L'USO DELLA RETE NELLA (DE)COSTRUZIONE INDIVIDUALE

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1 Scuola di Dottorato di Ricerca in Sociologia e Ricerca Sociale Indirizzo specialistico: Information Systems and Organizations XXV ciclo UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale L'USO DELLA RETE NELLA (DE)COSTRUZIONE INDIVIDUALE DI SOGGETTIVITÀ COLLETTIVE: ESPERIENZE LGBTQ Giugno 2010 Abstract Questo progetto di ricerca intende studiare come attraverso l'uso delle tecnologie informatiche prendono forma i processi di costruzione delle identità e delle soggettività di gay, lesbiche, bisessuali, trans, queer (LGBTQ). In particolare, facendo riferimento al dibattito teorico in corso che si interroga sulla possibilità di considerare le comunità online come comunità di pratiche, il progetto intende analizzare il contributo delle pratiche, situate nelle relazioni online, alla costruzione delle soggettività lesbiche, gay, trans, queer sia individuali che collettive. La ricerca verrà condotta in due ambienti virtuali espressione della comunità LGBTQ attraverso un indagine qualitativa che si avvarrà di interviste narrative e di tecniche di cyberetnografia. Parole chiave: identità e soggettività, LGBTQ, Comunicazione Mediata dal Computer, comunità di pratiche. Michela Ossanna

2 INDICE INTRODUZIONE 3 1. QUADRO TEORICO DI RIFERIMENTO L'identità in sociologia Identità e soggettività tra Feminist Studies e LGBTQ Studies La costruzione identitaria attraversa la rete Pratiche di (de)costruzione identitaria DISEGNO DELLA RICERCA Il contesto di riferimento: la comunità LGBTQ Le domande di ricerca e il campo Metodologia 24 BIBLIOGRAFIA 28 2

3 INTRODUZIONE Con questo progetto di ricerca mi propongo di comprendere come attraverso l'uso delle tecnologie informatiche, in particolare gli strumenti di Internet, le persone gay, lesbiche, bisessuali, trans e queer (LGBTQ) prendano parte ad un processo di costruzione e negoziazione delle proprie identità e soggettività personali e collettive di gay, lesbiche, bisessuali trans e queer. Il concetto di identità adottato in questo progetto è quello che ha preso forma all'interno del dibattito sociologico, relativamente ad una identità non fissa che assume le caratteristiche del nomadismo (Melucci, 1991), della liquidità (Bauman, 2000), della riflessività (Giddens, 1991) e che si colloca in un processo di continua negoziazione e osmosi tra strutture sociali e agency, una identità narrativa che oscilla tra le dimensioni personali e quelle sociali (Ricoeur, 1993). Per il tema specifico che intendo affrontare in questo progetto, farò riferimento anche al dibattito sulle identità e soggettività LGBTQ per come è stato trattato all'interno degli studi femministi e degli studi LGBTQ. Negli ultimi decenni questo dibattito è stato piuttosto centrale all'interno di questi filoni teorici e si concentra soprattutto attorno a due posizioni: una che individua delle specificità di tipo identitario nelle soggettività LGBTQ, l'altra, di derivazione postmoderna, che vuole il superamento in termini decostruttivi di 'essenze' gay, lesbiche, trans e che si basa sugli sviluppi della queer theory (De Lauretis, 1991). Il dibattito sulle identità LGBTQ è diventato ancora più complesso in virtù della diffusione degli strumenti di Internet, in quanto questa comunità ne ha da sempre fatto ampio uso per socializzare, costruire reti e per consolidare pratiche di azione politica e culturale. Le questioni relative al processo di costruzione identitaria sono state un tema centrale anche per quegli approcci teorici che hanno inteso studiare gli effetti sociali della Comunicazione Mediata dal Computer (CMC). Tali approcci, i cui ultimi sviluppi muovono nella direzione di un superamento del dualismo oppositivo tra online e offline (Hine, 2000; Baym, 2000), vedono il processo di costruzione identitaria mediato dalle tecnologie come un qualcosa che si svolge nell'online ma che trova un forte radicamento anche nella vita offline (Baym, 2002). Questo superamento è particolarmente visibile se si adotta la lente delle pratiche; se gli ambienti virtuali sono visti come delle comunità di pratiche (Weanger, 1998), risulta 3

4 interessante studiare come online prendano forma dei processi di trasferimento della conoscenza che attengono alla sfera dell'imparare ad 'essere' piuttosto che 'imparare qualcosa' (Brown, Duguid, 2000). Il campo empirico in cui verrà condotta la ricerca sarà individuato in due ambienti virtuali che abbiano ad oggetto tematiche LGBTQ e che siano espressione di soggettività appartenenti alla comunità LGBTQ. Le note di contesto, con le quali voglio fare un inquadramento della comunità LGBTQ, derivano per lo più dalla mia appartenenza a questa comunità, poiché a tutt'oggi non è presente in Italia una letteratura (né accademica, né militante) che ne restituisca una fotografia della situazione attuale; questo tipo di riflessione, che attiene alle 'linee di demarcazione della nostra comunità', è infatti un dibattito tutto interno agli ambienti della militanza politica di movimento e lì si svolge. 1. QUADRO TEORICO DI RIFERIMENTO 1.1 L'identità in sociologia L'identità si è imposta come tema centrale all'interno del dibattito sociologico già agli inizi del secolo scorso, soprattutto grazie al contributo del filosofo e psicologo sociale Mead. Il percorso di costruzione del sé (Self) come sintesi tra Io e Me - è per Mead (1934) un qualcosa che va al di là della struttura interna dell'individu*, è un processo di costruzione esterno che ha luogo nell'interazione interpersonale attraverso la capacità del soggetto di rendersi oggetto a se stesso mediante l'uso di un linguaggio simbolicamente significativo. Questo slittamento - da un sé che si costruisce nell'intrapsichico ad un sé che si delinea nel rapporto concreto con l'altr* - ha sollecitato l'interesse della sociologia per i processi di costruzione dell'identità, diventando il punto di partenza per tutti i successivi contributi sociologici sull'identità indipendentemente dalle scuole di pensiero (Sciolla, 1983). 4

