Parte V Psicologia in azione. Gioacchino Lavanco AVVERTENZA PER IL LETTORE E PER IL NON LETTORE

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1 Parte V Psicologia in azione SCRIPTA VOLANT DALLA COMUNICAZIONE PARLATA A QUELLA SCRITTA PERCORSI DI PSICOLOGIA E TECNICA DELLA COMUNICAZIONE Gioacchino Lavanco AVVERTENZA PER IL LETTORE E PER IL NON LETTORE Potrà apparire fuori luogo rivolgere questa avvertenza iniziale anche ai non lettori, tuttavia vorremmo precisare subito il tema del nostro contributo e il particolare lettore che esso prefigura ; infatti, proprio per questa prefigurazione, può avere l ambizione di rivolgersi anche al non lettore. Questo saggio non si propone di percorrere la storia della psicologia della comunicazione nel suo nesso legato al discorso scritto, né di analizzare le molte e molteplici sfaccettature che fanno della verbalizzazione, in particolare quella scritta, una delle forme più complesse: sia da un punto di vista dell apprendimento sia da un punto di vista della costruzione della relazione comunicativa (per intenderci, il vertice clinico della verbalizzazione). Meno ambiziosamente, forse, si propone di indagare alcuni dei nodi che rendono complesso il transito dalla comunicazione parlata a quella scritta in alcune particolari situazioni (esami, stesura di relazioni, costruzioni di sintesi, individuazione di schemi e di promemoria ecc.) e in altrettante particolari professioni (in modo generale, tutte le professioni di aiuto di livello medio alto). In questo senso, il presente lavoro si rivolge a giovani psicologi, ma può essere letto altrettanto utilmente da pedagogisti, assistenti sociali, insegnanti ecc., poiché prova a indicare loro alcuni percorsi, ma anche alcune tecniche, per comprendere e meglio sfruttare le potenzialità della comunicazione scritta. Per far ciò prefigura due diverse categorie di fruitori di questo contributo: i lettori e i non lettori. Non solo, provocatoriamente, quelli che lo leggeranno e quelli che non lo leggeranno, ma soprattutto quanti possono essere considerati abituali gestori (utenti) della parola scritta e quanti, invece, hanno con questo un approccio contraddittorio, spesso conflittuale. Gli anni di insegnamento ci hanno permesso di individuare, infatti, alcune forme di aggressività verso la parola scritta, spesso retaggio di un errata impostazione scolastico-professionale che vede in questo tipo di comunicazione un semplice processo di grammaticalizzazione, cioè l acquisizione di un alfabeto e la sua applicazione con metodi logici e connettivi. L impatto con la comunicazione scritta diviene così l impatto con uno strumento (una semplice tecnica) non sempre facile da adoperare.

2 2 Psicologia in azione Probabilmente varrà la pena ricordare le difficoltà dei cinesi. Un cinese medio divide nettamente la comunicazione scritta da quella parlata; infatti, degli oltre diecimila ideogrammi ne conosce circa trecento, che gli sono sufficienti per gestire aspetti della scrittura e della lettura, senza per questo veder diminuito il proprio potenziale espressivo della lingua parlata. In Italia, e in generale nei contesti non ideogrammatici, la prevalenza del logicoespressivo sul segno e sul simbolico passa attraverso un rifiuto della parola scritta, in primo grado nel rifiuto della parola scritta da un altro. Ed eccoci al primo nodo. Questo contributo si rivolge con altrettanta attenzione a quanti vivono e agiscono tale rifiuto cercando di proporre loro una riflessione sul rifiuto, ma anche sulla possibilità che un dominio della comunicazione scritta passi anche attraverso il dominio dei propri processi di costruzione della conoscenza e dell immaginario. Per far ciò propone frammenti che sono disposti in un ordine apparentemente sequenziale, ma che il non lettore potrà scegliere di scomporre e ricomporre applicando un vecchio criterio della comunicazione scritta: la capacità-possibilità di rimescolare pensieri già pensati, cioè di scomporre un discorso per riordinarlo in un altro che sia più vicino alla nostra comunicazione. Qualcuno leggerà questo saggio così com è, altri (magari il giorno prima di un esame) preferiranno leggerlo e utilizzarlo a partire dai consigli e dai suggerimenti più tecnici, a caccia di qualche utile dritta per la comunicazione scritta da realizzare. PAROLA PARLATA E PAROLA SCRITTA Abbiamo utilizzato fino ad ora due locuzioni che meritano di essere chiarite e approfondite: parola parlata e parola scritta. Dobbiamo a McLuhan una delle più appropriate definizioni di questa differenza: La parola parlata coinvolge drammaticamente tutti i sensi, un coinvolgimento che non può essere ottenuto o stimolato dalla parola scritta. Tuttavia, val la pena ricordare che la comunicazione parlata ha l obiettivo di utilizzare un alfabeto fonetico, in concomitanza con una comunicazione non verbale (per es., la mimica) che supporta la comunicazione parlata. In questo senso la parola parlata presuppone un dialogante, cioè un altro che può reagire con lo stesso mezzo aggiungendovi la stessa dimensione non verbale. Alcuni diranno che viviamo in un tempo assai strano, in cui si legge di più ma si legge male e trionfano i media che utilizzano la parola parlata per catturare l attenzione. Lo speaker di un telegiornale non presuppone il dialogante; tuttavia, la televisione presuppone un vedente o almeno un ascoltante, insomma, qualcuno che presti orecchio a ciò che viene detto. L alfabeto fonetico che viene adoperato utilizza le tonalità, la mimica, come strumenti comunicativi, benché non ipotizzi un dialogo. Lo stesso fa un conferenziere o uno studente che risponde alle domande di un esame. La parola parlata sembra integrarsi con i processi comunicativi più complessi, produce emozioni direttamente riscontrabili, a volte anche misurabili, ma soprattutto accudisce. Lo sguardo dell interlocutore (anche quando ci si nega) funziona come rispecchiamento, è in grado di costruire una sorta di setting comunicativo Scripta volant 3

