Il cimitero della Villetta di Parma: spazio di memoria individuale e collettiva 1

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1 Il cimitero della Villetta di Parma: spazio di memoria individuale e collettiva 1 Alice Setti ["Ager Veleias", 6.06 (2011)] A chi si reca periodicamente in un cimitero per far visita ai propri cari estinti sarà capitato dovendo raggiungere gli ampliamenti cimiteriali più recenti attraverso la parte monumentale e più antica di tali luoghi di notare quelle che appaiono a prima vista come alcune delle principali differenze tra passato e presente: architetture, materiali e scritture epigrafiche sono andate progressivamente uniformandosi ed impoverendosi; le tombe ornate da elaborate sculture che ritraggono il defunto in vita o sul letto di morte, così come le iscrizioni che raccontano le gesta e le disavventure di chi non è più appartengono ormai ad un'altra epoca. Parlano di un culto dei morti ricco di simboli e di parole incise che si rivolgono a Dio, alla persona perduta, al passante, per instaurare un dialogo con essi, per porre domande e cercare 1 Il presente articolo si ispira sostanzialmente con gli opportuni aggiustamenti a parti del mio libro «Tu che ti soffermi e leggi». Il cimitero della Villetta e le sue 'memoriae' nella Parma di Maria Luigia, Parma 2010, alla cui realizzazione il prof. Nicola Criniti ha partecipato attivamente non solo in qualità di supervisore, ma anche come autore di due interessanti contributi: il capitolo introduttivo dedicato ai precedenti classici della memoria iscritta (ora, rivisto e aggiornato, anche in questo sito: vd. N. Criniti, «Memoria mortuorum» nel Mediterraneo antico, "Ager Veleias", 6.04 [2011], pp [www.veleia.it]) e la rassegna bibliografica finale su monumenti, iscrizioni e luoghi di sepoltura nel mondo occidentale, riproposta arricchita in N. Criniti, Mors moderna: bibliografia sulla morte e il morire nel mondo occidentale ("Ager Veleias", 6.01 [2011], pp [www.veleia.it]). 1

2 risposte, nel tentativo di elaborare un lutto e di superare così la sofferenza che ne deriva. L'idea di cimitero inteso come "giardino commemorativo" più che come semplice luogo destinato ad accogliere i corpi dei defunti nacque a inizio Ottocento, con l'editto napoleonico di Saint-Cloud. Proprio in Francia si era sviluppato, già nella seconda metà del XVIII secolo, il dibattito riguardante la pericolosità delle sepolture che per tutto il Medioevo e buona parte dell'età moderna avevano trovato spazio in città e, più precisamente, all'interno e nelle immediate pertinenze delle chiese cittadine, trasformando lentamente tali edifici in «un'incredibile concentrazione di cadaveri e di ossa» 2 ; ma i tentativi settecenteschi di riforma, volti ad allontanare il pericolo sanitario che derivava da questa promiscuità fra vivi e morti, non ebbero lo stesso successo che raggiunse il provvedimento del 12 giugno 1804: Napoleone riuscì anche grazie al suo indiscusso potere a perfezionare le teorie "illuminate" (per certi aspetti troppo radicali nei cambiamenti che proponevano 3 ), coniugando tradizione e innovazione ed arrivando a codificare un nuovo culto dei morti. L'editto di Saint-Cloud stabilì il definitivo divieto di seppellire intra moenia e nelle chiese, prevedendo però che la distanza dei cimiteri extra-urbani dalle mura della città fosse minima (35-40 metri) rispetto a quanto teorizzato nel XVIII secolo. Allo stesso modo affermò ufficialmente l'ingresso del potere laico nella gestione della morte 4, pur tuttavia senza escluderne il clero, fin qui unico protagonista in tale contesto: spostandosi dalle anticlericali prospettive rivoluzionarie, le esequie venivano affidate nuovamente agli ecclesiastici 5, permettendo loro di mantenere quel forte potere simbolico ed economico esercitato per lunghissimo tempo e riconosciuto come inamovibile dalla società. Una delle grandi novità era poi quella relativa alle inumazioni: queste non dovevano più avvenire come fu quasi regola nel Medioevo entro fosse comuni, sovrapponendo più corpi tra loro, ma con fosse individuali 6. Le singole sepolture avrebbero dovuto essere ordinatamente disposte in uno spazio recintato che, per estensione, superasse di cinque volte l'area necessaria per i morti annuali di una data città: un tale spazio sarebbe poi stato suddiviso da viali e vialetti alberati, divenendo una sorta di vasto e arioso 2 Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente, Milano 1998, p Un decreto emanato dal Parlamento di Parigi nel 1765 (poi non attuato) aveva cercato di proibire le sepolture apud ecclesiam, ordinando la costruzione di otto cimiteri fuori città e stravolgendo i tradizionali riti funerari: secondo tale legge, le esequie in presenza dei familiari dell'estinto sarebbero state limitate al momento di preghiera in chiesa, dopodiché il corpo defunto avrebbe dovuto essere accompagnato da un ecclesiastico alla cappella mortuaria e da qui a seguito di una formale "immatricolazione" burocratica trasportato di notte, quasi clandestinamente, a un cimitero comune. Quest'ultimo veniva pensato più come deposito che come luogo religioso e di memoria, infatti non solo ogni occasione di distinzione (attraverso il tipo di sepoltura o la collocazione di un'epigrafe) era scoraggiata o proibita, ma dovevano essere eliminati gli alberi, oltre a quegli edifici di culto che avrebbero permesso e alimentato l'accesso dei vivi ai sepolcri. Così la presenza di un rappresentante del clero durante il trasporto pareva «pensata più per sorvegliare i becchini che per motivi religiosi»: G. Tomasi, Per salvare i viventi. Le origini settecentesche del cimitero extraurbano, Bologna 2001, pp Le municipalità furono incaricate dell'acquisto dei terreni e della gestione amministrativa dei nuovi cimiteri. 5 All'autorità civile rimaneva il controllo sulle modalità e spese dei funerali: vd. G. Tomasi, Per salvare i viventi cit., p Il maggior spazio offerto dai nuovi cimiteri extra-urbani l'avrebbe reso possibile. 2

3 "cimitero-giardino". Se infatti a metà Settecento si condannava la presenza di piante nei camposanti, definendole ostacoli alla libera circolazione dell'aria e dunque al dissolversi dei pericolosi vapori sepolcrali, sul finire del secolo si iniziò invece a reputarle utili per tale scopo, avendo esse la capacità di trattenere sì i suddetti gas, ma insieme anche quella di depurarli, rendendoli di nuovo respirabili e innocui per i vivi 7. Far entrare la natura nel luogo dei morti aveva, del resto, un ulteriore scopo, reso evidente dall'ultima e forse più significativa innovazione introdotta: fare del cimitero un luogo dei morti, ma aperto e rivolto ai viventi uno spazio di riposo, ma soprattutto di memoria. L'ordinanza napoleonica prevedeva, infatti, oltre alla possibilità di ottenere perpetuamente un posto distinto per la propria sepoltura (misura che già favoriva un'evidente gerarchizzazione fra le tombe) 8, quella di porre su di essa un segno o una pietra tombale che avrebbe potuto strappare chiunque «alla totale perdita di identità» 9. L'estensione delle nuove misure ai territori italiani avvenne ufficialmente il 5 settembre 1806, pur traducendosi in pratica nei vari centri della penisola con tempi e modi diversi. A Parma ciò si realizzò durante il regno della duchessa Maria Luigia che nel 1817 ad appena un anno di distanza dal suo ufficiale ingresso nella capitale parmense si trovò a dover fronteggiare i danni causati da una virulenta epidemia di tifo, estesa a tutta la penisola ed aggravata da una carestia che, in quel periodo, indeboliva ulteriormente la popolazione. L'idea di allontanare i cimiteri dai quartieri più abitati della città per le insostenibili, nonché nocive esalazioni sepolcrali era già stata presa in considerazione sul finire del secolo precedente e durante la dominazione francese del ducato, ma tali progetti non avevano mai trovato applicazione o per ben comprensibili resistenze del clero o per imprevisti di carattere politico 10, o aspetto non poco rilevante per la mancanza dei fondi economici necessari. Con l'emergenza sanitaria che si venne a creare nel 1817 molte perplessità furono necessariamente superate e la riforma delle sepolture trovò motivo di una 7 Sulla presenza di piante nei cimiteri e sul loro valore, vd. L. Bertolaccini, Città e cimiteri. Dall'eredità medievale alla codificazione ottocentesca, Roma 2004, pp Al pagamento di un'imposta dovuta per l'occupazione del terreno comunale si aggiungeva un'offerta da versare a favore dei meno abbienti. La concessione perpetua del terreno cimiteriale divenne «un bene da acquistare al pari di una qualsiasi proprietà immobiliare»: poteva essere ereditata, ma non venduta; ibidem, p. 33. Va notato come l'acquisto di un lotto cimiteriale fu prerogativa non solo della nobiltà, ma sempre più anche della media e piccola borghesia che in quel periodo stava rafforzando il suo potere all'interno del tessuto sociale: potersi permettere un mausoleo privato che rappresentasse il proprio status economico e dunque il proprio successo personale divenne in breve tempo ambizione comune e diffusa, facendo registrare, già a metà Ottocento, la notevole riduzione dello spazio acquistabile. Ecco come andò sviluppandosi una gerarchizzazione delle tombe che si basava esclusivamente sulla ricchezza. 9 G. Tomasi, Per salvare i viventi cit., p L'acuto riformatore francese Guillaume Du Tillot, che nel 1767 aveva promosso la realizzazione del primo unico grande cimitero cittadino, fu costretto ad uscire dalla scena politica locale era il 1771 proprio quando in Europa si stava aprendo il periodo più caldo dei dibattiti e delle concrete sperimentazioni; così il cimitero progettato durante la dominazione francese in Parma non fece in tempo a prendere forma, anche per la brevità dell'esperienza, che durò poco più di un decennio. 3

