Lavorare è il miglior modo di IMPARARE

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1 Lavorare è il miglior modo di IMPARARE

2 Lavorare è il miglior modo di imparare Testo di Emma Neri

3 Istruzione e formazione sono inscindibilmente legate al mercato del lavoro ed ai suoi risultati, ed ancora di più lo saranno in futuro. A questo proposito, il panorama lombardo offre un sistema di formazione professionale davvero all avanguardia. Sono centinaia gli enti di formazione che offrono a ragazzi dai 14 ai 18 anni l occasione di mettere a frutto le proprie attitudini e propensioni. Il riscontro più chiaro della qualità della formazione in Lombardia viene anche dai numeri: dalle iscrizioni per l anno scolastico emerge chiaramente che continua a crescere l appeal dei percorsi regionali di istruzione e formazione professionale. Questo è anche un segnale forte che, in un momento di crisi economica, ci si orienta maggiormente verso istituti che danno un più immediato accesso al mondo del lavoro. Anche in termini occupazionali, infatti, i percorsi regionali danno risultati che pochi si immaginavano. È necessario perciò moltiplicare iniziative per rinforzare sempre di più il patto tra scuola e imprese, attraverso la valorizzazione dell alternanza scuola-lavoro, dei tirocini, della bottega scuola e dell apprendistato. Una delle più recenti azioni messe in campo dal Governo regionale, la Dote Apprendistato in Diritto-Dovere di Istruzione e Formazione, si pone proprio l obiettivo di offrire a tutti i giovani di età compresa fra i 15 ed i 18 anni l opportunità di essere assunti in azienda con un contratto di apprendistato e al tempo stesso di conseguire un titolo di studio. Ma penso anche ai percorsi formativi degli Istituti Tecnici Superiori, capaci di sintetizzare al meglio il rapporto fra cultura scientifica e tecnologica, contribuendo a rafforzare e rivitalizzare la cultura tecnica del nostro Paese. Regione Lombardia intende proseguire su questa strada e continuare a fornire risposte concrete per aumentare la formazione degli studenti, garantendo loro una solida preparazione tecnica, realizzata in collaborazione con imprese e sistema scolastico. Attraverso il coinvolgimento dei diversi attori pubblici e privati del territorio vogliamo potenziare e promuovere sempre di più nei prossimi anni il merito e il talento dei giovani lombardi, convinti che questa sia la strada giusta per il bene di tutti. Il presente volume aiuta a comprendere meglio le straordinarie potenzialità di questo mondo affascinante, capace di offrire opportunità formative e di crescita ai ragazzi attraverso un percorso personale e professionale coerente con le caratteristiche, le attitudini, i contesti di vita di ogni studente, coniugando il cammino educativo con l apprendimento di adeguati strumenti di formazione tecnica. Roberto Formigoni Presidente della Regione Lombardia

4 L intento dichiarato di Regione Lombardia, in linea con gli obiettivi di Europa 2020, è quello di favorire e sostenere una cittadinanza basata sulla crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Tale obiettivo, fortemente legato al tema degli apprendimenti, rappresenta un elemento imprescindibile per una corretta prospettiva dello sviluppo umano e professionale dei giovani. Il sistema di istruzione e formazione, che racchiude i percorsi dalla formazione iniziale attraverso la superiore e fino alla formazione continua e permanente, costituisce un contesto fondamentale sia per la crescita personale e professionale dell individuo sia per la promozione del suo inserimento lavorativo. Si tratta, dunque, di fornire alle nuove generazioni tutti gli strumenti e le competenze necessarie per affrontare in maniera positiva le sfide che incontreranno sui loro percorsi di vita professionale. La responsabilità che abbiamo assunto è di lavorare per un avvicinamento fra il sistema educativo e quello produttivo, per una migliore possibilità di offrire ai giovani quelle competenze di base e tecnico-professionali che riflettono sia le esigenze del mondo produttivo sia quelle del tessuto sociale e culturale di appartenenza, favorendo tutte quelle occasioni che possono promuovere il pieno e armonico sviluppo delle loro potenzialità. Un sistema sicuramente d'ispirazione europea e che intende superare la storica separazione tra cultura e lavoro, favorendo un organica e nuova articolazione della cultura di base e di quella tecnico professionale. In questa pubblicazione viene ben delineata l evoluzione operata in Regione Lombardia. Attraverso il racconto dei protagonisti si comprende in modo immediato come il cambiamento sia il risultato di un lungo lavoro. In questi anni l offerta formativa si è connotata nella centralità della persona, nella forte valorizzazione culturale e pedagogica del lavoro, nell adozione di una flessibilità organizzativa e metodologica e nel superamento delle rigidità degli assetti del tradizionale modello scolastico. Il lavoro che presentiamo fa tesoro di tutti questi risultati attraverso testimonianze dirette dei protagonisti e evidenzia i passi importanti compiuti in questi ultimi anni. Valentina Aprea Assessore all Occupazione e politiche del lavoro, all Istruzione, Formazione e Cultura Gli strumenti che abbiamo messo in campo a partire dall apprendistato, il tirocinio, l alternanza scuola lavoro, l istruzione e la formazione professionale iniziale e superiore, sono la piena testimonianza di questo intenso lavoro di relazione e condivisione. Oggi la Regione raccoglie i primi frutti di questo importante lavoro di coesione; più di cento ragazzi, i primi in Italia, hanno iniziato il loro percorso per l acquisizione della qualifica di istruzione e formazione professionale in apprendistato e già nei primi otto mesi di quest anno sono più di seicento i giovani assunti con un contratto di apprendistato di primo livello. Anche per l apprendistato di alta formazione i risultati sono incoraggianti: sono più di quattrocento i giovani che hanno intrapreso questo percorso innovativo per l acquisizione di lauree, master e dottorati. I temi trattati in questo volume sono la dimostrazione di una relazione consolidata, dove tutti gli attori coinvolti cooperano nella realizzazione di fini comuni. Sono storie di come in Lombardia, attraverso un paziente e costante lavoro, sia stato possibile mettere in atto un sistema integrato e professionalizzante, che condivide un linguaggio comune e un reciproco riconoscimento tra sistema formativo e tessuto imprenditoriale.

5 INDICE 1. L apprendistato Apprendista o stregone 11 Dal magutt all avvocato 12 Un po di storia 15 Italia-Germania I numeri fanno la differenza 19 La normativa italiana 22 Un esperienza poco esaltante 24 Le novità Qualifica o diploma per tutti Una seconda possibilità 33 Non è mai troppo tardi 36 È una tragedia. O forse no 38 La responsabilità sociale 40 I progetti 41 Un bagno di realtà 42 Il lavoro in bottega diventa scuola Il lavoro educa alla realtà Fabio spicca il volo 51 I grandi numeri 53 Il ruolo delle Province 56 Era il lavoro in sé che doveva 58 essere ben fatto Il fattore umano 60 Quando l apprendista fa la differenza 63 In aiuto al tutor I superapprendisti Tra le nuvole 69 Le sperimentazioni lombarde 70 Laurea, master, dottorato 72 Macché studente, sono un lavoratore 74 Un ponte tra università e lavoro 75 Chi assume chi 78 Che fatica, il dottorato! La crisi è un opportunità Si può dare di più 85 I percorsi IFTS 86 Dalle barche in Val Seriana 87 alle specialità lombarde Orientare al realismo 89 I percorsi ITS 90 Gli apprendisti di domani 92

6 1. L APPRENDISTATO Apprendista o stregone È l apprendista più famoso della storia del cinema: un Topolino giovanissimo che lavora come sguattero e combina un sacco di guai nell antro dello stregone Yen Sid. Il nome, letto al contrario, ci porta all autore in persona, Disney. Siamo nel 1940: il personaggio di Topolino, nato 12 anni prima, è in crisi di identità. Un po troppo perfettino e saputello, rispetto al maldestro Paperino che lo sta decisamente surclassando nel gradimento dei bambini americani. Così Disney azzarda la sua sfida più ambiziosa e mette in scena una ballata scritta nel 1797 da Wolfgang Goethe, L apprendista stregone, ispirata a un episodio del Filopseudès di Luciano di Samòsata, scrittore greco di origine siriana, nato nel II secolo dopo Cristo. Da ragazzino, Luciano aveva vissuto una breve esperienza come apprendista nel laboratorio di scultura dello zio. Un avventura decisamente catastrofica, dato che ne era stato cacciato dopo aver distrutto una lastra di marmo che doveva essere sgrossata. Però, a distanza di 20 secoli, lo ricordiamo ancora proprio perché, divenuto scrittore, racconterà quella storia attraverso la figura del giovanissimo Eucrate, apprendista del mago Pancrate, desideroso di carpire i segreti del suo maestro. Rimasto solo nel laboratorio, il ragazzo sperimenta un sortilegio che ha imparato dallo stregone: anima un pestello e lo manda ad attingere acqua con un anfora. L incantesimo riesce e il pestello continua nel suo lavoro, fino a che l acqua inizia a tracimare e il giovane Eucrate si rende conto di ignorare la formula necessaria per fermare l utensile. Disperato, tenta di spezzarlo con un accetta ma ottiene come unico risultato la formazione di due pestelli più piccoli e ancora più veloci. A questo punto ritorna il mago, che pronuncia la formula per fermare, con l incantesimo, anche la carriera dell incauto apprendista. A Goethe, questa storia era piaciuta al punto da riprenderla, alla fine del 1700, in una ballata di 14 strofe, dove il pestello veniva sostituito da una scopa e il finale sulla sorte dello sfortunato apprendista rimaneva in sospeso. Un secolo dopo, sarà il musicista francese Paul Dukas ad ispirarsi al testo di Goethe per comporre uno scherzo sinfonico dal ritmo veloce e divertente, dedicato alle disavventure del ragazzino in bottega. E Disney, nel 1940, trasforma la vicenda nell omonimo cortometraggio all interno del film musicale Fantasia, dove le immagini sono precedute da una introduzione del maestro Leopold Stokowski, che ne dirige il commento musicale attraverso la superba esibizione dell orchestra di Filadelfia. Ma torniamo a noi e al cuore della 11