3 dove la parola parlata diviene forma espressiva di un colloquio (attenzione: il colloquio non sempre presuppone due o più dialoganti, ma può essere attivato anche con i colloquianti immaginari, così che si dica che nel colloquio il soggetto è colloquiato). Accanto allo sguardo possiamo ricordare i livelli empatici immediatamente usufruibili, insomma la parola parlata agisce sul registro immediato della conferma/disconferma, tant è che sono in molti a prediligerne la forma più radicale: la parola parlata vis à vis. La parola scritta, al contrario, non può avvalersi dell aspetto intensivo di quella parlata, deve per questo puntare su quello estensivo. È una estensione del parlante, della sua immaginazione, dei suoi costrutti cognitivi, della sua capacità di connettere elementi comunicativi. La parola scritta deve, più di quella parlata, ammettere la condivisione di un alfabeto comune: cioè, deve utilizzare grammatiche e icone espressive, di gran lunga diverse da quella parlata (si pensi alle grandi difficoltà nel gestire una lingua straniera scritta rispetto alla possibilità di parlarla ). La parola scritta evoca, tuttavia, anche una sorta di frattura fra i dialoganti. Pensate a una lettera: in essa un grido di dolore potrebbe avere bisogno di molte righe di narrazione; nonostante questo, non verrebbe violata la più profonda delle emozioni di chi scrive. Perché la parola scritta può stimolare un emozione ma non narrarla fino in fondo. Come dire che la parola scritta attiva subito il gioco del come se. Il lettore utilizza la vista come estensione dell udito; in realtà, quello che ascolta, diremmo meglio che sente (gli anglosassoni in questo caso utilizzano acutamente to feel, differenziandolo da to listen e to ear), ha a che fare con le proprie risonanze, con ciò che si sente, a partire (non in modo equivalente) da ciò che si legge. È questo il limite-potere della parola scritta, un limite potere che evoca anche fantasmi persecutori: Come verrà interpretato il mio testo, come verrà letto, cosa crederà il mio interlocutore che io abbia voluto dire?. Allo stesso modo, la parola scritta attiva in chi legge il panico manipolativo, del tipo: Cosa mi vuol far credere, cosa intende dire? Insomma, più della parola parlata la parola scritta spinge sulla strada dell esegesi e dell ermeneutica, della ricostruzione filologica e dell interpretazione. Val la pena ricordare che, per esempio, tradurre è un po tradire, condurre oltre, depistare, come se la parola scritta avesse una sua ineffabilità. Il panico o l ansia che determina la parola scritta attiene, dunque, alla preoccupazione di non possedere lo stesso alfabeto cognitivo ed emotivo dell interlocutore o degli interlocutori, di lasciare ampio spazio all interpretabilità, quindi ai fattori soggettivi in una decodifica che, nel caso di una prova scritta, non offre possibilità di replica, cioè di poter parlare della parola scritta. In conclusione, possiamo osservare che la parola scritta, impedendo di reagire, da un lato lascia spazio alla riflessione, dall altro lato protegge dalla torre di Babele della comunicazione parlata, dai rischi di una voce che plasma i significati e i significanti. Non è un caso, almeno secondo McLuhan, che il mito greco dell introduzione dell alfabeto a opera del re Cadmo non possa che associarsi alle forme del potere del controllo dell autorità militare. Alfabeto e papiro, insomma, sembrerebbero segnare la fine dell immediatezza e dell imponderabile a vantaggio delle strutture organizzate del controllo, quelle che possiedono la parola scritta, non a caso evocata dai latini nella locuzione scripta manent, cioè non è dato che la parola scritta possa essere cancellata. Ci sia permesso ricordare come nella fanciullezza di molti, proprio la cancellatu- 4 Psicologia in azione

4 ra, la scomparsa dell errore, della traccia stessa dell errore (vedi la diffusione moderna del bianchetto ), attenga al bisogno-necessità di evitare di lasciare tracce scritte che possano essere valutate e giudicate nella loro presunta immodificabilità. Così ci accostiamo alla parola scritta con un misto, mitologico, di ossequioso rispetto e di temerario coraggio. Dominarla ci appare inconcepibile, esserne dominati intollerabile. A coinvolgerci emotivamente in questa guerra con la parola scritta è proprio l apparente sequenzialità che essa impone. Se nella parola parlata posso introdurre salti, voli e nuove argomentazioni e includere o escludere le reazioni degli astanti, la parola scritta sembra richiedermi una sequenzialità logica, una coerenza, che verrà giudicata. Essa opera una sistematizzazione del pensiero, ma soprattutto una formalizzazione della comunicazione. Quando insegniamo ai giovani studenti universitari a compilare i protocolli di osservazioni o di sedute cliniche, combattiamo con la loro tendenza a sintetizzare, cioè sequenzializzare in stringhe logiche il discorso, offrendo una lettura spesso distorta di ciò che la parola parlata rappresenta. Come dire che per molti di noi le sequenze sono una comodità, una sorta di linearità che rasserena: ci preoccupa, infatti, non saperle gestire; per molti altri sono un ingabbiamento della comunicazione e, quindi, un terreno di pregiudizio. Il pregiudizio verso la parola scritta può essere considerato l elemento più diffuso, poiché muove dalla considerazione che la parola scritta ha un modo unidirezionale di essere applicata. Il pregiudizio consiste, infatti, nell aspetto formale: sulla parola scritta si verrà valutati in base all aspetto formale (grammaticale, logico, sintattico, sequenziale) e non sul processo (il contenuto implicito ed esplicito). La parola scritta, quella connessa all alfabeto, ha separato l aspetto visivo e l aspetto drammatico della parola parlata, scegliendo un lavoro di sintesi ma anche di frattura che non appartiene alle forme pittoriche o geroglifiche di scrittura, assai più vicine al disegno animato della nostra società. IL NON DETTO E IL NON SCRITTO E siamo alla prima parentesi di questa nostra riflessione. La parola scritta ha bisogno di alcuni mezzi che non sono solo quelli dell alfabetizzazione, cioè il saper decodificare e disporre dell alfabeto, intendendo con questo anche un codice condiviso di significazione (il termine coprolalia evoca precise configurazioni solo se se ne conosce il significato, benché includa in tale significato la pittoresca e diffusissima esclamazione francese merde!). Il mezzo più significativo è la carta (oggi anche la carta elettronica o video, ma il cui supporto di base è identico: sequenza di punti di colore diverso dal fondo), cioè lo spazio bianco entro cui tracciare gli alfabeti possibili e condivisi. La carta è la metafora del terreno da arare, è la via da percorrere o da segnare nella fondazione di una città, è perimetro che esclude e include allo stesso tempo. Tutto ciò che può essere scritto dentro un foglio di carta è come tutto ciò che può essere detto. Non a caso evoca subito il problema dell estensione. A un gruppo di oltre cinquecento studenti di scuole di ogni ordine e grado è stato chiesto di scrivere qualcosa sulla loro esperienza a scuola; nel 97% dei casi la prima Scripta volant 5 domanda è stata: Quanto deve essere lungo? La parola scritta occupa uno spazio sul quale agisce già il pregiudizio. Come se la questione fosse la legittimità della lun-

