La normativa vigente: ambiti di positività e criticità Estratto dall intervento di Raffaele Iosa

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1 La qualità dell integrazione scolastica Famiglia scuola territorio:per non tornare indietro La normativa vigente: ambiti di positività e criticità Estratto dall intervento di Raffaele Iosa Il titolo Per non tornare indietro nasconde una domanda: stiamo tornando indietro sull integrazione? Io sono convinto di sì: stiamo vivendo un periodo nel quale corriamo il rischio, che le parole siano tutte azzurro gentilezza, ma le pratiche invece si traducano in comportamenti che non aiutano nella realizzazione dei diritti. Mai come in questa epoca, lo scarto tra quello che scriviamo nelle leggi e la pratica è stato così grande. Il nostro obiettivo è quello di riflettere sul come mai i processi concreti reali non ci garantiscono fino in fondo una buona integrazione e come mai stiamo vivendo un epoca in cui la grande spinta dell integrazione e dell inclusione cominciano ad avere nuove contraddizioni. Io sono molto contento di essere italiano perché questa nostra storia dell integrazione, così come la stiamo attuando, con le luci e le ombre che fra un po descriverò, è assolutamente unica nel panorama europeo. La scelta fatta trent anni fa con la legge 517 di considerare normali tutte le persone, perché questa era l anima di quella legge, e cioè che la comunità normale di relazione era il luogo di riscatto, di sviluppo, di realizzazione, conteneva non solamente una scelta di tipo tecnico di preferire l integrazione normale rispetto all inserimento speciale, ma conteneva un principio di civiltà: l idea che in una società di diversi è solo facendo comunità tra diversi che si diventa migliori. In altre parole, l integrazione scolastica non serve solamente per i cittadini disabili ma è un valore per tutti. E naturale che questa cosa che ho appena detto non è solo collegabile al mondo della scuola. Quando negli anni Settanta abbiamo fatto la legge 517 uscivamo da un decennio cominciato con un altro anniversario, quello di Lettera alla professoressa di don Milani nel 1967, che aveva cominciato ad insegnarci un modo totalmente diverso di fare scuola. Vi ricordo in particolare la pagina 61 di Lettera ad una professoressa. Vi prego di rileggerla oggi o se non l avete mai letta, di leggerla, laddove dice tutti gli esseri umani nascono eguali, se poi crescendo non lo sono più non è colpa loro e tocca a noi rimediare. Migliaia di insegnanti, più o meno quelli nati attorno agli anni Cinquanta, hanno vissuto in questi due archi di quel decennio, quello di Lettera a una professoressa e della legge 517,e hanno ricevuto, da questo testo, la spinta esistenziale al loro modo di fare scuola. Ricordo che abbiamo il dovere di consegnare una memoria valoriale a chi è più giovane di noi perché questi valori di fondo non vengano con il tempo perduti. Ma non è affatto scontato ciò che abbiamo realizzato. Vorrei che rifletteste sul fatto che quell idea dell integrazione e della normalità come prassi nel nostro Paese, contiene un pizzico di utopia che viene continuamente e inevitabilmente messo in discussione: se l Italia è, ad esempio, l unico Paese in Europa che accoglie i bambini stranieri mettendoli nelle classi normali, è figlia di quell epoca. Se l Italia ha chiuso i manicomi, se ha chiuso gli orfanotrofi, c è l idea che l inclusione sociale parta dai processi materiali in cui questo avviene, la domanda che ci si pone è se tutto questo funziona. Una ricerca di cinque anni fa del professor Renzo Vianello 1, psicologo dell Università di Padova, ci dà una grande lezione. Renzo è riuscito finalmente, dopo anni di tentativi, a fare una ricerca sul quoziente intellettuale dei bambini down italiani, belgi e tedeschi. Sapete, gli psicologi misurano l intelligenza dei bambini. Pur non entrando nel merito scientifico ermeneutico dello strumento, mi interessa l esito. L analisi dei quozienti intellettuali dei bambini down italiani, belgi e tedeschi, ci ha dato il risultato che i bambini down italiani hanno un quoziente intellettuale del 30% superiore agli altri. Naturalmente la questione non riguarda gli spaghetti e neppure il clima, ma riguarda il fatto che i bambini down italiani sono inseriti nelle scuole normali, mentre i down belgi e tedeschi vengono inseriti nelle scuole speciali. Ma di questo lavoro non è tanto interessante questo esito, che a noi dà comunque un enorme gioia, ma l analisi e l interpretazione che lui dà di questo risultato: secondo l autore, gran parte di questo risultato non dipende dai docenti (vi prego non 1 Vianello, R. Sindrome di Down. Sviluppo psicologico e integrazione dalla nascita all età senile. Bergamo, Edizioni Junior,

