Notiziario settimanale n. 501 del 26/09/2014

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1 Notiziario settimanale n. 501 del 26/09/2014 versione stampa Questa versione stampabile del notiziario settimanale contiene, in forma integrale, gli articoli più significativi pubblicati nella versione on-line, che è consultabile sul sito dell'accademia Apuana della Pace 02/10/2014: Giornata internazionale della nonviolenza. 03/10/2014: Anniversario della strage di Lampedusa: 366 migranti morti Notizie dal mondo In Kosovo tutto bene? (II PARTE) (di Miriam Rossi) Medico versiliese: Vi racconto l'inferno in Palestina (di Daniela Francesconi) Palestina: si torna alla "normalità" dell'occupazione (di Redazione "Nena") Editoriale Continuiamo insieme a fare passi verso la pace Alla manifestazione nazionale di domenica 21 settembre a Firenze "Facciamo insieme un passo di pace", da Massa-Carrara sono partiti ben due pullmans organizzati dalla CGIL. Dopo questo appuntamento l'accademia Apuana della Pace, insieme alla CGIL di Massa-Carrara, parteciperanno alla marcia della pace "Perugia-Assisi" del 19 ottobre prossimo "Contro la terza guerra mondiale". Per informazioni e prenotazioni: Pietro Baruffetti: CGIL Massa-Carrara: Indice generale Editoriale ottobre. giornata internazionale della nonviolenza (di Gino Buratti)... 1 Evidenza... 2 La piattaforma di azioni e proposte per affrontare i conflitti e costruire un futuro di giustizia. (di Reti Promotrici di Un Passo di Pace )... 2 Lettera alla CGIL della Spezia: "Quale futuro per la città militare?"... 2 Approfondimenti... 3 Padri e figli (di Dimosthenis Papamarkos )... 3 Isis: Caritas, la pace non si costruisce dando armi... 6 Da oggi il tuo NO agli F-35 dillo ai Parlamentari (di Campagna Taglia le ali alle armi, Comitato Bresciano NO F35 )... 6 Gli F-35 in Parlamento: la scelta sensata è la cancellazione (di Unimondo)... 7 La campagna NOF35: Ministro Pinotti, i dati sui contratti dei caccia sono fondamentali e vanno rivelati (di Comunicato della campagna Taglia le ali alle armi )... 8 Sotto la torre, aspettando Godot (di Francesco Biagi)... 8 Pisa 1: ascoltando Curcio a Pisa (di Massimo Michelucci)... 9 Accade a persone vere (di Maria G. Di Rienzo) Quando Dio scende in guerra (di Silvia Ronchey) ottobre. giornata internazionale della nonviolenza (di Gino Buratti) Il 2 ottobre, giorno in cui Gandhi è nato, giornata internazionale della nonviolenza, ci offre, se vogliamo evitare semplicemente nel cadere nel ritualismo, un'ulteriore opportunità di ragionare insieme sulla nonviolenza e le prospettive che abbiamo davanti. Dinanzi al fallimento di una politica ed una cultura incentrata sul dominio e la violenza, dobbiamo riconoscere le difficoltà che ci troviamo davanti, sulle quali dobbiamo misurare, come movimenti nonviolenti, la nostra azione politica. Il quadro di riferimento non è così semplice: l'onu, che pure ha dedicato una giornata alla nonviolenza, è lontano dal riuscire a proporre politiche di intervento nonviolento in caso di crisi internazionali, allineandosi in questo agli stati. La Politica, d'altra parte, riesce solo a riferirsi, quando va bene, alla nonviolenza in termini astratti e generici, che vanno dai pellegrinaggi ai luoghi e alle parole simbolo della nonviolenza (Marcia della Pace, Barbiana, Marthin Luther King, Gandhi che diventa pretesto per una pubblicità), senza che questa scelta diventi invece fondante dell'agire e delle politiche da proporre. Quando l'assunzione della nonviolenza si limita alle semplici enunciazioni, come nel caso del mio partito, Rifondazione Comunista, (ma gli altri fanno anche peggio) non trasformando l'agire politico e i programmi, esplodono, davanti a noi, le contraddizioni profonde, come quelle vissute nell'ultimo congresso, nel quale in un istante siamo stati capaci, omologandoci alle altre culture politiche, di negare tutti i capisaldi della nonviolenza: la valorizzazione delle differenze e del costruire una sinistra plurale, la consapevolezza che la mia verità non è sufficiente a cogliere la complessità delle contraddizioni, per cui ho bisogno anche di quella dell'altro... In questo contesto, se non vogliamo cadere nel ritualismo, credo che siamo chiamati veramente a fare memoria della storia e dell'elaborazione della nonviolenza, nei suoi punti alti, così come nelle lotte quotidiane, assumendoci l'onere tuttavia di individuare nel presente i percorsi, le azioni e le politiche per tradurre la nonviolenza in azione di lotta, e non come negazione dei conflitti e delle contraddizioni, come qualche politico, anche di sinistra, vuole proporci. Siamo chiamati a esigere dalla politica la coerenza tra i valori enunciati, gli obiettivi e i mezzi messi in campo, comprendendo come l'agire nonviolento richieda veramente di immergersi completamente, fino a perdersi, nelle pratiche di democrazia partecipata e diffusa, nell'assunzione della propria parzialità e della necessità di una moltitudine di angoli di lettura delle contraddizioni, di stare dentro la complessità, senza scegliere le facile scorciatoie che appartengono sempre e più spesso alle pratiche di politiche violente e militari. L'elaborazione del movimento nonviolento deve "contagiare" l'agire politico, senza prestare il fianco, invece, ad accostamenti puramente strumentali. 1

2 La nonviolenza e la pace non possono essere semplicemente ridotte ad aspirazioni etiche o ad un sistema di valori relegato alla sfera dell'utopia il sogno, come Martin Luther King ha insegnato, rimane alto e vivo quando si traduce in lotte e conquiste quotidiane, che superino le contraddizioni dell'ingiustizia, della violenza di un'economia che per fare stare bene una minoranza deve affamare il resto del mondo, della violenza con cui affermiamo la nostra democrazia, schiacciando l'esistenza altrui, di un sistema sociale che sempre meno si occupa degli ultimi e dei poveri, ma sempre più è costruito a tutela di chi sta bene. Pensiamo a quale azione nonviolenta dobbiamo mettere in atto dinanzi a questa economia, dinanzi a queste politiche sociali e culturali che sempre più causano emarginati, dinanzi a questo squilibrio di risorse che causa la fame, dinanzi a queste guerre sempre più legate all'economia e allo sfruttamento delle risorse La nonviolenza che sogno non può solo essere testimonianza, ma deve sperimentarsi e nella pratica quotidiana segnare la differenza rispetto al facile messaggio della violenza, che ci viene riproposto dalla politica e dai media. Credo che sia compito dei movimenti per la pace individuare azioni che pongano richieste esplicite e chiare alla Politica, sapendo che lo scontro è su interessi economici e militari fortissimi (gli USA sono governati dalla lobbies del petrolio e dell'industria militare), per cui dobbiamo dotarci di una linea politica di ampio respiro che permetta di influenzare l'azione dei governi. Per fare questo credo veramente che dobbiamo, uscendo dal nostro particolare, lavorare in rete, mettendo in comune saperi, ricerche, esperienze per offrire percorsi altri rispetto alle scorciatoie che ci vengono offerte: dinanzi a questo ossessionante martellare di messaggi sulla sicurezza, che poi si traducono in politiche che colpiscono semplicemente gli ultimi e non le ragioni della violenza, se riuscissimo, condividendo le diverse esperienze, a proporre nelle nostre città politiche praticabili altre, centrate sulla qualità delle relazioni (sociali, ambientali, economiche, lavorative ) sono consapevole che faremmo un gran servizio alla società e alla nonviolenza. Al tempo stesso è il momento che quelle forze politiche che spesso si richiamano alla tradizione nonviolenta (sia laica che cattolica), traducano in scelte di governo quei loro valori, perché la nonviolenza non può essere relegata solo alle sfera delle massime aspirazioni, ma deve tradursi nella quotidianità, facendo scelte che diano ad essa le gambe per muoversi. E' possibile misurare la forza dirompente della nonviolenza, dopo i danni nefasti prodotti dalla cultura militare, solo sperimentandolo concretamente e non solo delegandola alla pura azione di movimento. Per concludere, ma per dare concretezza a scelte che avvino veramente processi di gestione dei conflitti alternativi alla logica militare, chiedo: Alla politica e a quelle forze, laiche e cattoliche, che spesso si richiamano alla nonviolenza: Di mettere all'ordine del giorno delle scelte di governo l'opzione nonviolenta, per dare gambe ad una gestione nonviolenta. Di sottrarre risorse al settore militare e di investire in ricerca sulla nonviolenza, perché la nonviolenza non è un'aspirazione a volersi bene e ad andare d'accordo, ma è il calarsi nei conflitti, sporcandosi le mani, e scegliendo soluzioni alte rispetto alla morte della guerra. Di andare a costruire, almeno a livello europeo, corpi civili di pace (caschi bianchi), che richiedono però ovviamente ricerca, risorse, capacità di investimento. Di Smilitarizzare l'idea di "polizia internazionale". Di Partire dagli ultimi, nel pensare al modello sociale, perché solo in questo modo costruiremo un modello sociale nel quale anche i forti vivono bene. Ai movimenti e alle forze politiche: di avviare una pratica politica, che diventi anche prospettiva di governo, nella quale non vi sia separazione tra fini e mezzi, e nella quale anche il compromesso tra culture diverse, diventi un 2 percorso "alto" e "trasparente di Passare da una idea della nonviolenza legata solo alla convivenza, all'idea di nonviolenza come azione quotidiana di fare politica. di avviare una riflessione sulla disobbedienza civile e sugli strumenti di questa disobbedienza. di individuare percorsi praticabili e riconoscibili per costruire una cultura ed una pratica politica nonviolenta Massa, 02/10/2008 link: Evidenza La piattaforma di azioni e proposte per affrontare i conflitti e costruire un futuro di giustizia. (di Reti Promotrici di Un Passo di Pace ) L evento di Firenze del 21 settembre Un Passo di Pace è stato un momento importante per molte realtà, organizzazioni e persone (a partire da quelle delle 4 Reti promotrici) per ritrovarsi e dimostrare la propria volontà di lavoro per la Pace. Un lavoro ed un azione che deve essere quotidiano e non limitato ai momenti di crisi (comunque da affrontare e ricordare, come fatto per tutta questa lunga estate calda ). Ma proprio in questa ottica il risultato più importante dell incontro di Firenze è stata la stesura di una piattaforma comune su molte delle questioni aperte più rilevanti per il mondo del pacifismo e delal nonviolenza. E su questa agenda che ci si ritroverà insieme nei prossimi mesi, ciascuno con la propria specificità e le proprie forze. Ma con obiettivo comune, che fa tutta la differenza del mondo. Buoni passi di Pace! E buona lettura delle proposte tematiche delle Reti promotrici di Un passo di Pace :Sbilanciamoci, Tavolo Interventi Civili di Pace, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo. (fonte: Reti Promotrici di Un Passo di Pace 22 settembre 2014) link: Lettera alla CGIL della Spezia: "Quale futuro per la città militare?" La città della Spezia è dalla nascita del Regno d'italia uno dei principali poli dell'industria militare nazionale: l'arsenale militare fu costruito tra il 1962 e il 1869 e poi arrivarono Oto Melara, Fincantieri, MBDA e tutta una serie di industrie militari minori, oltre al Comando Subacquei e Incursori (Consubin) e alla base Nato (Nato Undersea Research Centre). La CGIL della Spezia ha organizzato una tre giorni dal titolo Avanti Popolo. Un gruppo di associazioni locali ha scritto ai promotori dell'iniziativa la seguente "Lettera aperta" che pubblichiamo integralmente. Avanti Popolo : per quale futuro e quale tipo di sviluppo? La CGIL della Spezia ha organizzato una tre giorni di dibattiti e spettacoli dal titolo Avanti Popolo con l intento di guardare lontano e di provare a disegnare un'ipotesi di futuro e di sviluppo. Come associazioni da anni impegnate nella promozione della pace, dei diritti umani e nella cooperazione internazionale non possiamo non valutare positivamente ogni momento di confronto di opinioni e di dibattito pubblico sui temi di grande importanza che l iniziativa ha messo al centro della tre giorni. In particolare riteniamo di ampia rilevanza e non solo per la nostra città il dibattito sullo Sviluppo industriale, sviluppo del territorio che prevede gli interventi di Mauro Moretti (Presidente Finmeccanica), Domenico Rossi (Sottosegretario alla Difesa) e Fabrizio Solari (Segretario

