LA NEWSLETTER DI MISTERI D ITALIA

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1 LA NEWSLETTER DI MISTERI D ITALIA Anno 4 - N OTTOBRE 2003 Se avete inserito MISTERI D ITALIA tra i vostri preferiti o se lo avete in memoria nella cronologia del vostro computer, ricordatevi SEMPRE di cliccare su AGGIORNA. Meglio ancora farlo su ogni pagina. Sarete subito al corrente delle novità inserite. IN QUESTO NUMERO: - Mostro di Firenze: la strana morte del prof. Narducci di Andrea Baiocco - Telekom Serbia: tutte le cifre dell affare - Fatti di Genova: lo stato delle inchieste - Strage alla Questura di Milano: per la Cassazione i servizi segreti non c entrano - Disastro Iraq: atroce contabilità - Disastro Iraq (2): è ufficiale. Le armi di distruzione di massa non sono mai esistite - Disastro Iraq (3): Amnesty contro i militari USA - Disastro Iraq (4): la lista della spesa di Paul Bremer - Disastro Iraq (5): Tenet e la CIA nella bufera - Disastro Iraq (6): gli americani (finalmente) non si fidano più - Terrorismo internazionale: le parole di Kofi Annan - Terrorismo internazionale (2): grande fratello. Fallisce (per ora) il sogno del Pentagono - Terrorismo internazionale (3): il Sudan non è più uno stato canaglia - 11 settembre: uccise Sikh credendolo arabo. Rischia pena di morte - 11 settembre (2): quanto vale il WTC? - Medioriente: manifestazione a Roma contro il muro della vergogna - Medioriente (2): Sharon mira a coinvolgere la Siria in una guerra - Medioriente (3): il Libano dice no al congelamento dei conti bancari di Hamas - Strage nel teatro di Mosca: arrivano i primi indennizzi - Caso Calvi: verso la chiusura dell inchiesta - Omicidio Siani: ergastolo a boss Gionta - Delitto Cogne: aspettando la superperizia - Violenza sessuale: quando a stuprare sono i poliziotti

2 DOCUMENTAZIONE Terrorismo internazionale: tanti indizi, nessuna prova. Islamico assolto a Milano di Andrea Baiocco MOSTRO DI FIRENZE: LA STRANA MORTE DEL PROF. NARDUCCI Si fa sempre più intricata la vicenda del professor Francesco Narducci, il medico perugino, docente universitario, la cui morte secondo una pista investigativa sarebbe legata alle vicende del mostro di Firenze. Ecco una cronologia del caso Narducci utile a comprendere cosa stia accadendo. 8 ottobre 1985: Poco dopo l ultimo duplice omicidio del mostro di Firenze, il professor Narducci, docente dell'università di Perugia, dopo aver ricevuto una telefonata in facoltà, scompare. L'ultima volta che viene visto vivo si allontanava dalla darsena si S. Feliciano, sul lago Trasimeno, a bordo del suo motoscafo. Dopo 5 giorni viene ripescato un cadavere presso S.Arcangelo (località Arginone). Il corpo viene identificato come quello di Narducci. Ufficialmente si parla di suicidio. 2002: Un'intercettazione telefonica effettuata nell'ambito di un'inchiesta per usura, fa riaprire il caso:... ti faremo fare la fine di quel medico perugino, Narducci.... Chi minaccia il perché lo sanno solo gli investigatori - è ritenuto tra i mandanti dei delitti del mostro di Firenze. maggio 2002: Il cadavere del professor Narducci viene sottoposto ad autopsia. Secondo il referto, il corpo riesumato è sì di Narducci, ma non è lo stesso corpo ripescato dal Trasimeno. Secondo gli inquirenti (PM Mignini) i cadaveri devono essere stati scambiati dopo la sepoltura. 29 maggio 2003: I familiari del morto, che continuano ad insistere sulla tesi del suicidio o dell'incidente, fanno effettuare una controperizia che contraddice le tesi delle indagini. Secondo questo secondo referto il cadavere è sempre lo stesso e la causa della morte è l'annegamento, facilitato dall'assunzione di farmaci. Per gli inquirenti la causa della morte è invece lo strangolamento. 23 settembre 2003: Il PM Mignini dispone la perquisizione di una decina (forse 6, forse 11) tra studi ed abitazioni di paramedici che hanno avuto a che fare, professionalmente o personalmente con il medico. In seguito alle perquisizioni, avvenute tra Perugia, Foligno e Spoleto, sono state recuperate agende e quaderni

3 d'appunti. Per ora la storia finisce qui. Chi indaga promette una svolta nelle indagini entro l'anno. Nel frattempo era spuntata una pista che portava a Cortina e ad un presunto delitto sempre in odore di satanismo, ma sembra essere stata scartata in quanto non direttamente collegabile al caso. TELEKOM SERBIA: TUTTE LE CIFRE DELL AFFARE In una intervista all'ansa, l'ex primo ministro serbo Mirko Marjanovic, nel 1997 responsabile del Fondo per lo sviluppo beneficiario dei ricavati, ha ricostruito puntigliosamente i passaggi dell'acquisizione del 49% di Telekom Serbia da parte di Telecom Italia e della greca Ote. Un altra spallata alla credibilità ormai definitivamente compromessa dell inchiesta condotta dalla Commissione parlamentare d inchiesta presieduta da Enzo Trantino (AN). L'operazione, ha raccontato Marjanovic, fruttò complessivamente al Fondo oltre 1,53 miliardi di marchi tedeschi (circa 750 milioni di euro), di cui oltre un miliardo versati da Telecom Italia, che ebbe il 29% del pacchetto azionario serbo, e circa 684 dalla Ote, che acquistò il rimanente 20% in vendita. Del totale, oltre 1,2 miliardi di marchi furono versati da Telecom Italia e Ote sulla Bb-Cobi di Cipro, filiale della Banca serba Beogradska, e 323 milioni dall'azienda italiana su un conto aperto a nome della Banca centrale jugoslava a Zurigo, presso la banca UBS. La BCJ versò al Fondo serbo il corrispettivo in dinari, al cambio ufficiale. Grazie a interessi bancari e interessi su prestiti alle imprese e all'agricoltura il fondo incrementò quella cifra di quasi 400 milioni di marchi, portando le sue disponibilità a 1, 93 miliardi di marchi. Sull'uso fatto dei fondi, la memoria di Marjanovic si è dimostrata ferrea: Anche perchè ha ricordato - ordinai ben due ispezioni approfondite, una che si protrasse dal 1997 al 1998 e una nell'aprile del Per Belgrado era la prima grande privatizzazione, avevamo tutto l'interesse a fare le cose in modo cristallino, per non tagliarci le gambe in vista di investimenti futuri. Secondo Marjanovic la parte del leone di questi introiti serbi, oltre 721 milioni, andò al fondo pensioni, altri 180 milioni alla sanità. Le infrastrutture viarie, strade e ferrovie, ricevettero circa 181 milioni, altri 148 milioni furono usati a sostegno delle esportazioni, 49 milioni per l'acquisto di cotone e grano, 98 per macchinari agricoli, un milione e mezzo andò alla televisione di stato RTS, 5 milioni furono usati per calmierare i prezzi di prodotti alimentari di prima necessità, 30 milioni per l'elettricità, altri 30 milioni per la costruzione di gasdotti, 54 milioni per il petrolio, 5 milioni andarono alle industrie del legno, 251 alle piccole e medie industrie, 70 milioni all'agricoltura, 244 milioni per sanare debiti di fabbriche e complessi agricoli,

