ENRICO PAULUCCI. a cura di Gianfranco Schialvino presentazione di Francesco Poli. Città di Bra ARCHIVIO ENRICO PAULUCCI - TORINO

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2 Enrico Paulucci

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4 ENRICO PAULUCCI a cura di Gianfranco Schialvino presentazione di Francesco Poli Città di Bra i n c o l l a b o r a z i o n e c o n FONDAZIONE POLITEAMA TEATRO DEL PIEMONTE ARCHIVIO ENRICO PAULUCCI - TORINO

5 ENRICO PAULUCCI Bra, Palazzo Mathis, 8 settembre - 31 ottobre 2008 La mostra è stata promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Bra e Comune di Bra in collaborazione con Cassa di Risparmio di Bra S.p.A. Fondazione Politeama Teatro Piemonte Archivio Enrico Paulucci - Torino Mostra e catalogo a cura di Gianfranco Schialvino Per la collaborazione e la cortese disponibilità, si ringraziano M. Laura Riccio - Archivio Enrico Paulucci, Torino e i Signori Adolfo e Angela Camusso, Divo Gaffarelli, Gilberto Magliacani Si ringraziano inoltre i prestatori delle opere che hanno desiderato mantenere l anonimato le Gallerie Giampiero Biasutti e Rocca Tre, Torino Cornici & Cornici, Torino Un ringraziamento particolare a Silvano Gherlone Referenze fotografiche Archivio Fotografico Studio Sant Orsola, Torino Colorservice di Franco Calosso, Torino Grafica e stampa: Comunecazione Snc, Bra 2008 Fondazione Cassa di Risparmio di Bra

6 Sommario Presentazioni 7 Donatella Vigna Camillo Scimone Laura Riccio La pittura come felicità cromatica Francesco Poli Quasi un ritratto Gianfranco Schialvino Tavole delle opere esposte Apparati

7 Palazzo Mathis le pareti orientale e meridionale del salone angolare

8 Per la prima volta, ad un anno dalla sua apertura al pubblico, Palazzo Mathis apre le Sue porte ad un importante mostra pittorica dedicata ad un maestro che con passo lieve ma con impronta pesante ha attraversato tutto il XX Secolo cogliendone con una sensibilissima individualità tutte le vibrazioni che lo hanno contraddistinto. Enrico Paulucci, ligure di nascita ma piemontese di formazione, in questa mostra antologica, apertura di una stagione di commemorazioni che inizieranno l anno prossimo nel decennale della sua scomparsa, ci offre un percorso nella sua opera dai primi anni 20 agli ultimi anni 80, un percorso arioso, leggero ma contemporaneamente denso di significato pittorico. Visitando i saloni di Palazzo Mathis incontriamo Enrico Paulucci in quasi ottanta opere esemplificative del suo percorso artistico. Dagli inizi torinesi e ai formativi anni della scuola dei sei, contraddistinti però dal lirismo e dalla spontaneità di questo maestro che non è mai stato ingabbiato da un solo stile, Paulucci, come scrive il curatore Gianfranco Schialvino, non è un pittore fermo e non è identificabile con un luogo o una situazione, ma un pittore libero, che di volta in volta insegue con la sua tavolozza i colori delicati delle brezze mediterranee e le annate marine, si fa coinvolgere dalla melanconica grazia di figure femminili che aprono mondi di meravigliato stupore o si apre ad esperimenti astratti con colori talora legati alla materialità della penna. Nel presentare questa mostra e questo catalogo, debbo ringraziare particolarmente Maria Laura Riccio e tutti i collezionisti privati che hanno voluto condividere con i braidesi le opere di questo pittore eccentrico e fantasioso, senza schemi né dogi, che con generosità ed estrema libertà ha sempre seguito la sua personale ispirazione. Donatella Vigna Presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Bra 7