4 rapida accelerazione. Nel febbraio dello stesso anno la duchessa ordinò infatti la «pronta apertura del nuovo Cimitero» 11, affermando che nessun sacrificio volto a migliorare la condizione dei suoi sudditi sarebbe stato risparmiato. Si trattava di salvare con ogni mezzo possibile supplendo anche a ciò che la medicina non era in grado di fare 12 la popolazione di un intero ducato. Il rescritto sovrano del 13 febbraio 1817 individuò come luogo più adatto ad accogliere il nuovo complesso cimiteriale un terreno situato a pochi chilometri dalle mura urbane, vicino alla Porta S. Francesco: il podere Villetta prendeva il nome dall'omonimo edificio seicentesco usato fino a quel momento, insieme alla vasta area prativa annessa, come residenza di villeggiatura infrasettimanale per i convittori del Collegio dei Nobili 13. Ciò che rendeva ottimale questo fondo era il fatto che si trovasse «in ottimo terreno asciutto ed scavabile alla necessaria profondità senza timore d'incontrare i sortumi», che fosse «cinto di muri all'intorno» e facilmente raggiungibile per la sua posizione dal centro della città «con una strada praticabile in qualunque stagione» 14. Se inizialmente si pensò di utilizzare tale spazio solo in parte, per ospitare le spoglie di chi moriva per malattia contagiosa, in breve tempo questa idea fu abbandonata: un'ordinanza sottoscritta dal podestà di Parma, nel giorno 29 marzo 1817, stabilì che «tutti i Cadaveri indistintamente» (dunque non più solo i morti di tifo) sarebbero stati trasportati nel nuovo sepolcreto extra-urbano 15. Ciò rese necessario rivedere il piano originale volto ad un essenziale contenimento dei costi, progettando un cimitero che se sul momento sarebbe stato al di sopra delle effettive possibilità economiche avrebbe costituito nel tempo (con un'accurata gestione delle entrate derivanti dall'attività funeraria) un sicuro investimento, sia dal punto di vista della sanità pubblica che da quello relativo al decoro della città. L'allargato utilizzo dello stabilimento cimiteriale e quindi l'aumento della superficie messa a disposizione per tale scopo permise di ambire alla realizzazione di una vera e propria opera monumentale, comparabile ai più bei cimiteri italiani coevi. In particolare, ad essere presi come modelli furono la Certosa di Bologna e il Camposanto di Pisa «meritatamente riputato per uno dei più celebri», in quanto «edifizio degno d'ammirazione sotto tutti i rapporti» A.S.P., Segreteria di Gabinetto, b. 435, febbraio La sfiducia illuminista nei confronti della medicina del tempo si fondava su elementi reali, quali la scarsa efficacia dei rimedi proposti e la mancata conoscenza dei processi evolutivi morbosi; «la medicina alleviava i sintomi, ma non guariva la malattia»: O. Faure, Il medico, in Aa.Vv., L'uomo dell'ottocento, curr. U. Frevert - H.-G. Haupt, Roma-Bari 1999, p. 95. Non a caso, l'arretratezza che caratterizzò l'evoluzione demografica della nostra penisola nel corso del Settecento fu trasmessa al secolo successivo, il quale si aprì con «una delle più gravi crisi di mortalità del secolo XIX»: quella determinata dalla contemporanea azione di tifo e carestia. Cfr. E. Sori, Malattia e demografia, in Storia d'italia. Annali 7. Malattia e medicina, cur. F. Della Peruta, Torino 1984, pp Questo istituto, fondato nel 1601 per volere del duca Ranuccio I Farnese, provvedeva all'istruzione "ortodossa" dei giovani aristocratici di età compresa tra gli 11 e i 20 anni, attraverso l'opera dei padri gesuiti di S. Rocco. 14 A.S.P., Governatorato di Parma, b. 543, 11 febbraio Ordinanza del podestà di Parma Filippo Dalla Rosa, emanata dal Palazzo del Comune il 29 marzo Copia di tale documento è in A.S.P., Governatorato di Parma, b A.S.P., Governatorato di Parma, b. 543, 27 febbraio La stessa Maria Luigia, affermava 4

5 La pensava così Giuseppe Cocconcelli, ingegnere e topografo noto a Parma già dalla seconda metà del Settecento, progettista di alcuni degli edifici o opere idrauliche più importanti del Parmense e ora incaricato di preparare la perizia sui costi e poi il disegno per il nuovo cimitero della capitale. Egli insistette a ragione fin dall'inizio, affinché non ci si limitasse a realizzare «un orrido deposito di cadaveri» 17, ma, al contrario, si curasse l'immagine di un luogo nato per ispirare «quella dolce e profonda malinconia che accompagna l'idea della morte, quando nulla offresi allo sguardo ributante, e quando niente altro distrae da quest'util pensiero» 18. Il progetto definitivo venne ultimato il 5 ottobre , solo qualche settimana prima della sua morte, avvenuta improvvisamente il 22 ottobre, a causa di una «violenta malattia» 20. Ciò non impedì, tuttavia, che il volere del Cocconcelli divenisse realtà: quanto da lui immaginato per la Villetta di Parma fu riprodotto fedelmente negli anni che seguirono, senza che fossero apportate sostanziali modifiche per più di mezzo secolo. Nel suo disegno, la pianta si presentava quadrata all'esterno e ottagonale all'interno, con un campo centrale suddiviso da due viali ortogonali in quattro parti e circondato dal percorso coperto riservato agli archi delle classi sociali più agiate, quindi al Comune, all'università, alle confraternite religiose o ai personaggi meritevoli, per vario motivo, di distinzione. I 156 archi addossati al muro perimetrale furono costruiti progressivamente con le rispettive cripte 21 a partire dalla parete est, dove al centro si trovava il nuovo ingresso del camposanto cittadino. Una struttura unica e semplice, non ancora affiancata dai due avancorpi che saranno aggiunti all'inizio del secolo successivo, incorniciava la porta d'accesso alla Villetta, sopra alla quale è posta ancora oggi una solenne epigrafe dedicatoria alla duchessa Maria Luigia. L'ottagono appena descritto era del resto destinato ad accogliere al suo interno i soli defunti che in vita avessero professato la religione cattolica; per tutti gli altri casi si prevedevano spazi e accessi distinti, sfruttando i quattro settori triangolari che i prolungamenti dei lati maggiori di tale ottagono andavano a formare: il settore sud-est venne destinato a ossario; quello sud-ovest per «coloro che professano altra religione dalla nostra» 22 ; quello nord-ovest per coloro che sarebbero morti di condanna capitale, per il boia e per i suicidi; infine quello nordest per i bambini non battezzati o nati morti, anch'essi considerati evidentemente, di avere come modelli di riferimento «il camposanto di Pisa e quello di Bologna»: documento citato e riportato in M. Prampolini, La Duchessa Maria Luigia. Vita familiare alla Corte di Parma: diari, carteggi inediti, ricami, Bergamo 1942, p Riferimenti alle analogie tra questi ultimi due stabilimenti e quello parmigiano sono in M. Pizzo, Un museo per la morte. Il cimitero di Piacenza, Piacenza 2004, p. 5 e in A. Coccioli Mastroviti, La memoria abitata. Architetture e sculture nel Cimitero della Villetta in Aa.Vv., Città perduta, architetture ritrovate. L'Ottagono del cimitero della Villetta e altre architetture funerarie a Parma. Studi e progetti, cur. M. Rossi, Pisa 2007, p A.S.P., Governatorato di Parma, b. 543, 27 febbraio Ibidem. 19 In A.S.P., nel Fondo Mappe Patrimonio dello Stato, si trovano la pianta e il prospetto della chiesa (vol. 6, nn ), assieme al disegno dell'ingresso principale (vol. 6, n. 635); la pianta del recinto si trova invece nel Fondo Mappe Fiumi e Strade, vol. 13, n Così si legge nel necrologio che lo ricorda sulla "Gazzetta di Parma" del 27 ottobre Ad ogni arcata corrispondeva e corrisponde una stanza sotterranea per le sepolture. 22 Monumenti e munificenze di Sua Maestà la Principessa Imperiale Maria Luigia Opera pubblicata per cura del suo Gran Maggiordomo S.E. il conte Carlo di Bombelles, fasc. I, Parma- Paris

