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2 g LE TORPEDINI 9

3 ISBN: Gianluca Morozzi ed Elisa Genghini tramite Nabu International Literary Agency, 2011 I edizione: gennaio Alberto Castelvecchi Editore Srl Via Isonzo, Roma Tel fax Cover: Sandokan Studio

4 Elisa Genghini Gianluca Morozzi SERENA VARIABILE

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6 n 1 Quante calorie avrà questo cracker al farro e kamut, senza glutine, senza sale e senza olio? Quante calorie avrà questo disgustoso miracolo dietetico di cui ho tanto sentito parlare in Tv? Questo insignificante pezzetto di segatura vegetariano che da dieci minuti sto cercando di frantumare masticando piano, dopo averlo frazionato in mille pezzi, per non far sì che il mio pasto di oggi, cominciato sulle prime note della sigla di Beautiful, si concluda nel punto in cui Ridge ammicca con le braccia conserte, e cioè dopo circa cinque secondi? (E chiama, cazzo, lo sai che alle 13:40 devi chiamare!) Comincio a rosicchiare selvaggiamente anche una delle mie unghie french style che mi sono fatta ricostruire da due giorni, euro settanta supplicati a mia madre e ottenuti per sfinimento. Per fortuna mi fermo prima di fare altri danni. (Perché non chiami?) Cerco di resistere alla tentazione di non fare la solita cazzata, prendere il mio cellulare e chiamare io. Lo so, Michele si arrabbierebbe tanto, come fa tutti i giorni. Lo so che tra Lagaro e San Benedetto Val di Sambro ci sono circa millecinquecento metri in cui la linea non prende. Quindi, se chiamassi proprio in quel momento, il suo cellulare risulterebbe irraggiungibile. E dire che gli ho anche regalato un telefonino di ultima generazione per ovviare a questo problema dei millecinque- 5

7 cento metri da Lagaro e San Benedetto Val di Sambro. Naturalmente l ho fatto più per me che per lui. «Grazie, ma non sarà un cellulare a placare le tue stupide ansie», aveva detto lui con quel sorrisetto che sfodera sempre quando sento che mi vuole prendere in giro. E io mi ero offesa! Caspita se mi ero offesa. Gli avevo tenuto il muso per una mezzoretta, lui mi ridomandava: «Che hai?», e io: «Niente», lui: «Che hai?», e io: «Niente», e dopo quella mezzoretta in cui lui diceva «Che hai?» e io rispondevo «Niente», Michele si era alzato dal divano ed era andato a casa sua lasciandomi sola a guardare l ultima puntata di CSI Miami. Che comunque piace solo a me. In preda all ansia avevo tentato di chiamarlo a ripetizione per tutta la notte cercando di scusarmi, ma il suo cellulare e- ra spento. E la mattina dopo mi aveva richiamato dicendomi: «Cretina, era nuovo, l ho messo sotto carica, capito? Lo connetti il cervello ogni tanto?». Ovviamente mi ero offesa ancora. Sono le 13:45. Mando giù il succo di mela vegano, attenendomi per filo e per segno alla dieta che ho letto su «Cosmopolitan». Le mie mani tremano. Comincio di nuovo a massacrarmi le unghie, questa volta contro il tavolino di vetro di fronte alla poltrona nella quale il mio anoressico sedere sta affondando. Stephanie ha appena dato della poco di buono a Brooke. Strano, lo fa sempre. In fondo ha ragione lei. Brooke è proprio una puttana che ruba i fidanzati di tutte, sempre pronta ad avventarsi su qualsiasi preda di sesso maschile. Un po come fanno tutte quelle zoccolacce di quelle stronzette di quelle idiote di quelle colleghe che corrono dietro a Michele. In realtà non le ho mai viste, ma me le immagino mettere le loro chiappe sode sulla sua scrivania e invitarlo caldamente alla macchinetta del caffè per una pausa. Quante storie strappalacrime di mariti scostanti e insensibili, di divorzi logoranti e lunghe battaglie penali quanti 6

8 «avrei tanto bisogno di rilassarmi», o «tu di sicuro non sei come lui». Me le immagino proprio, le sue colleghe. Anche se non le ho mai viste. Sono le 13:50, non riesco più nemmeno a stare seduta. Ti prego, chiamami, cazzo! Perché ancora non hai chiamato? Dovresti essere già passato da Lagaro a San Benedetto Val di Sambro Dieci minuti di ritardo e nemmeno uno squillo, nemmeno un messaggino con scritto TI CHIAMO PIÙ TARDI, nulla. Mi lascia qui, con il mio scheletrico pasto, a disperarmi? Come osa, che superessere meschino! Eppure lo sa che ci tengo. Lo sa che devo essere chiamata alle 13:40. Mi alzo, comincio a girellare di qua e di là per la mia stanza. Ho il passo pesante. Marcio fino alla porta della camera e poi torno indietro verso il letto, poi ripeto la mossa, ma nemmeno così riesco a sfogare il mio nervosismo. Un moto adrenalinico delle dimensioni di uno tsunami parte dallo stomaco e arriva alle tempie offuscando ogni mia capacità di raziocinio. Afferro il telefono e cerco in memoria il suo nome. Che comunque è alla lettera A, Amore Cell. Sto per premere il comando chiama Amore Cell, ma mi fermo un momento. Cosa farei se fosse spento? Non potrei umanamente sopportarlo. E se fosse morto? E se tutto a un tratto avesse deciso di mollarmi senza dirmelo? Se fosse stato portato via dai marziani, dall Anonima Sequestri? Lo so cosa fa la mia testa vuota e insignificante. Ha una fervida immaginazione la mia testa, in questi momenti. Invece bisognerebbe attingere alla razionalità. Lo dice sempre lo psicologo della rivista «Supersquinzy», e per fortuna che leggo «Supersquinzy» da quando avevo tredici anni, sennò non avrei nemmeno imparato a passarmi per bene l eye-liner sugli occhi. Ma ad attingere alla mia razionalità non ce la faccio, con questo tsunami nello stomaco che arriva fino alle tempie. 7

9 Michele, chiamami o mi suicido. Mi uccido ingoiando lo Xanax! Inchiodo le mie pupille su quel telefono muto che non dà segnali di vita. No, aspetta, sta arrivando un messaggio! Sento che sta giungendo la luce, il mio cuore sembra riprendere un ritmo appena appena più pacato quando premo su Leggi. Ma è di Corinna, la mia migliore amica. HO TROVATO UNA CHE FA LA CERETTA AI BAFFI A CINQUE EURO. «Corinna del cazzo!», urlo, scaraventando il cellulare contro il letto, contro il quale rimbalza, andando a finire nel bidone dove una mezzora fa avevo sputato una ventina di gomme da masticare. Mi viene da piangere. Sono ormai le 13:55, non posso chiamarlo, non posso farlo, ormai mi ha dato troppi ultimatum proprio ieri ha detto che non accetterà più nemmeno mezza delle mie scenate isteriche, e che la mia assurda apprensione gli sta facendo passare tutte le passioni. Proprio ieri che mi aveva chiamato con ben un minuto e trentaquattro secondi di ritardo e io gli avevo gridato: «Tu mi vuoi fare morire! Dimmi la verità, non sei solo in macchina, vero? C è qualche tua collega lì con te? No, perché non è un problema, basta che sei sincero con me, perché non mi hai chiamato? Sì, certo che mi stai telefonando tu, ma io intendevo perché non mi hai chiamato all ora in cui mi dovevi chiamare? Sì, lo so, magari non abbiamo gli orologi sincronizzati perfettamente, ma io quante volte ti dico di sincronizzare perfettamente il tuo orologio con il mio? Insomma, chi sarebbe quella che siede in macchina accanto a te? Non ci credo, mi stai mentendo, non essere falso falso No, dai, scusa. Ho detto scusa, ma se ti ho chiesto scusa tu mi devi scusare, cazzo, lo sai che sono apprensiva, che non lo faccio apposta Dai scusami, lo sai perché Io ti amo, lo sai, sei la cosa più importante che ho, davvero, ti prego non dire così, scusa scusa scusa mi dispiace non so come fare a dirti che mi dispiace, lo so, è colpa mia, non ti piaccio più, vero? Non mi ami? Dimmelo che mi ami!». 8