7 storia. L apprendista Topolino sgobba duro nell antro del mago. Il suo compito consiste soprattutto nel portare pesanti secchi d acqua su e giù per scale impervie. È vestito come Cucciolo, il più piccolo dei sette nani, che in Biancaneve, il film Disney di tre anni prima, era il tenerissimo addetto ai lavori più umili: stessa tunica rossa dalle maniche troppo lunghe che, fermata in vita da una corda, lo ostacola nei movimenti, stessi occhi sgranati nel desiderio di imparare, che inseguono le mani adunche del mago mentre si alzano tra il fumo e il fuoco per approntare i sortilegi. A un certo punto il mago sbadiglia, si toglie il cappello a punta e va a dormire. Rimasto solo, Topolino si infila il cappello magico e inizia ad imitare i gesti del maestro, per animare una scopa che attinga l acqua al posto suo. La magia funziona e Topolino soddisfatto si addormenta, proprio come il maestro: nel suo sogno, è diventato l architetto dell universo. Con un gesto della mano, ne dirige la musica, comanda stelle e comete, scandisce la marcia delle nuvole e il ritmo delle onde che si infrangono sugli scogli. E a questo punto si sveglia, perché l acqua gli arriva al naso e la scopa continua obbediente a versare secchi su secchi. Topolino non è uno stregone, è solo un apprendista, per di più schiavizzato dal padrone che non gli insegna nulla. Sa come la magia cominci ma non sa fermarla. Disperato, afferra un accetta per far fuori la scopa, e si ritrova con mille frammenti di piccole scope, tutte con secchi pieni d acqua in mano. E proprio mentre sta per soccombere al suo delirio d onnipotenza, sfogliando invano le pagine del manuale alla ricerca della formula magica, torna il maestro che, in un batter d occhio, ferma la scopa e divide le acque, come Mosè. A questo punto, abbassa lo sguardo accigliato e severo su Topolino, che cerca invano di scappare alla chetichella, prima di essere investito dalla scopa del mago che lo spazza via, letteralmente, fuori dalla porta. L immenso successo del film, oltre che a Goethe, a Stokowski e a Disney, è dovuto anche al personaggio, lo sfortunato apprendista che, negli anni, è stato clonato persino nei videogame. Se la morale del cortometraggio era chiarissima - meglio non cominciare qualcosa che non si sa come finire -, oggi, col senno di poi, potremmo aggiornarla ai nostri fini: perché un ragazzo impari, occorre qualcuno che lo educhi e ne valorizzi il naturale istinto ad apprendere. E il rapporto tra il maestro e l allievo, lo stregone e l apprendista, deve essere chiaro, onde evitare guai. Dal magutt all avvocato Se l esempio scelto a metafora, l apprendista stregone, appare poco calzante alle necessità della moderna impresa, suggerisce però alcune riflessioni. Intanto, che l istituto dell apprendistato è vecchio quanto il mondo. E vorrà dire qualcosa che, dall antica Grecia all America di Disney, passando per la Germania di Goethe, si riproponga un modello semplice e geniale per cui imparare è seguire un maestro che, mentre lavori, ti insegna come fare. Lo stesso esempio ci invita a riflettere sulla difficoltà di trovare un modello in cui possa identificarsi l immaginario dell apprendista di oggi. Secondo il Testo unico, che regola questa tipologia di contratto nel decreto legislativo 167 del 2011, l apprendistato è un contratto di lavoro a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e alla occupazione dei giovani. Già la definizione di giovani non è scontata: nella prima tipologia prevista per la qualifica e il diploma, infatti, all art. 3, si parla di ragazzi dai 15 ai 25 anni. La seconda tipologia, l apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere, all art. 4, è rivolta a giovani tra i 18 (17, se in possesso del titolo) e i 29 anni di età. Così l apprendistato di alta formazione e di ricerca, destinato a soggetti di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Se è un azzardo mettere sotto lo stesso cappello - la categoria dei giovani - persone tra i 15 e i 29 anni, perché immensa è la differenza tra le aspettative di un quindicenne e di un trentenne, infinitamente diversi sono anche i lavori che, a seconda della tipologia, il ragazzo si vedrà offrire. C è qualcosa in comune tra le varie tipologie, come recitano statistiche tanto citate da divenire uggiose, per cui solo un ragazzo su quattro, tra quelli impegnati da un contratto di apprendistato, unisce all impegno lavorativo qualche attività formativa. Se il fare è il miglior modo d imparare come scriveva Leopardi in una lettera al fratello, occorre però un maestro che ti guidi al fare. E allora, c è evidentemente qualcosa da riformare, visto che, quanto a livello di formazione, l Italia finisce sempre nel fanalino di coda a paragone con la situazione europea. Da noi, l apprendistato è un contratto di lavoro afferma il pedagogista Giuseppe Bertagna. In Europa, fa parte del percorso scolastico. C è sempre questo nome bruttarello, antico, però ormai ce lo teniamo commentano negli uffici di Assolombarda. Ma il nome rimanda anche ad una storia: e forse c è qualcosa, in questa storia, da trattenere, di cui far tesoro. In passato, l apprendistato è stato limitato ad alcune figure professionali spiega Amedeo Veglio, i blue collar, gli operai, per intenderci. Con la legge Biagi, si è ampliata enormemente la popolazione di riferimento, tanto da andare ad individuare un contratto più vicino a quello che era la formazione lavoro, che aveva avuto molto successo per l inserimento dei neodiplomati o neolaureati. Ad oggi, conferma Davide Ballabio, «resta un approccio culturale difficile nei confronti di questo termine, legato alle professioni di basso profilo. Consideriamo ad esempio l apprendistato di terzo livello, quello di alta formazione. Banalmente, un genitore dice: Ti assumono col contratto di apprendistato, anche se hai la laurea?. Probabilmente non c è ancora nelle famiglie la consapevolezza culturale del cambiamento, mentre adesso abbiamo aperto a una serie di opportunità interessanti per l acquisizione di titoli di studio, soprattutto master e dottorati di ricerca». Nell immaginario collettivo, l apprendista è ancora il garzone, il bòcia, il Topolino della situazione. È il magutt, il ragazzino che va a fare il manovale. Nel lavoro edile spiega Stefano Salina, direttore del Capac, è quello 12 13

8 che una volta portava il secchio. Nella panificazione, è il ragazzo che va in magazzino a prendere il sacco di farina, che lo versa nell impastatrice. Nel negozio, chi si occupa degli aspetti più semplici della logistica, il ricevimento delle merci o lo stoccaggio delle stesse. È proprio l avvio professionale della persona che non ha una qualificazione o una competenza da spendere. Però è curioso che, nel dialetto lombardo (ma anche piemontese), per indicare l apprendista si utilizzi ancora oggi un termine che, nei libri mastri redatti durante la costruzione del Duomo di Milano, alla fine del 1300, designava invece le maestranze specializzate. Nell elenco dei maestri carpentieri, infatti, era facile trovare, accanto al nome, un abbreviazione che indicava la qualifica: mag. ut, mag come magister, maestro, ut come ut supra, come sopra. Oggi l'apprendista è ancora il magutt, ma è anche il giovanotto al primo impiego, l avventizio in azienda, quello che Ermanno Olmi raccontava così bene in un film del 61, significativamente intitolato Il posto. Non basta. Apprendista potenziale è anche il giovane avvocato che svolge il praticantato, il giornalista, l ingegnere informatico che le aziende di hi-tech si contendono o il laureato in economia che, mentre lavora, vuole approfondire le proprie competenze con un master, un dottorato, una seconda laurea. Forse non è così fuori luogo, allora, la metafora dell apprendista stregone, per raccontare un modello di apprendimento che abbraccia situazioni tanto diverse: perché dice di un mestiere, una professione, un arte che ha a che fare con la necessità di imparare, con la meraviglia dell apprendere, con quel tanto di mistero che lo scambio tra maestro ed allievo, sempre e comunque, conserva. E viene a proposito, il piccolo mago maldestro, per ricordare una figura storica irrinunciabile come quella di Giovanni Bosco, che non si può proprio ignorare parlando di apprendistato. Il santo, autore del primo contratto che in carta semplice, nel 1851, stabiliva diritti e doveri del datore di lavoro e del ragazzo, aveva cominciato così, da stregone - oggi si direbbe maghetto, Harry Potter docet -, il suo viaggio nell educazione. Raccontano le biografie che, ancora bambino, Giovanni fosse sempre in prima fila alle feste di piazza, sulle colline piemontesi, per studiare i trucchi dei prestigiatori, i segreti degli equilibristi. Poi, lui stesso si esibiva per i bambini delle case vicine. Fa miracoli di equilibrio con barattoli e casseruole sulla punta del naso. Poi balza sulla corda tesa tra due alberi, e vi cammina tra gli applausi dei suoi piccoli spettatori. Prima del brillante finale, ripete la predica sentita alla Messa del mattino, e invita tutti a pregare. E i ragazzini corrono. Anni dopo, saranno loro ad accompagnarlo in quella società dell allegria che cambierà il volto di Torino. Così li racconta lui stesso: La parte vicina a Porta Palazzo brulicava di merciai ambulanti, venditori di zolfanelli, lustrascarpe, spazzacamini, mozzi di stalla, spacciatori di foglietti. Sono i bambini che lavorano per i negozianti sul mercato, tutti poveri ragazzi che vivacchiavano alla giornata. E selciatori, scalpellini, muratori, stuccatori che venivano da paesi lontani. Bambini forzati a un mestiere, ridotti a desiderare l officina, proprio come i giovanotti di don Milani. Coloro che, grazie a un intuizione educativa geniale, lasceranno la strada per diventare apprendisti e conquistarsi, nella società industriale che stava contagiando e rendendo ricca l Italia, un ruolo dignitoso e, spesso, il mitico posto. Un po di storia Non inizia oggi, questa storia. Anche perché compito del legislatore non è tanto inventare modelli sociali perfetti quanto recepire comportamenti significativi, valorizzarli in chiave sussidiaria e regolarli per il bene comune. La storia dell apprendistato parte da lontano, da una pratica virtuosa iniziata secoli fa. Riscoprirne le origini e il significato, ben prima che la legge italiana provvedesse a codificarla, non è di poco conto per definire un percorso, cogliere vantaggi e criticità, e anche per capire perché noi italiani, e lombardi, con una vocazione educativa che brucia il cuore, al punto da generare opere davvero clamorose per carità ed efficacia, stiamo sempre dietro a rincorrere la Germania e il suo famoso sistema duale, un modello di riferimento che si fonda sull alternanza scuola lavoro e che, attraverso momenti di formazione sia in azienda che a scuola, offre allo studente una importante pluralità di offerta a carattere professionalizzante. In un saggio del 2007 pubblicato da Enaip, Problemi e sviluppo dell apprendistato in Italia, Rocco Marcello Postiglione ripercorre le radici storiche dell apprendistato fino a risalire al Medioevo, a quelle corporazioni di artigiani che tutelano la loro posizione rispetto ai clienti e custodiscono il sapere tecnico del mestiere. Esse formulano e tramandano corpora di abitudini, principi, regole, prescrizioni, riguardanti sia le procedure tecniche sia le abitudini morali sia le devozioni religiose. Siamo all epoca dei Comuni, ogni città ha il suo falegname, il fabbro, il panettiere e il sarto - ma anche il giudice e il notaio, il medico e lo speziale - che lavorano per il centro e per gli abitanti delle campagne. Oltre a costituire il fulcro di un sistema economico in cui il consumo sembra orientare e regolare pressoché per intero l attività di produzione scrive Lorenzo Ornaghi alla voce Corporazione, nella Enciclopedia delle scienze sociali (Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 92), le corporazioni d arti e mestieri assurgono a struttura determinante dell ordine sociale e politico-costituzionale. Questo duplice ruolo si dispiega con particolare evidenza in Italia, dove le corporazioni proliferano sotto denominazioni differenti. La corporazione tutela l autonomia degli artigiani dai poteri feudali, garantisce la qualità del prodotto e il legame tra i membri, che non ha solo carattere commerciale: spesso gli associati si organizzano in confraternite e tra loro si chiamano confratelli, i la

