RICERCHE STORICHE. Rivista di storia della Resistenza reggiana REGGIO EMILIA

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1 RICERCHE STORICHE Rivista di storia della Resistenza reggiana REGGIO EMILIA Istituto per la Storia della Resistenza e della guerra di Liberazione 1969

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3 RICERCHE STORICHE Rivista quadrlmestrale dell'istituto per la storia della Resistenza e della guerra di Liberazione in provincia di Reggio Emilia ANNO III - N. 9 - DIICEMBHE '69 Comitato di Direzione Antonio Grandi, Cesare Campioli, Annibale Alpi, Ercole Camurani, D. Prospero Simonelli, Viterbo Cocconcelli, Gismondo Veroni, Direttore Responsabile Gino Prandi Comitato di Redazione Giannino Degani, Renzo Barazzoni, Giorgio Cagnolati, Carlo Galeotti, Sergio Morini, Giuseppe Ricci Prezzo del fascicolo Abbonamento annuale Abbonamento sostenitore Abbonamento benemerito Segretario Guerrino Franzini DIREZIONE, REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE Piazza S. Giovanni, 4 Te I efono L. 500 L L L La collaborazione alla rivista è fatta solo per invito o previo accordo con la direzione. Ogni scritto pubblicato impegna politicamente e scientifica mente l'esclusiva responsabilità del l'autore. I manoscritti e le fotografie non si restituiscono. Stampa Tecnostampa - Via G. Bodoni, 4 Clichés Edizioni Fototecniche Franco SOMMARIO MARIAFEOEHIICA OLIVA La tradizione sociarjiista a IRe'gg'io EimiHa le l'opposiz,ione,al fas'cismo GUIDO UAGrHl Appunti sul problema Isanitario presrso le formazioni parrtilgì'ane reggiane GI~NNINO ID8GAN'1 Il movimento op'eraio 'e Icontaldino nella IResistenza (VHl) iiar SlEiRIGIO MORINI Come si Ivotava Idurante liri slcismo vnror'lo rphuzzi 4 no 'Di'scorso celebrativo Id e,i vembre 1969 DOCUMENTI E TESTIMONIANZE IEsperi,enze Idi :govemo,in un 'Ver Ibale Idei CLN. Zona Montagna,(con note,di Viterbo lgolccon'ce'ili) Un nodo di lrresistenza Iparfiigriana: la loanonica di IS. :P,eIrlegrino (di Idon Ang,elo COloconceHi) Att,il,io Gombia, tenalce idirilgente operaio e :valoroso Icomandante parugiano (di Aldo MagnanO RECENSIONI ATTI E ATTIVITA' DELL'ISTITUTO Pago Editore proprietario Istituto per la Storia della Resistenza e della guerra di Liberazione in provincia di Reggio Emilia Registrazione presso il Tribunale di Reggio E. n. 220 in data 18 marzo 1967