4 nove milioni in varie altre spese, marchi furono pagati in commissioni bancarie. Marjanovic nell intervista ha insistito sulla piena trasparenza di tutte le operazioni, tutte scrupolosamente documentate. Se il governo serbo me lo chiederà, fornirò le carte ora secretate alla commissione bicamerale italiana. Questi personaggi, come il vostro Igor Marini o il ministro serbo della giustizia Vladan Batic, che parlano di tangenti, dovrebbero spiegare da dove possono venire i soldi di quelle ipotetiche mazzette. Secondo l'ex premier, non c'era possibilità di illeciti, neanche nel passaggio dai marchi ai dinari operato dalla Banca centrale al cambio ufficiale, di molto inferiore a quello praticato sul mercato nero. Quanto ai politici italiani, non presero affatto parte alle trattative. Anche se personalmente ricordo e apprezzo l'atteggiamento comprensivo che la classe politica dell'italia dimostrò nei confronti di una popolazione, quella jugoslava, gravemente colpita da anni di sanzioni economiche. Un atteggiamento che fa onore alla vostra civiltà. FATTI DI GENOVA: LO STATO DELLE INCHIESTE Il 12 settembre scorso si sono chiuse le inchieste contro le forze dell ordine per l irruzione alla scuola Diaz e i maltrattamenti nella caserma di Bolzaneto. I PM stanno formalizzando la richiesta di rinvio a giudizio per 30 poliziotti (fra capisquadra, funzionari e altissimi dirigenti) per l assalto alla Diaz e 43 persone, fra agenti e medici penitenziari, per Bolzaneto. Le accuse sono gravissime: lesioni aggravate, abuso d ufficio, falso, calunnia, fino alla contestazioni di trattamenti inumani e degradanti e di reati come la violazione del diritto alla salute. La parola passerà poi al GIP, chiamato a stabilire se accettare in tutto o in parte le richieste dei PM e ordinare i processi. Il Comitato verità e Giustizia per Genova nell affermare che l avvicinarsi dei processi e la necessità di disporre di fondi adeguati per le spese legali (dai pur minimi compensi agli avvocati alle perizie, alla costosa documentazione processuale), rende sempre più pressante la necessità di raccogliere finanziamenti, annuncia che a Firenze, per il 25 e 26 ottobre abbiamo organizzato, grazie a David Bindi e Pino De Salvo, una due giorni, che unirà informazione, spettacolo e raccolta fondi. L iniziativa si intitola Una notte per la Diaz e ha il sostegno di enti locali e altre organizzazioni. Il programma prevede sabato 25 un dibattito al circolo Arci dell Isolotto (ore 17,30) con Carboni, Clark, De Zulueta, Galasso, Giuliani, Martone, Mascia, Occhetto, più una cena di finanziamento, durante la quale interverranno Tom Benetollo, Haidi Giuliani e altri. Domenica 26 all auditorium Flog concerto spettacolo a sottoscrizione con Carlo Monni, Freak Antoni, Marco Parente e Cristina Donà, Riccardo Tesi e

5 Banda Italiana, Casa del Vento, Les Anarchistes, e gli interventi dal palco di Vittorio Agnoletto e Haidi Giuliani. Programma completo e informazioni: STRAGE ALLA QUESTURA DI MILANO: PER LA CASSAZIONE I SERVIZI SEGRETI NON C ENTRANO La Cassazione scagiona i servizi segreti italiani dal sospetto del coinvolgimento nella strage della questura di Milano (quattro morti e 45 feriti, il 17 maggio 1973), fa uscire di scena il gen. Gian Adelio Maletti, esorta a chiarire i rapporti che l intelligence ebbe con Gianfranco Bertoli, e - per quanto riguarda i mandanti dell'attentato - punta il dito contro i neofascisti di Ordine Nuovo (Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli e Francesco Neami), condannati all ergastolo in primo grado e assolti in appello. Appaiono decisamente sorprendenti le motivazioni con le quali i Supremi Giudici della V Sezione penale hanno assegnato ad una nuova Corte d Appello il processo per la strage alla questura di Milano, la cui principale preoccupazione appare quella di voler scagionare a tutti i costi i vertici dei servizi segreti dell epoca. Le motivazioni si articolano in 50 pagine e spiegano perché, lo scorso 7 luglio, la Suprema Corte ha deciso di annullare, con rinvio, il verdetto della Corte d' Appello di Milano, del 27 settembre 2002, che attribuì il lancio della bomba ananas al solo gesto individuale del sedicente anarchico Bertoli (nel frattempo deceduto). Per quanto riguarda i contatti tra i servizi segreti e Bertoli, le motivazioni della Cassazione appaiono quanto mai contraddittorie. Da un lato la V Sezione afferma che mai, né l istruttoria del giudice Guido Salvini, né la sentenza di primo grado hanno attribuito ai servizi italiani o israeliani alcuna responsabilità per la strage, hanno solo affermato che i servizi israeliani hanno fornito supporto logistico al Bertoli in quanto accreditato come informatore del servizio italiano collegato. In tal senso va definito il possibile apporto dei servizi alla vicenda oggetto del giudizio. Anche perché sono emersi elementi di prova - proseguono le motivazioni dai quali può ricavarsi che Bertoli, dopo essere stato informatore del SIFAR dal 1954 al 1960, ha ripreso i contatti nel 1966 ed è stato aiutato ad espatriare nel Fatte queste precisazioni, e limitato a ciò uno dei campi da scandagliare col nuovo processo, la Cassazione aggiunge che non vi è invece in atti alcun elemento dal quale possa evincersi che i servizi segreti siano stati coinvolti nella preparazione o nell'attuazione della strage. La Cassazione nelle sue motivazioni bacchetta la Corte di Appello di Milano per non aver creduto alla deposizione di Ivo Dalla Costa - nel 1973 funzionario del PCI