9 Enrico Paulucci alla Galleria Le Immagini, Anni 90

10 Appuntamento che diventa piacevole consuetudine nella nostra città per segnare il passaggio tra la fine dell estate e la nuova stagione autunnale, nel tardo pomeriggio della giornata che festeggia la Santa patrona, Bra offre, quest anno, un raffinato omaggio all arte con la mostra dedicata alla pittura di Enrico Paulucci, organizzata nella splendida sede di palazzo Mathis. La scelta di proporre questo grande artista nato a Genova ma che visse gran parte della sua felice stagione artistica a Torino, ci permette di poter ammirare le sue migliori opere su un palcoscenico di riguardo che valorizza questo personaggio dalla personalità complessa e versatile, protagonista indiscusso di una straordinaria avventura pittorica. Il grande pubblico che senz altro affluirà per questo evento nella nostra città potrà apprezzare la creatività e l inventiva che questa figura può senza alcun dubbio ispirare: nel corso della sua lunga carriera artistica, Paulucci utilizzò il colore per concretizzare il suo stupore per il mondo, il suo ottimismo che conservò fino in tarda età. Italo Calvino paragonò la pittura di Paulucci a quella di Matisse, riscontrandone proprio questa caratteristica. La carica cromatica, caratteristica dell'opera di Paulucci, i colori squillanti e brillanti che usa, la loro vivacità, si coglie nell intensità dei suoi quadri che ritraggono campi fioriti, nature morte e suggestivi scorci architettonici, per sottolinearne la bellezza ed interpretarne in maniera originale le luci che queste visioni esprimono. Desidero infine esprimere tutta la mia riconoscenza agli sponsor ed ai diversi enti che, insieme all Amministrazione comunale di Bra, hanno permesso la realizzazione di questa prestigiosa occasione di conoscenza, estendendo i ringraziamenti all Archivio Paulucci di Torino ed ai curatori della mostra e di questo catalogo per il lavoro svolto nell allestimento e nella definizione di un evento che pone in adeguato risalto una figura di spicco della pittura contemporanea. Camillo Scimone Sindaco della Città di Bra 9

11 Federico Riccio ed Enrico Paulucci, Rapallo, Anni 80

12 Seduto a quel caffè... ventinove settembre... diceva una vecchia canzone di anni fa. Ventinove settembre... credo, il titolo. Scherzavo sovente con Federico su questo nostro mese : io del sedici, lui del ventisei e il nostro matrimonio il diciannove, giorno di San Gennaro. Ricordavamo la grande festa, il sangue del Santo, i visi della gente arrossati dalla fede e dalla fiduciosa commozione. Ripensavo alla nostra promessa, e a tutta la gioia che riempiva i nostri cuori. Otto settembre; altra data, altro giorno... coincidenze! Sono seduta ad un caffè, senza canzone. Attendo una mostra, una visione di quadri: quasi tutti conosciuti, guardati, amati. Federico non c è, ma discorro ugualmente con lui: gli faccio notare come sempre l importanza della bella pittura, ci confrontiamo sulle pennellate di Enrico, sul colore della Sua Liguria e dei Suoi cieli, delle campagne piemontesi e dei loro verdi, delle figure femminili, così composte, educate, leggiadre ed allo stesso tempo così profonde e intense. Settembre, andiamo. È tempo di migrare... Vorrei anch io migrare in qualche posto dove provare ad avere la certezza che tutto può proseguire, che si può proseguire malgrado tutto... senza balayer le passé.... Mi commuovo, sento che questa prima mostra senza Federico è senz altro la certezza di tutto questo: così e solo così, si allontana la sofferenza, la solitudine: mi viene voglia di dire grazie e: morte non regnerà.... M. Laura Riccio Archivio Paulucci, Torino La mostra è dedicata a Federico Riccio 11

