«La teoria della classe agiata» di Thorstein B. Veblen: una nota sul dibattito italiano del 1949

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1 Studi e Note di Economia Anno XII, n , pagg «La teoria della classe agiata» di Thorstein B. Veblen: una nota sul dibattito italiano del 1949 TIZIANA FORESTI* The aim of this paper is to provide a reconstruction of the Italian debate on Thorstein Veblenʼs La teoria della classe agiata. In 1949, the Italian translation of Veblenʼs The Theory of the Leisure Class (1899) gave rise to a heated debate which involved some of the most important personalities of our culture. Nevertheless, Veblenʼs book remained in the background of the discussion. Veblenʼs work was merely the occasion for dealing with issues bound up in political circumstances. (JEL: B3, B 20, B 31) 1. Introduzione Nel 1949 la pubblicazione della Teoria della classe agiata di Thorstein Veblen la traduzione italiana della Theory of the Leisure Class (1899) suscita un acceso dibattito che coinvolge alcune delle più importanti personalità della nostra cultura 1. Ciò nonostante come si vedrà il testo vebleniano rimane spesso in secondo piano, rispetto ai veri obiettivi polemici al centro del dibattito, legati piuttosto alla contingenza politica. Gli studiosi che si sono interrogati sul problema della ricezione italiana di Veblen nella prima metà del Novecento, hanno considerato il dibattito del 1949 * Università di Pisa. Dipartimento di filosofia, Piazza Torricelli 3/A, 56100, Pisa. Desidero ringraziare il professor Tiziano Raffaelli per i suoi preziosi suggerimenti e per il continuo incoraggiamento. Naturalmente, la responsabilità delle eventuali imprecisioni contenute in queste pagine è solamente mia. 1 T. Veblen, La teoria della classe agiata. Studio economico sulle istituzioni, prefazione di A. Giolitti, traduzione italiana di F. Ferrarotti, Einaudi, Torino Bisogna aspettare il 1969 perché, nella collana dei «Classici della Sociologia» della UTET, vengano presentate al pubblico italiano La Germania imperiale e la rivoluzione industriale (Imperial Germany and the Industrial Revolution, 1915), la Ricerca sulla natura della pace e le condizioni della sua perpetuazione (An Inquiry into the Nature of Peace and the Terms of its Perpetuation, 1917) e Gli ingegneri e il sistema dei prezzi (The Engineers and the Price System, 1921). Risale, invece, al 1970 la pubblicazione dellʼedizione della Franco Angeli della Teoria dellʼimpresa (The Theory of Business Enterprise, 1904). Ancora oggi, le uniche opere di Veblen tradotte in Italiano sono quelle appena citate.

2 60 Studi e Note di Economia, Anno XII, n come il momento culminante della sua fortuna italiana 2. Secondo la bibliografia vebleniana presentata da Mino Vianello in un saggio pubblicato nel 1959, la prima diffusione dellʼopera di Veblen risalirebbe soltanto agli anni Trenta 3. In Italia sʼinizierebbe, infatti, a parlare di Veblen soltanto nel 1931, con lʼarticolo di Arturo Masoero Un Americano non edonista 4. Nessun altro si occuperebbe, poi, di Veblen fino al 1937, anno in cui compare il libro di Eraldo Fossati New Deal. Il nuovo ordine economico di F. D. Roosevelt 5. Le interpretazioni di Masoero e Fossati non si distinguono certo per rigore scientifico, poiché non aspirano ad unʼanalisi della teoria di Veblen, ma ad evidenziare una presunta vicinanza teorica del programma di ricerca vebleniano con la dottrina economica corporativa 6. Un successivo riferimento allʼeconomista americano è rintracciato nel 1946, nellʼopera di Amintore Fanfani Il neovolontarismo economico statunitense, la quale, pur appartenendo ad un «clima rinnovato» non offre un contributo originale alla critica vebleniana, dal momento che il campo dʼindagine affrontato da Fanfani non riguarda esplicitamente Veblen ma gli istituzionalisti del Trend of Economics (1924) 7. Lʼadozione dogmatica 2 Cfr. M. Vianello, Per il centenario Vebleniano (Thorstein Veblen, A Critical Reappraisal, Cornell University Press, 1958), «Nuova rivista storica», XLIII, 1959, 2, pp ; A. Guaraldo, Diffusione e critica dellʼopera di Thorstein Veblen in Italia: alcuni testi chiave, «Quaderni di sociologia», XXII, 1973, 1, pp ; R. Tilman - A. Fontana, Italian Debate and Dialogue on Thorstein Veblen: The Evolution of the Appreciation for his Contributions despite the Apathy of the Intelligentsia, «American Journal of Economics and Sociology», XLIV, 1985, 1, pp , poi in J. C. Wood (Ed.), Thorstein Veblen. Critical Assessments, Routledge, London e New York 1993, vol. II, pp Si veda anche F. De Domenico, nota bibliografica a T. Veblen, Opere, UTET, Torino M. Vianello, op. cit., pp A. Masoero, Un Americano non edonista, «Economia. Rivista di economia corporativa e scienze sociali», n. s., VII, 1931, 2, pp E. Fossati, New Deal. Il nuovo ordine economico di F.D. Roosevelt, Cedam, Padova Fin dalle primissime pagine appare in modo chiaro quale sia il tenore dellʼanalisi del New Deal condotta da Fossati: «il New Deal, compiendosi nel quadro intatto della costituzione americana, si presenta come un mutamento di programma di governo più che come lʼaffermazione di un ordine nuovo. Qui si trova la ragione prima di debolezza del sistema rooseveltiano e la fondamentale spiegazione del processo involutivo, che dalla seconda metà del 1934 è venuto subendo sino a sfociare nelle difficoltà dʼordine costituzionale. Al New Deal facevano difetto quelle condizioni basilari, che Mussolini con profonda acutezza ha posto per lʼinstaurazione dellʼordine nuovo economico. Per fare il corporativismo pieno, completo, integrale, rivoluzionario ebbe ad affermare il Duce nel discorso del 14 Novembre 1933 al Consiglio Nazionale delle Corporazioni occorrono tre condizioni: Un partito unico, per cui accanto alla disciplina economica entri in azione anche la disciplina politica [ ] Lo Stato totalitario [ ] Vivere un periodo di altissima tensione ideale. Di queste condizioni Roosevelt non ha conosciuta che la terza, che ha cercato di fare penetrare al popolo americano» (Ivi, pp. 2-3). Cfr. M. Sedda, Il New Deal nella pubblicistica italiana dal 1933 al 1938, «Il Politico», LXIV, 1999, 2, pp A. Fanfani, Il neovolontarismo economico statunitense, Principato, Milano Lo studioso italiano come è noto raggruppava, con criteri idiosincratici, le diverse scuole economiche in due grandi correnti di pensiero: quella «naturalistica» (a cui riportava il naturalismo fisiocratico, smithiano, marxista e marginalista) e quella «volontaristica» (nella quale includeva le dottrine economiche anteriori al XVII secolo). Gli economisti del Trend of Economics, poiché affermano lʼesigenza di «una sistematica forma di controllo sociale sullʼattività economica» (Ivi, p. 11), sono appunto, secondo la classificazione di Fanfani, dei «neovolontaristi». Veblen, Richard Ely e John Commons, che lo studioso giudica solamente «i tre profeti del neovolontarismo americano» (Ivi, p. 74) e quindi non dei neovolontaristi in senso proprio, rimangono dunque sullo sfondo di unʼanalisi che verte appunto, principalmente, sugli economisti del Trend of Economics.