2 offendetevi) ma dai compagni di classe, quasi a voler dire che l eterogeneità tra persone è un valore che rende tutti più intelligenti. Verrebbe da dire: rende tutti più civili. E questo patrimonio dell eterogeneità come valore che voglio consegnarvi come una delle questioni sempre messe in crisi da una società che qualche volta tende all egoismo, tende allo sgomitamento, tende all andare avanti per chi può, e così via. Vi voglio ricordare che nonostante quaranta anni di grande impegno per l uguaglianza delle opportunità educative, un recente libro molto duro Sistema scolastico e disuguaglianze sociali 2 non a caso scritto da un economista e da un sociologo, ci segnala ancora che il successo scolastico dei nostri ragazzi dipende molto di più dalle condizioni economiche e culturali della famiglia che non dalla scuola, e che l Italia è un Paese centrato sul familismo, nel senso che i figli dei notai fanno i notai, i figli dei ginecologi fanno i medici, i figli dei carrozzieri fanno i carrozzieri. C è un unica variante, molto interessante nella lettura di quest epoca: in questi quarant anni, la possibilità che hanno le persone attraverso la scuola di modificare il loro destino iniziale si è modificato in positivo solamente per una tipologia di persone: le donne. E molto interessante pensare che la probabilità che ha la figlia di un operaio di laurearsi, è molto più elevata di quella di un figlio di un operaio. Che le donne negli ultimi trenta anni abbiano vissuto una grande epoca di riscatto e di sviluppo è un dato che ci deve far riflettere molto su quelli che sono i grandi percorsi sociali con cui noi abbiamo a che fare. Quest apertura mi serve per riconoscere che i risultati, la qualità e la civiltà del nostro Paese sono direttamente proporzionali alla qualità della nostra integrazione. Vado ad elencarveli in ordine, ma mi interessa la sostanza che c è dietro più che gli articoli di legge: parliamo degli alunni disabili. Nel nostro Paese, più o meno, da venti anni l epidemiologia della disabilità è attorno al 2 % della popolazione complessiva. In Belgio sono l 8%, in Germania il 6 %, Voi capite che i dati dipendono da cosa ci si mette dentro. In Germania vengono inseriti anche i figli dei turchi quando arrivano emigrati, in Italiano. Senza dubbio il tema della certificazione e dell interpretazione della disabilità è un tema comunque aperto, perché noi sappiamo bene che al di là di quel 2 % di ragazzi che per merito della L. Q. 104 hanno una certificazione, esiste un area attorno al 15 o al 20% secondo le ricerche del dolore, della sofferenza, della fatica a vivere, della difficoltà a diventare adulti, della quale dovremo preoccuparci tanto quanto dei nostri ragazzi disabili. Sto dicendo una cosa quasi paradossale, ma oggi le forme almeno normative di tutela che hanno i ragazzi disabili nei confronti dei ragazzi che si trovano in situazioni di disagio rappresentano un grande scarto. Una ha una politica strutturata, l altra ha una politica casuale. Ebbene, nonostante il fatto che da vent anni, non c è in giro un gran voglia di certificare, abbiamo subito nella precedente legislatura un decreto, il numero 185, che nasconde dietro una grande contraddizione e questo decreto non è stato abrogato. Stiamo cercando in questo momento di gestirlo in una logica positiva, ma è importante che voi capiate che cosa c è dietro: qualcuno ha pensato che le certificazioni fossero troppe, cioè che ci fossero degli italiani così sciocchi da avere la voglia di certificare il proprio bambino per avere in cambio chissà quale cosa. Chi di voi appartiene al mondo della disabilità, non può riconoscere in questo una grande offesa civile. L idea che gli italiani siano mangiatori di certificazioni, un po come la storia dell invalidità, nasconde un vizio mentale tipico delle burocrazie del nostro Paese, di dare la colpa sempre agli altri di un qualche cosa che non funziona, e che porta ad un eccesso di spesa. Siamo davanti ad un decreto che viene affidato alle regioni, che hanno adottato varie modalità di gestione. Tra le regioni ho colto finora due grandi differenze: la regione Lombardia ha formato una commissione di persone che non c entrano nulla con la vita del disabile, una specie di tribunale della certificazione, che decide se la persona è disabile o meno, se è grave oppure no. Non si precisa il livello o il tipo di gravità, ed il concetto di gravità serve all Amministrazione a decidere di dare a te un po di più o a te un po di meno.. In Emilia-Romagna si è tentata un altra strada, che viene seguita più o meno anche nelle Marche, esattamente opposta a quanto accade in Lombardia: come prima cosa si è cercato di costruire un sistema della semplificazione, per la quale ogni famiglia ed ogni cittadino disabile avrà una sola visita che serve a tutto, dalla questione dell invalidità alla disabilità. 2 BALLARINO G., CHECCHI D. (a cura di) Sistema scolastico e disuguaglianza sociale Ed. Il Mulino

