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1 Valérie Tasso: L'altro lato del sesso Tropea Editore 2007 pp.252 tasso - LAltroLatoDelSesso.txt Valérie Tasso L'ALTRO LATO DEL SESSO Traduzione di Ximena Rodriguez Tropea Titolo originale: el atro ludo del sexo 2006 Valérie Tasso 2006 Random House Mondadori S.A Marco Tropea Editore s.r.l. Corso Buenos Aires Milano Tel: (0039) Fax: (0039) Prima edizione: settembre 2007 ISBN: L'ALTRO LATO DEL SESSO A Jorge. Per continuare a cercare insieme quadrifogli in giardino. Alla mia nuova famiglia: Pepita, Maria José, Mito e Coco. Alla voragine che ha lasciato il suo corpo. Inevitabile. Nota dell'autrice: i nomi che compaiono nel libro sono di fantasia per tutelare la privacy delle persone coinvolte. Introduzione Raccontano che una volta domandarono a Baudelaire sul significato ultimo del suo lavoro. E raccontano che il poeta rispose: «Quando mi chiedono che cosa voglio dire, dico che quello che desidero è fare, ed è di questa volontà di fare che scrivo». Lo capisco. Personalmente, mi è sempre costata fatica distinguere dove comincia la scrittura e dove finisce la vita, quale confine separa la conoscenza dall'esperienza vissuta e in quale particella di pelle abbiamo fine noi e cominciano gli altri. Ho sempre creduto che vita e pensiero si nutrano l'una dell'anima dell'altro, incessantemente, reciprocamente. Ho iniziato a vivere e quindi a scrivere questo libro qualche anno fa. Non saprei dire esattamente quando, ma credo di poter affermare che dal primo istante si sia innescata una fratellanza assoluta tra la mia formazione teorica (sostanzialmente, gli studi di sessuologia che ho intrapreso dopo la laurea) e il mio bagaglio esistenziale. Entrambi mi hanno fatto capire che il sesso, la dimensione più agognata e perseguita della coscienza umana, celava un «oltre» sconosciuto. Una faccia nascosta. L'altro lato. Cosicché scoprendolo, e scoprendomi, non mi restava che avventurarmici. Avvicinarmi. L'altro lato del sesso è, e ha avuto fin dall'inizio l'ambizione di essere, un viaggio ai margini della condizione umana. Un incontro ravvicinato con le pieghe oscure dell'uomo, quelle pieghe in cui la materia inizia a perdere consistenza e il cielo abbandona i toni del blu per virare al nero. Prima di partire, e per tutto il viaggio, ho ricordato le parole del maestro Sun Tzu: «Quando ti scontri in battaglia, sappi che indipendentemente dall'esito devi essere disposto a perdere una parte di te». E così è stato. Non esistono viaggi senza rischi. I percorsi di autoconoscenza (l'immersione nella nostra coscienza per far venire a galla quello che accomuna tutte le altre) sono sempre dolorosi; non sappiamo compierli in altro modo. Lontano dalle mistiche orientali, il nostro pensiero a compartimenti stagni ci permette solo di smontare l'ingranaggio per capire cosa c'è dentro e, con un po' di fortuna, cercare di ricomporlo. Smontarci per capirci. Smontarci per ricomporci. Smontarci per raccontarci. Ora che a stento ritorno (ci sono luoghi da cui non si torna mai del tutto), credo di aver perso in innocenza e guadagnato in spessore. Ora che a stento ritorno, racconto quello che ho visto dove non si può tornare del tutto, quello che ho vissuto dove non si vuole tornare del tutto. Racconto il mio sforzo di aprirmi per raggiungere quei luoghi e, una volta tornata, raccontarmi. Cerco di farlo con maturità, quella maturità che consiste - cito Nietzsche - nel ritrovare «la serietà che da fanciulli si metteva nei giochi». Cerco di farlo con schiettezza. Di parlare dei colori che ho captato, di ragionare sui comportamenti che ho assunto, di riflettere sul perché il lato che ho visto sia Pagina 1

2 quello nascosto e non quello visibile; di capire perché, se da qui la luna appare sempre uguale, piatta e serafica, non ce ne lascino mai vedere il rovescio, il lato su cui batte sempre il sole. Quello che avete fra le mani è il risultato di tutto ciò. A vostra disposizione... Il Regno dell'altro Mondo. Il vero impero delle donne Se tortura i suoi schiavi in camera dopo la mezzanotte, è vivamente pregata di limitare le urla. Dal regolamento di The Other World Kingdom Valérie Tasso Quella sera comprai una tigre. Una tigre abbastanza addestrata, abbastanza affettuosa. «A casa ho un gatto e mi manca terribilmente. Per cui vedi di fare il gattino. Fai le fusa» ordinai alla mia tigre. «Mi dispiace, Signora, non posso. Sono una tigre, non un gatto» rispose la tigre, con aria severa. Subito dopo, però, mi si buttò ai piedi e iniziò a strusciarmisi contro. Cercava di compiacermi. La sera che comprai la tigre, Lilith, la sua padrona, mi ringraziò calorosamente. Dopo tutta la fatica che aveva fatto a dipingerle il corpo di strisce nere, ci sarebbe rimasta davvero male se non fosse riuscita a venderla all'asta. Eravamo tutti perfettamente calati nella nostra parte; la cosa più sconvolgente, per me, era l'estrema scioltezza, l'assoluta naturalezza con cui ci comportavamo. Come se stessimo mettendo in scena una pièce teatrale che avevamo provato per tutta la vita e dì cui, ormai, conoscevamo talmente bene i dialoghi da non avere nemmeno più bisogno del copione. Mentre mi pavoneggiavo un po' in giro con il mio tigrotto e le altre domine si fermavano ad accarezzarlo, pensavo proprio a questo, alla teatralità. In quel momento, Oggetto mi si avvicinò timidamente per sapere se avevo bisogno di qualcosa. «Sì. Vai al bar e ordina un bicchiere di vino bianco e una birra analcolica per il mio schiavo. Ah, dimenticavo. Portami anche un bicchiere d'acqua.» «Sì, Signora. A sua disposizione, Signora. Con il suo permesso, Signora, mi ritiro.» «Va bene, vai. Ma quando torni voglio che mi reciti un po' di Shakespeare.» «Of course, Madam.» E correndo verso il bar per prendere quello che gli avevo ordinato, Oggetto fece tintinnare il lucchetto che gli pendeva dai genitali. Sulla sua natica sinistra spiccava un livido, senza dubbio recente, a giudicare dai colori. Poi la sagoma del suo corpo nudo svanì nel buio della discoteca. «Benvenute nel Regno dell'altro Mondo: non dimenticatevi di mettere il collare alla vostra creatura maschile» Il Regno dell'altro Mondo si trova a un'ora e mezza da Praga, a metà strada fra la capitale e Brno, in una località di nome Cerna. Sarei perfettamente in grado di individuarla su una cartina della Repubblica Ceca. Sull'esatta posizione del castello, però, non metterei una mano sul fuoco. È strano, non mi ero minimamente preoccupata di sapere dove si trovava. Forse volevo già cancellarlo dalla memoria. O non essere troppo consapevole di dove stavo andando. O, più semplicemente, non spremermi troppo il cervello su cosa mi sarebbe potuto accadere, in caso di emergenza, in quel luogo sperduto e isolato. Monique, la persona alla quale dovevo il mio imminente ingresso nella