5 ghezza e non la qualità-comunicatività del contenuto. Questo modello assai diffuso fra i banchi di scuola (negli Stati Uniti addirittura si preferisce indicare il numero di parole che devono essere utilizzate per un componimento) influenza e condiziona il nostro rapporto con l aspetto quantitativo-estensivo della parola scritta. Ecco perché questa prima parentesi si rivolge al non detto. Da un punto di vista della psicologia della comunicazione, infatti, accanto alla parola parlata dovremmo subito porre il non detto della verbalizzazione, cioè la quota di discorso che rimane sospeso, impercettibile; non detto, appunto, ma che è stato costruito proprio dalla parola parlata. Attenzione: il non detto non va confuso con ciò che non si vuole dire, ciò che si sceglie deliberatamente di non comunicare, né con ciò che inconsciamente si esclude e non si dice, ma piuttosto con il qui e ora della parola parlata, cioè il livello che crea un campo mentale condiviso dai dialoganti, in cui non tutte le parole pensate e pensabili vengono dette. Quante volte alla fine di una discussione ci resta quello strano sapore di avere ancora delle parole da dire? Né più né meno come, alla fine di una sinfonia, ci sembra che ci siano altre note che ancora percorrano l aria e che noi sentiamo, benché le nostre orecchie non le ascoltino realmente. Il non detto della parola parlata, quindi, non è oltre la parola parlata stessa, né oltre i parlanti. Di questo aspetto della comunicazione parlata si sono occupati, per e- sempio, gli psicologi clinici e i filosofi particolarmente interessati alla riflessione sul silenzio. Più d uno, poi, ha osservato che il silenzio è l assenza di parola, ma anche una parola che tace. Questa distinzione può essere applicata facilmente al pensiero di un sogno, al tempo della sospensione, al momento in cui il nostro io si vive e si sente straniero nel dialogo e ha bisogno del silenzio per superare la sua stranierità e la sua stranezza, deve cioè cercare di contenere, comprendere, rendere parlabili i vissuti. Il rendere parlabile il silenzio può essere considerato un vero e proprio esercizio. Il processo di espressione che determina la sequenza parlata è in realtà condiviso con un silenzio, quello dell interlocutore, ma anche con il silenzio della nostra parte non parlante che dialoga con i diversi aspetti della parola parlata: la sua drammatizzazione, la sua decodifica, la sua simbolizzazione. Volendo usare una metafora potremmo dire che la parola è l ombra del silenzio, come se il silenzio che ci percorre lasciasse nella parola una traccia della sua esistenza e non potesse essere completamente espresso e colto, ma semplicemente tratteggiato. Da qui la convinzione di molti di una sorta di irriducibilità comunicativa dell intero processo di costruzione del discorso. I neosofisti sembrano optare, anche in psicologia, per questa ipotesi che fece la fama di Gorgia da Lentini, e insistere sulla irriducibilità alla parola dell intera comunicazione: tutto quello che dovrebbe essere detto non può e non è detto. Il non detto, dunque, permea i nostri processi comunicativi. Ma dove è possibile rintracciare il non detto nella parola scritta? Una facile sequenzialità potrebbe farci affrettatamente affermare che esiste anche un non scritto della parola scritta, insomma quel sistema di segni che lasciano bianca la carta su cui scriviamo e che, proprio perché non espressi, permettono l esistenza della scrittura. La parola scritta non può, cioè, che offrire una comunicazione parziale e controllata di ciò che si sarebbe potuto scrivere, perché, se tutto quello che potrebbe essere scritto lo fosse davvero, il nostro foglio sarebbe un incomprensibile (forse) macchia nera. La parola scritta è una 6 Psicologia in azione scelta delle possibili parole che potevano essere espresse e per questo ci sembra così gravida di significati: perché porta in seno tutte quelle che potevano essere scritte, non quelle che potevano essere dette.

6 Questo elemento non deve sfuggire. Molto spesso, quando ci si accosta alla parola scritta, si pensa alla sua limitatezza e pericolosità rispetto alle cose che potevamo dire. Questo è un classico processo di formazione del falso nemico: Avrei preferito parlarti piuttosto che scriverti. Invece, la parola scritta è una rigida costrizione delle parole scritte, cioè porta con sé la preoccupazione di non aver scritto tutto, non di non aver detto tutto. Il lettore ci permetta una sola esemplificazione: il pronome dimostrativo. I latini utilizzavano hic per indicare l avverbio di luogo e il pronome dimostrativo, come in italiano esistono ci e questo, e in inglese there e this, in tedesco da e diese. La radice greca che connette tutti è tò e, da un punto di vista grammaticale, siamo nel campo più controverso della linguistica e della psicolinguistica, quello appunto dei pronomi dimostrativi. Infatti il pronome, che è al posto del nome, finisce con offrire l estensione della dimostrazione, cioè indica qualcosa che non potrebbe essere immediatamente colta. La dimostrazione, insomma, riempie di significato il pronome che altrimenti non ne avrebbe alcuno. In questo senso, osserva Agamben, si opera il transito dal significare al mostrare. Noi abbiamo bisogno di pronomi dimostrativi: questo accade in tutti gli alfabeti sequenziali, quando ci serve utilizzare il segno (la significazione) e l oggetto (la sostanza da mostrare). È un esempio di come funziona e può funzionare in modo più complesso la parola scritta: connette stabilmente significazioni, addirittura significazioni e dimostrazioni, nomi e pronomi; dice e non dice, scrive e non scrive, narra e non narra. Gioca a rimpiattino con la nostra conoscenza e con la nostra possibilità di comunicare. Ecco perché nella lingua italiana si è diffusa l idea di una prova scritta, come se si trattasse di avere una dimostrazione di ciò che sono i significati del nostro apprendimento. E l importanza che molti danno alla prova scritta ha a che fare con la convinzione dell oggettività dimostrativa che la parola scritta ha su quella parlata. Non è un caso, credo, che si chiamino prove documentarie e non testimoniali (se ne è occupato a lungo Cesare Musatti) quelle prove scritte, appunto, sulle quali si ritiene che le due parti del processo (accusa e difesa) possano convenire sulla validità. Eppure, anche la giurisprudenza più formalista non ha potuto escludere il valore dibattimentale della prova documentaria ; come dire, ci scusino i filosofi del diritto per questa forzatura, che anche la parola scritta è soggetta a una contestualizzazione. Gli psicologi dell apprendimento conoscono già questo aspetto e lo hanno indicato prima della linguistica comparata. Un testo (parola scritta) va considerato alla luce della sua dimensione contestuale, cioè con i codici di significazione e con i soggetti che ruotano intorno al testo stesso. Così la prova scritta è prova dell intero contesto anche se si pensa di oggettivizzarla. Tutto ciò non può e non è scritto nella parola scritto, tutto ciò è non scritto. Torniamo ancora per un attimo al nostro benedetto o maledetto pronome. Il pronome ha il compito, nel discorso, di enunciare. L enunciazione è la parte ansiogena, perversa e diabolica della comunicazione scritta. La parola scritta ci sembra assertiva anche quando problematizza, decisionista anche quando interroga, ossessiva anche quando sospende. Neppure il contributo della punteggiatura riesce a liberarci da questa condizione di controllo che la parola scritta esercita sui nostri pro- Scripta volant 7 cessi di comunicazione: sembra voglia escludere il detto, il non detto, il non scritto, accentrare in una delle quattro parti di un discorso la totalità del discorso stesso. E siamo alla conclusione della nostra parentesi. Ogni buon lettore, quindi ogni buon scrittore, deve poter dialogare con il non scritto, cioè con il contesto (quello che oggi viene anche chiamato ipertesto, cioè il testo dialogante) della comunicazio-

