Il tirocinio vissuto attraverso il ciclo dell esperienza: costruzione e ricostruzione del Centro di Salute Mentale

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1 Il tirocinio vissuto attraverso il ciclo dell esperienza: costruzione e ricostruzione del Centro di Salute Mentale Marco Ranieri C7 Anno ABSTRACT: Il presente lavoro è un tentativo di ripercorrere attraverso le tappe del ciclo dell esperienza l evoluzione della mia costruzione del CSM e di me come tirocinante all interno della struttura, nella prospettiva del percorso di terapeuta in formazione. 1

2 INDICE: INTRODUZIONE p.3 1. ANTICIPAZIONE p.3 2. INVESTIMENTO p.4 3. INCONTRO p.5 4. VERIFICA p.7 5. REVISIONE p.8 6. CONCLUSIONI p.8 BIBLIOGRAFIA p.9 2

3 INTRODUZIONE Quando ho scelto di svolgere le 140 ore di tirocinio previste dal piano formativo della Scuola presso il CSM, il pensiero che ho fatto è stato: come funziona la cosiddetta salute mentale nell ambito dei servizi pubblici?. Avendo sempre lavorato nel privato sociale, era una domanda che m interessava parecchio e a cui volevo trovare una risposta, sia per curiosità personale, sia per opportunità formativa. C era, inoltre, un terzo aspetto, forse ancora più rilevante dei primi due, relativo allo sperimentarmi in un ambiente da me costruito come istituzionale, contrapposto a contesti percepiti come più familiari 1 (come può essere, ad esempio, un associazione); quest aspetto costituiva per me un passo importante sia nel versante personale, sia in quello di sviluppo professionale. Era quindi un area di aggressività trasversale a più dimensioni della mia esperienza, e in quanto tale generava una discreta quantità di ansia. Cercherò di ripercorrere il mio anno e mezzo di esperienza nel Centro di Salute Mentale, da marzo 2011 ad oggi (ottobre 2012) utilizzando le tappe del ciclo dell esperienza, ben sapendo che non si tratta di categorie rigide né rigidamente sequenziali, ma piuttosto di un tentativo di descrizione del processo di esperienza personale, che può essere costituito da più cicli dell esperienza paralleli, conseguenti uno all altro, o anche in relazione di sovra/subordinazione l uno con l altro. 1. ANTICIPAZIONE Come già accennato, partivo subito da un anticipazione molto precisa, direi strutturante: il CSM è un ambiente di lavoro che si caratterizza per essere istituzionale, cioè è un emanazione delle istituzioni statali sul territorio locale, nella fattispecie nell ambito del Sistema Sanitario Nazionale. In quanto istituzione, è organizzata in modo rigidamente gerarchico, e l esserne parte implica il rispetto della gerarchia vigente, pena l esclusione o l emarginazione. Si tratta di un anticipazione molto forte che, se da un lato corrisponde all effettiva organizzazione del SSN, dall altro crea già in partenza poco margine di movimento, poiché introduce costruzioni di tipo gerarchico come preponderanti rispetto ad altri tipi di costruzione, finendo per strutturare quel contesto; in altre parole, per me quell aspetto era così rilevante rispetto ad altri aspetti con cui avrei potuto definirlo, che diventava l unico modo per descriverlo e quindi viverlo. Ma a questo punto non avevo ancora messo piede nella struttura (se non per un colloquio di conoscenza con la mia tutor), quindi viaggiavo unicamente grazie a queste anticipazioni che peraltro restavano ancora ad un livello di consapevolezza molto basso. Appena iniziato, mi sono quindi trovato in un ambiente a me sconosciuto, di cui facevo molta fatica a definire i contorni, e che vivevo come ostile poiché basato su ruoli rigidi che erano connessi anche ad un certo status, e quindi ad un potere. Per me questo significava sentirmi ingabbiato in questa rigidità, che consideravo inutile e funzionale unicamente a mantenere lo status quo, non certo a mettere un tirocinante nelle condizioni di fare esperienza, né tantomeno adatto ad aiutare i pazienti. Questa mia ostilità, mascherata da ostilità dell ambiente verso il buon tirocinante costruttivista, unita alla mia consolidata abitudine alla circospezione, mi ha portato ad assumere un atteggiamento molto critico nei confronti del CSM già dall inizio, e a muovermi in punta di piedi per rincorrere il quieto vivere. Già dall inizio, ero pronto a confermare questa mia visione delle cose, cogliendo in ciò che sarebbe potuto accadere le prove della validità di questa mia posizione. I motivi di questa visione così decisa con cui mi sono approcciato al tirocinio sono molteplici, ma tralasciando quelli derivati da esperienze più personali, sicuramente un ruolo importante è 1 Per me nel costrutto istituzionale familiare il polo familiare costituiva quello di contrasto, poiché lo associavo ad una dimensione lavorativa caratteristica delle associazioni, che nella mia esperienza davano molta attenzione alla relazione col paziente e alla sua soggettività, così come davano molta attenzione anche a collaboratori e tirocinanti, promuovendoli nel loro percorso formativo. Il CSM rappresentava il polo emergente, quello istituzionale, la nemesi di tutto ciò. 3