mecca del sadomasochismo, mi aveva spiegato che il castello si trovava in mezzo alla campagna, vicino a un piccolo paesino. «Ci tratteranno da vere regine, puoi starne certa» mi disse in tono eccitato, davanti alle porte del castello. Ero eccitata anch'io, ma al tempo stesso ero molto spaventata all'idea di ciò che avrei trovato dietro quelle mura. Eravamo atterrate quella mattina all'aeroporto di Praga. Ad accoglierci c'era un biondo mozzafiato con un cartello su cui compariva la sigla Owk, «Other World Kingdom». Per un attimo avevo pensato che si trattasse di uno schiavo della Regina Patricia, la sovrana del regno. In realtà era soltanto un tassista con qualche difficoltà a comunicare con noi. Durante il tragitto in macchina, Monique e io avevamo scherzato sul nostro soggiorno in quel posto. Lei sembrava molto sicura di sé. Era normale, del resto. Quello era il suo quarto viaggio. Quanto a me, ero più che altro preoccupata dal comportamento che avrei dovuto tenere in una situazione simile e dal fatto di non sapere che cosa mi aspettasse. Avevo dato un'occhiata alle foto che comparivano sul sito ufficiale del castello, e devo ammettere che mi avevano sconvolta. Oltre a una panoramica Pagina 2

3 dei vari ambienti, comprese le sale di tortura, il sito mostrava cruente sessioni Sm. L'evento a cui stavo per assistere aveva chiamato a raccolta le domine più importanti del mondo, giunte dai quattro angoli del pianeta per prendere parte alla cerimonia ufficiale. Sicuramente non sarebbero state tutte come Monique - gradevoli, comprensive, ironiche e consapevoli del fatto che l'sm (sadomasochismo) è qualcosa di più di qualche frustata sul culo di uno schiavo. Ora, però, l'adrenalina cominciava a salire. Eravamo lì, in piedi davanti alla porta, ma nessuno sembrava fare caso ai nostri tocchi insistenti di campanello. Erano passati quindici minuti eterni. Stavamo per cedere al nervosismo e all'impazienza, ma Monique aveva ancora stampato in faccia il suo bel sorriso. Il tassista non si era mosso. Se ne stava lì, tutto serio, senza guardarci; probabilmente voleva accertarsi che entrassimo. La sua presenza mi tranquillizzava: se non avesse risposto nessuno, almeno, avrebbe potuto riaccompagnarci in città. Alla fine, un ragazzo biondo, dai tratti ariani, venne ad aprirci. Dopo averci fatte entrare, ci accompagnò direttamente alla reception per farci compilare dei moduli tutt'altro che rassicuranti, con cui l'owk declinava ogni responsabilità in caso di problemi. «E per le autorità ceche» disse il ragazzo biondo quando gli chiesi se fosse proprio necessario riempirli. «Perché, la polizia di solito guarda il registro degli ospiti?» ribattei, cercando di mantenere la calma. «No. Polizia no» mi rispose in un inglese elementare. «Non preoccuparti» intervenne Monique. «È solo una formalità, nient'altro. Qui non ci sono mai problemi.» Ero costretta a crederle. In realtà, non avevo paura della polizia, ma di quello che poteva succedere dentro il castello. Dopo aver cambiato un po' di euro in dom (1 dom = 0,68 euro), la moneta ufficiale del Regno nonché l'unica accettata dal ristorante e dal negozio dell'owk, ritirammo la chiave della nostra stanza e ce ne andammo. La gente che stava arrivando parlava quasi tutta inglese. Uscendo, oltre a qualche depliant sulle attività previste per quei giorni, presi una copia del regolamento del castello, che riporto parzialmente qui di seguito: Benvolute nel Regno dell'altro Mondo (Owk), il vero Impero delle Donne! Regole basilari di comportamento all'interno del Regno: * Nell'Owk le donne sono superiori alle creature maschili, e queste creature devono comportarsi di conseguenza. * Tutte le creature maschili devono portare un collare attorno al collo ventiquattro ore su ventiquattro. * Le poltrone, le sedie e gli sgabelli sono riservati esclusivamente alle donne. * Sul suolo delimitato dal recinto possono camminare solo le donne. * Le donne godono di assoluta preminenza sulle creature maschili, in qualsiasi situazione e in qualsiasi luogo. * Tutti i servizi offerti dall'owk sono riservati esclusivamente alle donne. * È vietato nutrire altri schiavi al di là dei propri. È vietato punire severamente uno schiavo altrui senza il permesso della sua padrona. * È vietato praticare giochi erotici nelle aree pubbliche. * È espressamente vietato l'uso di macchine fotografiche e videocamere. * Per entrare nel Palazzo della Regina bisogna essere vestiti! (Le creature maschili devono essere vestite in modo da essere interamente coperte, compresi i genitali, il culo e le parti superiori del corpo). * Quando viene intonato l'inno del Regno, le donne devono alzarsi in piedi e gli uomini devono inginocchiarsi. * L'Owk declina ogni responsabilità in caso di eventuale smarrimento o distruzione di effetti personali. * L'Owk declina ogni responsabilità in caso di eventuali lesioni, ferite, malattie o qualsiasi altro danno possa pregiudicare la salute. * Tutti coloro che entrano nel Regno dell'altro Mondo lo fanno a proprio rischio e pericolo. * All'interno del Regno, l'owk non assicura nessuno contro danni di alcun genere. * In caso di grave violazione del regolamento, l'owk si riserva il diritto di espellere dal Regno le persone coinvolte senza alcun tipo di risarcimento economico. * In caso di controversie, l'ultima parola spetta alla prima hoffmistress. Pasti * La colazione e la cena vengono serviti nel pub U Chomouta, all'interno della Long House. Il pub è aperto dalle nove del mattino alle nove di sera. Pagina 3

4 * La colazione (dalle nove alle undici del mattino) è inclusa nel prezzo; la cena e le bevande vanno invece pagate immediatamente e in contanti (dom). * Se il nostro cibo non la soddisfa può mangiare nell'albergo di Merin, il paese vicino, o nella città di Velké Mezirici. * Fatta eccezione per quella del laghetto del parco, l'acqua erogata in tutta l'area è assolutamente potabile. * Sistemazione * Per qualsiasi problema relativo alla sistemazione la invitiamo a informare la reception della New House. * Se tortura i suoi schiavi in camera dopo la mezzanotte, è vivamente pregata di limitare le urla. * In caso di grande affluenza è possibile che l'acqua scarseggi (soprattutto la sera). Se può, ne approfitti per farsi la doccia durante il giorno. * In caso di problemi di salute, incendi, eccetera, la invitiamo a contattare immediatamente la reception. Di notte può suonare al campanello del negozio e rivolgersi a Madame Gabrielle. Letto fuori dal suo contesto e senza una vaga idea di cosa sia il vero Sm, un regolamento del genere farebbe accapponare la pelle a chiunque. Io stessa, per quanto pienamente istruita in materia, per quanto abbastanza inserita nell'ambiente e accompagnata da una femdom professionista di prima categoria, non riuscii a restare impassibile di fronte a