3 Per quanto riguarda la gravità, dal momento che il decreto 185 rimane, viene effettuata una valutazione ponderale che parte da un principio già scritto nell art. 3, comma 3 della legge 104, che dicesi grave non il rapporto con quello che ha, ma in rapporto all impegno che le Istituzioni debbono avere per garantire la sua autonomia. E un concetto straordinario questo che ho cercato di dirvi, perché la gravità non è un destino, implica un ragionamento che non è legato ad una sorta di classificazione di gravità ma ad una valutazione dinamica di gravità. In senso un po più scientifico, si è un po più vicini al concetto di diagnosi funzionale rispetto a quello di analizzare le persone secondo la quantità di gambe che hanno, e suggeriamo l introduzione dell ICF, come strumento interpretativo della funzionalità che le persone hanno. Per citare un caso un po brutale ma che rende l idea, un ragazzo che presenta dei problemi di natura cognitiva ha un livello di gravità diverso da uno che ha problemi motori alle gambe: non è affatto detto che per entrambi servano insegnanti di sostegno o servono gli stessi insegnanti di sostegno. Ora, la capacità interpretativa serve a rovesciare, è inutile negarlo, un pregiudizio che quel decreto nasconde, e cioè che sostanzialmente gli italiani vanno a caccia di certificazioni perché se ne servono per avere chissà quale cosa. C è una seconda questione vissuta con l ultima finanziaria. In essa il comma 605 prevede una revisione dei posti di sostegno, ma nasconde la percezione che gli insegnanti di sostegno siano troppi, esattamente come è stato detto sui certificati. Questo fa pensare che nell ultimo decennio si sia troppo sostenuto che per l integrazione scolastica dei ragazzi disabili, la soluzione fosse da ricercare nell insegnante di sostegno, anzi, peggio ancora, nella quantità di ore dell insegnante di sostegno, non nella qualità di ore. La discussione aperta dalla Legge Finanziaria nasconde il rischio di reintrodurre dentro la scuola normale e dentro le classi normali un idea di una delega speciale ad un minighetto.. C è stata poi un altra grande crisi in questi anni, della quale noi del mondo pedagogico abbiamo il dovere di reagire e di riflettere. C è stata una tendenza sempre più forte nella cultura scientifica a medicalizzare l esistenza, e questo è derivato anche dall epoca del mito della genetica, dal mito del cromosoma E molto più forte di quanto pensiate l invadenza tecnologica genetica sull idea dell esistenza, e lo vediamo nelle cose apparentemente più marginali, per esempio nella spaventosa dimensione attuale della farmacologia, verrebbe da dire delle aziende farmaceutiche. Questo ha determinato nel tempo un rapporto frequente fra pedagogia e medicina, diciamo anche tra insegnante e dottore, giocato non tanto sull idea di ragionare insieme su chi è il bambino, quanto ad una sorta di schiavitù dell insegnante che chiede al dottore in relazione al bambino: Dottore, cos ha? Quasi che la risposta del dottore, l epitaffio clinico che il dottore gli dà,lo rassicuri che se il bambino resterà stupido non è colpa sua. Insomma, c è stata una crisi del pedagogico, crisi del sociale, non solamente attinente alla scuola ma alle politiche che gli assessorati regionali hanno fatto per esempio nella sanità in molte regioni, aumentando i letti nei reparti di neuropsichiatria infantile piuttosto che allargarne i servizi territoriali, con il rischio di ridurre la pedagogia, l intervento didattico, la scuola, ad un accessorio socializzante piuttosto che ad una strategia di riabilitazione, di recupero, di sviluppo e di crescita. Insomma, quella che era una natura interdisciplinare dell interpretazione della disabilità rischia molto spesso in questa epoca di essere sbandata nelle mitologie di teorie cliniche od alcune volte di stregoni che vendono miracoli, con il rischio che nel mondo della disabilità succedano delle cose drammatiche. Provate voi ad avere un figlio autistico, provate ad averlo di giorno e di notte; durante le vacanze voi insegnanti non lo avete, ma i genitori sì, e sentono che uno strano dietista si inventa la teoria che attraverso una dieta diversa il ragazzo forse può guarire...i genitori partono subito senza guardarsi indietro. E naturale, è inevitabile che la debolezza del nostro rapporto con il mondo della ricerca, quando è un mondo demagogico, corre il rischio di dar vita a degli sfaceli: ecco perché io resto dell opinione che chi lavora nel campo educativo, insegnanti, ma anche neuropsicologi, assistenti sociali ed operatori del territorio, debba riprendersi la pedagogia ed il sociale come luoghi, sedi e modi di garantire alla persona autonomia, tanto quanto l intervento medicale. Come si organizzano i servizi? Negli ultimi venti anni sempre di più nel nostro Paese il sociale è stato dato in esternalizzazioni. A partire dalle badanti polacche per arrivare fino agli educatori degli enti locali, le scelte che sono state fatte in tutte le amministrazioni, qualsiasi fosse il colore politico, è stato quello di affidare al sistema delle cooperative (così viene chiamato) la gestione del dolore. Il sistema delle cooperative è stato così intelligente che ha riconvertito molto della propria struttura manageriale, qualcuno che faceva edilizia si è buttato nel sociale, trovando un nuovo mercato, che è fatto in 3