4 stato giocato dagli anni di formazione psicologica all Università (in cui nel corso degli anni veniva ripetuto quasi come un mantra che come psicologi non avremmo mai trovato lavoro, che eravamo troppi, che il mondo funzionava in altro modo, che i medici e in particolare gli psichiatri ci consideravano di serie B di fatto andando a consolidare costruzioni della professione psicologica basate sul rapporto di potere con le altre professioni); come anche dalle pratiche di tirocinio e lavoro nel privato sociale (in cui ho vissuto l esperienza diretta di lavorare con colleghi ormai avviati nella professione e ne ho condiviso i discorsi, le narrazioni relative alle istituzioni, narrazioni ancora più forti perché basate sul lavoro sul campo ). In entrambi questi ambiti, tutto ciò che riguardava il settore pubblico della pratica clinica era visto come negativo, di visione limitata, di poca efficacia nell intervento, arretrato a livello teorico e metodologico, salvo rare eccezioni. In quanto psicologo, quindi, mi sentivo l ultima ruota del carro in un ambiente dominato dai medici, per di più psichiatri, perciò senza ombra di dubbio incapaci di comprendere l utilità della psicoterapia, accecati dalle medicine che sicuramente consideravano come l unico reale strumento terapeutico; perfino gli infermieri avevano più possibilità di me, perché erano strutturati, perché lavoravano lì da anni, e perché gestivano tutta la parte burocratica da cui inevitabilmente tutti dovevano passare, me compreso. Solo con gli educatori provavo una certa comunanza, probabilmente perché si trattava di figure a me già conosciute per lavoro e perché, avendo fatto lavoro da educatore io stesso, ero sintonizzato su linee di pensiero simili. Potrei dire che erano meno minacciosi perché per me rappresentavano un mondo a me conosciuto e un modo di concepire il lavoro psicologico che era a me più familiare. Tutte queste considerazioni rispetto alle anticipazioni da cui partivo, comunque, sono emerse solo in un momento successivo; all inizio del mio percorso di tirocinio, come già detto, restavano ad un basso livello di consapevolezza, caratterizzandosi come un tipo di anticipazione globale e sfocata (Epting F., R., 1984, p.63), consentendomi di non sottoporle a verifica né tantomeno a revisione, e di galleggiare abbastanza tranquillamente nella circospezione. 2. INVESTIMENTO Partendo da anticipazioni del genere, l investimento iniziale è stato subito molto basso: mi sembrava già in partenza un esperienza inutile e faticosa, come combattere contro i mulini a vento (probabilmente stavo disinvestendo per difendermi da invalidazioni importanti, soprattutto riguardo alla mia efficacia come psicologo), pertanto avrei potuto benissimo sopravvivere in quel contesto giusto il necessario per farmi firmare le carte che attestavano la conclusione del tirocinio, e nel frattempo guardarmi attorno cercando soluzioni per me più appetibili. I primi incarichi assegnatimi non mi hanno aiutato ad investire di più, poiché rimanevano nell ambito dei compiti che, coerentemente con le mie anticipazioni, immaginavo mi avrebbero fatto fare come psicologo: fare da osservatore in un gruppo espressivo (condotto da due specializzandi psicologi come me) per giovani pazienti che hanno manifestato un esordio psicotico ; frequentare il Centro Diurno del CSM (sempre come osservatore) condotto da un educatrice; affiancare un ragazzo (che usciva da poco da uno scompenso psicotico ) nella preparazione dell esame di maturità. Dal mio punto di vista, tutte queste mansioni confermavano la mia visione del CSM: sarà molto difficile avere uno spazio e delle mansioni di responsabilità all interno della struttura, non conta la formazione che già noi psicologi abbiamo dopo anni di studi e tirocini; ci fanno fare il lavoro degli educatori e non comprendono le differenze con la professione di psicologo (per non parlare dello psicoterapeuta in formazione). A poco serviva considerare altri aspetti, che non riuscivano comunque a perturbare il mio sistema di costruzione: il sapere che erano due psicologi tirocinanti come me a condurre il gruppo espressivo non era rilevante, così come la prospettiva in futuro di vedere pazienti in colloqui clinici e psicoterapici individuali. 4