quelle parole. Anzi, per dirla tutta, mi vennero i brividi. Del resto, è chiaro che nessuno entrerebbe mai nel Regno dell'altro Mondo se non ci fossero regole ben precise che limitano l'uso del proprio corpo e l'entità dei castighi. Il che, in parole povere, significa che alle «creature maschili» non può essere fatto nulla che non sia stato precedentemente concordato. Come mi spiegò Monique, il Regno è frequentato da due tipi di uomini: quelli che arrivano con la loro padrona, e che in qualche modo sono protetti da lei - nessuna donna, infatti, può toccare uno schiavo che non sia il suo - e quelli che arrivano da soli. Questi, detti anche «orfani», sono a completa disposizione di tutte. Si tratta di uomini «pubblici», disposti a farsi frustare, a lustrare fino alla nausea gli stivali delle signore e a esaudire qualsiasi altro loro capriccio. A un'unica condizione: nessuno fa niente contro la propria volontà. Poi ci sono gli schiavi personali della Regina Patricia, che non possono essere toccati per nessuna ragione al mondo (tranne in caso di gravi violazioni da parte loro). Indossano tutti una maglietta dell'owk con un cerchio nero. Gli intoccabili, finii per soprannominarli. Interamente al servizio di Sua Maestà, questi schiavi mangiano separatamente dagli altri e dormono nelle segrete del castello. Dopo esserci sistemate nella nostra camera, Monique e io ci preparammo a esplorare il centro sadomasochista più importante del mondo. I miei rapporti con una femdom: Lady Monique La prima volta che sentii parlare del Regno dell'altro Mondo fu nove anni fa, sfogliando una rivista francese di successo. Ero andata a passare le vacanze in Francia, a casa dei miei genitori. Ricordo che mi annoiavo a morte e che, per far passare il tempo, me ne stavo tutto il giorno a leggere le vecchie riviste che mia madre conservava gelosamente in un piccolo baule di legno. Su una di quelle riviste c'era un lungo servizio dedicato a un castello della Repubblica Ceca in cui le donne dominavano gli uomini. Ricchi imprenditori di tutto il mondo giungevano a Cerna - così si chiamava la località - disposti a pagare per intrattenere rapporti sadomasochistici con queste signore. L'articolo era arricchito da fotografie sconcertanti. Un po' imbarazzata, avevo strappato le quattro pagine del sommario e me le ero messe in tasca, per paura che mia madre potesse accorgersene. Ho conservato quel servizio in tutti questi anni perché lo trovavo molto intrigante. All'epoca, non potevo certo immaginare che un giorno la mia curiosità mi avrebbe spinta a esplorare in prima persona i misteri che si celavano in quel luogo morboso. Dopo l'uscita del mio primo libro, Diario di una ninfomane1, iniziai a collaborare con i media. In più occasioni, ricordo di avere parlato di Sm, sebbene non lo avessi mai praticato in modo consapevole. Le mie esperienze in questo campo si limitavano al cosiddetto «psicosado» - di cui spiegherò più avanti le caratteristiche - con qualche ex o qualche cliente della casa d'appuntamenti in cui avevo lavorato a Barcellona. Ma erano più una messa in scena che realtà. Ho sempre difeso l'sm come pratica sessuale alternativa, a patto che sia sano, sicuro e consensuale. Del resto, le persone dell'ambiente predicano proprio questa massima. E non esitano a dissociarsi da qualsiasi pratica che non rispetti queste tre condizioni. Pagina 4

5 Personalmente, credo che l'sm sia più vicino all'ara amandi descritta da Ovidio nel i secolo d.c. di quanto non lo sia la posizione del missionario. Conservo alcuni articoli sull'argomento. Ricordo che una giornalista del quotidiano ElMundo, si era dilungata non senza una certa ironia, su una mia affermazione destinata a suscitare polemiche: «È molto più democratico praticare l'sm con il proprio partner piuttosto che allargare le gambe il sabato sera solo perché si è costrette a farlo». Suona scandaloso. Ma non lo è. L'Sm è un gioco, un gioco siglato da un patto. E il patto vuole che non si faccia nulla contro la volontà dei partecipanti. Sappiamo tutti che molte donne fanno sesso anche se non ne hanno voglia, solo per fare bella figura, perché bisogna. È un atteggiamento democratico questo? Sfortunatamente, il mondo dell'sm ha una pessima fama perché l'industria pornografica sforna immagini lontanissime da quella che in realtà è una vera sessione Sm, contribuendo ad associare questa pratica alla violenza. Nelle mie apparizioni pubbliche, non mancavo mai di citare quel luogo fuori Praga, affermando che in realtà, nell'sm, c'era molto amore: in fin dei conti, bisogna davvero amare qualcuno per abbandonarglisi completamente e lasciargli fare tutto quel che vuole senza temere che infranga il patto siglato prima della sessione. Senza rendermene conto, mi stavo addentrando sempre di più in questo mondo e cominciai a conoscere gente esperta nel sadomasochismo. Un giorno, durante un programma televisivo in cui parlavo di Patricia, la regina dell'owk, una domina professionista chiamò in diretta e mi propose di incontrarci in privato per fornirmi maggiori informazioni sull'argomento. Così conobbi Lady Monique de Nemours. Il mio primo incontro con Lady Monique avvenne durante una festa fetish organizzata da un noto locale Sm di Barcellona e riservata alle persone dell'ambiente. Quel venerdì sera, non so se per il nervosismo o per un virus improvviso e quanto mai inopportuno, proprio qualche ora prima del mio appuntamento con Monique, cominciai a sentirmi male e a vomitare. Mi trascinai dalla camera da letto al bagno in preda alla febbre e a coliche tremende. Malgrado il mio stato pietoso, avevo davvero molta voglia di andare, e così inghiottii mezzo flacone di Buscopan, mi vestii di nero per stare al gioco e chiamai un taxi. Arrivata nel locale, mi aprì la porta un tipo dall'aria diffidente. Monique, che era proprio dietro di lui con un bicchiere in mano, gli fece capire con un'occhiata che era stata lei a invitarmi. «Vieni, Valérie. Andiamo su, lì staremo più tranquille» mi disse sorridendo. Monique indossava una minigonna scozzese, una camicia bianca con cravatta e un paio di stivali da cavallerizza con tacchi interminabili. Aveva un'aria da collegiale ma, sebbene con me fosse molto dolce, il tono della sua voce ricordava a tutti che era lei a comandare. Dopo avermi presentata al padrone del locale, che aveva la faccia perennemente imbronciata, mi fece strada su per una scala che portava a una sala del primo piano. Lo confesso, per qualche istante provai il desiderio di darmela a gambe; la mia faccia spaurita faceva a pugni con quel mondo. Sapevo che la mia presenza era vista con sospetto, perché ero un personaggio pubblico, e la gente mi riconosceva. Al padrone non andava giù che fossi lì. Ma c'era Monique a proteggermi, per cui nessuno si azzardò a fare commenti. Da un angolo