6 per tale ragione, "impuri". Sfogliando i primi registri mortuari della Villetta 23, si può dedurre come la percentuale di questi ultimi, in rapporto al totale dei defunti della città qui sepolti, oscillasse tra il 2,8-3% circa; dato che, se affiancato a quello dell'11-12,7% di bambini morti entro il primo anno di vita, fornisce un'idea di quella che doveva essere la mortalità infantile nel ducato luigino 24. Per completare la descrizione del progetto di Cocconcelli occorre infine dire di quegli edifici che si presentavano come assolutamente necessari, sia per garantire la funzionalità del complesso cimiteriale e sia per conferire a esso un imprescindibile carattere di sacralità: un fabbricato rustico, esterno al recinto quadrato, sarebbe servito per gli inservienti della Villetta, nonché per contenere cavalli, mezzi di trasporto e camera mortuaria. All'interno dell'ottagono invece, frontalmente all'entrata principale, una nuova cappella avrebbe sostituito quella provvisoria, finora situata nel palazzo seicentesco assieme all'alloggio del cappellano. La pianta del detto oratorio avrebbe ripreso quella del recinto cimiteriale (ottagonale all'interno e quadrata all'esterno); la sua facciata, in stile neoclassico, sarebbe stata caratterizzata da una scalinata alta circa un metro e mezzo e un portico colonnato: il tutto sovrastato da un frontone triangolare decorato con due simboli funerari ricorrenti di origine classica, cioè la clessidra e le torce funebri incrociate 25. La realizzazione della cappella fu iniziata nella primavera del 1819; nel 1821 terminarono i lavori per il portone d'ingresso, mentre molto più tempo ci volle per completare gli archi del percorso perimetrale 26. È interessante notare come la fondamentale importanza data alla posizione e al tipo di sepoltura, nonché alla possibilità per un numero sempre maggiore di persone di personalizzare il proprio sepolcro, secondo quanto stabilito dalle norme napoleoniche e poi luigine, assunse un peso determinante nel moderno cimitero ottocentesco: ne influenzò fortemente l'architettura e definì la natura dei progressivi ampliamenti. 23 Il primo registro mortuario disponibile presso l'archivio ADE Servizi cimiteriali del Comune di Parma (A.A.P.) è quello riferito al periodo che va dal 30 giugno 1820 al 30 giugno L'obbligo di registrare cognome, nome, età dei morti trasportati alla Villetta, assieme alle altre informazioni sui decessi fu del resto fissato per il cappellano della Villetta solo nel 1819, con l'art. 52 del decreto sovrano datato 18 novembre: prima di questa data erano i vari parroci della città oltre, dal 1806, ai funzionari dello Stato Civile ad annotare le informazioni riguardanti nascite, matrimoni e morti. Per il triennio mancando in Archivio di Stato i documenti relativi allo Stato Civile (per temporanea interruzione di tali registrazioni) è quindi utile consultare i diversi archivi parrocchiali parmigiani. 24 I dati riportati sono riferiti agli anni 1820 e 1847: A.A.P., registri mortuari relativi. 25 La prima è simbolo del tempo che scorre velocemente, angosciando la vita dell'uomo (emblematico, a riguardo di tale angoscia, è il comportamento del liberto Trimalchione, protagonista della cena narrata nel Satyricon petroniano); le torce incrociate richiamano l'uso degli antichi romani di accompagnare i morti di notte al luogo di sepoltura, utilizzando fiaccole accese sia per illuminare il percorso che per allontanare gli spiriti malvagi. Cfr. L. Magnani, L'idea della morte nel mondo romano pagano, in Aa.Vv., «Lege nunc, viator». Vita e morte nei carmina Latina epigraphica della Padania centrale, cur. N. Criniti, 2 ed., Parma 1998, p. 31 e L. Montanini, Le donne romane e la morte, "Ager Veleias", 4.12 (2009), p. 9 [www.veleia.it]. 26 La costruzione delle arcate dell'ottagono terminò negli ultimi decenni del XIX secolo: R. Spocci, Il cimitero: una memoria della città, in Aa.Vv., Città perduta, architetture ritrovate cit., p

7 Come già detto infatti, l'editto di Saint-Cloud aveva posto fine alla pratica di seppellire un corpo sull'altro utilizzando le cosiddette "fosse comuni" e aveva previsto, oltre all'uso di fosse separate, l'opportunità di realizzare un monumento "distinto" (ciò era reso possibile pagando un'imposta al Comune e versando un'offerta a favore dei più poveri): in questo modo si era risolta la preoccupazione di quanti temevano col divieto delle sepolture nelle chiese la perdita di visibilità e di memoria post mortem. Si era così stabilito che l'occasione di essere ricordati attraverso un'iscrizione sepolcrale non dovesse essere eccezione riservata ai soli uomini illustri: ognuno, potenzialmente, avrebbe potuto ambire all'immortalità (del ricordo) attraverso il proprio monumento (termine inteso nel significato etimologico di monumentum, ossia tutto ciò che si "offre" al passante, compresa la lapide che più di ogni altra cosa aveva la funzione di dialogare con quest'ultimo). Nel progetto del cimitero parmigiano, lo spazio destinato a «chi vuol far mostra d'orgoglio anche dopo morte» 27 sarebbe stato, in primo luogo, quello dei 156 archi disposti su perimetro ottagonale. Siccome però affermava Ferdinando Cornacchia il Comune di Parma, al pari di quello di Piacenza, non era «assolutamente in grado di pagare la benché menoma somma pel cimitero senza lasciare altre spese indispensabili» 28, si pensò al coinvolgimento diretto dei privati e delle rappresentanze sociali intenzionate a prenotare uno o più archi tra quelli progettati e quindi in grado di assumersi personalmente la spesa necessaria per la loro costruzione: «[i portici] sarebbero costrutti poi di mano in mano che ad un particolare venisse data la facoltà di fabbricare nel cimitero il sepolcro di sua famiglia: così la nuova cinta farebbesi a poco a poco, e forse sarebbe compiuta rapidamente, né costerebbe al Comune somma alcuna, perché il Muro di Cinta sarebbe compreso ne' lavori che ciascun particolare dovrebbe fare per l'avello di sé, e de' suoi» 29. Per favorire e «render meno dispendiosa a' Particolari la costruzione de' Portici, o Sepolcri di famiglia nel Cimitero di detta Città» 30, quindi per accelerare la formazione del camposanto parmigiano, il Consiglio degli Anziani ritenne opportuno chiedere a Maria Luigia una deroga all'applicazione dell'editto napoleonico, esentando dal versamento dell'offerta ai poveri prevista dall'art. 11 di tale disposizione coloro che avessero dichiarato entro sei mesi la volontà di erigere sotto un arco il proprio monumento sepolcrale. Con l'atto sovrano del 19 agosto 1819 si concesse tale opportunità e si dettarono regole precise in materia: la necessità di presentare domanda al podestà di Parma, il quale avrebbe annotato le varie dichiarazioni su un registro; l'uniformità dovuta nella costruzione di tutti gli archi e i tempi rapidi in cui era obbligatorio eseguire le costruzioni una volta ottenuto il permesso dalla Podesteria; il ruolo dell'accademia di Belle Arti che avrebbe dovuto approvare i disegni relativi a «ornamenti ed abbellimenti» eventualmente richiesti; l'obbligo di lasciar libero il 27 Il presidente dell'interno Ferdinando Cornacchia, scrivendo al segretario di gabinetto Bonaventura Scarampi, diceva: «chi vuol far mostra d'orgoglio anche dopo morte deve fabbricare il suo portico». A.S.P., Segreteria di Gabinetto, b. 194, lettera datata 8 febbraio A.S.P., Segreteria di Gabinetto, b. 204, 30 gennaio Ibidem. 30 A.S.P., Segreteria di Gabinetto, b. 205, 19 agosto L'ordinanza è firmata da Maria Luigia. 7

8 passaggio tra i vari portici, che sarebbero dovuti partire dal portone d'ingresso e proseguire su entrambi i lati in modo simmetrico; la sorveglianza sui lavori spettante a un architetto delegato dal Comune; la responsabilità dei «particolari» nel mantenimento degli spazi da loro ottenuti in concessione perpetua (una sorta di contratto di affitto a tempo indeterminato) e, infine, la possibilità di trasmettere le "proprietà" suddette agli eredi del padrone di ciascun arco. L'impegno economico consisteva, escludendo l'offerta normalmente dovuta ai poveri o agli ospizi (che sarebbe tornata obbligatoria dalla primavera del 1820), nelle spese di costruzione del portico e in Lire nuove 31 14,09 da versare al Comune per l'area così occupata. Quest'ultimo otteneva quindi cedendo uno spazio di sua proprietà in concessione perpetua la cifra menzionata e contemporaneamente risolveva il problema di mancanza di fondi per l'avanzamento dei lavori alla Villetta, sollevato da Ferdinando Cornacchia nel documento sopra citato. Si era ancora ben lontani dall'inserimento della concessione temporanea come sistema alternativo volto a evitare la rapida saturazione dei percorsi cimiteriali privilegiati. Il 10 novembre dello stesso anno «nove solamente» risultavano infatti, nonostante l'incentivo suddetto, le prenotazioni di tali spazi distinti: fra i «Corpi Civili e Religiosi» si erano presentati in Podesteria «i Professori dell'università, i Canonici della Cattedrale e i Corsorziali», mentre tra i «particolari [ ] più premurosi nel far cosa utile al Comune, nel dar buono esempio a' loro concittadini, nell'obbedire ai voleri sovrani» comparivano «il Sig.r Marchese Dalla Rosa Podestà di Parma, il Sig.r Marchese Tassoni Ciamberlano di Vostra Maestà, il Sig.r Giovanni Porta [ ], il Sig.r Marchese Paulucci Direttore dell'accademia delle Belle Arti,[e] la Sig.a Marta Ortalli vedova del benemerito Direttore ultimo degli Ospizj di questa Città» 32. Ben presto comunque, nonostante lo scadere delle vantaggiose condizioni stabilite in principio, la vendita degli archi decollò e se nel 1820 le dichiarazioni risultavano già più che raddoppiate 33, dallo stesso anno si iniziò a riempire anche lo spazio porticato nei due lati adiacenti all'oratorio del cimitero; posizione, questa, preferita da molti parmigiani, per l'estrema vicinanza all'edificio sacro che era stato dedicato a S. Gregorio Magno. Tra i diversi spazi di sepoltura presenti alla Villetta e perfino tra i portici che facevano parte del percorso ottagonale c'era infatti un'evidente gerarchia, derivante dalla convinzione fortissima nel corso del Medioevo secondo cui la contiguità a reliquie sante o a un altare potesse essere garanzia di maggior protezione nella vita ultraterrena. Il perimetro esterno del cimitero costituiva, assieme ai viali principali dello stesso, la cosiddetta "area dei morti eccellenti", avente struttura molto simile a 31 D'ora in poi: L.n. Durante il ducato luigino, la Lira nuova, basata sul sistema decimale, soppiantò la vecchia lira di Parma di 20 soldi da 12 denari ciascuno. Un decreto del 27 dicembre 1829 stabilì il valore legale delle monete, riducendo la vecchia lira ad 1/5 della nuova, cioè a 20 centesimi. Cfr. L. Molossi, Vocabolario topografico dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma = Sala Bolognese (BO) 1972, p. XLIV e G. Crocicchio, Monete, in Aa.Vv., Maria Luigia, Donna e Sovrana. Una corte europea a Parma , Parma 1992, p Le informazioni sono tratte da A.S.P., Segreteria di Gabinetto, b. 205, relazione di Ferdinando Cornacchia datata 10 novembre Cfr. F. Ottoni, La costruzione. Il cantiere e le tecnologie costruttive, in Aa.Vv., Città perduta, architetture ritrovate cit., pp