3 Confederale CGIL). Crediamo infatti che una seria ed approfondita riflessione vada fatta su questo argomento in considerazione delle sue ricadute sul modello di sviluppo della nostra città, ma anche per la sue implicazioni sul modello di difesa e di cooperazione internazionale che l Italia e la nostra città intende promuovere. Vorremmo al riguardo sottoporre all attenzione alcune informazioni e dati sulla funzione dell industria della difesa e sul suo effettivo operato attuale. Un recente documento del Comitato economico e sociale europeo sul tema Necessità di un'industria europea della difesa: aspetti industriali, innovativi e sociali (qui in.pdf) afferma: «Non esiste un impostazione strategica comune, né tra i governi, né tra i partner industriali. Tutte le società industriali con sede in Europa si focalizzano sui mercati d'esportazione». E più avanti: «Le industrie della difesa dispongono di un notevole margine di manovra sui mercati d esportazione. Ciò è in parte dovuto alla privatizzazione e in parte all'incoraggiamento da parte dei governi: la crisi economica sta trasformando alcuni ministri della Difesa in promotori delle esportazioni esplicitamente riconosciuti». Il comitato avverte quindi: «Se l'europa intende mantenere una solida industria della sicurezza e della difesa, capace di sviluppare e produrre sistemi all avanguardia, garantendo in questo modo la propria sicurezza, è necessario un cambiamento radicale di mentalità e di politiche». Secondo i dati ufficiali delle Relazioni della Presidenza del Consiglio, nel quinquennio dal 2008 al 2102 solo il 45% dei sistemi militari è stato destinato ai paesi appartenenti alla Nato-Ue mentre il 55%, cioè più della metà, a paesi con cui l Italia non ha alcuna alleanza politica, militare o economica. Nello specifico i principali destinatari delle licenze di esportazione sono stati: Medio Oriente (41,7%), Europa Occidentale (24,2%), Asia (12,7%), Nord America (8,8%), America Latina (3,7%), Europa Orientale (3,7%), Economie sviluppate (3,6%) e Africa (1,6%). Nel solo 2013, ultimo dato disponibile, l Italia ha autorizzato esportazioni di sistemi militari ai paesi del Medio Oriente per oltre 709 milioni di euro (su un totale di 1,5 miliardi di euro) ed effettuato un record di consegne in quella zona per oltre 888 milioni di euro (su un totale di 2,8 miliardi). Per venire al territorio spezzino, negli anni recenti le aziende del nostro territorio hanno definito lucrosi contratti con i regimi di diversi paesi autoritari[1] come l Algeria (la nave d assalto anfibio della Orizzonte Sistemi Navali, la joint-venture tra Fincantieri e Selex Sistemi Integrati del valore di oltre 416 milioni di euro oltre a 14 elicotteri A139 in versione militare della AgustaWestland del valore di oltre 167 milioni di euro); gli Emirati Arabi Uniti alla cui Marina Militare sono state consegnate la corvetta Abu Dhabi Class e il pattugliatore Ghantut dotati dei complessi navali militari della Oto Melara; il Pakistan (10 sistemi missilistici da contraerea tipo Spada 2000 Plus dotati di 200 missili Aspide 2C della MBDA per un valore complessivo di 415 milioni di euro) e il Turkmenistan col quale la MBDA ha un contratto di 162 milioni di euro per la fornitura di 25 sistemi missilistici Marte e Oto Melara per otto complessi binati navali 40/70 compatti per un valore di circa 28 milioni di euro. Alla luce di questi dati sorgono spontanee alcune domande che intendiamo sottoporre all attenzione dei relatori: la nostra industria della difesa serve davvero alla difesa italiana o ha invece come scopo principale il suo mero autoconsolidamento? Quali passi concreti sta facendo il governo Renzi e la maggiore azienda militare nazionale per un effettiva integrazione dell industria militare europea e per la riconversione di settori obsoleti che vengono oggi mantenuti operativi soprattutto cercando acquirenti tra i regimi autoritari di paesi in zone di conflitto dal nord Africa al Medio Oriente al Caucaso? O dobbiamo ritenere che le nuove politiche e strategie commerciali siano quelle che abbiamo visto col tour promozionale del gruppo navale Cavour denominato Sistema paese in movimento che dal novembre 2013 all aprile scorso ha toccato tutti i porti del Golfo persico e ha circumnavigato l Africa alla ricerca di nuovi acquirenti di armamenti? E i sindacati locali sono disposti a mettere in discussione alcune di queste lucrose commesse militari o intendono 3 chiedere di conservare un asset industriale-militare nella nostra provincia ad ogni costo pur di salvaguardare i posti di lavoro? Crediamo che a queste domande si debba dare risposta. Se, infatti, il compito della industria della difesa dovrebbe essere quello di promuovere maggior sicurezza per tutti, l attuale performance dell industria militare italiana e, soprattutto, le esportazioni di sistemi militari a paesi in zone di conflitto, a governi che spendono ingenti risorse in campo militare contribuendo alla corsa agli armamenti e all instabilità regionale, a regimi che sono responsabili di violazioni dei diritti umani e di forti limitazioni delle libertà democratiche, a paesi con livelli precari di sviluppo umano rischiano non solo di produrre maggiore insicurezza ma rappresentano una seria minaccia per la pace e lo sviluppo sostenibile. Ci ha fatto riflettere la bella immagine della bambina raffigurata nel manifesto della vostra iniziativa. Siamo convinti che vogliamo tutti fare in modo che i suoi occhi puri e profondi che guardano lontano non vengano mai più oscurati dagli occhi in lacrime di tante altre bambine e bambini vittime delle guerre e delle armi prodotte anche in Italia. Siamo disponibili a partecipare a momenti di confronto e di approfondimento su questi temi che investono non solo il futuro della nostra provincia ma anche quello di tante popolazioni nel mondo. Cogliamo, infine, l occasione per invitare le rappresentanze del mondo del lavoro e le associazioni spezzine a partecipare domenica alla manifestazione che si terrà a Firenze Un passo di pace promossa dalle reti pacifiste e per il disarmo nazionali. E un momento importante in cui verranno presentate proposte concrete per costruire insieme politiche e iniziative di pace, di cooperazione internazionale e di sviluppo umano. Grazie per l attenzione, Pietro Lazagna (Amici di Nevè Shalom - Wahat al Salam) Giancarlo Saccani (Associazione spezzina solidarietà con il popolo Saharawi - Laboratorio di Pace) Giorgio Beretta (Campagna di pressione alle banche armate ) Alfredo Giusti (Circolo Dossetti) Omar Carocci (Coordinamento nazionale Freedom Flotilla Italia) Laura Ricciardi (Emergency La Spezia) Rosaria Lombardi e Carla Sanguineti (Gruppo di Azione Nonviolenta della Spezia) [1] La definizione di regime autoritario non è nostra ma è tratta dal Democracy Index 2013 dell Economist Intelligence Unit. Il Turkmenistan è uno dei cinque regimi più autoritari del mondo: nella lista dei 167 paesi esaminati figura infatti al 163 posto seguito da Chad, Repubblica Centrafricana, Guinea-Bissau e Corea del Nord. (fonte: Unimondo) link: Economia Approfondimenti Padri e figli (di Dimosthenis Papamarkos ) Il lavoro non si vede, di lavoro non si parla. È un argomento tabù, la cui narrazione è affidata alle retoriche aziendaliste, mentre la realtà parla di disoccupazione, precarietà e sfruttamento. E la crisi fa deflagrare il conflitto generazionale, con i padri che svolgono il ruolo dei figli. Sul parapetto, vicino al corrimano della scala che portava al metrò, qualcuno aveva lasciato un biglietto. Era timbrato, ma lo guardai e vidi che valeva ancora una mezzoretta. Ero fortunato. Non solo perché il tragitto fino a casa era di venti minuti scarsi, ma anche perché un simile evento era raro ormai. Quando avevano aumentato i prezzi del biglietto

4 per la prima volta, la reazione alla nuova misura si era manifestata in un modo singolare. I nuovi biglietti rimanevano validi per un'ora e mezza dalla timbratura: ma un'ora e mezza era troppo anche per andare da un capo all'altro della città. Così, quando uno usciva dalla metropolitana o dall'autobus, aveva quasi sempre in mano un biglietto che consentiva un'altra mezzora di viaggio. Quando la gente se ne accorse, invece di gettarlo via iniziò a lasciarlo in posti nei quali potesse reperirlo il prossimo viaggiatore; molte volte ti trovavano davanti alle macchinette e prima che tu ne comprassi uno nuovo ti mettevano in mano il loro. Disobbedienza legale. E così nessuno pagava il prezzo, né del biglietto né della disobbedienza. Ma col tempo anche questo finì. Non so perché. Non conosco nessuno, cioè, che sia finito nei guai per aver dato a un altro il suo biglietto convalidato. Forse la gente ha pensato che donare il proprio tempo a un terzo è in qualche modo un atto di tracotanza. Un turbamento dell'ordine. Non solo di quello legale, ma anche di quello fondamentale dell'esistenza stessa, l'ordine cosmico. Gli uomini non sono capaci di essere generosi con il tempo. Cacciai il biglietto nella tasca posteriore e discesi la scala mobile. Non mi soffermai sulle cause della mia buona sorte. Ultimamente era in difetto, e non volevo stuzzicarla con pensieri sul perché e il per come. Del resto non è che non avessi cose più serie a cui pensare. Quando arrivai a casa non trovai nessuno. Per fortuna, perché non avevo voglia di parlare. Ero stanco e l'unica cosa che volevo era coricarmi. A mia memoria non ho praticamente mai dormito il pomeriggio. Ma da qualche mese non riesco a sfangare la giornata se non mi corico anche solo una mezzora. Anche se non faccio nulla, anche se esco semplicemente e vado in centro, quando torno sono sfinito. Come se fossi continuamente a pezzi, per dire. Al principio non ci avevo dato importanza, ma col tempo mi ero inquietato ed ero andato dal medico. Nessuna patologia, mi aveva detto. Mi prescrisse degli esami del sangue, per togliermi il sospetto disse ma non me ne curai. Mi aveva detto che non avevo nulla, non vedevo perché perderci tempo. Non avevo mai avuto simili ipocondrie, né soldi da spenderci appresso. Andai dritto verso il frigorifero, ingurgitai mezza bottiglia d'acqua, poi entrai in camera mia e senza nemmeno spogliarmi né chiudere le persiane mi coricai sul letto e mi addormentai. Mi svegliò un messaggio sul cellulare. Era Eleni. Non volevo rispondere in quel momento e dunque non lo aprii per vedere cosa diceva, perché l'icona sarebbe scomparsa dallo schermo e magari me ne sarei dimenticato. Mi alzai, mi tolsi la maglietta madida di sudore, e andai in cucina a farmi un caffè. Erano le quattro. Qualcuno stava girando la chiave nella toppa. L'estate è la stagione peggiore. Sin da bambino non l'ho mai amata. Era un vero tormento. Ci lasciavano liberi tre mesi per vedere com'era la vita, per poi riportarci nel recinto a settembre. Come darti mezzo boccone di un dolce. Anche da grande non la sopportavo. Caldo, un caldo impossibile, ma ugualmente a lavorare. E appena prendevi le ferie, hop hop subito tirar su famiglia e carabattole e via una ventina di giorni a correre ora dai suoceri ora dai genitori. Tutto l'anno di corsa, di corsa anche l'estate con la canicola e il solleone. Anche una volta in pensione, l'estate ho continuato a detestarla. Certo, hai tutti i giorni per te: ma non sai che farci. Se uno avesse trenta, quarant'anni, per dire. Io andavo per i settantacinque suonati. Non è un'età per vivere. «Gli anziani prestino attenzione alle giornate afose: è meglio non uscire e restare in luoghi freschi»: non lo dicono anche alla tivù? L'altro giorno in metrò ho visto un manifesto su un tale che era scomparso. Un anziano, dicevano. Di anni cinquantotto. Un bambino, in confronto a me. Che dire. Alla mia età, anche se volessi, l'estate non dovrebbe piacermi. È pericolosa. Penso a tutto ciò mentre sudo e mi affanno cercando di salire la strada di casa. Un tempo il bus mi lasciava a dieci metri dall'entrata, ma qualche mese fa hanno ridotto l'itinerario e dalla fermata ho dieci minuti a piedi. Sono quasi le quattro e il sole cade a picco sul solco in cui cammino