5 Su una linea non dissimile da Mead, un altro filosofo e sociologo Schutz (1962) qualche anno dopo presta alla sociologia alcuni concetti chiave per il dibattito sull'identità, sottolineando come il sé si costruisca a partire dalla riflessività con l'altr* nella comunicazione intersoggettiva. Le analisi proposte dagli autori appena citati hanno fortemente influenzato le correnti sociologiche che sono loro succedute, in particolare quella fenomenologica o costruttivista e quella dell'interazionismo simbolico. Per Berger e Luckmann (1964, 1966) l'identità individuale è una costruzione sociale tanto quanto una creazione individuale, la coerenza e la stabilità del sé dipendono dall'adattamento interno delle diverse immagini riflesse. In questa prospettiva, l'identità è una struttura che organizza la conoscenza, è una delle forme con cui la società riproduce se stessa attraverso il processo di socializzazione. L'interazionismo simbolico, con Blumer (1969), sviluppa invece il discorso sul sé sottolineando i tanti 'come' delineano le identità attraverso le manifestazioni empiriche dei sé sociali, mentre attraverso il contributo di Goffman (1959) si evidenzia quanto l'identità sia un processo discorsivo contingente al contesto relazionale sul quale insiste: le identità sono molteplici, tante quanto sono le maschere che l'individu* adotta. Gli autori che si richiamano all'interazionismo simbolico nelle sue diverse sfumature, dall'approccio situazionale di Blumer (1969) fino all'approccio strutturale di Stryker (1980), hanno posto particolare attenzione a due importanti dimensioni: la struttura sociale e l'agency. Infatti, le strutture sociali nelle quali le identità sono incorporate sono relativamente fisse e le persone giocano dei ruoli che vengono loro dati; in questo senso le differenze intrapersonali sono marginali, a fronte di posizionamenti (o condizionamenti) sociali che rimangono stabili (tranne nelle situazioni in cui non siano interi gruppi a spostarsi nelle maglie della struttura). Ma l'identità è anche agency, e le persone possono infatti effettuare scelte di comportamento e prendere decisioni (Stest, Burke, 2003; Ybema et al., 2009). Il dibattito più recente ha offerto significativi contributi volti ad analizzare come i mutamenti di una società moderna e globale si riflettano sui percorsi di costruzione dell'identità. Per Giddens (1991) nella tarda modernità emergono nuove costruzioni del sé e dell'identità caratterizzate da una sempre maggiore riflessività, in virtù del fatto che una società post tradizionale non può contare su schemi obsoleti per riprodursi; il sé, nella sua capacità riflessiva di guardare all'esterno e modificarsi, diventa pertanto un progetto di trasformazione 5

6 di reciprocità tra l'identità e l'ambiente circostante. La cornice è quella di una società moderna che per Bauman (2000) è 'liquida', leggera, fluida come i fluidi [che] non conservano mai a lungo la propria forma e sono sempre pronti (e inclini) a cambiarla; cosicché ciò che conta per essi è il flusso temporale più che lo spazio che si trovano ad occupare (Bauman, 2000, p. VI). In una società i cui tratti sono messi in luce dalla metafora della liquidità, l'identità risulta essere uno degli aspetti maggiormente toccati, in una società liquida anche l'identità è liquida, con la possibilità che questa diventi la maggior incarnazione di ambivalenze (Benwell, Stockoe, 2006). L'ambivalenza è insita in ogni esperienza di cambiamento (Melucci, 1991) e l'attuale società globalizzante ha reso il cambiamento (repentino, liquido) uno stato di vita permanente, al cui interno l'umano bisogno di costruire identità deve giostrarsi: la parola stessa 'identità' è inadeguata per esprimere questo cambiamento e sarebbe necessario parlare di identizzazione per esprimere il carattere processuale, autoriflessivo e costruito di noi stessi (Melucci, 1991, p. 38). Il cambiamento sociale subisce una accelerazione di ritmo e le appartenenze sociali si moltiplicano; le identità sembrano quindi meglio rappresentate da concetti che rimandano stati di nomadismo (Melucci, 1991; Braidotti 2002). Precedentemente si è accennato al dibattito che vede l'identità prendere forma all'interno della relazione dialettica tra strutture e agency, dentro un contesto di pratica discorsiva dove sé e società sono entrambe implicate e mutualmente costruite. In questo processo di reciprocità, il 'discorso' viene ad assumere un ruolo centrale, poiché l'identità è costruita attraverso le pratiche situate del parlare e dello scrivere (Grant et al., 2004). L'approccio narrativo all'identità ha focalizzato l'attenzione sul fatto che le identità vengono costruite all'interno di narrazioni significative e coerenti per la propria biografia (Benwell, Stockoe, 2006). L'identità è una questione di rivendicazioni, non carattere; persona, non personalità; presentazione, non sè (Ybema et al., 2009, p.306). La presentazione della propria identità assume qui quei caratteri che la rendono provvisoria, articolata, parziale, contestualizzata e negoziata (Parker, 2000); attraverso il rendere degli aspetti della storia più salienti di altri, con il racconto si producono descrizioni e valutazioni di sé e degli/delle altr*, (Benwell, Stockoe, 2006). In questo senso, l'approccio narrativo all'identità porta con sé anche il vantaggio di minimizzare il pericolo di ritrarre l'identità come tratto 'essenziale' di una persona o di una collettività (Czarniawka, 1997). L'identità narrativa oscilla, infatti, tra la dimensione personale (ipse) e quella sociale (idem) (Ricoeur, 1983), mostra che la costruzione 6