9 quella del castrum militare romano, riprodotto nello schema urbanistico delle città latine 34. Il grande spazio centrale aperto proponeva, al suo interno, un'ulteriore gerarchia tra i campicelli erbosi destinati ad accogliere le tombe semplici del proletariato urbano e le "corsie preferenziali" riservate alle tombe elaborate dei cittadini più facoltosi. Queste ultime iniziarono a essere costruite nella seconda metà dell'ottocento, assumendo la forma di monumenti isolati o, più frequentemente, di edicole, ovvero tombe di famiglia che riproponevano in scala ridotta la struttura di una chiesa o di una abitazione civile, quasi a voler imitare gli edifici disposti lungo le vie di una vera e propria città, della quale il cimitero doveva essere appunto "immagine rovesciata", ossia «perfetta riproduzione dell'ordine socioeconomico dei vivi» 35. A valorizzare tali percorsi si aggiunsero infine, a partire dal 1832, anche quegli alberi che Maria Luigia aveva permesso di piantare già dal 1819 («cipressi, pioppi piramidali, salici di Babilonia e qualsiasi albero non fruttifero che non si dirami molto orizzontalmente» 36 ) per rendere il luogo simile agli «Elisi immaginati da' Poeti» 37 e per ombreggiare le sepolture frequentate dai visitatori. Mentre si cercava con ogni mezzo di monumentalizzare creando spazi decorosi e percorsi privilegiati l'area interna della Villetta (quella riservata ai cattolici), al contrario i settori triangolari realizzati solo a partire dal 1856 venivano "mimetizzati" nel complesso cimiteriale, quasi a volerli rendere invisibili: è interessante notare, a tal proposito, come il progetto del Cocconcelli prevedesse per questi settori accessi distinti, ma comunque interni al cimitero. A metà Ottocento invece, quando i lavori iniziarono, si decise di rendere fruibili tali spazi soltanto dall'esterno. Il settore che subì nel tempo maggiori modifiche, rimanendo tuttavia l'unico (fra i quattro) che ancora oggi mantiene la sua originaria destinazione 38, è quello riservato a israeliti e a protestanti: i defunti appartenenti a queste due comunità furono inizialmente relegati insieme nel 34 Per castrum e oppidum, vd. Enciclopedia dell'arte Antica Classica e Orientale, I ss., Roma 1958 ss., ad vocem, e Aa.Vv., La Città nell'italia settentrionale in età romana: morfologie, strutture e funzionamento dei centri urbani delle Regiones X e XI, Rome Nel campo centrale della Villetta si possono individuare idealmente (tralasciando i settori triangolari esterni) altri quattro campi quadrati, a loro volta attraversati da due assi centrali e ortogonali che ospitano, nel loro punto d'intersezione, le tombe di illustri personaggi parmensi o comunque legati alla storia di questa città: esempio per eccellenza è il tempietto in stile neoclassico dedicato al famoso violinista Niccolò Paganini, eretto nel 1876 al centro del campo sud-est del cimitero. 35 M. Ragon, Lo spazio della morte, Napoli 1986, p. 45. Cfr. anche P. Albisinni, Il disegno della memoria: storia, rilievo e analisi grafica dell'architettura funeraria del XIX secolo, Roma 1994 e M. A. Gelati, Il cimitero: un archivio di pietra, "Civ. Mantov.", 108 (1999), pp Decreto sovrano del 18 novembre 1819, art Ancor prima, nel febbraio 1819, si era immaginato di disporre «simmetricamente de' Cipressi all'intorno del gran recinto [ ] ornando i viali con arbusti di un verde costante, e con piante e fiori narcotici»: A.S.P., Presidenza dell'interno, b. 256, rapporto sul cimitero della città indirizzato al podestà di Parma. Il cipresso era, già per gli antichi greci e romani, albero simbolo della morte a causa della sua crescita lenta e dell'esile ombra: L. Montanini, Le donne romane e la morte cit., p A inizi Novecento, il settore riservato ai bambini nati morti e non battezzati fu occupato dal rifacimento della camera mortuaria (a cui si aggiunsero i servizi igienici); nel 1931, la parte destinata ad ossario fu saturata dalla costruzione di una galleria che si andò ad aggiungere alle altre due precedentemente realizzate (di cui si dirà tra poco); infine, nel 1945, il settore nordovest destinato originariamente ai condannati a morte, al boia e ai suicidi fu sostituito con il chiostro dedicato a Padre Lino Maupas. 9

10 triangolo sud-ovest della Villetta, ma l'impossibilità per tradizione religiosa di riesumare le ossa dei primi, nonché il progressivo aumento del loro numero 39 portò a progettare per essi diversi ampliamenti. Fu così che nel 1864, e ancora nel 1913, vennero destinati per la comunità ebraica nuovi spazi adiacenti al settore triangolare iniziale, che rimase invece riservato ai cristiani riformati: l'ultimo ampliamento in questione fu realizzato proprio nel momento in cui il numero di israeliti a Parma iniziò a scemare, passando da quasi 700 persone (nel 1881) a poco più di 400 (nel 1911), fino ad arrivare nel 2009 a un gruppo che supera appena le venti unità. Tornando al centro del cimitero nell'area monumentale e, in un certo senso, più "ufficiale" del cimitero stesso occorre dire come fino agli anni Settanta dell'ottocento le inumazioni continuarono a occupare gli spazi prima descritti, cioè il campo scoperto e i portici del percorso a esso perimetrale; la situazione cambiò invece nel 1872, quando l'ingegnere Sante Bergamaschi una delle figure cardine, dopo il Cocconcelli, per l'architettura della Villetta progettò due gallerie coperte da aggiungersi a sud e a nord dell'ottagono. Queste strutture gemelle, realizzate in tempi diversi e secondo stili differenti, avrebbero avuto pianta a croce latina e accesso posto nel mezzo dei due lati porticati maggiori; tanti loculi fuori terra sovrapposti fra loro avrebbero qui reso disponibile ulteriori spazi per una sepoltura collettiva, ma allo stesso tempo distinta, in quanto disposta in ambiente coperto e collegata al percorso "privilegiato" dei portici. Ottimizzando il terreno e le poche risorse economiche presenti si avviava così il primo intervento trasformativo di rilievo sul disegno del 1818, per ampliare il complesso cimiteriale 40. Va sottolineato come ciò non avvenisse per la completa saturazione dei primitivi spazi realizzati. Nel 1876 infatti anno in cui fu intrapresa la costruzione della galleria sud se gli archi dei "particolari" erano quasi del tutto occupati, nel campo centrale il posto per le inumazioni era sicuramente ancora ben lontano dal risultare esaurito 41. Questo vuol dire che a comportare il primo ampliamento a sud fu, in primo luogo, la richiesta sempre più diffusa nei ceti emergenti di avere un luogo di sepoltura in grado di distinguersi tra la miriade di croci, lapidi e monumenti sparsi ormai nell'ampio recinto della Villetta. In altre parole, fu la forte volontà di "autocelebrazione" propria della borghesia ottocentesca parmigiana (così come italiana) che legata al valore di rappresentanza sociale attribuito a una determinata collocazione e tipologia di sepolcro dettò inizialmente modi e tempi dell'evoluzione architettonica "villettiana". 39 A.S.C.Pr., Carteggio Postunitario, b. 97, 11 maggio Sulla comunità ebraica del Parmigiano, vd. Aa.Vv., Ebrei a Parma. Atti del convegno. Parma, Biblioteca Palatina, 3 marzo 2002, cur. L. Masotti, Parma C. Tedeschi, La crescita. Gli ampliamenti del cimitero e le gallerie, in Aa.Vv., Città perduta, architetture ritrovate cit., pp Come visto sopra, nel momento in cui si era individuato il podere della Villetta come sito più idoneo per la costruzione del cimitero extra-urbano si era inizialmente pensato di utilizzarne solo una parte, proprio perché «la sua capacità eccede[va] di gran lunga il bisogno per la quantità ordinaria dei Morti che accadono in cinque anni nella Città»: A.S.P., Governatorato di Parma, b. 543, documento firmato da G. Cocconcelli e datato 11 febbraio Successivamente si era cambiata idea, destinando tutta quell'immensa area alla realizzazione di un monumentale camposanto che fosse in grado di competere con quelli delle principali città italiane. 10