4 prevalenza da ragazzi precari, con lauree o con titoli accademici incerti, che per 500 o 600 Euro o qualcosa di più, e naturalmente con una enorme discontinuità, dovrebbero garantire un servizio che per antonomasia deve essere considerato flessibile, perché questa è stata la natura su cui è nato questo sistema. In realtà molto di questo sistema nasconde un grande difetto che Ivan Illic ci aveva insegnato molto bene 40 anni fa : l educatore di una cooperativa che a volte è stato assunto perché ha la medesima tessera politica della cooperativa, perché le garantisce dei voti, non per le eventuali grosse competenze professionali,se va a casa di un handicappato o a casa di un anziano, non lo guarisce, se è pagato a cottimo, perché questo è il punto,il cottimo dell esternalizzazione determina due effetti: innanzitutto c è una relazione sociale, terapeutica, che non è portata a favorire l autonomia della persona ma ad esaltare l idolatria della propria funzione, ed allo stesso modo aumenta un grande carico di spesa. ( Io sono molto lieto di vivere in una città che ha avuto il coraggio, per iniziativa di un direttore generale dell Asl assolutamente originale, di compiere un opera inedita, assumendo 400 dipendenti a tempo indeterminato e pubblici dell Area sociale,creando naturalmente un po di scompiglio nel mondo delle cooperative, con persone che da tutta Italia stanno andando al Palazzetto dello sport di Ravenna a fare il concorso ). Al di là di questa fame di posto pubblico, non posso non riflettere sul fatto che dietro al profilo professionale di quelle competenze sociali che aiutano la scuola c è anche un grande business, e c è un problema di natura qualitativa ed organizzativa che dobbiamo avere il coraggio di riaprire. Anche questo non è scritto in nessuna norma precisa, ma è scritto nelle varie finanziarie, nelle varie politiche locali, nei patti politici che ci sono nel territorio, ma la questione per noi, se il nostro cuore pensa al cittadino disabile, prima di tutto è quello di interrogarci se questo sistema funziona. Personalmente sono comunque convinto che questo modo di fare è elemento di spreco, certamente costa di più, perché quando si teorizza in un paese che i dipendenti pubblici sono troppi, e lo si teorizza a priori, guardate che l esito è uno solo: il conservatorismo compassionevole, il che significa pensare ( e questa è una robusta teoria sociologica americana) che nell area del dolore e della sofferenza quello che conta non è la realizzazione dei diritti, ma la pietà, e che la pietà deve essere fatta dal volontariato, meglio ancora se fatta dalle chiese o su un finto terzo settore perché dietro nasconde non la realizzazione dei diritti ma la consolazione dei bisogni primari delle persone. Come vedete, abbiamo nodi pesanti da sciogliere su questi temi, delle derive anche culturali (questa del medicale e del sociale sono questioni robuste non da poco da gestire) che costituiscono anche l innervazione, la radice di tante questioni della nostra quotidianità. Quando noi, Comune e Provincia, litighiamo se il servizio di trasporto di un ragazzo disabile alle scuole superiori debba essere pagato da uno piuttosto che dall altro ente, (cito una delle tante banalità che girando nel nostro Paese troviamo), viviamo in una situazione del genere un evento paradossale, perché abitualmente ciò che accade non è che il litigio abbia un esito, in quanto l esito è che spesso il disabile rimane per strada sotto la pioggia... Riflettete su un altra storia, che io ho vissuto in diretta, e posso dire che è stata una delle cose più belle che mi siano capitate nella mia esperienza professionale. Nella mia città dal 2001 abbiamo obbligato i bidelli a pulire i bambini: elegantemente si chiama assistenza di base. So che dappertutto la cosa funziona con difficoltà qui m importa riferirmi alla dimensione etica in cui è nata la vicenda, perché partiva da quella tipica teoria doppia del non mi compete e che per farlo bisogna essere bravi, che è esattamente il paradigma tipicamente italiano della deresponsabilizzazione. Signori miei, se un bambino se la fa addosso, è dovere di tutti, anche se siete professori di greco, pulire il bambino. E un alto, altissimo grado di onore nei confronti della persona. E questa la malattia etica, l immoralità che si nasconde dietro il fatto, e cioè l idea che pulire un bambino è basso mentre invece fare l avvocato è alto. Devo dire che quando siamo partiti abbiamo dovuto usare dei tasti di ricatto persino morale nei confronti dei sindacati, ma devo anche dirvi che quando abbiamo fatto i corsi di formazione, perché comunque questo prevedevamo, scoprivamo che in giro per l Italia ci sono meravigliosi bidelli -lasciatemeli ancora chiamare così perché mi piace di più pieni di amore e di voglia di fare qualcosa dentro la scuola, piuttosto che stare a sferruzzare nell angolo di un corridoio. Parliamo ora degli insegnanti, la seconda categoria. Oggi siamo arrivati al limite del paradosso. Vi do due o tre piccoli dati di ricerca talmente vecchi, che viene la nausea a dirli. La qualità dell integrazione scolastica è inevitabilmente legata alla continuità della medesima persona nello stesso luogo. Il rischio che il bambino esca in corridoio con l insegnante di sostegno è 4