della sala comparve un uomo basso. «E Paul» mi spiegò Monique. «Lui è master, oltre che il mio manager da dieci anni. È francese, per cui potete parlare nella vostra lingua.» Paul si avvicinò e mi strinse la mano. Per non fare brutta figura, scambiai qualche parola in francese con lui. Poi decisi di non fare troppe domande: se arrivavo a formularne una, era perché ci avevo pensato su diverse volte. Non volevo offendere. Il mio rispetto aveva qualcosa di religioso; di fronte a Monique, ero più a disagio che al cospetto di un prete in un confessionale. La cosa più sorprendente fu che ero riuscita a domare il mal di pancia che solo qualche ora prima mi aveva costretta a letto. Merito, credo, della paura che i brontolii inopportuni del mio stomaco attirassero l'attenzione dei presenti. All'ingenua domanda «che è un master?», Paul rispose che in pratica era lo schiavo degli schiavi di Monique. Silenzio. Penso che notò che non avevo capito molto bene la sua risposta. Con Monique parlai pochissimo dell'owk. Le chiesi soltanto se conosceva la Regina Patricia. «Certo» disse. «Sono una Sublime Lady del Regno dell'altro Mondo, quindi sono una cittadina dell'owk. E in quanto tale, ogni anno, intorno a maggio o giugno, devo andare per celebrare la fondazione del Regno.» E per dimostrarmi la sua devozione alla causa, mi mostrò la bandiera dell'owk Pagina 5

6 che si era fatta tatuare su una scapola. Era il simbolo del pianeta Venere. «È il simbolo del Regno dell'altro Mondo. Se ci fai caso, è anche il simbolo della donna» mi spiegò con orgoglio. «Per questo, il motto dell'owk è "Women over Men", le donne sopra gli uomini.» Dopo quella serata, iniziai a frequentare Monique. Mi presento alcune persone dell'ambiente e mi permise persino di assistere a qualche sessione. Devo ammetterlo, facevo un po' di fatica ad avvicinarmi al sadomasochismo. All'inizio, mi limitavo a guardare. Monique mi chiamava ogni volta che aveva una sessione. Non volevo partecipare in prima persona, ma non per paura degli schiavi. Erano a mia completa disposizione. Sebbene fossero loro a dettare condizioni e limiti tramite un questionario che Monique faceva compilare prima di ogni sessione, sarei stata io ad avere il comando, se solo avessi partecipato. Il fatto è che avevo paura di infliggere troppo dolore. A volte, Monique mi dava la sua frusta e mi incoraggiava a provarla sulle natiche grassocce del sottomesso. All'inizio, la usavo con moderazione. Ma ben presto finii col prenderci gusto. «Tutto quello che stai per fare a uno schiavo, provalo prima su te stessa. Così riesci a farti un'idea del dolore che stai per procurargli. Ed eviterai sorprese sgradevoli, fidati.» Cercai di seguire il saggio consiglio di Monique tutte le volte che fu possibile. Grazie al nostro rapporto, iniziai a conoscere molta gente che ruotava attorno al mondo del sadomasochismo. Erano quasi tutte persone incantevoli, estremamente rispettose. Forse con quel modo di fare cercavano di dimostrare che, nonostante la loro predilezione per il dolore e la sottomissione, erano pur sempre esseri umani. E forse è anche questo che spesso li rende persone più tolleranti di quelle che praticano il sesso «convenzionale». I sottomessi e gli schiavi, al pari dei masochisti, sono soliti creare un'atmosfera di fiducia per ottenere quello che vogliono. Conservo un ricordo speciale di Alex, un ragazzo austriaco che, ogni volta che veniva a Barcellona per lavoro, pagava in cambio di una sessione Sm con Monique. A Vienna aveva una fidanzata che amava moltissimo, ma che sfortunatamente non condivideva la sua passione per le fruste e il leather. Con Alex nacque subito un feeling. Era un grande appassionato di internet, ed era sempre in cerca di siti Sm. Fu lui a fornirmi gran parte del materiale di cui dispongo, soprattutto indirizzi web dove scambiare opinioni sul sado con gente seria. Non lo toccai mai. Suo malgrado, oserei aggiungere. I sottomessi e gli schiavi, fatta eccezione per quelli che appartengono a una sola padrona, adorano sperimentare nuovi giochi con altre donne. A differenza di molti sottomessi che ho conosciuto tramite Monique, Alex era una persona estremamente conflittuale. «Questa storia dell'sm è una merda, Valérie» mi disse un giorno, mentre infilava nel suo portatile un film porno di Amrita, una domina giapponese molto famosa tra gli intenditori. «A cosa ti riferisci? Io mi aspettavo ben di peggio. In realtà, siete quasi tutti brave persone e vivete la cosa con molta onestà, con molto rispetto.» «No. È una merda. Se inizi, sei finito. Perché ogni volta spingi un po' più in là i tuoi limiti, e tornare indietro non ti interessa. All'inizio mi eccitavo con qualche frustata. Poi, ho voluto provare altre cose. Ora non so dove andrò a finire. Ho paura.» Quelle parole mi turbarono. Alex sosteneva che il rischio più grande dell'sm è che a un certo punto tutto può sembrare insipido. Francamente, non sono del tutto d'accordo. Questo è un pericolo che si può evitare, con un po' di consapevolezza e di maturità. E come con il cibo: non dobbiamo mangiare in modo compulsivo, altrimenti finiremo per stare male. Con l'sm è lo stesso. «Ti piacerebbe non provare nessuna attrazione per l'sm?» gli chiesi. «Sì. E poi mi piacerebbe anche avere rapporti sessuali normali.» «Cosa sono per te i rapporti sessuali normali?» «Ficcarlo dentro.» Quest'ossessione di «ficcarlo dentro», che la nostra cultura si è vivamente impegnata a fomentare, è il problema principale di molte persone. Se pensassimo un po' meno a «ficcarlo dentro», e un po' di più a giocare e a sperimentare, sicuramente ci sarebbero meno problemi sessuali, sia psicologici sia fisici (impotenza, eiaculazione precoce, vaginismo ecc. ). E tutto ciò che viene definito «sessualmente deviato» smetterebbe di essere visto come tale. Nella nostra società, il benessere sessuale non è così importante. Personalmente, credo che sia fondamentale attribuirgli un po' più di importanza, visto che la Pagina 6