11 Affinché il cimitero possa diventare un luogo di memoria individuale e collettiva è necessario, in primo luogo, che vi sia la possibilità di esporre pubblicamente scritture destinate a durare nel tempo e che, in secondo luogo, tali scritture possano essere lette da chi sopravvive alle persone qui ricordate. Riprendendo il discorso del progettista Giuseppe Cocconcelli, se «un pubblico Cimitero» si presentasse solo come un «terreno circondato unicamente d'un muro con una porta d'ingresso, dal quale non si presenta allo sguardo che una serie di fossi e un informe amasso di terra scavata» 42, la gerarchia fra i diversi spazi, a cui si è accennato sopra, non avrebbe motivo di esistere e nessuno sarebbe disposto a pagare di più per poter esporre la propria memoria in un punto ben visibile, se l'accesso al cimitero non fosse consentito ai vivi. In altre parole, lo spazio di sepoltura acquista un determinato valore socioeconomico soltanto se reso fruibile e legato ad un ricordo scritto tramandabile nel corso degli anni e dei secoli al visitatore che si sofferma e legge. Tale concetto era ben chiaro già nell'antica Roma, dove ognuno si impegnava a lasciare memoria di sé attraverso un monumento spesso preparato con cura in vita che, essendo collocato lungo le più o meno frequentate viae di comunicazione, cercava di attirare lo sguardo eternante del viator. Tornando alla Villetta, ciò permette di capire il motivo delle numerose richieste inoltrate alle autorità ducali un documento parla di vera e propria «smania» 43, sorta tra molti, di distinguere a posteriori le sepolture dei vari trapassati per ottenere il permesso di spostare una certa sepoltura da un punto imprecisato del cimitero ad uno ritenuto più idoneo e visibile 44 ; allo stesso modo rende evidente il significato delle esortazioni incise su alcune epigrafi: «pregate requie all'anima sua», «tu che ti soffermi e leggi, prega», «spargete fiori sulla tomba di», «dinnanzi al sepolcro del memorate o pietosi», ecc. Anche se non è possibile stabilire con certezza quale fosse l'orario di accesso previsto per il cimitero parmigiano nel corso del primo Ottocento (solo nel 1894 un regolamento comunale stabilì chiaramente l'apertura della Villetta «dal levare al tramontare del sole di ciascun giorno» 45 ), un componimento poetico 46 datato 1828 suggerisce che le visite fossero consentite con una certa frequenza se non addirittura quotidianamente (l'autore dichiara infatti: «spesso [ ] io là m'invio») nelle ore più tarde e fresche della giornata («languente il dì», «le fresche aure beendo»), dunque per un breve lasso di tempo prima del calare del sole. I cancelli della Villetta si aprivano invece «alle ore 7 e mezzo precise» di mattina, in occasione del giorno dei morti, quindi il 2 novembre di ogni anno. A tale commemorazione partecipava la Pia Unione degli Ufficianti, 42 A.S.P., Governatorato di Parma, b. 543, 27 febbraio A.S.P., Presidenza dell'interno, b. 253, settembre Alcuni esempi di tali richieste sono riportati in A. Setti, «Tu che ti soffermi e leggi» cit., p Regolamento pel servizio dei cimiteri, Parma 1894, art M. Leoni, La Villetta o il Campo Santo di Parma. Carme, Lugano Parti del carme furono riedite in "Museo scientifico, letterario ed artistico", 2 (1840), pp : vd. L'autore di questo carme fu un letterato fidentino dotato di una buona preparazione antichistica. Poeta e traduttore di classici latini, a Parma fu professore universitario di Lettere italiane e priore della Facoltà filosofico-letteraria. Alla Villetta, dove fu sepolto, si può leggere l'epigrafe a lui dedicata sotto l'arco 2 dell'università. 11

12 congregazione nata nel secondo decennio dell'ottocento e riconosciuta canonicamente nel 1851 che si dedicava in modo specifico a suffragare le anime dei fedeli defunti garantendo una "buona morte" (ossia, una dignitosa sepoltura) a coloro che vi entravano a far parte come soci di prima o di seconda classe. Il rituale aveva come luogo di ritrovo l'oratorio del cimitero: da qui, dopo aver cantato «l'ufficio da requiem» e dopo aver celebrato la messa solenne in presenza delle autorità civili di Parma, partiva la lunga processione dei confratelli che sostando nei quattro angoli principali del camposanto avrebbero impartito le «consuete assoluzioni» alle anime dei trapassati, tornando infine al punto di partenza 47. Una tela dipinta da Guido Carmignani nel 1882 intitolata Viale al Camposanto 2 novembre mostra quante fossero le persone uomini, donne e bambini che durante questa giornata si recavano alla Villetta in cerca dei "nomi cari", su quelle epigrafi che attendevano di esser onorate con ceri e omaggi floreali. Non è facile dire se nel cimitero parmigiano fu concesso fin da subito il collocamento di una lapide sepolcrale per contrassegnare le diverse sepolture: l'ordinanza podestarile del 29 marzo 1817, che proibì definitivamente le inumazioni nei centri abitati, faceva riferimento esplicito al solo art. 1 dell'editto napoleonico 48 («Aucune inhumation n'aura lieu dans les églises, temples, synagogues, hôpitaux, chapelles publiques, et généralement dans aucun des édifices clos et fermés où les citoyens se réunissent pour la célébration de leurs cultes, ni dans l'enceinte des villes et bourgs») e non all'art. 12 relativo all'uso delle epigrafi nei cimiteri («Il n'est point dérogé, par les deux articles précédents, aux droits qu'a chaque particulier, sans besoin d'autorisation, de faire placer sur la fosse de son parent ou de son ami une pierre sépulcrale ou autre signe indicatif de sépulture, ainsi qu'il a été pratiqué jusqu'à présent»). Fu soltanto nel 1819 che Maria Luigia, attraverso il decreto sovrano del 18 novembre, stabilì all'art. 17: «non è tolto il diritto che ciascuno ha di far porre senza che siavi d'uopo di permesso, una pietra sepolcrale, o tutt'altro segno di sepoltura sulla fossa dov'è seppellito il suo parente o l'amico suo». Per questo verrebbe da pensare che, prima di tale anno, nel camposanto parmigiano fosse possibile porre unicamente quelle «nude croci» che Michele Leoni ricordava nel 1824, descrivendo I principali monumenti della capitale ducale 49. Ciò potrebbe spiegare la sostanziale assenza di iscrizioni relative agli anni , come di quella che ci si aspetterebbe di trovare per il primo "defunto illustre" qui sepolto: il poeta Angelo Mazza, morto l'11 maggio Se alla Villetta non v'è traccia del suo nome, in città si può leggere più di un'epigrafe che ricorda il «sovran Cantore» 50 : una di queste si trova sulla facciata della chiesa di S. Cristina, a sinistra della porta d'ingresso e un'altra all'interno del 47 Statuti della Pia Unione d'ufficianti canonicamente eretta nell'oratorio del cimitero suburbano della Villetta sotto la protezione di S. Gregorio Magno: approvati dall'ordinario diocesano il 25 agosto 1851, Parma Décret impérial sur les sepultures, Saint-Cloud, 23 prairial an XII (12 giugno 1804). 49 I principali monumenti innalzati dal MDCCCXIV a tutto il MDCCCXXIII da Sua Maestà Maria Luigia duchessa di Parma ora pubblicati da P. Toschi, A. Isac e N. Bettoli e descritti da Michele Leoni, Parma 1824, p M. Leoni, La Villetta o il Campo Santo di Parma cit., p

