LA DOMENICA. Hombre. normal. Più delle parole, per don Vicente, parlano i silenzi. La conversazione CULT INTERVISTA A VICENTE DEL BOSQUE

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1 LA DOMENICA DIREPUBBLICA NUMERO 385 CULT INTERVISTA A VICENTE DEL BOSQUE Hombre Un normal Il suo Real Madrid e la sua Spagna hanno vinto tutto Lui sotto i baffi sorride modesto: Mi va bene anche perdere All interno La copertina I quartieri popolari diventano chic: è la gentrification che cambia le città LA CECLA E SASSEN La recensione Così Trevor inventa una nuova Bovary DARIA GALATERIA Il reportage Afghanistan, nella casa-museo di Massud PIETRO DEL RE L incontro Ken Loach Non sono tipo da smoking MARIA PIA FUSCO CONCITA DE GREGORIO MADRID Più delle parole, per don Vicente, parlano i silenzi. La conversazione può durare ore, sul taccuino restano alcune frasi appena. In margine molte note, come fossero in terpretazioni possibili al testo di una traduzione. L esperienza di un dialogo con Vicente del Bosque somiglia ad una traduzione dallo spagnolo antico. I termini che usa, i metri di giudizio, i codici: sono quelli di un altro tempo, di un altro secolo. L allenatore perfetto, l uomo che col Real Madrid e poi con la Nazionale spagnola ha vinto più di chiunque altro in ogni tempo e in ogni luogo, è un sessantenne di donchisciottesca malinconia: non parla inglese, non veste italiano, non alza mai la voce, non esprime quasi mai giudizi se non è suo dovere farlo, dice di non conoscere il male. «Tutti veniamo al mondo per fare del bene», riflette lisciandosi i baffi a manubrio da almeno sessant anni fuori corso. «Nessuno nasce senza altro scopo che dare l esempio». L intervista, resa faticosa al principio da circonvoluzioni verbali dense di rispetto, si rilassa quando ci si trasferisce nel desueto mondo del Bosque e se ne decifrano i segni. Al passaggio su Guardiola e Mourinho, in particolare. Lei sente Guardiola più affine al suo modello, immagino, rispetto a Mourinho. «Non ci sono modelli, io non sono un modello. Ciascuno è un individuo che prova a fare del suo meglio». Certo, ma forse sente una diversa sintonia con Guardiola, per quanto lui sia più giovane e catalano «Non è così tanto più giovane, forse dieci o quindici anni». Non molto in effetti, nel conto dei secoli. «Sì, e anche la regione d origine non conta così tanto». Beh, fra Castiglia e Catalogna c è qualche differenza. «Sì, ma poi sono gli uomini che contano. Non il luogo dove nascono». Dunque lei stima allo stesso modo i suoi due colleghi? «Con Guardiola sono stato a pranzo almeno un paio di volte». Cosa intende dire? «Che non si va a pranzo con chiunque. Un pranzo è un pranzo». Chiaro. Con Mourinho mai, se intendo bene. E con Prandelli? «Sfortunatamente non ne ho avuto occasione. Ci avrei pranzato volentieri». (segue nelle pagine successive) FOTO LAPRESSE L intervista Thomas McGuane Per capire l America serve l arte della pesca SEBASTIANO TRIULZI Spettacoli Inequilibrio danza di bimbe che perdono l innocenza RODOLFO DI GIAMMARCO Il libro Una certa idea di mondo: Da Tiffany con Capote ALESSANDRO BARICCO

2 26 LA DOMENICA La copertina Vicente del Bosque CONCITA DE GREGORIO (segue dalla copertina) Stabilita l unità di misura della condivisione del pane come metro della stima e della rispettabilità da qui si può ripartire. Don Vicente è cresciuto alla scuola di Santiago Bernabeu. «Un uomo buono, onesto. Un leader morale. Era modesto, non aveva soldi. Un esempio per tutti. Solo una volta mi riprese: non avevo salutato sua moglie doña Maria. Me lo ricordo ancora come uno schiaffo. È una questione di buona educazione, mi disse». La dottrina paternalista di un paese sotto dittatura, i valori del gioco scolpiti come i precetti di un ordine religioso: austerità, onestà, lavoro, umiltà. La stessa vecchia macchina tutta la vita, tenuta con cura. Trentasei anni nella casa bianca del Real Madrid. Dal lunedì alla domenica in campo e a bordo campo, dalle dieci alle dieci. Il padre Firmin, un ferroviere rosso perseguitato dal regime, lo accompagnò al club solo la prima volta, lo consegnò ai dirigenti dicendo loro: «mi fido di voi». Non tornò. La madre a casa ad aspettare i figli a cena, ogni sera. Poi la giovinezza, un ruolo a centrocampo, il matrimonio, la morte del fratello amatissimo, la nascita di tre figli. L infanzia di Alvaro, bambino down. La panchina del Real. La selezione per le giovanili. Una brevissima esperienza in Turchia, otto mesi, l unica volta all estero. La Nazionale. Un Mondiale, un Europeo. Il titolo di marchese, conferito da Juan Carlos quel giorno a del Bosque e a Vargas Llosa. Un sorriso di modestia lo illumina quando cita il premio Nobel. Ripartiamo dal campionato europeo, don Vicente. Lei ha detto, a proposito dell ipotesi che la Spagna potesse pareggiare con la Croazia per eliminare l Italia, che sarebbe stato impossibile. «Impossibile, già». Nel senso che non lo avrebbe consentito? «Nel senso che è impensabile. Non si gioca per pregiudicare un terzo, si gioca in campo. Non può essere che così. Il fútbol è uno sport. Lo sport ha senso se è pulito. Il calcio è un gioco pulito». Dovrebbe esserlo, intende dire. «Per quello che mi consta lo è. Ho conosciuto tutta la vita solo questo modo di giocare. Capisco che il marketing, in generale il mercato possano portare elementi di turbativa. Ma non cambiano l essenza del gioco. Non ho mai conosciuto nessuno che abbia venduto una partita. Non l ho mai visto accadere coi miei occhi. Questo non esclude che possa accadere, naturalmente». Ha seguito un poco le vicende giudiziarie che coinvolgono il calcio italiano? «Ho letto». Non pensa che ci sia un elemento di corruzione, né che sia forse l eccesso di denaro che circola nel suo mondo a determinarla? «I giocatori, se sono pagati molto, lo sono in funzione della ricchezza che generano. Tv, pubblicità. Io non capisco perché si debba associare la ricchezza alla corruzione. Il denaro può e deve essere usato per fare il bene. Poi non escludo che ci sia chi non sa farlo, ma in generale nessuno nasce per fare il male. Tutti nasciamo con l intenzione di far bene: nostro compito nella vita è dare il buon esempio». Lei sembra il superstite di un mondo scomparso, di un universo di valori antichi «Non sono antichi. Sono valori universali. Sono senza tempo. L essenza di quello che siamo non cambia con la velocità di trasmissione. Non è internet il problema. Non è chi specula sull immagine. L onestà è l unica fonte di reddito di cui ciascuno dispone». Cruyff dice di lei: è un signore. Javier Marias, gran tifoso del Real, dice che è un galantuomo messo lì a far da specchio agli spagnoli, che purtroppo non le somigliano. «Un grande scrittore può permettersi valutazioni universali. Io non credo però di essere diverso dalle persone con cui vivo, che incontro. Forse sono solo stato molto fortunato». Una volta, a proposito di suo figlio Alvaro, ha detto che considerava giusto parlarne per essere d aiuto alle famiglie come la sua. «Parlarne e vivere, non c è niente da nascondere. La vita è questa, condividere è fonte di sollievo per tutti». Lei pensa che sia giusta la sovrapposizione che si fa durante le competizioni internazionali fra la squadra di un paese e il paese intero, come se le due identità coincidessero? «Ma no, noi siamo sportivi, il calcio è un gioco. È meglio vincere ma va bene anche perdere, altrimenti ogni sconfitta sareb- FOTO GETTYIMAGES La vittoria agli Europei, gli impensabili biscotti, il buen chico Balotelli Ma anche gli scandali, la crisi, il figlio down L allenatore spagnolo si confessa a Repubblica E dopo averci dato una lezione di calcio ce ne regala una di stile: Nessuno è un modello Ciascuno di noi è solo uno che prova a fare del suo meglio TIKI - TAKA Di partenza il modulo di del Bosque con la Nazionale spagnola (nella foto) è lo stesso del Barcellona di Guardiola: ; spesso diventa però un 4-6-0: niente centravanti, tutti all attacco. Tiki - taka è invece il nome del tipo di calcio giocato dal ct spagnolo, basato sul possesso palla con continui passaggi rasoterra e gran movimento dei giocatori be un disonore per la bandiera». Pensa che la vittoria della Nazionale possa dare sollievo e orgoglio a un paese in crisi? «No, non credo. Il sollievo breve di una sera, l orgoglio di una vittoria sportiva non possono nulla contro le condizioni reali di un popolo. E il nostro popolo attraversa un momento di crisi gravissima. Siamo diventati ricchi, da poveri che eravamo, troppo I colleghi Con Mourinho mai andato Con Guardiola un paio di volte Con Prandelli volentieri Non si va pranzo con chiunque Ho vinto tutto in fretta». Si è scritto che la Spagna, grazie allo sport, ha vinto il suo eterno complesso di inferiorità rispetto all Italia. «Negli anni 50 e 60 non era lo sport ad essere inferiore, era il paese. Oggi non mi pare che la vittoria sportiva ci conferisca, come popolo, alcuna superiorità rispetto al vostro paese, anzi». Cosa pensa di Prandelli? Lo sente vicino come spirito? «Penso che abbia fatto un ottimo lavoro con la squadra. Non lo conosco abbastanza per dire dello spirito. Però mi piace molto che parli alla vigilia delle partite con lo stesso tono con cui parla il giorno dopo, che vinca o che perda. Non si vince sempre del resto. È normale». Lei vince molto, diciamo pure che ha vinto tutto. Qual è il segreto della sua squadra? «Una buona relazione fra i giocatori». Basta questo? «No, certo. Ci vogliono buoni giocatori. I buoni giocatori si for- VITA & CARRIERA LE ORIGINI Vicente del Bosque nasce a Salamanca il 23 dicembre 1950 Il padre, perseguitato dal franchismo, faceva il ferroviere; la madre era casalinga GLI ESORDI Cresce alla scuola di Santiago Bernabeu (nella foto). Esordisce a 16 anni nelle giovanili del Real Madrid Un anno dopo è già in prima squadra