3 T. Foresti - «La teoria della classe agiata» di Thorstein B. Veblen: Una nota 61 della ricostruzione proposta da Vianello ha, quindi, condotto la critica a ritenere che la fama di Veblen in Italia fosse legata principalmente alle polemiche suscitate nel 1949 dalla prima traduzione di una sua opera 8. In un lavoro precedente, attraverso lʼindividuazione di testi in gran parte non noti alla critica, ho retrodatato lʼingresso di Veblen nella cultura italiana, spostandolo dal 1931 al Inoltre, ho mostrato come negli anni la Scuola di Scienze Corporative dellʼuniversità di Pisa svolse un importante ruolo nel promuovere la diffusione dellʼopera vebleniana. La Scuola viene fondata nel 1928 per iniziativa del Ministro delle Corporazioni Giuseppe Bottai, il quale la dirige dal 1930 al Nella riflessione di Bottai, la crisi del 1929 doveva dare impulso ad una revisione dei principi dellʼeconomia liberale, dal momento che, a suo avviso, il crollo di Wall Street era la conseguenza di una crisi globale del sistema economico capitalistico. Più precisamente, Bottai, in contrasto con gli esponenti più reazionari del regime fascista, riteneva che la piena ed efficace attuazione del corporativismo implicasse la trasformazione del sistema economico italiano in unʼeconomia pianificata. Da qui, dunque, la definizione dellʼeconomia corporativa come una «terza via» tra il capitalismo e il socialismo Vianello giudica «la scelta [ ] di tale opera infelice, giacché, anche se è il primo libro pubblicato dal Veblen in termini cronologici, essa appartiene al centro del suo pensiero da un punto di vista sistematico, non essendo comprensibile senza la critica vebleniana dellʼeconomia classica e senza gli elementi fondamentali della sua sociologia» (M. Vianello, op. cit., p. 274). La stessa traduzione del titolo viene ritenuta infelice perché il termine leisure, più che allʼagiatezza, rinvia allʼidea di benessere, ozio, pigrizia. Vianello ritorna sulla questione della traduzione del termine anche nella sua nota monografia vebleniana del 1961 (M. Vianello, Thorstein Veblen, Edizioni di Comunità, Milano 1961). Qui, in un primo riferimento, (p. 262), scrive: «leisure non vuol dire indolenza, vuol dire tempo impiegato in un lavoro improduttivo [ ] Tale termine è usato, quindi, in senso etimologico, da licet». In un secondo riferimento, (p. 289), nota come il titolo italiano sia «privo del doppio significato chʼè implicito nellʼoriginale, economico e socio-politico. Leisure class, infatti, esprime una condizione sociale completamente diversa da ʻgente agiataʼ, come del resto si può intuire, riflettendo che niente impediva al Veblen dʼusare lʼespressione rich people o successful business-men. Quello che di questa gente, che non deve lavorare, a lui interessava, era il carattere classista del loro stile di vita». Anche Piero Bairati, nella introduzione alla edizione della Theory of the Leisure Class tradotta da Giampaolo Barosso, sostiene che la traduzione di leisure class con «classe agiata può provocare qualche equivoco, in quanto il significato più proprio sarebbe quello di ʻclasse esente dalle funzioni produttiveʼ; si accetta questa espressione soltanto in quanto è ormai legittimata dallʼuso» (P. Bairati, introduzione a T. Veblen, La teoria della classe agiata, Rizzoli, Milano 1981, p. 14). Invece, nel loro saggio sulla fortuna italiana di Veblen, Rick Tilman e Andrea Fontana reputano corretta la scelta del traduttore Franco Ferrarotti «if one considers the work-ethic definition of leisure» e non solamente il significato classico della parola (R. Tilman - A. Fontana, op. cit., p. 318). 9 T. Foresti, Thorstein B. Veblen in Italy in the First Half of the 20 th Century: Historiographical Perspectives, in P. F. Asso and L. Fiorito (Eds), Economics and Institutions. Contributions from the History of Economic Thought, Franco Angeli, Milano 2007, pp Su Giuseppe Bottai si veda S. Cassese, Giuseppe Bottai (ad vocem), in Dizionario Biografico degli Italiano, vol. XIII, Istituto dellʼenciclopedia Italiana, Roma, 1972, pp Per unʼanalisi dellʼattività della Scuola di Scienze Corporative dellʼuniversità di Pisa rinvio a V. Suriani, La Scuola di Scienze Corporative di Pisa e lo studio dellʼeconomia programmatica negli anni Trenta, «Il pensiero economico italiano», XIII, 2005, 1, pp Cfr. G. Bottai, Esperienza corporativa ( ), Vallecchi Editore, Firenze Va, tuttavia, ricordato che la «dottrina economica corporativa» elaborata da Bottai e dai corporativisti pisani non trovò alcuna realizzazione nelle scelte di politica economica del governo di Mussolini. Sul corporativismo si

4 62 Studi e Note di Economia, Anno XII, n Lo spoglio della rivista «Archivio di studi corporativi» fondata da Bottai nellʼaprile del 1930 e da lui diretta fino al 1933 mostra come nellʼinterpretazione dellʼopera vebleniana proposta dal gruppo di studiosi della Scuola di Pisa si riflettano le tematiche del dibattito sul corporativismo. Più specificamente, in linea con la concezione corporativa di Bottai, i corporativisti pisani individuano lʼaffinità con Veblen nel rifiuto delle premesse edonistiche e nella critica del sistema capitalistico 12. Ma, al tempo stesso, tale affinità non può ritenersi piena, poiché Veblen non pone la questione della realizzazione dello «Stato corporativo» 13. I riferimenti allʼopera di Veblen durante gli anni Trenta non si esauriscono con quelli presenti sullʼ«archivio di studi corporativi», né con le opere degli studiosi della Scuola di Scienze corporative dellʼuniversità di Pisa 14. Si tratta, comunque, di scritti nei quali il riferimento a Veblen è strumentale allʼaffermazione della concezione corporativa. Soltanto negli anni Quaranta, preso atto della inattuabilità di un corporativismo di stampo fascista, lʼapproccio storiografico a Veblen e allʼistituzionalismo inizia a liberarsi dalle ragioni di opportunismo politico che lo avevano precedentemente caratterizzato. Ciò nonostante, in occasione del dibattito del 1949 la Teoria della classe agiata rappresenterà, semplicemente, lo «spunto» per trattare questioni politiche, giudicate ben più importanti dellʼanalisi stessa dellʼopera. La Theory of the Leisure Class vuole essere, in primo luogo, unʼanalisi economica evoluzionista dellʼistituzione della leisure class e non come invece è stato frequentemente sostenuto una sorta di satira della società americana 15. Certamente lo stile di Veblen ha contribuito ad unʼinterpretazione fuorviante della Theory of the Leisure Class: lʼopera ha poco del trattato vedano E. Zagari, introduzione a O. Mancini, F. D. Perillo, E. Zagari (a cura di), Teoria economica e pensiero corporativo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1982, vol. I, pp ; L. Ornaghi, Stato e corporazione, Giuffrè, Milano 1984; R. Faucci, Materiali e ipotesi sulla cultura economica italiana fra le due guerre mondiali, in G. Becattini (a cura di), Il pensiero economico: temi, problemi e scuole, UTET, Torino 1990, pp ; A. Cardini, Lʼelaborazione di una «teoria dellʼeconomia nazionale» fra il 1914 e il 1930, in R. Faucci (a cura di), Il pensiero economico italiano fra le due guerre ( ), «Quaderni di storia dellʼeconomia politica», 1990, 2-3, pp ; R. Faucci, Lʼeconomia politica in Italia. Dal Cinquecento ai nostri giorni, UTET, Torino 2000, cap. VII; H. Bartoli, Histoire de la pensée économique en Italie, Publications de la Sorbonne, Paris 2003, cap. IX. 12 Cfr. F. M. Pacces, Contributo alla ricerca di una soluzione tecnica per alcuni problemi economici, «Archivio di studi corporativi», V, 1934, 3, pp ; F. Carli - W. Cesarini Sforza, Principii economico-giuridici del corporativismo, «Archivio di studi corporativi», VIII, 1937, 3, pp ; F. Vito, Lo svolgimento storico dellʼeconomia politica alla luce della concezione corporativa, «Archivio di studi corporativi», VIII, 1937, 2, pp ; G. Bruguier Pacini, Problemi metodologici nellʼeconomia politica corporativa, «Archivio di studi corporativi», XI, 1940, pp Cfr. F. M. Pacces, Nostro tempo della rivoluzione industriale, Einaudi, Torino 1939, pp T. Foresti, op. cit., pp Nel 1953 Charles Wright Mills giudica ancora Veblen «the only comic writer among modern social scientists» (C. Wright Mills, introduzione a T. Veblen, The Theory of the Leisure Class [1899], The New American Library, New York 1953, p. VI). Ma si tratta di un fraintendimento che accompagna lʼopera fin dalla sua pubblicazione; per una rassegna delle recensioni immediatamente successive alla pubblicazione della Theory of the Leisure Class, si veda J. Dorfman, Thorstein Veblen and his America, The Viking Press, New York 1947, pp