7 dell'identità può essere compresa soltanto se si fa riferimento al soggetto non solo come prodotto dei condizionamenti sociali e culturali, ma anche come entità potenzialmente capace, all'interno di una continuità narrativa, di elaborare riflessivamente la propria esperienza e di produrre attivamente nuovi significati e nuove forme sociali (Crespi, 2004, p.50). Un concetto particolarmente esplicativo di questa prospettiva è quello di positioning (Davies, Harrè, 1990). Tale concetto fa riferimento ai processi attraverso cui chi racconta adotta posizioni soggettive tra quelle che sono rese disponibili all'interno del discorso. Il posizionamento soggettivo stabilisce e rende significativa la relazione tra uguaglianze e differenze (tra l'essere vittima o carnefice, potente o impotente etc.) e, attraverso il posizionarsi dentro i repertori linguistici e i discorsi narrativi possibili, chi narra costruisce arbitrariamente dei confini che creano e definiscono l'alterità a partire da sé (Czarniawska, 2007). In questa direzione si muove anche la visione del soggetto proposta dall'actor- Network Theory, in particolare da Latour (1999) il quale evidenzia come la genesi dell'identità sia comprensibile alla luce delle pratiche discorsive e materiali che supportano la posizione del soggetto. In questo senso, l'identità non si presenta come qualcosa di statico, non preesiste al discorso situato, ma si sviluppa negli spazi di resistenza, negoziazione, modificazione o rifiuto, preservando così l'agency individuale nella costruzione identitaria (Benwell, Stokoe, 2006). Il percorso fin qui delineato ha visto l'analisi del processo di costruzione identitaria sottoporsi al confronto continuamente negoziato tra gli spazi di agency e le forze delle strutture sociali. Tuttavia, nelle ultime prospettive presentate sono emersi due concetti, quello di posizionamento del soggetto e quello di discorso, che necessariamente rimandano anche ad un altro dibattito teorico, quello legato alla corrente filosofica del post-strutturalismo (da Focault a Derrida e Deluze) che ha voluto come fortemente centrale la riflessione sulla soggettività. Nei termini e nella letteratura finora affrontati, i termini identità e soggettività sono stati talvolta usati come se fossero intercambiabili, pressoché sinonimi. I due termini risentono spesso nel loro uso delle influenze delle originarie discipline di appartenenza (la psicologia per l'identità, la filosofia per il soggetto); inoltre, l'identità viene frequentemente vista come uno dei tanti possibili predicati della soggettività (Sciolla, 1983). La riflessione accademica attorno allo statuto del soggetto non si esaurisce certamente in ciò che il post-strutturalismo (e 7

8 il postmodernismo poi) ha saputo dire su questo tema; è fondamentale tuttavia ricordare come queste correnti di pensiero ne abbiano fortemente dettato le sorti. La proposta poststrutturalista può essere così brevemente riassunta: il soggetto autentico, autonomo, concepito dall'umanesimo, come esistente e scopribile sotto la patina culturale e ideologica, è in realtà una costruzione di questo stesso discorso umanistico (...) non è dotato di un'identità essenziale (Alcoff, 1989, p.16). Il soggetto non è in alcun modo determinato da caratteristiche biologiche, ma ciò lo rende tutt'altro che libero da condizionamenti; al contrario, la soggettività è una costruzione fondata su di un discorso sociale che sfugge al controllo individuale. In tal senso, la corrente post-strutturalista nega non solo l'efficacia, ma anche l'intenzionalità stessa dell'agire umano (Alcoff, 1989). La natura decostruzionista e antiessenzialista insita nel post-strutturalismo ha sicuramente offerto una riflessione critica attorno allo statuto del soggetto: costruito e sostenuto da un discorso logocentrico che lo rende un simulacro illusorio (come denunciato dal filosofo Derrida), va decostruito per svelarne la complicità con i vari e diversi dispositivi di potere e controllo (secondo la proposta foucaultiana). All'interno del dibattito sociologico (come in altri dibattiti) le critiche all'approccio poststrutturalista al soggetto non sono mancate: da una parte viene infatti accusato di aver contribuito assieme ad altri approcci alla progressiva eliminazione del soggetto dalla teoria sociologica, che riconosce l'esistenza della soggettività solo secondo l'approccio dell'individualismo metodologico e della scelta razionale dell'attore, per il resto tende a marcare la forte influenza delle strutture sociali e della cultura sul soggetto sottovalutando le capacita di agency dello stesso (Crespi, 2004). Dall'altra, alle idee postmoderne e poststrutturaliste è stato riconosciuto il limite di riflettere sistemi auto-referenziali della modernità, di non essere state in grado di spiegare il ritorno sulla scena pubblica di questioni morali, esistenziali proprie di una politica dell'esistenza (Giddens, 1991). L'importante contributo che le teorie post-strutturaliste e postmoderne hanno offerto al dibattito sulla soggettività ha in questa sede una rilevanza particolarmente centrale, poiché hanno fortemente influenzato gli sviluppi recenti della riflessione femminista su corpo, identità, soggettività. 8

9 1.2 Identità e soggettività tra Feminist Studies e LGBTQ Studies L'esigenza teorica di inserire il dibattito femminista in quello più ampio sull'identità e sulla soggettività è sostenuto da due ordini di motivi. In primo luogo, le questioni correlate alle identità in generale (e a quelle sessuate in particolare, come identità di genere, orientamento sessuale, transgenderismo e tanto altro) sono tematiche attorno alle quali i femminismi hanno costruito riflessioni teoriche e pratiche politiche, dando vita ad un dibattito teorico che ha saputo parlare sia agli ambienti della militanza femminista, sia al dibattito internazionale di matrice più accademica. In secondo luogo - ma non secondariamente gli sviluppi degli ultimi vent'anni della riflessione femminista hanno orientato significativamente il dibattito sull'identità e la soggettività all'interno dell'arena lesbica, gay e trans. Sul piano teorico, i femminismi si sono sviluppati secondo diverse direttrici, dando vita a delle correnti di pensiero che sono state categorizzate negli approcci che di seguito si vanno ad approfondire (Piccone Stella, Saraceno, 1996). Per il femminismo di matrice essenzialista, il soggetto donna può essere definito dalle basi biologiche della differenza sessuale, in particolare a partire dalla sessualità e dalla maternità. Vi è all'interno di questa corrente un invito alla valorizzazione della specificità biologica femminile, contemporaneamente un rifiuto del riduzionismo biologico verso un recupero dell'intersecarsi tra mente e corpo (Rich, 1977; Daly, 1978). Per il pensiero della differenza sessuale, nella filosofia occidentale si è imposto un soggetto universale che definisce il mondo a partire da sé e che ha impedito all'essere sessuato femminile l'accesso ad un ordine simbolico; il discorso, veicolo privilegiato dell'ordine simbolico maschile, é un discorso fallogocentrico. A differenza dell'essenzialismo, questa corrente muove a partire dalle differenze tra donne, considerando tuttavia esistente una sola irriducibilità, quella tra uomo e donna, entrambi soggetti originari che promuoverebbero una visione del mondo a partire da sé se non fosse che il soggetto femminile deve scontrarsi con il monopolio maschile nella costruzione di tale processo. (Irigaray, 1975; Diotima, 1987). Su posizioni diametralmente opposte si colloca il femminismo decostruzionista o poststrutturalista. Questa corrente, parte integrante del post-strutturalismo francese, considera la concezione ontologica della donna come una finzione e gli sforzi del femminismo come un percorso diretto alla sua demolizione. Secondo questa impostazione 'una donna non può 9