5 Probabilmente l idea di prendere in carico dei pazienti e assumermi la responsabilità di portare avanti un progetto terapeutico era allora troppo minacciosa, ed il modo per far fronte a questa grossa area d ansia e di minaccia di colpa (nello scoprirmi un cattivo terapeuta ) è stato disinvestire nell esperienza, costringere su alcuni aspetti, validare in modo ostile le mie costruzioni e anticipazioni. Non mi rendevo conto che questi incarichi rispecchiavano anche il mio modo di pormi all interno della struttura, e che la mia circospezione poteva essere letta come poca esperienza, necessità di entrare piano piano nelle attività più complesse, poca volontà di misurarsi con la novità (scarso investimento, appunto), da cui le scelte di assegnare ad un tirocinante, appena entrato, all inizio del suo percorso formativo come terapeuta, incarichi a basso coefficiente di rischio. Avevo giocato pochissima socialità. Tanto più che questa situazione sarebbe cambiata di lì a poco, e sarei stato messo di fronte alla richiesta inaspettata di svolgere un compito di maggiore responsabilità, invalidando molte delle mie costruzioni riguardo al ruolo dello psicologo nella struttura. Ma su questo tornerò tra poco, nel paragrafo relativo all incontro. Diciamo che il primo anno dell esperienza di tirocinio si è fermato qui, ad un investimento basso. In un certo senso è stato comunque un processo che ha comportato anche un incontro, una verifica e una validazione di mie anticipazioni, ma il non essermi posto nella condizione di poter essere invalidato ha limitato molto la portata della mia esperienza. Difatti, quando ho capito l utilità che poteva avere per me fare veramente esperienza in un posto simile mettendo in discussione le mie anticipazioni, l investimento nel tirocinio è cambiato parecchio, divenendo una tappa importante del mio percorso formativo come psicoterapeuta, e andando a rispecchiare le iniziali intenzioni che mi avevano fatto scegliere di entrare al CSM. Mettersi nella condizione di poter revisionare le proprie anticipazioni, comunque, non è stata una cosa immediata, ma un iniziale risultato di un percorso ancora in divenire che ha come aree principali di sviluppo la formazione da psicoterapeuta e la terapia personale, entrambe sussunte dal mio percorso esistenziale di cui in questo momento costituiscono una parte importante. 3. INCONTRO Quando è avvenuto davvero l incontro? O, per meglio dire, quando l incontro è stato meno condizionato dalla mia necessità di difendere la mia visione del mondo? Una prima tappa è stata la richiesta cui ho accennato poc anzi: all approssimarsi dell estate 2011, dopo 3 mesi dall inizio del mio tirocinio, tutto d un tratto mi è stato comunicato che avrei dovuto prendere in mano io la conduzione del gruppo espressivo, da solo. Per me fu quasi uno shock: ma come, fino ad un attimo fa ero un mero osservatore, ora mi chiedete di condurre un gruppo da solo, senza esperienza pregressa nemmeno di colloqui clinici individuali, senza formazione nella conduzione dei gruppi, senza una supervisione? Mi sentivo spiazzato, e incapace di affrontare una situazione del genere. Le mie difese si erano attivate, e consideravo i miei superiori come incapaci di valutare l abilità del tirocinante (me), di gestire per bene un servizio, incuranti del reale benessere dei pazienti perché affidavano un gruppo ad una persona inesperta. Invece di leggerlo come fiducia nelle mie capacità e come un area di sviluppo per la mia formazione e di crescita professionale, ho di nuovo ricondotto il tutto ad una validazione ostile delle mie posizioni. Questo episodio mi aveva messo in crisi, poiché mi trovavo a metà strada tra il voler misurare le mie capacità e fare esperienza, e il non voler mettere in discussione le mie anticipazioni. Sono stato anche vicino all abbandonare il CSM (ovviamente motivando la scelta con l idea che non fosse il posto adatto a me ), ma alla fine, dopo qualche mese di incertezza (compresa la pausa estiva), ho scelto di restare; anche perché sapevo che lì avrei avuto la possibilità di vedere pazienti, e sapevo che trovare tirocini del genere poteva essere complicato. Non 5