10 Proprio ieri, dopo il mio indegno tentativo di racimolare qualche briciola di amore, mi aveva congedato con: «Scusa devo riattaccare, c è un cervo volante che sta attraversando la strada». Un cervo volante. Certo. Come se i cervi volassero. Che scusa idiota. Pensa proprio che io sia scema. Poi avevo letto su Wikipedia che il cervo volante è un insetto. Mia madre si affaccia alla porta di camera mia. «Serena, cos è tutto sto casino?». «Niente, mamma. Torna pure da tuo marito a mangiare le carcasse». «Cosa c è che non va? San Michele ti ha mollata, finalmente?». «La carne delle bestie che mangi ti sta avvelenando il sangue, mammina». «Cara, è quel truciolame che ingoi a spese nostre che ti sta rendendo ancora più stronza? San Michele, san Michele prega per noi». «Mamma, sei su suolo nemico. Togli assolutamente quel piedaccio dalla mia moquette». Sto tentando di levarmi di torno quella pallosa di mia madre, ma mentre io faccio pressione per chiudere la porta della mia stanza lei tiene ben ancorato il suo piede devastato dalla gotta tra la porta e lo stipite. «Fammi indovinare, Serena mia: Michele ha tardato dieci secondi con la telefonata e a te è partita la brocca come ogni santo giorno?». «Mamma, non comincia La vita in diretta? Vatti a fare i cazzi di Alena Seredova, non i miei». «Ennò, sono anche cazzi miei, figlia mia. Se ti molla il fidanzato, per quanti anni ancora dovrò mantenerti a casa mia senza che tu ti decida a sloggiare? Un lavoro ce l hai, no? Grazie a Dio. Quindi aspetto con impazienza che san Michele si congiunga con te in matrimonio. Ma visto che sono quattro anni che gli stai trivellando le palle, cara la mia Sere- 9

11 na, temo che starai un altro bel po a piangere attaccata alle mie sottane». Con un gesto repentino sferro un calcio negli stinchi varicosi di mia madre, che a questo punto è costretta a indietreggiare il piede invasore. Mentre sto gloriosamente per sbarazzarmi di quell essere carnivoro i miei hanno una macelleria e io sono vegana, quindi è facile capire come in casa sia guerra, dal bidone di gomme masticate sento il trillo di Tengo la camisa negra. Che sarebbe la suoneria che ho assegnato al mio adorato fidanzato Michele. Lo sa anche mia madre, che invece di tornare a mangiarsi i ciccioli nella cucina, fortino inespugnabile che divide con mio padre, si precipita nella mia stanza con la veemenza di un bufalo sudamericano e grida: «San Michele arcangelo, è lui!». Nella fretta, si dimentica che davanti alla sua possente figura c è quella della povera figlia che si sta piegando per infilare la mano nel bidone che vibra felicemente al suono della camisa negra precipitandoci sopra. Sommersa sotto quel contenitore di cadaveri e innocenti bestiole che è mia madre, riesco a malapena ad alzare il braccio per rovistare nel bidone pieno di gomme. Che mi si appiccicano tra le dita e sui tasti del telefonino. Quando riesco a portarlo all unico orecchio non sommerso da centoventi chili di morbidezza, mi rendo conto che la camisa negra si è interrotta e circa cinque gomme da masticare filamentose si sono appiccicate ai miei capelli. Che schifo! «Vedi cretinetta? Tu gli uomini proprio non te li sai tenere», dice mia mamma, mentre sventra un tacchino con un orrendo coltello. «È che siete tutte uguali, voi ragazzine di a- desso. Scheletriche, nevrotiche, non sorridete nemmeno se vi si fa il solletico, siete sempre lì con il vostro muso a elencare le cose che non vanno bene del vostro fidanzato, piangete se non vi guarda, vi stuccate la faccia con chili di trucco per rendervi più appetibili, frugate nel loro cellulare per ve- 10

12 dere che non ci siano messaggi ambigui o sospetti da parte di altre donne, e se trovate qualcosa impazzite perché lui è u- no stronzo, ma avete fatto la cazzata di non farvi i fatti vostri. Tutte uguali». Mamma tira fuori dal povero tacchino le frattaglie, e dopo una sciacquata veloce in acqua le mette in una padella insieme a un panetto di burro che si sta sciogliendo a fuoco lento. Poi continua a parlare mentre io, sconvolta un po per com è andata con Michele, un po per il martirio del tacchino, a- scolto dimessa seduta vicino alla finestra. «Guarda me, figliola, possibile che non hai preso niente da me? Io tuo padre ce l ho in pugno da trent anni. Sai perché? Perché non gli ho mai rotto le scatole, ho sempre fatto il mio dovere con il sorriso sulle labbra, l ho aiutato con il negozio e ho continuato a sorridere e fargli il letto e a stirargli le camicie, e l ho fatto anche quando mi ha tradito con la segretaria dell allevamento di quaglie. Era una bella donna, molto giovane e magra. Io non ho fiatato, cara Serena. Ho a- spettato che quella stupida relazione volgesse al termine, tanto prima o poi doveva andare a finire così. Le donne giovani e magre prima o poi si stancano». Sghignazza. «Così, quando ho visto che tuo padre in macelleria aveva smesso di conciare le quaglie, ho capito che la segretaria se n era andata da dov era venuta. E io ho continuato a sorridere e a far da mangiare». «E come hai fatto a capire che ti tradiva?». «Semplice, l ho seguito per un mese in tutti i suoi movimenti. Quando ho visto arrivare in negozio un paio di derrate di quaglia alla settimana mi sono insospettita, a meno che tra i nostri clienti non si fosse insinuata la nuova moda di mangiare quaglia ogni giorno». «Allora cosa sono tutti quei discorsi sulle donne che guardano i cellulari di nascosto?». «Che vuoi, certe cose bisogna farle bene. Scrupolosamente, senza sensi di colpa, e non guaire come una volpe con la 11