3 27 COPPE & SCUDETTI 5 i campionati vinti da del Bosque calciatore con il Real 4 il numero delle Coppe di Spagna vinte quando giocava 2 le vittorie in Champions nel 2000 e 2002 alla guida del Real 2 le altre coppe vinte nel 2002 con il Real: Supercoppa Uefa e Intercontinentale 1 la Coppa del Mondo vinta con la Spagna nel 2010 perché so perdere 1 la vittoria in finale contro l Italia agli Europei del 2012 mano negli anni, nei vivai, con pazienza. Poi bisogna che il gruppo funzioni. Che la collettività venga prima dei singoli. Come nella vita». Si fa presto a dirlo, ma poi quando uno ha in campo un fuoriclasse di temperamento, poniamo un Ibrahimovic «È uguale. Bisogna spiegare ai singoli eroi che faranno meglio solo se il gruppo funziona. A volte che faranno meglio facendo meno. Senza un buon assist non c è mai gol». Tra gli italiani quali sono stati i giocatori che ha apprezzato di più? «Non li conosco personalmente». Certo, ma in campo? Pirlo? «Una grandissima carriera sportiva. Massimo rispetto». Balotelli? «Credo che sia un buen chico, un bravo ragazzo. Qualche asprezza di carattere, forse. Non mi piace dare voti, smettiamo». Non ne dà neppure ai suoi, in allenamento? «Nessuno di loro sarebbe quello che è senza gli altri. Non posso nominarne neanche uno che valga da solo». Lei fu cacciato da Florentino Pérez in malo modo. Oggi torna per restare, e si prende la rivincita più bella. Si sente ripagato? «Io sono contento di tutto quello che mi è capitato, anche quando non pareva il meglio in quel momento, perché è stato La filosofia Sono contento di tutto ciò che mi è capitato.perchè è stato tutto ciò che è successo ad aver fatto di me e di noi quello che siamo tutto ciò che è successo ad aver fatto di me e di noi quello che siamo: ad averci portati sin qui. Nessuna rivincita, nessuna vittoria nasce dal risentimento. Si può solo andare avanti». La sua teoria della linea retta «Non conosco altro modo di procedere se non avanti diritto. L unico posto in cui certamente stiamo andando è domani, e la via più breve quella retta è solita essere anche la migliore». Se non avesse fatto il calciatore e poi l allenatore che mestiere avrebbe voluto fare? «Ho studiato magistero. Immagino che avrei fatto il professore. Sì. Sarei rimasto nella mia regione e avrei insegnato. Che poi in fondo è quello che ho fatto. Infatti sono molto contento così. Non credo che smetterò mai di lavorare, nel senso di provare ad essere un poco di esempio rispetto a ciò che ho imparato da chi c era prima di me. E quando lavoro coi giovani, cioè quasi sempre, sono davvero ottimista sul nostro futuro. Torno a casa sereno». IL CALCIATORE Negli anni 70 è il centrocampista del Real Madrid, veste 18 volte la maglia della Nazionale fino al Campionato europeo del 1980 LA FAMIGLIA Ha tre figli. Il più piccolo, Alvaro, 15 anni, affetto dalla sindrome di Down, commosse la Spagna quando festeggiò con il padre la vittoria ai Mondiali L ALLENATORE Dal 1999 al 2003 allena il Real Madrid Dal 2008 guida la Nazionale spagnola con cui vince il Mondiale e ora gli Europei

4 28 LA DOMENICA Il reportage Comandanti Le sue amate radioline, la collezione di orologi e macchine fotografiche, i libri, le foto di famiglia. Sarà inaugurato a fine anno il museo dedicato all eroe della resistenza afgana contro sovietici e Taliban Siamo andati nella valle del Panshir a visitarlo in anteprima Insieme a chi gli stava accanto il giorno in cui venne ucciso Massud dopo la battaglia PIETRO DEL RE BAZARAK (Afghanistan) Dopo decine di curve a gomito, quando la valle comincia ad aprirsi scoprendo in lontananza cime incappucciate da nevi eterne, lo vedi spuntare come un gigantesco obice, scolpito nella roccia grigiastra di queste montagne. Il mausoleo di Amad Shah Massud è imponente come quello di Chiang Kai-shek a Taipei, e brutto come quello di Kim Jong-il a Pyongyang. Ma nell Afghanistan ancora funestato dalla guerra, la tomba di Massud, nella verdissima valle del Panshir, è anche l unica tappa di un pellegrinaggio quasi turistico, perché agli occhi del suo popolo è lui il solo eroe positivo della storia moderna del Paese. Un eroe che per gli afgani sfiora ormai la leggenda, il mito. «Ci sono diversi motivi per venerarlo: perché era tagiko, perché anticomunista e per via della resistenza che come mujaheddin oppose ai sovietici, perché sunnita o ancora perché sconfisse i Taliban», racconta Faheen Dashty, scrittore nato in questa valle. Lavorò al fianco di Massud per diciassette anni, gli fu vicino anche negli ultimi istanti della vita, quando, il 9 settembre 2001, due giorni prima dell attacco alle Torri gemelle, due kamikaze travestiti da giornalisti fecero esplodere la telecamera carica di tritolo con la quale facevano finta di intervistarlo. «Ero dietro a uno di loro, a solo mezzo metro, ma l esplosivo era diretto verso Massud, e così sono sopravvissuto», dice, mostrandoci le cicatrici delle ustioni che riportò sulle braccia. Stamattina da Kandahar è arrivata in pullman una comitiva di pashtun per rendere omaggio al Leone del Panshir. I manifesti che lo ritraggono ridente o accigliato, contemplativo o perplesso, l hanno seguita fin quassù dalla lontana provincia meridionale. Prima di inginocchiarsi per pregare davanti all ampio sarcofago, gli uomini si tolgono i sandali, e sorprende vedere molti di questi barbuti commuoversi per un tagiko. Del resto, Hamid Karzai, anche lui pashtun, è diventato ai loro occhi il presidente dalla corruzione o un burattino nelle mani delle forze Nato. Intanto, a pochi metri dalle spoglie di Massud, o meglio, del capo, come ancora lo chiamano i suoi, fervono i lavori nel cantiere di un mega-complesso a lui dedicato, che consisterà in due musei e che verrà ultimato entro la fine dell anno. Spiega Dashty: «Il primo A pochi metri c è la casa del capo Sulla scrivania sono poggiate una spillatrice e due palle di vetro con la neve conserverà i suoi oggetti, l altro quello che riuscì a sottrarre ai sovietici, dai carri armati alle jeep, dalle contraeree agli elicotteri». Ma che cosa poteva collezionare un uomo che ha guerreggiato per buona parte della sua esistenza? Ebbene, Massud andava pazzo per le lampade tascabili, le radioline, le macchine fotografiche, gli orologi. Poi, siccome era anche un uomo di fede, aveva sempre con sé diversi rosari. Gli piacevano molto anche le auto, e collezionò anche queste, soprattutto grazie ai bottini di guerra. «Dio gli aveva dato tutto: forza, intelligenza, pietà», sostiene Dashty. Dio, o chi per lui, l aveva reso anche molto fotogenico. Con il volto affilato, lo sguardo malinconico e il sorriso ridanciano questo Che Guevara afgano somigliava ad Anthony Quinn, o a Benicio del Toro. Il nuovo complesso prevede anche due ristoranti, un giardino largo cento metri e lungo il doppio, un area per le famiglie, una sala vip, una boutique per souvenir, una moschea e una sala multimediale. «Quest ultima conterrà, tra le altre cose, i tanti volumi della sua biblioteca privata e i numerosi libri scritti su di lui, soprattutto da giornalisti francesi, tedeschi, americani», aggiunge Dashty. Perché il mujaheddin Massud era un militare colto, che prima di combattere in montagna s era iscritto alla facoltà di architettura di Kabul, che parlava oltre al farsi anche il francese, che aveva letto Dante e Victor Hugo. Il progetto destinato a beatificarne la memoria è seguito da un architetto di Teheran, scelto perché nel mondo musulmano gli iraniani hanno fama di costruire i più bei minareti. I 3,5 milioni di dollari già spesi provengono dalle generose donazioni dei tagiki più ricchi, raccolte dalla Massud Foundation che è diretta del fratello del leader, Wali, e dall ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah. È così stretta la valle del Panshir che quando i mig sovietici la sorvolavano per bombardarla, i tagiki dicevano che non si vedeva più il cielo. «Sette volte l hanno conquistata i russi, e sette l hanno perduta», racconta Dashty. Le cicatrici di quegli anni te le trovi davanti all improvviso: sono borghetti ridotti in cumuli di pietre che nessuno ha mai ricostruito, o teorie di crateri scavati dalle bombe nella roccia dove oggi crescono solo grassi cespugli di bosso. Ovunque, nei pascoli, così come nel mezzo degli orti oggi nuovamente coltivati, campeggiano carri armati sovietici arrugginiti che, come vecchi alberi, sono diventati parte integrante del paesaggio. «Quando, dopo un pesante bombardamento ae-

