UNIVERSITÀ, PIÙ FONDI ALLE MIGLIORI: SARÀ VERA GLORIA?

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1 UNIVERSITÀ, PIÙ FONDI ALLE MIGLIORI: SARÀ VERA GLORIA? PREMESSA Nei giorni scorsi i mezzi di informazione hanno dato ampio spazio alla notizia dell assegnazione da parte del Ministero dell Istruzione, dell Università e della Ricerca (MiUR) di fondi alle Università statali finalmente ripartiti secondo criteri di qualità. Il Ministro mantiene in questo modo l impegno, assunto con l art. 2 della legge 1/2009, di assegnare almeno il 7% del fondo di finanziamento ordinario (FFO) in base alla qualità dell'offerta formativa, ai risultati dei processi formativi e alla qualità della ricerca scientifica. In realtà, da diversi anni una frazione variabile del FFO viene attribuita alle Università statali secondo criteri di merito nell ambito del processo cosiddetto di riequilibrio, avviato a metà degli anni 90 e teso a ricondurre il finanziamento degli Atenei ad una situazione sostanzialmente aderente alle loro reali condizioni (sia per dimensioni che per volume delle attività). Per approfondimenti: %20(3)%20MC.pdf E pur vero che negli anni scorsi la quota di FFO destinata al riequilibrio è risultata sempre (per scelta del MiUR) alquanto ridotta, variando in anni diversi dallo 0,5 al 4,2% del totale del FFO (nel 2009 è stata di poco più dello 0,8%). Il 7% ripartito quest anno con criteri legati alla valutazione dei risultati dei processi e non meramente alla loro dimensione (e oltre tutto con la promessa di mantenerlo e magari di incrementarlo, per gli anni prossimi) è quindi un dato di notevole interesse, se non proprio di completa novità. L azione ministeriale non è tuttavia immune da critiche, che possono essere formulate su molteplici piani. Prima di analizzare questi piani uno per uno, ricordiamo quanto ad oggi è noto dei criteri in base ai quali sono state valutate le Università statali. Va detto infatti, in premessa, che né i criteri né tanto meno le loro modalità di applicazione sono ad oggi ( ) ancora noti, se non nei termini alquanto generici riportati da una fonte sia pure ufficiale quale l Ufficio stampa del MiUR (http://www.pubblica.istruzione.it/ministro/comunicati/2009_miur/ shtml). Il quadro che ne risulta è il seguente: La qualità della ricerca (che sembra abbia pesato per i due terzi sulla valutazione complessiva) è stata stimata: (R1) per il 50% in base alle valutazioni dell agenzia Civr; (R2) per il 20% in base al numero dei ricercatori e dei docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente; (R3) per il 30% in base alla capacità delle Università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca. La qualità della didattica (che dovrebbe aver pesato per il terzo residuo) è stata stimata: (D1) per il 20% in base alla percentuale dei laureati che trovano lavoro a 3 anni dal conseguimento della laurea; (D2) per il 20% considerando la capacità delle Università di coprire gli insegnamenti con docenti di ruolo (e non quindi con contratti esterni); (D3) per il 40% in base alla quantità di studenti che si iscrivono al secondo avendo fatto almeno i 2/3 degli esami del primo anno; (D4) per il 20% almeno in apparenza per il semplice fatto che negli Atenei vengano raccolti i questionari per la valutazione da parte degli studenti della qualità della didattica e della loro soddisfazione per i corsi di laurea frequentati.