7 ne scritta; deve cioè accettare di individuare preliminarmente l obiettivo della comunicazione scritta, la strategia, lo strumento, l alfabeto, la grammatica, il processo, la sintesi, i topoi. Ci occuperemo nei prossimi tre paragrafi di chiarire gli aspetti e le tecniche di questa ripartizione; qui è però opportuno ricordare che la contestualizzazione ha a che fare con le variabili soggettive della comunicazione scritta: pretende e propone, quindi, una operazione preliminare di analisi della domanda. Raramente l autore di un testo scritto (in particolare nella scuola, nell università, nei concorsi pubblici) è abituato a operare sulla domanda proposta, cioè sui significati e i significanti che la domanda propone. Pensate a un esempio rudimentale: Il giorno più bello della tua vita... come prova scritta per uno studente delle elementari di un tempo andato. L implicito è già un non scritto, una sorta di titolo assente ma noto nel costrutto: l autore delle frasi successive deve descrivere il giorno più bello della sua vita. Questo non scritto può essere immediatamente colto e condiviso. Meno lo è quello che attiene all idea che di giorno, bellezza e vita ha l estensore della domanda. Infatti, secondo alcune iperboli retoriche, per giorno potrebbe intendersi anche fase, epoca, momento, oltre che ovviamente giorno solare. Già questo differenzierà le parole scritte, non meno del più complesso tema della bellezza o della vita. Una vincita miliardaria è sicuramente bello nella mia vita, meno bello nella vita di chi non ha vinto, ma anche in grado di modificare una vita, da cui il famoso quesito sulla vita che deve fungere da misuratore, e così via con i sofismi. Ciò per ricordare che un processo di costruzione della comunicazione scritta non può fare a meno di pensare al contesto come allo spazio entro cui i punti enunciati devono inserirsi. NUOVE COMUNICAZIONI, NUOVI ALFABETI La comunicazione scritta è un percorso che ha bisogno di una sua coerenza interna. Prima ancora che all aspetto comunicativo, la parola scritta deve, infatti, rispondere a se stessa. Molto spesso il poco valore di comunicazioni scritte (si pensi alle tesi di laurea) nasce da una incoerenza con i costrutti interni della comunicazione stessa. Se decido di rispondere al quesito: Approccio ideografico e nomotetico in..., posso anche scegliere di criticare l approccio, ma devo enunciare e dimostrare quale critica e quale vertice intendo utilizzare. Al lettore vanno cioè offerti gli strumenti per significare la parola scritta; per far questo è necessario avere ben chiaro l obiettivo della comunicazione scritta. L individuazione degli obiettivi non è, al contrario di come pensano molti, limitativa; nella stessa fase di costruzione del messaggio scritto, è infatti possibile modificare, manipolare, arricchire gli obiettivi. Tuttavia, va indicata l area degli obiettivi della comunicazione scritta. Possiamo scegliere di avere obiettivi di significazione, di elencazione, di osservazione, di analisi, di stimolazione emotiva. Un poeta tende a cercare una 8 Psicologia in azione congruenza fra la modalità espressiva e il messaggio che vuole dare: così, non mettereste mai in endecasillabi e settenari il caso di Anna O. di Sigmund Freud, benché proprio quel caso non manchi di sprazzi che potremmo definire poetici. La questione, si faccia attenzione, non è soltanto quella dei linguaggi o degli stili comunicativi, piuttosto del processo di costruzione delle sequenze logiche che costituiscono la comunicazione scritta.

8 Se prendete la bandiera italiana e scrivete su un drappo bianco le parole verde, bianco, rosso non stupitevi se l effetto comunicativo non sarà lo stesso, poiché l obiettivo di uno stendardo non è di tipo pedagogico ma di tipo simbolico, evoca immaginari, identificazioni e identità, non conoscenze linguistiche sulle variazioni cromatiche. Così, quando parliamo di obiettivi della comunicazione scritta, intendiamo sottolineare la centralità del lettore nella stessa struttura del testo. Il lettore in quanto interlocutore privilegiato della comunicazione. Da questo punto di vista, non meno importante è la strategia che si vuole mettere in atto quando si produce un testo scritto. Molto spesso la strategia esplicita è quella narcisistico-ossessiva del Io devo dimostrare di sapere. Si tratta però di una strategia perdente, in quanto invischia nell onnicomprensività del non scritto. È più opportuno procedere a una valorizzazione della capacità di risposta, cioè degli effetti espositivi degli ambienti che si decida di percorrere. In questo modo si sfugge alle definizioni standard e si propone una strategia che mira a enfatizzare gli aspetti noti su quelli meno noti. Quello che si sceglie di fare è proprio l esplicitazione della strategia, cioè il ricorso a un enunciato dimostrativo iniziale ( scaletta ) che permetta al lettore di confrontarsi abitualmente con i contenuti, tralasciando il superfluo e scegliendo di offrire via via indicazioni e rinvii funzionali non al testo, ma all approfondimento nel subtesto che ogni lettore può scegliere di costruire, agevolato dai suggerimenti presenti nel testo stesso. Insomma, un testo circolare che affronti diversi problemi e riformuli le domande iniziali, prima ancora di catalogare le possibili risposte. Diviene così necessario, se non fondamentale, lo strumento al centro della comunicazione scritta. Nella comunicazione scritta la conoscenza esplicita deve avere il sopravvento su quella implicita; per far questo è sempre opportuno indicare al lettore la dimensione epistemologica entro cui si inscrive il processo comunicativo attivato. Tale dimensione epistemologica ha a che fare con il vertice dell osservazione, con i nessi di coerenza e con la validità interna della comunicazione scritta. Si deve cioè offrire al lettore, guidandolo nella lettura, il sistema di implementazione e quello di verifica-controllo, evitando di accentuare l aspetto ontologico, soggettivo, che lasci al lettore ampi margini pregiudiziali di misurazione dello scritto attraverso il suo non detto. Il che è tipico delle commissioni dei concorsi o delle prove scritte, in cui il non detto del lettore è l aspettativa che alcuni contenuti entrino a far parte formalmente e sostanzialmente della comunicazione scritta: un non detto che determina l aspetto valutativo dello scritto. Per far questo l attivatore di una comunicazione scritta deve poter dominare gli alfabeti comunicativi. Quando parliamo di alfabeti non facciamo riferimento alla semplice questione linguistica o al contesto semantico, piuttosto alle interconnessioni fra i livelli della parola e fra testo e contesto. I nuovi alfabeti da possedere sono sia in una dimensione dinamica (l espressione dell apprendimento, la missione comunicativa, la standardizzazione procedurale ecc.) sia in una dimensione statica (l enfatizzazione delle risorse concettuali, i riferimenti bibliografico-esperienziali, la replica- Scripta volant 9 zione sequenziale già consolidata ecc.). Si tratta quindi di riconoscere la relazione fra alfabeti e strategie (per es., le formule trigonometriche mal si adattano alle considerazioni romantiche, ma questa è solo una provocazione) e fra strategie e linguaggi. L alfabeto, così, è un supporto logico emozionale a una grammaticalizzazione del discorso, una grammaticalizzazione che permetta alla conoscenza accumulata di valorizzarsi, diventando sinergia comunicativa. Il testo funge da operatore comunicativo né più né meno di qualsiasi altro mezzo di comunicazione. Può farlo solo tenendo conto dell intima correlazione fra obiettivo strategico e adeguatezza dell alfabeto e