13 Enrico Paulucci nel suo studio, Anni 70

14 Francesco Poli ENRICO PAULUCCI LA PITTURA COME FELICITÀ CROMATICA Enrico Paulucci, protagonista del rinnovamento pittorico antinovecentista in Italia fra le due guerre, ha mantenuto nei decenni successivi, fino alla sua scomparsa in tarda età, la freschezza e la vitalità innate della sua vena pittorica, con interessanti evoluzioni e con un immutato gusto per la raffinata elaborazione di una libera figurazione, sempre nel segno di una originale e inconfondibile poetica del colore. La sua attività si è sviluppata anche nel campo della decorazione, della scenografia e dei costumi per il teatro e per il cinema. Ma è da ricordare soprattutto il suo insegnamento all Accademia Albertina di Torino, di cui è stato insieme a Casorati (e anche dopo la sua morte) il docente e poi il presidente di maggior prestigio per un lungo periodo. Tutti i suoi allievi hanno sottolineato la sua capacità di stimolare la loro creatività specifica, e la sua apertura alle sperimentazioni innovative anche se lontane dal proprio modo di operare. Un attitudine didattica molto diversa da quella di Casorati (che era estremamente rigoroso e tendeva a imporre la sua visione della pittura) e per molti versi complementare all interno dell accademia. Ho citato Casorati non a caso, perché per circa quarant anni, a partire dagli Anni 20, l avventura artistica di Paulucci è stata in stretta relazione con questa figura fondamentale dell arte italiana. Ma il rapporto con Casorati va analizzato con attenzione perché a mio avviso serve a chiarire la specifica identità culturale di Paulucci e il suo autonomo e significativo ruolo nel contesto culturale torinese. Per Paulucci, come per i suoi amici artisti che daranno vita al Gruppo dei Sei, Casorati era giustamente considerato all inizio come una maestro già affermato da cui si poteva imparare molto ma da cui non si doveva essere troppo influenzati per non correre il rischio di restare sotto la sua ombra (come è successo a numerosi altri artisti). E in effetti (come nel caso di Levi, Menzio e Chessa) Paulucci non si può annoverare tra gli allievi di Casorati, ma tra i suoi amici più stretti. Insieme a lui Paulucci ha condiviso molte esperienze di vita, culturali ed espositive, tra cui anche, per esempio, la gestione negli Anni 30 di 13

15 spazi espositivi come lo Studio Casorati-Paulucci (dove nel 1934 fu organizzata tra l altro la prima mostra degli astrattisti italiani), la Galleria della Zecca e il Centro delle Arti. Tutte queste esperienze sottolineano il ruolo di Paulucci, non solo come pittore ma anche come promotore culturale, un ruolo, che insieme a quello di docente, ha contribuito a rafforzare la sua immagine pubblica di testimone e memoria storica della vita culturale della sua città d adozione. Anche per questo motivo Paulucci, che era un uomo che aveva relazioni con tutto il mondo culturale italiano, è stato un personaggio molto amato non solo a Torino e nella sua Liguria, ed è forse il più conosciuto esponente dei Sei. Ma naturalmente quello che conta di più è la qualità della sua pittura che ha sempre avuto (in sintonia con la sua vitale personalità estroversa ) una modulazione stilistica personale meno propensa alla dimensione intimistica e privata (in altri termini quella particolare atmosfera da lessico famigliare ) che si può riscontrare in molti dipinti dei suoi compagni di strada Menzio, Chessa, Levi (in parte) e Boswell (a livello minore). Non a caso, dal 1929 al 1930/31, e cioè nel periodo dei Sei, Paulucci ha esposto praticamente solo paesaggi e nature morte, e pochissime figure. E questo, ovviamente, non per motivi tecnici, ma perché gli aspetti più originali della sua sensibilità, soprattutto in quella fase cruciale, erano meglio espressi attraverso temi legati alla realtà esterna. A questo proposito, riportiamo qui il commento di Mirella Bandini (in I Sei Pittori di Torino , cat. mostra Mole Antonelliana, Torino 1993, p. 31): Aria e luce sono le due indiscusse componenti della pittura di Paulucci, da quei lontani anni ad oggi ( ). Una levità mediterranea, che deriva dalle sue origini genovesi, un gusto per il colore brillante che lo ha subito avvicinato alla pittura di Marquet e Dufy, e al primo Chessa, indirizzato verso le iridescenze dell acqua. È il pittorissimo della compagnia scrisse Emilio Zanzi su La Gazzetta del Popolo del 1930, sottolineando l uso dei colori freschi e brillanti; mentre già Persico nel 1929 ( ) notava come l arte di Paulucci non sia né decorativa né frivola: il pittore conosce bene il valore di una luce o di un tono, e perciò le sue opere sono assai esperte nonostante la grazia lieve. Specialmente negli oli, l impianto della sua pittura è cézanniano; mentre nei guazzi, per la stessa tecnica sciolta e immediata, l impianto è aereo, vibrante e fluido e il colore si identifica con la luce, come nella migliore pittura impressionista. Vale la pena analizzare brevemente questi giudizi. Innanzi tutto l influenza della pittura francese assimilata durante un lungo soggiorno a Parigi. La luminosità e la levità aerea della sua pittura più che all impressionismo vero e proprio sono collegabili a certe esperienze post impres- 14