2 GLI ASPETTI CRITICI In primo luogo, se è vero che il mezzo è il messaggio, è singolare che la Comunità Accademica debba apprendere soltanto dai mezzi di informazione i risultati di una valutazione annunciata oltre tutto ben poco chiaramente sia nei tempi che nei modi (la natura dei criteri, di cui diremo ancora più oltre, non è nota ancor oggi). Si può argomentare che bene ha fatto il Ministro a decidere in autonomia e senza alcuna condivisione in fase istruttoria: diversamente, avrebbe probabilmente rischiato di ricadere nelle solite logiche inconcludenti e spartitorie. Forse è vero, tuttavia questo porta ad almeno due considerazioni: - la solidità e l autorevolezza dell azione di governo del MiUR sono quanto meno in dubbio, se alcuni interventi almeno in apparenza innovativi possono essere realizzati solamente con colpi di mano (bella scoperta, dirà qualcuno ); - non si vede in ogni caso per quale motivo non far precedere alle conferenze stampa e alle varie veline (intese come comunicati ai mezzi d informazione) una comunicazione formale alle Università. Oltre tutto, le Università sono tuttora costrette a definire il loro bilancio di previsione senza conoscere l importo del FFO per l anno successivo: ad esempio, per il 2009 ancora questo non si conosce. L incapacità di programmare, male costitutivo dei nostri Atenei, ha origini complesse, ma non è certo del tutto estranea all impossibilità di prevedere, almeno quest ultima dovuta al MiUR e non addossabile ai singoli Atenei. Un secondo livello di critica riguarda la natura degli indicatori prescelti. Va detto in premessa che un efficace governo del sistema dovrebbe prevedere regole dichiarate a priori, stabili nel tempo e alle quali di conseguenza gli Atenei possano adeguarsi consapevolmente, elaborando proprie strategie di medio-lungo termine, ragionevolmente certi di coglierne i frutti grazie alla stabilità del sistema. Fino ad oggi non è mai stato così, e anzi molti Rettori devono gran parte dell apprezzamento del proprio Ateneo alla loro capacità di cogliere le tendenze oppure meglio ancora di farsi assegnare specifiche risorse più o meno fuori sacco, a prescindere. In questo senso, non è un male che il MiUR proponga ora dei criteri, quali che siano, a condizione che restino tali per un tempo sufficiente ad adeguare le programmazioni locali. Purtroppo, da nessuna parte ancora si è detto che questi saranno i medesimi criteri adottati l anno prossimo. Dall altro lato, non aver conosciuto sino ad oggi alcuno dei criteri adottati implica che nessun Ateneo ha consapevolmente lavorato nelle direzioni che essi delineano: la reale efficacia della loro adozione potrà essere misurata solamente a partire dall anno prossimo (se non per diversi di essi dagli anni successivi, dato che alcune politiche non si improvvisano certo da un anno all altro). Vediamo ora in breve uno ad uno i vari criteri, avendo peraltro ben presente che si tratta di loro generiche formulazioni e che i criteri realmente adottati (come pure le informazioni sulle specifiche modalità di applicazione) non sono ancora disponibili: (R1) Valutazioni dell agenzia Civr Si tratta delle valutazioni sui prodotti della ricerca svolte dal Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca, nominato dall allora Ministro Moratti nell ormai lontano 2003, che valutò i risultati della ricerca universitaria relativi al periodo , concludendo i propri lavori nel Sono integralmente disponibili in rete all URL: A suo tempo lo sforzo fu particolarmente apprezzato da tutta l Università italiana, tuttavia, come sempre nel caso delle prime esperienze, l iniziativa per quanto apprezzabile già allora evidenziò notevoli limiti, tra i quali: - valutazione svolta a livello di Atenei e macroaree, senza alcuna connessione con le strutture dipartimentali responsabili dell organizzazione della ricerca;

3 - regole di selezione dei prodotti spesso poco comprensibili e ancor più spesso poco comprese e comunque male applicate (ad esempio, non sono stati certo infrequenti i casi di prodotti presentati - o meno - più per il peso politico degli autori che per il reale valore intrinseco). Ora, se da un lato è cosa ottima che tutto quel lavoro non sia andato sprecato, dall altro: - è indubbio che questo criterio fotografa un passato che in particolare per alcuni settori di ricerca appare a dir poco remoto, e lo fa oltre tutto in maniera alquanto approssimativa; - è fondamentale che l esercizio valutativo venga immediatamente riavviato, e in tal senso è di buon auspicio che il Ministro abbia dichiarato nei giorni scorsi di aver varato anche il regolamento sulla struttura e il funzionamento dell Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (Anvur). Non è tuttavia verosimile che entro il prossimo anno possa essere