in mezzo ai condominî. Mi pento di essere uscito, ma non potevo farne a meno. Non volevo trovarlo nel momento in cui tornava a casa. Le cose già 4 così sono difficili, e appena posso fare qualcosa, dargli un po' di respiro, anche così, devo farlo. Altrimenti non se ne esce. Capii che era lui perché lasciò le chiavi sul tavolino accanto alla porta. Era il solo che faceva così. «Buonasera» esclamò ancora sulla porta. «Buonasera, sei uscito?» «Sì, ero andato al bar e ho incontrato Andonis. Te lo ricordi? Un compagno di lavoro, erano anni che non lo vedevo. Lavora ancora lì, ma mi dice che il negozio non va per niente bene». «Ce n'è forse uno che va bene?» buttai lì, perché non volevo proseguire quella conversazione. «Tu come butta?» Con la coda dell'occhio notai che non mi stava guardando. Faceva finta di rovistare nel frigorifero. Fingeva che non gli interessasse. Che stesse chiedendo per pura curiosità. Era non meno imbarazzato di me che giravo il caffè quasi sperando di essere risucchiato dal vortice che si era formato nella tazza. «Come sempre». «Hai mangiato?» «Sì, sì. Ho messo qualcosa sotto i denti quando sono tornato. Vabbè. Vado un po' in camera, ho delle cose da fare al computer». «Ok. Se accendo la tv ti dà noia?» «No. Allora a dopo». Mi rinchiusi nuovamente in camera mia. Non reggevo queste conversazioni scontrose. Parlavamo senza guardarci neanche più in faccia. Tutto era stato corrotto dalla ripetizione. Che cosa dovevo dirgli? Che anche stavolta non avevo passato nemmeno un colloquio? Che mi avevano detto «Grazie, lasci il curriculum e le faremo sapere»? Che aspettavo? Che cosa poi? Se lui non la prendesse seriamente quanto la prendo io, forse le cose sarebbero più semplici. Se si arrabbiasse, se urlasse che qualcosa in me non va, che non regge più questa situazione, forse le cose sarebbero migliori. Forse potrei guardarlo in faccia, urlare anch'io, dirgli lasciami in pace, faccio quello che posso. Cerco ovunque. Bar, caffè, ovunque. I miei diplomi firmati ce li ho. Cerco un lavoro. Uno qualsiasi. Un lavoro. Non lo vedi? Pensi che stia qui a spassarmela? Pensi che per me vada tutto bene? Un tempo avevo pensato di dirgli che non mi aiutava stando così tanto dalla mia parte. Ma sarebbe stato un torto ancora peggiore. Uno non può diventare ingrato per proteggere il proprio egoismo. Non avevo nulla di serio da fare al computer. Gettai un'occhiata alle notizie e poi mi ricordai il messaggio di Eleni. Mi proponeva di andare al cinema. Le scrissi che ero al verde. Cinque minuti dopo mi rispose dicendo che il film che voleva vedere lo davano a un festival e che l'ingresso era gratuito. Le dissi di sì e stabilimmo di trovarci direttamente al parco dove veniva proiettato il film. Avevo tempo prima dell'appuntamento, così bevvi il caffè cazzeggiando ancora un po' prima di iniziare a prepararmi. Lo trovo in cucina e dal modo in cui sta chino sul caffè capisco che anche oggi è andata uno schifo. Lo sapevo, lo sapevo ma, come si dice, la speranza è l'ultima a morire. Nel frattempo però ti dà il tormento. Faccio finta di non capire e provo a parlare d'altro, ma lui non ha voglia di discorsi. Allora gli faccio la domanda, per liberare tutti e due del peso, caso mai si sbottonasse e potessimo avere una conversazione normale. Altro errore. Lì per lì se ne va in camera. Si vergogna ancora di guardarmi in faccia. Sbuccio un arancia e mi siedo davanti alla tv. Resto così per cinque, dieci minuti. Con la tv spenta. Com è possibile che non riusciamo a fare nemmeno un discorso, a sederci come uomini senza che uno cerchi di sfuggire all altro? So bene perché e per come. Quello che non so è come far sì che lui si segga a parlare. Come liberarci entrambi di questo peso. Ho sempre paura di peggiorare le cose. Non sono bravo con le parole. Accendo la tv e la metto un poco alta. Anzitutto per lui, affinché non creda che mi sono dispiaciuto per le sue notizie e che sto lì a rimuginarci sopra. Ma la mia mente è sempre lì. Al coraggio che mi manca di prenderlo e parlargli, di alleggerirci tutti e due. Ma non so se tutto ciò abbia senso ormai. Ci siamo arresi da un pezzo. Lo trovai in salotto dinanzi alla tv. Camicia aperta, braccia stese lungo i

5 braccioli della poltrona. L aveva colto il sonno. Pareva che quell esaurimento che mi tormentava da mesi fosse diventata una malattia contagiosa. Certo non era giovane, ma nemmeno tanto vecchio. Non troppo tempo fa, prima che iniziasse la nostra convivenza, me lo ricordo tutto pieno di vita. Ormai era diventato come un gatto. Appena il suo corpo si trovava a suo agio chiudeva gli occhi. In pochi mesi era invecchiato. L avevo invecchiato; e alla prima occasione il sonno diventava la sua via di scampo. Camminai in punta di piedi verso la porta, ma le suole delle scarpe sul nudo marmo mi tradirono. Sì guardò attorno come sperduto e quando mi vide mi disse: «Esci?» «Mi vedo con Eleni» gli dissi girandogli le spalle, come cercando le chiavi. «Soldi ne hai?» La mano mi andò inavvertitamente alla tasca e lì si gelò. Non sapevo che rispondere. Non ne avevo, ma nemmeno ne volevo. Aveva sempre cura di chiedermi prima che chiedessi io, per preservarmi dalla vergogna. Ma così mi logorava ancor di più. Non era una questione di orgoglio. Era che capivo di essere diventato una preoccupazione, oltre che un peso economico. E a quell età lui non meritava di sopportare né l una cosa né l altra. A quell età, erano le mie spalle che dovevano sostenere ogni suo peso. Non per dovere. Ma perché volevo trovare un modo più tangibile di mostrargli quanto lo penso, quanto gli voglio bene. Per liberarlo finalmente da tutto ciò che non gli appartiene. Che potesse pensare esclusivamente a come passare la giornata. Come meritava una persona a cui non avevano mai regalato niente. «Ne ho». mentii, «grazie», e feci per andar via. «Sei sicuro di non volerne? Vieni qui che ti do qualcosa». «Sicuro, sicuro. Scappo che sono in ritardo. Un bacio». Non mi voltai a guardarlo. Un tempo riuscivo a comprendere la generosità del suo affetto, ormai non riuscivo nemmeno ad affrontarla.? Esce di casa sempre come un ladro. Quando siamo in bagno o dormiamo. Butta lì in fretta «io esco, ho da fare, mi vedo con il tale» e lascia dietro di sé solo lo sbam della porta. Così anche stavolta, sgattaiola via mentre dormo. Mi viene in mente di fingere di dormire e di lasciarlo andare, ma gli parlo. Mi fa male sapere che va in giro come un bambino con cinque euro in tasca, e gli chiedo se vuole soldi. Mi fa male, perché è un uomo di trentacinque anni e non può fare nemmeno la metà della vita che facevo io alla sua età. Mi fa male, perché so che non è colpa sua. Mi fa male, perché io l ho cresciuto e so che si sente menomato a non poter uscire nemmeno con la sua ragazza se non lo rifornisco io. E anche se non gli ho mai chiesto il rendiconto dei soldi, si sente sempre in dovere di farmelo. Di chiedermi a modo suo il permesso, di giustificarsi per qualunque cosa faccia, quasi andasse ancora a scuola. Capisco che lui lo sente come un dovere. Che mi sfrutta. Che mi pesa. E io voglio dirgli che non è così. Che le famiglie ci sono per questo, per i momenti difficili. Che lo so che non lo fa volontariamente. Che verrà il momento in cui le cose cambieranno. Che tutti abbiamo cedimenti e non è un male che qualcuno ci dia una mano quando siamo a terra. Ma non gli dico niente. Ho paura. Ho paura quasi fossimo a un funerale e io parlassi del morto e poi qualcuno scoppiasse in lacrime e poi... Come guardarci in faccia? Ci vergogniamo l uno di aprire il cuore all altro, perché da anni abbiamo imparato che gli uomini tirano dritto senza fiatare. Che questo vuol dire essere forti. Chiude la porta dietro di sé e riapro il volume della tv. Eleni non se ne curava affatto. Non ne avevamo mai parlato, ma la vedo. Si vede da come si muove per casa. Non le dà fastidio. Assolutamente 5 sciolta. Io invece mi angoscio. Un giorno le avevo detto di mettersi qualcosa di più lungo, di non girare per casa solo con la mia maglietta, e mi disse «ma perché fai così? sto andando solo in bagno! Sei totalmente conservatore, Ghiannis. Totalmente piccoloborghese». Stavo per dirle che non era questione di conservatorismo, ma era già entrata in bagno, aveva chiuso la porta e aperto il rubinetto perché scorresse l acqua. Le urlai tu lasci scorrere l acqua affinché io non ti senta pisciare, e poi il piccoloborghese sono io. La casa è piccola ribatté si sente tutto. Appunto dico risposi La casa è piccola, dunque... Non continuai. Non aveva senso. Avrebbe seguitato a fare come aveva imparato. E aveva imparato diversamente. La casa è piccola e diventa ancora più piccola perché non abito da solo. Eleni viene a trovarmi spesso e volentieri e qualche volta rimane anche la sera. Sono i giorni in cui siamo in quattro "coinquilini". Sono i giorni più difficili. Non è tanto il problema di chi deve andare in bagno o di chi o quando ha lasciato piatti sporchi nel lavandino e chi li laverà tutto questo è risolto. Il mio problema è un problema di spazio. Non lo spazio che si misura in metri e metriquadri, ma lo spazio personale, quello che ha a che fare con come disponi del tuo tempo quando ti ci muovi dentro. Il non sentire che la vita è sempre esposta agli sguardi degli altri, per quanto tuoi cari. Dovere dar conto del tuo abbigliamento, giustificarti in qualche modo perché alla tale ora ti è venuto di fare questo o quello. Non che nessuno mi dica nulla. Io non tollero che gli altri mi tollerino. Per quindici anni sani questa non è stata casa mia. Era loro e solo loro. E adesso arrivo io e la mia agenda, la mia vita mangia spazio alla loro, e invece di lamentarsi si fanno da parte e mi offrono altro spazio ancora. Come quando mi crescevano ed ero la loro prima e unica preoccupazione. Soprattutto questo non tollero. Vedere un altra volta la loro vita passare in secondo piano affinché io viva la mia nel modo più comodo possibile. Di questo mi angoscio. Della loro angoscia. Il film era una bufala. Colpa forse anche della mia disposizione d animo. Eleni invece era entusiasta e mi rimproverò che mi lamentavo per ogni cosa. Dalle banalità della sceneggiatura alla fotografia mediocre. Certe volte sei intollerabile, mi disse. Nemmeno una commediola riesci a goderti. Sempre a cavillare e a criticare. Giunsi a un pelo dal mandarla al diavolo, ma capii che non tutte le persone prendono le cose così sul serio. In questo io e lei eravamo diversi, e forse era per questo che stavamo ancora insieme. A Eleni non disturbava abitare ancora con i suoi. Anche lei, come me, aveva perso il lavoro ed era stata costretta a disdire l affitto e a tornare su due piedi nella sua stanza di bambina, ma la cosa la divertiva. «Dormo di nuovo con i miei orsacchiotti» mi diceva così quasi graziosamente. Nel frattempo era riuscita a trovare un lavoretto con qualche lezione privata e almeno copriva le spese. «Fa una grande differenza» le dissi una volta. Disse di no. «Non è il lavoro che mi rende ottimista. È che so di sapere ancora nuotare. Nuotare e non annegare». Io non sapevo più cosa sapevo ancora e cosa avevo dimenticato. Tornai a casa da solo. Alla fine non eravamo riusciti a non litigare. Mi propose di continuare con una birra da qualche parte e le dissi che non avevo soldi. Mi disse che avrebbe offerto lei e a quel punto persi la testa e feci tutta una predica sul parassitismo, la dipendenza, e che era una vergogna permettersi certi lussi in una simile situazione. «Mi serve un lavoro le dissi non birra e relax. Rilassato lo sono già». Mi rispose che sono uno stupido e un miserabile, mi piantò lì e presi da solo l autobus verso casa. In tutto il tragitto mi rifiutai perfino di mettere le cuffie e di ascoltare musica, perché la giornata era andata di merda e dunque non era opportuno provare a risollevarsi l animo anche di poco. Ma solo subire la città e l odore dell immondizia, come un arancia tagliata di fresco, che si mescolava con l umidità e si confondeva con il mio sudore. Non riesco a dormire. Mi sono coricato e ho provato, ma il sonno non tiene. Forse è che la routine si è spezzata questi giorni in cui Katerina è andata al paesello a trovare sua madre. Forse penso che dovremmo finalmente affrontarlo, quel discorso. Mi verso un dito di vino e lo aspetto in cucina.