6 a Treviso - che per i supremi giudici è persona assolutamente credibile. Il teste raccontò di aver saputo dal conte Pietro Loredan (legato agli eversori di Ordine Nuovo) che a Milano, entro 48 ore, ci sarebbe stato un attentato contro un'alta personalità del governo. Obiettivo di Bertoli alla cerimonia per la scopertura del busto in memoria del commissario Luigi Calabresi secondo le tesi dell accusa - era infatti l'allora ministro Mariano Rumor. Per piazza Cavour questa deposizione è importante e i giudici del rinvio dovranno tenerla presente, cercando anche di scoprire quale sia stata la fonte della notizia data dal conte - amico, tra gli altri, dei neofascisti Giovanni e Luigi Ventura - al Dalla Costa. Per quanto riguarda l assoluzione del generale Gian Adelio Maletti, i Supremi giudici la confermano in quanto manca la prova dell' esistenza del nastro che era accusato di aver distrutto. DISASTRO IRAQ: ATROCE CONTABILITÀ Martedì 7 ottobre, il Pentagono ha aggiornato i dati relativi ai caduti nel conflitto iracheno: i militari americani morti sono 320 (181 dal primo maggio) e quelli della coalizione 371, compresi 50 britannici (17 dal primo maggio) e un danese. Dal primo maggio - quando il presidente George W. Bush proclamò la cessazione delle ostilità, le perdite americane hanno avuto un ritmo superiore a un caduto al giorno. E ci sono stati più morti americani dopo l'annuncio della fine della guerra che nel pieno del conflitto. I soldati americani uccisi dal fuoco nemico nella Guerra del Golfo 2 sono 210, 63 in più rispetto alla Guerra del Golfo del 1991 (115 fino al 30 aprile e 92 dopo). Dall'inizio del conflitto, il 20 marzo, ci sono stati, inoltre, almeno 110 americani morti per fuoco amico o incidenti di vario genere (23 fino al 30 aprile e 87 dopo). Nel 1991, secondo i dati del Pentagono, ai 147 soldati americani uccisi in battaglia dagli iracheni se ne aggiunsero altri 235 morti per fuoco amico o in incidenti, comprese le operazioni di spiegamento e ritiro delle truppe, prima e dopo la fine della guerra. Il totale dei caduti fu di 382. Le vittime britanniche della Guerra del Golfo 2 sono finora 50: 20 i morti in combattimento (12 dal primo maggio), 30 i morti per fuoco amico o incidenti (5 dal primo maggio). DISASTRO IRAQ (2): È UFFICIALE. LE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA NON SONO MAI ESISTITE Non esistono tracce in Iraq di alcun tipo di arma di distruzione di massa (ADM).

7 E quanto ha confermato lo scorso 1 ottobre un rapporto inviato al Congresso da David Kay, l'ex-ispettore dell'onu, ora responsabile della squadra di esperti che sta dando da mesi la caccia alle armi in Iraq. Non abbiamo trovato alcun deposito di armi ADM e neppure prove che tali armi siano mai esitite, anche se non è possibile escludere un tentativo di riavviare questi programmi per quanto probabilmente ad un livello molto rudimentale, afferma il rapporto. Kay, che ha presentato il rapporto alle Commissioni Intelligence della Camera e del Senato (riunite in seduta segreta), ha comunque sottolineato che le ricerche delle ADM sono ancora in corso e non siamo ancora giunti al punto dove è possibile escludere definitivamente la esistenza di arsenali di tali armi o il fatto che siano esistiti prima della guerra. Un ostinazione, quella americana a cercare l introvabile, che alla fine potrebbe costare alla Casa Bianca la fantascientica cifra di un miliardo di dollari. La ricerca, finora, è infatti già costata oltre 300 milioni di dollari, ma riceverà una iniezione di fondi per altri 600 milioni di dollari. E una cifra questa contenuta nella sezione segreta dei fondi per 87 miliardi di dollari chiesti dalla Amministrazione Bush al Congresso per la ricostruzione dell'iraq e dell'afghanistan. I soldi permetteranno di aumentare la forza del Gruppo di Ricerca, composto al momento da 1200 persone. L'attività del Gruppo di Ricerca, che ha sostituito la precedente Task Force 75 (gestita dal Pentagono), ha suscitato polemiche perché il problema, per i critici della amministrazione Bush, non può essere risolto aumentando il personale o aumentando i fondi a disposizione della forza coordinata da Kay (il quale ora risponde alla CIA e non più al Pentagono). Viene fatto notare, infatti, che gran parte dei cacciatori di ADM sono inoperosi a Baghdad, a volte per intere settimane, in attesa che maturino le condizioni per una missione. DISASTRO IRAQ (3): AMNESTY CONTRO I MILITARI USA I soldati americani in Iraq godono di una virtuale licenza di uccidere e non è mai stata portata a termine un'indagine appropriata nei casi di vittime civili. La denuncia viene da Ginevra dove ha sede Amnesty International. Le forze statunitensi devono affrontare attacchi diretti e continue emergenze per mantenere l'ordine e far rispettare la legge, ma non ci può' essere giustificazione per questa virtuale licenza di uccidere, afferma un comunicato dell'organizzazione per i diritti umani. Nessuno si sente al sicuro in Iraq e non passa giorno senza che altri civili siano uccisi o feriti dai soldati americani o dai gruppi armati nella più totale impunità, aggiunge Amnesty. Ciò che più impressiona è che non ci siano prove di un serio sforzo per portare a termine indagini indipendenti, esaurienti e imparziali.