16 sioniste e ad alcuni aspetti della pittura fauve, quelli cromaticamente meno aggressivi. Giustamente si fa riferimento a Albert Marquet e a Raoul Dufy: alla pacata sensibilità tonale dei paesaggi del primo, e al vivace e sintetico colorismo del secondo (in particolare le sue gouaches). Ma bisogna citare anche le fondamentali suggestioni che provengono da Matisse (soprattutto i dipinti degli Anni 20, con una figurazione più definita) e dai paesaggi e dalle nature morte di André Derain. Guardando anche a questi artisti Paulucci ha sviluppato un linguaggio pittorico libero, non basato su schemi disegnati ma elaborato attraverso la stesura diretta di pennellate sulla tela o sulla carta, che danno vita a raffinati accordi cromatici e a composizioni figurative di fluida e immediata espressività, mai bloccate da contorni lineari troppo definiti. Nulla a che fare con la solida plasticità figurativa dei novecentisti, e neanche con la misurata e controllata concezione compositiva di Casorati. Come aveva giustamente notato l amico Edoardo Persico la pittura di Paulucci è caratterizzata da una grazia lieve che è una qualità specifica e non un segno di frivolezza o di decoratività, che deriva da una particolare visione poetica della realtà. In questa mostra di Bra sono ben documentate tutte le fasi più significative della ricerca dell artista attraverso una quarantina di quadri a olio, altrettante tempere e una decina di disegni. Sono paesaggi (in particolare marine liguri con porti e barche), nature morte, scene di interni e anche figure di particolare importanza come quelle degli Anni 30. Molto ben rappresentato è il periodo dei Sei, e di particolare interesse è anche il gruppo dei dipinti con valenze quasi astratte degli Anni 60. Una pittura quella di Paulucci che è sempre rimasta, nella sostanza, coerente a se stessa e dunque profondamente autentica. E che per questo motivo, pur facendo ormai parte della storia dell arte, è sempre attuale. 15