6 La porta di casa non era chiusa a chiave, dal che si capiva che non dormiva ancora. Se non avessi già inserito la chiave e non mi avesse dunque per forza sentito, avrei fatto dietrofront e sarei andato via, a girare per le strade finché passasse un altro po di tempo e lui andasse a dormire. Non riuscivo a stargli davanti. Non riuscivo a stargli davanti quando tornavo a casa dopo un uscita. Lui sulla sua poltrona e io di ritorno con i suoi soldi. Ladro del suo tempo e della sua felicità. Lo sento che apre ed entra. Non lo vedo ancora. «Buonasera. Vado a letto. Sono stanco». «Prendi un bicchiere e vieni a sederti un po qui con me». «Un altra volta, adesso...» «Ho detto vieni e siediti. Basta con queste fesserie». «Quali fesserie? Che cosa dici? Hai voglia di litigare?» «Ghiannis, ho detto siediti. Dobbiamo parlare». «È successo qualcosa? Ti ha chiamato la mamma? La nonna sta male?» «Tutti stanno bene. Voglio parlarti di me. Ecco. Il vino è lì. Stavo pensando, sai. Quanto tempo è? Tre anni che sono andato in pensione? Cioè ora ho, potremmo dire, anni. Dico dunque: quanti anni buoni ho ancora? Pochi; molti certo non saranno. Al punto in cui sono, sai, dovrei augurarmi che i giorni passino lentamente. Come dire, figlio mio, che siano pieni minuto dopo minuto. Che un giorno sia come dieci e che nonostante ciò io mi trovi a dire che è passato in fretta. Ma al contrario mi rode la pena che non passino rapidamente. Ecco, dovessero passare come i secondi sarei entusiasta. E sai perché? Perché i giorni li trascorro aspettando e quando non fai che aspettare non è più vita, è un turno di guardia. Mi dirai, cosa aspetti papà? Aspetto che arrivi la fine del mese, Ghiannis, per avere i miei soldi, e poter comandare ancora. Pensavo questo, sai, e dentro di me ho detto, sbagli. Sbagli di grosso. E per tutto questo tempo né io né te l abbiamo capito. Perché io ti vedo così curvo e per abitudine mi incurvo anch io, e poco a poco dimentichiamo che questa cosa non è vita. E va bene per te che non capisci, ma io ho vissuto qualcosina in più di te e non ho giustificazione. No. Non dirmi niente. Ora parlo io e voglio che tu mi stia a sentire. Capisco tutto, tutto. Io ti ho cresciuto e so chi è mio figlio. Vedo che ti angosci e fai come se ci fosse un modo di congelare la giornata, di farla diventare un mese e un anno per sfoderarla con i venti euro che ti ho dato affinché tu non abbia bisogno di richiedermene altri. Sei un condannato dell orologio, figlio mio. Tu come un vecchio e io come un giovane. Tu con la paura e io con la spavalderia. Hai capito? Tutto sottosopra. La vita non funziona così. In questa casa io non ti ho né come genero né come figlio. Non è uno scambio. Siamo fissi sulla stessa trincea tutti e due, e uno deve aiutare l altro. Oggi posso io, domani potrai tu. Così va la faccenda. Non vergognarti di chiedere e io non mi vergognerò di darti. Affronti una lotta difficile e non ti arrendi. Non so né come né quando finirà, ma quando uno affronta una lotta noi altri dobbiamo sostenerlo. Ho davanti a me un uomo che non si è arreso. Così ti vedo. E per questo so che posso avere fiducia in te come compagno, non solo come figlio. Per questo ti dico, questo deve finire. Sia io che te sbagliamo. Possiamo andare avanti assieme? Questa è l incognita. Perché comunque sia, nulla dura per sempre. Né le cose buone né quelle cattive». La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: (fonte: Sbilanciamoci Info) link: Guerre e conflitti internazionali Isis: Caritas, la pace non si costruisce dando armi "La totale cessazione dei trasferimenti di armi nei Paesi del Medio Oriente" e' stata chiesta dalla Caritas Internationalis, attraverso il suo presidente Oscar Rodriguez Maradiaga, che e' anche il coordinatore del Consiglio dei cardinali che affianca Papa Francesco nel governo della Chiesa universale. 6 "La pace - ha detto il porporato - non puo' essere imposta dall'esterno, ma deve nascere dall'interno" sulla base della "giustizia sociale tra tutte le persone". Aprendo l'incontro di alto livello sulla crisi in Medio Oriente con i rappresentanti delle Caritas coinvolte, il cardinale Maradiaga ha anche giudicato "disumano" il blocco israeliano di Gaza. E cio' mentre "i Paesi, compresi quelli del Consiglio di sicurezza dell'onu stanno dando armi e munizioni ma si sottraggono alle loro responsabilita' negli aiuti umanitari". "Siamo di fronte - ha denunciato - alla piu' grande crisi che il mondo si trovi ad affrontare dopo la Seconda guerra mondiale". "Ogni minuto - ha ricordato il presidente di Caritas internationalis - quattro bambini siriani sono forzati a lasciare le proprie case. Gli estremisti in Iraq e nella Siria orientale stanno diffondendo la pulizia etnica e religiosa in una vasta zona sotto il loro controllo. A Gaza, mezzo milione di bambini non possono tornare a scuola perche' le loro classi sono state distrutte. A Mosul, in Iraq, la lettera 'n' che significa Nazareno, e' stata dipinta sulle porte di casa per identificare i cristiani e poi picchiarli o ucciderli". "Circa 1,3 milioni di iracheni hanno dovuto abbandonare le loro case, la stessa Caritas Iraq e' dovuta fuggire. E dall'inizio della crisi in Siria, oltre 13 milioni di siriani sono in condizioni disperate e 3 milioni sono rifugiati fuori dal Paese, in Giordania, Libano, Turchia. (a rete Caritas ha aiutato finora circa profughi siriani in questi Paesi, con cibo, alloggi, protezione sociale, scuola e sanita'". "Come comportarsi di fronte a tanto male?", si e' chiesto il cardinale Maradiaga. "L'Occidente - ha risposto - cerca di costruire una alleanza militare e inviare piu' cacciabombardieri e droni in Siria e Iraq - ha sottolineato - Ma la violenza non e' mai una risposta: bisogna trovare un'altra strada, quella del dialogo". Il cardonale Maradiaga, riferisce il Servizio Informazione Resligiosa, ha fatto poi notare la difficolta' nel reperire offerte per sostenere l'azione umanitaria. "Sono arrivati meno della meta' dei 7,7 miliardi di dollari necessari per la crisi in Siria. Dobbiamo chiedere con urgenza ai governi - ha concluso il porporato - specialmente quelli che stanno alimentando la guerra, di fermare la loro azione e fare di piu' per sostenere i programmi umanitari. Il Libano, la Giordania, la Turchia e gli altri Paesi limitrofi non possono essere lasciati soli ad affrontare la crisi in Siria e in Iraq. E anche gli altri Paesi devono accettare la loro parte di rifugiati". (AGI). (fonte: AGI) link: https://www.agi.it/cronaca/notizie/isis_caritas_la_pace_non_si_costruisce_dando_a rmi cro-rt10166 Industria - commercio di armi, spese militari Da oggi il tuo NO agli F-35 dillo ai Parlamentari (di Campagna Taglia le ali alle armi, Comitato Bresciano NO F35 ) Partita l iniziativa, organizzata e promossa dal Comitato Bresciano No F35, per informare e sensibilizzare Deputati e Senatori chiamati a decidere sul programma dei cacciabombardieri. Prende il via oggi in tutta Italia, nell ambito della campagna Taglia le ali alle armi contro il programma del caccia Joint Strike Fighter, l iniziativa NO F35: Dillo ai parlamentari proposta dal Comitato No F-35 di Brescia. Un azione già lanciata a Firenze la scorsa domenica durante l evento Un Passo di Pace. La proposta nasce dalla constatazione che molti parlamentari, nei prossimi giorni chiamati nuovamente a discutere e decidere sul proseguimento del finanziamento al progetto per i caccia di produzione statunitense, in realtà conoscono ben poco della questione. Per questo motivo il Comitato Bresciano No F-35 in accordo con la campagna Taglia le ali alle armi ha creato il sito internet che da oggi permetterà ad ogni singolo cittadino di inviare a Senatori e Deputati una serie di brevi testi sulle varie problematiche del programma JSF. Nel corso delle prossime settimane nel sito dell iniziativa verranno esplicitati i motivi ed i dati che sostanziano una scelta di opposizione alla

7 prosecuzione del progetto: dalle prioritarie ragioni morali, giuridiche e costituzionali alla cronistoria e ai costi del progetto, alle alternative di spesa, ai difetti tecnico-strutturali, alla situazione in altri Paesi, alla proposta di una nuova difesa europea e all opposizione di centinaia tra Comuni, Province, Regioni. Tutti i temi affrontati nei testi contengono dati desunti da fonti ufficiali ed istituzionali, in prevalenza statunitensi. Ciascun cittadino o cittadina, accedendo al sito potrà direttamente e facilmente inviare un ai Parlamentari per chiedere conto di come intendono comportarsi al momento del voto. L obiettivo è quello di smuovere l attenzione dei nostri eletti in difesa degli interessi di tutti i cittadini e non delle lobby industriali e militari che da sempre sostengono un alta (e per noi improduttiva e insensata) spesa militare. In un epoca in cui la partecipazione alle decisioni pubbliche sembra volersi ridurre sempre più a un voto in una cabina elettorale commenta Adriano Moratto del Comitato Bresciano No F-35 - cerchiamo di far valere il nostro diritto alla partecipazione su scelte decisive per il nostro futuro. L iniziativa è supportata e rilanciata dalla Campagna Taglia le ali alle armi che dal 2009 si batte per la cancellazione del programma dei caccia F-35: Riteniamo fondamentale l apporto dei tantissimi gruppi locali che hanno scelto di sostenere la nostra campagna commenta Grazia Naletto di Sbilanciamoci - senza lo sforzo di persone e associazioni di numerosi territori non saremmo mai riusciti a rendere la questione dei caccia F-35 così rilevante agli occhi della politica e dell opinione pubblica. Il lancio di NO F35: dillo ai parlamentari è anche occasione per chiedere a tutti i sostenitori delle azioni NOF35 di attivarsi per una pressione su Governo e Parlamento anche tramite i social network, in particolare attraverso la pagina Facebook e l utilizzo degli hashtag #taglialealiallearmi e #NOF35. Speriamo che questo bombardamento nonviolento di informazioni stimoli i Parlamentari a documentarsi maggiormente sul programma JSF conclude Francesco Vignarca di Rete Disarmo e a richiedere che la Difesa fornisca tutti i dettagli sui contratti d acquisto finora sottoscritti. E magari la Ministra Roberta Pinotti potrebbe anche incontrare la Campagna per un confronto significativo I dettagli sul programma Joint Strike Fighter, i suoi numeri e le motivazioni per il NO alla pagina La Campagna Taglia le ali alle armi in vista della discussione Parlamentare della prossima settimana ribadisce i motivi per cui il programma F-35 dovrebbe essere cancellato: 1) ETICAMENTE in un momento di acuta crisi economica i fondi pubblici andrebbero spesi per lavoro, scuola, welfare, sanità e non per armamenti 2) COSTITUZIONALMENTE si tratta di un cacciabombardiere pensato principalmente per l attacco in profondità, non di uno strumento votato alla difesa aerea 3) ECONOMICAMENTE la spesa per i caccia già oggi ammonterebbe a 14 miliardi complessivi, senza contare i costi di mantenimento 4) SOCIALMENTE la sicurezza degli italiani non può derivare dall aiuto alle lobby armiere ma deriva dalla soluzione dei problemi sociali 5) TECNOLOGICAMENTE il programma non è maturo e affidabile, i problemi e gli incidenti recenti lo dimostrano, eppure il nostro Governo sta procedendo ai primi acquisti 6) POLITICAMENTE sondaggi d opinione e prese di posizione sui territori (anche da parte di Enti Locali) dimostrano la contrarietà 7 dell opinione pubblica a questi caccia 7) INDUSTRIALMENTE i favoleggiati ritorni tecnologici per l Italia non si concretizzeranno mai e saranno residuali 8) OCCUPAZIONALMENTE i posti di lavoro derivanti da così tanti miliardi sono pochi e molto meno di quanti promessi: non è la maniera più efficiente per usare fondi pubblici 9) MILITARMENTE il programma F-35 non assolve ad alcuna necessità di difesa territoriale e ci mette sotto lo scacco di un paese estero in qualsiasi esigenza operativa futura 10) STRATEGICAMENTE il programma JSF è servito ad indebolire l Europa e le sue prospettive di politica estera e di difesa comune Per contatti stampa: - 328/ link: Gli F-35 in Parlamento: la scelta sensata è la cancellazione (di Unimondo) È iniziata il 4 settembre la discussione alla Camera dei Deputati (dopo uno slittamento da una precedente calendarizzazione pre-estiva) la discussione su alcune mozioni riguardanti il programma di acquisto dei cacciabombardieri F-35. Uno dei testi presentati nasce dalla sollecitazione della nostra Campagna Taglia le ali alle armi nel chiedere la cancellazione della partecipazione italiana al progetto. Nel corso dei prossimi giorni rafforzeremo quindi la nostra azione di mobilitazione dell opinione pubblica e pressione sui parlamentari, affinché divenga sempre più chiaro che l unica scelta sensata da compiere è spostamento delle ingenti risorse previste per gli F- 35 su necessità più importanti per il nostro Paese. La Campagna Taglia le ali alle armi coglie l occasione di questo dibattito parlamentare per rinnovare (dopo due tentativi precedenti) la richiesta di un incontro sulla questione al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e al Ministro della Difesa Roberta Pinotti, per riproporre le motivazioni concrete che ci spingono ancora a dire NO ai caccia e conoscere i motivi per cui il nostro Governo mantiene aperta l ipotesi di acquisto dei caccia F-35 quando ne sono invece chiari i problemi nei seguenti dieci ambiti. 