8 DISASTRO IRAQ (4): LA LISTA DELLA SPESA DI PAUL BREMER In America la chiamano la lista della spesa. E il lungo elenco di cose da fare presentato dall amministrazione Bush al Congresso per giustificare la richiesta di un maxi finanziamento di 87 mliradi di dollari da impiegare per risolvere i problemi creati dalla stessa amministrazione sia in Afghanistan che in Iraq. La lista, messa materialmente a punto dall'amministratore americano in Iraq, Paul Bremer, è quanto di più demenziale sia mai capitato di leggere. E, a mano a mano che i parlamentari entrano nel dettaglio del documento di 53 pagine presentato al Congresso dallo stesso Bremmer, i malumori crescono, anche tra le file repubblicane. In particolare a non convincere sono le voci relative ai 21 miliardi circa destinati alla ricostruzione dell'iraq. Come rivela il Washington Post, la lista di Bremer è quantomeno surrealista: 900 milioni di dollari sono, per esempio, previsti per importazioni di carburante in Iraq, uno dei maggiori produttori mondiali di greggio. E' prevista anche l'assunzione di 500 esperti, con uno stipendio annuo di dollari per indagare sui crimini contro l'umanità commessi dal regime di Saddam Hussein, oltre a uno studio informatico per mettere a punto un sistema postale in Iraq, con una spesa di 54 milioni di dollari. Per non parlare poi dell'acquisto di 40 sofisticatissimi camion per la raccolta delle immondizie, dollari l'uno, o delle importazioni di cemento per la costruzione di nuove carceri, per un costo complessivo di 400 milioni. Come dire dollari per carcerato, quasi fosse un hotel a quattro stelle. Dietro la lista della spesa di Bremmer spunta poi la sagoma del vice-presidente americano Dick Cheney. Come è noto una delle imprese americane in prima linea per la ricostruzione dell'iraq è la Halliburton, che ha già ricevuto contratti per oltre 2 miliardi di dollari. Prima di diventare vicepresidente degli Usa, Dick Cheney ne era uno dei principali azionisti. Ora a suo dire - non ha più interessi diretti nel gruppo, di cui ha venduto i titoli nel 2000, incassando una significativa plusvalenza. Ma sta di fatto che Cheney continua a ricevere soldi dalla Halliburton, e il Congresso, ancora una volta, è preoccupato, temendo seriamente che ci sia un conflitto di interessi. La Casa Bianca, pur riconoscendo che la Halliburton ha continuato a versare soldi a Cheney, sostiene che si tratterebbe di stipendi che si riferiscono al 1998 e al Ma il Senato sembra essere convinto che il vicepresidente possieda anche una serie di stock options, cioè di titoli che non può vendere immediatamente, ma pur sempre titoli.

9 DISASTRO IRAQ (5): TENET E LA CIA NELLA BUFERA E arrivato per George Tenet il momento di lasciare la CIA. A Washington - dove la caccia alla talpa del CIA-gate si intreccia con le polemiche sulle armi di distruzione di massa di Saddam che continuano a non trovarsi - Tenet è ogni giorno di più la figura centrale nella sindrome irachena che affligge ormai l'intera ammnistrazione Bush. Tenet è alla guida delle CIA da oltre sei anni ed è già diventato il terzo direttore più longevo nella storia del più potente servizio segreto americano. Dato già sul punto di dimettersi la scorsa estate, nel pieno delle polemiche sulle false informazioni sull'uranio del Niger per l'iraq, il direttore della CIA sembrava aver rinviato all'autunno ogni passo, per non dare l'impressione di essere stato travolto dalla vicenda. Adesso Tenet si trova di nuovo nella stessa situazione: se lasciasse, per dedicarsi ad attività nel settore privato, come sembra sia intenzionato a fare, il suo addio verrebbe collegato alla doppia crisi in corso, quella sulla fuga di notizie sul nome di un suo agente sotto copertura e quella sul fallimento d'intelligence nella caccia alle armi proibite del regime iracheno. Voci insistenti parlano di contatti tra Tenet e la banca di investimenti newyorchese Allen & Co., dove lo attenderebbe un ruolo manageriale come esperto mondiale in grado di offrire consulenze a governi e multinazionali. Nonostante a Tenet continuino ad arrivare segnali di sostegno (non ultimo quello del consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice), Tenet è rimasto l'unico alto dirigente scelto da Bill Clinton sopravvissuto nell'era di Bush e tra i repubblicani, sono molti quelli che cominciano a puntare l'indice verso di lui, nel tentativo di trovare un possibile capro espiatorio per il fallimento che sta emergendo, specie sul fronte della caccia alle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Le stime dell'intelligence prima della guerra e il tipo di fonti di cui si sono servite le agenzie di spionaggio per fornire alla Casa Bianca le basi per lanciare il conflitto, vengono sempre più spesso criticate anche da esponenti della maggioranza. Il rapporto preliminare presentato nei giorni scorsi dal capo degli ispettori del governo americano sugli armamenti, David Kay, ha creato nuovi imbarazzi all'amministrazione Bush, già costretta a difendersi dagli attacchi dei democratici sulla gestione della crisi irachena e sullo scandalo del CIA-gate. Il presidente repubblicano della commissione intelligence della Camera, Porter Gross, ha scritto a Tenet lamentando serie carenze nel lavoro svolto dagli analisti durante la preparazione del conflitto e il suo collega in Senato, Pat Roberts, si è detto per niente contento del contenuto del rapporto Kay, nel quale viene detto in sostanza che non è stata trovata una sola traccia di armi di distruzione di massa in Iraq. Per togliere la pressione dal presidente, in molti nella maggioranza sembrano pronti a scaricare le colpe su Tenet, che non è mai stato troppo amato dai repubblicani e lo è ancora meno ora che la CIA ha messo in imbarazzo la Casa Bianca, con la richiesta al ministero della Giustizia di avviare indagini sulla soffiata che ha bruciato

10 l'identità di Valerie Plame, un agente sotto copertura che è la moglie dell'ex ambasciatore Joseph Wilson, un diplomatico spesso molto critico con le scelte dell'amministrazione Bush. Fonte: ANSA DISASTRO IRAQ (6): GLI AMERICANI (FINALMENTE) NON SI FIDANO PIÙ Sette americani su dieci - e fra questi una maggioranza di elettori repubblicani - vogliono che sia una commissione d'inchiesta indipendente (e non una che dipende dal Dipartimento della Giustizia) a indagare sul CIA-gate, cioè sulla fuga di notizie che ha svelato l'identità di una spia della CIA, moglie di un ex diplomatico critico verso l amministrazione Bush. A rivelarlo è un sondaggio condotto per conto della rete televisiva ABC e del quotidiano Washington Post, dopo che il Dipartimento della Giustizia ha insediato una propria commissione. Otto americani su dieci considerano la questione seria e altrettanti pensano che chiunque sia stato il colpevole vada scoperto, licenziato e processato. Un terzo degli intervistati ritiene che il presidente George W. Bush sapesse della fuga di notizie prima che la stessa avvenisse. TERRORISMO INTERNAZIONALE: LE PAROLE DI KOFI ANNAN Per combattere il terrorismo, non abbiamo soltanto bisogno di combattere i terroristi. Dobbiamo vincere cuori e menti e per fare questo dobbiamo essere pronti a risolvere le questioni politiche, ad analizzare e lavorare intorno ad una visione di pace e di sviluppo e di promozione dei diritti umani. e dobbiamo farlo tutti insieme, attraverso le istituzioni multilaterali, prima fra queste le Nazioni Unite. Parole che andrebbero scolpite nella pietra quelle pronunciate dal segretario generale dell ONU, Kofi Annan, pronunciate a New York durante la conferenza internazionale contro il terrorismo. Per Annan il terrorismo è un pericolo globale, che non può essere mai giustificato perchè nessuno può dare a chiunque il diritto di uccidere civili innocenti. Ma, con lampanti riferimenti agli Stati Uniti e ad Israele, il segretario generale dell'onu ha aggiunto: paradossalmente, i gruppi terroristici trovano sostegno quando agiscono in risposta a governi che superano il limite dell'oltraggio ai propri popoli, attraverso discriminazioni etniche, indiscriminati bombardamenti di città, torture di prigionieri, assassini mirati o accettando la morte di civili innocenti come un 'danno collaterale'. Questi atti non soltanto sono illegali e ingiustificabili - ha detto