13 Duomo di Parma 51. Non è da escludere che, inizialmente, chi volesse e chi potesse permettersi una memoria iscritta in occasione della propria morte, continuò pur essendo le sepolture collocate nel cimitero extra-urbano ad avere le chiese o gli edifici pubblici del centro storico come esclusivi punti di riferimento per l'esposizione delle proprie testimonianze epigrafiche (in absentia del corpo); dal 1819 in poi fu invece anche possibile porre queste ultime direttamente sui vari sepolcri della Villetta (in praesentia) 52. Va anche considerato che i tempi di realizzazione di un manufatto sepolcrale erano piuttosto lunghi: in alcune iscrizioni si data esplicitamente il monumento a due o talvolta a cinque anni dalla morte della persona ricordata 53. Questo periodo era mediamente necessario per comporre l'epitaffio su carta, fare eventuali modifiche dovute alla volontà del committente o alle imposizioni delle autorità che dovevano autorizzare le varie iscrizioni da esporre 54 e, infine, incidere il testo approvato su pietra. Ecco perché alla Villetta è comunque possibile trovare epigrafi in cui si leggono date anteriori al Per esempio, quella dedicata a Giuseppe Cocconcelli specifica soltanto l'anno di morte dell'illustre progettista (1818), ma essa fu certamente collocata nel luogo dove ora si trova sul lato sinistro dell'oratorio qualche anno dopo: nel 1818 il primo decreto luigino non era stato emanato e i lavori per la costruzione della cappella dovevano ancora iniziare. Ad ogni modo, la novità su cui vale la pena soffermarsi è che, riprendendo la legislazione napoleonica, Maria Luigia permise l'aggiunta di un segno distintivo volto ad assicurare memoria eterna a chiunque lo desiderasse, quindi non più soltanto a esponenti religiosi o a uomini nobili che già nelle chiese medievali avevano potuto distinguersi con ricchi monumenti, bensì anche alla "gente comune": bambini e bambine, donne e uomini che fino a quel momento non avevano avuto voce in questo genere di produzione scritta. Ovviamente tale segno distintivo aveva il suo prezzo, poiché oltre al materiale necessario (dal 1830 si impose di usare soltanto marmi locali) 55 occorreva pagare l'imprenditore dei trasporti e dei seppellimenti che provvedeva al «muramento» 56 della lapide commissionata; chi si preoccupava di tagliarla e 51 Cfr. A. Setti, «Tu che ti soffermi e leggi» cit., p. 175 e n. 19; G. Zarotti - M. Turchi, Le epigrafi della cattedrale nella storia di Parma, Parma 1988, pp Distingue gli scritti commemorativi in absentia e in praesentia del corpo A. Petrucci in Id., Le scritture ultime. Ideologia della morte e strategie dello scrivere nella tradizione occidentale, Torino 1995, p. XVIII. 53 Ciò avviene nell'iscrizione per Clelia Maestri (che occupa un lato della piramide tronca posta nel riquadro sud-est del campo centrale) e su quella del nonno della ragazza, il noto medico parmigiano Giacomo Tommasini (il suo monumento è ospitato in una cappella della galleria sud). 54 Mentre per «gli ornamenti ed abbellimenti» dei "monumenti distinti" collocati sotto gli archi fu necessario fin dall'agosto 1819 il permesso del presidente dell'interno (il quale basava la propria decisione sul parere dell'accademia delle Belle Arti e spesso, riguardo al testo iscritto, su quello dell'epigrafista), per le lapidi che ognuno poteva porre sulla propria tomba, indipendentemente dalla presenza di qualsiasi contratto di concessione, la legislazione di Maria Luigia (art. 17 del decreto datato 18 novembre 1819) lasciò ampia libertà fino al 1845: da questo anno fu invece stabilito con il decreto sovrano del 20 maggio 1845 che anche in tal caso sarebbe stata obbligatoria un'autorizzazione, rilasciata stavolta da parte della sola Polizia generale. 55 A.S.P., Presidenza dell'interno, b. 254, art. 6 dell'ordinanza podestarile datata 28 ottobre Regolamento e Tariffa delle tasse pel trasporto dei Cadaveri al Cimitero suburbano di Parma, e per la inumazione di essi, ed altre opere relative approvato da Maria Luigia il 2 giugno

14 decorarla e chi, ancor prima, componeva l'iscrizione (anche se non è da escludere che in molti casi ciò venisse fatto "in amicizia" da letterati per i quali come il piacentino Pietro Giordani il mestiere di epigrafista costituiva, rispetto al proprio lavoro, attività parallela e secondaria, ma certo non meno impegnativa). Il solo collocamento di una pietra o di una croce non conferiva alla famiglia del defunto alcun diritto di proprietà né di godimento sul terreno che la ospitava. Il permanere delle memoriae dipendeva infatti «dal rinnovamento delle fosse» 57, ossia dal rinnovo della concessione sull'area utilizzata per la sepoltura: chi, fin dall'inizio, non aveva potuto permettersi un simile contratto era dunque destinato a perdere velocemente, nel giro di qualche anno, l'eventuale traccia che aveva potuto lasciare grazie a quanto disposto nell'art. 17 del primo decreto luigino in materia di polizia cimiteriale. Ecco perché le epigrafi più antiche che oggi sono rimaste a parlare della realtà parmigiana ottocentesca si trovano lungo il perimetro ottagonale della Villetta, sotto quegli archi che furono ceduti a chi si addossò dal 1819 le spese per la loro costruzione (cfr. supra) o a chi in seguito pagò la somma necessaria per stipulare un contratto di concessione perpetua (valente di fatto come una proprietà) per avere un posto sotto il porticato o lungo i viali principali del cimitero. Il decreto luigino del 18 novembre 1819 parlava di tali contratti, dicendo che per assicurarsi una simile licenza era sufficiente versare una certa somma al Comune e fare doni o lasciti in favore dei poveri e degli ospizi (art. 15); tuttavia col tempo ci si rese conto che era necessario porre una limitazione a tale prassi, poiché la rapida saturazione degli spazi comunali dati in uso perenne ai privati avrebbe costretto in breve a dover acquistare altro terreno per l'ampliamento del cimitero: fu per questo che venne contemplata la possibilità della concessione temporanea (di durata trentennale, oppure minore, dagli 8 ai 15 anni), meno costosa di quella perpetua che per il prezzo maggiore rimase esclusiva di pochissimi 58. Il diritto alla "morte scritta", anche se ormai esteso a tutti, era dunque direttamente proporzionale nella sua durata alle disponibilità economiche delle singole persone. Nonostante alcune delle memoriae ottocentesche siano andate perdute e certi reperti siano difficilmente leggibili per l'usura del supporto lapideo o la caduta di alcune lettere, le iscrizioni "villettiane" sopravvissute fino ai giorni nostri relative al XIX secolo e, in particolare, al periodo compreso tra 1817 e sono comunque numerose e di notevole interesse: una loro lettura attenta e non (riportato in Collezione di decreti sovrani, di due instruzioni date dall'inclita Presidenza dell'interno intorno a' cimiteri e seppellimenti con note ad uso de' magistrati amministrativi de' molto reverendi parrochi e delle opere delle chiese parrocchiali de' ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma 1846, pp ). 57 È quanto dice il curatore della Collezione di decreti sovrani cit., in una nota a p. 17: nel caso di rinnovamento delle fosse, il Comune avrebbe potuto «far levare tutto ciò che fosse [stato] d'impaccio alla libera disposizione del terreno non conceduto», salvo preventivo e cortese avviso. 58 Decreto sovrano del 20 maggio 1845, artt Si è deciso di limitare la presente ricerca al periodo compreso tra il 1817 (anno di apertura del cimitero) e il 1870 (anno in cui si concluse il processo di unificazione nazionale). 14

15 superficiale può infatti far riemergere preziosi frammenti di storia sociale, economica, politica e religiosa che integrano e meglio definiscono l'immagine della Parma luigina e preunitaria. Da un'analisi materiale di queste epigrafi emerge innanzitutto l'estrema importanza attribuita, nel corso dell'ottocento, all'iscrizione come mezzo di comunicazione tra i due mondi, ovvero come messaggio in grado di far sopravvivere mediante il ricordo altrui la memoria della propria esistenza. In quanto tale, l'iscrizione doveva risultare chiara, leggibile e affidata ad un supporto durevole. Non a caso, se la forma e le dimensioni epigrafiche variavano a seconda dei monumenti (ci sono lapidi di forma quadrangolare, centinata, frontonata ), il materiale usato era esclusivamente il marmo o la pietra arenaria. Similmente, quasi sempre uniforme era il tipo di impaginazione del testo. A parte infatti due casi in cui il testo iscritto è disposto su due colonne o allineato a sinistra, tutte le altre iscrizioni occupano una sola colonna e sono centrate, ossia presentano linee di scrittura di diversa lunghezza, ma simmetriche rispetto all'ideale asse verticale che divide a metà ciascun specchio epigrafico. Questo tipo di impostazione diffusa anche sulle epigrafi sepolcrali della classicità romana tornò a caratterizzare le memoriae iscritte parmigiane e poi dell'intera penisola già dalla fine del Settecento, per l'enorme successo riscosso dall'arte tipografico-editoriale di Giambattista Bodoni ( ), la quale recuperava diversi elementi propri delle antiche iscrizioni. A valorizzare ulteriormente i diversi testi iscritti sulle epigrafi "villettiane" compare, nella maggior parte dei casi, una cornice che, se talvolta segue la forma complessiva della lapide, più frequentemente delimita il solo specchio epigrafico, isolando per esempio la centinatura superiore. Il suo perimetro è dunque spesso rettangolare e nelle testimonianze più modeste risulta come un semplice bordo inciso largo giusto qualche millimetro riempito con colore nero, similmente ai testi di quasi tutte le iscrizioni. La cornice epigrafica è però in altri casi riempita con un colore diverso, come il verde o con il rosso, come avveniva già per alcune iscrizioni sacre/ufficiali della classicità romana. Per le epigrafi più elaborate dedicate alla commemorazione di uomini pubblici o di esponenti della nobiltà parmigiana la cornice è, di preferenza, scolpita in marmo, con o senza decorazioni in bassorilievo, ma sempre piuttosto spessa in larghezza e magari doppia o tripla, per dare ancora più visibilità allo specchio epigrafico che talvolta si trova a essere ribassato. Tale riquadratura multipla può anche essere realizzata accostando una sottile cornice incisa più interna e una più ampia cornice in marmo esterna, in cui quest'ultima contrasta normalmente, nel colore, con il marmo chiaro dell'area di scrittura. Nel tempo le iscrizioni non si trovano più soltanto delimitate da un contorno quadrangolare: compaiono progressivamente anche ghirlande di fiori scolpite, cornici trapezoidali e a forma di cartiglio che si sviluppa in senso orizzontale. Ognuno sceglie come meglio crede e può il modo in cui deve essere valorizzato il proprio monumento e richiamato lo sguardo del visitatore pur rispettando ovviamente determinate regole di gusto estetico e di buon senso. Nel 1869 venne infatti rifiutata dall'autorità municipale la richiesta di un uomo che chiese di porre la propria lapide all'interno di una cornice probabilmente troppo "originale" rispetto alle altre: purtroppo i documenti d'archivio non riportano né una sua descrizione dettagliata né un suo disegno. Solo una nota firmata dal 15