9 della grammatica scelta. Questo deve essere esplicitato all inizio proprio per favorire l operazione di controllo e verifica. Per questo suggeriamo di costruire la comunicazione scritta sulla sua dimensione processuale, guidando il lettore non verso gli aspetti assertivi e direttivi del messaggio (troppo spesso unidirezionale) ma, piuttosto, alle questioni problematizzate. Il processo, infatti, può essere considerato l aspetto pregnante di una comunicazione scritta, la caratteristica forte e tipica rispetto alla comunicazione parlata. Il processo, infatti, si rivolge non alla questione spaziale del testo ma a quella temporale. Quale investimento di tempo è reso necessario da questo testo? I migliori manuali di comunicazione scritta insistono, non a caso, sull aspetto sintetico, proprio come capacità di costruire processi ergonomici nell investimento di risorse temporali. L elemento esplicito e implicito condiviso all interno della relazione autore-lettore è che la lettura implica un atto valutativo e, quindi, un investimento temporale che deve essere accompagnato da un reale sistema di valutazione dei rapporti costo-benefici. Nessuno penserebbe a uno spot televisivo che snocciolasse decine di notizie come a un messaggio pubblicitario ben riuscito. Così la comunicazione scritta, per essere efficace, deve poter essere sbucciata come gli strati di una cipolla: deve poter rinviare a un altro testo, con la stessa struttura dell insiemistica per aree, attivando, cioè, i rinvii logici, ma anche quelli emozional-cognitivi. Consiste in questo il lavoro di sintesi. La sintesi è troppo spesso considerata l aspetto debole della comunicazione scritta, che sembra privilegiare l analisi. La sintesi mette a nudo la ricchezza della proposta comunicativa o la fragilità del processo, tuttavia è proprio la sintesi il test di controllo. Ricordava un noto scrittore che qualsiasi ottimo romanzo può essere narrato in poche righe, benché nessuno si sognerebbe di condensarlo in questo modo. La sintesi, dunque, è un processo di metabolizzazione che l autore compie per agevolare il compito del lettore. Sempre più spesso la diffusione del sistema delle parole e dei concetti chiave ha lo scopo di rendere possibile il lavoro di sintesi attraverso l utilizzo di topoi concettuali, che fungono da grimaldello di lettura del testo: una sorta di enunciazione dimostrativa degli alfabeti e dei processi condivisi. PERSUADERE, PERSUADERSI E siamo così al quesito rimasto insoluto in apertura. Perché scrivere? Ma, soprattutto, per chi scrivere? Un operazione mistificatoria viene operata quando si insiste sull idea che la comunicazione in generale, quella scritta in particolare, serva per argomentare. No, la comunicazione serve per persuadere, cioè per veicolare l approvazione, il consenso. 10 Psicologia in azione Ignorare questo aspetto può diventare assai pericoloso: la comunicazione che non si ponesse il problema della persuasione, o anche, semplicemente, che non se lo ponesse in modo esplicito, finirebbe con il costruire un testo autoreferenziale, soggetto al compiacimento dell autore ma assai lontano dalla necessità del contesto. Spesso, leggendo testi elaborati da studenti (relazioni, resoconti, progetti), non si riesce a non notare il piglio narcisistico di una comunicazione scritta che si compiace di se stessa. Si tratta di una procedura assai diffusa, che vede nell enfatizzazione dell autovalutazione (anche quando è negativa) l unico approccio alla realizzazione del testo.