13 zampetta nella tagliola se poi si viene a scoprire la fondatezza dei propri sospetti. Non credi, cara la mia figliola esaurita?». «Io non guaisco come una volpe con la zampetta nella tagliola». «Infatti t imbestialisci come un dinosauro affamato». Il tegame con il burro e le frattaglie di tacchino comincia a friggere mandando un odore nauseante. Mia madre continua: «E poi devo ammettere che appena l ho scoperto mi sono sentita molto soddisfatta. Ci avevo visto giusto, non sono una di quelle donnicciole come te e le tue amichette dipendenti dallo smalto sulle unghie e dalla segatura dietetica, io sono una donna vera, che ha un fiuto infallibile e a cui non sfugge niente». Dopo aver girato cuore e budella di tacchino sulla padella sfrigolante, mia madre prende le interiora con un cucchiaio, le butta su un piatto con del pane e comincia a salarle. «Dovresti mangiarne un po, cara, non ti vedo tanto in forma». «Madre cannibale», sussurro, mentre guardo in direzione del cassetto delle posate. «Ora me lo puoi ridare». «I patti erano chiari». «Mamma, non ce la faccio più, lo devo chiamare». «Ma se lo hai chiamato un minuto fa per coprirlo di insulti!». «Mamma, ti prego, non ce la faccio più». «Serena, sto salvando la tua relazione, e la possibilità di trasferirmi in camera tua una volta che ti sarai sposata. Non riesco più a reggerlo tuo padre che russa». E lo so, è vero, mia mamma ha ragione. Avessi ereditato un minimo di fibra da lei Certo, tutte quelle bestie in corpo l hanno un po inselvatichita. Quando era giovane sembrava una ninfa dei boschi. Ora invece è un cinghiale. Questa storia di mio padre e la rappresentante di quaglie non la sapevo mica, ma non credo se la sia inventata. Lei è 12

14 così. Capace di compiacersi per un tradimento del marito solo per il fatto di avere avuto intuito. Io al solo pensiero devo correre in camera a prendere lo Xanax nascosto sotto il materasso. È passata solo un ora dalla telefonata di Michele in cui ho praticamente messo in un trinciapolli i suoi testicoli. Le ultime venti parole che ha pronunciato durante la telefonata sono state basta basta basta basta basta basta basta basta basta basta basta ripetuto per due volte, anzi, prima di chiudere mi ha detto che doveva andare che gli era apparsa la Madonna di Fatima. A mia madre ci è voluto un po per spiegarmi che forse si era inventato una scusa. «E mangiane un po, su, finiscila con quel becchime». Mi porge il piatto di frattaglie, a cui ha aggiunto anche una cospicua dose di maionese fatta in casa. «Mamma, dammi il telefono». «No, io voglio bene a san Michele». L odore di cadavere e burro comincia a essere nauseante. Mia madre avvicina il piatto al mio naso. «Solo se». «Giammai!». «Niente telefono». Il mio cellulare è sotto sequestro nel cassetto delle posate, perso sotto una quindicina di Miracle Blade affilatissimi disposti in modo che solo mia madre ci possa mettere le mani senza mozzarsi le dita. Lo fa sempre, ogni volta che sente le mie urla in camera. Poi mi minaccia con i suoi manicaretti. Di solito funziona: io sto lontano per un po dal telefono evitando i miei potenziali «Perché sono passati cinque minuti dalla tua ultima telefonata e non ti sei ancora fatto sentire?», oppure «Senti, scusa se te lo chiedo ancora, ma mi ami come due minuti fa?». E mia madre fa sì che si ripristini un vago equilibrio tra me e Michele. 13

15 Poi, quando vado a lavorare, lo chiamo dal bancone dei reggiseni a balconcino. Con il telefono aziendale, a intervalli regolari di circa tre minuti e mezzo. Questa volta non posso aspettare di andare al lavoro: oggi il negozio rimane chiuso e io ho il giorno libero. Mia mamma spinge il suo piatto di brandelli di carcassa fin quasi alle mie labbra. «Non vedi come sono belli, non ti viene l acquolina in bocca? Eddai, che ti costa, abbassa un po la cresta e mangia questi succulenti bocconcini E io ti giuro che avrai il tuo cellulare». Io ho troppo bisogno di chiamarlo. Chissà se avrà visto la Madonna di Fatima? Tra le grida e gli strepiti di un ora fa mi sono dimenticata di dirgli di venire a casa mia alle ventuno e dieci in punto, che comincia l ultima puntata di RIS. Lui sa che io adoro quella serie, e quindi mi sembra giusto condividere questo momento ma ho troppa paura che si dimentichi o che non voglia venire o che si inventi una scusa o mi dica all ultimo momento che non intende più venire perché non mi ama più. E se decidesse così? Perché prima non mi ha detto che sarebbe venuto stasera a vedere RIS? Perché non se l è ricordato da solo? Lo so io perché: perché a lui, di me, non gliene frega nulla. Devo chiamarlo, devo capire se è così. Ora lo chiamo e faccio finta di niente, e se non mi dice entro trenta secondi «Allora oggi RIS?», io avrò la conferma che a lui di me non gliene importa un cazzo. «Scommetto che gli inchioderai le palle al muro per RIS», mi sibila mia madre nell orecchio mentre le frattaglie sono sempre più vicine alle mie labbra. I suoi occhi si fanno mefistofelici. Comincio a sudare freddo. Mia madre prosegue con il supplizio. «Ma chissà che scusa s inventerà questa volta, un invasione di plutoniani? I servizi segreti lo vogliono per una missione top secret? Deve andare nel bosco a portare le focacce alla nonna con una mantellina rossa sulle spalle? Quale sarà la 14

16 scusa di oggi per non venire a guardare quell inutile programma che lo costringi a sciropparsi ogni santa settimana?». «A Michele piace RIS!», piagnucolo con un fil di voce mentre cerco di chiudere tutti i canali sensoriali che mi legano al piatto assassino. «Ma io gli devo telefonare e». «Allora maaangia!». San Michele, sempre san Michele. Povero Michele di qua, povero Michele di là e io? Non son mica una povera pazza, io! Ci sono delle fondamenta logiche nella mia gelosia. Alessio Tacchinardi, per esempio. La storia di Alessio Tacchinardi. E il Clorofilla, naturalmente. Quel cavolo di pranzo con Corinna al ristorante Clorofilla. Io stavo bene, prima, ero felice e innamorata, prima di quel pranzo al Clorofilla. E di Alessio Tacchinardi. Ci avevo anche provato ad autoconvincermi, a ripetermi «Ma no, ma cosa dici, è solo invidiosa, Corinna, è invidiosa perché non ha un fidanzato bello come Michele, anzi, non solo non ha un fidanzato bello come Michele, non ha neppure un fidanzato un po meno bello di Michele, neanche uno brutto e storpio, non ha uno straccio di maschio che se la scopa neppure per errore, forse perché è grassa, forse perché ha i baffi, forse perché ha un alito che sembra che si lavi i denti col dentifricio all aglio marcito, per forza poi è invidiosa e mi dice queste brutte cose in un giorno in cui me ne stavo tranquilla e pacifica al Clorofilla». E Alessio Tacchinardi, pure lui. Che io neanche lo sapevo che nel mondo esisteva uno di nome Alessio Tacchinardi che aveva giocato nella Juve, io di calciatori conoscevo solo Pippo Inzaghi che è un gran figo e Paolo Maldini che era la fissazione di Corinna, che lei aveva tutti i poster, Paolo Maldini di qua e Paolo Maldini di là, figurarsi se poi uno come Paolo Maldini guarda Corinna che ha un culo che cammina e vota, dei capelli che sembra li lavi con l olio fritto. Me la immagino Corinna che si mette a parlare con Paolo Maldini di tutti i suoi fidanzati di Crotone, e Ciccio di Crotone e Vito di Croto- 15

