L ultimo regalo. di Alexia Bianchini. Merida oltrepassò la soglia. Al di là del varco c era un mondo a lei sconosciuto.

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1 L ultimo regalo di Alexia Bianchini Merida oltrepassò la soglia. Al di là del varco c era un mondo a lei sconosciuto. Dicevano che un tempo il pianeta Tars fosse stato popolato da creature simili a lei, forse più alte. La guerra le aveva rese folli. Si erano sterminati. Di loro era rimasto solo il ricordo. Richiuse il portellone della Mallory, l astruso mezzo di trasporto, soprannominata la Giramondi, come la chiamava l esimio professor Virago. La piccola astronave, interamente costruita in rame, era alimentata a energia a vapore. Aveva capacità limitata. Per questo motivo era stata selezionata come Viaggiatore. Merida era minuta, abbastanza piccola da non rimanere soffocata da tubi e cavi. Con indosso la maschera antigas, e l armatura in ottone di Guillet, l assistente del professore, scese dall abitacolo guardandosi attorno: c era solo nebbia intorno a lei. La corazza era stata modificata rispetto lo scorso viaggio di perlustrazione, in modo da renderla più leggera e più resistente alla corrosione. Nei viaggi precedenti aveva rischiato di essere incenerita, o schiacciata dall atmosfera. Aveva visitato diversi mondi paralleli. Il suo compito era quello di guardare, memorizzare, e riferire. Era vietato interagire. Per proteggersi dai nativi l armatura veniva schermata. All esoscheletro erano state applicate delle placche di meta-materiale, inserite alle quattro estremità. La proprietà elettromagnetica acquisita permetteva di deviare la luce, rendendola invisibile. L unica pecca, a cui gli scienziati non avevano ancora trovato una soluzione adeguata, era la dispersione sonora. Sebbene fosse stata dotata di cuscinetti, e il respiro fosse schermato dalla maschera, se si fosse messa a gridare l avrebbero sentita tutti. Le avevano fatto

2 mille raccomandazioni in proposito, preoccupati che potessero accorgersi della sua presenza. In realtà aveva pensato parecchie volte a come avrebbe reagito se avesse incontrato qualcuno. Avrebbe voluto incappare in un nativo, ma in tutti i viaggi effettuati sin ora non aveva visto anima viva. C erano solo e sempre rovine. Accese la Geordie lamp, applicata sull elmo, facendo attenzione a non impigliarsi con i cavi appesi ai manicotti sugli avambracci. Si sentiva impacciata. Mosse due passi in avanti, poi cercò un appiglio sicuro, c erano troppi detriti sul pavimento. Un rumore sordo attirò la sua attenzione. Si voltò di scatto, il fiato corto dalla paura. Non vedeva nulla, rimase in attesa, i nervi tesi allo spasimo. Seguì un boato, ma la nebbia non permetteva di vedere nulla di fronte a lei. Prese coraggio e, rammentando di essere invisibile, si incamminò verso il luogo da cui era arrivato il rumore. Pochi passi e si trovò davanti un muro crollato. Valutò di essere in mezzo a una strada. Dentro l edificio, a parte la polvere appena sollevata, la vista era decisamente migliore. Decise di entrare in perlustrazione. Scheletri ovunque. I nativi avevano la stessa struttura ossea dei terrestri, ma lei non era un esperta. Aveva appena sedici anni, e non era mai stata una cima in nessuna materia. Era stata prelevata dal collegio di Pavia appena un anno prima, scelta dopo un accurata selezione, a detta del professor Virago. Ancora non si capacitava. Da un letto rigido di una camerata era finita a casa del suo nuovo tutore. Aveva una camera lussuosa tutta per lei, un letto a baldacchino che mai aveva visto prima. La famiglia Virago aveva persino il telefono in casa. Una donna cordiale si occupava di lei, il rigore delle suore era ormai cosa passata, anche se non si permetteva di abusare della gentilezza del suo responsabile, non si sarebbe mai sognata di comportarsi male, con il rischio di tornare nel lugubre postaccio dove era cresciuta. Anche se all inizio si era spaventata quando le avevano spiegato cosa avrebbe dovuto fare per sdebitarsi, si accorse ben presto che quei viaggi misteriosi l affascinavano. L unico rammarico era non poter vedere più la signorina Rose, una ragazza inglese che per amore si era trasferita in Italia e che faceva volontariato presso il collegio. Innamorata di Charles Dickens, non faceva altro che raccontare storie. La più amata da Merida era quella del cattivo Scrooge, che tanto le ricordava Padre Rodolfo. Non l aveva più rivista dopo il suo trasferimento, ma la sera, sola nel suo letto, cercava di ricordare quella voce calda, dall accento mieloso, e la favola appassionante che le