5 29 LA VITA LE ORIGINI Nasce nel 1953 a Jangalak nel nord dell Afghanistan Negli anni Sessanta studia architettura a Kabul LA RESISTENZA Dal 1979 al 1989 è a capo dell Alleanza del Nord, la resistenza afgana contro l invasione sovietica LA GUERRA CIVILE Nel 92 è nel governo dei mujaheddin, ma tra le diverse fazioni scoppia la guerra civile I TALIBAN Nel 96 conquistano Kabul e Massud si ritira nella valle del Panshir da dove inizia una nuova resistenza L ATTENTATO Il 9 settembre 2001 viene ucciso da due uomini che si fingono giornalisti: la bomba era nella telecamera ALBUM Momenti della vita di Massud. Dall alto in senso orario: da bambino con il padre poliziotto; con uno dei suoi quattro figli; con Faheen Dashty (l uomo con gli occhiali) E poi a cavallo e in sella a una moto sequestrata ai russi In basso, Massud intento a fotografare e a scrivere Nell immagine grande: satellitare, anguria e mitragliatrice per il Leone del Panshir. Nella pagina a sinistra: il mausoleo reo, un convoglio di tank entrava nella valle, la strategia del capo consisteva nel colpire il primo e l ultimo blindato, in modo da bloccare sia l avanzata sia la fuga. Poi, nottetempo, sferrava attacchi ai mezzi intrappolati», ricorda lo scrittore. La valle del Panshir, dove i Taliban non sono mai riusciti a penetrare, neanche durante i cinque anni in cui governarono l Afghanistan ( ), perché Massud ne ostruì l ingresso facendo saltare grossi blocchi di pietra, è oggi il luogo più sicuro del Paese. In un futuro chissà quanto lontano le sue bellezze potrebbero nuovamente attrarre quei turisti europei o americani che negli anni Settanta l avevano scelto, soprattutto gli hippy, come approdo asiatico. Oggi come allora, costeggiando l impetuoso fiume Panshir, nei villaggi di case in pietra e fango ombreggiate da gelsi monumentali, aleggia una dolcissima armonia. A poche decine di metri dal cantiere, sorge la casetta dove Massud lavorava, le cui finestre affacciano su un panorama frastagliato dalle vette di mille montagne. C è la stanza del suo ufficio, con una vecchia scrivania, su cui sono poggiate una spillatrice e due palle di vetro con la neve; e c è la stanza operativa, che una volta aveva le pa- reti ricoperte di mappe, e che oggi è ingombra di pacchiane poltrone pachistane. Poco più in basso, una baracca fungeva da cucina: «Vogliono abbatterla, perché dicono che sfigurerà con la sontuosità del complesso», racconta Dashty. «Ma alcuni sostengono che si commetterebbe un danno storico, e si sono perciò opposti alla sua demolizione: la cucina sarà quindi solo nascosta da un muro che verrà innalzato ad hoc». Molti si chiedono come si sarebbe comportato Massud nel 2001, quando le truppe americane sbarcarono in Afghanistan. Avrebbe avuto due scelte: accettare gli stranieri, perdendo però il consenso di molti dei suoi; oppure ritornare nella sua valle e combattere contro l invasore. Secondo Dashty, il Leone del Panshir non avrebbe tollerato soldati stranieri sul suo suolo, e sarebbe forse stato costretto ad allearsi con gli insorti. «La stampa internazionale, sua alleata fin dai tempi della lotta contro l Armata rossa, l avrebbe abbandonato delegittimandolo», spiega. «Quanto a me, considero di aver avuto lo straordinario privilegio per aver trascorso con il capo le ultime ore della sua vita. Anche se spesso penso di essere stato davvero sfortunato ad averlo visto morire così».

6 30 LA DOMENICA L immagine Tanti saluti Fatta a pezzi, manipolata, ridisegnata A cavallo dei due secoli scorsi quel piccolo rettangolo fece divertire molti pittori Un volume ha raccolto le più bizzarre tra le loro creazioni L arte della Cartolina INDIRIZZI In alto a sinistra, una cartolina di Depero per la Presbitero In basso, la sfida di W. Reginald Bray: niente indirizzo, solo la foto di un attrice per obbligare le Poste a restituire la cartolina al mittente NATURA MORTA Qui accanto: la Natura morta con acqua di Vichy del 1953 L opera collage è stata disegnata da Saul Steinberg sul retro di una normale cartolina Quando lo scarabocchio è d autore GIUSEPPE DIERNA Dopo oltre un secolo di onorata carriera, con vertici da fare invidia anche all invidiata arte alta, la cartolina grazioso supporto per frivoli messaggi o per capillare propaganda politica, artefice e veicolo di un immaginario di massa sembra quasi scomparsa dalla nostra quotidianità. Rimangono ancora le cartoline turistiche, ma sempre meno differenziate localmente, e quelle imperiture in vendita nei musei, ma il profluvio di temi e creatività che le caratterizzava è solo un ricordo del passato, e come tale ormai materia di analisi e sistematizzazione. È quanto persegue da tempo Enrico Sturani, maniacale collezionista di cartoline e affini, che dopo un primo variegato catalogo sforna ora il secondo tomo di una prevista trilogia: La cartolina nell arte. Fatta a pezzi, stravolta, esaltata. Il volume è incentrato sull uso e l abuso che artisti e dilettanti hanno fatto della cartolina, creandone in proprio, manipolandole o introducendole (come fanno Aleksandr Rodchenko, Joan Miró, Saul Steinberg o Enrico Baj), intere o frantumate, ritagliate o dipinte, all interno delle proprie opere. Nata nel 1869 in concorrenza con la lettera per veicolare messaggi veloci (ma non certo quanto il telegramma, che l aveva preceduta nel 1844), la cartolina si definisce per una mancanza di schermi protettivi frapposti a questa inedita visibilità del messaggio. In cambio, però, offre il non indifferente vantaggio di una tariffa ridotta e una libertà di scrittura leggera che la seriosità della lettera quasi interdiva. E nasce anche priva di orpelli illustrativi, semplice cartoncino rettangolare con francobollo prestampato e un intera facciata per il messaggio, fino a che finito il monopolio statale non si comprese che quel lato brullo della cartolina poteva essere occupato da più allettanti immagini: nasce la concorrenza e, con essa, quella corsa alla trovata più fantasiosa che sarà il vanto ma anche la palla al piede del nuovo mezzo, per cui nel 1933 il poeta Paul Éluard lui stesso collezionista di cartoline (e il primo a evidenziarne il lato estetico) potrà parlare di «eccessi di imbecillità» e di «comicità di bassa lega». E come dargli torto guardando la sfilza di cartoline che volevano essere spiritose? La cartolina illustrata raggiunge presto un successo inimmaginabile. Anche presso i pittori. All inizio del Novecento alcuni (Utrillo ma anche il giovane Adolf Hitler) le usano persino come modello per i loro quadri, cominciando a veicolare su di esse un certo discredito. Altri, invece, le utilizzano come supporto per le loro creazioni straordinarie, come avviene per le bizzarre incisioni nelle quali il boemo Richard Müller rappresentava inquietanti incontri di donne nude e animali improbabili. O come accadrà per le cartoline del raffinato fotografo Léopold Reutlinger, nel volume forse un po superficialmente definite «pre-surrealiste», dove compaiono apparizioni multiple della stessa figura e giochi di prospettiva, nel gusto di quel fantastico che si ritrovava già nel cinema di Georges Méliès. Ma qui, come in altri luoghi, agisce purtroppo lo sguardo cartolinocentrico del collezionista che, nel suo malcelato astio nei confronti della cultura alta, ignora più complesse interazioni nel gioco delle influenze. C è poi chi le cartoline se le fa da solo. Così, dal 1913 fino alla morte l anno successivo, Franz Marc invia alla poetessa Else Lasker-Schüler splendide cartoline acquerellate o in tempera e china, con su condensato il suo coloratissimo bestiario. Tra i futuristi, Giacomo Balla si