17 ne e il più gran figo di Crotone che è innamorato di lei da quando sono bambini e le scrive un sacco di poesie ma lei non gliel ha mai data, che lei fa sempre così, appena conosce uno inizia a parlargli a macchinetta di tutti i suoi fidanzati di Crotone e di quanti uomini ha lasciato col cuore spezzato a Crotone. Mi sa che il giorno che si è trasferita da Crotone a Bologna le hanno fatto un incantesimo strano sul treno, perché a Bologna non ha più trovato un mezzo fidanzato neanche guercio, neanche sordo, neanche pazzo. Michele ridacchiava e diceva sempre: «Io di Ciccio di Crotone e Vito di Crotone e il più gran figo di Crotone vorrei avere le foto e una dichiarazione scritta in cui giurano di essersi innamorati di Corinna, che secondo me se li è inventati tutti quanti». Che nervi, a pensare a quella storia di Corinna al Clorofilla. Quasi come la storia di Alessio Tacchinardi. Io mica ho mai parlato di calcio con Michele, figurarsi se con il mio fidanzato mi metto a parlare di calcio. In compenso, lui ha parlato molto di calcio con me. Io facevo sì con la testa intanto che pensavo ai fatti miei, e lui mi raccontava entusiasta tutte le parate di Buffon e i gol di Del Piero il primo me lo ricordo perché sta con la Seredova e l altro perché fa quella pubblicità che mi fa tanto ridere con l uccellino, ma io spegnevo il cervello quasi subito e mi chiedevo cose più interessanti. Tipo: «Ma che fine avrà fatto Rocco di Beautiful?». L unica cosa che ho capito di tutti i discorsi di calcio di Michele è che lui tiene per la Juve, e ha iniziato a tenere per la Juve perché gli piaceva un francese che si chiamava Platini. Questa cosa me la ricordo perché una volta al pub ha mezzo litigato con il suo amico Tonio, che tiene per il Bologna, e a un certo punto Tonio ha urlato «Bravi voi che vi siete messi a tenere per la Juve perché c era Platini, perché non vi siete messi a tenere per il Napoli perché c era Maradona?». Be, insomma, a un certo punto è sbucato nella nostra vita questo Alessio Tacchinardi che ce l ha rovinata, la nostra meravigliosa vita insieme. 16

18 Insomma, è andata così. Un giorno eravamo a prendere il sole a Marina di Ravenna, Michele leggeva la «Gazzetta dello Sport», e all improvviso aveva guardato il vuoto con la faccia tutta estasiata e rapita e aveva sussurrato: «Io non capisco perché Alessio Tacchinardi è così sottovalutato». E io avevo detto: «Eh?», e lui aveva detto: «Alessio Tacchinardi, il mio idolo». Naturalmente avevo spento il cervello dopo dieci secondi e avevo cercato di ricordarmi se Eric Clapton era stato con Lory del Santo prima o dopo essere stato con Sheryl Crow, ma in quei dieci secondi ero riuscita a sentire Michele che diceva: «È troppo facile scegliersi come idolo Alex Del Piero, io dico che Alessio Tacchinardi è il più forte di tutti». Dopo quel giorno avevo rimosso l esistenza di Alessio Tacchinardi dall universo, fino al giorno di Se mi sposi ti rovino. Michele era venuto a prendermi per andare a vedere Se mi sposi ti rovino, che volevo vedere perché c era quel gran figo di George Clooney, e quand ero salita in macchina non avevo fatto in tempo a dire «Ciao amore!», che lui mi aveva guardato con gli occhi che brillavano e aveva detto: «Indovina?». Io di indovinare non sono mai capace, così avevo detto: «Boh», e lui aveva scandito: «Alessio Tacchinardi ha aperto un blog». All inizio, grandi problemi non ce n erano stati. Io me ne stavo sul divano a guardare la Tv, lui smanettava sul computer per collegarsi al blog di Alessio Tacchinardi e si faceva delle gran risate. Allora un giorno che guardavo Friends e ridevo alle minchiate di Joey e lui si faceva delle gran risate che non c entravano niente con Joey, inchiodato com era al blog di Tacchinardi, gli avevo chiesto: «Ma fa così tanto ridere Alessio Tacchinardi?», e lui: «Mica lui, quelli del suo forum, son troppo simpatici». Così avevo scoperto che c era un forum di fan di Alessio Tacchinardi e che c erano un sacco di ragazzi molto simpatici che ci scrivevano sopra. 17

19 Poi c era stato lo stramaledettissimo pranzo al Clorofilla con Corinna. Lo stramegadannatissimo pranzo al Clorofilla con Corinna. Il giorno in cui la mia misera vita si era sbriciolata come un grissino. La prima parte del pranzo con Corinna era andata come al solito, lei che aveva parlato di Vito di Crotone e Ciccio di Crotone e del gran figo di Crotone e di tutto lo stuolo di ammiratori che aveva conquistato a Bologna, il fruttivendolo pakistano che voleva sposarla e il postino che ci metteva sempre un ora a consegnarle una raccomandata eccetera eccetera, tutta gente mai vista da nessuno, naturalmente, e poi si era messa a parlare di Paolo Maldini che aveva fatto un gol nella finale della coppa di stocazzo, e io allora avevo chiesto tutta candida e innocente: «Ma Maldini e Tacchinardi sono amici?». A sentirmi parlare di calcio, Corinna mi aveva guardato come se le avessi chiesto qualcosa sulla fisica subatomica. E allora avevo precisato: «È il giocatore preferito di Michele». E Corinna, la maledetta Corinna, anziché dire «Ah ah» un po annoiata e tornare a parlare di Maldini, aveva piantato il primo chiodo nella mia bara. Dicendo «Be, a me come giocatore non piace granché, ma di certo è un gran bel maschio». «Ah, sì?», avevo detto io. «Eh sì», aveva detto lei con gli occhi che iniziavano a brillare. «Bello, alto, giovane chissà quante ragazze gli girano intorno a uno così». «Ha anche molti ammiratori uomini», avevo detto. «Michele per esempio frequenta un forum di ammiratori di Tacchinardi». «Sarà pieno di donne», aveva detto Corinna. «Che cosa?» «Il forum sarà pieno di donne, figurati, chissà quante cagne in calore si porta dietro un calciatore così bello». 18

20 E il primo chiodo nella mia tomba era stato piantato. Io, che fin lì mi ero immaginata Michele e altri tifosi a scambiarsi pareri sui gol di Tacchinardi nella coppa di staminchia, improvvisamente avevo avuto una differente scena davanti agli occhi. Ovvero: Michele con sguardo lurido e bramoso davanti a quel maledetto forum, che dopo aver scambiato pareri su Tacchinardi con un paio di cagnette giovani e vogliose passava a darsi appuntamenti clandestini con quelle malefiche troie. Avevo provato a cambiare discorso, ma con quella scena davanti agli occhi non ero più riuscita a farmi piacere la bistecca di soia. E allora avevo detto con voce tremolante: «Ma scusa, Corinna, per te è possibile che Michele, cioè, figurarsi, io di Michele mi fido ciecamente, ma è possibile che abbia qualche corrispondenza con delle ragazze, su quel forum?». Qui Corinna aveva messo su un espressione strana e un po sinistra. Prima le era passato sul viso un lampo di trionfo, come se stesse aspettando solo di vedere una crepa nella mia storia d amore. Poi si era avvicinata, e mi aveva guardata con aria mefistofelica. «Gli hai mai controllato il cellulare?», aveva sibilato come un arpia. «Ma Corinna, no, figurati, io mi fido ciecame». «Gli. Hai mai. Controllato. Il cellulare?». «Sì. Ma non ho mai trovato niente». Va bene, lo so, sembra che io mi contraddica quando racconto le cose, ma non è vero. Sono perfettamente logica e coerente. È vero, ho detto che di Michele mi fidavo ciecamente prima che Corinna piantasse prima uno e poi un altro chiodo nella mia bara, eppure gli controllavo il cellulare. Ma non è una contraddizione! Io gli guardavo il cellulare per amore! Io e Michele dovevamo condividere tutto, non lasciare nessuna ma proprio nessuna zona d ombra tra di noi. Per e- 19