9 boratori diventano veri e propri centri di formazione culturale e civile. Il giuramento di restare uniti, di aiutarsi vicendevolmente, di non abbandonare l arte, lega di norma i corporati scrive Ornaghi. Lo statuto, invece, regolamenta in modo minuzioso la struttura e le forme di attività della corporazione. Dagli statuti (che, diversi da corporazione a corporazione e spesso sottoposti all approvazione del pubblico potere, vengono redatti sempre più frequentemente in Italia dagli inizi del XIII secolo), l azione delle arti e dei mestieri viene infatti disciplinata, sia per quanto riguarda i fini di mutuo soccorso fra i membri, sia per quanto attiene la produzione o lo scambio di beni. L impiego di taluni materiali, la proporzione e i metodi di lavoro, il prezzo e le modalità di vendita così come i possibili rapporti di concorrenza fra produttori o botteghe, diventano in tal modo l oggetto di precise disposizioni dello statuto, insieme con i diritti e doveri dei corporati nell esercizio della loro professione. Nasce anche l istituto dell apprendistato come condizione esclusiva per entrare nella compagnia. Chi non è iscritto alla corporazione non può di regola esercitare l arte o il mestiere. La corporazione stessa, d altro canto, provvede alla formazione di coloro che intendono diventarne membri. Il periodo di apprendistato, i rapporti fra garzone e maestro, l esame necessario per passare dalla condizione di apprendista allo status del lavorante, nonché i particolari privilegi concessi a chi è figlio di maestro (e conta ricordarli perché indicativi della tendenza - ricorrente in talune congiunture economico-sociali - a rendere ereditaria la professione), trovano una regolamentazione accurata nei differenti statuti. Sono sette gli anni di apprendistato che un ragazzo deve trascorrere nella bottega di un maestro artigiano prima di entrare a pieno diritto nella corporazione: addirittura dodici per chi lavora il corallo, soltanto due per i cuochi. E non tutti diventano mastri artigiani, tra i ragazzi ammessi ad imparare i segreti del mestiere: solo i migliori. Molte corporazioni hanno una sede esclusiva, costruiscono scuole e cappelle. Con il lavoro, spesso si condivide la vita, di giorno e di notte: si mangia assieme, e poi la stanza viene adibita a dormitorio. Non c è soluzione di continuità tra il lavoro e la vita familiare. Tanto è vero che, ne I Maestri Cantori di Norimberga, l opera composta da Wagner alla fine del 1800, il fabbro Veit Pogner, che appartiene alla corporazione di musicisti dilettanti dei ceti artigiani e popolari, divenuta celebre nella Norimberga del XVI secolo, stabilisce di dare la figlia Eva in sposa al vincitore della tradizionale gara di canto. E il cavaliere Walther von Stolzing, per amore, chiede di essere istruito e accolto nella corporazione: L apprendista n uscirà emancipato, se in nulla avrà mancato contro la tabulatura. Diventerà Maestro chi non fallirà alla prova. Non solo in Germania, per amore si lavora e si impara. È una cultura che non è assente in Italia racconta Stefano Bertolina, direttore della formazio- ne adulti in Galdus, un ente che lavora da più di vent anni sul territorio lombardo. È chiaro che dobbiamo andare indietro nel tempo, neanche tanto, qualche secolo fa. I ragazzi che andavano a bottega, pagavano per andare in una certa bottega piuttosto che in un altra. Prenda Giotto che va a bottega da Cimabue. Per quel che ne so, non solo era normale che un ragazzo non prendesse un soldo ma i genitori erano disposti a pagare, per garantire un futuro al figlio. Una cultura che, nel tempo, si è trasformata nell eccessiva tutela del lavoratore, senza riconoscere che un ragazzo che entra in bottega, al principio porta più danni che altro. Specie se si vuole che l azienda si metta in gioco per formarlo. Chieda ai sindacati. È lì il nodo, nei contratti collettivi, per cui un lavoratore apprendista, pagato il 15%, in Italia è uno schiavo, in Svizzera uno che sta imparando. Su questo punto, la retribuzione, e anche su un altro fattore indirettamente accennato, il capolavoro come categoria fondante una certa immagine di educazione al lavoro, sarà necessario tornare. Intanto, però, è stato introdotto un altro elemento che c entra molto con l apprendistato di oggi. Non sono soltanto gli artigiani che si formano alla scuola di un maestro. Come scrive Adalbert Stifter nel racconto Pietra calcarea (in Pietre colorate, Mursia 1991), Raffaello, in un altro periodo storico e con un infanzia diversa, sarebbe potuto diventare, invece d un grande pittore, un grande condottiero. E invece, essendo nato, come racconta il Vasari, in Urbino, città notissima in Italia, l anno 1483, in venerdì santo, a ore tre di notte, di un Giovanni de' Santi, pittore non molto eccellente, cresce alla scuola del padre, prima, nella bottega del Perugino, suo vero maestro, poi. Una vita brevissima, quella di Raffaello, consumata da un attività frenetica, sempre in bottega, da apprendista prima, da maestro poi, con gli allievi cui affida la fattura dei suoi capolavori, dopo avere realizzato i disegni preparatori. Muore a soli 37 anni, nel 1520, pare di venerdì santo, così come era venuto al mondo. Italia-Germania 0-2 Saranno due rivoluzioni a mettere la parola fine a quella che de Toqueville chiama l antica forma della società. La rivoluzione francese, prima, la rivoluzione industriale poi. Non è per caso commenta Ornaghi che le nuove corporazioni, nelle forme che apparentemente le rendono più simili alle corporazioni dell ancien régime, nascano e si rafforzino sul terreno dell economia. Nel mondo nuovo dell industria, le relazioni economiche introducono nel sistema sociale un elemento di modificabilità continua e potente. Scompaiono i Maestri Cantori e arrivano i sindacalisti. Ma l apprendistato non muore, come racconta Postiglione. Dalle profondità dei tempi, attraversata una fase in cui l industrializzazione e la parcellizzazione del lavoro - per l impiego di macchinari capaci di una elevata standardizzazione delle mansioni che rendeva parzialmente superflua la destrezza manuale - ne hanno provvisoriamente squalificato la funzione e quasi an

10 nullato l utilità, l apprendistato giunge fino a noi e si impone nuovamente, su basi completamente diverse rispetto a quelle che ne avevano sostenuto la proiezione all apogeo, come una delle modalità di formazione e trasmissione della cultura più promettenti ai fini della soluzione delle odierne problematiche del mondo del lavoro. Le differenze sono legate (com è ovvio) alle caratteristiche costitutive del lavoro e della vita contemporanea. La Germania, in particolare, non rinuncia a quella che considera una modalità importante e cruciale di formazione e trasmissione dei saperi tecnici. Così, rivisto e corretto, ritroviamo l apprendistato al cuore della cultura tedesca del primo dopoguerra. Spesso si fa un paragone tra noi e la Germania ricorda Lorenzo Locatelli, responsabile dell ufficio placement dell università di Bergamo. Ma bisogna anche ricordare come in Germania si è affermato l apprendistato alla fine della seconda guerra mondiale, con un tasso di popolazione bassissimo e una forza lavoro molto giovane, che non poteva conseguire titoli di studio perché doveva essere impiegata per la ricostruzione. È nato quindi in un momento dove occorreva creare lavoratori che si formassero sia culturalmente che professionalmente, dentro un ottica molto precisa di costruzione della professionalità che portava all esigenza di persone che lavorassero e studiassero ad un tempo. Nasce così, in Germania, quel famoso sistema duale che anche l Italia oggi rincorre, alla ricerca di una crescita che tarda ad arrivare. Prima si è affermato ricorda Locatelli, col tempo si è differenziato nei vari, possibili percorsi, e ne è nata anche una tradizione. Per chi da tempo lavora nell industria, la differenza tra la Germania e il nostro Paese, da questo punto di vista, è chiarissima. Non si tratta solo di un maggiore raccordo tra sistema formativo e sistema delle imprese, spiega Laura Manfredda di Assolombarda, ma di un reciproco riconoscimento di ruolo, funzioni e attività. Persino in Lombardia, la Regione italiana che più ha marciato in questa direzione, dice, ancora non c è un sistema duale. Problema culturale, prima che legislativo. Qua in Italia il lavoro è il luogo della perdizione. E in Lombardia siamo anni luce da altre regioni italiane. Però, anche qui, non impari sul lavoro, ti sfruttano soltanto. C è un grande pregiudizio negativo, e non a caso: sono due mondi che non dialogano. C è un sistema formativo, compresa l università, che ha già fatto passi da gigante ma, rispetto ai rapporti con le imprese, deve assolutamente migliorare molto, ma molto. Tutti devono fare passi in avanti, e l unico modo è lavorare insieme per far cadere i pregiudizi reciproci. L obiettivo, riassume Amedeo Veglio, che in Assolombarda lavora nell area formazione, è un osmosi, un passaggio lineare tra lavoro e studio, con un allineamento di linguaggi, di metodologie, di approcci, di sistemi di valutazione. Perché noi abbiamo un retaggio culturale diverso dalla Germania, un estrema distanza, da sempre, tra industria e scuola. Una distanza che si traduce anche in cifre. In altre realtà europee spiega Francesco Foti dirigente dell Unità Organizzativa Lavoro di Regione Lombardia, nel contratto di primo e terzo livello, il vantaggio per l imprenditore che investe nella formazione dell apprendista sta nel fatto che c è una retribuzione proporzionale all investimento in attività formativa. Qua lo paghi all 80%, con un sottoinquadramento di due livelli. In Paesi come la Svizzera, come la Francia e la Germania, invece, la retribuzione, soprattutto per l apprendistato che riguarda i minori, parte dal 25, 27% e progressivamente cresce, in funzione della maggiore o minore presenza in azienda dell apprendista. È una scelta che da noi ha fatto soltanto un contratto collettivo, quello legato alle professioni. Ma non ci sono contratti collettivi che prevedano una retribuzione percentuale progressiva, ancorché il Testo unico sull apprendistato l abbia introdotta. I numeri fanno la differenza «L apprendistato è una delle forze della locomotiva tedesca. Così ha recentemente dichiarato, in un intervista, Klaus F. Zimmermann, uno dei più autorevoli economisti tedeschi. A ben guardare i dati sulla crescita della Germania negli ultimi due anni - aumento del Pil del 2,9% nel 2011, disoccupazione ai minimi storici (7%, sempre nel 2011) e disoccupazione giovanile che è la più bassa d Europa (appena l 8%) -, c è da crederci, che la locomotiva tira. Merito, anche, di un assetto del mercato del lavoro (oltreché, ovviamente, di una politica economica di lungo respiro) teso all apertura sulla flessibilità in uscita e alla valorizzazione del sistema formativo che punta proprio sull apprendistato per sfornare lavoratori capaci e realmente preparati per il lavoro che andranno a svolgere». L analisi, tratta da Imparare lavorando, la guida all apprendistato realizzata da Panorama Economy in collaborazione con Gi Group (allegata al numero 19 del settimanale, 26 aprile 2012), parla chiaro. È un punto su cui concordano le riflessioni e le indagini realizzate in occasione del recente dibattito che si è aperto, in Parlamento e nel Paese, sulla riforma del lavoro. Negli ultimi vent anni, l Italia è stata capacissima di mettere in campo un lavoro flessibile, perché la flessibilità è stata la condizione che la modernità, la globalizzazione ci hanno portato in casa commenta Roberto Benaglia, segretario della Cisl lombarda. Però, per i prossimi venti, le economie che vincono sono quelle che continueranno, certamente, ad essere flessibili, ma qualificando il lavoratore. Negli ultimi anni abbiamo avuto molti rapporti col sindacato tedesco, che ha metodologie ben diverse dalle nostre. Se lei va in Germania e parla col manager di una grande impresa - non col sindacalista -, questo molto onestamente le dirà che una delle chiavi di successo del made in Germany, del fatto che l economia tedesca sembra non soffrire la crisi, anzi, esporta nel mondo i propri prodotti, sta nell operaio qualificato, cioè nel fatto che in Germania, per l impresa, qualificare un operaio, quindi partire da un apprendistato diverso dal nostro, è vincente. Diciamola così. In 18 19