11 Kofi Annan - ma contribuiscono all'esplosione del terrorismo e generano cicli di violenza. di Marco Bardazzi* TERRORISMO INTERNAZIONALE (2): GRANDE FRATELLO. FALLISCE (PER ORA) IL SOGNO DEL PENTAGONO II Congresso americano mette i sigilli all'ufficio del Pentagono che voleva creare una megabanca dati computerizzata contro il terrorismo, paragonata dai critici ad un grande fratello elettronico. Ma l'idea del controverso ammiraglio John Poindexter - che è affondato insieme al suo progetto - è tutt'altro che morta: gli stessi studi portati avanti dal Pentagono saranno ora smistati ad altre agenzie. Il funerale per il Terrorism Information Awareness (TIA), il progetto con il quale Poindexter mirava a creare una gigantesca miniera di dati mondiali dentro la quale cercare tracce di attività di terroristi, è stato celebrato nelle sale delle commissioni finanziarie di Capitol Hill, che hanno chiuso i rubinetti all'ufficio che portava avanti il programma. Manca ora solo la firma del presidente George W.Bush, ma dopo che Poindexter ha dato le dimissioni e il TIA è stato smantellato, la Casa Bianca non sembra aver intenzione di opporsi. I parlamentari hanno imposto anche una serie di paletti a ciò che d'ora in poi potrà fare la DARPA, l'agenzia per le innovazioni tecnologiche del Pentagono all'interno della quale era stato creato l'ufficio TIA. Sul piano del terrorismo, alla DARPA resteranno compiti di ricerca di nuovi software o di analisi delle sostanze biochimiche, ma nessun progetto che possa in qualche modo configurarsi come uno strumento d'intelligence che raccolga dati sensibili sugli americani. Proprio questo aspetto del TIA aveva scatenato le proteste sul piano della difesa dei diritti costituzionali, nonostante Poindexter avesse assicurato che l'idea non era quella di andare a ficcare il naso in casa degli americani. Al fallimento del progetto ha contribuito anche il sospetto che circonda la figura dell'ammiraglio, coinvolto ai tempi dell'amministrazione Reagan nello scandalo Iran-Contra e richiamato in servizio attivo da Bush. Ma l'america del dopo 11 settembre non rinuncia assolutamente all'idea di sviluppare nuovi sistemi tecnologici per la raccolta di informazioni personali. Il concetto alla base del TIA era che, setacciando il mondo alla ricerca di movimenti finanziari, prenotazioni di viaggi, transazioni commerciali e altro, fosse possibile trovare, con potenti computer, tracce di attività sospette. Gli strumenti tecnologici ai quali in questi due anni hanno lavorato i ricercatori del TIA saranno ora trasferiti alla CIA, all'fbi, alla NSA (l'agenzia per lo spionaggio elettronico) e al Dipartimento di Stato, che continueranno a sviluppare nuove idee in questo campo.

12 Un altro progetto che rientra nello stesso raggio d'azione, battezzato Capps II, è stato frenato in questi giorni dal Congresso e subirà ritardi, ma a sua volta non sparirà. Si tratta del programma per la raccolta estesa di dati sui passeggeri degli aerei, mirato a 'schedare' ogni passeggero con un colore (verde, giallo o rosso) secondo la sua potenziale pericolosità per i voli. Il Congresso ha chiesto al ministero della Sicurezza Interna tutta una serie di modifiche al progetto per garantire che persone innocenti non si vedano bollare con il colore rosso per errori del sistema e per creare meccanismi legali per permettere di ricorrere in appello quando qualcuno diventa, suo malgrado, un osservato speciale sulle 'watch list' americane. La necessità di imporre limiti precisi alla gestione delle informazioni personali è emersa in questi giorni in seguito ad una vicenda che ha coinvolto la compagnia aerea a basso costo, la JetBlue. Nei giorni scorsi è emerso che JetBlue aveva fornito (a loro insaputa) informazioni su 5 milioni di passeggeri ad un'azienda che lavora per il governo americano, nell'ambito di una sperimentazione di programmi mirati a creare profili personali di chi viaggia sugli aerei. * corrispondente dell ANSA da New York TERRORISMO INTERNAZIONALE (3): IL SUDAN NON È PIÙ UNO STATO CANAGLIA Gli Stati Uniti hanno deciso di togliere il Sudan dalla lista degli Stati canaglia, ossia dei paesi sospettati di finanziare il terrorismo. Washington ha anche deciso di revocare le sanzioni imposte a Khartum. L'accordo è stato raggiunto nel corso di una visita a New York del ministro degli Esteri sudanese Mustafà Ismail. Ismail ha avuto colloqui con diversi esponenti dell'amministrazione Bush, tra cui il vice segretario di Stato, con delega per le questioni africane, Walter Kansteiner. Con l uscita del Sudan, dopo quella dell Iraq (cancellato a forza), dall elenco, gli Stati canaglia (secondo la definizione del Pentagono) restano cinque: Siria, Iran Libia, Cuba e Corea del nord. 11 SETTEMBRE: UCCISE SIKH CREDENDOLO ARABO. RISCHIA PENA DI MORTE Quattro giorni dopo l'11 settembre 2001 uccise un uomo di religione sikh, scambiandolo per un musulmano, nel pieno di una furia omicida mirata a vendicare l'attacco all'america. Il responsabile del delitto, Frank Silva Roque, è stato giudicato colpevole da una corte dell'arizona e rischia ora la pena di morte.