21 sempio, all inizio Michele si chiudeva in bagno quando doveva fare, be, diciamo i suoi bisogni. Piano piano, un po alla volta, lo avevo convinto a fare i suoi bisogni con la porta a- perta e poi a lasciarmi entrare, che non c era niente di più bello per me che condividere con lui anche quel momento intimo. Alla fine si era abituato a tenermi la mano, mentre seduto sul water si sforzava di espellere i suoi rifiuti corporali. Sono le piccole cose, lo dico sempre, che rafforzano la vita di coppia. Allora, per me, leggere i messaggi che gli mandavano i suoi amici sul cellulare non era un modo di controllarlo, figurarsi, ma di condividere informazioni con lui. Quando Michele andava in bagno da solo io mi avventavo sul suo cellulare, guardavo i messaggi arrivati, leggevo l SMS di Tonio OH, VECCHIA TROIA, TI VA UN BIRROZZO ALLA FRASCA?, ecco, io mi sentivo di condividere un momento di intimità e di fratellanza virile col mio amore, di entrare totalmente nel suo universo di affetti. Non sembro credibile? «E la rubrica?», aveva chiesto Corinna, «gliel hai controllata la rubrica?». «Certo». «E?». «Ci sono quasi solo nomi di uomini». «E li conosci tutti, questi, diciamo, uomini?». «Be, alcuni no, ma saranno colleghi, immagino». Corinna, a quel punto, aveva gettato la testa all indietro ed era esplosa in una risata teatrale. «Ah! Ingenua! Lo sai cosa fanno gli uomini infedeli?». «Cosa fanno gli uomini infedeli?». «Gli uomini infedeli, mia cara Biancaneve, anziché salvare sulla rubrica del cellulare dei nomi sospetti come Francesca, Daria, Carla, li salvano come Francesco, Dario, Carlo. Chi credi che siano questi misteriosi colleghi del tuo fidanzato, Cappuccetto Rosso? Svegliati!». 20

22 Quel giorno, in quello stramaledetto giorno, in quel giorno che prego gli dèi di cancellare in qualche modo dalla Storia, mi era crollata la terra sotto i piedi. E la mia bellissima storia d amore era diventata quella che mia madre chiama «un delirio paranoico senza precedenti». 21

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24 n 2 Ora sto vomitando: il prezzo che devo pagare per avere di nuovo il cellulare dalla cannibalessa. Che secondo me, se non fossi così magra e rinsecchita, dopo un ora di spiedo e un bagno nella salsa barbecue mangerebbe anche me. «In fondo servi solo a questo», dice mentre si massaggia lo stomaco con una delle sue orribili zampe. E poi mi dice: «Torna, torna da dove sei venuta, succulento bocconcino!». Impugna il più grosso dei suoi Miracle Blade, apre le fauci e ride con la bava alla bocca. Quando fa così, decido che è o- ra di andare a fare un giro fuori. A volte finge di scherzare, la cannibalessa. In realtà non sto vomitando solo perché ho dovuto mangiare gli organi interni di quella povera creatura. C è una ragione ancora più angosciante. Michele oggi non viene a vedere RIS. Prima ha trovato la scusa che doveva riportare una scarpetta di cristallo a una fanciulla che l aveva persa a mezzanotte durante un ballo, poi ha detto che Spiderman firmava autografi in Piazza Aldrovandi, ma visto che io non sono stupida gli ho fatto sputare la verità, e lui ha confessato che va a vedere un concerto in un posto che si chiama Fridakalo. «Un concerto?». «Sì, Serena, un concerto. Ti sembra così strano che io possa andare a vedere un concerto?». 23

25 «E da quando sei patito di concerti?». «Da quando un mio amico mi ha detto che ci sono dei suoi amici che». «Quale amico?». «Un collega che avrebbe questi amici che». «Che collega?». (Sì, sì, me ne rendo conto, a volte sembra che gli faccia l interrogatorio ma non è come sembra!) «Roberto, be, non lo conosci, è nuovo e mi ha detto che ha questi amici che». «Chi è Roberto?». «Ti ho detto che sarebbe un mio collega che». «DI LA VERITÀ! SI CHIAMA ROBERTA, VERO?». Da qui, è inutile che io prosegua con la narrazione. Il nostro dialogo si è concluso come sempre, con Michele che dice di aver visto l arcangelo Gabriele scendere sulla Terra per annunciare a una ragazza la sua imminente maternità, e che quindi doveva salutarmi. E io sono qui che vomito e urlo: «Ma perché!». Con mille chiodi in gola, il cuore che mi martella nello sterno e lo stomaco come una betoniera. E mia mamma che ride in cucina. Mentre scuoia un capretto per la sua colazione di domani. «Eh, se fossi un po più grassottella, figlia mia!». Ricordo l ultima serata felice passata assieme. Io guardavo RIS mentre Michele mi massaggiava amorevolmente i piedi con olio balsamico antistress, comprato dalla mia erborista di fiducia. Mi bastava questo, due anni fa, per rilassarmi. Adesso nemmeno lo Xanax può più farci niente. Ora che ci penso, infatti, sono passati due anni da quando abbiamo passato l ultima serata decente. Che bei tempi. Mi ricordo che già la settimana dopo, a vedere RIS, io ero sul divano con in mano il suo telefonino confiscato. 24

26 Tutti i messaggi che gli arrivavano prima venivano visionati e filtrati accuratamente da me, che poi glieli leggevo. All inizio gli andava bene. Quando ho cominciato a voler tenere il suo cellulare quando era in ufficio per vedere chi lo chiamava nell orario di lavoro, ha iniziato a protestare e non ci siamo più ripresi. Prima ha cominciato a fare discorsi sulla fiducia, poi sulla stronzaggine, poi sull idiozia, poi sul delirio, infine sull esaurimento nervoso. E siamo a oggi. Dice che sono una sfiduciata stronza idiota delirante e- saurita. Mi sta venendo un altro conato di vomito. Appena mi calmo telefono a Corinna. «Mi ha detto che stasera va a un concerto». «Fico, ci va con degli amici?». «Mi ascolti quando parlo o sei troppo presa dai filmati di Youporn?». «E come fai a saperlo? Ne ho trovato uno con certi brasiliani che». «Ma hai capito cosa ho detto? Va a un concerto!». «Be, e allora? Oh! Guarda, c è un filmato di un maschione che sembra quell amico di mio cugino che mi voleva scopare un anno fa, ricordi?». «Sì, come no. Quando hai finito di masturbarti richiama». «Be, Serenina cara, non capisco proprio cosa ci sia di male nell andare a vedere un concerto». «Ma oggi è giovedì, c è RIS!». «Decisamente il suo programma preferito!». «Certo che è il suo programma preferito». «Sì, e io in realtà sono vergine». «Avevo qualche sospetto in merito». «E comunque, perché non ti registri sto cazzo di RIS e vai al concerto pure tu? Avresti bisogno di rilassarti un attimo, no?». «Corinna, io di musica non capisco niente». «C è sempre una prima volta. Oppure, fai come me. Stasera, visto che sei sola, navighi un po su qualche hot chat e trovi qualcuno per fare sesso via web». 25