3 narrava. Era il suo regalo, un frammento di memoria di tanti anni tristi, passati in quella tetra dimora. Un ricordo piacevole che serviva a dimenticare le cose più brutte. Brutte come la paura del primo viaggio, vanificata poi dall assenza totale di vita. Il primo mondo visitato aveva il cielo azzurro, i prati verdi. Intorno la vastità del silenzio. Come da ordini aveva preso la Mallory e aveva sorvolato la superficie per un paio di giorni, registrando il nulla, se non cambi climatici e di pressione. «Quindi ci sarà la rinascita» aveva detto il professore dopo aver visionato i dati raccolti e ascoltato il suo resoconto. Non sembrava felice, aveva lasciato Merida confusa. Non era così malvagio quel pianeta, l aria era fresca e frizzante. Certo, non c era anima viva, ma dato che sulla Terra l aria pulita era ormai un ricordo lontano, aveva pensato di portare buone notizie. Negli ultimi anni le centrali a vapore avevano intasato di gas di scarico il cielo. La corsa sfrenata allo sviluppo industriale del 1876 aveva fatto collassare il pianeta, sotto lo sforzo disumano a cui era stato sottoposto. Merida aveva intuito che gli esperimenti del professore servissero proprio a trovare un luogo dove ricominciare, dato che a tavola non si parlava altro che di inquinamento. «Devo calibrare alla perfezione» continuava a ripetere mentre parlava di calcoli con il suo assistente. «Altrimenti non riusciremo a rimediare». «Rimediare a cosa?» gli aveva domandato la prima volta. Il professore l aveva guardata in modo strano. Si era incupito, mettendosi a rovistare nel suo mare di scartoffie. «Ho visto, ho fatto il primo viaggio con la Mallory, ma non posso spiegarti piccolina, sappi solo che ho bisogno di te, che tutti abbiamo bisogno». Merida non aveva fatto più domande, aveva ubbidito e basta. Nei viaggi successivi il sensore dell equipaggiamento non le permise di togliere il casco. L aria fuori era irrespirabile. Aveva camminato per centinaia di metri dal punto di atterraggio, non trovando altro che cumuli. Non erano pianeti adatti alla vita, diceva appena rientrata. Il professore mugugnava e si rimetteva a lavorare sui suoi calcoli insieme all assistente. Quest ultima missione era il viaggio della speranza, così lo aveva definito il professore. A differenza delle altre volte guardandosi intorno non si sentì così spaesata, anche se il sensore che misurava l atmosfera segnava rosso. Fece altri passi dentro una struttura che le sembrò riconoscibile. Le fattezze erano quelle di un palazzo come tanti: androne, scale, nulla di così stravagante come aveva sempre sognato di trovare.

4 Il piede finì sopra un oggetto conosciuto, un foglio consunto. Lo sollevò con le pinze, ma non riuscì a leggerlo, aveva caratteri a lei sconosciuti. Lo mise nella sacca dei reperti e scelse di ispezionare il pianterreno, evitando di salire le scale con il rischio che le franassero sotto i piedi. Ossa sparse ovunque. Tante porte davanti a lei e tante stanze uguali. Merida si fermò perplessa. Le sembrò di trovarsi in una scuola, anche se non riconosceva la lingua con cui erano indicate le stanze o i vari cartelli ancora attaccati ai muri. I resti scheletrici erano ai piedi dei banchi, come se la morte fosse giunta improvvisa. Disse una preghiera, anche se forse loro pregavano un altro Dio. Continuò a vagare, uscì dalla stanza e prese la Mallory. Doveva trovare un posto meno tetro per fare altri rilevamenti. Dopo ore sospesa in volo raggiunse una nuova meta, prestabilita dalla piccola astronave. Dall alto non aveva visto nulla. La superficie era completamente coperta da densa nebbia. Ossa ovunque, di nuovo. Edifici ingrigiti da fuliggine, piegati da deflagrazioni. Camminando fra le macerie riconobbe oggetti di uso comune. Erano rotti, sporchi, ma familiari. Prese con la pinza una spazzola, trovò una scatola di latta simile a quella in cui Suor Adelaide metteva i biscotti che sequestrava alle ragazze monelle. Quando lesse su un muro la parola Biblioteca rimase di stucco. Non poteva essere una coincidenza. Si sarebbe strappata di dosso il casco, se non fosse stato pericoloso. Fece un respiro profondo, poi portandosi dietro l esoscheletro si incamminò, voleva delle risposte, e subito. Incedette fra gli scaffali ricolmi di libri, fino a quando non trovò il suo preferito. Era l edizione inglese che possedeva anche Rose: A Christmas Carol. Lo prese e lo mise nella sacca dei reperti. Quando arrivò al bancone vide mucchi d ossa a terra. Sollevò lo sguardo e rimase agghiacciata nel leggere il datario sul muro. 24 Dicembre 1888, la stesso giorno della sua ultima partenza. Merida provò un senso di vuoto. Se non avesse avuto l armatura a sostenerla sarebbe svenuta. Tornò alla Mallory in tutta fretta, la testa vuota da ogni pensiero. Controllò la bottoniera di fronte a lei. C erano tutte le date fin ora impostate. Sebbene si sentisse stupida e non troppo acculturata, mentre stava per schiacciare i tasti per la scelta più ovvia, comprese di non poter tornare indietro, non subito almeno.

5 L istinto le fece scegliere la prima destinazione. Chiuse gli occhi e si fece trasportare nel tempo. Nel tempo della Rinascita. Distesa sul prato, sotto un bellissimo cielo azzurro, si mise a sfogliare il libro sul Natale, il suo preferito. «Un ultimo regalo» disse ad alta voce. Rimase delle ore a leggere e guardarsi intorno. Il mondo era riuscito a resuscitare, sebbene l uomo avesse miseramente fallito. «Ancora una volta, poi tornerò indietro per avvisarli» disse guardando i disegni del libro, pur sapendo che non ci sarebbe stato nulla da fare in così poco preavviso. Collegò ogni frase, ogni affermazione sentita in quella casa. Aveva capito che non aveva viaggiato per mondi paralleli, non c era nessun pianeta Tars. Il professore l aveva ingannata per non spaventarla. Si alzò, l esoscheletro era al suo fianco, inerte. Per il viaggio non avrebbe potuto farne a meno, anche se detestava sentirsi costretta dentro quella ferraglia. Guardò un ultima volte le distese immense, annusando l aria profumata di pulito e di vita che la circondava. E così, come Tiny Tim diceva: «Dio ci protegga tutti e ci benedica» disse a voce alta prima di partire verso la Fine. E così, come Tiny Tim diceva: «Dio ci protegga tutti e ci benedica» Ultima frase del romanzo Il canto di Natale (A Christmas Carol)

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