6 essendomi mosso per cercare altro, la mia scelta l avevo già fatta, nonostante rispetto alla conduzione del gruppo non si fosse arrivati ad un accordo. In quei mesi di indecisione, comunque, anche per sondare il terreno, ho incominciato a fare dei passi nella direzione futura di sperimentarmi nella conduzione e, seppur in modo ancora molto circospetto, ho provato a fare delle proposte per me preferibili: la co-conduzione con un collega invece della conduzione da solo, e degli spazi di supervisione o comunque di confronto con l équipe psichiatrica o anche solo con gli altri psicologi. Nonostante i tempi molto lunghi dei cambiamenti del CSM (legati anche alla dimensione istituzionale, con tutte le complicazioni burocratiche e gestionali che ciò comporta; aspetti che comunque andavano a validare le mie anticipazioni sulla struttura), da queste proposte inizialmente condivise con i colleghi psicologi si è iniziato a portare l argomento in équipe, e piano piano sono stati fatti dei piccoli passi: è stata cambiata leggermente la conduzione del gruppo, passando da due conduttori e un osservatore (io), ad un conduttore e due osservatori (io ed una nuova tirocinante), con facoltà anche di intervenire, delineando quindi una sorta di co-conduzione, cosa che mi consentiva di sperimentarmi in un ruolo più attivo nel gruppo e di prendere le misure su come gestirne la conduzione; sono stati messi in piedi degli spazi di confronto tra psicologi tirocinanti, sotto la guida di psicoterapeuti più esperti, in modo da avere possibilità di un confronto e di una minima supervisione. A questo proposito ci sono stati alti e bassi, la continuità di questo spazio di condivisione è cambiata nel tempo per difficoltà burocratiche, strutturali, e legate ai contratti tra i professionisti e il CSM (che sono tuttora in via di definizione); tuttavia, ha definito comunque l esistenza di uno spazio di confronto e ha creato l idea dell utilità dello scambio tra colleghi per meglio governare i vari tipi di intervento e di rapporto terapeutico. Nella mia esperienza, ciò ha significato che non solo si stava creando un ambiente a me più congeniale per lavorare, ma soprattutto che il CSM non era quella fredda entità istituzionale senza nessun interesse nella relazione con i clienti e che considerava i tirocinanti come pedine intercambiabili. Discutendo con una collega (costruttivista), mi aveva molto colpito l idea che, dopotutto, anche il CSM era fatto da persone, ognuna con il proprio modo di portare avanti le cose, e che pur all interno di confini istituzionali (anche questi comunque funzionali a portare avanti un certo tipo di progettualità e di intervento), le cose potevano assumere forme anche diverse da quelle che consideravo immutabili. Il problema, e allo stesso tempo la risorsa, stava nel capire quali fossero questi confini, e provare a muoversi all interno di essi, ma seguendo un proprio sentiero per quanto possibile. Questo è stato un passo fondamentale, che mi ha permesso di aprirmi ad un incontro più completo con la struttura e con le persone che ci lavoravano. Iniziavo a comprendere i modi e i tempi del CSM, e ciò mi consentiva di sentirmi più a mio agio e di potermi muovere con più libertà, senza sentirmi invalidato ad ogni passo, ma iniziando a mettere a verifica le mie anticipazioni. Stavo cercando di uscire dalla strutturazione, ed arrivare almeno parzialmente alla comprensione. Un altro momento fondamentale, inoltre, è stato iniziare a vedere i primi pazienti: da un lato, l essere in un rapporto 1 a 1 e toccare con mano cosa vuol dire stare in una relazione di aiuto, di fronte ad una persona che cerca di districarsi tra le proprie difficoltà, è stata soprattutto a livello umano un esperienza impegnativa e perturbante, che ha iniziato a farmi comprendere i risvolti profondi e delicati di questo lavoro, e la necessità di non cadere vittima del proprio sistema di costruzione perché così facendo si perde completamente di efficacia; da qui l importanza del lavoro di comprensione di sé e di cambiamento personale. Dall altro, iniziare a discutere dei casi clinici in équipe, interfacciarsi con gli psichiatri specializzandi e strutturati, ragionare assieme in termini clinici ha costituito il vero banco di prova del mio essere parte del CSM, andando all incontro invece di restare ancorato alle mie anticipazioni come avevo fatto fino ad allora. L incontro vero e proprio è quindi avvenuto solo più tardi, una volta uscito dalla fase di circospezione; prima, è stato invece un tentativo ostile di conferma delle mie anticipazioni, che comportava anche l evitamento dell incontro per non correre il rischio di cambiare qualcosa nel modo in cui leggevo il tutto, che comunque mi garantiva una certa comodità (lo psicologo è buono, lo psicologo sa fare terapia, sa aiutare davvero la persona, sa rapportarsi con i colleghi, fare équipe, fare rete, ecc.). 6