13 L'uccisione di Balbir Singh Sodhi, un indiano che gestiva una stazione di servizio a Mesa, non fu l'unico gesto di violenza della giornata di follia di Roque, che prima di essere arrestato sparò contro un'altra stazione di servizio gestita da un libanese e contro la casa di una famiglia afghana. I difensori di Roque hanno tentato, inutilmente, di giocare la carta dell'insanità mentale, ma l'accusa è riuscita a convincere la giuria che la motivazione del killer era l'odio razziale contro gli arabi. La pena sarà decisa in una seconda fase del processo. Fonte: ADNKRONOS 11 SETTEMBRE (2): QUANTO VALE IL WTC? Sarà un tribunale federale di New York a dirimere la disputa, del valore di oltre 3,5 miliardi di dollari, tra l'affittuario delle Torri Gemelle distrutte negli attacchi dell'11 Settembre, Larry Silverstein e le compagnie di assicurazioni. Silverstein sostiene che ci sono stati due attacchi diversi e che quindi deve riscuotere i danni due volte: chiede complessivamente 7,1 miliardi di dollari. Diverso il punto di vista delle assicurazioni, pronte a sborsare solo 3,5 miliardi di dollari, considerando che i due attentati suicida facevano parte di un solo attacco. Un tribunale di Manhattan ha giudicato sensata la posizione delle compagnie assicurative, ma non ha voluto prendere posizione, trasferendo gli atti a un tribunale federale, che non si pronuncerà prima dell'anno prossimo. di Stefano Chiarini MEDIORIENTE: MANIFESTAZIONE A ROMA CONTRO IL MURO DELLA VERGOGNA La costruzione del muro in Palestina procede senza che nessuno a livello internazionale obietti alcunché, né tantomeno eserciti alcuna pressione su Israele perché ponga fine a questo insensato progetto che mina alle fondamenta qualsiasi possibilità di soluzione negoziale del conflitto. Purtroppo anche in Italia non sembrano esserci quella consapevolezza e quella mobilitazione necessaria a porre questo problema sull agenda politica del paese. Per questa ragione in una riunione tenutasi a Roma la scorsa settimana il Comitato per non dimenticare Chatila, il Forum Palestina, il Comitato di solidarietà con il popolo palestinese, Rifondazione comunista, i Comunisti italiani, l Associazione amici della mezzaluna rossa palestinese, la Comunità palestinese del Lazio, l Associazione Al Awda, la Rete di Base Cub, i Cobas e altri organismi di base

14 hanno deciso di proporre una campagna nazionale contro il muro di Sharon che vedrà come momento centrale una manifestazione nazionale che si svolgerà a Roma sabato 8 novembre alle ore 14 con partenza da piazza Esedra e corteo fino a piazza SS. Apostoli. Si tratta di una scelta impegnativa, visto il generale disinteresse, anche a sinistra, per la sorte dei palestinesi. Una scelta importante proprio per far riemergere alla luce del sole questa tragica situazione ed in particolare sollecitare le forze sociali e politiche, innanzitutto dell opposizione, a prendere concrete iniziative di pressione sul governo Sharon, a cominciare dal congelamento del trattato di associazione di Israele alla UE sulla base della clausola sul rispetto dei diritti umani, per fermare il muro di Sharon, chiedere la liberazione di Yasser Arafat e di tutti i prigionieri politici palestinesi, e naturalmente il rispetto di tutte le risoluzioni dell ONU sulla questione palestinese. Al fine di raccogliere il più vasto numero di adesioni e per mantenere un contatto diretto nella fase di preparazione della manifestazione è stato creato un indirizzo e- mail MEDIORIENTE (2): SHARON MIRA A COINVOLGERE LA SIRIA IN UNA GUERRA E un preciso messaggio indirizzato al presidente Bashar Assad il raid condotto il 5 ottobre scorso dalla aviazione israeliana ad Ein el Zahab, 15 chilometri a nord ovest di Damasco. Il contenuto di questo messaggio lo ha spiegato a chiare lettere la radio militare israeliana: deve assolutamente finire il sostegno siro-iraniano alla Jihad islamica, organizzazione della resistenza palestinese. Infatti, anche se è palesemente falso, Israele afferma di aver colpito un campo di addestramento della Jihad islamica, finanziato dall'iran, dove quadri militari palestinesi vengono addestrati alla guerriglia e anche all'uso di armi pesanti. In questi corsi, aggiunge Israele, vengono addestrati fra l'altro i futuri confezionatori di ordigni e di corpetti esplosivi utilizzati dai kamikaze. Dal canto suo la Jihad islamica ha negato di aver in territorio siriano alcun campo di addestramento. Nella località colpita - ha aggiunto - abitano profughi palestinesi, e nessuna attività militare vi viene intrapresa. Già nell'agosto scorso Israele disse di aver inoltrato ad Assad un chiaro messaggio di avvertimento. Allora aerei da combattimento sorvolarono a bassa quota la residenza privata di Assad a Latakia. In quella occasione Israele intendeva far capire al presidente siriano che era il caso di limitare le attività degli Hezbollah, dopo che i guerriglieri dal Libano meridionale avevano colpito obiettivi israeliani. Periodicamente Israele inoltra messaggi di avvertimento a Damasco, di preferenza attraverso i canali diplomatici statunitensi.

15 Nell'ultimo anno il governo di Ariel Sharon ha intimato a più riprese ad Assad di chiudere gli uffici di Damasco di Hamas, della Jihad islamica e del Fronte popolare-comando Generale di Ahmed Jibril. Fonti israeliane sono arivate a tracciare sulla carta geografica il triangolo Damasco- Jenin-Haifa. Secondo Israele, l'ufficio della Jihad islamica di Damasco (diretto da Ramadan Abdallah Shallah e dal suo vice Akram Ajuri) provvede a finanziare le attività della Jihad islamica in Cisgiordania. Nella zona di Jenin il referente di queste attività sarebbe stato - fino al suo assassinio, avvenuto pochi giorni fa - Bassam Saadi. Questi fondi - valutati in alcune centinaia di migliaia di dollari - sono serviti sempre secondo fonti israeliane - a sostenere le famiglie dei militanti caduti in combattimento e a finanziare nuovi attacchi. E proprio da Jenin proveniva Henadi Jaradat, la kamikaze che si è fatta esplodere sabato 4 ottobre nel ristorante di Haifa dove sono state uccise 20 persone. Per gli strateghi israeliani, la figura di Bashar Assad resta enigmatica. A loro giudizio, unirebbe l'ostinatezza all'inesperienza: cosa che lo rende imprevedibile e pericoloso. Israele continua ad affermare di non avere intenzioni bellicose nei confronti della Siria, ma resta il fatto che per la prima volta dal 1982 aerei israeliani hanno bombardato un obiettivo in suolo siriano. Il fallimento della Road Mapp secondo osservatori internazionali potrebbe invece spingere Israele proprio a questo: ad allargare il conflitto, coinvolgendo Siria e Libano in una guerra che le consentirebbe di annegare ogni forma di trattativa con i palestinesi e di soddisfare ancora di più le sue mire espansionistiche di vera potenza coloniale. MEDIORIENTE (3): IL LIBANO DICE NO AL CONGELAMENTO DEI CONTI BANCARI DI HAMAS Il presidente libanese Emile Lahoud ha escluso che il suo Paese possa congelare i conti bancari dell'organizzazione estremista palestinese Hamas, come chiedono gli Stati Uniti. Lo hanno riferito fonti governative, secondo le quali Lahoud ha commentato: Il Libano ha una posizione chiara nei confronti della resistenza palestinese, dovuta all'occupazione israeliana. Fino a quando ci sarà occupazione, vi sarà resistenza. Il 22 agosto scorso il presidente americano George Bush ha annunciato il congelamento dei fondi di Hamas, chiedendo ai paesi del Medio Oriente di fare altrettanto e dichiarare il gruppo un'organizzazione terrorista. L'8 settembre, una circolare della banca centrale libanese, che chiedeva agli istituiti di credito informazioni su eventuali conti legati ad Hamas, ha sollevato proteste in varie parti del Paese. Si temeva anche che un simile passo potesse compromettere la