5 direttamente proporzionale agli anni scolastici che l insegnante di sostegno ha fatto in quel posto, ed è banale quello che sto dicendo, perché la prima persona che ha bisogno di essere integrata è l insegnante. Se siete una persona calabrese, pugliese o abruzzese, e ricevete una telefonata a fine ottobre per venire in un paesino della provincia di Urbino a fare l insegnante di sostegno di una persona che non avete mai visto, avete fame di un punteggio che vi serva ad entrare nei ruoli e partite. Che cosa volete che faccia la scuola dove arrivate? Vi chiede inevitabilmente di prendervi cura del bambino disabile e voi, per il tempo che avete a disposizione per conoscerlo, vedete finire l anno scolastico prima di concludere questa conoscenza. La precarietà del sostegno crea la patologia peggiore, che è appunto quella della delega: sarà paradossale, ma se un insegnante di sostegno è con i colleghi giorno e notte, anno per anno, diventa squadra. In questi anni non abbiamo affatto risolto questo problema, anzi è avvenuto il contrario: la quantità di insegnanti di sostegno che un bambino ha dal momento in cui entra nella scuola materna fino alle superiori, è 4 volte superiore agli insegnanti di classe. La loro volatilità, la loro precarietà ne determina la patologia organizzativa, e questo tema non può essere ancora una volta irrisolvibile per questioni di natura sindacale: no, io penso che dietro ci sia un problema più serio, ed è il problema stesso per cui nel passato, e purtroppo temo anche nel presente, ogni volta che avevamo persone che perdevano il posto non sapendo come occuparli li obbligavamo a fare il sostegno come possibilità residua, e lo abbiamo fatto con gli insegnanti di educazione tecnica e con quelli di educazione fisica,. Insomma, come non vedere che dietro questa politica un po sindacale un po gestionale si nasconde una sottostima del ruolo dell insegnante di sostegno, e quindi l idea che in realtà il disabile ha bisogno di una copertura, non di un progetto? Lasciatemi usare questa orrenda parola, che molto spesso traffichiamo con gli enti locali, perché quando un bambino disabile ha poche ore di sostegno pensiamo all educatore per coprirgli tutte le ore: questa cosa ormai non regge più. Non reggono neppure le modalità di formazione dalle quali noi per anni abbiamo tentato di uscire: nel momento in cui un insegnante entra nei ruoli per merito del sostegno, almeno nel 74% dei casi non vede ora che finisca il quinquennio per scappare via e andare nei ruoli. Questo significa che noi mediamente ogni 7 anni abbiamo un intera generazione che abbiamo formato sui temi della disabilità che ci lascia. Naturalmente la domanda che ci facciamo è se è giusto che resti per sempre a fare l insegnante di sostegno, ma dietro queste contraddizioni si trova una sorta di incapacità del sistema, di questa macchina chiamata scuola, di risolvere in modo semplice quelli che sarebbero problemi molto semplici. C è poi questa specie di equivoco che esiste nei confronti degli insegnanti di sostegno, secondo cui fare il corso, avere il titolo significa entrare dalla finestra piuttosto che dalla porta. E un modo un po all italiana, che... sa di imbroglio per avere un posto fisso fregando gli altri: i bambini disabili diventano pretesti, non obiettivi. Questo sistema non regge più, ed il lavoro che stiamo cercando di costruire, di pensare, non può più essere fatto a peccette. La mia opinione è che il futuro sempre più chiederà competenze didattiche e professionali strutturate sulla differenza, non sulla omologazione. Ormai è evidente che nei sistemi scolastici complessi quali sono i nostri, la natura normale delle nostre pratiche didattiche è di avere una grande eterogeneità, dal bambino straniero, alle diverse condizioni economiche, alla disabilità. Insomma, ad una complessità dove il tema della diversità è la natura dell insegnare, dove cioè lo spirito della legge 517, che era quello di costruire dei percorsi che garantissero a tutti, a prescindere dalla loro condizione, elementi di qualità, diventasse una prassi normale. Ma il trattare l eterogeneità implica inevitabilmente una formazione iniziale degli insegnanti totalmente diversa da quella che abbiamo fatto finora. Il problema non è quello di formare buoni insegnanti di lettere o di matematica ma di considerare la relazione educativa con l eterogeneità, la speciale normalità di tutti. Solo se riusciamo ad aumentare la competenza, la passione civile, la mission educativa dell insegnante qualunque esso sia, ci aggiungo i bidelli e i dirigenti scolastici, all interno di una scuola che ha come obiettivo il garantire a tutti qualità degli esiti, riusciamo a smetterla di avere questo tormentone degli insegnanti di sostegno. Per quanto riguarda gli insegnanti di sostegno, ripeto per l ennesima volta che l insegnante di sostegno è dato alla classe non all alunno disabile. Ho riletto l altro giorno con grande nostalgia, il documento della Commissione Falcucci che nel 1977 ha fatto la legge 517, leggetelo e troverete lì dentro argomenti e temi che se venissero oggi letti, sarebbero considerati eversivi, dove l idea della normalità era chiara, dove era già 5