7 4. VERIFICA La fase di verifica è stata molto interessante, perché è stato (ed è tuttora, nella continuità del ciclo dell esperienza) il momento in cui, dopo aver ammorbidito la rigidità delle mie costruzioni sufficientemente prelative e scarsamente permeabili, ho potuto confermarle o meno alla luce di ciò che accadeva. Nel fare questo, le mie costruzioni hanno anche acquisito rilevanza, nel senso che divenendo soggette a verifica, è diventato a me chiaro il loro valore non solo anticipatorio, ma anche definitorio e strutturante: il mio modo di descrivere il CSM utilizzando certe costruzioni, costituiva ciò che il CSM era per me, la mia realtà, ma non necessariamente la realtà di qualcun altro, né tantomeno di chi in quella struttura ci lavorava da tempo. La fase di verifica comporta l impiego del sistema di costrutti esistente fino a quando nuovi significati possono essere accolti nel sistema. I nuovi significati emergono precisamente come risultato della conferma o della disconferma di quanto è stato anticipato. La procedura di conferma si svolge in modo tale che nuovi significati modificati iniziano ad emergere. Questi nuovi significati vengono fuori dalla verifica del sistema (ivi, p.126) Compiere questo processo ha significato, all interno del ciclo dell esperienza, operare un alternarsi di allentamento e restringimento, di fatto andando a compiere un ciclo della creatività, e muoversi dalla posizione di circospezione del ciclo C-P-C per andare verso la prelazione (e quindi l azione), alla luce del restringimento operato. Tradotto in termini esperienziali, l allentamento delle mie costruzioni è stato necessario per poter costruire il CSM in modo diverso, e consentirmi di fare esperienza come tirocinanteterapeuta-in-formazione. La costruzione più impegnativa che ho dovuto sottoporre a verifica era, appunto, quella del CSM come dimensione istituzionale, con tutte le conseguenze che ho già esplicitato. In particolare, allentare questa costruzione mi ha consentito di rendermi conto della limitatezza di questa visione (estremamente prelativa), e di ciò che di altro poteva far parte del costrutto CSM. Non ho avuto bisogno di abbandonare l idea di essere in una dimensione istituzionale, perché quell aspetto rimane, e nella mia costruzione attuale è ancora molto influente nel definire gli argini e gli spazi di manovra per chi in quel posto ci lavora, e per chi usufruisce dei suoi servizi. Si tratta infatti di una struttura comunque medica, che ha un punto di vista sul paziente basato su criteri diagnostici del DSM, che si conciliano a volte difficilmente con un punto di vista più psicologico, soprattutto con una teoria poco conosciuta come la psicologia dei costrutti personali (che comunque dovrebbe cercare di rendersi maggiormente comprensibile agli altri professionisti dell ambito psi ). Ciononostante, per me il CSM non poteva più essere solo quello, perché iniziavo a considerare non solo l entità CSM, ma anche le singole persone e professionalità che lo componevano, e che rendevano molto più complessa, ma anche più stimolante, la rete in cui ero inserito. La mia precedente costruzione di CSM era stata disconfermata. Utilizzare il costrutto istituzionale-familiare in modo così regnante non mi consentiva di vivere un esperienza utile, e dovevo sostituirlo con qualcos altro. Ma oltre a questa, un altra costruzione era stata disconfermata: quella di me come tirocinantepsicoterapeuta-in-formazione. E qui ho compreso il motivo per cui mi era così difficile abbandonare le mie precedenti costruzioni, cui ero talmente legato da rifiutare ostinatamente le invalidazioni che giungevano a perturbare il mio sistema. Metterle in discussione, voleva dire per me mettere in discussione la mia abilità ed efficacia come terapeuta, come tirocinante, e in generale come persona capace di muoversi in contesti che non conosce ancora, riuscendo a cavarsela egregiamente. Dovevo invece mettere i piedi saldamente per terra e iniziare a considerare che competenze già possedevo, quali invece potevano essere le mie aree di sviluppo prossimale, ed iniziare a sperimentarmi sul campo e a costruirmi un esperienza che mi aiutasse a dare forma a competenze professionali. Aprirmi alla error friendliness significava affrontare la minaccia di colpa, scoprendomi non in grado di fare certe cose, o in difficoltà su altre. Ma allo stesso tempo, voleva dire aprirmi la possibilità di scoprire anche cosa ero capace di fare, in cosa ero efficace, e aiutarmi a comprendere che direzione dare alla mia formazione professionale. 7