27 «Non ne ho bisogno, grazie, io un meraviglioso fidanzato ce l ho». «Sì, quello che frequenta il blog di Alessio Tacchinardi per socializzare con la tifoseria femminile. Dai cara, dimmi la verità, da quant è che voi due non fate sesso?». «Veramente queste sono cose che riguardano me e il mio fidanz». «Un anno?». «Ti ripeto che devi farti i caz». «Due anni?».. (Ho un ricordo. Una scena antica, di due anni fa. Io e Michele consumiamo un amplesso in posizione del missionario mentre lui guarda l orologio e mi dice qualcosa a proposito di un tirannosauro che sta prendendo a codate la palazzina dove abita e forse è meglio che si sbrighi.) «Ma dai? Ci ho preso?». «Comprati una web cam, te lo consiglio proprio, vedrai come andrà meglio, e scommetto che diventeresti pure meno paranoica». «A quello non c è soluzione». «Oh, sì che c è. Per esempio c è questo uruguaiano con cui sto chattando, si è tolto gli slip proprio adesso e». «Corinna! I cazzi tuoi per favore non li voglio sapere!». «Bella amica che sei, invece dovresti davvero, non sai cosa ti perdi. Comunque, bando alle ciance, è presto detto: stasera al concerto ci vai anche tu». «Ma lui non mi ha nemmeno chiesto se voglio andare con lui e con questo suo amico, Roberto o Roberta». «Oltre che paranoica sei anche ritardata? E certo che non ci devi andare con lui. Tu andrai a spiarlo!». «Ma io da sola? Ci sono i maniaci in giro di notte, i rumeni, gli extracomunitari». «E va bene, avevo un bellissimo programma stasera su Virtualblowjobs.com, ma pazienza, sei sempre la mia migliore stupida amica». 26

28 Gli amici non si scelgono, gli amici vengono inflitti. A me hanno inflitto Corinna. A lei, me. Una reciproca maledizione. Lei assidua frequentatrice del sex shop La Perla Rosa, per scopi per lo più solipsistici. Io con la certezza di avere sempre tutte le galassie contro. Lei che dice di aver avuto cento rapporti sessuali nell ultimo anno, di cui uno solo veramente certificato perché svoltosi con il mio dirimpettaio Isaia, detto Isaia-ia-oooh per il suoi modi da guardiano di porcilaia. E io, che l ultima volta che ho fatto l amore è stato esattamente due anni fa, con Michele che guardava l orologio e parlava di dinosauri che invadono la Terra. Non l ho mica scelta, Corinna. Si è attaccata a me da quel giorno che è entrata nel negozio dove lavoro cercando un completino di pizzo con le mutande con il buco in mezzo. Le ho detto che il sex shop era più avanti e lei ha risposto: «Lo so bene, non ci vado più lì, il gestore mi ama troppo, so che vuole scoparmi ma io cerco di negarmi, sai, per conquistare un uomo ci vuole tempo». E così mi era capitata lei, e in mezzo alle galassie che cospiravano contro di me era l unico frammento di universo buono. Oddio, proprio buono no. Diciamo decoroso. E poi per carità, le mutande con il buco sono inaffrontabili e volgari. Le ho proposto un intimo di raso rosa. Non se n è pentita. Dice che con quello, di uomini se n è portati a letto una decina. Per dieci volte è tornata in negozio a ringraziarmi. Il look da Barbie arrapa molto di più, dice. Così ci siamo inflitte l una all altra. Grazie a una decina di amanti immaginari. Corinna non è che non sa guidare. Sa guidare, tecnicamente parlando. Solo, ha uno stile personale. Tanto che ogni volta che salgo nella sua macchina cerco di ricordarmi a memoria tutto il testo del Magnificat e di un paio di altre preghiere a caso, giusto per preservare la mia anima immortale. 27

29 Corinna ha una piccolissima Mini Minor arancione flash tutta piena di cicche, caramelle mezze succhiate, giornali scandalistici, sostanze che a metterci il piede sopra sembra che si muovano, il tutto intriso di odore di sigarette, rancido e fritto. Guida rigorosamente a zig-zag, salta gli spartitraffico salendoci sopra per invertire direzione, frena all ultimo i- stante quando proprio non può fare a meno di frenare. Ha u- na personale collezione di quelle che chiama «compilation bagnate», cioè quelle che, dice, la portano alla soglia della masturbazione solo ad ascoltarle: tanghi argentini, rauchi cantautori francesi, musiche dai film di Almodóvar, Je t aime moi non plus, e brani scelti di Ligabue, che «ha una voce che non è una voce, è un vibratore a velocità tre». Temo che un giorno mi toccherà assistere all orrida scena di Corinna che perde ogni controllo e si tocca ascoltando L odore del sesso, intanto che taglia una rotonda con i fendinebbia accesi. E festeggerà l orgasmo suonando ripetutamente il clacson. Accadrà, purtroppo, prima o poi. Per raggiungere il locale chiamato Fridakalo, naturalmente, Corinna sceglie un lungo e complicato percorso di guerra. Prima deve prendere la tangenziale e uscire in zona Fiera, così può divertirsi a fare a tutta velocità Viale Europa e commentare il fisico di tutti i trans che incontra lungo il suo sfrecciare. Compiuta quest importante missione, possiamo finalmente puntare sulla sede di questo misterioso concerto. Che è una specie di casolare in una zona di periferia un po buia e squallida, di quelle in cui le donne secondo «Il Resto del Carlino» vengono sempre molestate dai rumeni o dagli extracomunitari. Io che leggo «Il Resto del Carlino» so che i rumeni e gli extracomunitari molestano le donne anche in centro a Bologna e in zona stazione e nei parchi e nei centri commerciali, insomma, una donna non può fare un passo per strada senza che esca dall angolo un rumeno o un extracomunitario pronto a molestarla. 28

30 Fortuna che vado in giro con Corinna. Che è un tale cesso, che secondo me un rumeno o un extracomunitario che esce di casa pensando «Oh, adesso faccio un giro per strada e molesto una donna», se la prima che becca è Corinna mi sa che torna a casa a guardare la Tv. Povera Corinna. Sembra quasi che io ce l abbia con lei. Non voglio mica passare il tempo a insultarla solo perché, come dire, è fisicamente svantaggiata. In fondo è la mia migliore amica. L unica, peraltro. Promemoria: basta insultare Corinna. Poverina. Be, da non crederci: dopo che Corinna ha parcheggiato con due ruote sul marciapiede e il muso in un bidone della raccolta differenziata, riusciamo a percorrere i cento metri che ci separano dal Fridakalo senza venir molestate da nessun rumeno, extracomunitario o molestatore di donne in generale. La fortuna di andare in giro con quel gran cesso di Corinna. Con affetto parlando, intesi. Comunque, nei cento metri che ci separano dall ingresso del Fridakalo si svolge tra noi la seguente conversazione. «Corinna?», dico, sussurrando con tono da cospiratrice. «Sì, amore dolce?». «Non ci siamo ancora poste un problema fondamentale». «Dimmi, piccolina. Esponi il problema all amichetta tua». «Ma se Michele ci vede qui dentro che figura ci facciamo? Non voglio mica che pensi che lo sto spiando mentre esce con i suoi amici». «Amore dolce, ascolta. Primo: non ci vedrà, perché noi abbiamo visto tutte le puntate di Alias e siamo bravissime a muoverci con discrezione come le spie». «In effetti a guardarti bene assomigli un po a Jennifer Garner». «Vero, eh? Me l ha detto anche il mio estetista, quello che mi ama, che ho le stesse ciglia di Jennifer Garner. Secondo: 29