6 paventato il rischio che l insegnante di sostegno diventasse questa specie di ermafrodito... E vero, invece, che le politiche, le decisioni strutturali, piuttosto che aiutarci a risolvere il problema, ci hanno aumentato la palude. Non sono affatto soluzioni facili, anche perché oggi la moda della scuola sembra andare verso una finta eccellenza che è quella della clonazione dei ragazzi il più possibile pronti ad un buon consumismo. Non sottovalutate le brutte cose che accadono nelle scuole nei confronti dei disabili, non sottovalutatele. La questione di come l integrazione si realizza ha anche temi di natura civile ed etica per i quali dobbiamo avere il coraggio di maggiore severità. Guardate, quella che esce dai giornali, è la percezione che il disabile sia più una pena che una risorsa, a cui va bene fare una coccola, a cui va bene un angolino morbido, ma che in realtà non diventa amico degli altri. C è una questione che ha sempre destato in me sorpresa: negli anni del Ministro Moratti non sono calati i posti di sostegno, eppure non c era luogo in Italia in cui io andavo dove ci si lamentava che gli insegnanti di sostegno erano pochi. In realtà negli anni della Moratti sono accadute altre cose, per esempio è aumentato il numero degli alunni per classe, sono aumentati gli alunni stranieri, sono aumentate le complessità, come pure le rigidità. Pensiamo al tutor o al portfolio che rendevano gli insegnanti una specie di neoburocrati e di neogerarchi, con il tutor diventato un neocapo. Tutto questo ha creato un inquietudine e un malessere dentro la scuola, e ha portato a pensare che avendo qualche ora di sostegno in più un problema veniva risolto. Chi oggi si occupa di disabilità e di organici è consapevole che il problema non è l insegnante di sostegno e basta, ma la scuola intesa come ambiente complesso: quanti sono gli alunni, quante sono le barriere architettoniche e quelle psicologiche presenti in una scuola!.. Potete mettere anche due insegnanti per un bambino disabile, ma se la scuola è mentalmente fatta di barriere è un ghetto, non un integrazione. La lettura che noi dobbiamo fare delle gravità, come della relazione di contesto, dei compagni, del numero degli alunni, delle attività, del tempo scuola va fatta in un modo contestuale, che deve avere un termine organizzativo, organico e funzionale. Non è infatti possibile pensare che noi assegniamo gli insegnanti in base alle classi, dobbiamo inevitabilmente darli per nuove variabili, ma naturalmente il mito della cattedra è duro a morire. Prendiamo la questione dell istruzione superiore: l 80% dei disabili va alle scuole professionali. Fatemi dire una cosa che mi riempie di gioia: nella mia regione il 60% dei disabili arriva alla maturità, è un dato che non ha nessuna altra variabile in Europa. Sarà un diploma differenziale, anziché equivalente, ma ci arriva. Ma perché i ragazzi disabili vanno alle professionali? Guardate che la ragione è la medesima dei ragazzi stranieri, che vi accedono in abbondanza. Perché l istruzione professionale in Italia non è il luogo dove vanno i ragazzi che hanno voglia di lavorare; l istruzione professionale è già ora la seconda gamba di classe e di censo di chi non ce la fa. La grande sfida che nasce nella valorizzazione dell istruzione tecnica e professionale come struttura comune deve contenere questo pensiero che cerco di darvi: riconoscere che in quell area noi abbiamo accumulato più che un tema di recupero di strategia verso l idea di una relazione tra homo sapiens e homo faber, un cronicario dove mettiamo tutti coloro che non siamo stati in grado nella scuola media di raggiungere almeno il buono. E non è un caso che figli di stranieri, magari con una laurea, vadano ai professionali per pure ragioni economiche. Non è affatto vero che abbiamo realizzato del tutto l art. 3 della Costituzione, ma forse neppure l articolo 33 che prevede che chi è bravo merita di andare avanti anche se povero. Non è così semplice la questione dell inserimento, e possiamo dire che l istruzione professionale accoglie ragazzi disabili perché mediamente è buona e sa accogliere tutti. Ma non è affatto vero che tutti i ragazzi disabili sono fatti per le professionali,é che sono i licei classici incapaci di accogliere i disabili, non l inverso. Come si fa a modificare questo che è inevitabilmente figlio di un pregiudizio direi persino razziale? La sfida a temi di questa natura la si può fare con passione, ma la si fa anche con atti, con eventi, con decisioni, dobbiamo per esempio lavorare con un modo radicalmente diverso sull orientamento, smetterla con questa stupidaggine degli Open day che gioca più sulla pubblicità della scuola che su quelle che sono le strategie che portino domanda ed offerta a rendere compatibili i percorsi So bene che il tema di cui parlo spesso ha come argine il tema della cognizione, del livello di intelligenza, quasi che la scuola superiore come ai tempi di Gentile fosse strutturata per selezionare piuttosto che per sviluppare competenze ed avere evoluzione delle capacità di tutti. 6