16 «Commissario Comunale» di vigilanza sulle opere pubbliche del cimitero parla di questo «quadro» dicendo che il cappellano della Villetta «non approverebbe la concessione di collocare simili quadri in quel luogo, giacché si correrebbe pericolo in pochi anni di trasformare gli archi del Cimitero in una vasta bottega da rigattiere» 60! Oltre alle cornici, altri elementi di valorizzazione possono riguardare più propriamente il testo iscritto: si può notare, per esempio, come in molte iscrizioni le righe di scrittura a cui si vuol dare maggiore importanza siano divise dalle restanti attraverso una spaziatura o mediante una linea di separazione; nel caso siano una o due parole a dover risaltare si utilizza una sottolineatura o si aumentano grandezza e spessore del carattere, secondo un ben noto uso dell'epigrafia latina: ciò avviene soprattutto per il nome e cognome del defunto e talvolta anche per quelli del familiare che si è preoccupato di far porre la memoria. Le dimensioni delle lettere non sempre uniformi in tutto il testo epigrafico variano molto anche a seconda di quelle dell'epigrafe a cui sono legate e comunque difficilmente superano i quattro centimetri di altezza. A parte i rari casi in cui l'iscrizione è composta da litterae caelatae lettere fuse in bronzo e fissate sulla lastra marmorea (l'utilizzo di questo materiale, piuttosto costoso rispetto a una semplice incisione su pietra, era riservato a monumenti particolarmente importanti come quello per il vescovo di Parma, nonché cardinale, Carlo Francesco Caselli, ricordato al lato destro dell'oratorio) il testo è usualmente inciso attraverso un solco curviforme o a sezione triangolare ed eventualmente riempito con una vernice colorata (di norma il nero). La forma delle lettere, applicate o incise, è comunque sempre quella dei caratteri latini in capitale quadrata, con l'utilizzo frequente nei primi tre decenni del secolo della "V" semivocalica: si tratta quindi di lettere che consentono anche da una certa distanza la piena e immediata leggibilità del messaggio veicolato. Proprio riguardo alla leggibilità dei messaggi, va notato che, spesso, il lapicida per garantire la simmetria dell'intera iscrizione ricorreva all'uso di litterae longae (ossia lettere che oltrepassavano in altezza il binario di scrittura) oppure riduceva la lunghezza del testo con l'abbreviazione di alcuni termini o l'utilizzo di nessi. Tale prassi che si riscontra soprattutto nelle iscrizioni in lingua latina rende difficoltoso oggi lo scioglimento di certe parole al lettore contemporaneo, ormai abituato a testi ben più sintetici e in lingua italiana, dove le uniche abbreviazioni presenti risultano essere "N." per "nato/a" e "M." per "morto/a". Al contrario, il viator della prima metà dell'ottocento era meno disorientato di fronte a questo tipo di "economia scrittoria", poiché come l'antico romano riusciva ad attivare una lettura «mnemonica, cioè psicologica, frutto della memorizzazione dei significati delle abbreviazioni per chi li conosceva, diversa cioè dalla percezione visiva» 61. Occorre anche osservare come certe frasi (e relative abbreviazioni) si ripetessero con una certa frequenza da un epitaffio all'altro: elemento che porta 60 A.S.C.Pr., Carteggio postunitario, Culto, b La nota è datata 10 luglio G. Susini, Epigrafia romana, rist., Roma 2003, p

17 a supporre l'esistenza di manuali d'uso epigrafici o comunque di formulari specifici presi a riferimento da chi componeva iscrizioni. A fungere da manuali potevano essere, nel XIX secolo, le raccolte di iscrizioni latine antiche che iniziarono ad essere pubblicate dal Settecento circa (se a inizio Seicento era stato pubblicato dal Gruterus il primo Corpus delle iscrizioni latine e greche classiche con più di testi 62 ; un secolo e mezzo dopo l'ars critica lapidaria di Scipione Maffei uscita postuma a Verona nel 1765 aveva cercato di offrire un valido strumento per la lettura delle epigrafi antiche e per la composizione di quelle moderne; nel 1863 vide finalmente luce a Berlino il primo volume del Corpus inscriptionum Latinarum (CIL) a cura di Theodor Mommsen 63 ) oppure le raccolte epigrafiche ottocentesche relative ad alcuni degli epigrafisti più celebri: a livello locale operarono principalmente l'abate benedettino Ramiro Tonani il quale compose moltissime iscrizioni in latino, innalzando questa lingua a modello di ordine, armonia e bellezza e il letterato piacentino Pietro Giordani, che divenne celebre per i suoi epitaffi in lingua italiana. I componimenti del primo vennero riuniti nell'opera che uscì, tra il 1830 e il 1834, col titolo Inscriptiones carmina non nulla et quaedam prosa oratione conscripta 64 ; le iscrizioni del Giordani furono pubblicate in più opere 65, tra cui anche all'interno della raccolta intitolata Iscrizioni [italiane] di Autori Diversi con un Discorso Sulla Epigrafia Italiana del dottore Francesco Orioli 66 : quest'ultimo viterbese, allora professore di Fisica sperimentale all'università di Bologna cercò di riassumere, come in un vero e proprio manuale, le regole fondamentali a cui il bravo «scrittore di epigrafi» 67 doveva attenersi, indipendentemente dalla lingua utilizzata per comporre: condensare il messaggio in pochi versi, evitando le perifrasi; utilizzare un linguaggio proprio e non figurato; preferire una sintassi semplice e diretta; scegliere parole comprensibili ai più e non solo ai dotti. Sinteticità e chiarezza erano definite come le due principali leggi da non dimenticare. Venivano suggeriti altri accorgimenti riguardo alla struttura e alla disposizione del testo, ma lo stesso professore precisava che le sue regole non erano che generali e che diverse eccezioni potevano o dovevano essere fatte, in quanto la composizione di un'epigrafe andava adattata alla persona o alla situazione cui era destinata. Proprio nel saper adeguare lo stile del componimento ai singoli casi che un epigrafista avrebbe affrontato stava l'abilità di quest'ultimo: perché una cosa «è scrivere senza errore, altra scrivere bene e secondo rettorica» 68. I formulari che si riscontrano nel corpus epigrafico analizzato richiamano spesso quelli della classicità, presi a riferimento anche nelle iscrizioni italiane che li 62 L'opera, intitolata Inscriptiones antiquae totius orbis Romani, in corpus absolutiss(imum) redactae, uscì ad Heidelberg nel 1602 per iniziativa di Giuseppe Giusto Scaligero e fu curata dal Gruterus (Jan Gruter). 63 I. Calabi Limentani, Epigrafia latina, rist. agg. 4 ed., Bologna 2000, p. 59 e 71 ss. 64 R. Tonanii Inscriptiones carmina non nulla et quaedam prosa oratione conscripta, voll. I-III, Parmae MDCCCXXX-MDCCCXXXIV. 65 Alcune sue iscrizioni si trovano nel volume P. Giordani, Iscrizioni dal 1806 al 1834, Parma 1834; altre ancora in Opere di Pietro Giordani, 14 voll., Milano (gli epitaffi "villettiani" sono pubblicati nel vol. 13). 66 Iscrizioni [italiane] di Autori Diversi con un Discorso Sulla Epigrafia Italiana del dottore Francesco Orioli, Bologna 1826 = 1827 = Charleston (SC) 2009 [= books.google.it/books?id=omyjaaaaqaaj&printsec=frontcover&dq=francesco+orioli+iscrizioni &cd=1#v=onepage&q=&f=false]. 67 Ibidem, p Ibidem, p