5 T. Foresti - «La teoria della classe agiata» di Thorstein B. Veblen: Una nota 63 economico ortodosso 16. Prima di ricostruire il dibattito italiano del 1949, mi sembra quindi opportuno richiamare quegli aspetti dellʼanalisi vebleniana che saranno al centro della discussione degli studiosi italiani. Per Veblen, il termine leisure designa «un consumo, non produttivo, di tempo. Il tempo è speso senza un lavoro produttivo: 1) per un segno dellʼindegnità del lavoro produttivo, e 2) come un segno della capacità finanziaria di condurre una vita oziosa» 17. Lʼorigine della leisure class come istituzione viene individuata nella distinzione primitiva tra le «occupazioni industriose» (industrial occupations) e quelle a cui si annette un certo grado di onore: attività di governo, guerra, pratiche religiose e sport; prerogative, queste ultime, delle classi superiori. Più specificamente, le condizioni affinché in una comunità si affermi una leisure class sono sia la prevalenza di un «abito di vita predatatoria» che il superamento della soglia di sussistenza, perché una parte del gruppo possa così essere esentata dal lavoro. In una comunità primitiva con queste caratteristiche, la distinzione tra gesta ed ordinaria sfaticata coincide con una differenza fra i sessi: il lavoro necessario per la sopravvivenza del gruppo ricade interamente sulle donne, mentre la mansione degli uomini abili è costituita dalla guerra e dalla caccia 18. Si tratta di una distinzione di «carattere antagonistico» fra le occupazioni che ha un preciso fondamento psicologico nellʼistinto dellʼefficienza (instinct of workmanship). Lʼistinto rappresenta il concetto-chiave della psicologia dinamica ed evoluzionista adottata dallʼeconomista americano 19. Lʼistinto vebleniano non va inteso in 16 Rispondendo alle critiche mosse da John Cummings alla Theory of the Leisure Class, a proposito dellʼuso di termini che «in their current use, convey an attitude of approval or disapproval on the part of those who use them», Veblen scrive infatti: «A scientist inquiring into cultural growth, and an evolutionist particularly, must take account of this dynamic content of the categories of popular thought as the most important material with which he has to work [ ] If the free use of unsophisticated vulgar concepts, with whatever content of prejudice and sentiment they may carry, is proscribed, the alternative is a resort to analogies and other figures of speech, such as have long afflicted economics and have given that science its reputed character of sterility. In extenuation of my fault, therefore, if such it must be, it should be said that, if one would avoid paralogistic figures of speech in the analysis of institutions, one must resort to words and concepts that express the thoughts of the men whose habits of thought constitute the institutions in question» [corsivi miei] (T. Veblen, Mr. Cummingʼs Strictures on «The Theory of the Leisure Class», «The Journal of Political Economy», VIII, 1899, pp , poi in Id, The Collected Works of Thorstein Veblen, vol. X, Essays in Our Changing Order, [1934], Routledge, London 1994, pp : 31). 17 T. Veblen, La teoria della classe agiata, p Ivi, pp Cfr. T. Raffaelli, Premesse dellʼalternativa istituzionalista allʼindividualismo metodologico, in G. Lunghini (a cura di), La scienza impropria. Metodi e usi della teoria economica, Franco Angeli, Milano 1984, pp ; M. H. Rutherford, Thorstein Veblen and the Processes of Institutional Change, «History of Political Economy», XVI, 1984, 3, pp , poi in J. C. Wood (Ed.), Thorstein Veblen. Critical Assessments, cit., vol. II, pp ; P. F. Asso and L. Fiorito, Human Nature and Economic Institutions: Instinct Psychology, Behaviorism and the Development of American Institutionalism, «Journal of the History of Economic Thought», XXVI, 2004, 4, pp ; G. M. Hodgson, The Evolution of Institutional Economics. Agency, Structure and Darwinism in American Institutionalism, Routledge, London e New York 2004, cap. 9; C. Cordes, Veblenʼs «Instinct of Workmanship», Its Cognitive Foundations, and Some implications for Economic Theory, «Journal of Economic Issues», XXXIX, 2005, 3, pp

6 64 Studi e Note di Economia, Anno XII, n senso puramente meccanico: Veblen distingue, infatti, lʼistinto dal tropismo; distinzione, questa, adottata da Jacques Loeb, suo collega allʼuniversità di Chicago. 20 Lʼistinto, a differenza del tropismo, «involves consciousness and adaptation to an end aimed at» 21. Gli istinti umani per Veblen sono «teleological categories», ed in ciò si distinguono da quelli degli altri animali 22. Lʼinstinct of workmanship designa il «senso del merito dellʼutilità o efficienza e del demerito della futilità, dello sciupio o incapacità» 23. Più precisamente, lʼistinto dellʼefficienza, «là dove le circostanze o le tradizioni di vita portano al confronto abituale di una persona con unʼaltra in fatto di capacità», opera «attraverso un confronto di carattere emulatore o antagonistico tra persone» 24. Ma è lʼistituzione della proprietà privata lʼulteriore elemento che determina lo stabilirsi di una leisure class convenzionale; da una prima fase caratterizzata dallʼacquisizione di persone e di beni con la violenza, si passa ad una successiva, nella quale «le cose possedute vengono allora a essere valutate [ ] come prova della superiorità del possessore di questi beni su altri individui» 25. Veblen indica la fonte dello stimolo ad accumulare ricchezze proprio in questa lotta per lʼonorabilità, priva, di fatto, di una meta definitiva, giacché il bisogno di eccellere non può mai venire soddisfatto completamente. A tale proposito va comunque notato che le forme nelle quali si svolge tale lotta sono legate alle condizioni materiali di vita della comunità. Lʼagiatezza vistosa (conspicuous leisure) come mezzo per ostentare ricchezza, infatti, è efficace in un gruppo sociale piccolo e compatto, ma quando diventa necessario toccare una comunità più vasta il consumo vistoso (conspicuous consumption) diventa lo strumento ordinario di onorabilità. Mettendo in risalto lʼimportanza degli «spettatori» per la performance of leisure, Veblen indica nel consumo vistoso di beni lʼaltro metodo per dimostrare potenza finanziaria. Deve però trattarsi di un consumo di cose superflue, di uno spreco: non si avrebbe infatti alcun merito nel consumare il necessario. Mi sembra dunque opportuno ribadire che è peculiarità di entrambi i metodi il fatto di configurarsi come «spreco»: di tempo il primo, di beni il secondo. Il consumo vistoso costituisce, quindi, il canone di onorabilità della moderna società industriale, nella quale lʼimprecisione, la mobilità e la vaghezza delle linee di separazione tra le varie classi assicurano la forza precettiva dello schema di vita della leisure class fino agli strati sociali più bassi. Ma anche il «consumo vistoso» deve soddisfare lʼinstinct of workmanship; pertanto una qualsiasi spesa, 20 Il termine «tropismo» indica gli «istinti ciechi», i quali corrispondono ad «un livello di complessità inferiore a quella dei comuni istinti» (P. Barrotta - T. Raffaelli, Epistemologia ed economia. Il ruolo della filosofia nella storia del pensiero economico, UTET, Torino 1998, p. 243). 21 T. Veblen, The Instinct of Workmanship and the State of Industrial Arts, [1914], Augustus M. Kelley, New York 1964, p Ivi, p T. Veblen, La teoria della classe agiata, p Ibidem. 25 Ivi, p. 38.