10 essere' e il femminismo è una pratica negativa, di opposizione a ciò che esiste (Kristeva, 1981). Il femminismo postmoderno è l'ultimo temporaneo approdo dei femminismi contemporanei. Deve le sue origini al post-strutturalismo francese e alle riflessioni attorno allo statuto del soggetto; con l'obiettivo di superare tutte quelle posizioni essenzialiste o differenzialiste sovra citate, il femminismo postmoderno prende la 'via della posizionalità' (Alcoff, 1989; concetto poi ripreso anche in Davies, Harré, 1990; Gherardi, 1995) e concentra la sua riflessione attorno alla decostruzione delle soggettività e identità univoche, storicamente e socialmente determinate da un pensiero patriarcale eteronormato. In base a questo assunto le soggettività non egemoni smettono di esistere come categoria ascritte e teoriche per soggettivarsi nell'esperienza (De Lauretis, 1999), situarsi in una soggettività nomade in quanto stato di coscienza che ribalta convinzioni date (Braidotti, 2002), incarnarsi nella perfomatività queer (Butler, 1996, 2004, 2006) o rispecchiarsi in simulacri cyborg (Haraway, 1991). Le riflessioni teoriche del femminismo postmoderno, che hanno orientato verso soggettività complesse, articolate, ibride, sono state il fertile terreno di incontro con un altro campo di studi e di pensiero politico, quello che si è interrogato sulle identità e soggettività lesbiche, gay, trans. Come il femminismo per le donne, anche il dibattito sulle 'identità non eteronormate' è per lo più espressione di ambienti in cui le soggettività sono partite dai propri sé per articolare elaborazioni teoriche, che per il loro portato politico oltre che accademico, possono essere considerate come delle 'teorie militanti'. In questo senso, sono pertanto rimaste marginali all'interno del dibattito tutte quelle speculazioni che hanno affrontato le tematiche delle identità lesbiche, gay, trans come oggetti di studio separati da una riflessione politica a cui si partecipa. La riflessione femminista e quella lesbica sulle identità e le soggettività si sono incrociate ben prima del crocevia postmoderno degli anni novanta. Infatti già agli inizi degli anni ottanta studiose come Adrienne Rich e Monique Wittig hanno posto la questione della soggettività lesbica all'interno del femminismo: l'una evidenziando il continuum lesbico come specifico dell'esperienza della soggettività femminile che si ponga al di fuori dell'eterosessualità obbligatoria (Rich, 1980), l'altra da una prospettiva diametralmente opposta con la nota provocazione per cui le lesbiche non sono donne, poiché la soggettività lesbica è l'unica in cui si possa vivere libere dall'oppressione eteropatriarcale (Wittig, 1981). Queste due studiose, in 10

11 particolare, hanno dato vita e propulsione ad una corrente teorica conosciuta come lesbofemminismo. La riflessione sul genere, che ha attraversato i femminismi senza sovrapporsi perfettamente ad essi, è il dibattito che ha maggiormente influenzato gli studi sull'omosessualità in generale, quella gay nello specifico. I diversi contributi alla elaborazione del concetto di genere ne hanno messo in luce la dimensione sociale nel processo di costruzione (Piccone Stella, Saraceno, 1996), come sia un concetto situato e relazionale (Gherardi, 1995) negoziato e continuamente ridefinito nel corso delle interazioni sociali tra individu* (West, Zimmerman, 1987). Sulle scie di questo filone, il dibattito sull'identità omosessuale inizia a sdoganarsi dagli approcci individualisti della psicologia e della psichiatria per andare verso un approccio più costruttivista e relazionale, appoggiandosi non solo agli stimoli offerti dalle crescenti tematiche di genere, ma anche a filoni della sociologia - quali l'interazionismo simbolico - e in un secondo momento ai neo nascenti Cultural Studies (Troiden, 1988; Sandfort et al., 2000). Il dibattito attorno alle soggettività non eteronormate ha ricevuto un forte impulso a partire degli inizi degli anni novanta con la Queer Theory. Gli studi queer nascono dal proficuo incontro tra il femminismo postmoderno, il post-strutturalismo e gli studi gay-lesbici, e dalla rivendicazione teorica e politica dell'uso della parola queer, che nello slang inglese significa 'strano' o 'omosessuale' in senso dispregiativo. Le origini della queer theory sono da cercarsi nel 1990 (anche se è comunemente riconosciuto il debito nei confronti di Foucault, 1976, e la sua riflessione sulla disciplina dei corpi e la costruzione dei soggetti sessuati); in quell'anno, infatti, il collettivo militante newyorkese di ACT UP stila The Queer Nation Manifesto e Teresa De Lauretis (1991), teorica femminista e lesbica, inizia a proporre il queer come nuovo approccio teorico. [Il termine teoria queer] doveva servire a problematizzare la formula, divenuta ormai automatica, di studi gay e lesbici; tale automatismo, se non esaminato criticamente, conduceva di fatto all'elisione delle differenze fra gay e lesbiche e alla naturalizzazione di una comune identità o esperienza di oppressione omosessuale. Lo scopo era riportare al centro del dibattito la questione teorica e politica delle differenze, che è questione cruciale sia per il movimento femminista che per il movimento omosessuale (Pustianaz, 2004, p.441). Sotto il grande ombrello degli studi queer i confini tra gli studi gay e lesbici e quelli femministi si sono fatti sempre più labili; il comune interesse per alcuni argomenti - come quello sui corpi sessuati continuamente ridefiniti dai discorsi e la necessaria 11