31 al limite ci inventiamo che uno dei miei fidanzati stasera è qui, io ho appuntamento con lui e tu mi hai accompagnata per fare una sorpresa all amore tuo. E, soprattutto, terzo». «Sì?». «La miglior difesa, bambolina, è l attacco! Se Michele comincia a menartela e a dirti Ma perché mi hai seguito, mi stai spiando, o cose del genere, tu contrattacchi! Gli dici Perché, hai qualcosa da nascondere? C è qualcosa che non devo sapere? Tutto chiaro? Ripeti con me: la miglior difesa è?». «L attacco!». «Molto molto brava, tesorino dolce. Senti, ma tu lo conosci questo gruppo che suona stasera?». «No, ma a giudicare dal manifesto lì sul muro direi che si chiamano Marlenditric». «Mai sentiti». «Neanch io, ma credo che siano amici di qualche collega». «E da quando Michele è un fan dei Marlenditric? Ha qualche cd dei Marlenditric in casa?». Io nemmeno le rispondo, e varco la soglia del Fridakalo con il cuore gonfio di tristezza. C è qualcosa che Michele non mi ha detto. C è qualcosa di lui che non so. Io che gli ho tenuto la mano mentre stava seduto sulla tazza del water con tutti i muscoli della faccia contratti, non sapevo che fosse un fan di questi cazzo di misteriosi Marlenditric. Ora mi ci vorrebbe un secchio di Xanax per affrontare la serata. Il Fridakalo è un locale pieno di quadri raffiguranti personaggi dei fumetti, tipo Batman, Robin, Batman e Robin, di nuovo Batman e Robin, e disposto su due piani collegati da una scala. C è una sala concerti con un piccolo palco che, suppongo, è destinato a ospitare gli stramaledetti Marlenditric, e un ballatoio al piano superiore che si affaccia sull altra sala. Luogo perfetto per spiare Michele senza essere viste. Saliamo la scala per il ballatoio con la grazia e la discrezione di Nikita in quel film, quello là, quello che avevamo i- 30

32 niziato a vedere con Michele sul divano, prima che spegnessi la Tv e iniziassi a mangiargli la faccia perché aveva detto già due volte che l attrice che faceva Nikita era una gran figa. Come si permette di dire che un altra donna è una gran figa mentre sta sul divano con me? Che stronzo! Se ci ripenso mi ribolle ancora il sangue. Non pensiamoci, va. Abbiamo appena trovato una posizione ideale sul ballatoio cioè, un punto in cui riusciamo a guardare perfettamente nella sala di sotto, con le luci basse abbastanza da essere quasi invisibili quando Corinna strabuzza gli occhi. «Oh! Sere, Sere! Guarda!». «Oddio! Chi c è? Michele?». «Macché Michele! Il barista. Guarda quant è bono il barista!». Mi giro a guardare il punto che Corinna sta incendiando con lo sguardo a volte, quando seguo gli sguardi lussuriosi di Corinna, ho la netta impressione che l aria che collega i suoi occhi con l oggetto del desiderio si condensi fino a diventare bava, e vedo questo bonazzo di barista brasiliano. Ridacchio. Il barista è alto due metri, con le treccine, piercing anche nei muscoli da palestrato, la canottierina attillata, e un pacco clamoroso e visibilissimo sotto i pantaloni stretti. Sicuramente si interesserà a Corinna. Certo. Come no. «Sere, ma l hai visto quant è bono?». «Sì, ma». «Oddio, Sere, mi ha guardata! Hai visto? Mi ha guardata!». «Non ti ha guardata, Corinna». «Mi ha guardata, mi ha guardata! Eri distratta, forse, ma mi ha guardata eccome. Sai che faccio? Ora vado là e ordino il cocktail più forte che ha, così lo capisce subito che giochiamo pesante». «No, Corinna, ti prego, non bere tanto, che poi». «Che poi cosa?». «Che poi fai come tutte le altre volte, che vomiti anche l intestino e io devo stare lì a tenerti la testa, con la pezza bagna- 31

33 ta sulla fronte, mentre tu ti lamenti e dici Mai più, mai più, mai più». «Sere, io gli faccio solo capire chi ha di fronte. Poi, se è sveglio, la serata va come deve andare». E prima che io possa obiettare qualcosa, Corinna è già abbarbicata al bancone del bar come una vongola al suo guscio. O come una cozza sullo scoglio. Che forse è un paragone migliore. Bene. Ora che sono rimasta sola, non mi resta che esplorare la sala sottostante. Ci metto un po a trovare Michele, e quando lo vedo, finalmente, tiro un sospiro di sollievo. Non è con una donna, è con un uomo. Un amico mai visto, ma indubbiamente, e per fortuna, un uomo. Sono seduti su un divanetto a bere un bicchiere di roba verdastra. Ridono. Lui sembra allegro. Magari sta parlando di me con il suo amico. Sembrano molto in confidenza. Lui gli starà raccontando della sua, di fidanzata, e Michele starà parlando di me Oddio. Non si staranno mica scambiando confidenze, come dire, intime? Che lo so come sono gli uomini, le fanno queste cose. Magari Michele sta raccontando delle nostre Be, no, c è ben poco da raccontare, a pensarci bene. Per fortuna. Se fossi una di quelle troie vogliose che han sempre voglia di farlo tutte le sere, adesso lui starebbe raccontando al suo amico «Sai che Serena ha sempre voglia di farlo tutte le sere?». Invece non c è proprio niente da raccontare. Meno male. Sono fiera di me stessa. Certo, è vero, mia madre ha anche ragione: una volta al mese, una volta ogni due mesi, ogni tre, diciamo, forse gliela potrei anche dare. Ma non ci posso fare niente, è più forte di 32

34 me: da quando ho letto quell articolo di «Focus» sulle malattie sessuali e su tutti i germi che ci si scambiano quando Ah, che schifo! Non ci voglio neppure pensare. Per fortuna il mio Michele è buono e tranquillo, rispetta le mie scelte e mi ama come sono. Per cui, immagino, da quanto stanno ridendo di gusto, lui e il suo amico staranno sparlando di qualche collega d ufficio. Immagino. Do un occhiata a Corinna: è ancora aggrappata al bancone come una zecca alla zampa di un cane. Guarda il barista con occhietti supplichevoli, il barista non la caga nemmeno di striscio, ma Nooo, ha già preso due cocktail, quella cretina! E adesso chi mi accompagna a casa, se quella mi si u- briaca a morte? Sto per andare a portarla via di peso è un modo di dire quando i Marlenditric salgono sul palco e la folla si ammassa davanti a loro, Michele e amico compresi. Be, niente da dire, carini i Marlenditric. Sono tutti bellini e pulitini come i Coldplay, che a me due canzoni dei Coldplay piacciono, e piacciono anche a Michele. Ah, ma guarda, fanno tutte canzoni conosciute Che bello, io che temevo facessero musicaccia rumorosa o nenie noiose, invece stanno suonando la canzone quella bella della Berté, quella che dice «Non sono una signora, una con tante stelle nella vita», e quell altra bellissima della Rettore, «Il cobra non è un serpente», e questa in inglese come si chiama? Ah, sì, era in quel film con Kevin Kline, Macho Man si chiama, e quest altra bella qua, «Che fretta c era maledetta primavera», e la Carrà, e Be, adesso sono proprio arrabbiata con Michele. Perché è andato al concerto con il suo amico e non con me? Mi sarei divertita anch io. Mi piacciono i Marlenditric! Quando torna a casa facciamo i conti. No, che dico? Mica gli posso dire che c ero anch io stasera Che nervi! E Corinna dov è? 33