7 maggior parte di noi cova desideri nascosti con i quali, prima o poi, dovrà confrontarsi. E chi nega di averli è soltanto un bugiardo represso. Un giorno di primavera del 2004, Monique mi accennò alla possibilità di fare una visita all'owk. Era un anno che non ci andava e non voleva perdersi l'ottavo compleanno del Regno dell'altro Mondo. «Verresti con me?» mi chiese con naturalezza. Non potevo crederci. Era la cosa che desideravo di più. «Ci puoi contare, Monique» risposi senza esitare. Sapevo che, sebbene tutti i sadomasochisti avessero sentito parlare di quel posto, erano davvero in pochi ad avere avuto la possibilità di andarci, e ancora meno quelli che avevano il coraggio di farlo non sapendo cosa li aspettava. «Allora è deciso» disse con un sorriso compiaciuto. Mi sembrava tutto troppo facile. Come avrei fatto a entrare, senza essere una domina? Come mi sarei dovuta comportare una volta arrivata al castello? Queste incognite mi mettevano un po' in ansia, ma le avrei risolte improvvisando. In realtà, la preoccupazione principale era il mio fidanzato. Conosceva nei minimi dettagli il mio prossimo libro. Sapeva anche del viaggio, e l'aveva accettato senza problemi, anche se l'idea di non potermi accompagnare non lo faceva stare tranquillo. «Prima devo vedere com'è. Probabilmente non è affatto rischioso. Ma nel dubbio preferisco andare da sola.» «Sai quello che fai» mi rispose con una Ducados tra le labbra. «Ma il mio dolore per la tua lontananza sarà molto più forte di quello dei sottomessi che incontrerai.» Il giorno che comprai uno schiavo Mentre ci godevamo il nostro primo giorno nel Regno dell'altro Mondo, la maggior parte delle domine doveva ancora arrivare. Monique aspettava due amiche con le quali aveva condiviso momenti indimenticabili in quel castello. Erano partite in macchina, da Vienna, cariche di vestiti fetish e di schiavi. Con loro, mi disse, mi sarei divertita un mondo. Proposi a Monique di seguire il programma che ci avevano consegnato all'arrivo. Ne valeva la pena. Per gli schiavi la giornata iniziava alle nove, con mezz'ora di esercizi fisici sotto la guida della Domina Irene Boss, una padrona americana che aveva l'aria di essere molto simpatica. «Alle undici issano la bandiera. E io non intendo perdermelo per niente al mondo» mi avvertì Monique. «È un rito che si ripete ogni anno: mettono su l'inno dell'ovvie e gli schiavi si inginocchiano. È molto emozionante.» Nei suoi occhi mi sembrò di vedere un luccichio strano. «Poi, dopo il brindisi, gli schiavi si presentano uno a uno e fanno un breve discorso in cui dichiarano la loro inferiorità rispetto alle donne. A quel punto, il genere maschile viene simbolicamente punito per tutti i crimini che ha commesso e continua a commettere contro le donne. Quest'anno, per il castigo, verranno scelte nove creature maschili che riceveranno nove frustate da nove lady volontarie. È il nono anno che l'owk esiste.» «Come vengono scelti questi nove schiavi?» chiesi. «Sono le padrone che mettono a disposizione i loro schiavi. Quelli che vengono puniti devono ringraziare le rispettive padrone di averli offerti per il castigo. E lo fanno baciando i loro stivali.» «Interessante» dissi. Non sapevo cos'altro dire. Mi sentii invadere da una sensazione onirica. L'atmosfera si era parecchio surriscaldata, ed era facile cedere al desiderio di frustare il primo che si incrociava. Quando vedevo uno schiavo camminare sul lastricato, cosa assolutamente proibita, mi veniva voglia di punirlo. Monique non aveva certo peli sulla lingua, nonostante fosse una padrona comprensiva. Ma la sua voce trasudava autorità, sicurezza in se stessa. Io avevo ancora molto da imparare. All'una e mezza, padrone e schiavi ci ritrovammo tutti all'ingresso della Casa Principale per una visita alle dependance del Regno. Lì Monique salutò calorosamente le sue amiche Alice e Sandra, scortate dai loro cinque schiavi, e Amrita, la padrona giapponese che a dispetto del suo faccino angelico godeva di una fama da dura. «È una persona incantevole, ma è molto temuta dagli schiavi. È capace di fare un bondage (l'arte di legare il sottomesso) in cinque minuti e di sollevare un uomo senza che se ne renda conto» mi spiegò Monique. Quella padrona giapponese mi intrigò fin dal primo istante. Non solo per i vistosi e scomodissimi indumenti di lattice che indossava, ma anche per i due splendidi ragazzi che le camminavano a fianco. Uno di loro, il più giovane, reggeva un ombrello per proteggerla dai raggi del sole e non si allontanava da Pagina 7

8 lei per nessun motivo. L'altro, altrettanto affascinante, si sarebbe detto un po' più maturo, a giudicare dalla chioma cosparsa di capelli bianchi: un dettaglio che contribuiva a renderlo ancora più interessante. Stava aiutando Amrita a salire le scale, visto che lei da sola non ci riusciva, a causa degli stivali altissimi che quasi sicuramente le stavano distruggendo i piedi. Non sapevo chi soffrisse di più, se gli schiavi in mutande e maglietta, con i loro collari da cane stretti attorno al collo, o la domina con quei vestiti e quelle scarpe che le impedivano di muoversi. Il tocco erotico si svelò quando Amrita, girandosi, esibì il suo culetto tondo e nudo, coperto soltanto da un sottile strato di plastica trasparente cucito al vestito. Alice e Sandra, le due amiche di Monique, erano di una simpatia impareggiabile. Avevano vestito due dei loro schiavi da neonati, con tanto di pannolino e di ciuccio in bocca, e da pom-pon-boys altri due che non la smettevano di saltare e di cantare, come se fossero a una partita di football americano. In quel momento avrei voluto avere una macchina fotografica per immortalare la scena. Finalmente iniziavo a godermi il mio soggiorno all'owk. Mi sentivo meno spaesata. Anche Sandra aveva uno schiavo che la proteggeva dal sole con un ombrello. Il suo, però, portava una cintura di castità. E ogni volta che si distraeva, Sandra non mancava di ricordargli chi comandava, premendo immediatamente il pulsante di un telecomando. «A cosa serve quel telecomando?» le chiesi. Per tutta risposta Sandra sorrise, premendo di nuovo il pulsante. Meno di un secondo dopo, Paolo, lo schiavo con la cintura di castità, raggelò tutti noi con un urlo di dolore. L'ombrello quasi gli sfuggì di mano. Aveva ricevuto una scarica elettrica. Tutte le domine erano scoppiate a ridere. «Povero Paolo» disse Sandra, accarezzando la testa del suo schiavo come una madre intenta a consolare il suo figlioletto. «Non impara mai. Eppure non faccio che ripeterglielo. Ma non c'è verso. Comincio a credere che gli piacciano, queste scariche.» E scoppiò in una risata. Facendo finta di non sentire, Bart, lo schiavo personale della Regina Patricia, incaricato di mostrarci la proprietà, continuò a descriverci le zone che stavamo per visitare, compresi il Palazzo della Regina e le segrete, dove la temperatura si aggirava normalmente intorno ai dodici gradi. La visita finì per prenderci un paio d'ore. Ma la cosa più interessante doveva ancora venire: l'asta degli schiavi. Consisteva nel vendere ad altre domine uno dei propri schiavi per un minimo di tre ore e un massimo di tre giorni. «Che peccato non avere neanche uno schiavo da vendere. Mi sarebbe piaciuto esporlo a mo' di mercanzia» rise Monique. «Possiamo sempre comprarne uno, no?» replicai. «Bene, vedo che ci stai prendendo gusto...» E Monique mi strizzò un occhio con aria complice. Anche se non volevo ammetterlo, aveva ragione. Era vero, ci stavo prendendo gusto. Ed era altrettanto vero che tutti quegli uomini che si stagliavano nudi sotto i nostri occhi erano felicissimi di potersi esibire, e ancora più eccitati dal fatto