7 T. Foresti - «La teoria della classe agiata» di Thorstein B. Veblen: Una nota 65 per quanto prodiga, «deve almeno avere qualche plausibile scusa in vista di uno scopo apparente» 26. Lʼinstinct of workmanship, agendo come «regola ausiliaria della compiacenza di sé», può manifestarsi anche come finzione di uno scopo utile 27. Veblen rileva lʼazione di tale finzione, ad esempio, «nei doveri sociali, nei lavori da mezzo artista o da semierudito, nella cura e nella decorazione della casa, nellʼappartenenza a circoli di cucito o per la riforma del vestire, nella competenza in fatto di abbigliamento, gioco di carte, canottaggio, golf e altri sport» 28. Questi dunque gli elementi teorici della Theory of the Leisure Class di cui principalmente si discute nel La «congiura del silenzio» e la polemica nelle pagine della «Critica economica» In occasione del dibattito del 1949, lʼanalisi dellʼopera vebleniana è, come ricorda uno dei partecipanti al dibattito, soltanto una «cosa secondarissima» rispetto a questioni giudicate ben più importanti 29. Addirittura, è molto più frequente il riferimento alla prefazione dellʼedizione italiana, anziché allʼedizione stessa. E quale sia lo scopo dellʼanonimo prefatore è subito evidente: esordisce infatti affermando che «cʼè unʼarma che la borghesia adopera quasi istintivamente, in mancanza o a preferenza di altre più drastiche, contro i suoi nemici di classe: la congiura del silenzio [corsivi miei]. Con particolare successo ha saputo usarla la classe agiata contro il suo spietato teorizzatore» 30. Continua poi: 26 Ivi, p Ivi, p Ibidem. Clare Virginia Eby in un articolo del 1998, ha messo in risalto la dimensione temporale del conspicuous consumption: non solo spendere in modo competitivo necessita di tempo ma, in modo più insidioso, «conspicuous consumption encourages one to experience her life according to a particular temporal paradigm, as life never ʻisʼ but can only be experienced as ʻbecomingʼ, by acquiring goods she desires but does not yet own» (C. V. Eby, Veblenʼs Assault on Time, «Journal of Economic Issues», XXXII, 1998, 3, pp : 692). Secondo la studiosa, la «forward-looking thrust» del conspicuous consumption si evidenzia in modo peculiare nella ricerca di quei beni che cambiano rapidamente, come, ad esempio, gli articoli di abbigliamento e di arredamento. Possedere lʼarticolo «più alla moda», vale a dire più nuovo, significa, infatti, per il consumatore vincere la competizione del conspicuous consumption, poiché si verificherebbe una irrazionale «canonization of novelty». Veblen, già in un saggio del 1894, aveva individuato nel principle of novelty uno dei tre principi cardinali della «economic theory of womanʼs dress», accanto a quelli della expensiveness e della ineptitude (T. Veblen, The Economic Theory of Womanʼs Dress, «Popular Science Monthly», XLVI, 1894, pp , poi in Id., The Collected Works of Thorstein Veblen, vol. X, cit., pp ). Questi elementi sono ripresi nel settimo capitolo della Theory of the Leisure Class, dedicato allʼanalisi dellʼabbigliamento come espressione della cultura finanziaria. Ciò che comunemente si ritiene «vestiario elegante», in realtà per Veblen «è studiato in modo da dare lʼimpressione che chi lo porta non fa abitualmente sforzi lucrosi». Questo aspetto è particolarmente visibile nellʼabbigliamento femminile: i cappellini dalle fogge più improbabili, le scarpette con tacco francese, le gonne troppo aderenti, il busto, i capelli eccessivamente lunghi, non sono altro che «insegne dellʼagiatezza»: attestano, infatti, «lʼesenzione o lʼinidoneità per ogni occupazione volgarmente produttiva» (T. Veblen, La teoria della classe agiata, cit. pp ). 29 La frase citata è di Vittorio Angiolini (V. Angiolini, A proposito della recente traduzione di un libro di Veblen, «Critica economica», IV, 1949, 3, pp : 99). Sulla posizione di Angiolini ritornerò diffusamente più avanti. 30 A. Giolitti, prefazione a T. Veblen, La teoria della classe agiata, p. 9.

8 66 Studi e Note di Economia, Anno XII, n Unʼopera di cinquantʼanni fa. Sconosciuta, si può dire, come è sconosciuto il suo autore, in Italia. Vedrà il lettore quale sconcertante novità essa rappresenti per il nostro mondo culturale. Una novità indigesta: per le ragioni che hanno determinato quella congiura del silenzio [ ] È naturale: non si parla di corda in casa dellʼimpiccato; e Veblen, come scrive Dos Passos, va sottilmente filando il logico inevitabile canapo delle cose reali, perché una società vi si impicchi. Inevitabile, sí, è lʼaggettivo giusto per lʼanalisi e il ragionamento di Veblen; e inesorabile, appunto come le cose reali. Si guardi questo libro: terso e freddo come un cristallo, senza una nota, senza una citazione erudita, un vastissimo materiale storico, economico, sociologico, etnologico vi è distillato e filtrato senza scorie attraverso un ragionamento limpidissimo sostenuto da un linguaggio e da uno stile che ha del prodigioso per il modo come senza mai deflettere dalla più rigida e distaccata obbiettività continuamente suggerisce al lettore unʼintenzione sarcastica 31. Lʼautore della prefazione è Antonio Giolitti, come egli stesso rivendica, intervenendo nella polemica sulle pagine della «Critica economica». Giolitti ritiene in parte a torto non solo che Veblen sia un autore sconosciuto in Italia, ma che sia stato vittima di una «congiura del silenzio». Lʼaltro aspetto che però mi preme evidenziare riguarda la concezione della storia di Veblen, sulla quale Giolitti scrive: Ma il canapo del suo ragionamento Veblen lo tesse perché una società vi si impicchi. Qui il suo limite. La sua opera è senza speranza: tende il capestro alla società capitalistica putrefatta, non sa aiutare la nascita della società nuova. Il suo metodo è logico, genetico anche, ma non dialettico. Egli vede lʼassurdo, il grottesco, il negativo, non il contraddittorio, e non sa quindi prevedere, attraverso il superamento della contraddizione, la nuova sintesi. Quanto al metodo, Veblen non va molto oltre Darwin. Ha letto Marx ma non lʼha capito (probabilmente ignorava Hegel) [ ] Veblen tratta la società come un meccanismo economico in continua evoluzione determinata dalla ricorrente necessità di adeguare le istituzioni allʼambiente esterno. Nessuna concezione dialettica, nessuna funzione attribuita alla lotta di classe anche se egli riconosce e afferma lʼesistenza della divisione tra le classi (ma è una divisione statica, non dinamica, non va in movimento dialettico, e quindi in definitiva non rivoluzionaria) 32. In effetti il rapporto di Veblen con Marx è cruciale al fine della comprensione dei diversi momenti del dibattito sulla sua opera. Anzitutto, lʼeconomista, nella Theory of Business Enterprise (1904), esaminando la questione della portata sociale del «malcontento socialista», individua nella distinzione tra le occupazioni la ragione del prevalere di tale «malcontento» in certe classi piuttosto che in altre, prendendo così le distanze dai marxisti. Veblen afferma infatti che «la linea di demarcazione tra coloro che sono accessibili 31 Ivi, p A. Giolitti, prefazione a T. Veblen, La teoria della classe agiata, pp