12 decostruzione del soggetto (costruito in base all'identità di genere o di orientamento sessuale) da una definizione dominante - hanno unito i due percorsi teorici in maniera marcata. Anche la produzione teorica (Butler, come De Lauretis ne sono degli esempi) ha saputo parlare ad una parte sia del pubblico femminista che di quello gay, lesbico, trans. La queer theory, originaria statunitense, ha negli anni varcato i confini internazionali (in Italia grazie al lavoro di traduzione e introduzione di Liana Borghi), e in questo suo spostarsi in luoghi di adozione ha sollevato tutta una serie ci questioni critiche. Nell'introdursi in alcuni ambienti della militanza teorica gay, lesbica, trans europea ha sollevato due ordini di problemi: da una parte le teorie post-identitarie come quella queer sono accusate di togliere le potenzialità liberatrici a delle soggettività già marginali (nell'accezione di bell hooks 1, 1998, di soggettività la cui marginalità è un vantaggio epistemico), poiché depotenziando le identità collettive viene meno un punto di partenza centrale per un agire politico collettivo (questione che si è posta nello stesso modo nel complicato rapporto tra femminismo e post-strutturalismo). D'altra parte il queer (nella sua accezione più ampia non solo di teoria critica, ma anche come stile di vita piuttosto che corrente artistica) sembra andare in una direzione opposta agli intenti originari, poiché tende a cancellare le differenze e le diverse storie politiche ed identitarie delle varie soggettività che lo incrociano, propugnando un decostruzionismo identitario che va all'infinito e in tutte le direzioni. In questo senso è possibile recuperare qualche riflessione dagli studi post-coloniali, che molto hanno offerto al dibattito sulle identità multiple, sul significato di essere donna, lesbica, nera, borghese, occidentale, e l'essere tutte queste cose contemporaneamente. Particolarmente significativo risulta qui il concetto di 'essenzialismo strategico' (Spivak, 1999), dove l'essenzialismo, 'errore necessario', può essere utilizzato strategicamente per immaginare i processi di mutamento politico. Proprio come un essenzialismo strategico, l'acronimo LGBTQ 2 (Lesbico Gay Bisessuale Trans - Queer) è negli ultimi anni adottato da diversi ambienti, teorici come militanti, quale etichetta che vuole sussumere in sé la lezione postmoderna e contemporaneamente dare voce e riconoscimento a delle storie identitarie 1 Pseudonimo di Gloria Jean Watkins, scritto sempre in minuscolo e ricavato dal secondo nome della madre e dal cognome della nonna materna 2 L'acronimo LGBTQ, così come è composto, è quello che ho scelto in adozione in questo lavoro, anche se in circolazione non è l'unico, ve ne sono di diversamente composti per numero di lettere e loro ordine, dall'essenziale LGT al più lungo e infrequente LGBTQIE* che integra anche la soggettività eterosessuale, oltre a quella intersessuale. 12

13 collettive che, strategicamente, oggi condividono un percorso politico che è contemporaneamente di liberazione e di autoaffermazione. 1.3 La costruzione identitaria attraversa la rete La 'questione identitaria' è stata affrontata da molteplici ambiti disciplinari; per alcuni dibatti fa parte della propria tradizione di interesse scientifico, altri hanno iniziato a tematizzarla più recentemente, come il filone di studi sulla Comunicazione Mediata dal Computer (CMC). Negli ultimi decenni sono emersi numerosi approcci teorici alla Comunicazione Mediata dal Computer, tutti volti a studiare gli aspetti sociali dell'uso di internet. A partire dagli anni '70 la diffusione sempre più di massa del computer prima e di internet poi ha posto le diverse comunità scientifiche di fronte alla sfida di comprendere quanto e come questo nuovo strumento si stesse affermando a livello sociale e con quali conseguenze a livello individuale e collettivo. Nell'ambito degli studi sociologici, le teorie sulle CMC che si sono susseguite sono state raggruppate secondo tre fasi principali (Paccagnella, 2000): inizialmente la rete viene interpretata come un canale che produce effetti su comportamenti e relazioni sociali; per tutti gli anni novanta è vista come uno spazio sociale in grado di supportare la creazione di comunità, mentre recentemente il dibattito si è spostato verso lo studio delle pratiche adottate dalle persone per inserire le tecnologie all'interno della propria vita. L'attenzione si sposta pertanto gradualmente dagli effetti della CMC a quei processi che sostengono la costruzione simbolica dei significati all'interno dei mondi online; in questo senso anche i campi di interesse e di studio iniziano ad orientarsi verso l'utilizzo domestico e privato (Paccagnella, 2004). Uno tra i tanti temi posti all'attenzione dalle teorie sulla CMC è quello relativo alle questioni identitarie, i cui risvolti psicologici, relazionali e sociali sono stati nel tempo spiegati secondo diverse argomentazioni. Secondo una schematizzazione proposta da Liu (2002, ripresa da Tosoni, 2004), le diverse teorie che si sono succedute possono essere ricondotte a due filoni: un primo, task-oriented, che riconosce alla comunicazione faccia a faccia una possibilità di veicolare e trasmettere contenuti relazionali ed emotivi, che sostengono lo sviluppo di relazioni significative, che alla CMC sono precluse; un secondo filone social-emotional 13