17 Paulucci in visita da Matisse, con Casorati, Sartoris, Lattes e Carluccio

18 Gianfranco Schialvino QUASI UN RITRATTO Una vita in souplesse, quella di Enrico Paulucci marchese delle Roncole. Una giovinezza serena, condotta tra l invito paterno ad una professione seria, per cui l iscrizione all Università, ed il desiderio del rampollo di seguire invece gli istinti che lo spingevano all avventura artistica: [ ] a Torino son cresciuto e ho fatto gli studi, anche troppi forse, sino alle lauree in economia e giurisprudenza, pure con una divagazione giovanile di calciatore nelle file juventine. Il fatto era che mio padre, Paolo Paulucci delle Roncole, discendente da una antica famiglia emiliana, aiutante di campo di re Umberto I (e peraltro uomo di cultura umanistica e lettore eccezionale di migliaia di volumi di ogni genere) non vedeva di buon occhio le inclinazioni pittoriche del suo ultimogenito. Non mi restava altra via di uscita, dunque, che prolungare gli studi e accumulare lauree, cosa che mi permetteva di dipingere molte ore del giorno e interi mesi dell anno, e di fare le mie prime prove nelle esposizioni locali e soprattutto nell ambiente artistico, assai vivo e stimolante allora, di Torino (Frammento autobiografico, circa 1960, da Enrico Paulucci, cat. Mostra Regione Piemonte, Torino). La prima presenza documentata delle opere del giovane pittore (aveva 22 anni) è il catalogo della Quadriennale di Torino del Pochi anni dopo, in una spigliata e fresca pagina dal titolo Cronache della pittura. Un giovane, l anonimo critico annota per la mostra Vedute di Torino della Società Fontanesi a cui partecipano solo quei pochi che dell arte non fanno un mestiere, ma una professione di fede, ma un ideale di bellezza : La sua pittura aveva nello spirito una festività che non doveva poi mai più perdere. Le sue atmosfere - sicure nei rapporti - rivelavano in certe osannanti chiarità l intima e contenuta passione da cui eran nate. Solo un eccellente spirito osservatore poteva comprendere il paesaggio con tanta fervida finezza. Paulucci intanto ha già partecipato alle esposizioni annuali della Società Promotrice delle Belle Arti cittadina, è invitato alla Mostra futurista all Associazione della Stampa, torna alla Quadriennale, va alle Esposizioni Nazionali di Genova e Milano, e, nell ottobre 1928 approda alla XVI Biennale internazionale d arte di Venezia. 17

19 A Torino, in quegli anni, erano ancora in attività Grosso e Bistolfi, Rubino e Reviglione, Maggi e Bosia. Ne Il Vangelo della Pittura (Torino, 1921) Enrico Thovez scrive: C è un vento di rivoluzione tra i giovani che si volgono oggi alle arti figurative. I giovani affermano che l arte del passato, del passato di ieri, non basta più alla loro visione, e cercano le leggi e le formole di un arte nuova. E cerca di imbastire una ragione di metodo ed estetica per contrapporre la tradizione ad un nuovo che cambia rapido come la moda. Quando in Italia i giovani cercano una nuova formola estetica, la vanno a prendere bella e fatta a Parigi, dove è già vecchia di dieci anni. Proprio come gli abiti, ma con maggior ritardo. I negozianti delle mode artistiche sono obbligati, come quelli delle mode vestiarie, a cercare sempre nuovi figurini Non c è una sola, fra le mode estetiche che ci sono giunte di Francia in questi ultimi decenni: impressionismo, luminismo, divisionismo, sintetismo, che non fosse soppannata dagli interessi di un negoziante. Annota Renzo Guasco, arrivato a Torino da Biella nel 1925: È difficile oggi immaginare che nel 1930 a Torino la pittura degli Impressionisti e dei Postimpressionisti fosse conosciuta da pochissimi, non solamente sugli originali, ma nemmeno sulle riproduzioni. A Parigi erano andati Menzio e Chessa; vi era passato Spazzapan, o almeno così raccontava, prima di stabilirsi a Torino nel 28. Da Parigi va e viene Lionello Venturi, che sotto la Mole ha la cattedra di Storia dell Arte, e che porta con sé Riccardo Gualino (suoi i primi quadri di Modigliani in Italia, sette in tutto e dopo la dispersione della sua collezione tutti tornati Oltralpe), fulcro con Felice Casorati, in città dal 1918 dopo la morte del padre, della nascente intellighenzia subalpina. Anche Paulucci si reca a Parigi, per un soggiorno che fu determinante nelle sue scelte, nel 1928, in occasione della prima mostra degli italiani nella capitale transalpina, al Salon de l Escalier cui partecipa anche Menzio, con cui condivide l ospitalità in un vecchio studio in legno di rue Falguière. Ed il tuffo nella Ville Lumière sente la necessità di farlo anche Carlo Levi. Non è quindi un caso se il gruppetto che espone insieme l anno dopo sotto l egida dei Sei pittori di Torino raccoglie artisti (con Chessa, Levi, Menzio e Paulucci anche Jessie Boswell che arriva da Londra e Nicola Galante, amico di Gobetti, da tempo in rapporti con Soffici, che ne ospita le xilografie su Lacerba, e con Il Selvaggio di Maccari) che si rivolgono alla Francia non per carpire un momento di notorietà accanto alle avanguardie, bensì per confermare delle idee già acquisite e cementarle con la sicurezza che, all insegna di Manet e di Cézanne (l Olimpia di Manet figura sul catalogo della prima mostra, alla galleria Guglielmi di piazza Castello ed un autoritratto di Cézanne su quello della seconda), il problema colore-luce dovesse prevalere su ogni pretestuosa 18