9 T. Foresti - «La teoria della classe agiata» di Thorstein B. Veblen: Una nota 67 alla propaganda socialista e coloro che non lo sono si deve piuttosto tracciare tra le classi impegnate nelle attività industriali e quelle impegnate nelle attività pecuniarie. Non è tanto una questione di proprietà quanto di occupazioni; non di ricchezza relativa, ma di lavoro» 33. La critica vebleniana al sistema capitalistico si fonda, appunto, sulla dicotomia tra industry e business, ed è proprio questo aspetto a connotarla in modo peculiare rispetto a quella marxiana. Inoltre, lʼadozione di un modello dʼanalisi evoluzionista di stampo darwiniano implica per Veblen sia la negazione di un andamento teleologico nei processi osservati, sia lʼimpossibilità ad individuare uno specifico gruppo sociale quale fautore di un sommovimento rivoluzionario 34. Esaminando la teoria marxiana, Veblen riconosce che «there is no system of economic theory more logical than that of Marx», ma il materialismo storico rimarrebbe essenzialmente legato allʼhegelismo, e pertanto si collocherebbe in una posizione di radicale contrasto rispetto alla concezione darwiniana e post-darwiniana dellʼevoluzione 35. Entrambi i sistemi filosofici appaiono comunque dominati, per Veblen, da una «conception of movement, development, evolution, progress; and in both the movement is conceived necessarily to take place by the method of conflict or struggle» 36. Ma lʼaspetto che mi preme qui evidenziare maggiormente è il diverso modo in cui Veblen e Marx concepiscono la condizionalità esercitata dalla struttura economica sulla sovrastruttura sociale. Anzitutto, al centro della scena ci sono, per Veblen, le innovazioni tecnologiche: sono infatti queste ultime che, mutando le «circumstances of life» della comunità, determinano lʼevoluzione istituzionale; anche se naturalmente non tutte le innovazioni tecnologiche sortiscono questo 33 T. Veblen, La teoria dellʼimpresa, introduzione di L. Del Grosso Destrieri, traduzione italiana di M. Marini, Franco Angeli Editore, Milano 1970, pp Veblen continua: «È una questione di lavoro perché è una questione di abiti mentali, e il lavoro plasma gli abiti mentali. I socialisti stessi vedono la distinzione come una distinzione sul piano degli abiti mentali: questi ultimi sono formati dalle abitudini di vita piuttosto che da un rapporto giuridico con la ricchezza. Questa relazione giuridica può avere un peso sostanziale agli effetti di modellare lo spirito delle diverse classi economiche; ma non sembra di per sé capace di spiegare le limitazioni che si possono osservare nella diffusione dellʼidea socialista» (ivi p. 265). 34 Nel saggio del 1898 Why is Economics not an Evolutionary Science?, Veblen definisce lʼeconomia evoluzionista come «a theory of a process of cultural growth as determined by the economic interest, a theory of a cumulative sequence of economic institutions stated in terms of the process itself» (T. Veblen, Why is Economics not an Evolutionary Science?, «The Quarterly Journal of Economics», XII, 1898, pp , poi in Id., The Place of Science in Modern Civilisation, Russell & Russell, New York 1961, pp : 77). 35 T. Veblen, The Socialist Economics of Karl Marx and his Followers. I. The Theories of Karl Marx, «The Quarterly Journal of Economics», XX, 1906, pp , poi in Id., The Place of Science in Modern Civilisation, cit., pp : ). Sullʼinterpretazione vebleniana dellʼopera di Marx si vedano E. K. Hunt, The Importance of Thorstein Veblen for Contemporary Marxism, «Journal of Economic Issues», XIII, 1979, 1, pp ; D. R. Stabile, Thorstein Veblen and His Socialist Contemporaries: A Critical Comparison, «Journal of Economic Issues», XVI, 1982, 1, pp. 1-28; T. Raffaelli, Marxismo e istituzionalismo, «Teoria», III, 1983, 1, pp ; S. Edgell and J. Townshend, Marx and Veblen on Human Nature, History, and Capitalism: Vive la Différence!, «Journal of Economic Issues», XXVII, 1993, 3, pp Ivi, p. 414.

10 68 Studi e Note di Economia, Anno XII, n risultato. Inoltre, mentre nella concezione materialistica «manʼs spiritual life what man thinks is a reflex of what he is in the material respect», in quella vebleniana la condotta umana, in senso ampio, va compresa in termini di habits of thought, le quali sono appunto indotte dagli habits of life 37. Per tornare al dibattito di cui ci stiamo occupando, alla pubblicazione della Teoria della classe agiata segue immediatamente la stroncatura operata da Croce. Ma anche Croce è tra coloro che mettono in particolare risalto la prefazione; afferma infatti: Contro il terribile libro, del Veblen, [ ] la borghesia (la mitica borghesia, che oggi è nei discorsi), alla quale il libro preparava il cappio perché sʼimpiccasse, avrebbe adoperato, come avverte lʼeditore, lʼarma che meglio si conviene alla sua viltà: la congiura del silenzio. [Questo libro] in Italia, dicevo, possiamo ora leggerlo tutti. E anche io lʼho letto e sono in grado di rassicurare la borghesia, che il cappio non stringe, che lʼautore era persona inoffensiva e innocente, ingenuo in modo quasi commovente. A criticarlo sul serio cascano le braccia, perché, da cima a fondo del volume, vi si mostra, per un verso la più completa ottusità nel cogliere il carattere storico dei fatti, e per lʼaltro, si attribuiscono alla classe accusata, come suoi propri e peculiari, difetti e vizî che sono di tutte le classi ossia sono genericamente umani 38. Probabilmente, agli occhi di Croce, Veblen peccava di «sociologismo spenceriano»; in ogni caso il filosofo ammette di avere interrotto la lettura della Teoria della classe agiata «annoiato dallo spettacolo uniforme che [gli] passava dinanzi agli occhi» 39. Ma vorrei richiamare lʼattenzione soprattutto su quanto Croce scrive a proposito dei «canoni finanziari del gusto», andando così a toccare una problematica di tipo più strettamente estetico: 37 Ibidem. 38 B. Croce, La teoria della classe agiata, «Il Nuovo Corriere della Sera», Milano, 15 gennaio 1949, poi in Id., Terze pagine sparse, vol. II, Laterza, Bari 1955, pp : Mi sembra interessante riportare quanto Franco Ferrarotti scrive, in un articolo pubblicato nel 1950, a proposito del giudizio di Croce sulla «ottusità» di Veblen «nel cogliere il carattere storico dei fatti». Ferrarrotti osserva come: «Le analisi vebleniane, per solito minute e sottili, non di rado illuminate da intuizioni, si potrebbe dire, profetiche, pur nello sforzo di adeguarsi compiutamente allʼevolvere del processo vitale, narrandone i fenomeni, esplicandone i molteplici rapporti, sono tuttavia statiche [corsivo dellʼautore]. Esaurienti ed implacabilmente esatte, più che espressione del movimento dialettico della vita reale, esse appaiono come un inventario, completo ma fisso e chiuso. Ciò ha forse voluto dire Benedetto Croce, scrivendo che il Veblen dà prova della più completa ottusità nel cogliere il carattere storico dei fatti [ ] Storia sono gli accadimenti. Lʼaccadimento è il dato. Il dato è la condizione dellʼessere reale: condizione problematica, nel senso che cade sotto lʼistanza scettica. Ma nel Veblen, come nei più recenti esponenti del pensiero economico americano, lʼistanza scettica è inoperante. Il loro pensiero si presenta pericolosamente indifeso e sprovveduto. Occorre naturalmente tenere presente la condizionalità storica e ambientale. Bisogna ricordare cosʼera lʼamerica fin du siècle» (F. Ferrarrotti, La sociologia di Thorstein Veblen, «Rivista di filosofia», XLI, 1950, pp : 410). 39 B. Croce, op. cit., p Cfr. E. Garin, Cronache di filosofia italiana , [1966], Laterza, Roma - Bari 1997.