35 Non è più al bancone, e il barista sta mettendo via tre, anzi, quattro bicchieri vuoti Lo sapevo. È ubriaca e sta vomitando in bagno. Che è proprio accanto al bar. Guardo sotto. Michele e il suo amico stanno ballando tutti allegri e contenti: guardalo, l amore mio, com è buffo, che fa anche le mosse povero cucciolino, non sa mica ballare, è goffo come un orso. Però si impegna, eh? Potremmo andare a ballare insieme, una sera di queste. Quand è stata l ultima volta che siamo andati a ballare? Dunque, Eric Forrester stava ancora con Brooke, quindi era «Sere». «Corinna! Cos è quel sorrisone?». «Eh, Sere, ti sei persa una scena». «Tu che vomiti in bagno?». «Macché, il barista». «Il barista?». «Sì, a un certo punto, mentre stavo bevendo il quarto cocktail, l ho guardato dritto negli occhi e gli ho chiesto Scusa, dov è il bagno?». «Come dov è? È lì. Di fronte al bancone. C è una scritta e- norme». «Sere, cretinetta, era una scusa! Insomma, gli ho chiesto Dov è il bagno?, e lui mi ha fissata e mi ha detto con una voce che mi ha sciolta tutta È un po difficile da trovare, ti accompagno io». «Non è vero». «Certo che è vero!». «Non è vero!». «Certo che è vero. Mi ha portata in bagno e appena siamo entrati, Sere, sapessi». «Il barista non si è mosso mai da lì, Corinna». «Guardavi il barista o guardavi il concerto?». «Un po e un po». 34

36 «Ecco, mentre facevi il po verso il concerto, io sono entrata in bagno, lui mi ha seguita». «Bla bla bla, non voglio sentire, non voglio sentire, non voglio sentire!». «Mi ha presa da dietro, così, senza dir niente, una cosa selvaggia, lurida, animale». «MA CHE SCHIFO!», urla una voce, dalla parte del bar. Una tipina bassa e piatta è appena uscita dal bagno con una mano sulla bocca. «Che schifo, qualcuno ha vomitato dappertutto che schifo». Guardo Corinna senza dire niente, con tutto il rimprovero del mondo negli occhi. Lei, con la sua faccia di tolla da competizione, non cambia espressione nemmeno un secondo. «Insomma, Sere, due orgasmi di fila». La fisso con tutto il sarcasmo di cui sono capace. «Solo due? Pensavo sette. O dieci». «No, solo due. Sai, non c era tempo, la gente entrava e u- sciva dal bagno». Spengo le orecchie e guardo giù. Michele, il suo amico e tutti gli altri stanno ballando YMCA. Piacerebbe anche a me ballare YMCA. Che nervi. Dopo aver vomitato stavolta dichiaratamente un po dovunque, sotto le scale del Fridakalo, sulla strada tra il Fridakalo e la macchina, in un cestino dei rifiuti accanto alla macchina, accanto alle ruote della macchina, Corinna esce dal parcheggio a tonfi e spintoni, accende i fari solo al quarto semaforo, fa tre giri della rotonda sgommando, così, tanto per vedere se vomito anch io per solidarietà, e poi finalmente mi accompagna verso casa cantando Happy Hour di Ligabue con la voce di un maiale sgozzato nell aia. Almeno, fino a un certo punto, sta andando verso casa. Poi, di colpo, inchioda sull asfalto così brutalmente da farmi sfiorare la commozione cerebrale contro il parabrezza, davanti a un bar vicino all ex-mercato ortofrutticolo. Un bar 35

37 che è aperto fino a orari strani, di quelli che, per descrivere il luogo: se fossi inseguita in piena notte da un rumeno o un extracomunitario deciso a violentarmi e mi trovassi accanto a quel bar lì, piuttosto che entrarci per chiedere soccorso mi offrirei al bruto. «Hai visto?», sospira Corinna. «Cosa?». «C è la sua moto. Lì. Fuori dal bar». «La moto di chi?». «La sua». «Sventrax?». «Sventrax». «Corinna. Non vorrai mica entrare in quel bar, vero? Non vuoi entrare lì dentro a quest ora di notte, no, eh? Ti prego, ti prego, portami prima a casa, piuttosto, che io» «E se gli do dei soldi?». «A chi? A Sventrax?». «Sì! Se entro adesso che sono un po ubriaca e gli dico Sventrax, ti prego, questi son duecento euro, per favore, trombami, ci faccio una gran figura di merda davanti a tutti i suoi amici?». «Eh, be, fai te». «Dici?». «Già». «E se gliene do trecento?». «Corinna». Per fortuna Corinna strabuzza gli occhi, spalanca la portiera e caccia un altra clamorosa vomitata sull asfalto. E questa storia penosa di Sventrax, il suo irraggiungibile oggetto sessuale di sempre, per il momento, finisce qua. [Ah, salve. Sono la Terza Persona. Mi chiamano Narratore Onnisciente, anche. È un po altisonante, e allontana. Terza Persona spaventa di meno. In pratica sono quello che racconta le storie dei romanzi. Quando non è il protagonista dei romanzi a raccontare quel 36

38 che gli succede, come stava facendo Serena un attimo fa. Quella si chiama Prima Persona. Esempi pratici che potreste capire facilmente: la Divina Commedia. È in prima persona. Il poeta racconta quel che vede, quel che fa, quello che gli accade, ci rende generosamente partecipi dei suoi pensieri. I promessi sposi? È in terza persona. Il narratore onnisciente che tutto sa e tutto vede salta allegramente da quel ramo del lago di Como a Milano, viaggia nel tempo per raccontare i trascorsi dei personaggi, legge addirittura nel loro pensiero. Questa è la terza persona. C è anche una Seconda Persona, ma non voglio creare scompiglio. Passiamoci sopra. Ora: non vi sto facendo la storia della letteratura perché vi reputo degli ignoranti, naturalmente, anche se, come dire, sì, un po vi ritengo degli ignoranti. Ma mica per colpa vostra. Poveretti. Ho pena di voi. Magari siete nati negli anni Settanta e siete stati tirati su a colpi di Tv, e allora è un miracolo se riuscite ancora a direzionare la forchetta dalle parti della bocca, figurarsi distinguere la prima persona dalla terza. Allora, come forse avrete notato, fin qui la storia l ha raccontata Serena. Ci sono però degli elementi importanti che Serena la quale non viaggia nel tempo, non ha il dono dell ubiquità, non legge nel pensiero e non è neppure sta gran cima, detto tra noi non può conoscere e che invece il lettore, di suo, potrebbe trovare interessanti. E qui subentro io. La Terza Persona. Che si alternerà a Serena, di quando in quando, per fornire particolari utili alla vicenda. Ora, va bene che vi ritengo degli ignoranti non per colpa vostra, ma spero di non dover suonare un campanellino o- gni volta che subentro al posto di Serena. Suppongo che lo capirete da soli, quando cambia il narratore. Lo capirete da soli, no? Ok. Vado a comprare un campanellino.] 37

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