20 Laura e Federico Riccio, Enrico Paulucci, Sandro Alberti, la moglie e la figlia, a Bra polemica usa a scambiare la parte per il tutto ed a considerare verità secondarie e contingenti come base di peregrine estetiche, tanto intransigenti quanto aleatorie e squilibrate. L insegnamento dei francesi per i Sei - annota Guasco - consistette soprattutto nell invito a rompere gli schemi troppo rigidi, a squarciare i fondali e le prospettive casoratiane, a far circolare dell aria. Quest aria nuova verrà poi bloccata a Chessa dalla prematura scomparsa (si era ammalato di tubercolosi), si fisserà in una staticità concettuale a mezzo fra il primitivismo e la metafisica in Galante, sfocerà nella pennellata fortemente intrisa di espressionismo per Levi, si addenserà di intimismo borghese nella Boswell. Rimarrà ancora fresca per Menzio, che si farà più composto nella maturità, ma è in Paulucci che conserverà una fragranza ed una lievità, ecce- 19

21 Menzio, Casorati e Paulucci al Caffè Guarany, Torino, 1949 zionale nei guazzi (di Roma, a Malta e sulla Riviera ligure), in cui senti l odore di una strada afosa, la brezza della spiaggia, il profumo dei balsami delle bagnanti a discorrere sul dehors o a passeggio tra le palme del lungomare, l umidiccio della neve sui marciapiedi, il freddo pungente della nebbia che ti entra nelle ossa quando sali per il Monte dei Cappuccini. La sua tavolozza si fissa in colori ora splendenti ora pastellosi, lievi ed aciduli, rosati e vermigli, viola, aranci ed azzurri, gialli e verdi; i lampi di Matisse ed i lucori di Derain, la stesura piana di Braque e la prospettiva svirgolata di Cézanne, la nitidezza di Dufy, il tocco angelico di de Pisis 20