completata una nuova valutazione della ricerca universitaria italiana, e in ogni caso una volta di più non sarebbero noti a priori i criteri in base ai quali essa avverrebbe (il che implica che nessun Ateneo come pure nessun singolo ricercatore può ad oggi aver chiare le linee di comportamento che nel prossimo futuro potrebbero divenire premianti ai fini del finanziamento ministeriale). (R2) Ricercatori e docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente Riteniamo che i progetti di ricerca italiani siano progetti PRIN, e che per valutati positivamente si vogliano intendere sia i progetti finanziati che quelli definiti dal sistema di gestione dei progetti come finanziabili ma non finanziati per mancanza di risorse (o formule equivalenti). Se l interpretazione è corretta, si tratta di un criterio da tempo compreso tra quelli utilizzati per la ripartizione della quota di riequilibrio del FFO di cui già si è detto. E senza dubbio un criterio condivisibile, dal momento che il sistema dei PRIN con tutti i suoi limiti e le sue distorsioni talora non del tutto trasparenti è comunque l unico sistema pubblico esistente a livello nazionale che, almeno nominalmente, valuta con meccanismo di peer review le proposte progettuali provenienti da tutti gli ambiti disciplinari dell Università italiana. Questo criterio premia tutti gli Atenei che promuovono (o quanto meno non limitano) la partecipazione dei propri ricercatori ai bandi PRIN. A tal proposito, si è rivelata senza alcun dubbio lungimirante la scelta di Uninsubria operata due anni or sono di cofinanziare sul proprio bilancio le proposte PRIN, rimuovendo così uno dei principali ostacoli connessi alla partecipazione ai bandi, specialmente a carico dei ricercatori più giovani e quindi meno autonomi dal punto di vista delle risorse finanziarie. Il limite maggiore di questo criterio è legato al funzionamento a singhiozzo dei bandi PRIN: già il precedente Ministro, a causa dei ripetuti ritardi e inceppi procedurali, ne fece di fatto saltare uno, e ora siamo sulla buona strada per saltarne di fatto un altro: degli esiti della valutazione dei progetti presentati nell ambito del bando 2008 si sono per il momento perse le tracce, mentre del bando 2009 non si hanno al momento aocra notizie. Un limite ulteriore, altrettanto pesante ma più difficilmene quantificabile, è rappresentato dall efficacia, dall efficienza e dall imparzialità delle valutazioni PRIN, inevitabili anche solo in quanto consustanziali ai sistemi di peer review, e in ogni caso particolarmente sentite in una situazione come quella italiana, in cui manca un soggetto terzo analogoe a quelli esistenti in altre nazioni in grado di valutare con eguale indipendenza dalla Comunità Accademica e dal Ministero. (R3) Capacità delle Università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca Questo criterio presenta molteplici problemi interpretativi e applicativi. In primo luogo, cosa si intende per finanziamenti europei? Solo i fondi strettamente connessi ai PQ oppure anche quelli erogati attraverso i governi e le amministrazioni regionali (ad es., nell ambito dei programmi di riqualificazione territoriale, di collaborazione transfrontaliera, ecc.)? Inoltre, un criterio del genere necessita di essere declinato con ragionevolezza, dal momento che i finanziamenti europei sono diversamente disponibili e accessibili per ricercatori che operano in

4 ambiti disciplinari diversi (basti paragonare le scienze biomediche alla maggior parte dei campi della ricerca umanistica). Infine, come è noto, l accesso a questo tipo di finanziamenti è il risultato (comunque non scontato) dell insieme di vari fattori, tra cui: capacità del singolo e/o del gruppo di ricerca, presenza in Dipartimento/Ateneo di adeguate strutture di supporto, orientamento e gestione amministrativi e manageriali, adeguata attività di lobbying a molteplici livelli. Questo criterio è di conseguenza quello per il quale più che per tutti gli altri- una buona performance non si improvvisa da un giorno (e nemmeno da un anno) all altro: sarebbe quindi importante che il Ministro confermasse la volontà del MiUR di mantenere (e migliorare) questo criterio anche per il futuro, quale chiaro atto di indirizzo per gli Atenei. Resta poi la curiosità di conoscere le modalità di applicazione del criterio. A tal proposito, ricordiamo che forse non casualmente uno dei parametri monitorati nell ambito dell indagine CNVSU/Commissione Cultura - Senato della Repubblica promossa nel febbraio 2009 dal Sen. Valditara corrispondeva proprio alle entrate da Unione Europea per docente di ruolo ed era riferito all anno Uninsubria in quella circostanza si collocava (con 2.061,30 Euro/docente) al 40esimo posto di una graduatoria di 68 Università (incluse alcune