di non sapere in che mani sarebbero finiti. Gli schiavi all'asta erano circa una ventina, tutti in piedi davanti a noi, a testa bassa, con un numero appeso al collo e un cartello che ne indicava l'età e le varie specialità: massaggiatore, lustrastivali, servitore ecc. Ma la cosa a cui fare più attenzione era l'estratto della loro cartella clinica e i problemi che potevano avere, di cuore, di schiena... insomma, quello che potevano e non potevano fare. Questo mi riportò alla realtà: qualsiasi cosa si facesse, non si poteva prescindere mai dalle condizioni dello schiavo. Io ne avevo adocchiato uno che mi incuriosiva particolarmente. Era l'uomo brizzolato che scortava Amrita, la domina giapponese. Oltre ad avere un fisico pazzesco, che non esitava certo a esibire, aveva uno sguardo da canaglia davvero intrigante. Sulla sua scheda c'era scritto che parlava diverse lingue, tra cui la mia. E, cosa ancora più sorprendente, aveva cinquant'anni. Avrei tanto voluto fargli qualche domanda, ma siccome lui non aveva il permesso di rivolgerci la parola mi limitai ad annotare il suo numero. L'asta si aprì con un breve discorso introduttivo della Domina Irene Boss. Il prezzo di partenza era fissato a cinque dom per ogni schiavo e le offerte dovevano essere come minimo di un dom, senza limiti fino all'aggiudicazione. Irene Boss ci presentò il primo candidato, chiamandolo con il suo numero. Dopo una breve descrizione dello schiavo, gli concesse di parlare. Questi riaffermò la sua fedeltà alla padrona, la sua inferiorità rispetto alle donne, e si congedò al grido di «Women Over Men», il motto dell'owk. Gli schiavi si esibivano in balli in cui mettevano in mostra le loro doti per Pagina 8

9 apparire più attraenti possibile. Le donne urlavano come ragazzine, fischiando quando trovavano ridicolo lo spettacolo o sgolandosi quando il «pezzo» valeva la pena. Mi sorpresi a gridare insieme a loro. Con i dom in mano, Monique e io avevamo concordato un importo limite oltre il quale non ci saremmo potute spingere. Gli schiavi si davano il cambio, si umiliavano, e noi ci godevamo lo spettacolo con un bicchiere di vino bianco in mano, brindando a noi donne e alla nostra condizione. Quando toccò allo schiavo che mi piaceva, alzai l'offerta fino al massimo possibile per me. Ma era abbastanza gettonato. Così abbandonai il campo, delusa per averlo perso. Alla fine, comprammo un ragazzo israeliano specializzato in massaggi e un signore di una certa età che si esprimeva soltanto in tedesco e che avremmo usato come cavallo al Grand Prix del giorno dopo. «Ti è piaciuta l'asta?» mi chiese Monique dopo aver vuotato il suo bicchiere. «Sì. Non avrei mai immaginato che fosse così divertente» dissi dal profondo del cuore. «È stato un vero spasso. Ti sei accorta che alcuni di loro avevano un'erezione ogni volta che qualcuno alzava la posta?» «Ragazza, dove vivi? Loro sono i primi a godersi tutto questo» mi rispose. «Devi cambiare disco. Devi pensare che tutto quello che gli viene fatto gli piace. Altrimenti non sarebbero qui.» Ed era proprio così. Le meraviglie sadomaso del Regno dell'altro Mondo Calata la sera, andammo a bere qualcosa al bar scortate dal nostro schiavo israeliano. Era un ragazzino - non più di venticinque anni - radioso, che faceva di tutto per apparire gradevole. Non aveva l'aria di amare molto le punizioni, anzi, mi sembrava che obbedisse scrupolosamente ai nostri ordini proprio per evitarle. Ci massaggiò i piedi e ci lustrò gli stivali. Lo schiavo tedesco, invece, ci sarebbe stato consegnato il giorno dopo, per il Grand Prix. Mentre tagliavamo dal prato dirette alla terrazza del bar, scorgemmo in lontananza un tipo con un minivestito da cameriera che lasciava intravedere i genitali. Una maschera bianca gli copriva il volto. «Guarda quello lì, com'è conciato!» esclamò Monique scoppiando a ridere. «È venuto da solo, si vede lontano un chilometro. Non sa cosa lo aspetta!» Nel passarci accanto, in un inglese molto british e servile ci chiese se volevamo che ci lustrasse gli stivali. Rifiutammo il suo servizio. Quella sera, alle otto, al Palazzo della Regina era previsto un nuovo evento: il culo maschile meglio frustato. La partecipazione era libera, e consisteva sostanzialmente in questo: le donne dovevano eseguire in due minuti un'«opera d'arte» sul culo nudo del loro schiavo servendosi di uno strumento di tortura a scelta. Lo schiavo doveva giacere su un banco di fustigazione. Se gridava «stop» o se il corpo scivolava giù dal banco, la domina veniva squalificata. Una giuria formata da tre padrone sceglieva il vincitore attribuendo a ciascuno un punteggio da uno a dieci che tenesse conto del valore artistico, dei colori (lividi) e del livello di crudeltà della signora. Alla vincitrice spettavano un diploma, una bottiglia di champagne e altri premi di valore. Lo schiavo della vincitrice doveva mettersi in mostra per venti minuti nella sala d'ingresso affinchè tutte le signore potessero osservare nei dettagli il «capolavoro». Quell'atto mi scocciò abbastanza; era la prima volta che assistevo a una punizione del genere. Per digerire quelle scene, cercai di mettere in pratica il consiglio di Monique: dovevo cambiare disco. Se non dicevano «stop» era perché non volevano. Non avevo gli strumenti per giudicare se si trattasse di violenza oppure no, e non avevo nemmeno il diritto di intromettermi in una cosa che individui adulti praticavano di loro spontanea volontà. Se non mi piaceva, dovevo solo alzarmi e andarmene. L'atto a cui assistemmo subito dopo fu il processo agli schiavi. Sua Eccellenza la giudice Lady Mona di Svezia era in procinto di emettere la propria sentenza su alcuni schiavi colpevoli di qualche errore o di aver spudoratamente disobbedito alla loro padrona. Apparvero tre schiavi, due della Domina Irene Boss e l'altro di una domina di cui non ricordo il nome. Joseph, il primo schiavo, che si era sottoposto a un'operazione di chirurgia estetica al petto per apparire più femminile, era accusato di essersi fatto iniettare troppo silicone senza il consenso della sua padrona. Quando gli fu concessa la parola per spiegarsi, non si mostrò per niente convincente, e finì per essere condannato a diverse frustate e a dormire nelle segrete del palazzo. Il secondo schiavo, con una lunga chioma raccolta da un elastico, era accusato di essere un «tossicodipendente» perché fumava troppo. Nonostante la sua padrona gli avesse proibito le sigarette, lui continuava a procurarsele di nascosto, Pagina 9