7 31 IL LIBRO La cartolina nell arte. Fatta a pezzi, stravolta, esaltata di Enrico Sturani (428 pagine, 39 euro), in libreria, è edito da Barbieri Sotto, in una lettera a André Rouveyre Henri Matisse riproduce le gambe soggetto della cartolina CONFRONTI Sopra, La dea dell arte di Ziegler (pittore amato da Hitler) ridicolizzata da Baumeister; sotto, cartolina erotica riveduta e corretta da Bloomfield COLORI A sinistra, tempera su La Gastrouille et la Roupaillotte. Sopra, acquerello, tempera e china con gli auguri per il 1913 di Marc. In basso, collage di Rodcenko lavorato su cartoline russe dell inizio del Novecento diletta a intervenire ad acquerello, a pastello o a collage, aggiungendo magari chiassose scritte interventiste, mentre nel 26 Fortunato Depero illustra con infantili matite multicolori i bozzetti per una serie pubblicitaria della Presbitero che non sarà mai stampata, ma per la quale disegna anche un fantasiosissimo lato indirizzo che sembra anticipare soluzioni di mezzo secolo dopo. Nel 1919 i dadaisti Raoul Hausmann e Johannes Baader approntano invece una cartolina-collage bifacciale per la loro sodale Hannah Höch, sovrapponendo al testo originario un più acconcio: Investite il vostro denaro in dada!. Con la cartolina ciascuno si è divertito come più gli pareva. C era, ad esempio, chi giocava con la sua forma, come l inglese W. Reginald Bray, che sul finire dell Ottocento aveva ritagliato e spedito il profilo di un uomo dal naso imponente e l aria rissosa, mentre la scritta col nome del destinatario e il suo indirizzo andava a disegnare sopracciglia, baffi e un ghigno poco rassicurante. Un francobollo incollato al punto giusto sostituiva l occhio, che un timbro postale ben assestato trasformava poi in un inconfondibile occhio nero. E Bray sfiderà ancora le Poste a una collaborazione attiva, spedendo una cartolina che al posto dell indirizzo mostrava la foto della destinataria, un attricetta ben poco nota per essere raggiunta, per cui la cartolina torna al mittente, decorata però con gli agognati timbri postali. Sfida alle Poste che raggiungerà il suo culmine con un adepto del gruppo Flexus che, nel 1967, stampa una cartolina intitolata La scelta del postino: i due lati sono identici, su entrambi è possibile scrivere due indirizzi diversi e affrancare. Fin dalla nascita la cartolina ha spinto il fruitore a intervenire, e non solo per via degli appositi spazi bianchi lasciati all interno dell illustrazione, ma anche per il richiamo dei nudi corpi femminili a cui questi utilizzatori finali non sanno proprio resistere, scarabocchiando in quelle oasi di chiarore i loro più accorati desideri o magari solo il loro nome. La sfida è raccolta quarant anni dopo dal surrealista Georges Hugnet, che a quegli oramai museali oggetti del desiderio aggiunge buffi animaletti pelosi teneramente abbarbicati alle carni. Jean Margat punta invece all icona per eccellenza: la cartolina della Gioconda, dissezionandola e ricomponendola in una divertita «giocondoclastia sistematica» che sembra anticipare tecniche collagistiche del boemo Jiri Kolar. Ben più drastico, nel 1941, l intervento di Willi Baumeister sul corpo nudo della Dea dell Arte di Adolf Ziegler, pittore amato dal Führer: con un abile uso del colore che nasconde gambe e braccia e pochi tratti di matita che fanno apparire occhi al posto dei seni, egli la trasforma infatti in un osceno Uomo col pizzo, stranamente assonante con Le viol di Magritte. Il quale da parte sua aveva intitolato Cartolina (1960) un suo olio abbastanza noto, quasi una parodia delle vedute cartolinesche: un uomo di spalle osserva un paesaggio montano, mentre nel cielo si staglia un enorme mela verde.

8 32 LA DOMENICA Spettacoli Coppie Siamo abituati ad associare il nome del grande ballerino a quello di Ginger. Ma per quasi trent anni, quando ancora i due non avevano conquistato Hollywood, fu con Adele che danzò. Un rapporto rimasto in ombra e solo ora illuminato da un libro che ne racconta la storia STOP FLIRTING A destra, una foto autografata dalla coppia ormai sciolta dopo il matrimonio di Adele: lo spettacolo è Stop Flirting, 1923 GIUSEPPE VIDETTI Una sorella come partner la prima metà di Fred Dai duetti giunti fino a noi si capisce che lei era la star e lui il gregario ConCyd Charisse sembrava volare; con Joan Fontaine, Judy Garland e Paulette Goddard volteggiava come una piuma; con Rita Hayworth ammiccava come un gagà impazzito; con Eleanor e Jane Powell slittava quasi avesse i pattini ai piedi; con Audrey Hepburn ballava sul prato come scivolasse sul ghiaccio, con Leslie Caron swingava come le bacchette di un batterista jazz. Ma con Ginger Rogers fece tutto questo e anche di più; in lei Fred Astaire aveva trovato l anima gemella, la ballerina con cui sincronizzare movimenti che miracolosamente erano nel dna di entrambi. Quando s incontrarono lui aveva 33 anni, lei 22. Avevano flirtato brevemente a Broadway, ma all epoca dei grandi ingaggi non li sfiorò mai l idea di un bacio. Furono subito fratello e sorella, talmente in sintonia da sembrare siamesi, così leggeri da non far mai intuire nessuna morbosità, neanche nelle scene che l America puritana tra le due guerre considerò audaci. Per quanto nei loro leggendari duetti lui si sforzasse di sfoggiare un vasto repertorio di seduzione, il rapporto Ginger & Fred rimase sempre verginale, platonico a dir poco. E se si fosse spinto oltre, più che trasgressivo sarebbe sembrato incestuoso. Perché questo era il punto: in ogni partner Fred scopriva una sorella. Il motivo lo svela la scrittrice australiana Kathleen Riley in una nuova biografia intitolata The Astaires: Fred & Adele(Oxford University Press) che investiga sugli anni bui della carriera del divo americano, quella che iniziò all asilo, nell epoca d oro del vaudeville, e terminò nel 33 col volo a Hollywood che avrebbe strappato Fred al palcoscenico per catapultarlo nel mondo del cinema. Negli anni della formazione, quando fu una maestra a suggerire ai genitori che i piccoli potevano «serenamente» affrontare il palcoscenico, l alter ego di Fred non era una ragazzina della sua classe, ma sua sorella Adele, di quasi tre anni più grande. Lei era nata nel 1896 lui nel Adele fu la sua unica partner per ventisette anni negli spettacoli itineranti di clown e mangiafuoco a partire dal 1905 e poi, dal 1917, nei prestigiosi teatri di Broadway e successivamente (dal 23) del West End londinese. Neanche Ginger avrebbe resistito così a lungo. Quando esordirono, Adele Marie e Frederick Austerlitz avevano rispettivamente otto e cinque anni. Una storia remota e piena di ombre: pochissime sono le testimonianze filmate dell epoca, otto in tutto i duetti cantati che sono pervenuti fino a noi, da cui si evince abbastanza chiaramente che Adele era la star e Fred il gregario. I critici dell epoca scrivevano meraviglie del corpo flessuoso di lei, «capace di movimenti più precisi di una perfettissima creatura meccanica». In Inghilterra era una diva: i reali inglesi la adoravano; J. M. Barrie, l inventore di Peter Pan, voleva a tutti i costi che impersonasse la sua creatura, ma lei dovette rinunciare perché i numerosi contratti che aveva precedentemente firmato le impedivano di stazionare troppo a lungo in un solo teatro, oltretutto non avrebbe mai voluto lavorare lontana da suo fratello. «Spero che Fred sia gay, così resterà sempre con me», disse una volta quando erano ormai adulti e formavano una sola famiglia con George e Ira Gershwin, che per loro scrissero Lady, Be Good! e Funny Face, campioni d incasso, tra il 1924 e il 28, sia a Broadway che a Londra. Sebbene i due fossero inseparabili, avevano caratteri assai diversi: Adele estroversa, incline a farsi corteggiare dai gentlemen inglesi; lui timido, riservato, piuttosto abile a nascondere le sue scappatelle. «Non che la vita amorosa di Fred fosse meno intensa», precisa la Riley, «lui era semplicemente più discreto. Il rapporto dicotomico tra Fred e Adele rifletteva il contrasto di personalità che c era tra i loro genitori. Il padre, Frederic, o Fritz come lo

