SUL VALORE LEGALE DEI TITOLI DI STUDIO.

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1 SUL VALORE LEGALE DEI TITOLI DI STUDIO. Paolo Gianni, Università di Pisa Chi fosse interessato ad un quadro chiaro ed esaustivo di cosa significhi valore legale di un titolo di studio, e della evoluzione nel tempo di tale concetto dal punto di vista filologico, storico e giuridico, può fare riferimento all articolo di pochi anni fa di Giovanni Cordini, professore di Diritto Comparato presso l Università di Pavia, recentemente aggiornato: Dall attenta disamina del Prof. Cordini risulta che originariamente il valore legale dei titoli di studio, pur non essendo definito espressamente come tale, esisteva di fatto nel senso che tali titoli, rilasciati dalle autorità scolastiche a seguito di valutazioni finali dei singoli cicli di studi, per effetto di norme di legge producevano effetti giuridici vuoi nell ambito dell ordinamento scolastico che in ambito extrascolastico: costituivano infatti la condizione necessaria per il prosieguo degli studi, nel primo caso, e per l accesso alle professioni liberali (spesso dopo il superamento di un esame di stato) e a posizioni qualificate nel Pubblico Impiego, nel secondo. Per i titoli universitari di Laurea o di Diploma è solo la legislazione successiva al 1970 che comincia ad usare espressamente il termine valore legale. Tale valore legale avrebbe sostanzialmente la funzione di stabilire una correlazione tra i titoli di studio e l accesso all esercizio professionale. L abolizione del valore legale dei titoli di studio rimetterebbe perciò la verifica dei requisiti per l esercizio professionale al solo esame di Stato. E comunque lo Stato deve porsi il problema dell accertamento delle qualità professionali, al fine di evitare abusi e trasgressioni che possono creare un danno rilevante alla società, in ispecie in campi che hanno ad oggetto la salute dei cittadini e la tutela dei loro diritti. Ad avviso del Prof. Cordini lo stesso Presidente Luigi Einaudi, in coerenza con il suo pensiero ideologico liberale, sosteneva la abolizione del valore legale principalmente come punto di attacco per smantellare un modello statocentrico dell istruzione, allora vigente. Il modello di autonomia scolastica, e soprattutto 1

2 universitaria, che va prendendo piede in anni recenti, renderebbe meno forti le ragioni degli abolizionisti. Il valore legale: perché. Negli ultimi tempi si sono espressi in molti a favore dell abolizione del valore legale della laurea: esponenti della politica e della cultura, giornalisti etc.. Nelle loro dichiarazioni si tende ad individuare nel valore legale del titolo l origine di gran parte dei mali che affliggono l università italiana. La sua abolizione sarebbe la conditio sine qua non per innescare quel circolo virtuoso che, facendo competere tra loro gli atenei, permetterebbe di incentivare i migliori e così aumentare nel tempo la loro capacità di produrre buona ricerca e buona didattica. Stupisce però che quasi tutti costoro accettino tale affermazione come un dato scontato, senza preoccuparsi di fornirne supporto alcuno, e soprattutto senza preoccuparsi di vagliare gli eventuali effetti negativi di una sua abolizione: purtroppo, in assenza di puntuali giustificazioni, essa resta un semplice slogan. A nostro avviso il valore legale dei titoli di studio universitari va mantenuto, seppure in una forma leggermente attenuata rispetto all attuale. In questa sede cercheremo di giustificare la sua utilità da un punto di vista eminentemente pratico, con osservazioni dettate dal semplice buon senso. I fautori dell eliminazione del valore legale dei titoli sostengono che esso ha l effetto di mettere sullo stesso piano titoli erogati da università che possono avere qualità molto diverse. Non avrebbe senso attribuire la stessa valenza ad una laurea in Economia ottenuta presso la Bocconi oppure, si fa per dire, nell università di Canicattì, priva di adeguata tradizione. Ma siamo certi che la situazione sia questa? Pretendere il possesso della laurea per accedere ad una qualunque posizione qualificata indipendentemente dall ateneo che l ha rilasciata non significa affatto mettere tutte le università sullo stesso piano. Significa solamente stabilire che il titolo richiesto costituisce il requisito minimo necessario per aspirare ad accedere a una certa posizione, senza per questo dare garanzia alcuna di accesso, e neppure un vantaggio specifico ad alcuni candidati rispetto ad altri. Sarà la selezione concorsuale che, attraverso il giudizio di una Commissione a ciò preposta, stabilisce quale è il candidato migliore per ricoprire quel posto. E tale giudizio correttamente non privilegerà 2