10 disobbedendo così all'autorità della domina. Una volta era stato perfino sorpreso a fumare di notte, con l'aggravante di aver rischiato di provocare un incendio. Il suo caso era grave. Dopo averglielo comunicato, la giudice lo condannò a sottoporsi al trattamento del cerotto per vincere la dipendenza e a pene corporali per aver disobbedito, nonché a farsi rasare la testa. Le signore presenti assentirono all'unanimità, soddisfatte del verdetto. Poi il prigioniero scomparve tra due guardie. Nel Regno dell'altro Mondo, le serate si chiudevano sempre alla discoteca Wanda, dove le signore si dedicavano a vari giochi con i loro schiavi. Quella sera, senza uno schiavo a disposizione e senza voglia di giocare, sentii la mancanza del mio fidanzato. Alle undici, in discoteca, era prevista una performance davvero speciale: lo spettacolo clinical di Madame Helen, la domina danese, che si presentava sul palco con una divisa da infermiera in lattice bianco. Le sessioni di clinical sono poco indicate per gli animi sensibili. In generale, si tratta di giochi con aghi, scarnificazioni (infliggere piaghe e ustioni con oggetti incandescenti) e quant'altro comprenda il sangue come arte. Quella sera, non so perché, pensai che allo spettacolo di Madame Helen avrebbero partecipato in pochi, ma quando Monique e io arrivammo la discoteca era già piena. Le domine portavano i loro schiavi, nervosi e pallidi al pensiero di cosa gli sarebbe potuto accadere se non si fossero comportati bene. Su mia espressa richiesta, ci sedemmo al banco del bar, un po' appartate dalla scena. Servendosi di un taglierino, Madame Helen cominciò a praticare piccole incisioni orizzontali sulla schiena del suo schiavo, facendo affiorare dalle ferite sottilissimi rivoli di sangue. Helen illustrava al pubblico ogni singolo gesto, mentre Boot-dog, il suo schiavo, con le mani legate da corde che pendevano dal soffitto, gemeva indifeso. Il silenzio della discoteca era opprimente. Nessuno osava neppure un colpo di tosse. Io, per distrarmi da quella visione cruenta, osservavo le facce degli schiavi, quasi tutti testimoni involontari di quello spettacolo. Alcuni se ne stavano seduti senza dire niente, altri non avevano il coraggio di guardare. Poi, dopo gli ultimi ritocchi alla schiena, con tono solenne e con la credibilità conferitale dal suo ruolo di «infermiera», Helen annunciò la sessione con le siringhe. Prima, però, passò un ramo di ortiche fresche sul corpo del partner. Mentre preparava la siringa con cui di lì a poco avrebbe bucato Bootdog, la domina sembrava tranquilla, sicura di sé. «Un po' forte, non ti sembra?» chiesi a Monique. Volevo la conferma che quella pratica non era così abituale. «Sì, un po'. Ma sa perfettamente quello che fa. Non ci sono rischi. Sta facendo leva più sulla paura del sangue e degli aghi tipica degli uomini che non sul dolore praticamente impercettibile. I tagli sono molto superficiali, e l'ago della siringa è sottilissimo.» «Meno male» dissi, senza molta convinzione. «Vuoi dire che Bootdog non sente quasi niente?» «Esattamente. Ma la scena è di grande impatto.» «Proprio così» disse una voce maschile alle nostre spalle. Quando ci girammo, vidi che lo schiavo brizzolato di Amrita era accanto a noi. Beveva una birra, e non sembrava impressionato dallo spettacolo. «Ti piace il clinical?» gli chiesi, un po' altezzosa. «Be', diciamo che è un qualcosa che mi capita di praticare. Ma con molto più sangue» rispose con un sorriso. Mi sembrò che ci stesse provocando. Ma Monique aveva capito cosa intendeva quello schiavo fuori degli schemi, che si azzardava a rivolgerci la parola e a bersi un bicchiere senza la sua padrona. «In che senso? Sei medico o qualcosa del genere?» gli chiese. Aveva l'aria da playboy cinquantenne, e in confronto agli altri sottomessi esibiva fin troppa sicurezza. «Diciamo di sì.» «In cosa sei specializzato?» Bevve un sorso, si tolse con la mano la schiuma dalle labbra e si lasciò sfuggire: «Riparo cuori rotti.» «Che romantico! Sei cardiologo?» «Già.» E si presentò facendoci un baciamano. Si chiamava Christophe, ed era uno dei cardiologi più prestigiosi della Svizzera, il suo paese natale. Fece qualche battuta su Madame Helen, dicendo che avrebbe voluto assumerla come infermiera nella sua clinica di Zurigo. Nel frattempo, Helen andava avanti con i suoi giochi e iniettava nei testicoli di Pagina 10

11 Bootdog una sostanza che non sembrava di suo gradimento. «Acqua e sale» mi spiegò Christophe. «Il corpo lo riassorbe. Non è pericoloso. Non preoccuparti.» Si era rivolto a me. Sicuramente aveva visto l'orrore dipinto sul mio volto. La sua spiegazione era servita a tranquillizzarmi un po', nonostante le continue smorfie di dolore di Bootdog ogni volta che la siringa gli perforava la pelle. «Perché non mi hai comprato all'asta?» mi chiese Christophe di punto in bianco. Si stava prendendo un po' troppe confidenze con noi due. «Perché le offerte erano salite alle stelle. E ho pensato che non valessi così tanto. Tutto qui.» Vidi un sorriso malizioso disegnarsi sulle sue labbra. Aveva voglia di replicare, ma non lo fece. Con un cenno feci capire a Monique che andavo a dormire. Per quella giornata ne avevo avuto abbastanza. Lei mi seguì e, tra gli applausi della gente, contenta per lo spettacolo di Helen, uscimmo dalla discoteca. Io ero soddisfatta di avere parlato con Christophe e di averlo mollato lì. Mi ero comportata come una vera domina. Avevo ottenuto la mia rivincita. Arrivammo in camera mia, esauste, ma ansiose di scoprire che cosa ci avrebbe riservato il nuovo giorno nel Regno dell'altro Mondo. I miei rapporti con il sadomasochismo Anche se l'esperienza nel Regno dell'altro Mondo mi stava turbando non poco, non ero completamente digiuna di sadomasochismo. Dopo l'incontro con Monique, e a mano a mano che diventavamo amiche, cominciai a familiarizzare con le pratiche dell'sm. Devo ammetterlo, però: la prima volta che mi trovai faccia a faccia con un sottomesso, rimasi profondamente impressionata. Monique mi aveva chiamato per presentarmi a un'amica. Quando arrivai nel suo studio, mi trovai di fronte un sottomesso appeso a una trave, completamente nudo. Aveva i testicoli strangolati da una corda e i genitali di un azzurro violaceo. Una maschera di cuoio nero gli copriva gli occhi e la bocca, e respirava solo grazie a due forellini all'altezza del naso. Non poteva vedermi, sentiva soltanto la mia presenza. Mentre entravo, i miei tacchi risuonarono contro il legno del parquet e ricordo che il sottomesso, come un cieco, girò la testa spaventato verso il rumore dei miei passi. Preferii non prestargli troppa attenzione e mi sedetti sul divano con l'aria di essere al corrente di tutto. Ogni tanto Monique impugnava la frusta e premeva il cuoio, ammorbidito dall'uso, contro i testicoli dello sconosciuto. Cominciai a eccitarmi. E lo dissi a Monique. «Vuoi partecipare?» mi chiese lei. Voleva mostrarsi gentile e compiacermi. «E un sottomesso alle prime armi, non richiede particolari sforzi.» Risposi di no con la testa. Dominare richiede un apprendistato e il rispetto di alcune regole. Mi sentivo ancora troppo inesperta