9 33 FUNNY FACE La locandina dello spettacolo di Fred e Adele nel 1928 al Winter Garden di Londra, campione d incassi insieme a Lady, Be Good PRIMO E ULTIMO SHOW A lato, alcuni spettacoli dei fratelli Astaire: dal 1905, ancora bambini in A Brother And Sister Act, al 1925 con Lady, Be Good! fino al 1932: The Band Wagon, ultima volta insieme chiamavano, era un immigrato austriaco che lavorava alla Storz Brewing Company; un tipo alla mano con la passione per la musica e il teatro. La mamma Ann, invece, era il prodotto della tipica educazione luterana, una donna molto indipendente da cui Adele aveva ereditato il suo spirito libero e Fred l attrazione per le donne di temperamento. Ma alla fine Adele, socievole e allegra, assomigliava più a suo padre, mentre Fred, gentile, timido, testardo e intransigente, era tutto sua madre». A guardarli, nelle foto degli anni Venti, sembrano solo due ragazzi di buona famiglia, lei dolcissima col filo di perle, lui elegantissimo col papillon a pois. La giovinezza, la grazia, il talento, ma anche lo chic naturale della coppia, conquistarono immediatamente gli inglesi con grande gioia di Adele che decisamente preferiva i sir d oltreoceano. La prima di Stop Flirting allo Shaftesbury Theatre, il 30 marzo 1923, segnò l inizio della love story tra Londra e gli Astaires. Il Times proclamò: «Colombo avrà anche ballato di gioia quando scoprì l America, ma non immagina come avrebbe saltellato se avesse scoperto anche Fred & Adele Astaire!»». E non lo fecero certo per riempire di piombo le pagine, quell anno le notizie piovevano dal cielo: la Bbc faceva il suo primo broadcast (Il flauto magico dal Covent Garden), Howard Carter apriva la tomba di Tutankhamon nella Valle dei re, Stanley Baldwin diventava primo ministro, il Duca di York sposava Elisabetta Bowes- Lyon nella basilica di Westminster, il mondo piangeva la morte di Sarah Bernhardt, allo Strand andava in scena Anna Christie, il dramma premio Pulitzer di Eugene O Neill. Se oggi Fred potesse riconsiderare quegli anni, certamente li vivrebbe con più leggerezza, senza i dubbi e le fragilità che ebbe in vita, costantemente insicuro, sempre con l impressione di non essere all altezza a causa delle parole che un impresario disse quando erano ancora bambini: «La ragazza è eccezionale, ma di lui che ne facciamo?». A 14 anni era lui che guidava la carretta, lui che organizzava i numeri, lui che cercava le musiche più adatte e i compositori emergenti. Fu a quell età che conobbe George Gershwin, con il quale avrebbe instaurato un duraturo e proficuo rapporto professionale e di amicizia. La sua influenza nella cultura pop come ballerino è incalcolabile, ma quella come cantante non è da meno. È stato lui il primo a eseguire i brani del grande Songbook americano: Night and Day di Cole Porter, Cheek to Cheek di Irving Berlin, The Way You Look Tonight di Jerome Kern, One for My Baby di Johnny Mercer, e i classici di George & Ira Gershwin, da A Foggy Day a They Can t Take That Away From Me. La fuga di Adele, il 9 maggio 1932, dopo il successo di The Band Wagon a Broadway, fu uno strappo che gli salvò la carriera. Non basta il talento naturale a fare una star, ci vogliono tenacia, perseveranza, rinunce. Adele aveva altri sogni, non avrebbe mai detto no al suo principe azzurro per continuare ad essere la fidanzatina d America anche al cinematografo. Lasciò il palcoscenico per sposare Lloyd Charles Arthur Francis Cavendish, secondo figlio del nono Duca del Devonshire, e andò a vivere a Lismore Castle, in Irlanda, «un castello con duecento stanze e un solo bagno» (il marito sarebbe morto alcolista, come suo padre, a 38 anni, nel 1944). Quando tornò negli Usa, Fred era diventato un fuoriclasse di Hollywood, lei non se la sentì, sebbene corteggiata, di affrontare la carriera cinematografica. Non si fece neanche sedurre da un offerta di Irving Berlin per Annie Get Your Gun a Broadway, sebbene non rinunciasse alla vita mondana (nel 1953 fu fotografata con John Fitzgerald Kennedy su una spiaggia giamaicana). Il ritiro di Adele uccise per sempre il gregario che Fred era stato per ventisette anni e lo trasformò in uno dei grandi divi del Novecento (dal 1933 al 68 il suo astro non conobbe eclissi). Sono stati entrambi longevi: Adele morì nel 1981 a 84 anni; Fred nel 1987 a 88. Non ci sono stati né ci saranno film su di lui. Lo ha lasciato scritto: «Non voglio che la mia vita venga mal rappresentata». Conosceva Hollywood troppo bene per non diffidarne.

10 34 LA DOMENICA Next Intelligenze collettive Dalla politica all economia, dalla scienza alla scuola Condividere le informazioni diventa il modo per affrontare e risolvere problemi. Ecco come I 4 PRINCIPI Collaborazione I confini delle più diverse organizzazioni diventano porosi o fluidi per aprirsi alla collaborazione degli altri Trasparenza Le informazioni non sono più segrete e le istituzioni diventano nude: «E se sei nudo, è meglio che tu sia in forma» Condivisione Dare agli altri accesso ai propri contenuti e alle proprie ricerche respingendo il principio della proprietà intellettuale Libertà I tre principi precedenti comportano una conoscenza diffusa fra le persone Quella conoscenza è il presupposto della libertà Open World Perché alla fine collaborare conviene RICCARDO LUNA Ci sono due modi per reagire ai problemi. Il primo è chiudersi. Il secondo è aprirsi. Quando due anni fa un gruppo di pescatori gli raccontarono le drammatiche condizioni del golfo del Messico per la perdita senza fine della petroliera Deepwater Horizon, Cesar Harada decise che solo uno era il modo giusto. Così lasciò il suo posto al Mit di Boston, si trasferì a New Orleans e si mise a progettare una barca-robot in grado di navigare tra le chiazze come un serpente portandosi via il petrolio. E lo ha fatto aprendosi: ha pubblicato il suo piano online, ha chiesto consiglio in Rete su come migliorarlo e, adesso che funziona, il progetto Protei è su internet a disposizione di chiunque voglia replicarlo. «Dobbiamo condividere la informazioni» ha spiegato Harada, «sostituire la competizione con la collaborazione». Questa cosa ha un nome preciso: si chiama open source (in questo caso hardware open source), e open è la parola magica. Vuol dire aperto. «Il mondo si sta aprendo» esulta Don Tapscott che questo trend lo aveva previsto alcuni anni fa. Erano i tempi di Wikinomics, un suo libro che ebbe un notevole successo. La storia chiave era quella del banchiere che si era comprato una miniera d'oro in Canada. Il problema era che non sapeva dove fosse l'oro e i suoi geo- logi non riuscivano ad aiutarlo. Allora ebbe una folgorazione: forse qualcun altro, pensò, è in grado di dirmi quello che i miei geologi non sanno. E così pubblico in Rete le carte geologiche della miniera e mise in palio mezzo milione di dollari per chi fosse riuscito a dirgli dove cercare l'oro. Parteciparono in tanti da tutto il mondo, e vinse una società di computer grafica che sviluppò un modello 3D per navigare il sottosuolo. Risultato: Rob McEwen ha trovato oro per un valore di 3,4 miliardi di dollari. «I social media non sono un modo per perdere tempo in Rete ma uno strumento di produzione sociale, un nuovo modo di creare valore ed innovare» ha detto Tapscott aprendo l'ultima edizione di TEDGlobal, a Edinburgo, dedicata proprio al tema della Radical Openness, ovvero all'essere radicalmente aperti. Come lo stesso TED, appunto, che è stata per più di vent'anni una conferenza per ricchi americani ed è diventata una fabbrica mondiale di cultura. Come? Aprendosi. «Nel 2006 abbiamo iniziato a pubblicare in Rete i video delle conferenze» ricorda Bruno