11 Italia, se l artigiano vede che l apprendista va a scuola, pensa ad una perdita di tempo. In Germania, l apprendistato c è da 60 anni: non si può né copiare né inventare dalla sera alla mattina. Uno dei segreti della competitività tedesca sta nel fatto che non solo gli ingegneri ma anche gli ultimi operai sono qualificati. Per loro, la formazione e l attenzione che l impresa mette nel qualificare, e poi nel pagare bene il lavoro, è importantissima. E anche a me, in Italia, piacerebbe discutere di questa cosa. Da sindacalista, non vorrei occuparmi soltanto di licenziamenti e cassa integrazione ma di nuovo mercato del lavoro e di assunzioni con contenuti di tutela e di qualità assolutamente forti. Nella pubblicazione Giovani e imprese. Crescere insieme, curata da Carmelo Greco per la Compagnia delle Opere (Marzo 2012), Roberto Corno, Diego Fea e Michelangelo Penna scrivono: I Paesi Ue che maggiormente usano il sistema duale - che integra, cioè, come nell apprendistato, teoria e pratica, formazione e lavoro - presentano tassi di disoccupazione giovanile contenuti e non molto dissimili da quelli degli adulti. Di conseguenza, in questi Paesi (Germania, Svizzera, Paesi Bassi e Austria) è molto basso anche il numero di giovani Neet, sotto il 10% della popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Torneremo in seguito sul problema dei Neet (l acronimo inglese significa Not in Education, Employment or Training, cioè, chi non studia e non lavora). Al momento, prendiamo in considerazione il problema dei giovani espulsi da scuola e mercato del lavoro soprattutto per verificare le differenze, anche numeriche, tra modelli formativi. L Italia si colloca al quarto peggior posto fra i paesi dell Unione europea a 27 in termini di percentuale di giovani (prevalentemente maschi) che abbandonano prematuramente gli studi proseguono Corno, Fea e Penna. Peggio di noi fanno solo Malta, Portogallo e la Spagna che, non a caso, è il Paese che fa registrare il tasso di disoccupazione giovanile più elevato (42 %). Un ulteriore elemento di difficoltà per un efficace matching tra lavoro e giovani è da imputare alla bassa interazione fra i giovani e il lavoro durante il percorso scolastico. Infatti se, come è riconosciuto all unanimità, i nostri percorsi scolastici e universitari risultano di buona o ottima qualità, spesso la formazione erogata risulta di tipo accademico e astratto rispetto alle esigenze delle aziende. Secondo l Istat, nel secondo semestre 2009 solo un giovane su tre di età compresa fra i 15 e i 34 anni è stato impegnato in un tirocinio, in uno stage, in un periodo di apprendistato o ha avuto un esperienza lavorativa retribuita durante il periodo scolastico. Il confronto tra i tassi di disoccupazione giovanile (15-24 anni) all interno dell eurozona è davvero impressionante. Si passa dall 8% circa di Germania e Austria ad oltre il 50% in Spagna e Grecia. L Italia sta nel mezzo, col suo 35,9% del primo trimestre 2012, la cifra più alta registrata dal Un numero che diventa particolarmente pesante se confrontato col tasso di disoccupazione generale del nostro Paese, arrivato al 10,9% (7,9% in Lom- bardia). Significa che ad essere penalizzati sono soprattutto i giovani. E un motivo ci sarà. Perché l altra faccia della medaglia, per quanto riguarda le imprese del territorio lombardo, soprattutto quelle manifatturiere, è paradossalmente la difficoltà di reperire profili tecnici da inserire nei processi produttivi. Il disallineamento tra le scelte e i percorsi formativi dei giovani e le richieste del sistema produttivo è preoccupante scrive Confindustria che, per quanto riguarda la Lombardia, stima tra 20 e 30mila le offerte di lavoro per figure tecniche che, crisi o non crisi, non stanno trovando risposta. Anche Renato Pirola, dirigente dell Unità Organizzativa Programmazione Strategica e Autorità di Gestione della Direzione Lavoro di Regione Lombardia, è colpito dai dati Excelsior, il sistema informativo promosso e realizzato da Unioncamere in accordo con il ministero del Lavoro e l Unione Europea: Sono i ragazzi che non hanno voglia di lavorare si chiede o siamo noi poco flessibili?. E racconta, come esempio di un modello vincente, che sta sul territorio e parla con le aziende, di un sindaco della Valcamonica che si è girato le imprese della sua zona e ha messo in piedi un programma di orientamento nelle scuole per cui, dopo un anno di formazione comune, i ragazzi entrano in azienda. Anche Rossana Fodri, che segue i progetti innovativi per l ente di formazione Galdus ma viene dal mondo delle imprese, conferma che l inserimento precoce di ragazzi nel mondo del lavoro è uno strumento efficace di risposta alla dispersione scolastica. «Chi va a fare orientamento nelle scuole, anche negli istituti professionali statali, si rende conto che una delle esigenze forti dei ragazzi è avere più pratica. Non che questo debba diventare il loro unico orizzonte, la persona non può appiattirsi solo sulla dimensione laboratoriale o sul fare. Però è come se i percorsi scolastici non mettessero mai veramente i ragazzi di fronte alla realtà del lavoro, il maestro artigiano piuttosto che il professionista. Anche da qui deriva quel gap, che le imprese rilevano costantemente, tra le loro attese e la formazione scolastica. Tutti gli anni, i dati Excelsior ci dicono: Cara scuola, tu non mi prepari i ragazzi con le competenze adeguate. Ragazzi che capiscano per tempo che esiste un raccordo tra formazione e impresa, che la formazione non è solo quella roba teorica che non ti serve per lavorare, che l italiano e la matematica ti servono per fare qualunque tipologia produttiva, e idem per l inglese». Lo spazio c è, secondo Unioncamere. Mancano montatori, fresatori, manutentori, sono oltre i lavori per cui le aziende faticano a trovare personale. A.A.A. Cercasi urgentemente ingegneri, architetti, operai specializzati, soprattutto nell edilizia: installatori di infissi e serramenti, pavimentatori, saldatori. Ma anche tecnici finanziari e bancari. Non basta: la novità è che mancano all appello oltre posizioni tra cuochi, panettieri, sarti, tessitori e maglieristi, carpentieri e pastai, pasticceri, gelatai, baristi, commessi, badanti, personale delle pulizie

12 La normativa italiana Del primo contratto, abbiamo già accennato. Torino, 8 febbraio Il ragazzo si chiama Giuseppe Odasso, nato a Mondovì, apprendista falegname. Il datore di lavoro è Giuseppe Bertolino, torinese, Mastro Minusiere. Con una scrittura nervosa e accurata, il Sac. Bosco Giovanni, il futuro santo dei ragazzi, dettaglia e sottoscrive le condizioni della Convenzione, un vero e proprio contratto di apprendistato, della durata di due anni. Obbligo del falegname, è dare al giovane le necessarie istruzioni e le migliori regole onde ben imparare ad esercitare l arte suddetta; di dargli relativamente alla sua condotta morale e civile quegli opportuni salutari avvisi che darebbe un buon padre al proprio figlio; correggerlo amorevolmente in caso di qualche suo mancamento, sempre però con semplici parole di ammonizione e non mai con atto alcuno di maltrattamento; occupando inoltre continuamente in lavori propri dell arte sua, e proporzionati alla di lui età e capacità, ed alle fisiche sue forze, ed escluso ogni qualunque altro servizio che fosse estraneo alla professione. Ancora, libertà nei giorni festivi, una mercede che consiste in centesimi trenta al giorno per li primi sei mesi, ed in centesimi quaranta per il secondo semestre del corrente anno 1852 ed in centesimi sessanta a principiare dal primo gennaio milleottocentocinquantatre, fino al terminare dell apprendimento. Quanto a Giuseppe, dovrà comportarsi come il dovere di buon apprendista richiede. E se farà dei guai, per volontà spiegata e maliziosa, e non quale un semplice effetto di accidentalità, o per conseguenza d imperizia nell arte, il padre Vincenzo si impegna a risarcire il falegname. La prima normativa ufficiale che regola il contratto di apprendistato in Italia arriverà un secolo dopo. 1955: sotto il Governo Scelba, il 19 gennaio, esce la legge 25, che finalmente regolamenta un rapporto di lavoro molto diffuso negli anni del boom economico, a cavallo tra i 50 e i 60. È il periodo in cui in Italia l occupazione, soprattutto a livello dell industria e del terziario, cresce in modo esponenziale a scapito dell agricoltura. Inizia quella migrazione dal sud al nord del Paese - 9 milioni di persone in 15 anni - che cambierà il volto dell Italia, trasformandola da paese agricolo in una delle economie più sviluppate del mondo. In un rapporto presentato al seminario internazionale sull apprendistato, organizzato nel 2010 a Torino dalla European Training Foundation, Evoluzione e riforma dell apprendistato in Italia di Livio Pescia, tra le possibili cause di una così lunga assenza di un modello formativo, si ricorda come, proprio dal miracolo economico italiano, sia derivato un grandioso processo spontaneo di formazione sul lavoro. Si cita inoltre l ostilità del sindacato all introduzione dell apprendistato, considerato uno sfruttamento dei minori, e l alto livello di analfabetismo che nel sud dell Italia era di ostacolo ai processi formativi. Si richiama infine ad uno studio Suimez-Censis per cui, nel 1961, il 47% del personale qualifica- to presente aveva conseguito il ruolo per processo spontaneo di formazione sul lavoro. La legge del 55 definisce l apprendistato, all art. 2, come uno speciale rapporto di lavoro in forza del quale l imprenditore è obbligato ad impartire o a far impartire, nella sua impresa, all apprendista assunto alle sue dipendenze, l insegnamento necessario perché possa conseguire la capacità tecnica per diventare lavoratore qualificato, utilizzandone l opera nell impresa medesima. Possono essere assunti ragazzi dai 15 ai 20 anni, con sgravi fiscali e contributivi a favore del datore di lavoro. Durata massima del contratto, cinque anni; periodo di prova, due mesi; ferie retribuite, formazione obbligatoria per il ragazzo, con un addestramento pratico curato dall azienda e un insegnamento complementare a carico delle istituzioni. Lino Maiocco, dell Unione Artigiani di Milano, rivendica orgoglioso, con le sue molte primavere, il primato di avere lavorato per 50 anni nel settore. E ricorda bene quella prima legge grazie alla quale anche Mario (il nome è di fantasia), giovane apprendista parrucchiere, era entrato a lavorare. Ha fatto i suoi quattro o cinque anni di apprendistato, è diventato lavorante di secondo livello, poi di primo. Due anni fa, il titolare si ammala e si deve ritirare. Così, gli lascia nelle mani l azienda. Gli ha addirittura ceduto il negozio. Lui, nel frattempo, era diventato operaio specializzato e finito. Oggi Mario, all epoca timido praticante, è un noto coiffeur milanese. Intanto il negozio si è ampliato: e lui, partito come parrucchiere da uomo, oggi è acconciatore da uomo e da donna. Sono mille le storie che Maiocco conosce. Attraversano generazioni e mestieri diversi, ma il leit motiv è uno solo: Per l artigiano, formare un giovane e fargli acquisire la qualifica, stabilizzandolo, è come una missione. L artigiano piange, se dopo cinque anni in cui ha messo risorse, tempo e impegno per formare un giovane, quello, magari attratto dal mondo industriale, lo lascia. Questo è il punto. Per noi dell intero comparto dell artigianato, l apprendistato è fondamentale ai fini del cosiddetto ricambio generazionale. Perché, se non si crescono nuove energie, muore l azienda, muore il titolare, muore l impresa. Non so se ho reso l idea. L ha resa benissimo. E lo ritroveremo più avanti, l amico Lino con le sue bellissime storie, al momento di affrontare la prima tipologia di apprendistato, quella rivolta ai giovanissimi. Perché, se nel 55 c è un unica norma che mette insieme tutti gli apprendisti, dopo una prima revisione del 1987, relativa a durata e modalità di utilizzo del contratto, bisognerà attendere altri dieci anni, fino al pacchetto Treu, per cominciare a distinguere situazioni e ruoli. La 196/97 introduce riforme importanti: prevede l obbligo per gli apprendisti di frequentare corsi di istruzione esterni all azienda, affidati alle Regioni e differenziati a seconda delle età: 240 ore annue per i ragazzi under 18, almeno 120 ore annue per i più grandi. Il vero rinnovamento arriverà però 22 23