10 Invece, l aspetto persuasivo della comunicazione scritta individua il bisogno di consenso che ha un testo. Il consenso, che si costruisce in una vera e propria arte della persuasione, ha a che fare con l impossibilità dell autore di conoscere sincronicamente la reazione del lettore. Accettando questa limitazione, la persuasione si presenta come l arte del do ut des, cioè della comunione di regole che impongono la precisa definizione delle procedure. Sarebbe un gran successo se, durante un tema in classe, lo studente muovesse dalla considerazione che sta scrivendo per ottenere un bel voto e che, per questo, scrive per qualcuno che lo valuterà e non scrive per scrivere. Ottenere una valutazione positiva significa persuadere che una parte di chi giudica è nel testo da giudicare: una parte che possa permettere una proiezione del giudicante nel giudicato e, quindi, una approvazione. In amore si userebbe il falso sillogismo del Non puoi dirmi di no! : ma se davvero non potesse dire di no non ci sarebbe da chiedere, ma da indicare. Non puoi dirmi di no!, quindi, ha a che fare con la persuasione e non con la logica sequenziale. Il testo scritto vuole persuadere: per questo si propone in quanto bello, somigliante, seduttivo, cooperante, associativo. La costruzione della persuasione avviene, cioè, attraverso il riconoscimento di una necessità estetica del testo, cioè di una sua particolare cura comunicativa; una cura che ha lo scopo di sedurre il lettore, ma che per far questo deve anche proporsi come somigliante all autore. Non è farina del suo sacco! o Sono cose dette e ridette! indicano uno stato di scarto, una sorta di reattanza psicologica del lettore nei confronti della scarsa somiglianza fra la proiezione dell autore e il testo. Per questo il lettore deve pensare l autore e il testo come cooperanti, e deve pensarsi come associabile in questo processo. In questo modo la persuasione induce un autovalutazione del lettore nella valutazione del testo: come quegli scrittori che sono riusciti a manipolare il mercato facendo diventare in il leggerli, cioè dando un valore simbolico-seduttivo alla loro scrittura, indipendentemente dal contenuto. Nell organizzazione di un testo persuasivo l autore dovrà mettere bene in rilievo le possibili aspettative del lettore cercando di stimolarne il narcisismo, cioè di tenerlo al centro del discorso stesso. Danno un buon risultato gli incisi, gli approfondimenti, il richiamo diretto al lettore, in una sorta di comunicazione scritta con il dialogante, una condizione che fa sentire il lettore accudito e che permette all autore di portare fino in fondo la sua riflessione. Si badi bene, gli elementi della persuasione hanno spesso delle controindicazioni, come dire che qualsiasi testo persuasivo può essere tale perché si muove sul confine delle reazioni opposte. Per esempio, la bellezza del testo può diventare effetto alone dei contenuti, come pure la seduttività, che può tracimare nella piaggeria o nell agiografia. La potenzialità cooperante può dare credito a una sorta di dimensione Scripta volant 11 compilativa, né più né meno come l utilizzo del plurale noi al posto del pronome personale io può far pensare sia al plurale maestatis sia all impossibilità di un discorso proprio. In ultima analisi, la comunicazione scritta persuasiva può diventare una tentazione di fuga, un bisogno di liberarsi dal testo prima di esserne fagocitati. La parola scritta può diventare un contenitore vuoto in cui si perde il lettore e per questo se ne distacca, riempendolo dei contenuti attesi e, quindi, tornando all orizzonte del non scritto. Tuttavia, proprio mentre si elabora una comunicazione scritta è opportuno ricordarne l aspetto persuasivo e controllare se si è risposto alle cinque domande fondamentali: 1) Ho analizzato ed esplicitato gli obiettivi?

11 2) Questi obiettivi possono essere condivisi dal mio lettore? (attenzione: non la trattazione degli obiettivi ma gli obiettivi). 3) La mia argomentazione mi persuade, cioè presenta una sua sequenzialità? 4) La mia argomentazione persuade, cioè può essere soggetta al falso sillogismo Non puoi dirmi di no!? 5) Infine, la mia argomentazione satura gli obiettivi? Vogliamo soffermarci ulteriormente su quest ultima domanda. Infatti, molto spesso l argomentazione non satura gli obiettivi, lasciando il sapore di vaghezza e di non approfondimento rispetto, per esempio, a degli obiettivi ben enunciati e individuati. Vi parlerò della storia di Roma dalla sua fondazione... : se si enuncia e poi non si satura l enunciato, si corre il rischio di favorire immediatamente il pensiero critico sintetizzato nell affermazione Tutto qui?! La saturazione, è bene ricordarlo, nella comunicazione scritta non ha a che fare con la saccenza autoreferenziale di cui si è parlato, ma con la necessità di completare le aree strategiche attivate dal processo comunicativo scritto. L ORGANIZZAZIONE DEL DISCORSO Per operare in tal senso è opportuno muoversi sull organizzazione del discorso scritto. Svolgeremo questo paragrafo per enunciati e per lemmi di essi, proponendo una sequenzialità comunicativa. Non si può non organizzare il discorso. Esistono circostanze in cui la rilevanza dell organizzazione del discorso è maggiore che in altre (si pensi a una relazione sull andamento di un indicatore economico), tuttavia l organizzazione ha lo scopo di ridurre e catalogare le possibili alternative che proponiamo fattivamente al lettore e, nello stesso tempo, ridurre le ambiguità senza rinunciare a un grado di autonomia all interno dell organizzazione stessa. In questo modo si può allentare l apparato di controllo epistemologico del discorso senza rinunciare alla complessità della comunicazione. Si eviterà di confondere il lettore con processi interattivi e con solipsismi. La comunicazione scritta deve comunicare al suo interno. Le singole parti o aree attivate devono dialogare senza sovrapporsi o ripetersi, per questo si deve vedere nella comunicazione scritta la predominanza dell aspetto di coordinamento su quello di controllo, di quello innovativo su quello omologativo. La comunicazione scritta deve produrre un cambiamento. 12 Psicologia in azione Tale cambiamento non è saturante. Il lettore non deve sentire la complessità dell argomentazione come una sorta di gabbia in cui le sue stesse cognizioni e conoscenze devono essere inserite, piuttosto come un percorso parallelo nel quale rispecchiarsi e con il quale confrontarsi. Il cambiamento deve essere prodotto a livello esplicito e implicito. L autore di un testo deve poter individuare cosa si va modificando nella sua riflessione e cosa vuole mutare la sua convinzione. Come dire che la comunicazione scritta deve operare un cambiamento dello stato delle conoscenze e delle emozioni prima della lettura, ma anche che deve poter cambiare se stessa, se necessario. La comunicazione scritta deve offrire nicchie di riflessione. L articolazione e la successione delle riflessioni devono essere guidate con un costrutto che permetta la costruzione di feedback comunicativi: per esempio, le sintesi a fine di ogni paragrafo, la sottolineatura delle parole chiave, cioè la possibilità di ridisegnare il percorso a van-