14 oriented le cui teorie contrariamente supportano la possibilità per la CMC di essere un potenziale di trasmissione di contenuti socio emotivi e attivare interrelazioni rilevanti. Tra le teorie più note riconducibili al primo filone è da ricordare quella dei Reduced Social Clues (SRC) che si basa sul concetto di deindividuazione per cui in determinate situazioni (come nella comunicazione mediata) le persone sono maggiormente predisposte a perdere le inibizioni sociali e modificare quindi le propria soggettività e le proprie azioni. Questa teoria, fortemente criticata da quelle del secondo filone, ha costituito un punto di partenza per un approccio non esclusivamente tecnologico alla CMC (Tosoni, 2004). Alle teorie del secondo filone sono invece riconducibili la Social Identity Deindividuation Theory (SIDE, Lea, Spears, a partire dal 1990) e l'hyperpersonal Approach (Walther, 1997). Secondo la SIDE, la comunicazione mediata non sarebbe responsabile della labilità delle relazioni sociali, ma al contrario le rinforzerebbe. La teoria applica una distinzione tra identità individuale e identità sociale, sostenendo che il processo di deindividuazione della CMC porti a rinforzare la costruzione di identità sociali in virtù della maggiore possibilità di identificazione con il gruppo online, processo che risulterebbe essere più labile nei confronti delle identità personali. L'Hyperpersonal Approach, sul solco della SIDE, produce un ulteriore slittamento, introducendo l'elemento del contesto. I comportamenti online non sono più concepiti come effetti (aggregati o di diverso tipo) ma sono elaborati a partire dalla constatazione di un effetto, per poi ricercarne le origini in precise pratiche situate messe in atto dagli attori sociali (Tosoni, 2004, p.51). Tra le ricerche empiriche, diverse sono quelle che hanno messo in luce i molteplici aspetti relativi alle relazioni che intercorrono tra l'identità e le potenzialità offerte dagli ambienti online, arrivando a conclusioni anche molto distanti tra loro (Stone, 1995; Turkle, 1995, Hine, 2000, Baym, 2000). Alcune di queste evidenziano in particolare come gli ambienti online esprimano potenzialità legate all'anonimato, che permette di oscurare tratti del sé quale il genere, l'orientamento sessuale o l'appartenenza etnica. Questa possibilità consente di sperimentare una gamma di identità e aspetti del sé svincolati dal dato biologico del proprio corpo. A conclusioni di questo tipo sono arrivati ad esempio i lavori di Sherry Turkle e Rosanne Allucquère Stone. Turkle (1995) nella sua ricerca sugli utenti dei MUD 3 evidenzia 3 Acronimo di Multi User Dimension o domain (inizialmente noto come Multi User Dungeon, dal noto gioco 14

15 come questi siano dei luoghi dove si può sperimentare l'assunzione di identità multiple. In particolare la possibilità di cambiare virtualmente sesso consente di non ancorare la propria identità di genere ad un corpo sessualmente connotato, con ripercussioni positive sulla costruzione di un sé che esprima complessità e non riduzionismo. Su posizioni simili si colloca il lavoro di Stone (1995) che suggerisce di abbandonare visoni 'episcopali' di un sé stabile e invariabile a favore di interpretazioni maggiormente processuali: (...) queste tecnologie [CMC ndr], reti di discorso e formazioni sociali, concorrono ad accrescere la consapevolezza del senso del sé (Stone, 1997, pp ). Le modalità di comunicazione al computer sincrone, quali le chat o i MUD, sembrano secondo Stone meglio prestarsi ad esperienze di superamento delle categorie binarie relative all'identità sessuale, mettendo in discussione la correlazione univoca di un unico sé per un singolo corpo a favore di un sé caratterizzato da identità multiple. Se da un lato queste riflessioni teoriche hanno permesso il superamento di assunti essenzialisti sull identità e sul soggetto, dall'altro hanno teoricamente sostenuto quelle posizioni che vedono negli ambienti virtuali una specie di zona franca, libera da ascrizioni normative (corporee, relazionali, sociali), nella quale poter ridisegnare liberamente l identità all'interno di un contesto che lo permette perché presuppone una separazione tra reale e virtuale, tra online e offline, separazione che nell'attuale dibattito sulla CMC tende ad essere superata. La letteratura sembra infatti orientare verso il recupero della dimensione offline nella costruzione e nell'uso delle tecnologie. In questa direzione si muove il lavoro di Hine (2000) che evidenzia nella sua ricerca come l'uso di internet, dalla costruzione di un sito al partecipare ad una lista di discussione, sia una forma di azione sociale collocata nel contesto di vita quotidiana delle persone che parte dalla dimensione online, ma che influenza anche la dimensione offline. Nella sua opera, Virtual Ethnography, Hine pare tuttavia ancorata al dualismo virtuale/reale quando definisce il virtuale come qualcosa di not quite real (Hine, 2000, p.27); contro questa contrapposizione tra reale e virtuale, Teli, Pisanu, Hakken (2007) propongono il termine di cyberetnografia, concentrando sul termine cyber un'interpretazione terminologica e teorica che deriva da cyborg. Il cyborg è una creatura di un mondo postdi ruolo Dungeon & Dragons), identifica dei giochi di ruolo in rete partecipati da più utenti. 15

16 genere, un qualcosa che si colloca a metà tra umano e non umano, organismi cibernetici ibridi di organismo e macchina (Haraway, 1995), dove le identità appaiono contraddittorie, parziali e strategiche. Le identità su cui possiamo fondare questo potente mito politico chiamato 'noi' [devono ricercare ndr] un'altra forma di risposta che si esplica attraverso la coalizione, basata sull'affinità, e non sull'identità (Haraway, 1995, pp ). Il filone di ricerca incentrato sulla CMC si intreccia con gli sviluppi assunti da una parte del pensiero femminista alla metà degli anni '90, in particolare con quello è stato nominato cyberfemminismo, crocevia tra postmodernismo, femminismo e cultural studies. E Donna Haraway ad aver dato il primo e fondamentale contributo a tale dibattito con il suo Manifesto Cyborg (1991). L'interesse del cyberfemminismo per le tecnologie si colloca in un percorso teorico che da una parte vede la decostruzione delle soggettività identitarie, dall altra ribadisce l importanza del posizionamento e dei saperi situati che per Haraway risiedono in un corpo dai tratti sempre meno essenzialisti e sempre più cyborg. Le cyberculture (Bell, Kennedy, 2000) hanno avuto negli ultimi anni un'ampia diffusione, il cyber è entrato negli schemi interpretativi di alcuni specifici contesti teorici e culturali (dal cyberqueer al cyber postcoloniale). Questa diffusione non è stata priva di criticità. Alcuni riferimenti al concetto di cyborg, che nelle intenzione di Haraway era volto al superamento dei dualismi umano/non umano virtuale/reale, hanno riportato verso approcci di tipo essenzialista. E' questa la critica che rivolge Wajcman (2004) a coloro che hanno visto nell'online uno spazio di liberazione per le donne, in virtù delle caratteristiche specifiche della rete che premierebbero le logiche non razionali, storicamente attribuite al genere femminile. Il virtuale si presenterebbe pertanto come il luogo della potenziale liberazione, a fronte di un reale che continua ad essere intriso di una logica fallogocentrica che sostiene ed alimenta l'eteropatriarcato. Questo continuo slittamento tra le potenzialità offerte dall'online a fronte di ciò che l'offline non può fare continua a far circolare una prospettiva in cui i due ambienti sono messi in opposizione tra loro in un gioco a somma zero (Nip, 2004). 16