3 aprioristicamente alcun ateneo, limitandosi a vagliare la preparazione e le capacità dei singoli candidati. Soltanto la probabile migliore preparazione ricevuta in un ateneo virtuoso potrà avvantaggiare un candidato che ha ivi studiato. Ma un qualunque altro candidato, in grado di dimostrare analoghe capacità, dovrà avere in partenza le stesse chances indipendentemente dall ateneo di provenienza. Che la laurea nei vari atenei non abbia di fatto lo stesso valore, del resto, gli studenti lo sanno benissimo: basta andate a vedere infatti quali sono gli atenei, specie del centro-nord del paese, che hanno una alta percentuale di iscritti provenienti da altre regioni, a dispetto degli alti costi per mantenersi lontano dalla famiglia. Dove è che il valore legale attuale potrebbe invece produrre delle ingiustizie? Succede quando esso viene inteso alla lettera, permettendo di attribuire validità diversa ai voti con cui una certa laurea è stata conseguita. Attribuire in un concorso pubblico un punteggio differenziato al voto di laurea significherebbe probabilmente svantaggiare proprio gli studenti che provengono dagli atenei migliori, quelli in cui i voti alti vengono concessi soltanto a fronte di una preparazione molto qualificata. Un tale uso del valore legale sarebbe ovviamente sbagliato. Al fine di evitare simili discriminazioni basterebbe stabilire che il valore legale di un titolo significa soltanto garanzia di possesso di certi requisiti minimi, indipendentemente dall ateneo in cui si è studiato e dal voto con cui il titolo è stato riconosciuto: valore legale del titolo, ma non valore legale del voto. Il valore legale: quale. Noi partiamo dal presupposto che nel nostro paese sarà ancora lo Stato che continuerà a supportare economicamente in modo prevalente la formazione universitaria. Il nuovo valore legale potrebbe quindi essere semplicemente associato al processo in base al quale lo Stato fa una valutazione preventiva della capacità di un ateneo di attivare proficuamente un certo Corso di Laurea, in termini di risorse strutturali e di personale e di contenuti culturali minimi, giudicandolo quindi degno di essere finanziato. In pratica, il valore legale sarebbe associato al buon esito del processo di accreditamento dei Corsi di Laurea, già previsto dalla Legge Gelmini (L.240/2011, art. 5, c. 3, lettera a). D altra parte una procedura di validazione dei Corsi di Laurea esattamente parallela al nostro accreditamento esiste anche in altri paesi europei, ad es. nel Regno Unito. In sostanza solo i corsi accreditati avrebbero diritto ad essere finanziati dallo Stato, e soltanto a loro verrebbe riconosciuto un valore 3

4 legale, inteso come certificazione del possesso di una preparazione culturale minima in un certo ambito disciplinare. Nulla di più. Ci penseranno poi i concorsi per l accesso alle varie posizioni del mercato del lavoro a differenziare i candidati. Ci si potrebbe obiettare che lo stesso risultato si potrebbe ottenere anche senza pretendere il requisito della laurea, per di più accreditata. E verissimo: se il comportamento di chi giudica fosse sempre dettato soltanto dall etica, il migliore vincerebbe comunque: la selezione concorsuale sarebbe molto più faticosa (migliaia di candidati?) ma si arriverebbe comunque ad evidenziare i candidati in possesso delle necessarie conoscenze e capacità, e a scegliere tra questi i migliori. Nutro però dei forti dubbi che non possa succedere che il figlio tonto di un potente locale possa accedere a una di queste posizioni qualificate anche se in possesso del solo titolo di 3 a media. Qualcuno obietterà subito che il potente locale è anche in grado di far ottenere al proprio figlio la laurea. In proposito ho ancora più dubbi. In una università in cui i docenti non siano ricattabili, ciò è molto meno facile. Una laurea triennale mediamente richiede di affrontare almeno una quindicina di esami e quindi di superare il giudizio di almeno una quindicina di professori. Pur con tutte le riserve che si possono nutrire sul buon funzionamento dell università di oggi, credo che ben pochi siano disposti a credere che un tonto possa superare indenne un tale vaglio, se non altro in base ad un criterio meramente statistico. Ma allora basta una laurea comunque presa, in qualunque ateneo? Tenendo conto della superficialità con cui talvolta sono stati istituiti nuovi corsi di laurea negli atenei statali, e anche della facilità con cui un privato qualunque, con alte risorse economiche, potrebbe costruirsi la sua università, riteniamo che il vaglio di un accreditamento sia essenziale. Ma ci sono anche motivazioni più serie a spingere verso il mantenimento di una forma, attenuata, di valore legale della laurea, che ci vengono suggerite dal confronto internazionale. A parte il fatto che una forma di valore legale esiste anche in altri paesi (ci ricorda il Prof. Cordini che il valore legale esiste in Francia e Germania, mentre vige un sistema di accreditamento delle istituzioni scolastiche nei Paesi anglosassoni), il problema più serio è quello della regolamentazione pubblica dell esercizio delle professioni liberali, in accordo con le norme dell Unione Europea. Anche se l Unione Europea si preoccupa prevalentemente di evitare che nell esercizio professionale in un certo paese si operi una discriminazione nei riguardi dei cittadini di altri paesi, di fatto accetta che vi sia una correlazione tra titolo di studio e accesso all esercizio 4