13 Vedremo poi quanto conti la scommessa relativa alla capacità delle aziende di fare formazione sull effettivo e corretto utilizzo del contratto da parte delle imprese. Intanto, su questo punto, un altro referente di Assolombarda aggiunge una considerazione importante: Per le piccole imprese dice Amedeo Veglio, affrontare l apprendistato significa cimentarsi per la prima volta con un vero e proprio impegno formativo. Devono stendere un progetto, il piano formativo individuale. Si tratta di un esercizio utile ed educativo rispetto al passato, alla vecchia formula per cui, nell apprensolo nel 2003 con la legge Biagi, la riforma che prende il nome del giuslavorista ucciso dalle nuove BR: la normativa ha l obiettivo di rendere più flessibile il mercato del lavoro, migliorandone l efficienza e favorendo la diminuzione del tasso di disoccupazione. La 276/03 accresce il ruolo della negoziazione tra le parti sociali per la definizione dei profili formativi e della durata della formazione, ammette le aziende ad erogare, qualora vi siano le condizioni, formazione interna, soprattutto introduce tre diverse tipologie di contratto: apprendistato qualificante o di primo livello, per l espletamento del diritto/dovere di istruzione e formazione; apprendistato professionalizzante; apprendistato per l acquisizione di un diploma o percorsi di alta formazione. Tre tipologie la cui definizione sarà modificata e precisata nel 2011, con il decreto 167/11, meglio conosciuto come Testo unico, che passerà dalle mani del ministro Sacconi a quelle di Elsa Fornero, ministro del Lavoro del governo Monti. Obiettivo? Massima semplificazione. La Biagi aveva fatto tutto l impianto normativo spiega Antonio Bonardo, responsabile Public Affairs di Gi Group, ma il fatto che ci fossero competenze a cavallo tra le Regioni, i contratti collettivi e lo Stato ha di fatto reso questo contratto difficile da utilizzare. Così, lo scorso anno, col Testo unico, si sono trovati tutti d accordo nel cercare di semplificare, in modo da renderlo effettivamente il contratto di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Anche il problema della disoccupazione giovanile ha contribuito a questo sussulto di responsabilità nel cercare di rendere la normativa più aderente e più facile da utilizzare per gli operatori economici e le aziende. E si è arrivati a riconoscere anche il ruolo delle agenzie del lavoro, che in questi dieci anni hanno dimostrato di essere capaci di dialogare con le aziende, di canalizzare i lavoratori dove c è richiesta e di saper organizzare la formazione sul posto di lavoro. Un esperienza poco esaltante Occorrerà tornare su vantaggi e criticità del Testo unico. Intanto però va detto che il decreto mette finalmente la parola fine a una confusione normativa durata per anni, che ha visto convivere norme diverse e contribuito a suggerire l idea di una complicazione burocratica di cui l apprendistato avrebbe fatto volentieri a meno. Sara Barbieri cura il marketing operativo e il coordinamento dei progetti rivolti alla Lombardia per Italia Lavoro, l agenzia tecnica del ministero del Lavoro nata nel 1997 con decreto del pacchetto Treu. L ente gestisce i fondi comunitari per lo sviluppo. Il nuovo Testo unico dice è uscito in un periodo di vacanza-limbo, dove c era ancora molta confusione legislativa. Ci sono persone assunte ancora con la 196. A livello delle imprese che hanno assunto e anche di chi ha dato consulenza alle aziende, sull apprendistato si è creata una grande confusione, un macello. E questa ambiguità ha determinato anche il proliferare di altre forme, come il tirocinio e lo stage, che in realtà sono state usate per sostituire i rap- porti di lavoro. È inutile negarlo. Hai una persona che sta lì per 5, 6 mesi a costo zero, gli dai 300 euro per pagarsi le spese di trasporto e in questo modo eviti di assumerlo ad almeno 800 euro, perché il contratto nazionale dice così. Poi, c è un dato oggettivo che spiega anche certe difficoltà di uno strumento come l apprendistato ad affermarsi: siamo in piena crisi, c è un tessuto che annaspa. E il tessuto imprenditoriale italiano, anche quello lombardo, non è fatto dalle grandi ma dalle piccole e medie imprese. Con la crisi che impazza, l ambiguità normativa, insomma, ha fatto terra bruciata. Ed è, se non la prima, una delle cause importanti che hanno frenato l utilizzo del contratto di apprendistato, uno strumento che convince tutti. Per la prima volta, effettivamente constata stupito Antonio Bonardo tutte le parti politiche scuola, impresa, sindacato stanno dicendo la stessa cosa. Si sta cercando di andare in un unica direzione e il fatto che tutti remino dalla stessa parte, forse, porterà a casa qualche risultato concreto. Conferma Roberto Benaglia, che per la Cisl lombarda segue i temi del mercato del lavoro. Abbiamo visto positivamente, nel Testo unico, una riforma complessiva. L apprendistato viveva fino a ieri di norme che si erano sovrapposte una sull altra, creando confusione di ruoli, di interpretazioni e di possibilità. La riforma complessiva permette di semplificare e razionalizzare il tutto, soprattutto di rilanciare questo strumento. Noi siamo sempre convinti che, per dare un lavoro qualificato ai giovani, l apprendistato debba diventare davvero il primo canale per entrare nel mondo del lavoro. Dall altra parte del tavolo, la pensano allo stesso modo i referenti di Assolombarda. Per Chiara Manfredda, «l apprendistato professionalizzante rappresenta, con il varo del Testo unico, un buon equilibrio. Perché non ha funzionato tantissimo dal punto di vista dei numeri? Proprio per questa confusione di leggi. Tu avevi una competenza regionale, una competenza statale e una competenza della contrattazione collettiva. Alla fine dici: Scusi, da che parte vado?. Le imprese erano assolutamente confuse. Si assumeva a certe condizioni in Lombardia, ad altre in Piemonte, ad altre ancora in Puglia. Adesso, almeno sul contratto di apprendistato professionalizzante, è stata fatta chiarezza: la competenza è delle parti sociali, le Regioni si tengono solo la formazione esterna, punto e basta. Questo rende tutto più semplice»

14 distato, l azienda era completamente deresponsabilizzata da qualunque azione progettuale in termini di formazione. Ripeto, è un elemento assolutamente positivo, però ha anche una sua complessità. Per questo, noi abbiamo attivato tutta una serie di servizi di assistenza e supporto che facilitino l acquisizione di queste nuove competenze: servizi per la compilazione del progetto formativo piuttosto che offerte di percorsi formativi che possono essere integrati, validi per gli apprendisti e anche per il resto del personale, oltre ai finanziamenti di Fondimpresa. Ma è chiaro che comunque bisogna poi essere in grado di fare e progettare. Al momento di avventurarci nella declinazione della nuova norma, soprattutto per quanto riguarda l esperienza lombarda, vale la pena azzardare un giudizio anche sull utilizzo storico che si è fatto di uno strumento di cui il mercato del lavoro ha dimostrato di avere bisogno. Ci aiuta Diego Fea, responsabile dei servizi di assistenza tecnica e supporto alla Pubblica Amministrazione. Fino alla fine degli anni 90 racconta si era progressivamente snaturato il contratto, considerato semplicemente come una possibilità di usufruire di sgravi contributivi da parte delle imprese. Si erano perse le ragioni e anche la cultura che stava dietro all apprendistato di primo tipo, quello originale, che risale nelle sue forme più interessanti a epoche passate, don Bosco e don Milani. Quelle forme avevano una caratteristica importante: l impresa si impegnava a insegnare un mestiere al ragazzo che veniva in bottega. E si impegnava anche a mandare il ragazzo, al termine dell attività lavorativa che doveva finire a una certa ora, all oratorio dove, di fatto, gli insegnavano a leggere e a scrivere. È questa, sostanzialmente, la dimensione che si è persa progressivamente. L apprendistato professionalizzante è una cosa diversa rispetto all apprendistato che veniva proposto alla fine dell 800 e nella prima metà del 900 ai ragazzi che entravano a bottega. Ed è diverso anche rispetto al modello tedesco. Attenzione, non si tratta di nostalgia per le lucciole, per il bel tempo andato, per gli anni in cui si era poveri ma belli. Fea parla di una differenza che corrisponde a un modello educativo e che non è un optional ai fini del successo di quella che, a Roma come a Milano, tutti chiamano la scommessa del momento. La differenza sostanziale continua Fea è che il sistema di apprendistato, che non a caso si chiama anche tirocinio, in Germania, Svizzera, Austria ha una finalità squisitamente formativa. La persona viene inserita in un contratto di lavoro a tutti gli effetti, con lo scopo primario di consentirle di acquisire competenze riferite a standard di formazione che porta a titoli di studio. Nel Nord Europa, il fenomeno non è residuale, come spesso accade in Italia: raggiunge quote del 40% di ragazzi che scelgono di proseguire o terminare gli studi secondari in un canale alternativo all istruzione. Ma l imprenditore, evidentemente, non è un missionario. Non lo è in Italia e tanto meno in Europa: Il fatto che sia un percorso fortemente formativo, comporta però, come contropartita, che la persona in azienda percepisca una retribuzione significativamente inferiore a quella degli altri lavoratori, inquadrati su qualifiche analoghe, significativamente più basse, nell ordine del 35%. Anche per quanto riguarda la retribuzione, c è una progressione negli anni. In altre parole, le aziende accettano di svolgere una funzione formativa - non da sole, ma in collaborazione con le istituzioni - perché, da un lato, hanno un vantaggio immediato, un salario significativamente più basso. In secondo luogo, formano i ragazzi rispetto alle esigenze della produzione. Infine, possono decidere se tenere o no l apprendista alla fine del percorso. Il risultato, in una contingenza generale di crisi, è stato che l occupazione giovanile in Germania non è calata, anzi, la disoccupazione ha mantenuto tassi estremamente bassi perché comunque le aziende consideravano l assunzione di un apprendista come un investimento. Diverso il discorso in Italia, dove l apprendistato che si è progressivamente affermato non è finalizzato a un titolo ma a conseguire, ricorda Fea, quella che viene chiamata, in modo abbastanza equivoco, qualificazione professionale. Si è cioè affermata una tipologia di apprendistato professionalizzante che non ha una finalità formativa rispetto alla formazione ordinamentale, ma che genera un riconoscimento che dovrebbe essere coerente rispetto all inquadramento lavorativo ed eventualmente spendibile, laddove la persona intenda comunque proseguire, pur in condizione di lavoratore, percorsi di formazione. Le cifre sono consistenti. Se l apprendistato di primo e terzo livello incide poco dal punto di vista dei numeri, il discorso cambia con il cosiddetto contratto di mestiere. Sappiamo che l apprendistato di secondo livello, quello professionalizzante ricorda Foti ha attualmente un tiraggio di circa unità all anno. Nessuna ricerca, nessuna evidenza empirica giustifica o correla l individuazione di questa tipologia rispetto al bisogno effettivo. La domanda di fondo è se le imprese accedano al contratto di apprendistato perché è una forma flessibile e incentivante o perché effettivamente quella tipologia risponde al loro bisogno. A questa domanda sarà inevitabile, nei prossimi mesi, dare risposta, pena il fallimento di una sfida che il ministro Fornero, in visita a Berlino, nella tana del lupo, ha definito così: L apprendistato è un veicolo per fare formazione seria, una scommessa che, se la vinciamo, sarà importante per il mondo del lavoro. La forma di apprendistato che ha prevalso fino ad oggi, stando al giudizio dei tecnici, è più simile a un contratto di inserimento, presente nel quadro normativo ma con sgravi contributivi limitati. E l impegno formativo è stato forse più apparente che reale, per quantità e consistenza, se le statistiche suggeriscono che solo un apprendista su cinque, assunto con l apprendistato professionalizzante, ha fatto formazione reale. Spesso, ricorda Fea, si trattava di un impegno limitato nelle ore e fruito presso agenzie formative che in molti casi parcheggiavano l apprendista, facendogli fare una 26 27