16 tradizione libanese del segreto bancario. Lahoud ha sucessivamente convocato il governatore della banca centrale, Riad Salameh, per avere chiarimenti. STRAGE NEL TEATRO DI MOSCA: ARRIVANO I PRIMI INDENNIZZI Primo successo in tribunale per alcuni dei parenti delle vittime dell'assalto al teatro Dubrovka di Mosca che, il 26 settembre scorso, si sono visti riconoscere dalla giustizia russa - dopo vari tentativi andati a vuoto - il diritto a un indennizzo, anche se decisamente misero. La sentenza è stata pronunciata da un tribunale distrettuale di Mosca a poco meno di un mese dal primo anniversario del sequestro di oltre 800 ostaggi compiuto nell'ottobre del 2002, al Dubrovka, da un commando ceceno e sfociato in un blitz delle teste di cuoio russe, con l'impiego di gas e un agghiacciante bilancio di 129 morti. Esaudendo, ma solo in parte, le richieste dei parenti di dieci vittime, il tribunale ha condannato il Comune di Mosca - responsabile dei soccorsi - al pagamento dei danni materiali, quantificati per ciascun ricorrente a seconda del contributo economico garantito alla famiglia dal congiunto colpito. Oltre ad un contributo attorno ai 30 euro mensili offerto volontariamente dalle autorità comunali, i giudici hanno imposto al Municipio il versamento di un ulteriore vitalizio variante tra i 400 e gli 8000 rubli (250 euro circa) al mese per ogni famiglia, nonché di una somma compresa fra i 600 e i 1500 rubli mensili per ogni orfano minorenne e di un indennizzo una tantum compreso tra i e i rubli. La decisione appare una inversione di tendenza, dopo che i giudici avevano rigettato in questi mesi i ricorsi di una sessantina di famiglie, inducendo il legale della gran parte di loro, l'avvocato Igor Trunov, a minacciare di rivolgersi alla Corte di Strasburgo per i diritti umani. Tatiana Karpova, madre di una delle vittime del Dubrovka, si è detta comunque insoddisfatta all'uscita dal tribunale per la consistenza del risarcimento riconosciuto personalmente a lei, che ha definito un'elemosina. L'avvocato Trunov ha invece commentato favorevolmente il verdetto: E' il segno che la legge comincia a essere applicata: ora bisogna andare avanti. Il legale del Comune di Mosca, dal canto suo, ha parlato di un compromesso, sottolineando come Trunov e i suoi assistititi abbiano accettato i soli danni materiali e rinunciato a quelli morali (non previsti dalla legge russa nei casi di terrorismo), che avevano inizialmente invocato, chiedendo il pagamento di indennizzi di centinaia di migliaia di dollari.

17 CASO CALVI: VERSO LA CHIUSURA DELL INCHIESTA Entro breve tempo i pubblici ministeri di Roma Maria Monteleone e Luca Tescaroli chiederanno al GIP il rinvio a giudizio per quattro persone, accusate di omicidio aggravato e premeditato ai danni del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. DIA di Roma e Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano, in base all'art. 415 del codice di procedura penale, hanno notificato gli atti di fine indagine a loro carico al cassiere della mafia Pippo Calò (dal 1985 rinchiuso nel carcere di Ascoli Piceno), al faccendiere Flavio Carboni, alla sua compagna Manuela Kleinszig (che si trova in Austria) ed al boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi. Ma altri scenari sembrano irrompere nella vicenda giudiziaria. Il 29 settembre i magistrati romani hanno ascoltato ancora una volta il pentito Vincenzo Calcara. Un colloquio - il cui contenuto è stato secretato - che potrebbe essere l'ultimo atto prima che partano le richieste di rinvio a giudizio. L'attività dei magistrati italiani ha intanto ottenuto un risultato molto importante: la riapertura dell'inchiesta da parte delle autorità giudiziarie inglesi. Gli investigatori londinesi, troppo frettolosamente, nel giro di un anno dal ritrovamento del corpo di Calvi, sostennero che il banchiere si era suicidato. Successivamente il Coroner corresse il tiro e, al termine di una seconda inchiesta, emise un open virdict: sostanzialmente non si indicava la causa della morte, omicidio o suicidio. Adesso Scotland Yard e Metropolitan Police, sulla scorta di quanto accertato dagli inquirenti italiani, si sono convinti ad un passo ulteriore: riapertura delle indagini, incontri con i pm romani e una sentenza annunciata: unlowful killing, omicidio. Alla base di questa decisione inglese c è la ricostruzione italiana della vicenda: Calvi ucciso in un cantiere edile e successivamente portato sotto il ponte dove è stato inscenato il finto suicidio. Le quattro persone alle quali sono stati notificati gli atti di fine indagine, non sono le sole coinvolte nell' inchiesta: un altra decina di nomi risultano iscritti nel registro degli indagati e figurano in un altro procedimento, sempre per l'omicidio di Roberto Calvi. Non fa parte dell'elenco il pentito di mafia Francesco Di Carlo, ex boss della cosca di Altofonte, il cui nome compariva tra gli indagati nell' inchiesta per l'omicidio di Calvi dal 1992 dove è rimasto a lungo fino a uscire completamente di scena. OMICIDIO SIANI: ERGASTOLO A BOSS GIONTA La prima sezione della Corte d'appello di Napoli ha condannato all'ergastolo il boss della camorra Valentino Gionta, riconosciuto mandante dell'omicidio del giornalista del Mattino, Giancarlo Siani.