7 L ultimo tema del mio intervento riguarda quella che viene chiamata governance locale, accordi di programma territoriale, rapporti col territorio ecc. Io ho vissuto in un modo molto doloroso la discussione politica quando è nata la Legge 328 sui servizi sociali. Lavoravo con un Ministro che amavo moltissimo, si chiamava Luigi Berlinguer... Eravamo tutti occupati a parlare di riordino dei cicli (7+3, 4+2, 2+4) e non ci curavamo della discussione che avveniva in altre aule in Parlamento su quella che io considero una delle più importanti leggi sui diritti delle persone degli ultimi 20 anni, la legge 328 del 2000, detta anche quella del progetto di vita. Se voi la leggete attentamente vedrete che la parola scuola è scritta tre volte quasi per sbaglio, sembra una legge fatta per le cooperative sociali e fatta più per una sorta di idea della pietà, mentre invece questa legge ha degli elementi strutturali. Sono dell opinione che la riforma del titolo V della Costituzione, la riforma del ministero e soprattutto l autonomia delle scuole, ci obblighino a costituire un sistema di governance locale radicalmente diverso dal passato. Sto parlando per la verità in una regione che su questo ha già fatto molto, se parlassi in altri luoghi la cosa sarebbe più complessa. E necessaria una riflessione più seria su quelli che sono i modi e i luoghi della governance, detesto usare l inglese ma non è facile tradurre questo termine in italiano. Prima questione: la famiglia. Io sono dell opinione, lo penso da sempre e lo vivo anche nella biografia dei miei cellulari caldi: che la famiglia di un disabile per sua natura deve essere scocciatrice. Vi chiedo scusa della volgarità ma provate voi a trovarvi in quella situazione, dietro quella storia c è un dolore, c è una sconfitta, c è una ferita, e questo inevitabilmente provoca una relazione di risarcimento, che determina un rapporto del cittadino nei confronti dei servizi che giustamente diventa.. lagnoso e.. patologico. Provate voi a fare due ore di sala d attesa per avere un ora di logopedista o aspettare 4 mesi per avere una visita: non viviamo in un sistema nel quale chi non ha soldi ce la fa sempre! Provate voi ad avere un figlio con una malattia bizzarra per cui ci sono santoni e miracolisti che vi rubano un mare di soldi, vi illudono per anni e vi lasciano poi per terra in una situazione peggiore di prima. Non è affatto facile in un mondo in cui i bambini devono essere perfetti, tutti straordinari: di figli non se ne fanno più, ma quelli che nascono devono essere perfetti. I servizi devono accogliere il loro dolore, non sentirli come controparte. Laura Balbo, che è una grande studiosa di sociologia, usa il termine di sistemi amichevoli,, ma lo dice in inglese anche lei friendly. E importante verificare se la relazione professionale che abbiamo nei confronti della famiglia del cittadino disabile ha dentro la strategia dell ascolto, del rispetto e soprattutto della partecipazione. Nessuna terapia, nessun intervento educativo, nessun intervento sociale funziona contro chi lo riceve. Sto forse dicendo una banalità, ma le forme di partecipazione che noi chiamiamo GLH, PEI e così via, devono essere figlie di un processo di empatia, prima ancora che della partecipazione. Bisogna sapere che si è dentro la stessa barca esistenziale che implica il dovere della reciprocità., se lui non ce la fa non ce la faccio neanch io.. Seconda questione: i servizi. Oggi ho detto che uno dei temi che io sento più forte della governance è il rapporto tra mondo pedagogico e mondo medicale in relazione ai progetti di vita. Ne ho già parlato prima,, ma ve la pongo come questione seria se mi ascoltano neuropsichiatri infantili, psicologi od operatori sociali. Vi è necessità di un lavoro interdisciplinare di ascolto e rispetto reciproco. Nessuno di noi può pensare di essere autosufficiente, perciò è necessario un lavoro di ricerca prima ancora che di esposizione di teorie. Un lavoro che deve avere come presupposto l onestà umana di affermare che non esistono le sindromi ma esistono le persone affette da sindromi e può accadere che partendo non dalla propria verità carica di ansia ma dalla storia di quel caso vissuto insieme si possano perfino fare nuove scoperte scientifiche. Posso ricordarvi e la cosa mi fa sempre piacere che molte delle grandi innovazioni pedagogiche sono nate nei luoghi dove le cose non andavano. Se penso alla fine del 700 vi devo dire che il più grande pedagogista di quell epoca non è stato Jean Jacque Rousseau ma Jean Itard, che forse pochi conoscono. Era un medico che si è preso in casa un bambino selvaggio trovato nelle foreste dell Aveyron e ha cercato di educarlo. Gran parte della pedagogia donmilaniana è figlia di Jean Itard, gran parte della pedagogia dei diritti nasce da quell itinerario. Posso ricordare banalmente che Decrolaix ha inventato il metodo globale lavorando con i figli dei minatori e che la Montessori non trattava certo i fighetti. Ora l incontro interdisciplinare tra mondo pedagogico e mondo scientifico importa molto di più della quantità delle riunioni. So molto bene che talvolta il problema è anche organizzativo sul lavorare insieme. Se non c è 7

