimonianze tardive. Tutte accettano la paternità dell autore, anche se resta il rompicapo di come si possa accordare l origine ebraica del testo primitivo (per noi perduto) con l attuale traduzione greca (fatta subito o in epoca tardiva?). Il testo esistente è tutt altro che saltuario e spezzettato: è una narrazione omogenea, condotta in una concezione unitaria, con precisa unità ideologica. E un testo compatto, in una fisionomia nettamente evidente. E destinato agli Ebrei (con rispetto 52 IERON. Prol. in Math. 53 MATH. 9, 9 ss; Mc. 11, 13 ss; L. 5, 27 ss. 54 EUS. H. E. 3, IREN. Adv. Haeres. 3, 1. 15

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