11 T. Foresti - «La teoria della classe agiata» di Thorstein B. Veblen: Una nota 69 I nobili palagi e i bei giardini [ ] sono asserzioni ed esibizioni di ricchezza? Ma, prima di questi sentimenti, nei quali animi volgari possono compiacersi (e per altro assai più raramente che non si creda), essi rispondono a sentimenti e bisogni estetici e coloro che ereditano quei palagi e giardini custodiscono in essi non già gli attestati boriosi della loro ricchezza, ma opere dʼarte, che costano a loro dispendî in pura perdita economica, ai quali spesso reggono a stento, astretti da sentimentali doveri verso il passato e verso il presente 40. Va osservato che, secondo Veblen, perché un oggetto soddisfi il nostro senso del bello è necessario che risponda altresì alle esigenze dello sciupio vistoso (conspicuous wastefulness). Scrive infatti Veblen: «lʼesigenza di sciupio vistoso non è coscientemente presente in linea di massima nei nostri canoni di gusto, ma è ciò nonostante presente come norma costrittiva che foggia e sostiene con la selezione il nostro senso di ciò che è bello, e dirige la nostra discriminazione rispetto a ciò che può essere legittimamente approvato come bello e ciò che non può» 41. E ancora: Il legame [ ] fra la rispettabilità e la percepita bellezza di certi oggetti, consiste nellʼeffetto che la rispettabilità produce sulle abitudini mentali di chi giudica [ ] I giudizi dal punto di vista estetico e da quello della reputazione non sono tenuti separati quanto si vorrebbe. Può specialmente sorgere confusione fra queste due specie di giudizio perché il valore degli oggetti quanto alla reputazione non è abitualmente distinto nel discorso mediante lʼuso di un qualche termine descrittivo particolare. Ne consegue che i termini usati comunemente per designare categorie o elementi di bellezza vengono applicati a questo innominato elemento del merito finanziario e ne deriva per conseguenza la corrispondente confusione dʼidee. Le esigenze della rispettabilità si uniscono in tal modo nella mentalità popolare con le esigenze della bellezza, e la bellezza non accompagnata dai segni accreditati della buona reputazione non viene accettata 42. Per lʼeconomista il feeling sul quale si fonda il giudizio estetico risulta così determinato anche dal canone della «reputazione finanziaria»: si tratta, dunque, di una visione inaccettabile per Croce. Il filosofo conclude la recensione osservando: Lo sciupío [ ] di cui parla lʼautore, e che sarebbe vanto e difesa dellʼagiatezza conquistata dalla gente agiata, si vede del pari presso la gente del popolo, che, sempre che può, fa, come i mietitori della Figlia di Jorio, le cose alla grande, laddove la seria borghesia suol considerare lo sfoggio e lo spreco come da parvenus. Ma il lettore si diverta a scorrere il grosso volume, se resiste [ ] Contro questo libro non 40 Ivi, p T. Veblen, La teoria della classe agiata, p Ivi, pp

12 70 Studi e Note di Economia, Anno XII, n è proprio necessaria la congiura del silenzio, la quale, se mai, sarebbe pietosa verso lʼautore [corsivi miei] 43. Questa conclusione, a ben guardare, risente però di una lettura non approfondita del testo vebleniano. Secondo lʼeconomista americano, infatti, sono ricordiamolo lʼimprecisione, la mobilità e la vaghezza delle linee di separazione tra le varie classi sociali ad assicurare appunto la forza precettiva dello schema di vita della leisure class. Anche nella recensione di Rodolfo Banfi è sviluppata soprattutto la questione del rapporto di Veblen con il marxismo 44. Sulla teoria della causalità vebleniana scrive infatti Banfi: solo ad un piccolo borghese per origine e per vita poteva riuscire incomprensibile il ruolo cosciente che una classe, il proletariato, ha sullo sviluppo della società moderna. Ed era quindi naturale che il dilemma del capitalismo non si ponesse per il Veblen in termini di lotta di classe [corsivi miei], ma entro lʼurto fra economia e tecnica [ ] Il problema diviene, malgrado tutto lo sfoggio di scientificismo, un problema morale: tutto dipende dal prevalere di questo o quellʼistinto e dallʼaiuto delle istituzioni. Il pensiero del Veblen, ridotto in termini popolari, si riduce allʼassai plateale considerazione che le cose vanno bene o male a seconda che gli uomini sono buoni o cattivi [ ] In sostanza, credo che il Veblen anziché porgere alla borghesia il cappio perché vi si impicchi [ ] le offre un eccezionale strumento di lotta, utile a sviare i potenziali alleati della classe operaia e a condurli nel vicolo cieco dellʼattesa di quando le forze cieche della storia favoriranno il bent of idle curiosity, lo istinto della ricerca disinteressata e il competente prenderà il posto dellʼincompetente. Tuttavia, «malgrado la disapprovazione di B. Croce non si può non raccomandare la lettura delle pagine de La teoria della classe agiata nelle quali il nostro Autore prende a partito certi aspetti del costume borghese». Questa dunque la posizione di Banfi; e va notato che mentre i teorici del corporativismo di stampo fascista guardavano alle possibili affinità tra le loro teorie e quella vebleniana, nellʼinterpretazione degli studiosi di formazione marxista, come appunto Banfi, si dà rilievo alle sue «lacune» rispetto a quella marxiana. Un ulteriore momento del dibattito è costituito dallʼarticolo di Widar Cesarini Sforza, per il quale Veblen non costituiva certo una novità, dal momento che, durante gli anni Trenta, lo studioso era stato una personalità di spicco della Scuola di Scienze corporative dellʼuniversità di Pisa 45. In un articolo di 43 B. Croce, op. cit., p R. Banfi, Alle origini del qualunquismo: «La teoria della classe agiata» di T. Veblen, «Lʼunità», Roma, 1 febbraio W. Cesarini Sforza, Una analisi sociale. La classe agiata, «Il Messaggero», Roma, 22 aprile Dal 1930 al 1938 Cesarini Sforza aveva ricoperto la cattedra di Filosofia del diritto allʼuniversità di Pisa. Nel 1936 era stato nominato direttore sia della Scuola di Scienze corporative che dellʼ«archivio di studi corporativi».

13 T. Foresti - «La teoria della classe agiata» di Thorstein B. Veblen: Una nota 71 Cesarini Sforza e Filippo Carli, pubblicato nel 1937 sullʼ«archivio di studi corporativi», si trova infatti un riferimento a Veblen 46. Nella recensione alla Teoria della classe agiata, Cesarini Sforza afferma appunto che Non è vero che Thorstein Veblen sia sconosciuto in Italia, come afferma lʼeditore della traduzione italiana del libro di cui discorriamo [ ] Sconosciuto, certo, al grosso pubblico, ma non ai nostri economisti, i quali, lo considerano come uno dei fondatori dellʼindirizzo istituzionalistico nella scienza dellʼeconomia [ ] Neanche è esatto che sullʼopera del Veblen sia stata fatta la congiura del silenzio della scienza borghese, che sarebbe rimasta ferita dallʼanalisi che, mezzo secolo fa, lʼeconomista americano ha compiuto dei caratteri psicologici della «classe agiata», della classe di coloro che non hanno bisogno di lavorare per vivere. Dire che il Veblen «tende il capestro, perché vi si impicchi, alla società capitalistica putrefatta», significa romanzare unʼopera concepita e scritta con intenti e metodi scientifici. Non vi è, in essa, nulla di marxistico, nessun richiamo alla dialettica rivoluzionaria. Si tratta solo di una ricerca fredda e spregiudicata intorno a quelle, fra le istituzioni che formano la struttura economica della società, che lʼautore chiama di acquisto in contrapposto alle istituzioni di produzione, rispettivamente corrispondenti alla funzione e ai modi di vita di coloro che consumano ricchezza e di coloro che la creano. È una distinzione che chiunque può trovare troppo schematica, allo stesso modo che schematica e in un certo senso artificiosa è quella di Spencer fra istituzioni «militari» e istituzioni «industriali», o, ancor meglio, quella di Marx fra classe proprietaria e classe lavoratrice; con entrambe la distinzione del Veblen ha, almeno formalmente, qualche punto di contatto. Dʼaltra parte basta riflettere, per esempio, al sentimento, sempre diffuso, della superiorità della produzione intellettuale e disinteressata nei confronti del lavoro manuale fatto a scopo di lucro, per intendere che è difficile prescindere dal contrasto, come lo pone Veblen, tra le due forme fondamentali di partecipazione alla vita sociale: la partecipazione con opere che non servono ai fini immediati e quotidiani dellʼesistenza, e la partecipazione con opere necessarie per elaborare i mezzi materiali di vita. Ma la distinzione non è utilizzabile a fini pragmatici, come quella marxistica; essa vale solo come descrizione della struttura economica, e come presupposto dellʼanalisi che è il vero intento dellʼeconomista americano dei rapporti fra lʼuno e lʼaltro tipo di istituzioni. Il Veblen non vuole per niente deprezzare la funzione economica della classe proprietaria, funzione che direttamente serve allʼinteresse della classe medesima, ma indirettamente ha uno scopo molto importante per la collettività, in quanto non solo conserva la struttura sociale ma anche in quanto la classe agiata sia classe dirigente influisce sulle istituzioni industriali, foggiandole e svolgendole nella direzione che più le conviene [corsivi miei]. Ma, secondo Veblen lʼufficio della leisure class, rispetto al processo industriale, è di tipo parassitario, e il suo conservatorismo svolge una azione di freno al cambiamento istituzionale. Il conservatorismo della leisure class ral- 46 F. Carli-W. Cesarini Sforza, op. cit., p. 316.