17 1.4 Pratiche di (de)costruzione identitaria Uno degli approcci che pare accogliere senza ambiguità questo superamento del binarismo online/offline ricade in un ambito molto specifico della CMC, ossia quello che si è occupato delle comunità virtuali come Comunità di Pratica. L'approccio conosciuto come comunità di pratiche (CdP) è stato mutuato dagli studi sull'apprendimento e importato in sociologia dagli studi organizzativi e da chi si occupa di comunità virtuali (Gherardi, Odella, Nicolini, 1997; Giuliano, 2002; Gherardi, 2008). Secondo Wenger (1998) le comunità di pratiche sono caratterizzate da attività di diverso tipo (dal lavorativo all'espressivo) in cui vi sia un impegno reciproco, un senso di appartenenza al gruppo, un repertorio comune a* partecipant* costituito da linguaggi, artefatti, storie, sensibilità. Queste comunità sono soggetti politici della vita organizzativa, perché esercitano un controllo ed un potere nelle organizzazioni grazie alla preservazione del monopolio che in varia misura hanno sul sapere pratico oltre che teorico che le contraddistingue (Strati, 2002, p. 80). Gli studi sulle CdP prendono in considerazione prevalentemente comunità professionali e sono incentrate sull importanza dell esperienza nei processi di apprendimento e del tessuto sociale e relazionale che consente di rielaborare e attribuire un senso all esperienza maturata (Trentin, 2004). Recentemente l'approccio delle comunità di pratiche ha accolto come contributo la proposta di uno slittamento teorico dal concetto di comunità di pratiche a quello di pratiche della comunità (PdC) (Gherardi, 2008). Il ribaltamento dei termini che compongono l'approccio delle comunità di pratiche toglie centralità al concetto di comunità per darlo a quello di pratiche rendendolo di fatto uno strumento interpretativo diverso, particolarmente interessante ai fini di questo progetto di ricerca. Se nelle CdP si sottolinea, infatti, come la comunità preesiste alle sue attività situate, nelle PdC sono le pratiche situate a fare emergere una comunità in quanto costituiscono ciò che lega e tiene insieme una configurazione di persone, artefatti, relazioni sociali (Gherardi, 2008, p. 60). Lo spostamento da comunità a pratiche mette al centro questo secondo concetto secondo un processo che ha attraversato anche altre riflessioni teoriche. La centralità delle pratiche è ravvisabile, infatti, anche nella differenziazione posta nel contesto del sapere pratico lavorativo tra tecnologie in sé e tecnologie in uso: il primo guarda all'oggetto e alle sue 17

18 potenzialità in modo decontestualizzato, mentre il secondo identifica la tecnologia e le sue potenzialità nel momento del suo utilizzo effettivo da parte di una comunità di utilizzatori, nonché in relazione ad altri strumenti, tecniche e pratiche che ad essa si accompagnano (Bruni, Gherardi, 2007, p.77). Nelle stessa direzione si muovono anche alcuni degli studi più recenti che si sono interessati della relazione tra il processo di costruzione identitaria e gli ambienti virtuali, lavori che trovano il proprio elemento di continuità in un medesimo sistematico sforzo, di contestualizzare delle pratiche osservate in rete: sforzo che finisce per disegnare uno scenario del tutto inedito rispetto all'impostazione degli studi sull'identità in Internet tipici degli anni novanta (Tosoni, 2004, p. 154). Uno dei lavori che ha assunto questa prospettiva è quello proposto da Baym (2000) che, in relazione alla questione 'identità online' ha studiato una comunità online (chiamata r.a.t.s.) dedicata alla discussione ricreativa sulle soap televisive. Considerando r.a.t.s. come una comunità di pratiche, quindi, la mia attenzione è rivolta a come le pratiche comunicative verbali (e in misura minore, non verbali) che prendono forma nei messaggi del gruppo, riescono a spiegare 'la genesi, la riproduzione e il mutamento di forma e significato di un dato insieme socio-culturale' in questo caso rappresentato dalla comunità di r.a.t.s. (Baym, 2002, p. 59). La riflessione che Baym fa derivare dall'adozione di questa prospettiva tende ad evidenziare come la vita offline venga importata in quella online e viceversa. In particolare, per quanto riguarda la questione identitaria, Baym sottolinea il fatto che i partecipanti al gruppo escogitano molti modi diversi per rivelare qualcosa di sé, ma condividono come caratteristica comune un forte radicamento nella vita che conducono offline. Certamente è possibile che alcune di queste confidenze siano false, ma rivelare un sé immaginario non ha molto senso (Baym, 2002, p.67). In questa ricerca, come in altre, vi è una sorta di rinuncia alla pretesa di affrontare la questione dell'identità in rete, a favore della messa in centro dei processi di costruzione dell'identità all'interno di definiti e specifici gruppi, caratterizzati dall'uso della CMC a mediare una parte più o meno consistente delle relazioni tra i loro membri (Tosoni, 2004, p.155), processi che sono messi in atto da* partecipant* attraverso specifiche pratiche, discorsive e situate. 18