1) ETICAMENTE in un momento di acuta crisi economica i fondi pubblici andrebbero spesi per lavoro, scuola, welfare, sanità e non per armamenti 2) COSTITUZIONALMENTE si tratta di un cacciabombardiere pensato principalmente per l attacco in profondità, non di uno strumento votato alla difesa aerea 3) ECONOMICAMENTE la spesa per i caccia già oggi ammonterebbe a 14 miliardi complessivi, senza contare i costi di mantenimento 4) SOCIALMENTE la sicurezza degli italiani non può derivare dall aiuto alle lobby armiere ma deriva dalla soluzione dei problemi sociali 5) TECNOLOGICAMENTE il programma non è maturo e affidabile, i problemi e gli incidenti recenti lo dimostrano, eppure il nostro Governo sta procedendo ai primi acquisti 6) POLITICAMENTE sondaggi d opinione e prese di posizione sui territori (anche da parte di Enti Locali) dimostrano la contrarietà dell opinione pubblica a questi caccia 7) INDUSTRIALMENTE i favoleggiati ritorni tecnologici per l Italia non si concretizzeranno mai e saranno residuali 8) OCCUPAZIONALMENTE i posti di lavoro derivanti da così tanti miliardi sono pochi e molto meno di quanti promessi: non è la maniera più efficiente per usare fondi pubblici 9) MILITARMENTE il programma F-35 non assolve ad alcuna necessità di difesa territoriale e ci mette sotto lo scacco di un paese estero in qualsiasi esigenza operativa futura 10) STRATEGICAMENTE il programma JSF è servito ad indebolire l Europa e le sue prospettive di politica estera e di difesa comune La Campagna invita tutte le proprie realtà aderenti e i sostenitori della

8 nostra mobilitazione a premere su Parlamento e Governo con un azione anche sui social network a partire dal profilo Facebook di Taglia le ali alle armi (fonte: Unimondo newsletter) link: La campagna NOF35: Ministro Pinotti, i dati sui contratti dei caccia sono fondamentali e vanno rivelati (di Comunicato della campagna Taglia le ali alle armi ) Commento della Campagna Taglia le ali alle armi a seguito delle dichiarazioni del Ministro Pinotti al Senato sul programma Joint Strike Fighter. Le realtà disarmiste chiedono ancora una volta la possibilità di un incontro con il Governo. Nel corso della seduta di Question Time di ieri al Senato la Ministra della Difesa Roberta Pinotti è tornata sulla questione dei cacciabombardieri F-35, stimolata in tal senso da alcune domande di alcuni dei senatori presenti. In particolare sulla diffusione dei dettagli di contrattualistica già realizzata per il programma la Ministro ha risposto in questi termini: Sugli F-35 smentisco categoricamente che il Governo abbia disatteso o proceduto disattendendo quanto contemplato o deciso dalle mozioni approvate dal Parlamento nel giugno e luglio 2013 ( ) una serie di altre domande trovano risposta nella relazione che il Governo ha fatto il 24 giugno presentando il DPP. In questo programma si trova tutto: a che lotto siamo, che numeri ci sono, quali sono i contratti firmati. Basta andare a riguardare la relazione fatta al Parlamento. Poiché la richiesta di una maggiore trasparenza e dettaglio a riguardo dei contratti è stata da mesi reiterata da parte della nostra campagna ci permettiamo di sottolineare che, nonostante quanto affermato ieri dalla Ministra Pinotti, tali dettagli non sono in realtà mai stati forniti con la completezza necessaria. Il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa non riporta infatti se non alcune indicazioni generali e pure gli allegati tecnici della Difesa al Bilancio dello Stato contengono solo informazioni sulla situazione degli avanzamenti e delle ripartizioni al 31/12/2012 (cioè ad oltre un anno e mezzo fa!). In entrambi i testi non si declinano gli accordi sottoscritti in questi anni con gli Stati Uniti. Nemmeno in sede di presentazione di tale documento alle Commissioni Difesa vi è stato un passaggio di ulteriore dettaglio, come invece sembra trasparire dalle parole della Ministro di ieri al Senato, quantomeno nel dibattito trasmesso pubblicamente. In tale sede Il Governo si era limitato a confermare, ma senza documenti d'appoggio, il blocco di qualsiasi ulteriore pagamento a seguito delle mozioni votate alla Camera a metà Ricordiamo che l'ipotesi di aggiramento di tale prescrizione era stata avanzata anche dalla nostra Campagna a seguito di informazioni ufficiali del Dipartimento della Difesa statunitense riportate anche nei Report da noi pubblicati sul programma JSF. Secondo tali informazioni l Italia avrebbe formalmente sottoscritto accordi per lotti e avanzamenti successivi a quelli già completati e decisi al tempo delle Mozioni della Camera. Ma non è tanto questo il punto che ci interessa - afferma Francesco Vignarca della campagna Taglia le alle armi - quanto avere finalmente una conoscenza dettagliata di ogni singolo passo compiuto dal programma. Ciò permetterebbe di fugare ogni dubbio sui costi e sulle situazioni di avanzamento di ogni singolo lotto o velivolo. Le realtà della Campagna Taglia le ali alle armi non capiscono per quale motivo si debbano avere maggiori informazioni da una comunicazione pubblica del governo Usa e non da comunicazioni da parte del nostro esecutivo, più volte sollecitato in tal senso. Al Ministro Pinotti ribadiamo la nostra disponibilità ad un incontro per spiegare i motivi per cui un acquisizione più approfondita di dati e documenti da parte del Parlamento e dell'opinione pubblica sarebbero opportuni per una migliore comprensione del programma JSF. Partiamo da una necessità di trasparenza che a nostro avviso deve essere massima se riferita a dei programmi pubblici così delicati e così costosi, anche per dare al Parlamento strumenti utili a prendere una decisione. A noi non interessa fare una polemica politica sui tempi delle scelte e su eventuali non ottemperanze delle mozioni parlamentari conclude Vignarca ma poter conoscere con certezza costi, temi e prospettive di acquisizione degli F-35. Il programma JSF è molto complesso e presenta passaggi di acquisto articolati (con triangolazione tra nostro paese, Governo Usa e Lockheed Martin) che si possono comprendere solo avendo accesso a tutti i documenti. Forniteceli e completate un passo di trasparenza. Chiediamo troppo? La Campagna Taglia le ali alle armi in vista della discussione Parlamentare della prossima settimana ribadisce i motivi per cui il programma F-35 dovrebbe essere cancellato: 1) ETICAMENTE in un momento di acuta crisi economica i fondi pubblici andrebbero spesi per lavoro, scuola, welfare, sanità e non per armamenti 2) COSTITUZIONALMENTE si tratta di un cacciabombardiere pensato principalmente per l attacco in profondità, non di uno strumento votato alla difesa aerea 3) ECONOMICAMENTE la spesa per i caccia già oggi ammonterebbe a 14 miliardi complessivi, senza contare i costi di mantenimento 4) SOCIALMENTE la sicurezza degli italiani non può derivare dall aiuto alle lobby armiere ma deriva dalla soluzione dei problemi sociali 5) TECNOLOGICAMENTE il programma non è maturo e affidabile, i problemi e gli incidenti recenti lo dimostrano, eppure il nostro Governo sta procedendo ai primi acquisti 6) POLITICAMENTE sondaggi d opinione e prese di posizione sui territori (anche da parte di Enti Locali) dimostrano la contrarietà dell opinione pubblica a questi caccia 7) INDUSTRIALMENTE i favoleggiati ritorni tecnologici per l Italia non si concretizzeranno mai e saranno residuali 8) OCCUPAZIONALMENTE i posti di lavoro derivanti da così tanti miliardi sono pochi e molto meno di quanti promessi: non è la maniera più efficiente per usare fondi pubblici 9) MILITARMENTE il programma F-35 non assolve ad alcuna necessità di difesa territoriale e ci mette sotto lo scacco di un paese estero in qualsiasi esigenza operativa futura 10) STRATEGICAMENTE il programma JSF è servito ad indebolire l Europa e le sue prospettive di politica estera e di difesa comune Per contatti stampa: - 328/ (fonte: Rete per il Disarmo) link: Politica e democrazia Sotto la torre, aspettando Godot (di Francesco Biagi) A Pisa, negli ultimi dieci mesi, abbiamo avuto uno sgombero ogni sessanta giorni. E questa la media della statistica denunciata dal Progetto Rebeldia. Gli spazi sociali, i laboratori di autogestione e di democrazia diretta non hanno cittadinanza e vengono concretamente rimossi. Pisa è una città amministrata dal centro-sinistra, con Sel che ha deciso più di un anno fa di entrare in giunta per spostare a sinistra l asse di governo. Fin ora la sinistra di governo (che ha scelto come suo alleato di ferro il Pd guidato dallo sceriffo Marco Filippeschi) alimenta inesorabilmente le 8

9 accuse che le vengono rivolte; in primis di aver fallito i motivi di questa alleanza e di essere al governo di Pisa per puro protagonismo politico e di potere, prostrata ad uno dei Pd più a destra d Italia. Ripercorrendo la memoria storica e politica del movimento pisano molti lettori di Comune-info ricorderanno il primo sgombero dell ex- Coloroficio Liberato verso la metà di ottobre 2013, poi a metà dicembre il secondo sgombero sempre della fabbrica abbandonata e restituita alla città dal Municipio dei Beni Comuni. A metà aprile lo sgombero del Distretto 42, la nuova occupazione che ha preso vita nel febbraio Un exdistretto militare di proprietà demaniale, abbandonato da più di vent anni. Il grande parco ribattezzato dagli attivisti Parco Andrea Gallo era un parcheggio abusivo per le autorità militari dei paracadutisti della Folgore. Poi, in questo mese di agosto, altre due sorprese: prima lo sgombero di Spot a Palazzo Feroci di proprietà dell Università di Pisa, e il 16 agosto l ennesimo vile atto con il sequestro dei Vigili Urbani del casottino del quartiere popolare di Gagno, restituito agli abitanti dal Comitato di quartiere da circa sei mesi. La proprietà è del Comune di Pisa. Si tratta di una media da primato nazionale su cui riteniamo che occorra lanciare un fortissimo allarme sulla tenuta della democrazia nella nostra città si legge dal comunicato stampa diffuso dal Progetto Rebeldia esperienze di recupero e riqualificazione di spazi abbandonati che vengono sottratti alla speculazione e alla mercificazione vengono considerati dalle istituzioni di questa città, in primis il Comune di Pisa, un pericolo sociale e politico, insomma l autogestione è ritenuta una minaccia. L unica cosa da tutelare sono gli affari e la proprietà. Da quasi due anni a Pisa è presente una rete di cittadinanza ampia, vivace