private), con Trento (8.758,90 Euro/docente) ai primissimi posti e una media (escluse alcune situazioni atipiche quali S. Anna di Pisa e IUSS di Pavia) di 3.320,20 Euro/docente su base nazionale. (D1) Percentuale dei laureati che trovano lavoro a 3 anni dal conseguimento della laurea E uno dei criteri apparentemente meno adeguati e più criticabili, in quanto fondato su una corrispondenza del tutto arbitraria tra la preparazione fornita dall Università e la conseguente possibilità di trovare lavoro. Tralasciando le disquisizioni, peraltro legittime, sul fatto che l Università possa essere una istituzione con finalità professionalizzanti piuttosto che culturali in senso lato, attendiamo maggiori informazioni sulle modalità con le quali questo criterio è stato applicato. Trovare lavoro è con tutta evidenza una espressione estremamente generica (lavoro stabile o precario? Coerente e come, e quanto con la laurea conseguita?) ed è d altra parte altrettanto chiaro come la possibilità di ottenere una occupazione dipenda in misura minore (minima?) dall Università di provenienza e invece ben maggiore (massima? Esclusiva?) dal tessuto economico e sociale nel quale la persona è inserita. E molto facile che questo criterio abbia penalizzato selettivamente le Università del Centro-Sud a favore delle Università del Nord. (D2) Capacità di coprire gli insegnamenti con docenti di ruolo (e non quindi con contratti esterni) Criterio apparentemente apprezzabile, sebbene anche questo sarebbe stato opportuno fosse stato noto in anticipo: nel nostro Ateneo, per esempio, avrebbe rappresentato (e da ora peraltro potrebbe rappresentare) un ulteriore punto di riferimento per razionalizzare l offerta formativa. E inoltre importante capire come viene specificamente definito e applicato: i contratti per i corsi fondamentali sono evidentemente cosa molto diversa dai contratti per corsi integrativi conferiti a figure esterne di comprovata esperienza in determinati settori. Ancora una volta forse non casualmente un altro dei parametri considerati dalla già menzionata indagine svolta quest anno dalla Commissione Cultura del Senato sui dati 2007 è proprio il rapporto percentuale tra spese per docenti a contratto e stipendi per docenti di ruolo. Qui il nostro Ateneo si colloca (con il 5,8%, corrispondente a ,00 Euro oneri compresi) al 23 posto di una graduatoria di 68 Atenei e una media nazionale del 4,8% (in linea con i valori di Atenei eccellenti quali Trento 4,5% - e Politecnico di Milano 4,7%). (D3) Quantità di studenti che si iscrivono al secondo anno avendo fatto almeno i 2/3 degli esami del primo anno

5 Altro criterio estremamente discutibile: nominalmente intende fotografare l efficienza del processo didattico, di fatto incoraggia le promozioni facili. Incomprensibile che gli sia stato oltretutto attribuito il peso maggiore (40%) tra i criteri di qualità della didattica. Premia gli esamifici e va quindi migliorato o semplicemente eliminato! (D4) Questionari per la valutazione Introdotti nel 2004 dall allora Ministro Moratti, ritenevamo che fossero ormai divenuti pratica comune in tutti gli Atenei. Scopriamo invece, se interpretiamo bene il senso del criterio così come definito nel comunicato stampa MiUR, che devono esistere Atenei nei quali ancora non vengono utilizzati. Confessiamo a dire il vero di comprendere almeno in parte quegli Atenei: quelle faccine, sorridenti o imbronciate, presenti sulla scheda per la valutazione del docente sono un insulto all intelligenza dello studente (o almeno speriamo che lo siano ) e alla serietà e alla complessità della didattica universitaria. Non ci si fraintenda: non siamo ideologicamente contrari all introduzione del concetto di customer satisfaction nell Università tanto più pubblica bensì all utilizzo della sua versione più demagogica e populista, e come tale sostanzialmente inutile quando non deleteria (non foss altro per le risorse che induce a sprecare). Riteniamo invece che la soddisfazione dell utente debba manifestarsi prima di tutto a due livelli entrambi squisitamente istituzionali: - attraverso le rappresentanze che gli studenti esprimono in ogni organo collegiale di Ateneo, su su fino agli organi di governo; - attraverso la partecipazione diretta degli stakeholder esterni al governo dell Ateneo, nelle forme già offerte dalla legislazione vigente (il nostro Ateneo prevede la presenza nel Consiglio di Amministrazione di rappresentanti di province, comuni e camere di commercio, oltre che di tutti coloro pubblici e privati che versino all Ateneo contributi di valore superiore a una certa soglia; altri Atenei hanno recentemente varato sistemi più articolati e probabilmente ancor più efficaci: non è questa la sede per una approfondita discussione sull argomento, citiamo tuttavia quanto