4 TECNOSTAMPA - Wa G. Bodoni, 4 - Te'i (Re,gg,io E.j

5 3 LA TRADIZIONE SOCIALISTA A REGGIO EMILIA E L'OPPOSIZIONE AL FASCISMO Demmo notizia sullo scorso numero che Mariafederica Oliva conseguì la laurea a Trieste col massimo dei voti con una tesi intitolata «La Resistenza a Reggio Emilia», riservandoci di dare sul lavoro un nostro giudizio dopo at'erlo esaminato. Tributiamo ora un apprezzamento favorevole di massima al voluminoso studio, pubblicandone il primo capitolo. Detto questo osserviamo che una tesi impostata sulla Resistenza reggiana nel suo complesso, difficilmente poteva essere costituita da moltissimi elementi nuo.vi, giacchèvenne elaborata dopo la comparsa di pubblicazioni concepite in modo quasi analogo. Esprimiamo perciò il nostro sincero compiacimento alt' autrice che, nonostante le sfavorevoli condizioni di partenza, ha saputo approfondire determinati aspetti della Resistenza reggiana e compiere talora un notevole quanto utile sforzo interpretativo. Ci ri,promettiamo pertanto di pubblicare prossimamente anche altre parti della tesi: quelle che rappresentano, per la loro originalità, un contributo ulteriore di conoscenza della Lotta svoltasi nel Reggiano. a) Reggio Emilia, provincia agricola. Contadini ed operai. La provincia di Reggio Emilia, per la sua poslzlone geografica, per le condizioni geologiche e climatiche, è una tipica zona ad economia agricola che tuttora trae dalla terra le sue maggiori risorse. Estendendo questa analisi fino alla seconda metà dell'800, individuiamo subito il vero protagonista della storia reggiana: il bracciante agricolo con le sue successive e parziali trasformazioni. Esso, il proletario dell'agricoltura, sarà sempre in lotta e condurrà alla lotta contro la borghesia agraria tutte le altre categorie di contadini, compresi i piccoli proprietari, i quali - attraverso la Cooperazione - si trasformeranno da nemici in sinceri alleati (1). Le rivendicazioni dei braccianti agricoli furono, all'inizio, esclusivamente di caratere economico e tendevano a migliorare le condizioni di vita e di lavoro. (1) G. DEGANI. Le premesse storiche del movimento di liberazione. Il movimento operaio e contadino nel Reggiano in «R~cerche Storiche» - Rivista di Storia della Resistenza Reggiana n. 2, agosto 1967, pago 91 e sego

6 4 I primi successi furono conseguenza della unità di categoria e della forza numerica (più di 1/4 dell'intera popolazione agricola) ed ebbero ripercussioni mediate di vastissima portata. Infatti il ceto medio contadino che si era spesso rivolto alla borghesia agraria come specchio e modello della propria economia e del proprio interesse, intorno al 1870, constatata la forza del bracciantato ed i successi da esso ottenuti, comprese la sua vera funzione e, pur non avendo ancora acquisito coscienza di classe, passò nel campo del proletariato agricolo. Nasceva così, attraverso le leghe (2) e la cooperazione, il ceto contadino che abbracciò, in un'unica categoria, tutti i lavoratori della terra compresi i piccoli proprietari. Dalla difesa economica di una categoria, si giunse gradatamente alla coscienza di classe. Su questo terreno di fermento sindacale sorse, alla fine del secolo scorso, anche a Reggio, il Partito dei Lavoratori italiani o Partito Operaio Socialista. (3) Il socialismo, nel Reggiano, si propagò inizialmente fra il proletariato contadino che, anche se sotto la influenza clericale, ne accettava le idee, ma con riserva, nella misura cioé in cui esse coincidevano coi propri interessi. Questa riserva, fu definitivamente sciolta da Camillo Prampolini il quale, autentico evangelizzatore laico, soleva riunire i contadini di domenica a fine Messa, polemizzando con la dottrina della Chiesa ed indicando il socialismo come l'autentico cristianesimo. Egli metteva in rilievo l'errore corrente cattolico che consisteva nella difesa dei privilegi padronali e nel raccomandare solamente rassegnazione ed ubbidienza ai meno dotati. Prampolini non invocava né violenza né rivoluzione, invocava solamente giustizia per i lavoratori e riforme graduali per le strutture più arretrate. Egli fu, senza dubbio, una bandiera per il socialismo reggiano in quanto diede coscienza e fiducia alla massa contadina e fece comprendere la necessità della lotta unitaria cogli operai, apparsi, questi ultimi, solo intorno al 1904 con le officine «Reggiane». Questo ritardo fece sì che i contadini restassero il tessuto connettivo e la piattaforma per le lotte future. Con lo sviluppo dell'industria, le «Reggiane» reclutarono la massa dei (2) G. DEGANI. Op. cit. in «Ricerche Storiche» n. 3., dicembre 1967, p. 61 e sego «La lega costituita tra i lavoratori della terra d'ambo i sessi, giornalieri, bifolchi ed obbligati, si proponeva come scopo di migliorare le condizioni di lavoro e di esistenza mediante la solidarietà e la resistenza legale. E per tanto si incaricava: di compilare tariffe sulla mano d'opera che, con progressivi aumenti o miglioramenti rispondessero sempre più ai bisogni dei soci ed alle esigenze della vita; di diffondere con la propaganda e con l'esempio il sentimento della solidarietà tra i lavoratori, trattare coi propr,ietari e i conduttori di fondi per contratti di lavoro, di difendere i soci contro le ingiustizie e le persecuzioni, sostenere le loro ragioni in caso di questioni con gli assuntori di mano d'opera e procurare di aiutarli qualora avessero a perdere il posto in causa dell'opera loro a faivore dell'organizzazione; di ~tudiare ogni migliore mezzo per rendere efficace la azione della lega e per facilitare ai soci il conforto di quella utile propaganda che può ser,vire a svegliare il sentimento della dignità e la coscienza dei loro diritti; di procurare per mezzo dell'ud:ficio di collocamento lavoro ai soci». (3) G. DEGANI. Introduzione alla Storia della Resistenza Reggiana di G. Franzini pago XXII.