e plurale che chiede alle istituzioni politiche locali di misurarsi seriamente di fronte ai problemi della crisi economica e dello stato di abbandono del patrimonio immobiliare pubblico e privato. Volumi e volumi di immobili abbandonati sui quali pendono progetti speculativi irrealizzabili per la mancanza di liquidità. Una soluzione ragionevole sarebbe quella di destinarli ad uso sociale, lasciando spazio al protagonismo politico dei cittadini e all auto-recupero. Nessun scopo di lucro e tanto olio di gomito di lavoro volontario. Eppure l amministrazione comunale non ne vuole proprio sapere. Assume sempre lo stesso atteggiamento attendista, l inerzia è il principale comportamento che recita, in un eterna opera teatrale che ricorda l Aspettando Godot di Beckett. Le soluzioni felici emergono nei momenti concitati degli sgomberi per poi incastonarsi velocemente nell apodosi e nella protasi del periodo ipotetico dell irrealtà. Il Progetto Rebeldia infatti insiste su un punto chiaro: Le istituzioni di questa città hanno ormai abdicato dal loro compito che è quello di applicare la nostra Costituzione a partire da quell articolo 42 sulla funzione sociale della proprietà che tutte queste esperienze in forme e luoghi diversi hanno messo concretamente in pratica. Gli spazi liberati, le esperienze di autogestione nella crisi economica che stiamo attraversando sono una risorsa, sono luoghi di aggregazione e crescita contro l individualismo e il profitto. Si cerca di trasformare tutto ciò in un problema di ordine pubblico in nome di una presunta legalità. Per noi illegale è lasciare a marcire per anni immobili ed edifici che sono quel patrimonio comune che appartiene alle cittadine e ai cittadini. (fonte: Comune-info) link: Pisa 1: ascoltando Curcio a Pisa (di Massimo Michelucci) Ammetto, questo pensierino è un po' lungo, apposta quindi per spaventare ancor più l'eventuale amico lettore aggiungo che è anche profondo tanto da far paura. Il 15 settembre 2014 sono andato a Pisa alla presentazione del libro Mal di Lavoro, edizioni Sensibili alle foglie, al Circolo Battichiodi, in via Battichiodi. Con un nome così non posso sfuggire alla digressione, il 9 Rogèr, che le ama, ne godrà. In quella via non dovevano aver molto da fare, evidentemente il commercio e gli artigiani erano in crisi, perché questo vuol dire battere chiodo. Invero ricordo di più il gioco delle feste di paese. Io sono anche un po piastrino, da ragazzo andavo ogni anno alla festa di San Biagio, a Pietrasanta, lì c era il gioco del battichiodo, si trattava di battere un chiodo col martello per infilarlo su un travetto di legno, lo si doveva fare in 2 colpi, o tre. Il chiodo era un bel chiodo, di circa 8 cm, mi pare. Tra noi di Marzocchino- Ripa-Querceta c era un campione, ci stava tutto il giorno, e accumulava premi fatti di bottiglie, ed anche salami e prosciutti, che poi si mangiava e beveva tutti assieme. Non mi ricordo il nome, mi ricordo il mestiere. Faceva l incassatore! Che mestiere è?, chiederete. Non era legato alla finanza come sembrerebbe, ma era di ben più alta professionalità, in pratica incassava le marmette nelle casse di legno, fatte a tavolette, che lui inchiodava 8 ore al giorno. Sarà stato forte al battichiodo?! A presentare il libro c era l autore, un sociologo del lavoro che non è però un professore, anche se può vantare di aver creato con altri la facoltà di sociologia di Trento. Ora da più di 20 anni fa socioanalisi del lavoro direttamente con i lavoratori stessi, una cosa un po strana, forse d altri tempi, non mi pare infatti che usi più tanto. Tempi forse in cui esisteva ancora il capitalismo industriale. Non essendo un cattedratico è ovvio che il luogo della riunione non potesse essere un aula universitaria, anche se si era a Pisa, ma più propriamente, di sicuro apposta, in considerazione della disoccupazione dilagante, è stato scelto un luogo dove appunto non si batte chiodo. Questo sociologo così efferato in socio-analisi narrativa del lavoro, che non ho capito ancora bene cosa sia, se non per intuito, un modo positivo di stare assieme, non è un nome di richiamo che appare sui giornali, si chiama Renato Curcio. Io l ho conosciuto a Forno alcuni anni fa. Ancora a controprova della mia strategia della conoscenza che mi impone di non lasciare il paese, tanto son sicuro che tutti prima o poi passano da lì. Io devo solo aspettare. E se non ci passano peggio per loro. Ma questo è un altro discorso. Da quell incontro abbiamo preso l abitudine di scambiarci i libri che scriviamo, e gli avevo quindi mandato il mio Palla. Lui l aveva già letto e mi aveva scritto tanti complimenti. E un tipo tosto, di quelli che non si complimentano solo perché sono amici o conoscenti. Se ha qualcosa di negativo da dire lo dice nel muso, senza preoccupazioni o remore. I complimenti quando vengono da persone così sono sinceri, e quindi benvenuti. Non potevo non usargli la cortesia di andare ad ascoltarlo per una sua presentazione, tanto più che avveniva a Pisa, non tanto lontano dal mio stato. Quando mi ha visto si è messo di nuovo subito a spiegarmi le grandi qualità del mio libro, lui a me! Non è che lo sia stato molto a sentire perché non è un esperto del tema, ed ha l umiltà di dirlo, e non tutti lo fanno quando si sbragano nei commenti, però devo dire che del libro mio ha sicuramente percepito i dettami più giusti. Per avere contezza delle qualità della mia ricerca ero del resto già forte del giudizio di altri amici ben più esperti del settore, i quali me ne avevano confermato la bontà, proprio segnalando gli stessi suoi punti di analisi. Comunque dove primeggia è nella socioanalisi del lavoro, un vero e proprio maestro, del cui sapere ho goduto. Ha iniziato facendo una breve disamina storica del concetto di lavoro, partendo un po da lontano, dalla Bibbia, e su, su venendo sino alla nostra epoca. Quello che più mi ha colpito è che parlando del lavoro ha sempre rimarcato, e mai dimenticato, che la riflessione verteva sul lavoro nella società capitalistica, facendo sempre intuire che di lavori ne possono esistere anche di altri tipi, o almeno che lo possiamo sognare, o comunque sperare. E questa fiducia non è cosa da poco, comunque cosa che si avverte, che ti prende. Tre concetti mi hanno attirato in maniera profonda. Il primo quando ha spiegato che tutto il blaterare rispetto al lavoro ed alla vita, sui media e da parte dei grandi maître à penser della nostra epoca,

10 sulla società liquida o fluida, su quella flessibile, su quella precaria, sull incertezza e la insicurezza, sull abolizione dei diritti del lavoro, sull articolo 18, etc, etc., un blaterare che rappresenta ormai immensi fiumi e mari di parole, declinato al livello del corpo di un uomo, lavoratore o non lavoratore, che è l unico livello che a lui ed a noi dovrebbe interessare, si può tradurre semplicemente in una parola: ansia. Male terribile e invincibile che disastra completamente la coscienza individuale e collettiva. E che questo semplicemente l ha scoperto, o meglio analizzato, a contatto diretto con i lavoratori e i disoccupati e le loro famiglie. Non mi sembra davvero una riflessione da poco. Il secondo concetto è l aver spiegato e dimostrato che il mondo del lavoro è ormai entrato in una fase di sospensione del diritto. Mi è stato davvero facile trasportare questo assunto in ogni altro ambito della nostra vita sociale, oltre il lavoro, nella politica, nell economia, nella finanza, negli affari, nella cultura, nell ambiente, etc. La sospensione del diritto prelude chiaramente infatti alla sua eliminazione, e quindi all assenza del diritto. Ma prelude anche ad un mondo che finora ancora non abbiamo mai immaginato, nemmeno nelle letterature più fantastiche, anche se qualcuna lo ha avvicinato. Oggi si prefigurano controlli sul lavoro non più difeso da alcun diritto (e da lì poi chiaramente nella società) che daranno la situazione in tempo reale dei movimenti del lavoratore, il controllo del suo tempo, dei suoi atti. Altro che Grande Fratello! Dispositivi già in uso in alcune aziende americane, come semplici tessere magnetiche personali, permettono infatti di sapere quanto un dipendente è stato al gabinetto, e di multarlo se ha superato il tempo consentito. E via dicendo Infine l ultimo concetto ha riguardato il prefigurare cosa ci rimarrà da fare, a noi poveri abitanti del pianeta. Non ha rivendicato rivoluzioni sociali, ma solo una prospettiva culturale, che a me sembra gran cosa. Ha infatti avvertito che l unica cosa che ci potrà consolare sono le narrazioni, meglio se individuali. Perché questa capacità di narrare la vita, che è l unica vita che ci resterà, lui l ha ritrovata nei singoli, quelli che ha contattato. Se sto a dire che a Pisa il 15 settembre 2014 ho imparato qualcosa da Curcio, qualcuno magari anche mi criticherà, ma ciò avverrà perché quel qualcuno non conosce i miei veri unici maestri, che sono davvero gli ultimi della terra. Abitano o abitavano tutti in un buco di culo del mondo, che ha nome Forno. Ma non vi si cuoce nessuno, e non è un inferno. link: Questione di genere Accade a persone vere (di Maria G. Di Rienzo) Oggi Marcela Loaiza, colombiana, ha 35 anni ed è nota come attivista che dirige un'ong contro il traffico di esseri umani. Quando ne aveva 21 era una ragazza madre con una bimba di 3 anni e mezzo, e per mantenere se stessa e la figlia lavorava come cassiera di giorno e come ballerina in un club di sera. Al club un uomo mi si presentò come talent scout che cercava danzatrici disposte a lavorare all estero. Io non accettai l offerta ma presi il suo biglietto da visita. Qualche settimana dopo, la mia bimba ebbe un attacco di asma e io restai con lei in ospedale per due giorni mentre si riprendeva: ma non era previsto io potessi prendere permessi dai miei due impieghi, così li perdetti entrambi. Ero disperata. Non avevo i soldi per saldare il conto dell ospedale. Mi misi in contatto con quell uomo e lui si offrì di pagare per le cure di mia figlia. Mi disse anche che se volevo potevo essere una danzatrice professionista in Giappone e che il lavoro era assai remunerativo. Io pensai che avrei potuto finalmente provvedere alla mia bambina, e magari comprare una casa per mia madre, che era il mio sogno. Lasciai la piccola a lei e partii. Arrivata a Tokyo, Marcela fu accolta dai magnaccia della yakuza (mafia giapponese): costoro le sequestrarono il passaporto e la informarono che il suo debito nei loro confronti ammontava a dollari. Una volta che lo avesse pagato, era libera di andarsene. Se ne fosse andata prima, o 10 comunque senza il loro consenso, sua madre e sua figlia in Colombia non se la sarebbero passata bene. Mi diedero una parrucca bionda e lenti a contatto celesti. Mi prostituivo per strada, cambiando posto ogni dieci giorni circa. A volte mi prostituivo nei centri per massaggi. Un magnaccia era sempre nei paraggi a controllare quanto guadagnavo. Dividevo un appartamento con altre donne che lavoravano come prostitute per la mafia. Venivano dalle Filippine, dalla Russia, dal Venezuela, dalla Corea, dalla Cina, dal Perù e dal Messico. La casa aveva tre camere da letto e 6/7 di noi per camera. Dormivamo in sacchi a pelo o su materassi per terra. I nostri pasti erano fatti di tonno in scatola, uova bollite, riso e bibite energetiche. Non avevamo il diritto di parlare, di scegliere, di avere un opinione. E poi ti facevano una specie di lavaggio del cervello: continuavano a ripeterti che quello era il prezzo da pagare per muoversi in avanti, era il sacrificio che dovevi fare per migliorare la tua esistenza. La vita da prostituta di Marcela è talmente sana che, dopo un anno e mezzo, è ridotta quasi senza capelli e con i denti che le cadono; ancora non lo sa, ma è diventata anche anemica: Per 18 mesi ho lavorato giorno e notte, avevo dai 14 ai 20 clienti al giorno, sette giorni fu sette. A questo punto ero certa di