8 Alla luce di queste disconferme, dovevo modificare la mia costruzione del tirocinio, che avrebbe portato a nuove e più utili anticipazioni. Per far ciò, dovevo passare attraverso la fase della revisione. 5. REVISIONE La nuova costruzione del CSM quindi non si basava più in modo regnante sul costrutto istituzionale-familiare, ma, pur includendo quella dimensione nella sua definizione, aveva per me acquisito maggiore rilevanza una costruzione definibile come luogo in cui fare esperienza contrapposto a luogo in cui cercare conferma delle proprie idee. Questa costruzione è risultata per me sovraordinata rispetto alla precedente, consentendomi di sussumerla senza abbandonarla, e allo stesso tempo di percepire il CSM come un luogo a me utile. Iniziare a vedere le cose a questo modo mi ha consentito di vedere ciò che mi veniva posto come un opportunità per formarmi e creare delle basi professionali, anche declinate come conoscenza dell ambiente di lavoro del settore pubblico e delle dinamiche, dei ruoli, dei margini di lavoro che lo caratterizzano. Le mie anticipazioni sono cambiate: dall essere incentrate sul è un posto che si basa su presupposti sbagliati, quindi non mi potrà essere utile, sono passate al potrà essermi utile nella misura in cui, come qualsiasi altro posto, saprò trarne esperienza. Come a dire che le mie anticipazioni hanno cambiato focus, da ciò che il tirocinio mi poteva dare, a come io potevo trarne la massima esperienza. Queste nuove anticipazioni mi hanno permesso di prendere anche con più serenità gli impegni di tirocinio, il che si è tradotto in un accettare la conduzione (a due) del gruppo espressivo, ed iniziare a vedere pazienti in colloqui individuali. Inoltre è migliorata la mia percezione dei rapporti con i colleghi, riuscendo a vivere in modo più utile le differenze professionali e gestendo meglio i numerosi problemi di comunicazione che, come in ogni luogo di lavoro, formazione, o anche vita privata, si verificano. 6. CONCUSIONI Tutto ciò getta le basi per una prosecuzione del tirocinio che costituisca una esperienza utile per la mia formazione, in cui i limiti del contesto, così come di tutte le situazioni in cui si vive, non sono dei muri invalicabili ma delle sponde entro cui ci si può muovere. Il considerare le persone come attive nel definire le regole di un certo contesto, e in quanto tali capaci di cambiare nel tempo sé stesse e di conseguenza il contesto stesso, per me ha significato comprendere come esercitare quell aggressività costruttivista che consente di viversi come inquiring men capaci di avere un ruolo attivo nel proprio percorso esistenziale. Usando le parole di Kelly: Tuttavia, la vita non può, dal nostro punto di vista, essere concepita semplicemente come un divenire. Nella vita si realizza un interessante tipo di relazione fra aspetti diversi dell universo tale per cui uno di questi elementi, l essere vivente, risulta in grado di rappresentarsene un altro, l ambiente. Talvolta si dice che gli esseri viventi sono <<sensibili>> o che sono in grado di <<percepire>>, per distinguerli dagli esseri non viventi. Questa distinzione è sostanzialmente simile a quella che abbiamo presentato. Tuttavia preferiamo la nostra formulazione in quanto pone in maggiore evidenza la capacità creativa dell essere vivente nel rappresentarsi l ambiente, piuttosto che reagire semplicemente a esso. Proprio perché l essere vivente può rappresentarsi l ambiente, può anche costruirlo e adattarlo alle proprie esigenze. Per l essere vivente, dunque, l universo è reale, ma non immodificabile, a meno che non decida di costruirlo in quel modo (Kelly G. A., 1955a, p.5). 8

9 BIBLIOGRAFIA EPTING F.R. (1984), Personal construct counseling and psychoteraphy; Wiley, New York; trad it. Psicoterapia dei costrutti personali, Martinelli, Firenze, KELLY G.A. (1955a), The psychology of personal constructs. Volume one - A theory of personality; Routledge, London, 1991; trad. it. (capitoli 1, 2, 3, 5, 8, 9, 10) La psicologia dei costrutti personali. Teoria e personalità, Raffaello Cortina Editore, Milano,

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