14 72 Studi e Note di Economia, Anno XII, n lenta, infatti, il processo di trasformazione sociale, ostacolando il riequilibrio delle istituzioni rispetto ai mutamenti delle condizioni di vita. Le istituzioni, in quanto «abitudini mentali che hanno la prevalenza rispetto a particolari relazioni e funzioni dellʼindividuo e della comunità», non solo costituiscono il risultato di un processo selettivo e di adattamento, ma sono a loro volta fattori efficienti di selezione 47. Esse operano «per unʼulteriore selezione dʼindividui dotati del temperamento più idoneo e per un ulteriore adattamento del temperamento e delle abitudini individuali allʼambiente mutevole, attraverso la formazione di istituzioni nuove» 48. Le istituzioni sono, insomma, metodi abituali di risposta agli stimoli dellʼambiente materiale, ma sono anche prodotti del processo di selezione: «sono adatte a circostanze passate, e non sono per questo mai pienamente in armonia con le esigenze del presente» 49. Perché si abbia progresso sociale è necessario, quindi, un riequilibrio degli habits of thought rispetto alle esigenze di una diversa situazione ambientale. In una comunità industriale moderna, però, le forze che operano per tale riequilibrio sono soprattutto economiche, assumono cioè la forma di una pressione finanziaria; la leisure class si trova, pertanto, in una posizione «riparata» rispetto ad esse, poiché non avverte in modo pressante le esigenze della lotta per i mezzi di sussistenza. La relazione della leisure class con il processo economico è, infatti, di tipo finanziario; si tratta di «una relazione di acquisizione, non di produzione; di sfruttamento, non di utilità» 50. Secondo Veblen, lʼufficio della classe proprietaria è «di carattere parassitario, e il loro interesse è di rivolgere a proprio uso e consumo tutta la sostanza che possono e conservare quanto han già sotto mano» 51. Da qui il conservatorismo di questa classe, la sua «ripugnanza istintiva a ogni deviazione dal modo accettato di fare e giudicare le cose» 52. La leisure class non esercita dunque si può concludere le funzioni che le ascrive Cesarini Sforza. Il dibattito sulla Teoria della classe agiata si svolse anche sulla rivista «Critica Economica», su iniziativa di Vittorio Angiolini che, nel febbraio, pubblicò una prima nota 53. Anche Angiolini concentra comunque la sua attenzione sulla prefazione dellʼopera, una prefazione che a suo dire presenterebbe numerosi errori e inesattezze che gli offrono lo spunto per affrontare una questione più generale: cioè il malvezzo di scrivere di questioni economiche da parte di persone sprovviste di specifica preparazione in proposito. Questo ci sembra un grave pericolo specialmente per la moderna cultura di sinistra. Per molti, purtroppo, lʼeconomista non è un uomo di cultura, ma viceversa lʼuomo di cultura dovrebbe essere anche economista [ ] Il fatto 47 T. Veblen, La teoria della classe agiata, p Ivi, p Ivi, p Ivi, pp Ivi, p Ivi, p La rivista «Critica economica» viene fondata da Antonio Pesenti nel 1945.

15 T. Foresti - «La teoria della classe agiata» di Thorstein B. Veblen: Una nota 73 ci sembra il risultato di tutta una mentalità prevalente nella cultura italiana e, in particolare, negli ambienti delle sinistre italiane. E cioè, molti degli attuali dirigenti politici della sinistra provengono quasi sempre da quella cultura generale che viene definita comunemente come umanistica. Preparazione questa, utilissima, forse per poter giudicare si dice senza lʼingombrante bagaglio dellʼapparato tecnico, date situazioni e dati momenti politici, ma dannosa quando, come è il caso, si riverbera involontariamente sul disgraziato campo economico, facile bersaglio dei dilettanti 54. Ed è proprio tale aspetto ad essere decisivo anche per Antonio Pesenti direttore della rivista, il quale, intervenendo nel dibattito con una lettera ad Angiolini, sostiene: È strano che questa opera solo oggi tradotta abbia fatto sorgere da noi tanto rumore. Vero è che tu cogli solo unʼoccasione per sollevare un problema per me certo più vitale dellʼopera del Veblen [corsivi miei]. La quale non merita la stroncatura del Croce [ ] Nellʼopera di Veblen nuovi apporti si incontrano [ ] Per me sono confusi in una concezione filosofica nebulosa e permettimi sostanzialmente idealistica e reazionaria [corsivi miei], nonostante che di fatto possa aver servito a scuotere la sicurezza nel sistema borghese di produzione e soprattutto nel capitalismo dei monopoli. I discepoli erano sì in maggioranza nel New Deal, la cui funzione è stata del resto contraddittoria; ma il loro pensiero può essere lʼinizio della critica del capitalismo, ma anche una base ideologica del fascismo. Può darsi che il Croce istintivamente abbia sentito quella repulsione che ha sempre sentito per Spencer, per esempio, troneggiante alla fine del secolo, per quellʼidealismo evoluzionistico, antidialettico (sostanzialmente anche anti darwiniano) di cui nel Veblen vi sono tracce notevoli, anche se modificato dallʼesperienza del pragmatismo americano. Quanta differenza comunque con la ricchezza, la completezza del pensiero marxista, che Veblen non ha capito e non poteva capire per deficienza di formazione [ ] Dʼaccordo sulla questione seconda che hai voluto sollevare. E cioè: non economisti, con formazione puramente letteraria (non dico filosofica, perché se tale fosse veramente sarebbe completa) che parlano con leggerezza di problemi economici anche nella nostra stampa di sinistra, che del resto di questioni economiche parla troppo poco. E quindi li travisano e spesso dicono sciocchezze [ ] Da quando lʼeconomia è diventata pura noi siamo diventati dei tecnici. I bei tempi dellʼeconomia classica sono scomparsi. Sta a noi economisti marxisti rivendicare la completezza della nostra scienza 55. Al di là di un giudizio di merito sulla legittimità del problema sollevato da Angiolini, ossia quello della competenza di chi affronta problemi in materie economiche, va rilevato che lʼopera di Veblen è per Pesenti una questione 54 V. Angiolini, A proposito della recente traduzione di un libro di Veblen, «Critica economica», IV, 1949, 1, pp : A. Pesenti, lettera alla rivista, «Critica economica», IV, 1949, 1, pp