aver ripagato quei dollari e così cominciai a pensare di fuggire. Ho parlato con uno dei miei clienti, uno di quelli assidui: gli dissi che ero stata raggirata, rapita e intrappolata. Lui non voleva credermi. Mi rispose che ero lì perché volevo esserci, perché mi piaceva. Mi ci è voluta un eternità per convincerlo del contrario, ma infine mi ha aiutata a scappare. Mi lasciò un cambio d abiti e una parrucca nel bagno di un McDonald s e non appena fui travestita mi aiutò a prendere il treno per raggiungere l ambasciata colombiana a Tokyo. Quando ci arrivai piangevo senza riuscire a controllarmi. Ero terrorizzata all idea che i magnaccia mi avessero seguita. Continuavo a ripetere fra i singhiozzi: Sono una prostituta, sono una prostituta e il Console mi abbracciò e mi disse: Sei una vittima del traffico di esseri umani. Era la prima volta che sentivo quella definizione. La simpatia per Marcela, però, finì lì. Una volta tornata nel suo paese non le furono fornite l assistenza medica e psicologica di cui aveva bisogno per guarire, e che le erano state promesse. Ero traumatizzata. Non riuscivo a parlare con nessuno, mi vergognavo troppo. Mi sentivo disgustosa e colpevole per aver accettato di andare in Giappone. Volevo suicidarmi. A mia madre c è voluto un bel po di tempo per capire cos era accaduto davvero. Ho passato tre anni in terapia e la svolta è accaduta quando ho messo per iscritto i miei sentimenti. Ho pubblicato due libri sulla mia esperienza, per aiutare altre donne che sono state trafficate. Molte donne e ragazze in Colombia sono vulnerabili per via dell alto tasso di disoccupazione e per la mancanza di istruzione. Lo stato non sta aiutando le sopravvissute come dovrebbe. Adesso io sono sposata e ho altri due bambini. La mia intera famiglia sostiene il mio lavoro di attivista contro il traffico di esseri umani: il mio scopo è mostrare che questo accade davvero, accade a persone vere, a persone che conoscete. Non mollerò mai. E importante che la verità sia conosciuta, perché parte del problema è proprio il silenzio. Maria G. Di Rienzo (fonte: LunaNuvola's Blog - il blog di Maria G. Di Rienzo) link: Religioni Quando Dio scende in guerra (di Silvia Ronchey) «Beato chi sfracellerà i tuoi bambini sulla roccia», recita il Salmo 136. E vengono in mente i giovani coloni israeliani uccisi o i bambini palestinesi di Gaza sterminati o i cristiani perseguitati in Siria o in Iraq. Se il cosiddetto scontro di civiltà ha meno a che fare con le religioni che con la geoeconomia, e anzi la religione vi è usata spesso a copertura di altri interessi, va anche detto che per i seguaci delle religioni del libro ebraica, cristiana, islamica la guerra in ogni suo senso è connaturata

11 all insegnamento religioso a partire dai sacri testi.?a Bose, dove si apre oggi il XXII Convegno Ecumenico Internazionale di spiritualità ortodossa (fino al 6 settembre), prelati e teologi di tutto il mondo si interrogheranno anzitutto sui testi sacri cristiani. È vero che Cristo, avverando la profezia, è venuto secondo san Paolo a proclamare la pace ai lontani e ai vicini, come ricorda Enzo Bianchi nel discorso introduttivo, e il Vangelo stesso, nellalettera agli Efesini, è la «buona notizia (euangelion) della pace», che esorta all inoffensività e celebra i «beati pacifici» da cui il convegno di Bose prende il titolo. Ma è anche vero che nei sinottici Cristo non è venuto a portare la pace ma una spada (Mt 10, 34), non la pace sulla terra ma la divisione (Lc 12, 51), ed esorta chi non ha la spada a vendere il mantello e a comprarne una (Lc 22, 37). Storicamente il cristianesimo nasce, se non bellicoso, militante, se non intollerante, intransigente. I primi martiri cristiani si proclamavano milites Christi e nei dialoghi tra quei «testimoni di verità» e i loro inquisitori pagani la ricerca di conciliazione appare molto più spiccata nei secondi che nei primi.?«quando leggiamo certi Salmi, l odio avvampa gli occhi come il calore da una stufa», scriveva Clive Staple Lewis nelle sue Riflessioni sui Salmi. «Molto di più che in qualsiasi opera dell antichità classica cosiddetta pagana», argomenterà a Bose il teologo russo Michail Seleznëv in un dotto e provocatorio intervento. Il Salterio è centrale nello stato d animo cristiano quanto il Nuovo Testamento. Non è un caso che all epoca delle guerre di religione in Francia i Salmi siano stati adottati come inni di battaglia.?né è un caso che i recenti dibattiti degli storici americani sulla violenza nelle religioni del libro, e in particolare la nuova corrente relativista che sottrae all Islam non solo l appannaggio ideologico della violenza religiosa ma anche il primato storico nella jihad, abbiano introdotto per il cristianesimo, così come per l ebraismo, la nozione di un antica «teologia dell odio». Secondo i teorici della «sacra amnesia», la Bibbia trabocca di «testi del terrore», per usare la definizione della teologa femminista americana Phyllis Trible. Secondo Philip Jenkins, lo storico del gruppo di First Things, «la Bibbia contiene molti più versetti che esaltano il massacro o esortano a compierlo di quanti non ne contenga il Corano».?Nonostante questo, o anzi, possiamo credere, proprio per questo, il cristianesimo fin dal III secolo ha cercato di disinnescare la sacra violenza dei suoi testi. Del Salmo136 Origene dava un interpretazione allegorica secondo cui «beato chi sfracellerà i tuoi bambini sulla roccia» significa che bisogna spezzare le proprie inclinazioni al male contro la pietra della ragione. Tutta la letteratura dei Padri della Chiesa bizantini è tesa al difficile compito di neutralizzare la violenta letteralità delle Sacre Scritture in vista di una conciliazione dapprima tra cristianesimo e paganesimo, poi tra cristianesimo e altre religioni.?ma sarà nel XIII secolo Francesco, il santo da cui l attuale Papa ha preso il nome, a costruire una dottrina della pace che dall imperturbabilità interiore e dalla quiete mistica teorizzate dalla letteratura spirituale di Bisanzio si estenderà all esterno verso la sfera sociale e politica, costituendo una trama unica su cui tessere il comportamento cristiano. In questa sintesi tra spiritualità occidentale e orientale, ampiamente recepita dagli ortodossi, come illustrerà a Bose la relazione del teologo greco Panaghiotis Yfantis, il pensiero del massimo mistico dell Occidente offre oltre al vertice storico della teorizzazione cristiana sulla pace anche la base per un nuovo ecumenismo. Non a caso sarà nel nome di Francesco che la ricerca della pace tra le Chiese svilupperà le sue strategie e sinergie, da Bessarione fino a Bergoglio.? Perché poi principalmente questo significa pace per il cristianesimo contemporeaneo, come dimostrano i temi di discussione sul tavolo a Bose: pace tra le religioni e pace tra le Chiese tuttora divise all interno della religione cristiana. Almeno è questo il primo impegno che deve assumersi, ammonisce Enzo Bianchi, chi nella Chiesa ricerca una più ampia condizione evangelica di pace. 11 La Stampa 3 settembre (fonte: Centro Studi Sereno Regis) link: Kosovo Notizie dal mondo In Kosovo tutto bene? (II PARTE) (di Miriam Rossi) A distanza di 15 anni dalla fine della guerra, sguardi e riflessioni sul Kosovo durante una missione di osservazione per un progetto di cooperazione internazionale. II PARTE II PARTE - A dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare, la presenza della forza militare internazionale KFOR (Kosovo Force) a Pejë/Pec' appare discreta, addirittura impercettibile se non fosse per la camionetta mimetica di tanto in tanto parcheggiata davanti al centralissimo hotel Dukagjini. Si fa fatica a riconoscerlo dicono i peacekeeper che intervennero sul territorio durante la guerra: allora l hotel era stato trasformato nel quartier generale delle operazioni NATO nella città e l intera piazza su cui si affaccia era circondata da un muro invalicabile di filo spinato, attentamente piantonato. Da allora sono passati 15 anni e la Kfor a Pejë/Pec', a guida e a preponderanza italiana ma con unità austriache, moldave e slovene, ha ridotto i propri uomini e si limita a dominare la collina sopra la città dal cosiddetto Villaggio Italia, palesando la mancata necessità di un presidio militare in città. Poche sono anche le auto a targa EULEX, la missione UE che dal 2008 è andata a sostituire quella ONU (UNMIK) a coadiuvo delle autorità kosovare nella costruzione dello Stato di diritto del nuovo Paese. Appare così normale la vita a Pejë/Pec'. Per quanto può esserlo vivere in un Paese che negli ultimi anni ha ricostruito tutte le proprie moschee, bruciate durante la guerra. Per quanto all assenza di servizi essenziali e di base legati alla sanità o all amministrazione pubblica si contrapponga la più moderna tecnologia informatica che rende wifi ogni rete pubblica e possessori di uno smartphone anche i più indigenti. Per quanto i serbi, ora ridotti a una minoranza di poco più di 100mila persone, siano rinchiusi in enclave ben circoscritte, dei quali la metà nella parte settentrionale del Kosovo, nel territorio contiguo al resto della Serbia che arriva fino alla città di Mitrovicë, simbolo di questa separazione che vede a nord del fiume Ibar i serbi, a sud gli albanesi kosovari. Una comunità che sopravvive di fatto solo grazie ai finanziamenti di Belgrado e alla forza di protezione internazionale. Sono però paradossalmente proprio i monasteri serbi-ortodossi a dar mostra dei loro preziosi mosaici, reliquie e dipinti secolari tanto nel Patriarcato di Pec' quanto nel monastero di Dec(ani, annoverato anch esso come patrimonio dell Unesco, quasi a evidenziare ancora una volta come la storia della Serbia sia indissolubilmente legata alla regione del Kosovo. Per quanto si paghino 20 centesimi di euro per un filone di pane, 70 per un burek, la tipica sfoglia ripiena alla carne o al formaggio. Sì perché in Kosovo si paga in euro, adottato unilateralmente da Pristina come moneta corrente nel 2002 quando la Germania passò dal marco (adottato al momento della proclamazione dell indipendenza da Belgrado) alla moneta unica europea. Un altro elemento che denota il forte impatto e apporto economico di organizzazioni governative e non, aziende e Stati stranieri, in un Paese che non è riuscito ancora esprimere una propria moneta nazionale. Indubbie le ragioni che hanno indotto la cooperazione decentrata trentina a