per insegnare a un sottomesso, per quanto novellino potesse essere. Rimasi a guardare Monique mentre passava da uno struménto di supplizio all'altro, modulando con estrema naturalezza la voce a seconda del suo stato d'animo e delle risposte fisiche del sottomesso ai suoi gesti di dominatrice. Seduta sul divano, contemplavo la voluttà che si sprigionava da quel corpo indifeso, completamente abbandonato alla curva dello staffile che schioccava sulla sua groppa arrossata. Sì, ho detto voluttà. Non avrei mai pensato di poterla avvertire in una scena così, in un corpo ricoperto di ferite. Non capivo le ragioni che muovevano quell'uomo. Ma capivo le mie sensazioni. Erano un misto di solennità ed eccitazione. L'amica di Monique espresse il desiderio di partecipare. Slegò il sottomesso per piazzarlo su un banco che esponeva ancora di più il suo culo generoso. A ogni frustata, mi si riempiva la bocca di saliva. Non avevo mai pensato che potesse risultare così eccitante la visione di due donne che punivano un uomo. E cercavo di capire anche la posizione del sottomesso: legato, con quella maschera soffocante, attento ai battiti del proprio cuore e agli schiocchi della frusta. Il suo livello di adrenalina doveva essere altissimo. Ogni tanto mi alzavo e mi avvicinavo a lui. Il solo fatto di sentire che una terza persona era presente gli provocava un'erezione. E io, più bagnata che mai, dovetti fare sforzi sovrumani per non soccombere all'erotismo che invadeva tutta la stanza. Dopo quell'episodio, volli provare per mio conto. Quando facevo la prostituta, avevo un cliente, un giudice, che si presentava la mattina presto e pagava per sentirsi umiliato. Portava sempre un tanga colorato e mi chiedeva di improvvisare per due ore, mentre lui metteva in mostra le sue natiche depilate. Alla fine della sessione aveva quasi sempre il culo rosso come un pomodoro, perché lo picchiavo con una mano. Non approfondii mai la sua psicologia. Pensavo che fosse un modo peculiare di vivere la sessualità, nient'altro. A volte lo Pagina 11

12 punivo a mano nuda. Altre, invece, mi mettevo un guanto di velluto per attutire il rumore dei colpi. E sempre eiaculava in questa situazione. Poi si toglieva il tanga e lo buttava nella spazzatura, si rivestiva, mi dava una buona mancia e se ne andava. Curiosamente all'inizio di ogni incontro mi chiedeva di togliermi gli anelli perché non gli lasciassi segni sul corpo, ma poi mi ordinava di picchiarlo più forte che potevo. Anche il psicosado (o sadismo psicologico) ha occupato un posto privilegiato nei miei rapporti con gli uomini. Era un qualcosa a cui acconsentivamo entrambi, ma che nasceva in modo spontaneo. Un gioco a cui ci abbandonavamo senza paura, ma nel quale non ero sempre io ad avere il comando. A volte ero dominante, altre mi facevo dominare. Mi piaceva alternare i ruoli. Nel mondo del sadomasochismo, le persone che alternano i ruoli sono chiamate switch. Sono quelle che ne sanno di più di sadomasochismo, perché hanno interpretato entrambe le parti. Il rapporto sadomasochistico più significativo che ho avuto è stato con Michael, un americano di New York. Lo conobbi alla casa d'appuntamenti, e ancora oggi siamo in contatto, anche se non abbiamo scambi economici. Né la distanza né il fatto che sono diventata famosa impediscono che di tanto in tanto manifesti il suo servilismo attraverso il telefono. Quando lo conobbi, mi avvertì che i suoi gusti erano un tantino singolari. A me la cosa andava benissimo. I rapporti convenzionali ormai mi avevano stancato, e cercavo altre esperienze che mi arricchissero come persona. Credo che molti, al mio posto, si sarebbero seccati di fronte alle richieste di Michael; io, semplicemente, le vedevo come un'opportunità per imparare e per crescere. E così, accettai i suoi gusti con estrema disponibilità. Si autodefiniva il mio cane. Le nostre conversazioni iniziavano sempre allo stesso modo: «Sa cosa sono per lei, Signora, non è vero?» e chinava il capo. «Sì, Michael.» «Che cosa sono, Signora?» «Sei il mio cane.» «E dormo ai suoi piedi, per terra.» «Sì. E non sei autorizzato a salire sul mio letto, cane schifoso.» «E sa Signora perché sono il suo cane?» «Dimmelo tu, Michael.» «Sono il suo cane perché la desidero.» Iniziava ad abbaiare, e a me toccava mettere fine a cotanta manifestazione d'affetto. Era il mio cane, il mio servitore, il mio schiavo, qualsiasi cosa potesse soddisfare la sua ansia di essere dominato da una donna. Spesso lo obbligavo a uscire con la mia biancheria intima addosso perché sentisse di appartenermi, e mi rifiutai di fargli da padrona finché non si fosse deciso a leggere i classici della letteratura Sm, a cominciare da Leopold von Sacher Masoch e dalla sua Venere in pelliccia. Un pomeriggio tenemmo una sessione di psicosado che per lui si rivelò una vera tragedia. Lo punii severamente con le mie parole cariche di rifiuto e di indifferenza. Cominciò a singhiozzare perché non capiva se avessi esagerato o se pensassi davvero quello che avevo detto. Dovetti rimettere le cose al loro posto: «Michael, se ti piace soffrire ed essere il mio schiavo, la sofferenza peggiore per te sarebbe che ti abbandonassi, oppure che ti trattassi benissimo. Non ti pare?» «Non capisco, Signora.» «Il peggior castigo che ti può capitare è che la tua padrona ti rifiuti. O che sia molto affettuosa con te. Giusto?» Vidi il panico sulla sua faccia. «A te piace che ti tratti male. Se ti tratto bene, soffri da matti. Per cui, se voglio farti soffrire, non mi resta che rifiutarmi di trattarti male. A partire da questo momento sarò la donna più adorabile che tu abbia mai conosciuto. Sarà la tua vera sofferenza.» «Per favore, Signora, non lo faccia. La supplico. Per favore...» In realtà non mi veniva in mente un castigo peggiore: abbandonarlo e ignorare completamente i suoi gusti. Ma alla fine decisi di obbedire al mio schiavo. Michael tornò alla sua vita da manager, e con il tempo il nostro rapporto si limitò a qualche telefonata. All'inizio, e con il fuso orario, chiamava a ore indecenti. Ma io non gli rispondevo mai. Era la sua punizione. Lui lo sapeva e per questo chiamava sempre alla stessa ora. Quando decise che ne aveva abbastanza, cominciò a chiamarmi durante il giorno. Io lo liquidavo in fretta e furia, perché stavo lavorando. E, anche così, lo lasciavo sempre con il desiderio di chiamarmi ancora. Il fatto di avere ai miei piedi un uomo dal servilismo incondizionato, disposto a qualsiasi cosa, mi dava un senso di potere Pagina 12

IL MIO CARO AMICO ROBERTO

IL MIO CARO AMICO ROBERTO IL MIO CARO AMICO ROBERTO Roberto è un mio caro amico, lo conosco da circa 16 anni, è un ragazzo sempre allegro, vive la vita alla giornata e anche ora che ha 25 anni il suo carattere non tende a cambiare,

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