16 74 Studi e Note di Economia, Anno XII, n del tutto secondaria, e che essa rimarrà tale anche nei successivi interventi dei partecipanti al dibattito, pubblicati nei numeri di aprile e di giugno della rivista. Nel primo di questi trova spazio la polemica tra Angiolini e Giolitti. Questʼultimo afferma che Superficialità e dilettantismo sono davvero troppo frequenti nella pubblicistica di sinistra, quando si tratta di questioni economiche [ ] La colpa maggiore ce lʼavete proprio voi economisti, tecnici come tu li chiami. Sì, perché come dice bene Pesenti voi siete diventati dei tecnici da quando lʼeconomia è diventata pura. E avulsa così dalla viva concretezza della storia, questa economia pura è incapace di rispondere alle urgenti domande che milioni di uomini [corsivo dellʼautore] non soltanto di uomini di cultura ogni giorno si pongono, è incapace di risolvere i problemi in gran parte, ma non esclusivamente (questo è il punto) economici dai quali dipende lʼavvenire dei popoli [ ] Si tratta, in fondo, della concezione della vita e del mondo che sorregge e guida lʼopera dello scienziato. In altri termini: non si tratta tanto di portare il marxismo nella economia, di fare della economia marxista, quanto di inquadrare lʼeconomia nel marxismo, [corsivi dellʼautore] di concepire cioè la propria opera di economista non come opera di un puro tecnico ma come lavoro di un uomo [corsivo dellʼautore] che si propone non soltanto di interpretare il mondo ma di cambiarlo [ ] Ma un economista che nella società borghese abbia abbracciato la causa del proletariato, deve avere ben chiara la coscienza della propria posizione e dei propri compiti. Allʼeconomista che milita nel suo partito, il proletariato chiede qualcosa di più che una specifica preparazione e un apparato tecnico: chiede di fornirgli le armi della sua lotta sul campo economico, chiede una risposta ai problemi che in questo campo esso deve risolvere e che non sono mai problemi esclusivamente di tecnica economica [corsivi dellʼautore]. Non gli chiede cioè soltanto di essere, oltre che economista, anche un uomo di cultura: ma soprattutto vuole che sia un uomo [corsivo dellʼautore] in mezzo ad altri uomini, un militante, un compagno di fede e di lotta 56. Giolitti precisa di non avere avuto intenzione di scrivere «del Veblen economista», dal momento che «il significato di Veblen come economista [ ] era ormai acquisito e anzi in parte già scontato»; lo studioso si proponeva piuttosto «di attirare lʼattenzione sullʼinteresse che lʼopera di Veblen indubbiamente presenta per altri campi della cultura, dalla storia allʼetnologia, dalla filosofia alla sociologia» 57. Ed è proprio in questo senso che Giolitti avrebbe scritto «che Veblen è sconosciuto in Italia» 58. Ma, nonostante quanto scritto, o supposto, da questʼultimo, «il significato di Veblen come economista» non era in Italia né acquisito, né scontato, e il dibattito sulla Teoria della classe agiata non pare migliorare di molto la situazione. Giolitti, in polemica con 56 A. Giolitti e V. Angiolini, A proposito della recente traduzione di un libro di Veblen, «Critica economica», IV, 1949, 2, pp : Ivi, rispettivamente p. 118 e p Ivi, p. 119.

17 T. Foresti - «La teoria della classe agiata» di Thorstein B. Veblen: Una nota 75 Banfi, conclude poi il suo contributo osservando che: «di tanto in tanto cʼè qualcuno che sembra ci provi gusto a spingere nelle braccia della borghesia e della reazione un potenziale alleato della classe operaia [ ] solo perché è un poʼ astratto, o non ha sufficiente coscienza della lotta di classe, o è moralistico, o non è abbastanza dialettico, o è troppo formalistico, e via dicendo» 59. Angiolini, rispondendo a sua volta a Giolitti, sfiora appena le questioni relative allʼopera di Veblen, giacché il «tema fondamentale» è per lui costituito dalla «questione della impreparazione, superficialità e dilettantismo [ ] davvero troppo frequenti nella pubblicistica di sinistra quando si tratta di questioni economiche» 60. E che lʼopera vebleniana sia per lui «una cosa secondarissima», appare ancora con maggiore evidenza nella replica a Franco Ferrarotti, pubblicata sul numero di giugno. Ferrarotti autore della traduzione dellʼopera vebleniana cerca di riportare lʼattenzione sul pensiero di Veblen osservando non solo come «egli sia stato spesso mal conosciuto, frainteso, non preso sul serio, considerato un satirico, uno stilista puro, non un economista serio, uno scienziato», ma anche che «dallʼevoluzionismo vebleniano si potrebbe derivare la rinuncia alla lotta di classe» 61. Ma la risposta di Angiolini è secca e decisa: Il sig. Ferrarotti non ha capito niente di quanto abbiamo scritto. La recensione su Veblen era una cosa secondarissima, solo uno spunto, per il problema che noi intendevamo sollevare [corsivi miei]; cioè il problema della interpretazione specifica di taluni pubblicisti e, quindi, della superficialità con cui i problemi economici vengono, in genere, affrontati nella stampa di sinistra che è quella che a noi più interessa. La nostra nota era un invito agli organi responsabili dei Partiti di sinistra a occuparsi della questione 62. Si potrebbe peraltro contestare ad Angiolini la scarsa «profondità» del suo approccio a Veblen, dal momento che lʼopera vebleniana appare in esso poco rilevante rispetto, invece, alle motivazioni politiche che lo sostengono. Negli scritti degli economisti e degli studiosi che si collocano in una area culturale di ispirazione marxista (da Pesenti ad Angiolini, da Banfi a Giolitti la posizione del quale si differenzia però, per molti versi, da quella degli autori citati), la critica dellʼopera vebleniana si fonda, dunque, sulla convinzione che in Veblen sia assente una concezione dialettica della storia; unʼassenza, questa, della quale si prende atto, senza però tentarne una contestualizzazione problematica nel quadro delle premesse teoretiche del suo sistema. E va anche ricordato che la diffusione italiana di Veblen era in precedenza (e precisamente fino al 1940) soprattutto legata allʼiniziativa dei sostenitori di un corporativismo di stampo fascista, e che quindi ciò non può non avere orientato in un senso ben preciso 59 Ivi, p Ivi, p F. Ferrarotti Sulla fortuna di Veblen, «Critica economica», IV, 1949, 3, pp : V. Angiolini, A proposito della recente traduzione di un libro di Veblen, «Critica economica», IV, 1949, 3, pp : 99.

18 76 Studi e Note di Economia, Anno XII, n le interpretazioni sulle quali ci si è soffermati in questa sezione. Ad esempio, Pesenti rileva (nel passo citato più sopra) la «nebulosità» della concezione filosofica vebleniana, che si presterebbe sia ad essere letta come uno strumento di critica al sistema capitalistico, sia ad essere utilizzata come una base ideologica per il fascismo 63. Inoltre ed è questa unʼulteriore considerazione che, a mio parere, è necessario fare, nonostante lʼimportanza e lʼurgenza delle questioni di carattere politico che fanno da sfondo agli scritti qui presentati, già ampiamente sottolineata dagli stessi autori, non possa in alcun modo essere messa in dubbio, bisogna dire che tali questioni avevano davvero ben poco a che fare con Veblen. Intendo riferirmi, in particolare, al problema della competenza di chi affronta problemi economici. Un problema come si è visto sollevato da Angiolini e Pesenti, ma giudicato della massima importanza anche da Giolitti. 3. Conclusione Negli studi vebleniani comparsi in Italia nella prima metà del Novecento, la complessità del sistema di Veblen va persa: in essi lʼinterpretazione del pensiero dellʼeconomista americano rimane spesso in secondo piano, rispetto a problemi legati alla contingenza politica. Fino al 1940 lʼapproccio storiografico a Veblen si risolve nel migliore dei casi in un fraintendimento. E le cose non vanno meglio in occasione del dibattito del Croce, infatti, stroncò lʼopera vebleniana senza averne completato la lettura. I partecipanti al dibattito che si collocavano in una area culturale di ispirazione marxista imputavano a Veblen la mancanza di una concezione dialettica della storia, e in tale ottica la Teoria della classe agiata diventava soltanto lo «spunto» per trattare questioni politiche, giudicate ben più importanti dellʼanalisi stessa dellʼopera. Conviene però ribadire quella che è, a mio avviso, una differenza strutturale tra i due momenti culminanti della fortuna dellʼopera vebleniana in Italia nella prima metà del Novecento. Il riferimento a Veblen operato, negli anni , dai sostenitori di un corporativismo di stampo fascista è del tutto funzionale allʼaffermazione delle concezioni politiche che a quellʼimpostazione facevano da sfondo: si cerca di dimostrare, in ultima analisi, una comunanza di vedute sulla necessità di una revisione dellʼeconomica. Invece, gli studiosi di ispirazione marxista tendono ad evidenziare la distanza che separa Veblen da Marx, ossia dal pensatore che per essi rappresentava il principale punto di riferimento. E tuttavia, al di là di questa differenza, comunque decisiva, va notato in conclusione che entrambe le prospettive non presentano uno spessore scientifico particolarmente significativo. Nel panorama italiano, per essere studiato davvero ossia, in altre parole, per essere letto e interpretato con adeguati strumenti metodologici e in una adeguata prospettiva storiografica, Veblen dovrà aspettare la seconda metà del Novecento. 63 Va peraltro notato che la «nebulosità di cui parla Pesenti sembrerebbe in realtà caratterizzare, piuttosto, le interpretazioni dellʼopera di Veblen proposte dai corporativisti, anziché lʼopera stessa.

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