meno il Comitato dei Sostenitori previsto nel nuovo Statuto dell Università di Camerino <http://web.unicam.it/ateneo/organizzazione/statuto.asp>). Detto questo, il criterio in questa formulazione risulta quanto meno banale. Speriamo che nella sua declinazione completa e dettagliata appaia in altra luce, diversamente ne auspichiamo una profonda revisione, utile a cogliere in maniera più sostanziale l apprezzamento ma soprattutto la partecipazione da parte degli studenti nei confronti della didattica universitaria. Suggeriamo per il futuro al MiUR di identificare parametri più consoni e sostanziali, quali ad esempio la percentuale di posti di rappresentanze studentesche nei vari organi effettivamente ricoperta, oppure ancor meglio la percentuale di studenti che partecipa alle votazioni per l elezione delle rappresentanze studentesche. L ipotesi non dovrebbe suonare troppo sessantottina, tanto più che un potenziamento delle rappresentanze studentesche è previsto in tutte le varie versioni (non ufficiali) del DDL governativo di riforma della governance universitaria. CONSIDERAZIONI FINALI Concludiamo l esame critico del recente provvedimento ministeriale con alcune considerazioni di carattere più generale. Va senza dubbio sottolineata positivamente l introduzione di criteri di merito nella assegnazione di una percentuale significativa del FFO alle Università pubbliche. Il provvedimento arriva tuttavia nel momento più critico per l Università italiana, già sottofinanziata e in procinto di affrontare il drastico taglio dei fondi imposto dalla legge 133/08, che a detta di dei più costringerà molti Atenei a dichiarare bancarotta e (più verosimilmente) imporrà a quasi tutti di ridurre drasticamente gli investimenti in ricerca e in servizi agli studenti (le cosidette spese facoltative termine di gergo amministrativo che la dice lunga su quanto queste siano considerate essenziali dagli Atenei), aumentando al contempo le tasse studentesche (opportunità che recentemente è stata esplicitamente menzionata in sedi ufficiali anche da autorevoli rappresentanti del governo). E appena il caso di ricordare che gran parte delle Università pubbliche italiane già

6 disattende largamente la previsione del DPR 306/97 secondo cui le entrate da contribuzione studentesca per le università statali non possono superare annualmente il 20% del FFO. Insomma, se da un lato non si può che plaudire all introduzione di criteri meritocratici nell assegnazione delle risorse, dall altro non si può nemmeno non notare come essi arrivino proprio nel momento in cui queste risorse sono ridotte al lumicino. Bisogna insomma evitare di fare come quel contadino che si disperava per il proprio asino che, quando sembrava si fosse finalmente abituato a non mangiare, d un colpo gli morì sotto gli occhi. In sintesi: - la volontà ministeriale di utilizzare (meglio ancora se in maniera crescente) criteri meritocratici per l assegnazione delle risorse finanziarie è senza alcun dubbio apprezzabile e da sostenere; - proprio per questo motivo, però, va richiesto con forza che i criteri utilizzati non siano occasionali o peggio fuorvianti, bensì certi, dichiarati in anticipo e mantenuti nel tempo: in altri termini, le regole del gioco devono essere chiare, concordate a priori e poi correttamente applicate e fatte rispettare; - infine, la questione più importante di tutte: la promozione della qualità del sistema universitario e della ricerca (come recita il titolo della legge 1/09) è possibile solo in presenza di sufficienti risorse. Non vorremmo ripetere l abusato refrain secondo cui tra i paesi OCSE l Italia sta faticosamente conquistando l ultimo posto per percentuale di PIL destinato alla ricerca e alla formazione universitaria. Non vorremmo, ma questi sono i fatti. Il generalmente favorevole accoglimento del provvedimento di assegnazione del 7% del FFO secondo criteri di qualità testimonia tuttavia come nell Università pubblica ancora prevalga nei più il desiderio di fare e di fare bene. E a questa maggioranza di fatto silenziosa, estranea o comunque ostile e non strutturale a piaghe quali nepotismo e baronìe, che il Ministro, se può e se sa, deve dare fiducia, e deve darla con gesti concreti, quali: il rifinanziamento del FFO, l incremento (e la regolare erogazione) dei fondi PRIN e più in generale dei fondi di ricerca competitiva. Non ha nessun senso, infatti, applicare criteri meritocratici di sorta fossero anche i migliori in assoluto per la ripartizione del nulla. Marco Cosentino Università degli Studi dell Insubria, Varese-Como Nota bene: le opinioni espresse nel testo sono personali e non rispecchiano in alcun modo le posizioni di istituzioni, enti o associazioni dei quali l autore fa parte.

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