22 e un pizzico ancora della polvere vellutata di Felice Carena, in una sintesi di spazio e di luce, dove oggetti e colline, vele ed alberi galleggiano su superfici nuvoleggianti, annotate di macchie, ora d aria ora di cielo. Con un dono innato: la leggerezza, l impalpabilità, l ironia, l apparente disordine del volo di una farfalla o di un cardellino, che riassumono in una purezza quasi astratta una summa di sapienza antica, di gioia equilibrata, di ammicchi al dandysmo e lo snob. Come in un canto, anzi un fischiettare, un cinguettare libero ed immediato. Per arrivare infine alla lirica semplicità di un emozione, spontanea e naturale, attraverso una pittura che non ragiona, non complica, non discute, non decide, non illude. Dove il vero diventa verisimile e si cerca soltanto di comunicare delle sensazioni, delle ipotesi, uno stato d animo, un armonia. I mezzi più semplici e veri e sicuri sono gli ultimi che gli uomini trovano (Giacomo Leopardi, Zibaldone ). Non è, Paulucci, pittore fermo. Neppure identificabile con un luogo od una situazione. Sa piuttosto di quel nomadismo intellettuale che per altre latitudini non riesce a fissare in uno spazio definito Chagall e Pasolini, Visconti e Duchamp, Kandinskij e Fellini, Gadda e Busoni. Il suo mondo viaggia con lui, le sue radici traslocano ed attecchiscono rapidamente in ogni nuova occasione: Torino, Roma, Rapallo restano situazioni straordinariamente consimili per una personalità caratterizzata da una forza portentosa, capace di neutralizzare gli influssi esterni piegandoli e temperandoli in funzione di un unico scopo. Se stesso. Nella sua arte, nel suo sogno, nel suo ideale. Indenne anche dai miti che in quegli anni avrebbero potuto coinvolgerlo nell attiva adesione all una o l altra ideologia imperante. Che rifiutò e cui si oppose per indole, osteggiando ogni pretesa di chi cercasse di limitare la libertà piegando la sua dignità di uomo. I frequenti soggiorni a Roma contribuiscono negli Anni 30 a crescere la sua tavolozza di toni cromatici caldi, di compattare le pennellate, di strutturare scenograficamente le composizioni: Dopo Londra lo rivedemmo a Roma alla Quadriennale del Certamente quell esposizione, tratta fuori dall eternità in cui gli inesperti e gli impazienti vorrebbero vedere ogni mostra grande e piccola, fu importante per molti pittori. Alcuni crollarono fragorosamente; altri addirittura trionfarono; altri ancora vennero a trovarsi nelle più strane posizioni. Paulucci fu uno di quelli che, ce ne accorgemmo subito, stava senza vertigini, l occhio limpido e l animo tranquillo (Alberto Moravia, dalla presentazione della personale alla Galleria della Cometa, Roma, 1938). Spesso nei ritratti gli capita di ripassare le linee, di ritentare il colore, di ispessire la pasta, di affocare i toni. Si notano infatti nella stesura, specie dei paesaggi, interferenze cromatiche più intense che arrivano qua e là a turbare con pensose introspezioni la scorribanda delle linee 21

23 Mario Soldati ed Enrico Paulucci matissiane, offuscando la serenità del gioco delle forme e dei colori: Son di quel tempo tutta una serie di figure, paesi e nature morte in cui un impianto vagamente cézanniano mi era suggerito anche dalla scoperta di certe vallette liguri simili a quelle dipinte dal maestro di Aix. E negli anni del dopoguerra un ulteriore momento di coscienza di antitetiche ondate neoespres- 22

24 sioniste ed informali, e la diatriba fra astrattismo e realismo socialista, lo coinvolgono in un momentaneo abbandono dell istintivo dialogo forma-colore per portarlo ad una gamma di toni chiari sorretti da gabbie e da impalcature in cui fissa fiabeschi paesaggi marini e borghi costieri, velature affastellate e carruggi arditi, paranze allineate ed olivi sferzati dal libeccio. È una pittura che si regge sul timbro, sul rapporto cadenzato di linee rette e curve, sul colore e la sua mancanza, su una musica sincopata che lampeggia frammenti di realtà in un caleidoscopio di illusioni ottiche. In una inquietudine che tocca anche la materia del colore, nella ricerca, attraverso la stesura di zone grevi e dense, di un contatto anche fisico con la natura rappresentata. I primi segni di questo mutamento sono avvertibili dopo il 1945, quando l Italia artistica travolse ogni barriera provinciale, volgendosi all Europa, per riscattarsi e per riconoscersi. Anche Paulucci, senza tradire se stesso, iniziò da quella crisi comune un processo di revisione e di approfondimento che le opere odierne rivelano concluso in una nuova e più matura sintesi pittorica. [ ] Paulucci ha rielaborato l impressione immediata dal vero col necessario distacco della memoria: e il metodo delle pezzature a intarsio è stato il mezzo più proprio a frenare la facilità della pennellata e a ordire la trama di una vera composizione, in cui ogni tono è al suo posto, controllato da una seria disciplina formale (Giuseppe Marchiori, dalla presentazione per la sala personale alla XXVII Biennale di Venezia, 1954). Soltanto con la serenità di questo rapporto, che ritrova (mi sembra importante tutto questo anche per chi, in Accademia, guardava a lui come ad un punto fermo ed incrollabile di riferimenti positivi, apprezzandone il sorriso sempre pronto ed il dialogo mai negato anche nel confronto con chi intendeva fortemente distruggere demandando al caso la possibilità fortuita della ricostruzione) in una pittura che nella spontaneità del gesto riprende, attualizzandola, l originale istintiva relazione forma-colore, Paulucci prepara la lunga maturità espressiva. Bene gli riconosce questo merito Luciano Anceschi quando, per la mostra romana alla Galleria del Vantaggio scrive: Un linguaggio nuovo con i suoi oggetti, il suo colore: questa è per la pittura oggi forse una strada necessaria. In ogni modo, se per questa strada si sono incontrati, intanto, alcuni risultati eccellenti, certo, comunque, è il seguente: che - fatto rarissimo in quest ora - la pittura di Enrico Paulucci è, per chi la vede, un impulso di vita. Una proposta di felicità definì Italo Calvino la pittura di Paulucci. Non a caso l armatore Costa gli affidò spesso l incarico di dipingere per i saloni delle sue navi da crociera. La lievità 23