11 35 GLI ESEMPI WORLD BANK Ha scelto la strada degli Open Data: sul suo sito pubblica le informazioni sugli aiuti consentendo un controllo in tempo reale e un feedback sulle proprie decisioni ARDUINO È un microcomputer open source (il suo codice è disponibile sul web), inventato a Ivrea e utilizzato da centinaia di migliaia di persone nel mondo per realizzare progetti Poi negli ultimi tre anni Abbiamo iniziato a regalare i nostri contenuti abbiamo concesso anche il nostro brand e il nostro format E abbiamo scoperto che più cose dai agli altri, più cose ti tornano indietro COURSERA Startup appena lanciata negli Stati Uniti per distribuire gratuitamente sul web le lezioni e i contenuti delle maggiori università americane Bruno Giussani curatore di TEDGlobal GOLDCORP CHALLENGE Il caso più celebre di wikinomics, di impresa aperta: Rob McEwen per cercare l oro nei suoi terreni si è rivolto alla Rete mettendo in palio mezzo milione di dollari ILLUSTRAZIONE DI CHRIS JOHANSON TASKRABBIT Uno degli esempi più riusciti di consumo collaborativo : è una piattaforma web che ospita le offerte di persone pronte a svolgere piccoli lavori domestici GLOSSARIO Giussani, il giornalista italosvizzero che cura TEDGlobal, «dal 2009 abbiamo iniziato a regalare il nostro brand, i nostri metodi, il nostro format. E abbiamo scoperto che più ti apri e più ricevi in cambio». Il tema dell apertura attraversa ormai tutti i settori della nostra vita, dalla politica all'economica, dalla scienza alla scuola. Quando si aggiunge l'aggettivo open davanti ad un sostantivo, quasi sempre si forma una nuova parola che vuol dire tre cose: trasparenza, partecipazione, collaborazione. Il fenomeno sta dilagando per tre ragioni, secondo Tapscott: la prima è la Rete che ha creato una piattaforma globale di condivisione delle informazioni; la Open Government Mette a disposizione dei cittadini tutti i dati pubblici e favorisce la collaborazione e la partecipazione anche online alle decisioni seconda sono i nativi digitali, che hanno un rapporto naturale e immediato con le nuove tecnologie, «non hanno paura dei computer in Rete come noi sessantenni non avevamo paura del frigorifero»; la terza è la crisi economica che spinge tanti a cercare nuovi modi di creare valore, collaborando. È un movimento che parte dal basso come dimostrano i tantissimi esempi di «consumo collaborativo» citati da Rachel Botsman nel suo studio sulla nuova economia: da Airbnb, che è diventato un network planetario per offrire e trovare letti in affitto, a TaskRabbit, dove chiunque può proporsi per fare un lavoretto come montare i mobili dell'ikea. «Stiamo passando dal social Open Data È la divulgazione via web di tutti i dati raccolti dalla pubblica amministrazione I dati devono essere in formati aperti, ovvero deve essere facile scaricarli e rielaborarli network al social service» avverte la Botsman, «un mondo in cui la reputazione sarà la vera moneta di ciascuno». Ma questa rivoluzione sta contagiando anche i governi (quasi un centinaio di paesi hanno aderito lo scorso settembre alla Open Government Partnership voluta da Stati Uniti e Brasile) e le istituzioni come la Banca Mondiale che sotto la guida di Sanjay Pradhan ha avviato la pubblicazione di tutti i dati sugli aiuti umanitari con strumenti di visualizzazione e feedback in tempo reale: «Io lo chiamo Open Aid» dice Pradhan, «e in questo modo non solo siamo pubblicamente responsabili di come impieghiamo i soldi, ma riusciamo a fare interventi più mirati». Open Science È la condivisione dei dati scientifici a fini di ricerca Soprattutto via web, ci sono tantissimi progetti scientifici portati avanti grazie alla collaborazione fra migliaia di persone Naturalmente anche nella società aperta ci sono lati oscuri. Proprio al TED, l'attivista tedesco Malte Spitz ha raccontato di aver ottenuto, con infiniti sforzi, tutti i dati che la sua compagnia telefonica ha registrato sul suo conto in sei mesi. Ne sono venute fuori righe di codice con tutta la sua vita, compresi gli spostamenti. «Se ci fosse stata questa tecnologia nel 1989, il muro di Berlino non sarebbe mai caduto» ha concluso. E il politologo bulgaro Ivan Krastev ha aggiunto: «Quando c'è troppa luce c'è sempre un'ombra molto lunga». Ma è troppo tardi per tornare indietro, esulta Tapscott, il genio della società aperta ormai è uscito dalla lampada. E alcune prospettive Open Source Dall inglese sorgente aperta è un programma per computer (o in qualche caso anche un computer stesso) che qualunque persona può modificare oppure utilizzare sono davvero interessanti: «Pensate a cosa accadrebbe se dopo settant'anni cambiassimo finalmente le procedure per il consenso informato in campo medico» si chiede John Wilbanks, «permettendo ai ricercatori di avere accesso a tutti i nostri dati fatto salvo l'anonimato. Potremmo finalmente battere tutte le malattie». In realtà la trasparenza e l'accesso ai dati non sempre sono sufficienti ad avere un mondo migliore. Negli anni '50 la ricercatrice Alice Stewart, a Oxford, scoprì che il cancro nei bambini era fortemente correlato ai raggi X fatti dalla mamma durante la gravidanza. Quella scoperta era in contrasto con il pensiero dominante e venne ignorata per venticinque anni. «I dati c'erano, tutti potevano consultarli, un bambino a settimana moriva di cancro, ma nessuno voleva saperlo» ricorda l'imprenditrice Margaret Heffernan. «L'apertura da sola non cambia il mondo fin quando non abbiamo la capacità e il coraggio morale di usarla. È l'inizio della storia, non la fine».