12 taggio di un posizionamento critico del lettore. Se si propongono innovazioni teoriche, epistemologiche, ontologiche, linguistiche, emozionali, è opportuno ripercorrere anche le condizioni preesistenti per permettere al lettore un lavoro di confronto. Il testo deve essere interfunzionale con gli stessi testi con i quali dialoga implicitamente ed esplicitamente. È opportuno sostituire i sistemi base comunicativi. Il sistema base della comunicazione scritta più noto è quello causa-effetto, ampliato dal sistema logico se A allora B. Questo sistema garantisce la sequenzialità, poiché ogni enunciazione è base per l enunciazione successiva e discende a sua volta da una enunciazione precedente, ma presenta due limiti noti ai più: l apertura e la chiusura. Nel primo caso si tratterà di costruire un enunciazione che sia di per sé consolidata, nel secondo di lasciare un enunciato aperto, dal quale possono discendere diverse e contrapposte affermazioni (classica la chiusura interrogativa). Il sistema base impone, tuttavia, una rigidità e alcuni limiti che vorremmo ricordare nei lemmi seguenti: La concorrenza fra i nessi logici del lettore e quelli dell autore. Il lettore potrebbe non condividere, non cogliere o non approvare la sequenzialità causa-effetto, finendo con il rigettare l intero costrutto sequenziale. La povertà dei contenuti. Da un punto di vista dell esposizione, l eccessiva segmentazione diacronica degli enunciati non permette di arricchire i contenuti se non citando quelli funzionali alla sequenzialità. La minore credibilità della premessa. Come ogni sistema autofondato, qualsiasi aspetto seduttivo viene meno, come pure la potenzialità persuasiva; infatti, la premessa di disarticolare il discorso nel sistema base è assai bassa. L innovazione non viene enfatizzata. Il sistema base permette solo l omologazione e il controllo delle conseguenze comunicative. Bisogna guardarsi dai sistemi motivazionali. Si tratta di quegli organizzatori del discorso che rispondono all enunciato L intenzione era buona, ma.... In questo caso l aspetto che viene privilegiato è quello della costruzione motivazionale su quella contenutistica. L organizzazione del discorso deve trovare i segnali per trasmettere efficacemente le condizioni, i ruoli, la forma della motivazione al e del discorso, senza per questo aprire la strada al salto motivazionale che diviene un gap fra aree dell ar- Scripta volant 13 gomentazione (assai diffuso il sistema di applicare criteri di una scienza per leggere le difficoltà di un altra, o di decontestualizzare autori e loro affermazioni, o di leggere con un vertice dinamico eventi statici o viceversa). Nella comunicazione scritta, se si vuole persuadere il lettore, bisogna privilegiare i sistemi innovativi. I sistemi innovativi sono quelli che muovono dall interconnessione fra organizzatori del discorso, prediligono cioè l organizzatore di significato all organizzazione. Alcuni esempi di sistemi innovativi nella comunicazione scritta possono essere qui solo enunciati: Il sistema della circolazione innovativa del discorso. Sue caratteristiche sono le reti di connessioni di significato, la valorizzazione della creatività, l importanza della specializzazione, la comunicazione per unità comunicative, l introduzione della sintesi globale. Il sistema dell insight. Procede per organizzazione a salti del discorso; ognuno di essi ottenuto dall introduzione di un insight che permetta un decentramento e un salto qualitativo del discorso (attenzione: il sistema dell insight deve accettare la fondamentale simmetria dell argomentazione, cioè deve essere in grado di tollerare-sop-

13 portare il salto stesso. Per esempio, l introduzione del caso clinico in un argomentazione teorica). Il prodotto finale deve essere adeguato alle esigenze. Per far questo è opportuno utilizzare una griglia sul campo d azione della comunicazione scritta. LE RAPPRESENTAZIONI DEL DISCORSO Prima di avviarci alla conclusione di questo nostro contributo è opportuno aprire una parentesi sugli aspetti rappresentativi della comunicazione scritta. Fino a ora, infatti, anche se fra le righe, abbiamo proposto una strategia comunicativa che avesse a che fare con l ottimizzazione dei risultati, pensando a una comunicazione che guardi all interlocutore (al lettore) come a un qualcuno rispetto al quale produrre un testo in un contesto. Ma produrre testi in contesti significa, appunto, rappresentare. L utilizzo del termine rappresentare in questo ambito non deve apparire una forzatura, anzi. Si tratta di un esplicito momento di riflessione sulla teatralità stessa della comunicazione scritta. Rubo, spero non me ne vorrà, un aneddoto a un collega napoletano. Estimatore della sceneggiata napoletana, si trovava ad assistere, qualche decennio fa, a uno di quegli spettacoli che hanno fatto la fama e la fortuna di Mario Merola. Va ricordato che la sceneggiata napoletana è l unico spettacolo teatrale in cui si può chiedere il bis in corso d opera: gli artisti si fermano e producono una veloce nuova rappresentazione del passo richiesto dal pubblico che, abitualmente, interviene e partecipa coralmente a ciò che viene rappresentato sulla scena. Ed eccoci all aneddoto. Finalmente Isso, Mario Merola, spara, uccidendolo, a o malamente, il cattivo e perfido di scena, che insidia Issa e che è più volte bersaglio di insulti e urla minacciose da parte del pubblico. La folla chiede subito un bis liberatorio, insomma una nuova uccisione che funga da catarsi della rabbia che le a- zioni immonde del cattivo hanno scatenato prima dell entrata in scena di Merola. 14 Psicologia in azione Aree: Interdipendenti Organizzazioni del discorso: Trasversalità Campi d azione: Orientamento al compito Intensità dell informazione Tasso di creatività Intelligence Standardizzazione

14 Comunicazione interattiva: Governo e gestione del processo Integrazione Comunicazione con l esterno Verticale vs trasversale Formale vs informale Figura 1 Un bis chiesto, con insulti e con minacce, dalla gente che lascia le poltrone e si accalca sotto il palco. Merola e gli attori accettano e velocemente si ricompongono per ricominciare la scena dell uccisione; il pubblico si acquieta, mentre Merola si attarda a caricare nuovamente a salve la pistola. Solo uno spettatore, più inferocito degli altri, continua a urlare chiedendo immediatamente il delitto. Merola, spazientito dai suoi urli, chiede ieratico: Nu mumento, per favore: sto caricando. E lo spettatore altrettanto deciso: Sputagli in faccia, intanto! Perché ricaricare una pistola per un bis catartico? Anche il solo gesto delittuoso a- vrebbe raggiunto l effetto, e lo conferma l intera iterazione che scatena l ilarità del pubblico proprio in un momento di alta drammaticità (un delitto è sempre un delitto, anche se sulla scena). La teatralità, dunque, non è in assoluto una forma dell emittente, ma una vera e propria relazione comunicativa in cui il ricevente è incluso nel processo. Come del resto avviene nelle forme di rappresentazione sociale, la comunicazione è uno scambio che si avvale del registro della condivisione: una rappresentazione non un fatto. Pensate alla sostanziale differenza fra un fatto e l affermazione è un fatto, se non addirittura la scrittura di tale comunicazione. Bene, la comunicazione scritta enfa- Scripta volant 15 tizza l aspetto teatrale della comunicazione poiché rappresenta i pensieri, e nel far ciò costruisce un set dentro il quale attore e spettatori definiscono le procedure comunicative. Paul Watzlawick, con altri esponenti della scuola di Palo Alto, si è occupato a lungo del problema del rapporto fra rappresentazioni e paradossi. Nella comunicazione ciò che è non coincide quasi mai con ciò che sembra, anzi il principio comunicativo è dato dalla necessità di trasformare in dicibili cose che dicibili non sono. Tutta la psicolinguistica si fonda, del resto, su questo bisogno di fondazione comunicativa del non comunicabile. Procedendo alla costruzione di una comunicazione scritta sarebbe un grave errore sottovalutare questo aspetto. Qui siamo ben al di là del semplice problema comunicativo che vede nella manipolazione o persuasione del lettore-spettatore l obiettivo ultimo della scrittura; siamo invece nella fase in cui il testo scritto diviene copione di un attore che crede realmente che ciò che scrive sia un fatto. Questa considerazione impone di pensare alla trama narrativa della comunicazione scritta come a un testo denso di contenuti ma anche di codici di significazione e, non potendo utilizzare formule tipiche della scrittura dello sceneggiatore (pensare le azioni e il dialogo contemporaneamente), l autore del testo scritto deve usare almeno alcuni accorgimenti e alcune tecniche.