25 non è un invito alla leggerezza, il sentimento della gioia non esprime irresponsabilità. Si può essere felici ed esortare ad esserlo, senza avere la testa tra le nuvole e non sapere in che mondo si vive; si può esortare alla felicità, ch è anche una virtù, senza mettersi in contraddizione con la situazione storica, senza scappare, senza tradire (Giulio Carlo Argan, per la mostra torinese alla Bussola del 1962). Supera anche, in questo periodo, Paulucci, il problema (posto dalla critica, non certo da lui) della mancanza della riconoscibilità dell oggetto nella sperimentazione dei canoni proposti dalle nuove tendenze astrattiste nate col post-espressionismo. Lo sorvola, anzi, restando fondamentalmente fedele alla cultura francese nata coll Impressionismo che pone il valore della pittura non nella raffigurazione più o meno mimetica dell oggetto, bensì nella forza del timbro, del suono, del colore che designano in chi esprime ed in chi vede un emozione, un esigenza di spontaneità e di schiettezza. Di piacere e di sorpresa. Evitando per quanto possibile angosce e nefandezze, falsità ed orrori. Cercando sempre e comunque nel dialogo la relazione, anche con una pittura, la sua, di linguaggio e di comunicazione, dove contano il tono e l armonia, l intensità e la sonorità. Ora l impianto prospettico, già ridotto alla bidimensionalità, tende a scomparire. I colori si affacciano impetuosi ad affollare i primi piani, senza distinzioni di spazio e di tempo. Alla pittura di gesto Paulucci contrappone un estasi pittorica - sottolinea Aldo Bertini nella presentazione della sua sala alla XXXIII Biennale veneziana del 66 - in cui l emozione dello spunto naturalistico cede ad una reazione intima di introspezione. [ ] Il chiaroscuro cede interamente al colore puro; l accesa intensità ne ricorda l origine fauve, da cui Paulucci è partito, alla quale ha impresso un ammorbidimento, onde deriva una freschezza nuova, più umana e gioiosa. La figurazione è insita, anche nell assenza dell individuabilità dell oggetto, attraverso un unità stilistica che lega i due momenti operativi che hanno sempre accompagnato la sua attività: la tecnica ad olio meditata e più lenta dei dipinti realizzati negli studi di Torino e Rapallo, ed i guazzi dipinti en plein air, eseguiti rapidamente, in uno spazio brevissimo di tempo. È la misura vitalmente umana di un emozione, di un incanto, di una riflessione pacata accanto ad una voracità sensuosa; di un introspezione lineare che esclude implicazioni allegoriche e metafisiche per soffermarsi sulla semplicità delle cose da cui far scaturire la scintilla dei motivi ispiratori: il porticciolo con le barche, il casolare rosso, le forre, le rocce, i campi, gli ulivi, le vele gonfie di vento, la luna. Una osservazione acuta, quella del giovane (lo era allora, è il 1979, quando scrive il saggio inti- 24

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