7 5 dipendenti principalmente fra i braccianti che entrarono, sempre più numerosi, nella officina fino a tutto l'anno Nasce a questo punto la figura del contadino-operaio il quale assume, in breve volgere di tempo, le caratteristiche della sua nuova condizione sociale che, sul posto di lavoro, lo porta a contatto con elementi politicamente più preparati e socialmente più evoluti. Se noi oggi esaminiamo, come è stato fatto (4), la composizione sociale dei Combattenti della Libertà di Reggio e provincia, dobbiamo concludere che la magp:ioranza è operaia (50 % ), seguita immediatamente dai contadini. (5) Però, guardando agli anni che vanno dal 1904 al 1943, osserviamo che le «Reggiane» - massima industria della zona - trasformatasi nel 1939 anche, e principalmente in industria di guerra, ha assorbito, sempre in misura crescente, mano d'opera contadina e pertanto, se i risultati dell'indagine appaiano formalmente esatti, in sostanza la massa dei combattenti partigiani è di recente provenienza contadina. Del resto la maggioranza della popolazione reggiana è rimasta contadina fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Evidentemente l'educazione operaia e cioé la coscienza di classe, è entrata ben presto in ogni casa reggiana dove, se un membro della famiglia lavora in officina, gli altri restano contadini. Le due esperienze si confrontano spontaneamente e se ne traggono ammaestramenti e obiettivi comuni. Gli operai, favoriti anche da particolari forme di lavoro collettivo, divengono avanguardia di una massa contadina già sensibilizzata che li affiancherà durante la lotta al fascismo e costituirà la base solida ed insostituibile per la lotta di liberazione. La partecipazione attiva dei contadini alla lotta partigiana è stata, pertanto, premessa indispensabile perché la Resistenza reggiana si organizzasse, si estendesse e giungesse alla vittoria. Testimonianza eccezionale, esempio tipico di quanto abbiamo testé affermato è la famiglia Cervi: contadini poveri, antifascisti irriducibili, sette fratelli trucidati. La loro casa di campagna era rifugio sicuro, deposito di armi, recapito di staffette, centro diffusione di stampa clandestina, centro di raccolta di viveri ed indumenti per i volontari della libertà, e divenne, nel momento supremo, centro di resistenza armato contro il nemico. Sintesi dell'attività della famiglia Cervi è perciò sintesi dell'attività dei contadini reggiani e del loro altissimo contributo alla lotta di liberazione. (6) b) Il socialismo a Reggio Emilia, Camillo Prampolini. «Camillo Prampolini ha impresso un'orma incancellabile sulla terra reggiana»: queste parole di Alberto Simonini, possono, senza esitazione, essere sottoscritte da uomini di ogni parte politica. (4) G. FRANZINI. Storia della Resistenza Reggiana, pp AN.,P.I., Reggio Emilia (5) P. SECCHIA. Prefazione alla Storia della Resistenza Reggiana di G. Franzini, p'ag. XV. (6) A. CERVI. I miei sette ligli,a cura di R. Nicolai, Editori Riuniti I Cervi (Scritti e documenti), A.N.<P.I., Reggio Emilia, 1963.