18 Gionta, ritenuto dagli investigatori il capocamorra a Torre Annunziata, si trova in carcere da anni. Negli anni scorsi, per l'omicidio del giovane cronista, furono condannati all'ergastolo anche Angelo Nuvoletta, fratello del defunto boss di Marano, Lorenzo Nuvoletta. In precedenza erano stati arrestati e condannati ali'ergastolo, anche gli esecutori della barbara esecuzione di Giancarlo Siani. DELITTO COGNE: ASPETTANDO LA SUPERPERIZIA Tutto è pronto per la superperizia da cui dipende il destino processuale di Annamaria Franzoni, imputata dell omicidio del figlioletto Samuele Lorenzi, avvenuto a Cogne il 30 gennaio La consulenza disposta il 16 settembre scorso dal GUP di Aosta Eugenio Gramola - riguarderà in primo luogo la traiettoria degli schizzi di sangue trovati nella stanza del delitto al fine di determinare la posizione dell'assassino. L'esame, meglio conosciuto come blood pattern analisys, sarà svolto da Hermann Schmitter, di Francoforte, collaboratore della Bundeskriminalamt (la polizia criminale tedesca), considerato uno dei massimi esperti del settore. Il professor Vincenzo Pascali, dell'università Cattolica di Roma, si occuperà invece dell'esame del sangue (compreso il DNA) trovato sugli zoccoli dell'imputata, finora attribuito alla vittima, e che costituisce una delle prove principali nell'impianto accusatorio. Inoltre, l'analisi riguarderà un presunto capello trovato dai periti della difesa nella stanza del delitto, e potrebbe estendersi anche ad altri oggetti non ancora repertati e sempre indicati dalla difesa. Non è ancora stato individuato dal giudice il perito che dovrà esaminare un frammento osseo trovato sulla manica del pigiama, accanto alla vittima: l'obiettivo della consulenza è di determinare se l'osso sia rimasto attaccato all'indumento durante l' aggressione o vi sia finito in un secondo momento. Certamente farà parte del collegio di consulenza del tribunale anche il ten. col. Luciano Garofano, comandante dei carabinieri del Ris di Parma, che ha già avuto un ruolo attivo nella prima fase dell inchiesta sul delitto di Cogne, consegnando alla procura una dettagliata perizia. L'avvocato Carlo Taormina, difensore di Annamaria Franzoni ha già nominato come consulenti gli esperti dell'istituto Europeo di Medicina Legale e di Scienze Forensi che hanno già lavorato alla stesura della perizia di parte. La procura di Aosta, dal canto suo, ha chiesto e ottenuto che nella superperizia entrino a far parte anche le trascrizioni di alcune intercettazioni ambientali e telefoniche compiute durante le indagini. L'incarico per questo tipo di analisi verrà affidato al prof. Mauro Scalambra. L' udienza di conferimento dell'incarico ai periti è prevista il prossimo 13 ottobre.

19 VIOLENZA SESSUALE: QUANDO A STUPRARE SONO I POLIZIOTTI Avvicinavano prostitute straniere, le violentavano e poi le minacciavano se avessero parlato. Due poliziotti del commissariato di Chiavari sono stati riconosciuti come violentatori da una prostituta russa, nel corso di incidente probatorio svoltosi davanti al GIP di Genova Vincenzo Papille. La vicenda delle presunte violenze compiute dai due agenti, che sarebbero state commesse persino all interno del commissariato, era emersa nell'ambito dell'operazione Kanun contro la mafia albanese, condotta dai PM Silvio Franz e Francesca Nanni della DDA ligure, sfociata in una sessantina di arresti. Gli agenti, entrambi trentenni, sposati e con figli, ora in libertà, ma con gli obblighi di firma, erano stati arrestati dopo le accuse da parte di due giovani albanesi. Davanti al GIP, la donna, ora regolarmente sposata in Russia, prostituta all epoca dei fatti, dal 1997 al 1999, non ha esitato a riconoscere i due agenti come suoi violentatori. Al magistrato la donna ha anche raccontato che i due poliziotti, in più occasioni, anche nei locali del commissariato di Chiavari, l'avevano costretta a subire varie violenze. Ad accusare gli agenti erano state dapprima le due ragazze albanesi che, dopo le accuse nei confronti dei connazionali, confermate nel corso dell' incidente probatorio, avevano riferito che i due poliziotti avrebbero chiesto e ottenuto rapporti sessuali almeno da sei prostitute. DOCUMENTAZIONE TERRORISMO INTERNAZIONALE: TANTI INDIZI, NESSUNA PROVA. ISLAMICO ASSOLTO A MILANO Non bastano poche frasi pronunciate al telefono o nel corso di alcune conversazioni per incolpare qualcuno di terrorismo. Nemmeno se è islamico, procaccia documenti falsi, e fa parte di una realtà fortemente connotata in termini di fondamentalismo e di fanatismo antioccidentale. E' con queste motivazioni che il GUP di Milano, Renato Bricchetti, ha assolto nei giorni scorsi un tunisino, Zarkaoui Imed Ben Mekki, accusato dalla Procura di Milano di terrorismo internazionale. La sua è una sentenza che segna una svolta e che sicuramente non mancherà di far discutere. Il giudice ha ritenuto di condannare l'imputato solo per uno dei reati contestati, cioè il procacciamento di

20 documenti falsi e il favoreggiamento della permanenza di clandestini in Italia, a 3 anni di reclusione e ad una multa di euro. Ma lo ha assolto dall'accusa di essere un terrorista. E ha spiegato il perché: La prova della sussistenza del delitto associativo (cioè quello previsto all'articolo 270-bis del codice penale, il terrorismo internazionale, NDR) - scrive il giudice nelle sentenza - impone la dimostrazione di tale scopo, dimostrazione che, in un sistema penale imperniato sui principi di materialità e di offensivita, esige l'esterizzazione di un proposito, serio, precis circostanziato, di porre in essere atti di violenza determinati, idonei a mettere in pericolo l'incolumità sociale e a diffondere il 'terrore' nella collettività. Non si tratta solo di particolari finalità che devono animare l'agente - spiega ancora il giudice - bensì anche dell'oggettiva tendenza all'azione verso quel risultato. Il fine di terrorismo deve, in altre parole, oggettivarsi e manifestarsi nel proposito di compiere atti di violenza, contribuendo a connotare detto proposito di quel peculiare disvalore penale che con la specifica previsione di tale finalità soggettiva la fattispecie intende sanzionare. Detto questo, il giudice milanese afferma che gli elementi raccolti dall'accusa non sono sufficienti a dimostrare il reato di terrorismo: dalle numerose conversazioni intercettate - scrive Bricchetti - non si ricava, neppur orientativamente, il proposito di progettare e realizzare un piano terroristico. Né vi è la prova dell'appartenenza degli imputati a gruppi dediti ad attività terroristiche. Quel che emerge dalle indagini condotte, ammette il giudice, è l'esistenza a Milano di una realtà fortemente connotata in termini di fondamentalismo islamico e di fanatismo antioccidentale. Numerosi sono i punti delle conversazioni - prosegue la sentenza - da cui emerge questa matrice comune agli interlocutori ed il loro intento di ricompattarsi, di riunirsi, di realizzare un programma, un cammino di fede. Ma ciò dimostra solo che i personaggi gravitano in un'area in cui notoriamente esistono propensioni al terrorismo. Non dimsotra, invece, l'esistenza di un'associazione avente le caratteristiche previste all'articolo 270-bis, né, di riflesso, la partecipazione di Zarkaoui alla medesima.

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