18 adattano, traducendoli in lingua volgare: ad esempio, «hic sepultus est» diventa «qui è sepolto»; il quasi onnipresente «vixit annis mensibus diebus» si trasforma in «visse anni mesi giorni»; si ritrova la formula «visse anni soltanto» che traduce il latino «vixit annis tantum»; la formula «questo monumento / titolo posero» corrispondente a «hoc monumentum / titulum posuerunt». La lingua utilizzata negli epitaffi ottocenteschi latina o italiana, colta o popolare che sia fornisce inevitabilmente informazioni sulla condizione socioeconomica del defunto e spesso è anche indice del suo ambiente culturale. Il latino è più frequente nelle memoriae di uomini nobili o alto-borghesi; è pure preferito spesso per i membri del clero cittadino o delle varie congregazioni religiose. L'italiano diventa invece lingua prediletta per tutte le altre "categorie", dunque donne, ragazzi/e, bambini/e, ma anche per le persone non cattoliche, sepolte in zone marginali del cimitero: nei due settori riservati a israeliti e a riformati è sempre il volgare a prevalere nelle varie iscrizioni, le quali tuttavia sono frequentemente complementari per il primo gruppo a scritture o a citazioni in ebraico. L'influenza dell'epigrafia classica su quella moderna non si riscontra soltanto a livello linguistico (la lingua latina fu usata sempre più raramente dagli anni Trenta dell'ottocento, ma i formulari derivati da questa lingua durarono molto più a lungo), bensì anche nell'iconografia, in particolare nelle raffigurazioni dei defunti. Già nei monumenti sepolcrali degli antichi romani il ritratto svolgeva tale fondamentale funzione: conservare e tramandare la memoria della persona estinta riproducendone in modo più veritiero possibile quello che fu il suo aspetto fisico e dunque la sua personalità 69. I ritratti sepolcrali ottocenteschi riprendono sia la forte tendenza al realismo dei lineamenti che, in molti casi, le pose delle analoghe raffigurazioni classiche. Per esempio, l'utilizzo del clipeo (cornice tonda) per racchiudere l'imago del defunto era frequente nella Roma antica e soprattutto sui monumenti patrizi o dei personaggi più distinti. Anche sulle epigrafi della Villetta che presentano un ritratto scolpito, quest'ultimo è quasi sempre "clipeato", cioè delimitato da un bordo circolare, talvolta impreziosito da motivi vegetali o floreali a rilievo: al suo interno, il defunto è ripreso frontalmente o, più spesso, di profilo. Le acconciature femminili richiamano quelle delle matronae romane: sia nei bassorilievi più antichi che nelle fotografie di fine Ottocento i capelli risultano raccolti in una crocchia di trecce o in una coda più o meno bassa, da cui qualche boccolo può scendere verso il viso. Si tratta di particolari che forniscono indizi sul costume dell'epoca: in alcuni casi è possibile osservare anche i gioielli o gli accessori indossati (orecchini, collane, spille, copricapo, scialle per le donne; giacca, camicia e foulard per gli uomini). Leggere con attenzione le epigrafi vuol dire infatti anche soffermarsi sull'iconografia incisa o scolpita che, al pari del testo, offre informazioni riguardo alla religiosità o alle abitudini delle persone ricordate. Tra i simboli di natura confessionale si ritrova, in primo luogo, la croce latina, che indica l'appartenenza alla Chiesa cristiana e ricorda «la morte 69 L. Magnani, L'idea della morte nel mondo romano pagano cit., pp

19 redentrice di Gesù Cristo» 70, crocifisso sul Calvario. Questo segno è molto diffuso sulle tombe racchiuse all'interno dell'ottagono (dove sono sepolti i cattolici) e si ritrova anche su quelle della comunità evangelica. La cristianità del defunto può essere suggerita dall'immagine di un calice, che richiama quello usato da Gesù durante l'ultima cena, nonché la coppa consacrata e utilizzata dai sacerdoti per la comunione dei fedeli cristiani (epigrafe di Teresa Guarnieri, sotto l'arco 141 dell'ottagono); altro elemento liturgico più di una volta raffigurato è la navicella portaincenso, da cui fuoriesce una cortina di fumo, segno della presenza di Dio, ma anche di risurrezione. In epoca romana, l'incenso che bruciava nelle lucerne poste davanti ai sepolcri era simbolo di vita contrapposto all'oscurità delle tenebre (morte): questa gommoresina serviva dunque per allontanare gli spiriti malvagi ed era sentita come utile strumento intermediario verso gli dei 71. A rappresentare in qualche modo il passaggio nell'aldilà, soprattutto quando a morire sono giovani donne o fanciulli, compare sul finire degli anni Sessanta dell'ottocento la figura dell'angelo, che assume le sembianze di un bambino alato, con il corpo coperto da leggeri panneggi. Raffigurato in volo, con in mano una corona o un mazzo di fiori, questa creatura angelica è secondo la tradizione cristiana un messaggero e ministro di Dio che sulla terra annuncia la morte agli uomini, accompagnandoli verso il regno della pace eterna 72. Simbolo di pace e fede cristiana è generalmente l'ulivo, di cui si raffigurano spesso due ramoscelli incrociati, in ricordo di quello portato da una colomba a Noè dopo la fine del Diluvio, come è narrato in Genesi 8, 10 ss.; non è da confondere con la palma, antico simbolo biblico, poi cristiano per indicare la vittoria dei martiri, dunque la sconfitta della morte e il trionfo della vita eterna attraverso la fede in Gesù 73. Sotto l'arco 2 dell'ottagono, l'epigrafe per il medico e professore parmigiano Stefano Mistrali presenta altri tre simboli paleocristiani, incisi su un'unica linea di scrittura alla fine dell'iscrizione: a sinistra si trova un'àncora, che rappresenta il raggiungimento del regno di Dio (metaforicamente, porto della pace eterna), mentre all'estrema destra è raffigurato un pesce, simbolo di Gesù, in quanto la parola greca "pesce" contiene le iniziali della frase " Gesù Cristo di Dio figlio salvatore". Immagine molto diffusa nell'antichità cristiana (sulle pareti delle catacombe, ma anche su oggetti di uso quotidiano), sulle lapidi della Villetta il pesce è attestato solo in questo caso; al contrario, risulta quasi onnipresente l'ultimo simbolo posto tra i due appena descritti: si tratta del monogramma di Cristo (o cristogramma) composto dalla sovrapposizione delle prime due lettere maiuscole della parola Cristo in greco. Il cristogramma è molto spesso associato, nelle altre memoriae sepolcrali, ad A e Ω, rispettivamente la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco 74. Àlfa e Omèga possono rappresentare l'inizio e la fine dell'esistenza, ma anche 70 Cfr. E. Urech, Dizionario dei simboli cristiani, Roma 1995, p. 69 e M. Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, n. ed., Milano 1997, pp Tale credenza derivava da un mito narrato nelle Metamorfosi di Ovidio: vd. L. Montanini, Le donne romane e la morte cit., p H. e M. Schmidt, Il linguaggio delle immagini. Iconografia cristiana, Roma 1988, pp M. Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici cit., pp I. Chisesi, Dizionario iconografico dei simboli. Immaginario di simboli, icone, miti, eroi, araldica, segni, forme, allegorie, emblemi, colori, rist., 2 ed., Milano 2005, p

20 soprattutto se associate all'altro simbolo cristiano (il cristogramma) Gesù il Cristo, inizio e fine per eccellenza della storia. Tra i simboli propriamente religiosi che compaiono talvolta sulle iscrizioni dei fedeli cattolici c'è infine anche l'agnello 75, animale che richiama l'immagine del Cristo come buon pastore, pronto a morire per il suo gregge, ossia per i suoi fedeli. Mentre sulle lapidi della comunità evangelica non si notano segni diversi rispetto a quelli che caratterizzano i monumenti dell'ottagono, gli israeliti adottano naturalmente una simbologia propria: l'occhio inserito in un triangolo attraversato dai raggi del sole, a rappresentare il Dio trinitario e onnipresente 76, e il candelabro a sette bracci, simbolo per eccellenza della fede ebraica, quando ancora non era usata la stella di Davide a sei punte (che comparve sulla bandiera israeliana a partire dal 1948, con la nascita dello stato d'israele). Ci sono poi simboli che richiamano semplicemente il concetto di morte: le torce capovolte e talvolta incrociate (corrispondenti alle lucernae o faces romane), le ossa umane (tipiche del cristianesimo medievale), la falena, così come la civetta e le ali di pipistrello (entrambi uccelli notturni, i secondi in particolare tornati di moda nel Settecento). Se legate a una clessidra o a un serpente che si morde la coda (l'uroboro che appare già all'ingresso del cimitero, sopra l'iscrizione dedicatoria a Maria Luigia è spesso stilizzato con un cerchio), le ali enfatizzano il tema dell'estrema brevità dell'esistenza terrena, ma anche quello dell'eternità, ossia della natura ciclica di tutte le cose 77. Una delle immagini più ricorrenti è quella della corona di fiori, omaggio tradizionalmente offerto ai defunti fin dall'antichità, quando era diffusa la credenza secondo cui il loro profumo potesse fungere da veicolo di comunicazione con gli dei, dunque fra i due mondi 78. Incisa all'interno dello specchio epigrafico, la ghirlanda può anche servire come cornice dell'iscrizione, soprattutto quando il testo di quest'ultima non risulta particolarmente lungo. La corona floreale è generalmente composta di rose (con allusione alla fragilità della bellezza e della vita umana), di alloro (simbolo di gloria e sapienza) 79, o di foglie di quercia (segno di forza e di potenza): i riferimenti alle ultime due piante prevalgono sulle iscrizioni maschili (in particolare di militari o professionisti che in vita riscossero successo), mentre le rose sono più frequentemente associate ai bambini e alle giovani donne. Segno di grazia e di leggerezza, ma contemporaneamente di rapida trasformazione e di breve esistenza è la farfalla, che si ritrova più di una volta come ornamento degli epitaffi composti per ragazze morte prematuramente. I simboli parlano dunque delle qualità che caratterizzarono in vita un defunto: salda religiosità, determinazione, abilità o, in altri casi, purezza di 75 M. Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici cit., pp Ibidem, p. 10 e I. Chisesi, Dizionario iconografico dei simboli cit., p Cfr. H. e M. Schmidt, Il linguaggio delle immagini cit., p. 104 e M. Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici cit., pp C. De Filippis Cappai, Imago mortis. L'uomo romano e la morte, Napoli 1997, pp : e L. Montanini, Le donne romane e la morte cit., p I primi cristiani usarono il lauro per glorificare i loro martiri, ma ancor prima greci e romani lo utilizzarono per incoronare vincitori e poeti. Tuttora è usanza regalare una corona d'alloro a chi si laurea. Cfr. M. Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici cit., pp e I. Chisesi, Dizionario iconografico dei simboli cit., p

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