19 Questo processo di costruzione identitaria, effetto dell'interazione tra online e offline, è reso anche possibile da ciò che la letteratura ha messo in evidenza come potenzialità delle comunità di pratica, quindi anche degli ambienti virtuali se considerati comunità di pratiche; ovvero come queste siano gruppi che possono mobilitare anche il capitale sociale delle persone, ossia la fiducia, la confidenza, la comprensione reciproca, la condivisione di valori e di atteggiamenti (Cohen, Prusak, 2001) che emergono e si evolvono nel momento in cui il gruppo individua elementi o obiettivi concreti e comuni da portare avanti. In chiusura di questo paragrafo vorrei fare breve accenno ad un dibattito, quello che si è interrogato di recente sulla possibilità che possano esistere CdP virtuali o piuttosto, come nel caso di comunità online, non si possa parlare più correttamente di Reti di Pratica (Brown, Diguid, 2000). Queste ultime sarebbero caratterizzate dal fatto che i/le membr* del gruppo non siano strettamente coesi come nelle CdP, ma più blandamente connessi, come più frequentemente avviene nelle comunità online (Nichani, Hung, 2002), anche per le distanze fisiche che separano i soggetti; per questo, nominarle con il termine di 'comunità' risulterebbe essere quanto meno fuorviante. Il dibattito teorico non è ancora giunto ad una elaborazione condivisa su questo punto, che riconosce come una questione ancora aperta (Trentin, 2004). 2. DISEGNO DELLA RICERCA 2.1 Il contesto di riferimento: la comunità LGBTQ Le persone gay, lesbiche, trans, queer, nella realtà italiana sono spesso riconosciute dal senso comune come appartenenti ad un unica comunità, in virtù del minimo comune denominatore che le accorpa nella differenza da un 'ordine sessuale' diverso da quello eteronormato. Parlare di comunità LGBTQ al singolare spesso induce ad immaginare una realtà omogenea, coesa attorno ad un unica interpretazione politica di se stessa, del contesto sociale circostante, compatta nelle forme della militanza e dell'attivismo. Ovviamente, la realtà è sempre più complessa di quanto non lo sia una sua rappresentazione 19

20 sommaria, e questo vale anche per le realtà LGBTQ, che esprimono invece elaborazioni teoriche anche distanti tra loro, posizionamenti politici e forme di militanza tanto differenti che non infrequentemente si contrappongono, nonché una varietà estremamente ampia di stili di vita e di pratiche di gestione del quotidiano che a ben guardarle spesso è difficile immaginare veramente a quale tipo di comunità e di schemi culturali appartengano maggiormente. Questa focalizzazione sugli aspetti multicefali e poliformi delle realtà LGBTQ non può peraltro indurre a pensare alla inesistenza, tra le soggettività non eteronormate, di un tessuto reticolare di relazioni, personali e politiche, che coinvolgono sia le singole persone a titolo individuale, sia i gruppi più o meno formalizzati che si sono creati nel corso degli anni. Che possa essere o meno considerata una comunità, l'esperienza LGBTQ è per lo più caratterizzata dagli spazi di interazione con soggettività verso le quali si riconosce una qualche forma di similarità. Questo fa sì che le persone e i gruppi si parlino, si scontrino, si differenzino gli uni dagli altri, tuttavia costruendo di fatto delle reti relazionali e politiche. Queste specifiche vogliono pertanto sottolineare che quando in questo contesto faccio riferimento alla comunità LGBTQ non voglio applicare una forma di riduzionismo del tutto irreale, ma per brevità adotto questo termine con l'intenzione di metterne in evidenza gli aspetti di interazione e costruzione di reti di una comunità. All'interno della comunità LGBTQ, sia nelle riflessioni teoriche che nelle arene di movimento, il tema dell'identità è un argomento che è ed è sempre stato all'ordine del giorno, è una questione aperta con cui confrontarsi in virtù della non appartenenza ad identità egemoni, è un privilegio epistemico di soggettività al margine (bell hooks, 1998) che impone interrogativi derivanti da necessità quotidiane, prima che da interessi per le speculazioni teoriche e politiche. Ciò che tuttavia è cambiato nel corso degli ultimi trent'anni (finestra storica della presenza di un seppur minimo movimento omosessuale in Italia) sono i termini di tale questione. Come evidenziato nella parte relativa al framework teorico, il femminismo postmoderno ha molto influenzato il dibattito relativo alle identità LGBTQ; in particolare la queer theory ha dato linfa e di fatto aperto il dibattito sulla questione identitaria per le soggettività non eteronormate. Pertanto, uno dei dibattiti ad oggi più accesi all'interno di questa comunità, 20

21 anche in Italia, è quello relativo alla questione identitaria. Se da una parte vi sono infatti posizioni che sostengono l'esistenza di identità gay, lesbiche, transgender, dall'altra si assiste ad uno slittamento verso un approccio che tende alla decostruzione di queste identità. Questo tipo di dibattito è di stretta attualità all'interno della comunità LGBTQ, soprattutto come già ricordato nella parte teorica per le forme che ha assunto la queer theory 'all'europea' negli ambienti della militanza, culturale e politica. Il dibattito che si basa sulla tensione tra approcci identitari e approcci post-identitari dentro la comunità LGBTQ disegna anche schemi di aggregazione che si traducono in pratiche politiche e di socialità molto polarizzate. Il termine 'pratiche', che la comunità LGBTQ ha mutuato dagli ambienti di militanza femminista, è un concetto che, specie nei gruppi LGBTQ a gestione più orizzontale, sta assumendo un importanza sempre più marcata, anche perché è sulle pratiche che i gruppi oggi costruiscono più frequentemente la loro identità politica e culturale, piuttosto che sul dato di genere e di orientamento sessuale. Una prassi di letture e alleanze queer, post-identitarie, può spostare l'accento da un concetto di comunità naturalizzata a una comunità di pratica e di incrocio trasversale. Anche la comunità gay e lesbica può essere riletta innanzi tutto come un progetto di costruzione, un divenire che abbraccia marginalità e dissidenze localmente e temporaneamente contigue (Pustianaz, 2004, p.444). A quanto già detto nella parte teorica del progetto relativamente al concetto di pratiche, va qui aggiunto che nell'ambito degli studi sull'apprendimento organizzativo è sottolineata la polisemicità di questo concetto (Gherardi, 2010). Prendendo a prestito il suggerimento della non univocità del concetto di pratiche, nel contesto della comunità LGBTQ intesa come una comunità di pratica sono le riflessioni, i dibattiti e i posizionamenti sull'asse identità/post-identità che danno forma alle pratiche politiche e alle differenze di pratiche. A partire dalla fine degli anni 90 la scena LGBTQ in Italia è diventata più complessa anche in virtù della diffusione Internet, che è entrato di buon grado dentro questa comunità. Siti, chat, forum, comunità virtuali, gruppi di discussione, mailing list, gli strumenti di Internet sono stati ampiamente utilizzati per parlare, creare occasioni di incontro, socializzare in generale, ma anche per supportare le forme di attivismo politico o in alcuni casi (come in quello della Lista Lesbica Italiana) dare forma a delle organizzazioni che, a partire da liste di 21

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