15 formazione totalmente disarticolata rispetto a quella che era l attività lavorativa che stava svolgendo. Le novità Sulla carta, la ricetta dettata dal Testo unico è golosa. Ci guadagnano tutti, riassume Paolo Pagarìa di Confcommercio. All art. 1 si dice chiaramente che si tratta di un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Al momento dell assunzione dell apprendista, scattano per l azienda sgravi contributivi ed altri incentivi, con un sottoinquadramento e una retribuzione ridotta per il lavoratore. Finito il periodo di formazione, il datore di lavoro ha la possibilità di risolvere il rapporto o di stabilizzarlo. Tenga conto che noi abbiamo un meccanismo contrattuale che impedisce all azienda di richiedere nuovi apprendisti ricorda Pagarìa se non si è trasformato in modo definitivo almeno l 80% dei contratti venuti a scadere nel biennio precedente. Per alcuni settori, ad esempio la revisione contabile, addirittura il 90%. E comunque, le aziende normalmente trasformano i contratti di apprendistato in definitivi perché hanno interesse a farlo. Poi, per carità, vanno male i matrimoni, si figuri gli accordi tra lavoratori e imprese. Però noi abbiamo questo meccanismo, con una percentuale altissima di conferma, che dà stabilità allo strumento e non ha precedenti in altri settori. Quanto al ragazzo, ha un percorso formativo e un posto di lavoro. Secondo Eugenio Gotti, esperto di politiche dell istruzione e formazione professionale, questo tipo di vincolo rende più difficile per le imprese utilizzare lo strumento. Soprattutto, rivela uno sguardo sospettoso sulle forme di lavoro a causa mista, che prevedono la formazione. Il sospetto insinua che all azienda, in realtà, interessi solo lo sgravio contributivo. L iniziativa, al fondo, rischia di essere figlia di un pregiudizio che nega il valore formativo dell apprendistato e tende a riportarlo in un mero orizzonte di conto contributivo per l azienda, a un contratto di inserimento. In realtà, alle aziende interessa soprattutto assumere un giovane e svilupparne la professionalità. L art. 2 definisce le regole: la formazione svolta va certificata con la registrazione puntuale del percorso seguito dal lavoratore e il riconoscimento della qualifica. Salvo eccezioni, il periodo massimo per l apprendistato è di 36 mesi. Se sulla carta funziona - e non è poco - proviamo a scendere nel dettaglio delle tre tipologie. Cambiano nome ma sono più o meno le stesse della legge Biagi: l apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale; l apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere; l apprendistato di alta formazione e ricerca. La novità più importante la scandisce Gianni Rossoni, assessore all Occupazione e Politiche del Lavoro di Regione Lombardia. Sfida sulla semplificazione, la chiama: Se noi vinciamo la sfida della sburocratizzazione, e riusciamo a fare capire che l apprendistato è un opportunità e non un problema, il vantaggio sarà enorme anche per il ragazzo. Perché non è un contratto a termine, a tempo determinato, di inserimento lavorativo: è un contratto con una forte valenza formativa. E sempre di più noi abbiamo bisogno di investire sulla formazione, quella dell apprendista e quella continua. Rincara la dose Valentina Aprea, assessore a Istruzione, formazione e cultura della Regione, l altra Direzione fortemente impegnata nella promozione dello strumento: Oggi non ci può essere nessuna filiera formativa autosufficiente o autoreferenziale. Non è la preparazione fatta nelle aule o nei laboratori che può aiutarci ad aumentare il Pil e l occupazione, ma solo un forte raccordo tra filiere produttive e formative, soltanto governance legate alla sussidiarietà, che possano esaltare raccordi e insistano sulla formazione e sulla occupazione dei giovani. Solo in questo caso è possibile arrivare a garantire obiettivi ambiziosi, che ci facciano uscire dall angolo rispetto alla depressione economica e del mercato del lavoro. Il Testo unico dell apprendistato, confermano Enrica Carminati e Serena Facello, Adapt Research Fellows, nell articolo Il ruolo delle Regioni (in Imparare lavorando, cit.), proprio in un ottica di semplificazione e parallelamente di rilancio dell istituto, ha ridefinito, con chiarezza e puntualità, il ruolo e i compiti dei singoli attori sociali coinvolti, realizzando un virtuoso compromesso concertato. Questa ridefinizione vede avanzare le Regioni rispetto a quelle tipologie che sono finalizzate al conseguimento di un titolo di studio pubblico (apprendistato di primo livello, che consente il conseguimento di una qualifica professionale triennale o di un diploma quadriennale regionale e apprendistato di alta formazione, per i titoli dell alta formazione); all opposto, le vede arretrare rispetto alla fattispecie professionalizzante. Quest ultima, infatti, finalizzata all acquisizione di una qualificazione contrattuale, è oggi in gran parte rimessa alla contrattazione collettiva. Conferma l assessore Rossoni che, insieme al coordinatore della Toscana, ha seguito al tavolo romano l iter del decreto, in rappresentanza delle Regioni italiane: In nome della semplificazione, volentieri abbiamo ceduto alle imprese compiti che prima spettavano a noi. Oggi ci troviamo nella situazione in cui l impresa attesta che l apprendista sa fare il saldatore. Se il ragazzo vuole un attestazione formale, va in un centro accreditato e si fa certificare. È dunque questa la prima novità introdotta dal Testo unico, una significativa riduzione del ruolo delle Regioni, che mantengono una presenza fondamentale quanto alla prima e alla terza tipologia, ma fanno un passo indietro sul contratto professionalizzante. Nella legge Biagi, infatti, a loro era demandata la regolazione dei profili professionali e, per quanto riguarda la formazione, la definizione delle modalità di erogazione. Oggi, con il Testo unico, il governo del contratto professionalizzante è riportato alla contrattazione collettiva, che disciplina anche gli aspetti legati alla componente formativa. Alle Regioni rimane la competenza sulla formazione trasversale, modulabile in base all età, al titolo di studio, alle competenze della persona. Massima semplificazione anche 28 29

16 su questo ribadisce Rossoni. Se un ragazzo che vuole fare l apprendista è laureato, non deve fare le 120 ore di formazione trasversale. Ne bastano 40, per acquisire qualche norma sulla sicurezza. Se un ragazzo è diplomato, fa 80 ore nel triennio. Se non ha nessun titolo di studio, continua a farne 120. Per quanto riguarda la prima tipologia di contratto, l art. 3, l apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, aumentano i percorsi e si allarga il target dei destinatari. Alle Regioni, il compito di definire la disciplina che regolamenta i profili formativi: si tratta infatti di titoli che, pur facendo riferimento alla legge nazionale, sono di competenza regionale. La Lombardia è tra le prime a deliberare: il 6 giugno 2012 ha declinato i requisiti necessari per i percorsi formativi, gli standard generali della formazione aziendale, le caratteristiche che deve avere il piano formativo individuale (PFI), le modalità di ammissione agli esami per il rilascio dei titoli, la certificazione delle competenze acquisite, i diversi ruoli degli attori coinvolti, il monitoraggio delle attività. Per quanto riguarda l alta formazione, l art. 5 prevede che, nel caso le Regioni non definiscano gli accordi quadro (un caso di inerzia - come lo definiscono i ricercatori di Adapt nella citata guida Imparare lavorando - che già in passato si è prodotto per una bella fetta d Italia), le imprese possano accordarsi direttamente con le istituzioni formative, senza passare attraverso la disciplina regionale. Anche in questo caso, è previsto l ampliamento degli obiettivi formativi. Non si tratta più soltanto di conseguire titoli universitari, di istruzione secondaria e di alta formazione, come avveniva in precedenza. Il Testo unico apre alla ricerca, al praticantato e ad altre esperienze professionali. Gli obiettivi sono chiari: con un occhio alla crescita del mercato e l altro alla riforma del welfare, si punta decisamente sull apprendistato come strumento principale di una sfida finalizzata - spiega l assessore Aprea - all uscita dell apprendistato dalle percentuali che ricordano i prefissi telefonici. Quando riusciremo a dare dignità a questo strumento, come già abbiamo fatto con l'istruzione e formazione professionale, che oggi in Lombardia è diventata una prima scelta, saremo davvero europei a tutti gli effetti. Anche Fea parla della costruzione di un sistema duale, un po come quello tedesco. L apprendistato di primo e terzo tipo dovrebbe assorbire più risorse di quanto non avvenisse in passato, rispetto al professionalizzante dove, riducendosi la funzione pubblica, dovrebbe diminuire anche l impiego di risorse, a vantaggio delle altre due tipologie. Il successo dipenderà in gran parte dagli accordi sindacali e datoriali sul salario. Tra le novità trasversali, si registrano ulteriori forme di allargamento del campo di applicazione del contratto: la possibilità che anche i lavoratori in mobilità possano essere assunti in apprendistato, l eventualità che in futuro questa forma contrattuale possa essere applicata anche al pubblico, l autorizzazione ad erogare il contratto in somministrazione per le agenzie del lavoro. Si tratta di un soggetto che, certamente non nuovo, diventa però, con la riforma, protagonista a pieno titolo: In questi dieci anni spiega Bonardo, le agenzie del lavoro hanno dimostrato di saper dialogare con le aziende, in termini di comprensione delle competenze richieste e quindi di canalizzazione dei lavoratori. Ma hanno anche provato di saper organizzare la formazione sul posto di lavoro. Quando le agenzie nascono, nel 1998, per legge viene costituito un fondo interprofessionale dedicato ai lavoratori in somministrazione. Abbiamo potuto attingere a queste risorse e, negli anni, la capacità di organizzare percorsi formativi è diventata un elemento distintivo del nostro lavoro. Gi Group, la prima agenzia italiana, ha sviluppato un suo centro, Gi Formazione. E anche a proposito di semplificazione, chiosa Bonardo, le agenzie del lavoro possono rappresentare un ruolo prezioso: semplificatori, risolutori e gestori per conto terzi