12 36 LA DOMENICA I sapori Colti e mangiati Dimenticate carote crude e bibitoni frullati Per avere una pelle abbronzata il segreto è trasformare ingredienti ricchi di vitamine A, C ed E in golosissime ricette estive.un trend ora scoperto da alberghi e spa, ma facilmente sperimentabile anche in casa LICIA GRANELLO Prendete le creme solari. Fattori protettivi, sostanze lenitive, potere idratante. Ma nulla ci sembra più confortante della presenza di vitamine. A, C, E: le vocali dell esposizione al sole rimandano a carnagioni ambrate, luminose, seducenti, lontane anni luce dalle abbronzature arrabbiate di quando il buco nell ozono era solo un tarlo nelle menti degli scienziati e i gradienti del marrone una sfida sociale da vincere con ogni mezzo, dalle lampade solari agli oli protezione due. Allo stesso modo, il numero crescente di sportivi in senso lato, dal jogging alla palestra, passando per la riscoperta estiva di tennis e calcetto ha indotto l industria a mandare in passerella magnesio e potassio, irrinunciabili compagni di allenamento, il cui calo si traduce in crampi e svenimenti. Più che la chimica, poté il cibo. Mangiare cibi ricchi di vitamine aiuta ad abbronzarsi dal di dentro, senza stressare l epidermide e allungando la durata di quell effetto salute che il sole regala ai vacanzieri (insieme alla lontananza dal lavoro). In quanto ai minerali, una selezione mirata di frutta e verdura contrasta la loro perdita (insieme al sudore) evitando la sosta in farmacia. Ma la dieta a base di carote crude e frullati trasforma la conquista dell abbronzatura in un lavoro, mentre le banane con il loro surplus calorico, l effetto astringente, la qualità quasi mai eccelsa Non la solita frutta e verdura sono un supporto allo sport non proprio entusiasmante. Così, negli ultimi anni, ristoranti, alberghi e spa delle località turistiche marine, in primis hanno affinato un offerta solar-gastronomica che soddisfa amanti della pelle color biscotto e nipotini di Federer senza deprimere il coté gourmand, associando cucina cromatica e golosità estive. Il segreto è incrociare tecniche culinarie non invasive e ingredienti più naturali possibile. Frutta e verdura coltivate con il metodo biologico/biodinamico sono veri scrigni di vitamine e minerali, meglio ancora se colte e mangiate, visto che trasporto e conservazione incidono sulla qualità. Allo stesso tempo, cotture a bassa temperatura e sottovuoto ne proteggono l integrità. Ma il vero lusso dei professionisti della cucina oggi è l orto personale: in Riviera o sulle Dolomiti, ai margini dei parchi o in riva ai laghi, la pratica dell auto-produzione dilaga, spesso grazie alla passione mai sopita di un parente (succede nelle strutture famigliari), disposto a farsi carico della buona riuscita di insalate e frutti rossi. Un recupero del rapporto terra-cucina sottolineato nei menù e nelle carte delle colazioni, dove centrifugati e macedonie, zuppe e creme, sorbetti e piatti vegetariani sono davvero home-made a partire dagli ortaggi, con il loro carico intatto di micronutrienti. Se vi sentite pallidi e affaticati, regalatevi un brunch a Castiglion del Bosco, nella campagna di Montalcino, dove Elio Sironi ex cuoco dell hotel milanese Bulgari ogni mattina sceglie il meglio, dalle albicocche ai fiori di zucca, nell orto alle spalle delle cucine e lo trasforma in una coloratissima sequenza di piatti supervitaminici e squisiti. Il sole e un bicchiere di Brunello vi restituiranno come nuovi. Insalata sole di

13 37 Gli indirizzi DOVE DORMIRE AGRITURISMO LA CURBASTRA Via Cesarolo 157 Faenza (Ravenna) Tel Doppia da 60 euro, colazione inclusa B&B UNDICI Viale Trieste 11 Cervia (Ravenna) Tel Doppia da 110 euro, colazione inclusa HOTEL THE ONE Viale Nazario Sauro 20 Tel Riccione (Rimini) Doppia da 100 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE TRATTORIA DI STRADA CASALE Via Strada Casale 22 Località Brisighella (Ravenna) Tel Chiuso mercoledì, menù da 30 euro CÀMÌ Via Argine Sinistro 84 Località Savio di Ravenna Tel Chiuso mercoledì, menù da 40 euro IL POVERO DIAVOLO Via Roma 30 Località Torriana (Rimini) Tel Chiuso mercoledì, menù da 45 euro DOVE COMPRARE GASTRONOMIA CASADEI Piazza Pisacane 51 Cervia (Ravenna) Tel BIOEMPORIO IL SALTO Viale Risorgimento 5 Faenza (Ravenna) Tel AGRIFRUT Via Bologna 26 Riccione (Rimini) Tel Uva GASPACHO BIANCO Per la regina dei polifenoli, frullato di pane raffermo ammollato in succo d uva e strizzato, mandorle, aglio, olio, poca acqua e aceto bianco Anguria SANGRIA Potassio e magnesio a profusione nei cubetti da annegare, insieme a pesche e mele, in un mix di vino e succo d arancia con il rum Carote CREMA ALLO ZENZERO Per conservare al meglio la quota di betacarotene, cottura al vapore e passaggio nel mixer con cipollotto stufato in olio e zenzero grattugiato Melone TARTARE È il testimonial della vitamina C: ottimo in microcubetti conditi con qualche goccia di balsamico Sopra, prosciutto crudo spadellato ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA Sulla strada Il cocomero nella sabbia JENNER MELETTI aveva i cocomeri, la Romagna le pesche. Il confine era abbastanza netto. L Emilia «Bussa alla porta di un contadino questa la leggenda e chiedi da bere: se ti offrono acqua fresca sei in Emilia, se ti danno un bicchiere di vino sei in Romagna». Succedeva così anche per la frutta. Cocomeri da una parte, pesche dall altra. Ma un bel giorno il cocomero arrivò al mare. Merito dei commercianti che capirono il business (una fetta gelata di cocomero poteva concludere bene un pasto con cartoccio di pesce fritto o con piadina e squacquerone) e merito soprattutto dei contadini e braccianti che per la prima volta arrivarono su una spiaggia e videro il mare. Si era a metà degli anni Cinquanta. Dalle province di Modena e Reggio Emilia partivano le corriere che portavano i genitori in visita ai figli in colonia. Il soggiorno durava un mese intero. Dopo due settimane, di domenica, arrivava il pullman dei genitori. Non c era posto per loro, nel refettorio della colonia. E babbi e mamme non avevano i soldi per sedersi in una trattoria. Così si portavano il pasto da casa. Panino con cotoletta, uova sode, un budino nella gavetta portata a casa dalla guerra e poi il cocomero. Per rinfrescarlo, appena arrivati, veniva messo in una buca scavata nella sabbia. Il ristorante era la pineta. Seduti sugli aghi di pino, si consumava il pasto. Alla fine riappariva il cocomero, lavato dalla sabbia con l acqua di mare. I romagnoli videro questo grande frutto c erano la moretta di sei o sette chili ma anche le prime americane di quindici chili e se ne innamorarono. Gli emiliani scoprirono che la pesca era piccola ma aveva un sapore straordinario. Da allora i confini sparirono. Le pesche arrivarono sulle tavole di Carpi, Correggio e Guastalla. I cocomeri, tagliati a fette sottili, arrivarono anche alla pensione Zaira con vista sulla ferrovia. Contadini e braccianti tornavano dalla gita e raccontavano a tutti la stessa cosa. «Il mare? È così grande che non si vede dall altra parte». Pomodori CROSTINI Spremuta di antiossidanti tradotta in goloso snack: fette di pane naturale tostate, pomodori maturi strofinati, sale grosso, olio e basilico Peperoni NIÇOISE Infornati e spellati, i campioni della cucina cromatica si tagliano a filetti, con pomodori, uova sode, olive, cipollotti, cetrioli e acciughe Pesche PESCHE RIPIENE Stimolare la melanina con un dolce gustoso: al posto del nocciolo, amaretti sbriciolati, fondente sciolto e panna di soia. Buccia solo se bio Albicocche CRUMBLE Poche calorie e tanto carotene negli spicchi disposti a cerchio Sopra: impasto sbriciolato di burro, farina e zucchero. Si serve tiepido LA RICETTA Aurora Mazzucchelli è una delle chef più sensibili e talentuose della nuova generazione. Dalla cucina del ristorante Marconi - Sasso Marconi, Bologna - escono piatti originali come la ricetta ideata per i lettori di Repubblica Ricciola scottata con macedonia di frutta e verdura Ingredienti 600 gr. di filetti di ricciola 1 kg di polpa di anguria 800 gr. di polpa di melone 4 pesche noci a pasta gialla 2 zucchine verdi 1 costa di sedano verde 16 foglie di basilico 250 ml. di Porto olio extravergine sale e pepe Togliere la pelle alla ricciola e ricavare otto pezzi da circa 75 grammi l uno, conservare al fresco. Togliere i semi alla polpa di anguria. In una casseruola, sul fuoco, far evaporare la parte alcolica del vino. Unire 200 grammi di polpa di anguria frullata e lasciare raffreddare il composto Tagliare a dadini finissimi (brunoise) frutta e verdura, condirla con sale, pepe ed extravergine profumato. Cuocere rapidamente in padella antiaderente la ricciola da entrambi i lati (il cuore del filetto dovrà risultare ancora crudo). Servire i filetti di ricciola con la macedonia, la salsa d'anguria e le foglie di basilico