5 professionale, e che siano i singoli stati a stabilire le eventuali regole che governano tale accesso. Nel nostro paese l esistenza o meno del valore legale coinvolge i rapporti con gli Ordini Professionali. La completa rinuncia al valore legale significherebbe anche affidare soltanto agli Ordini Professionali la responsabilità della selezione dei soggetti atti all esercizio delle professioni regolate per legge. Infatti, per quanto si auspichi di andare verso una società più liberistica, è ragionevole che continuino ad esistere professioni in cui lo Stato in qualche modo si fa garante che il professionista abbia superato un vaglio pubblico e sia quindi in grado di fornire un servizio corretto e qualificato ai cittadini. Per queste professioni non appare opportuno lasciare la scelta al 100% agli Ordini Professionali, tendenzialmente portati a perpetuare il proprio potere a scapito della concorrenza. La soluzione attualmente adottata nel nostro paese di far precedere l esplicazione della attività professionale da un duplice vaglio, laurea ed Esame di Stato, appare tutto sommato calibrata. E infatti ragionevole prevedere un vaglio accademico sul sapere seguito da un vaglio sul saper fare operato anche da chi pratica la professione. E il coinvolgimento nella fase dell esame di Stato di entrambi i soggetti, docenti accademici e professionisti, è una importante occasione di verifica della congruenza e qualità della preparazione universitaria. A nostro avviso resta l esigenza di garantire ai candidati all esercizio della professione una qualche forma di allenamento alla pratica, che compensi la preparazione prevalentemente teorica che caratterizza molti corsi universitari, anche nelle discipline tecnicoscientifiche. La previsione di un breve tirocinio preventivo, magari anche non in un singolo settore, renderebbe senz altro l Esame di Stato più significativo, e più coerente con i propri obiettivi. In conclusione, non intendiamo sostenere la tesi che il valore legale sia il toccasana per il buon funzionamento delle istituzioni scolastiche, né tantomeno che sia un istituto indispensabile anche per la società della conoscenza del prossimo futuro. Ci limitiamo a sostenere che la sua semplice abolizione nella situazione attuale del nostro paese porterebbe certamente più inconvenienti che vantaggi. E comunque non è una questione che possiamo risolvere senza tenere in debito conto le sue implicazioni nell ambito dei rapporti con i nostri partner europei. 5

6 Per concludere, una cosa ci pare certa: non è la presenza o meno di un valore legale il fattore in grado di determinare la qualità della formazione universitaria. Soltanto una onesta valutazione ex post di tutte le attività dei vari atenei, che possibilmente privilegi la rilevazione degli sbocchi professionali qualificati ottenuti dai rispettivi laureati, realizzata da una agenzia indipendente (ANVUR o chi per lei) e accompagnata da una efficace politica di incentivi ad essa correlati, sarà in grado di stimolare una reale crescita culturale e una corrispondente migliore formazione dei nostri giovani. Le considerazioni che precedono risultano perfettamente coerenti con la proposta di valore legale dei titoli avanzata dal CNU, assieme alle altre associazioni facenti parte del COSAU, in occasione della audizione al Senato del 7 Giugno

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