17 2. QUALIFICA O DIPLOMA PER TUTTI Una seconda possibilità Un contratto di apprendistato per la qualifica e per il diploma - art. 3 del Testo unico - avrebbe risparmiato a Stefano tempo, fatica e delusioni. La sua storia ci aiuta ad introdurre le potenzialità di uno strumento che potrebbe diventare prezioso per tanti. Non è un bamboccione, Stefano, è un ragazzo sveglio. 80 kg di energia compressa dietro a un banco. È sempre stato così ma è diventato un problema soprattutto da quando frequenta l istituto tecnico agrario. A Stefano non piace stare a scuola. Adora invece mettere mano agli oggetti, montare e smontare meccanismi, avvitare bulloni e stringere viti. Viene bocciato due volte e vorrebbe andare a lavorare. Ma è minorenne e la famiglia lo spinge a scegliere un percorso di formazione professionale. Frequentando un Cfp, ha l occasione di sperimentare prima uno stage, poi un tirocinio formativo presso un idraulico. È amore a prima vista, anche se con gli studi precedenti non c è relazione. Stefano rinasce. Dopo due mesi capisce che quella è la sua strada. Anche l idraulico è contento del ragazzo ma non può prenderlo in una posizione lavorativa perché è minorenne. Stefano deve tornare al Cfp per acquisire una qualifica. E lo fa, con grande fatica, perché capisce che è l unica strada. La storia finisce bene: dopo la qualifica, al compimento della maggiore età, il ragazzo trova un lavoro da idraulico. Gli fanno un contratto di apprendistato professionalizzante, presto sarà assunto in forma definitiva. Intanto ha perso degli anni, tra bocciature e tentativi vari. Ci fosse stata una situazione normativa diversa, avrebbe potuto fare un proficuo apprendistato formativo con l azienda dove ha svolto il tirocinio, lavorando avrebbe preso la qualifica, e probabilmente sarebbe ancora lì. È andata meglio a Francesco. Ci racconta la sua storia Rosa Langella che, per il Cfp Zanardelli, un ente provinciale di formazione, si occupa dei progetti in apprendistato. Sembrava il protagonista di un fumetto dice ridendo. Nonostante i suoi 19 anni, Francesco sembra ancora un bambino, con gli occhi chiari che bucano un gran cespuglio di capelli ricci. È simpatico, ride volentieri e fa ridere i compagni. A casa, Francesco vive un profondo disagio. La sua è una famiglia allargata ma abbastanza stabile, con punti di riferimento chiari. Poi, i due genitori divorziati si separano dai nuovi compagni e la vita comincia a farsi davvero complicata. Francesco diserta la scuola, più per dispetto verso il papà che per reale disinteresse, e riesce a farsi bocciare due volte nei primi anni delle superiori. Fino a che un amico di famiglia lo guarda negli occhi e capisce il problema. Ancora minorenne, lo assume in apprendistato nella sua 33

18 azienda, a fare inserimento dati, fino al compimento della maggiore età. Francesco è bravo sul lavoro. Così, resta in azienda anche dopo i 18 anni, fa il passaggio all apprendistato professionalizzante e si iscrive alle scuole serali, ragioneria. Sul posto di lavoro, guardando gli altri, ha capito che l istruzione è importante. Ha capito, soprattutto, che il dispetto non regge, come motivazione, quando in gioco è il tuo futuro, la vita. L apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, all art. 3, prevede che possano essere assunti ragazzi dai 15 ai 25 anni. È una delle novità significative che il Testo unico ha introdotto: si estende il contratto fino ai 25 anni di età invece che ai 18, come era prima; si prevede non solo il riconoscimento della qualifica ma anche del diploma professionale; aumentano i percorsi e si amplia il target dei destinatari. La durata del contratto varia a seconda della qualifica o del diploma da acquisire: 3 anni, 4 nel caso di un diploma quadriennale regionale. Le Regioni regolamentano i profili formativi, a seguito di un accordo con lo Stato e previa consultazione delle parti sociali. Il monte ore di formazione viene definito dalla disciplina regionale. Infine, sono i contratti collettivi a stabilire la retribuzione e la modalità di erogazione della formazione. La delibera lombarda, prima in Italia, racconta Gotti, riceve consensi da più parti. Il direttore nazionale delle relazioni sindacali di Confartigianato, Riccardo Giovani, ci ha fatto i complimenti, perché abbiamo valorizzato fino in fondo l acquisizione di competenze sul lavoro, non abbiamo aumentato le 400 ore minime di formazione e abbiamo previsto che si potessero svolgere anche in azienda, a certe condizioni, o almeno in un mix, a differenza di Regioni come la Basilicata che ha imposto un monte di 900 ore l anno di formazione esterna. Le ore di formazione sono la ragione principale per cui, tra le tipologie di contratto previste dal Testo unico, quella finalizzata all acquisizione della qualifica o del diploma professionale è la più difficile da far digerire alle aziende ma anche la più interessante. In gioco, c è molto più del lavoro. Si tratta di una risposta possibile al problema della dispersione scolastica che affligge l Italia, dove il 23,4% della popolazione è costituito da ragazzi tra i 15 e i 29 anni che escono dalla scuola prima di acquisire un titolo di studio, non lavorano e vivono in una sorta di no man s land, una terra di nessuno alla quale non è facile strapparli. Il numero è impressionante: 2,1 milioni di ragazzi in Italia, solo nella virtuosa Lombardia, che registra un tasso di disoccupazione giovanile fra i più bassi del Paese, 15,7% della popolazione corrispondente, un dato praticamente allineato al Nord Europa. Alto è invece il numero dei Neet stranieri presenti in regione, , pari al 34,8% del totale. Un accurata ricerca a cura del ministero del Lavoro e dell Unione Europea, Neet: i giovani che non studiano, non frequentano corsi di formazione e non lavorano in Lombardia, suggerisce che una più alta partecipazione degli studenti al mercato del lavoro, anche con mansioni poco qualificate, con contratti part time o di tipo occasionale, è un fattore che incide positivamente nella riduzione della quota di giovani Neet, perché consente di anticipare la conoscenza dei meccanismi di funzionamento del mercato del lavoro. Tra le cause della difficoltà a trovare un lavoro, individua la debolezza delle prospettive occupazionali dei giovani con bassi livelli d istruzione e con modeste competenze professionali, lo skill mismatch, l inefficienza dei canali d incontro fra domanda e offerta di lavoro. A rischio, sono maggiormente quelli che hanno raggiunto al massimo la licenza elementare (47,8%), seguiti da quelli che hanno conseguito solo il diploma di qualifica professionale (22,7%). È proprio la Lombardia, la prima Regione in Italia a chiudere un accordo che favorisca i percorsi lavorativi per la qualifica e il diploma. Una sperimentazione unica, al momento, partita formalmente nell ottobre 2011, dopo un processo di selezione iniziato nell aprile precedente ricorda Francesco Foti, dirigente dell Unità Organizzativa Lavoro di Regione Lombardia. L accordo tra i ministeri del Lavoro e dell Istruzione, che definisce le condizioni per l effettiva applicazione dell apprendistato ai sensi dell art. 48 della 276/03, cioè della legge Biagi, viene sottoscritto a Roma il 27 settembre Regione Lombardia conferma Diego Fea era partita prima che avvenisse l intesa, e questo ha favorito l intesa stessa, la cui assenza bloccava l avvio reale dell art. 48. Oggi ci si trova di fatto a partire con la sperimentazione dell art. 3 della 167, il Testo unico, avendo già alle spalle una disciplina dell ex 48, avendo identificato i soggetti attuatori e iniziato una sperimentazione sul territorio che, soprattutto per le questioni che attengono agli aspetti salariali, non si è ancora tradotta in assunzioni reali degli apprendisti. Le linee guida per la realizzazione dei percorsi formativi in apprendistato escono nell aprile 2011: si tratta del quadro regolativo di riferimento per aziende, apprendisti ed istituzioni formative. Vi si affrontano gli aspetti principali relativi alla forma contrattuale. Si va dalla definizione delle caratteristiche dei percorsi formativi all elenco dei contenuti per il piano formativo individualizzato (PFI), dalla disciplina per la certificazione delle competenze alle regole per l ammissione agli esami di qualifica professionale. Negli stessi giorni, vengono create le associazioni temporanee, ATS - cui partecipano enti di formazione, istituzioni scolastiche, organismi bilaterali e agenzie accreditate per i servizi al lavoro - che hanno il compito di proporre offerte formative che diano a giovani apprendisti dai 15 anni in avanti la possibilità di acquisire una qualifica attraverso la formazione prevista nel contratto di lavoro. Sono più o meno gli stessi soggetti che, nel 2003, avevano dato vita in Lombardia alla sperimentazione che avrebbe portato, nel 2007, alla riforma del sistema di istruzione e formazione professionale. Una rivoluzione che, rifiutando una concezione dualistica che vede da una parte 34 35