14 38 LA DOMENICA L incontro Reds Ken Loach I genitori operai, l infanzia in fuga dalle bombe, la laurea in legge a Oxford per capire i meccanismi dell ingiustizia. Premiato a Cannes, il regista della working class festeggia i suoi primi 50 anni dietro una cinepresa E si confessa: Che fatica fare cinema per uno abituato a prendere molto seriamente la realtà e assai meno se stesso MARIA PIA FUSCO Ha compiuto 76 anni giusto un mese fa. Ma soprattutto ha festeggiato cinquant anni di lavoro in cui ha reso protagonista la classe operaia e i diseredati, «gente che per i media in genere sono solo numeri, statistiche». Ken Loach si fa pensoso, poi subito aggiunge: «Proprio come il numero dei giovani senza lavoro: in Inghilterra alla fine dell anno scorso per la prima volta ha superato il milione». Li racconta nel suo ultimo film, The Angel s Share, Gran Premio della giuria a Cannes, attraverso la storia di quattro piccoli delinquenti della periferia di Glasgow che, passati dal carcere ai lavori sociali, riescono, con metodi non troppo ortodossi, ad infiltrarsi nel business del whisky e si inventano un futuro. «Nel film si ride insieme ai protagonisti, per il loro linguaggio e le loro battute, e per il contrasto tra la loro rozza semplicità e il sofisticato ambiente dei fanatici appassionati di whisky. Ma con loro si piange anche: sono ragazzi cresciuti nella desolazione di una delle tante periferie urbane del mondo, deserti senza punti di aggregazione in cui è scomparso il senso della comunità, spesso figli di genitori disoccupati, talvolta alcolizzati per disperazione. Ho scelto i toni della leggerezza solo per spirito di contraddizione, ci sono già troppi finali drammatici, sullo schermo e nella vita». Genitori operai nel Warwickshire, a Nuneaton, dove è nato. Poi un infanzia vissuta nella precarietà dei continui spostamenti tra famiglie di sfollati in fuga dalle bombe. «Non so se allora avvertivo la violenza e l ingiustizia della guerra, non capivo perché gli adulti fossero sempre così seri e arrabbiati, speravo solo che non fosse colpa mia. Ma non ho memorie tristi, il mio ricordo più lontano è il dolore che provai a tre anni quando mi chiusi la mano in una sedia pieghevole», scherza. Ricorda invece la scelta, più tardi, di studiare legge a Oxford: «Volevo capire i meccanismi della giustizia per comprendere l ingiustizia della disparità tra ricchi e poveri. Fu lì che, entrando a far parte della compagnia teatrale, scoprii anche quante cose si possano comunicare attraverso uno spettacolo». Quando, giovane adulto, arrivarono gli anni Sessanta, lui cominciò a comunicare attraverso la tv. «In quegli anni il cinema in Gran Bretagna era quasi scomparso, soffocato dalle produzioni di Hollywood più che in altri paesi europei. Il nostro cinema era la fiction televisiva. Andava in onda dopo il telegiornale e quello che si cercava di fare era un tipo di prodotto che potesse richiamare, per stile, la realtà delle news. Portavamo la 16mm per la strada, volevamo raccontare storie di finzione che fossero il più autentiche possibile. In una delle serie più popolari che ho fatto, Wednesday Plays, i protagonisti erano gente comune alle prese con i problemi grandi e piccoli del quotidiano. Sicuramente quel tipo di tv, e poi le teorie del Free Cinema, hanno influenzato il mio modo di lavorare. Allora come oggi, per esempio, mi piace la ricerca di verità anche nella scelta degli attori: che siano professionisti oppure no, non hanno mai una sceneggiatura definita, consegno le battute uno-due giorni prima delle riprese perché non perdano la spontaneità. Se non le sentono proprie le cambiamo in corsa». Ken Loach è uomo dai modi gentili, capelli argentati, scomposti, il sorriso segnato dall ironia e da un antica timidezza, un aspetto mite in netto contrasto con la durezza del suo cinema. Eppure non sono poche le prove che ha dovuto affrontare. La più dura è stata la morte di Nicholas, vittima di un incidente stradale a sei anni, era uno dei cinque figli avuti dalla moglie Lesley. «È l amore della mia vita, ci siamo conosciuti all università, siamo sposati da cinquant anni e ancora ridiamo insieme. Tra le sue qualità più belle c è la pazienza e la forza di non crollare nei momenti più difficili». Come gli anni Settanta. «Erano usciti i miei primi film, Poor Cow, Kes, Family Life, storie di disagi famigliari, storie scomode, disastri al botteghino, tanto che per quasi dieci anni non sono riuscito a fare un film. Le cose cominciarono a cambiare un minimo con l arrivo di Channel Four, che destinò fondi a piccoli film da trasmettere in tv». Ma ad arrivare fu anche la Thatcher. «E con lei la sua politica a favore delle aziende, il suo liberismo senza regole, le privatizzazioni selvagge, la distruzione dei sindacati. Mia moglie ha ragione: quando sono ai fornelli perdo tutto il mio senso dell umorismo Non è l unica debolezza che ho FOTO GETTYIMAGES L immagine che ho di me stesso in quegli anni Ottanta è di un pover uomo che si aggira in giacca e cravatta nei dintorni di Soho Square con una borsa in mano piena di soggetti alla disperata ricerca di finanziamenti. Nelle sale inglesi il mio cinema era tabù: Wich Side Are You On?e Fatherlandsono usciti soltanto all estero». Poi, finalmente, negli anni Novanta, la rinascita, i successi internazionali di film come Riff-Raff, Ladybird Ladybird, My Name Is Joe, Terra e libertà. Ormai per tutti è Ken il Rosso, il più anti-british degli autori inglesi. «Un accusa, quest ultima, che mi viene mossa da chi confonde il governo con il popolo. Io sono critico nei confronti del governo britannico, non ho nulla contro i miei concittadini. Sono uno di loro. Ho anche servito la patria, due anni nella Royal Navy», scherza, ma poi si indigna se ripensa «all assurdità del paragone con Leni Riefenstahl a proposito di Il vento che accarezza l erba. Secondo la stampa conservatrice era un film di contro gli inglesi, proprio come li faceva lei. Ma che c entro io con una nazista?». Il film ha vinto la Palma d oro a Cannes nel «Hanno scritto persino che sono uno che si diverte a fare su e giù sul tappeto rosso a Cannes. Non è vero, detesto vestirmi in smoking e cravattino, però quella sera ero felice, molto felice, e quel premio è stato di grande aiuto per il film». Altro capitolo, quello con Hollywood. «Sono andato a Los Angeles a girare Bread and Roses, un film senza glamour, senza inseguimenti né sparatorie. È la storia della vita parallela delle donne e degli uomini che puliscono i palazzi e fanno i lavori più umili, immigrati, un mondo a parte. È stato il mio primo film americano, ma anche l ultimo: nessuno mi vuole più da quelle parti». Bread and Roses è anche il terzo dei film scritti da Paul Laverty, amico di Loach e suo collaboratore fin dal 1996, anno di uscita de La canzone di Carla. «Ci unisce l amore per il calcio, e poi siamo entrambi avvocati. Abbiamo le stesse idee politiche anche se forse lui forse è più barricadiero di me e la stessa voglia di prendere sul serio la realtà ma non noi stessi». C è un luogo però in cui Ken Loach pare si prenda maledettamente sul serio. La cucina. A detta della moglie quando prepara i suoi piatti preferiti non vuole interferenze. Inoltre pretenderebbe applausi incondizionati, e guai alle critiche. Lui ammette: «È una mia debolezza. Ma ne ho anche altre. Divento nervosissimo se non posso vedere una partita che mi interessa e se va male il Bath City, la mia piccola squadra del cuore. Ogni pomeriggio, poi, cedo all irresistibile desiderio di un pezzo di cioccolata». Dalla cucina si passa di nuovo a parlare di politica. «L ottimismo è fuori luogo, rispetto agli anni Novanta è molto più difficile tenere accesa la speranza. Oggi è un atto rivoluzionario anche solo pretendere lavoro, sicurezza sociale, assistenza sanitaria, futuro. Non è più tempo di discorsi accademici, l urgenza è immediata. Però è anche finito il tempo del silenzio e della rassegnazione. La classe operaia e alla classe operaia appartengono anche i disoccupati deve capire che è solo con la sua partecipazione che si combatte la crisi, perché non è certo dall alto che arriverà la soluzione». Guarda al suo passato, con nostalgia: «Sì, penso alla coesione sociale che c era nell immediato dopoguerra, al senso di appartenenza a una comunità che usciva dalla guerra e lottava forte della certezza che avrebbe avuto una vita migliore». Poi sospira e sorride: «Del resto, malgrado tutto, siamo ancora qui. E questo è un fatto».

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