12 intervenire con progetti di sviluppo in questa specifica regione del Kosovo. La similitudine geografica è palese: basta alzare lo sguardo dal piccolo rivolo del fiume Lumbhard che attraversa il centro abitato verso le maestose e verdi montagne che si intravedono a ovest, in Val Rugova. La sua valorizzazione in chiave turistica può rappresentare il fiore all occhiello dell amministrazione locale non solo per migliorare la debole economia del territorio, ma anche per contribuire a diffondere nella comunità una cultura di pace che alimenta a sua volta il turismo e i suoi proventi. Un esempio in tal senso viene proprio dal Trentino-Alto Adige, la cui conflittualità fu depotenziata durante e dopo l elaborazione del noto secondo Pacchetto per l Autonomia negli anni Settanta anche grazie alla condivisa necessità di una pace per favorire le entrate del turismo. Una pace di questo genere appare possibile in Kosovo a soli 15 anni dalla fine di un conflitto fatto di episodi di pulizia etnica, stupri, torture e abomini di ogni genere? Se pochissimi anni fa tra l altro la presenza ingombrante dei reduci di guerra rendeva difficile l avvio di qualsiasi forma di dialogo e di superamento degli schemi di confronto con il nemico, oggi continuano comunque ad avvertirsi sentori di una situazione che ancora stabile non è. L opzione di una trasformazione dello Stato in una regione autonoma dell Albania non viene neanche pronunciata per i timori di un assorbimento e di un diniego di quell autodeterminazione ottenuta. Tantomeno la possibilità di un ritorno sotto il controllo della Serbia appare reale, e non solo per una scelta di politica interna. La condizione di un Paese che ancora ospita sul proprio territorio milizie di eserciti stranieri, seppur amici, che si affiancano alla presenza di ong, interventi governativi di cooperazione, investimenti di aziende straniere, nonché l assenza di una propria moneta nazionale e la posizione di Stato non pienamente riconosciuto dall intera comunità internazionale (diversamente dagli altri fuoriusciti dall implosione della Jugoslavia) non possono che rendere ancora più difficili questi primi incerti passi del Kosovo indipendente. Miriam Rossi (fonte: Popoli - Webmagazine internazionale dei gesuiti) link: Palestina e Israele Medico versiliese: Vi racconto l'inferno in Palestina (di Daniela Francesconi) "C'è una certa, strana, impossibilità a condannare i crimini di Israele in Palestina". Il dottor Luisi calibra le parole ma è determinato: per quanto sia sconcertante sapere che sono state bombardate abitazioni, scuole, ospedali e persino bambini che giocavano sulla spiaggia, l'italia non ha sospeso la consegna di due aerei da guerra Aermacchi M-346, mentre infuriavano i bombardamenti. "Un paese a democrazia debole", è la definizione di Luisi, "che per convenienza economica e politica, fa finta di non vedere la disumanità degli attacchi israeliani ad una popolazione confinata e privata addirittura delle risorse idriche". E ora, "dopo aver mandato gli aerei che bombardano, mandiamo loro le bare". Tornato da pochi giorni dalla Palestina, il dottor Stefano Luisi, cardiochirurgo, ha ricominciato subito la sua ricerca di finanziamenti e collaborazioni in campo medico. Si occupa di cooperazione in Palestina dal 2007 con il Palestinian Children's Relief Fund (Pcrf) e da allora ha svolto più di 40 missioni chirurgiche ed organizzative. Dal 2011 al 2014 (marzo) è stato presidente dell'ipcro (International Palestine Cardiac Relief Organization). Dal 2013 presiede il Pcrf italia. E' sua la responsabilità del progetto cardiochirurgico a Gaza presso lo European Gaza Hospital, il primo centro di specializzazione sulla materia a Gaza e il secondo in tutta la Palestina. Ma gli occhi del medico non possono non vedere anche gli aspetti sociopolitici di uno scenario di guerra infinita, dove le parti si contendono territori e risorse naturali, valori e principi sbandierati a vessillo. La realtà 12 cruda di quanto è accaduto a Gaza durante l'ultima offensiva israeliana denominata Barriera Protettiva - almeno 500 bambini uccisi su un totale di oltre 2mila morti - è stata raccontata, più o meno intensamente, dai media internazionali. In 50 giorni di bombardamenti, sono state colpite le infrastrutture, le scuole e le moschee, gli ospedali, il personale di soccorso e i giornalisti. "L'altissimo numero di bambini uccisi non è un effetto collaterale dei bombardamenti - spiega Luisi - è chiaro che si è voluto colpire lì e alcuni esponenti politici israeliani lo hanno detto esplicitamente". Per fortuna la tregua siglata il 27 agosto regge, è stato riaperto il valico di Erez fra la Striscia e Israele e si è ristretta la zona di interdizione per gli agricoltori e i pescatori. "Duemila morti significa almeno 10 mila feriti, qualcosa di così grande che metterebbe in crisi qualsiasi paese", continua Luisi. E in crisi la Striscia c'era già, stretta fra i territori occupati dai coloni e il mare, soggetta a limitazioni, all'embargo e periodicamente teatro di conflitti. "Sembra quasi un richiamo di vaccino alla rovescia: non per prevenire ma per sterminare", è il commento amaro del medico. Gli ultimi dati diffusi dal Ministero della Salute palestinese, parlano di morti, di cui 581 bambini, oltre a feriti. Alle conseguenze dirette dei bombardamenti morte e distruzione - si aggiungono poi gli effetti duraturi dei metalli pesanti liberati dalle armi utilizzate dall'esercito israeliano. Dal Kossovo a Falluja in Iraq, alla Palestina: le armi sono sempre più devastanti e rilasciano agenti inquinanti nel territorio ed embriotossici spiega Luisi - cioè passano dalla madre al feto, minando così la stessa sopravvivenza della popolazione. Vincenzo Stefano Luisi è nato a Viareggio ed è cardiochirurgo pediatrico dal Ha lavorato in Inghilterra e in Olanda e poi si è dedicato alla cooperazione internazionale. Due settimane fa era a Gaza, quando la tregua ancora non era stata raggiunta, portando con sé i fondi raccolti per l'acquisto di materiali e medicine. Oltre alla cura dei feriti, ora emerge l'emergenza sfollati, con tutti i conseguenti rischi sanitari. Proprio ieri, 31 agosto, gli attivisti del Pcrf di Rafah e Khan Younis (due città della Striscia) hanno preparato mille kit d'igiene da consegnare ai bambini rifugiati nella scuola dell'onu e in altri luoghi. Il Pcrf è la più grossa organizzazione medica presente in Palestina e a Gaza in particolare. Fondata negli Usa nel 1991, è un'organizzazione non governativa indipendente. L'anno scorso ha trattato pazienti e ha effettuato 81 missioni, 38 delle quali a Gaza, tre nei campi profughi in Libano e 40 in Cisgiordania. In questi giorni più che mai è all'opera per trasferire nei paesi vicini del Medio Oriente, in Europa e negli Stati Uniti, i piccoli pazienti che hanno bisogno di cure ed operazioni specializzate. Un enorme lavoro a cui corrisponde un'enormità di spesa. "C'è voluto un milione di euro per creare la cardiochirirgia pediatrica, perché le attrezzature fisse sono di per sé costose e sono stati spesi anche altri 500 mila euro aggiuntivi", racconta ancora Luisi. Chi finanzia il Pcrf? Il denaro viene raccolto tramite iniziative in ciascun territorio e, nel momento dell'emergenza, con una "chiamata alle donazioni" anche tramite mail, com'è accaduto dopo l'8 luglio scorso, data d'inizio dell'attacco israeliano su Gaza. Poi c'è la rete di soggetti pubblici e privati. In Toscana, partecipano la Regione, la Provincia di Massa Carrara, i Comuni di Pietrasanta e Seravezza, il Credito Cooperativo della Versilia, la Porto di Carrara spa, il Centro Mondialità Sviluppo Reciproco di Livorno, la Croce Verde e l'associazione Uovo di Colombo di Viareggio, l'associazione di Amicizia Italo-Palestinese e il Club Lyceum di Firenze, la Pubblica Assistenza di Carrara. La Regione Toscana in particolare ha sostenuto dal 2009 al 2011 il programma cardiochirurgia pediatrica in Palestina al Makassed Hospital di Gerusalemme est (unica struttura palestinese dove fino al 2012 è stata presente la cardiochirurgia pediatrica), coinvolgendo i sanitari dell Ospedale del Cuore di Massa, la Fondazione Toscana Gabriele Monasterio (Ftgm), oltre che il personale locale palestinese. Dal 2012 l iniziativa è andata ampliandosi includendo altre discipline pediatriche e Aziende sanitarie. Il programma, tutt'ora in corso (seconda annualità), è denominato Cooperazione sanitaria toscana in Palestina in ambito pediatrico ed è diretto dalla Asl 12 Versilia, in collaborazione anche di Ftgm (componente cardiochirurgia), Aou Meyer di Firenze (componente neurochirurgia, chirurgia tracheobronchiale, pediatria generale), Asl 2 di Lucca (chirurgia plastica, maxillo-facciale e mini-

13 invasiva), Asl 6 di Livorno (chirurgia toracica), ospedale Brotzu di Cagliari (in affiancamento a Ftgm per cardiochirurgia). Vengono da Lucca il vicepresidente del Pcrf Italia, il dottor Andrea Carobbi, chirurgo generale e Pietro Massei che è un chirurgo plastico. Luisi vorrebbe portare da Viareggio anche l'ortopedia della mano e in questi giorni c'è in ballo un grosso progetto del Ministero degli Esteri italiano per l'emergenza sanitaria a Gaza, al quale sta lavorando anche Martina Luisi, la figlia, esperta di relazioni internazionali e progetti di cooperazione. Le strutture sanitarie palestinesi coinvolte sono attualmente quelle di Ramallah, Nablus, Gerusalemme, Betlemme, Libano (campi profughi). Nel 2013 è nato il reparto di cardiochirurgia pediatrica presso lo European Gaza Hospital (Egh), progettato e realizzato nel periodo di presidenza Luisi del Pcrf, col sostegno della Regione Toscana e della Tavola Valdese. Un lavoro costante e non facile, che coniuga il lavoro sanitario sul campo alla dimensione organizzativa e progettuale, alle relazioni istituzionali da mantenere su tutti i fronti. Senza mai rinunciare alla denuncia dell'ingiustizia, come fa il dottor Luisi, che spiega così la sua opinione: Nei conflitti tutto è negoziabile, tranne il rispetto dei diritti umani. colpirgli le mani. Ad oggi sono circa 7mila i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, di cui duemila arrestati nel corso dell estate durante l operazione di ricerca dei tre coloni e, dopo, durante le manifestazioni in solidarietà con Gaza. Ieri a Nablus è stato arrestato un membro di Fatah, dopo essere stato colpito al piede da un proiettile israeliano. Si tratta di Husam al-din Abu Riyala, 26 anni, ricercato da un mese. Il ragazzo è stato preso dopo due ore di assedio del centro sportivo dove si trovava. Arresti anche a Gerusalemme: ieri 4 palestinesi sono stati presi vicino alla Spinata delle Moschee in Citttà Vecchia durante una protesta scoppiata per le restrizioni poste all ingresso delle donne. Durante la protesta, la polizia ha picchiato con i bastoni anche le donne presenti. Nena News (fonte: Nena - agenzia stampa vicino oriente) link: Daniela Francesconi (fonte: Luccaindiretta.it - segnalato da: Arca di Gaza) link: Palestina: si torna alla "normalità" dell'occupazione (di Redazione "Nena") Mentre a Gaza si parla di ricostruzione, si stimano tempi e necessità, si tenta di tornare alla vita normale, anche la normalità dell occupazione è tornata a colpire in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. In realtà, l occupazione non ha mai smesso di mordere in nessuna delle enclavi dei Territori Occupati: i 50 giorni di offensiva contro Gaza che ieri hanno provocato un altra vittima, il 40enne Nasir Abu Marahil, 40 anni, morto per le ferite riportate in un ospedale di Gerusalemme, portando il totale delle vittime a hanno visto la reazione forte della popolazione palestinese del resto del territorio e di conseguenza la durissima reazione israeliana. Oggi, attacco archiviato, l occupazione torna alle sue normali attività quotidiane, come l annuncio della confisca di centinaia di ettari tra Betlemme e Hebron e la prossima costruzione di una nuova colonia. Una mossa criticata a livello internazionale anche dagli alleati di sempre, gli Stati Uniti, ma che non fermerà Tel Aviv. Demolizioni a Gerusalemme Ieri nella Città Santa, i bulldozer israeliani hanno demolito una casa a Beit Hanina, quartiere di Gerusalemme Est e alcune stanze di un abitazione vicina usate per raccogliere aiuti da inviare a Gaza. Cibo e altri beni sono andati distrutti nella demolizione. Il proprietario, Hajj Izz Abu Nijma, ha raccontato che questa è la quarta volta che le autorità israeliane demoliscono la sua proprietà, nonostante dal 1996 lui presenti regolare richiesta di permesso. Distrutta anche la casa del fratello Nadim, dove vivevano cinque famiglie. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nel 2013 Israele ha distrutto oltre 500 strutture di proprietà palestinese tra Gerusalemme e Cisgiordania, lasciando senza casa oltre 850 persone. Arresti e torture Un prigioniero palestinesi ieri è stato ricoverato in un ospedale di Gerusalemme dopo aver subito torture nel famigerato centro di detenzione israeliano Muscubiyya: Muhammed Hussein Rabee, 33 anni, di Beit Anan (villaggio vicino Ramallah), è stato portato in ospedale per complicazioni cardiache dovute a lunghe torture subite nei 40 giorni di detenzione. Solo ieri la famiglia ha saputo dove fosse. Un ex detenuto ha raccontato che in quel carcere le forze militari usano fare pressione sul collo della vittima e 13

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