19 l istruzione e dall altra la formazione - di qua la cultura, il lavoro altrove -, aveva ipotizzato un percorso diverso da quello umanistico ma di pari dignità, più legato alla cosiddetta cultura del fare, sempre più diffusa in Europa, per rispondere alle esigenze di una società della conoscenza come quella in cui viviamo. Sono dieci anni che Regione Lombardia destina finanziamenti importanti all istruzione e formazione professionale, valuta i percorsi e qualifica gli operatori: oggi è pronta a dare spazio anche a forme di apprendistato come questa ricorda l assessore Aprea. Abbiamo dimostrato che è possibile un altro modo di imparare e di crescere, anche se non si è a scuola. Dimostreremo che l apprendistato può essere una via per raggiungere gli stessi obiettivi formativi previsti per i ragazzi dell istruzione. Squadra che vince non si cambia, conferma Renato Pirola: Quando abbiamo preparato l avviso regionale, l idea era questa, partire dall esperienza bella del 2003, in cui avevamo chiesto agli enti di formazione di metterci la testa e pensare a un modello. Anche oggi, perché questi progetti funzionino, occorre creare modelli efficaci. I progetti approvati, attualmente nella fase di comunicazione, informazione sul territorio e ricerca delle aziende, hanno durata triennale ( ) e prevedono azioni propedeutiche e strutturali. Il finanziamento regionale, erogato attraverso una Dote dal valore massimo di euro per apprendista, ammonta a un milione di euro per la prima annualità. Le annualità successive saranno finanziate sulla base di progetti di dettaglio presentati all inizio d anno. A luglio, viene definita e approvata la graduatoria dei progetti che, a questo punto, iniziano il loro percorso. Sono oltre 200 i ragazzi che oggi intraprendono l avventura dell apprendistato per la qualifica. Ma sono circa i minorenni assunti in Lombardia dal 2011, dopo l approvazione delle linee guida, attraverso varie tipologie di apprendistato. Un numero rilevante, che fa ben sperare sulle potenzialità dello strumento. Non è mai troppo tardi È una bella sfida, l art. 3, soprattutto perché - suggerisce Diego Sempio, rettore della fondazione Ikaros, che partecipa ad uno dei sei progetti approvati, Work to Learn, Learn to Work - parte dal bisogno e non da un idea. Parte dal fatto che quel 30% è a casa. 2 milioni di ragazzi è un dato impressionante: se non si parte da lì, sembra che parliamo di noccioline. E pazienza se la sfida non riscuote un entusiasmo enorme tra gli addetti ai lavori. Per le grandi imprese, si tratta di un fattore che è interessante soprattutto per le aziende piccole o piccolissime. Artigiani e commercianti lamentano che il ragazzo costa troppo. La scuola si sente colpevolizzata e gioca in difesa. I potenziali candidati sono ragazzini che Sempio conosce bene: Quelli che prendono tutti quattro o due, che non si ritirano perché hanno paura che venga il carabiniere a casa, e quindi fanno l anno così. Ne ha tirati su tanti, nei Cfp, che può permettersi di parlare fuori dai denti: Questa cosa vede contro un po tutti. L azienda si lamenta che il ragazzo deve fare un sacco di ore fuori, perché c è molta formazione. Il mondo della scuola alza gli scudi: per loro, non esiste che qualcuno che sta lavorando possa pensare di raggiungere gli obiettivi culturali e formativi a cui arriverebbe in aula. È questo il blocco ideologico e culturale. Addirittura, girando per la rete, si legge che lo strumento favorirà la dispersione scolastica. E invece? Invece con questo tentativo crei una terza gamba per permettere a ragazzini che in formazione non ci sono più, o ci sono solo formalmente, di imparare qualcosa. È il tentativo di dare una dignità di percorso formativo anche a chi oggi a scuola non riesce a stare, neanche nella formazione professionale, che pure in Lombardia funziona. Questi sono ragazzini che in classe proprio non ci vogliono stare, non ci stanno. Quindi, l idea di fondo è permettere loro, intanto, di essere assunti. E intendiamoci, anche qui, non è che io ti assumo ed è la cuccagna. Intanto devi essere in apprendistato. E tu, azienda, se vuoi continuare ad usufruire di questo contratto, devi poi assumerne alla fine almeno il 30%, altrimenti non puoi più prendere nessuno. Anche Aslam, Associazione Scuole Lavoro Alto Milanese, partecipa allo stesso progetto. Il presidente Candiani vive e lavora dentro un grande orizzonte. Stiamo aspettando questa cosa da un sacco di anni. E quando Regione Lombardia, un anno e mezzo fa, su un accordo fatto con Sacconi, ha siglato la possibilità di iniziare in deroga, ci siamo tutti candidati perché la potenzialità dello strumento è spettacolare. Ha un talento profetico, Candiani, che però non gli impedisce di essere estremamente realista nel giudicare quello che gli passa davanti agli occhi. Per ora stiamo parlando veramente di una sperimentazione minima: 4, 5 ragazzi per ente, forse 6. Non siamo neanche alla fiammella della candela ma appena al fiammifero che va verso la fiammella. Mi spiego?. Si spiega benissimo. D altra parte, come dice Rossoni, siamo all anno zero, l unica Regione in Italia con 200 ragazzi dei nostri Cfp che iniziano un percorso di acquisizione della qualifica attraverso l apprendistato. È una scommessa, ci stanno guardando tutti. Proprio in nome di questa scommessa, che vede l occupazione giovanile come strategica per il domani di tutti, dove le statistiche hanno il volto di ragazzi che cercano la strada per diventare uomini, hanno detto sì. Oltre 40 enti accreditati per 200 ragazzi, adesso, per i di domani (è il numero dei giovanissimi lombardi avviati in apprendistato con l art. 48), per i 223mila di dopodomani. E dietro alla Lombardia, chissà, seguiranno le altre Regioni. O sono pazzi o vedono lontano. Ascoltando la storia che Angelo racconta, scommetteremmo sulla seconda ipotesi. «Il mio amico Davide ha un officina meccanica con il padre, otto dipendenti. Mi sente raccontare del fatto che noi facciamo corsi per operatori meccanici e mi dice: Orca, che bello!. E io: Senti, Davide, dammi una mano, prendi i ragazzi a fare lo stage. E lui, subito: Sì, Angelo, i ragazzi li prendo, però io sono una realtà piccolissima, non rie

20 sco poi ad assumerli. Adesso a me non interessa che li assumi ma che gli insegni un lavoro. Se loro imparano, poi chi li assume lo troviamo. Davide prende un ragazzo e inizia con lui. Mi dice: Che bella esperienza, questa qua!. E io: Te ne mando un altro. Gli piace anche questo, l anno dopo gliene mando due. Alla fine del percorso, viene da me: Senti, Angelo, lo sai cos è successo? Che i miei operai, quando ci sono lì i tuoi ragazzi, sono più responsabili. Si preparano! Venerdì, sapendo che il lunedì successivo dovevano arrivare i ragazzi, mi hanno fermato e mi hanno detto: capo, guarda che settimana prossima arrivano i ragazzi dell Aslam. Cosa gli facciamo fare?. È stupito, Davide: Non è mai successo che, di fronte a un lavoro, questi il venerdì si trattenessero dieci minuti in più per prepararsi al lunedì. Non è normale, è spettacolare. Lui dà corda ai suoi operai. E uno di loro ha un idea. C è quel cliente là che ci ha chiesto di fare una pompa ma non è nelle nostre elaborazioni. Dovremmo progettare un percorso di sviluppo di questo manufatto che oggi però non ha una valenza economica. Se sei d accordo, facciamo sviluppare questa cosa ai ragazzi, mettendogli uno di noi che li aiuta. Davide acconsente. Sviluppano la pompa. Beh, non ci crederai ma adesso la pompa rappresenta il 10% del fatturato di questa azienda». E non finisce qui. Perché di cosa in cosa si arriva anche all apprendistato. «Davide viene e mi dice: Angelo, adesso ho bisogno di un apprendista. E io: Non ne ho, li ho piazzati tutti. Non è possibile, ti ho aiutato, te ne ho tirati su uno, due, tre, quattro e non ne ho per me?. Cosa vuoi che ti dica, Davide? Non ne ho più. Facciamo così, prendine uno che non viene da Aslam, poi vieni a fare da noi il corso di tutor, ti sosteniamo. Davide prende un apprendista diverso dai ragazzi della nostra scuola che prima aveva in stage. Sta facendo da noi il corso di tutor ed è contento: Guarda che è interessante mi dice. Sto imparando un sacco di cose anche per gli altri che lavorano con me. Ecco, hai capito come funziona?». Di certo, si capisce che è un altro orizzonte. Ma Candiani non molla: Di strutturata, qui, c è solo la potenzialità del sistema. Ma quello che ti ho raccontato è l esperienza. E poi, c è il resto, l altra faccia della medaglia: Molta burocrazia e un legame forte con i sistemi tradizionali di tutela del posto di lavoro e della rappresentanza sindacale. Un vecchio schema, che appartiene probabilmente a uno stato sociale di 25, 30 anni fa. È una tragedia. O forse no Proviamo allora ad entrare nell esperienza di enti e associazioni, per verificare i problemi reali che questa tipologia di contratto presenta, e anche le possibili soluzioni. La prima criticità la sottolinea Sempio che, come abbiamo visto, è un supporter, dunque doppiamente credibile. Per quanto riguarda i minorenni, avverte, ci sono tutte le complessità che la minore età si porta dietro. L azienda che assume, si assume anche un onere rispetto all allievo minorenne in obbligo e ai genitori. C è un aspetto che non riguarda semplicemente il rapporto di lavoro. Sui ragaz- zini così giovani interviene una responsabilità giuridica più pesante, anche a livello penale. Detto questo, però, a volte si vede l azienda come il mostro, mentre spesso si assume un ragazzino quindicenne per fare un favore alla famiglia. Paolo Pagaria, responsabile servizio mercato del lavoro di Unione Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, non usa mezzi termini: È una tragedia! sbotta. Poi si corregge, perché su questi temi, i numeri hanno un importanza relativa. Al di là dei numeri, quando l obiettivo è il raggiungimento di un titolo di studio, è comunque una conquista. Il centro di formazione di Confcommercio, il Capac, si è candidato come capofila di un importante progetto per l apprendistato qualificante nel territorio della Lombardia occidentale. E, come vedremo poi, sta anche portando a casa risultati. D altra parte, ricorda Pagaria, il 24 marzo Confcommercio ha fatto il primo accordo a livello nazionale. Il problema, dice, sono le limitazioni per i minori. Anche nel settore del turismo, che pure potrebbe essere interessato: i minori, ad esempio, non possono somministrare sostanze alcoliche. In un bar non possono lavorare oppure, se il bar è organizzato, dobbiamo stare attenti che facciano servizi che non comportino la somministrazione di alcolici. Per i ristoranti, dove il servizio in sala normalmente non prevede la somministrazione di alcolici, dove spesso per il vino c è il sommelier o un caposala, è più semplice sopperire a queste limitazioni. Tenga presente però che in questo caso le sanzioni sono in ambito penale. Su certi temi, la responsabilità è forte, non si tratta della limitazione dovuta a una norma qualunque sul lavoro. E non finisce qui. Nel settore del terziario, il minore non può essere adibito alla distribuzione di carburante perché si tratta di sostanze cancerogene. È un altro settore dove ci poteva essere un interesse, precluso da norme peraltro giustissime sulla sicurezza e sul lavoro. E comunque, c è poi sempre il discorso della retribuzione: Purtroppo la crisi economica mette sul mercato persone qualificate con un costo del lavoro simile. Quindi, la scelta dell azienda, tra un ragazzo con una storia difficile, che deve raggiungere il titolo, e un neodiplomato che non trova lavoro, è purtroppo scontata. La pensano così anche ad Assolombarda. Si tratta di un contratto - dicono - più interessante per le piccole e micro imprese, anche perché in questo momento sono soprattutto minorenni spiega Chiara Manfredda. C è questo enorme investimento sulla formazione esterna che, francamente, non è indifferente: sono 400 ore l anno e il superamento dell esame finale di qualifica che vede un ruolo anomalo dell impresa. Il che non vuole dire che poi, se l azienda capisce il senso dell iniziativa, non entri in gioco. Però è quello più lontano dal dna delle imprese che, se prendono un apprendista, a stento faticano a capire il senso di un operazione che li porta fuori per tante ore a prendere una qualifica. A 17 anni la qualifica ce l hai, ti assumo 38 39

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