15 La ridondanza, la metafora, la retorica in sé, le parole chiave, sono solo alcuni esempi di cui si può avvalere tecnicamente l autore di un testo scritto quando costruisce la sua trama narrativa. Attenzione: questi accorgimenti, che possiamo definire forme di rappresentazione del discorso, non sono adatti solo alla dimensione letteraria o teatrale del testo scritto, ma anche e soprattutto per la comunicazione scritta. Una relazione scientifica, un resoconto, un saggio teorico, possono e debbono avvalersi di alcuni strumenti espositivi, non meno del copione di un film o di un testo poetico. La distinzione fondamentale è che la comunicazione scientifica rappresenta un percorso di approfondimento analitico e sintetico. Il gioco fra analisi e sintesi, per esempio, può essere considerato il luogo privilegiato della rappresentazione del discorso in ambito scientifico: si tratta, infatti, di equilibrare l aspetto lemmatico della riflessione con quello più rigidamente riflessivo, quello enunciativo con quello esplicativo, e così via. Anche quando tutto ciò costruisce processi paradossali di comunicazione. La comunicazione paradossale, infatti, è già insita nel costrutto che riguarda tutta la comunicazione scritta. Ricordate l esempio di nome in quanto cosa e in quanto nome? Roma è popolosa o Roma è bisillaba: nel secondo caso Roma è un nome, un paradosso, non una città, per questo andrebbe scritta fra virgolette. Pensate a uno scrittore giocherellone che volesse mettere insieme le due affermazioni in una unica: Roma è popolosa e bisillaba. Questa affermazione può essere detta ma non può essere scritta, poiché in un caso si tratta di oggetto, mentre nell altro di un nome, e le due cose non sono unificabili in un affermazione unica. La scrittura, dunque, esalta l aspetto paradossale e pretende uno scrittore accorto e un lettore attento; per tale motivo non possiamo che suggerire un attenzione a tutte le affermazioni paradossali che vengono contenute all interno di una comunicazione scritta, per non trasformarne la teatralità in teatro dell assurdo, in possibile non rappresentazione del discorso. 16 Psicologia in azione CONCLUSIONI L aspetto paradossale appena introdotto ha a che fare con l argomentazione conclusiva che vorremmo proporre alla riflessione dei lettori. La comunicazione scritta appartiene a quelle forme di discorso riportato, da favorire molto facilmente la manipolazione sia dei lettori sia delle citazioni. La parola altrui è sempre presente in una comunicazione scritta, soprattutto in tema scientifico; tuttavia, la parola altrui viene manipolata, inserita in un contesto, vissuta come parola intrusa, che dovrebbe essere letta o scritta. La parola altrui si presenta nel discorso riportato come citazione, ma la citazione è sempre una manipolazione, poiché si muove sull asse dell estrapolazione, quindi della rottura dell unità del discorso. Questa considerazione deve fare di chi si accinge a scrivere uno scrittore accorto; infatti, nella comunicazione scritta la citazione, il discorso riportato, può assurgere a ruolo di supporto, ma anche a controcanto, quindi a esemplificazione della pochezza del discorso stesso. Riportare un discorso dovrebbe, quindi, rispettare alcune regole. Una comunicazione scritta è sempre una sorta di bricolage, poiché noi riportiamo sempre parole di altri: le abbiamo anche apprese per rispecchiamento, non certo perché le abbiamo rincorse nei vocabolari. Quindi, la comunicazione scritta è il regno della triangolazione: vi è l autore, quello che per primo ha proposto la parola, quello che la leggerà. Basta già questo a farvi notare in quale fucina di pericoli vi siete messi. Potremo

16 chiamare la comunicazione scritta una sorta di parola a due voci, benché questo significhi offrire due possibili percorsi (a voi scegliere il più adeguato al contesto) per l unione delle due voci. Nel primo caso si tratterà di proporre i due discorsi come assolutamente autonomi, separati e non coincidenti né consequenziali, quindi responsabili ognuno di quello che scrive e comunica. Nel secondo abbiamo, invece, una stretta dipendenza fra i due discorsi, molto spesso in una condizione di sudditanza di chi cita su chi è citato, poiché il citato legittima il citante. Tuttavia, in questo caso bisogna essere assai guardinghi rispetto alla reale dimensione di supporto che il discorso citato può dare nel suo complesso. Il rischio è di sprecare una buona citazione per non supportare nulla. Nel riportare un discorso altrui esistono molte e diverse varianti, sia da un punto di vista grammaticale sia stilistico: così, passiamo dal discorso diretto a quello indiretto, a quello semidiretto o libero indiretto. Ma esiste anche il diretto disseminato, il diretto retorico, il diretto sostitutivo. Sono forme e modelli di una riproposizione della parola altrui che dialoga con la parola propria e con il lettore, ben sapendo che si corre il rischio stabile di una manipolazione del discorso altrui proporzionale a quella che subirà il discorso proprio agli occhi del lettore. E siamo alla conclusione. Scrivere e come scrivere (non è una questione di tecnica e di manuali della tecnica) non supera il problema di dialogare e come dialogare; ciò significa che non di tutto si può scrivere e che di tutto ciò che si può scrivere non sempre tutto viene comunicato. Il non scritto riempie lo scritto, e la tolleranza è necessaria per permettere a ognuno di trovare i propri percorsi di scrittura comunicativa. Del resto, quello che non sapete scrivere, come direbbe Sigmund Freud, chiedetelo ai poeti. BIBLIOGRAFIA Per la bibliografia del capitolo consulta la Bibliografia web. Scripta volant 17

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