8 insieme la reciprocità dell ascolto (e gli insegnanti devono smettere di chiedere al dottore: Dottore cos ha ma condividere con lui la situazione e chiedere dottore chi è?). Se c è questa partecipazione, la sfida diventa straordinaria. Terzo punto: la governance locale riguardo all operato dell Amministrazione. Se non c è prima un anima culturale, un anima civile sulle cose che facciamo non bastano gli assessori, che arrivano dopo o insieme. Il tema è quello di vivere in una regione fatta di canne d organo dentro ognuna della quali le cose sono molte: non si può dire che i comuni delle nostre regioni non partecipino ai temi dei disabili, non si può dire che le scuole non partecipino e che non ci sia il volontariato. Ma il problema sono le reti che si fanno insieme per mettere insieme l organizzazione. Forse nel 2009 o 2010 arriveremo insieme alla gestione regionale degli organici e potremo avere finalmente un unico luogo nel quale l insegnante di sostegno e l educatore vengono gestiti contemporaneamente, perché altrimenti succede che prima lo Stato assegna l insegnante di sostegno e poi il Comune rabbocca a copertura, e voi capite che una metodica di questo tipo quanto meno squalifica l educatore, e non sviluppa un profilo di competenze che potrebbe essere utile. La parola dominante che dovremmo avere su questo tema è concertazione, che va fatta e realizzata partendo da una elaborazione culturale di come si opera fino ad arrivare alla questione della responsabilità. Ciò che vi ho raccontato crea dei paradossi: ci sono alcuni disabili che ricevono troppo, altri che ricevono troppo poco. L equità dei nostri servizi ha troppo spesso questi paradossi, e cioè un incapacità per mancanza di partecipazione e d integrazione di dar vita ad un ruolo attivo. Questo ci porta a dire che il futuro non potrà che essere quello di un lavoro di rete, perché dobbiamo arrivare a capire che da soli non si potrà mai fare niente, pena l isolamento che complica la vita delle persone. Vorrei terminare con la storia che considero il più grande successo della mia vita nei confronti della disabilità, che se volete è anche una metafora della legge 517. Io nella vita ho fatto il maestro, e ho molta nostalgia di quel periodo: in quegli anni nella scuola dove lavoravo eravamo contrarissimi agli insegnanti di sostegno, che ci sembravano un invadenza, il rischio di tornare alle scuole speciali, le avevamo appena chiuse.. Ho avuto una bellissima esperienza di un ragazzino down che ha fatto con me tutti i cinque anni delle elementari, ma il mio grande successo educativo non l ho avuto io, è arrivato dopo, alle medie. Il bambino va in prima media e la madre gli dice: senti ormai sei grande e devi andare a scuola da solo in corriera. Abitava al capolinea e la mamma gli fa fare le prove, poi siccome non si fidava del tutto, con la pittura fa una croce sull asfalto in corrispondenza della fermata dove lui doveva scendere. Tu ti metti vicino all autista e quando ti trovi vicino a quel punto scendi. Il ragazzino comincia ad andare da solo e ad ogni fermata suonava il campanello, si apriva la portiera, vedeva che la croce non c era e diceva all autista di proseguire. Dopo alcuni giorni l autista gli ha detto: Insomma avrai imparato a capire la fermata dove devi scendere! E lui gli ha risposto: Ma io sono down!. Non so se la storia vi fa ridere o vi ha creato imbarazzo. Vedete, una delle cose fondamentali di una persona down è di essere orgogliosa della propria condizione, di conoscerla, di non viverla necessariamente come un dramma, mettendoci magari anche dell ironia. In chiusura, introduco solo un tema di cui non ho ancora avuto tempo di parlare ma che mi appassiona, e sul quale sto lavorando in questo momento: la transizione scuola-lavoro. Se c è qualcuno che insegna nella secondaria, si legga la legge 68, transizione scuola-lavoro: è lì la nostra sfida. Pensare che l integrazione scolastica finisca con la scuola è un imbroglio per la stessa persona; lo scopo dell inserimento lavorativo è quello di far andare la persona nel posto giusto e vi garantisco che le opportunità ce ne sono, a condizione che la scuola non si senta come quella che regala alla vita adulta la persona, ma la segua anche dopo. Sintesi dal contributo tratto dal Seminario: La qualità dell integrazione scolastica non rivisto dall autore Ancona, 20 gennaio / 2 febbraio 2007 a cura di Silvana Mancini e Roberta Pergolini - USP Ancona Si ringrazia Massimo Cortese per l accurata trascrizione dal vivo 8

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