8 6 Prampolini, agevolato anche dal suo aspetto fisico, dal modo semplice di porgere, fu un autentico educatore, un maestro e, per adoperare una espressione cara ai socialisti di quel tempo, «un apostolo laico» che si rivolse di preferenza al contadino ( ) in quanto il più infelice come collocazione nella scala sociale e unico proletario esistente in una zona in cui l'operaio comparve solo in un secondo tempo. Prampolini iniziò la sua opera in una Reggio ove il ricordo del Duca non era poi tanto lontano, operò in una città la cui amministrazione era saldamente in mano ai cosiddetti «moderati», -.:... borghesi ed agrari - «quelli che contano», come li definisce lo Zibordi. L'elettorato, d'altra parte, era soggetto a pressioni ricattatorie e quindi faòlmente manovrabile da chi detiene il potere, mentre le masse popolari, distaccate da ogni forma di cultura, soggiacevano ad una tipica rassegnazione che faceva da scudo ad ogni tentativo di penetrazione educativa a carattere sociale. Si trattava pertanto di dare ai lavoratori un'educazione classista e successivamente guidarli sulla via del progresso. A Prampolini dobbiamo riconoscere il merito di avere educato al socialismo il popolo reggiafl..o. Egli adoperò un metodo personale: staccatosi dal mondo borghese dal quale proveniva, «si vestì dimessamente condusse una vita semplice e modesta» ( 7 ) e si avvicinò ai contadini usando un linguaggio evangelico a sfondo marxista. Tipico esempio ne è la famosa «predica di Natale». Il suo socialismo romantico e pittoresco, tanto da creare un costume, si diffuse nel Reggiano con rapidità sorprendente (8), specie nelle campagne, per quell'innato senso di insofferenza e di ribellione del contadino il quale malgrado le interferenze del clero, vuole spezzare le catene del vecchio sfruttamento e conquistare un'esistenza degna dell'uomo libero, restando ad ogni costo, sulla sua terra senza mai battere la via della emigrazione. Ogni spinta rivoluzionaria però veniva smorzata dal socialismo di Prampolini il quale credeva fermamente di poter trasformare, grado a grado, le strutture borghesi. Visione idillica che si staccava dalla realtà e nello stesso tempo visione provinciale che lo portava a valutare i problemi nazionali sulla base dei risultati reggiani, sempre vantaggiosissimi. In effetti Reggio divenne, già nei primi decenni del secolo, una terra di grandi avanzate politiche e di evidenti successi conomici. Il Comune divenne socialista, per la prima volta, nel 1899 e tale restò, salvo una breve parentesi, fino all'avvento del fascismo. L'avanzata socialista non lasciò indifferenti i cattolici che, se in un primo tempo contribuirono a formare il blocco conservatore della «grande armata», (7) P. GOLLIVA. Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani, Edizione Opere Nuove 1958, pago 49. (8) Uno dei veicoli di propaganda più efhcaci fu il giornale «La Giustizia» apparso nel 1886 con il seguente motto: «La miseria nilsce non dalla ma}vajgità del capitalista, ma dalla cattiva organizzazione della società, dalla proprietà privata. Perciò noi predichiamo non l'odio alle persone né alle classi dei ricchi, ma l'urgente necessità di una riforma sociale, che a base dell'umano consorzio ponga la proprietà collettiva». G. ZIBORDI. Saggio sula storia del movimento operaio in Italia. Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani. Ed. Laterza, Bari 1930, pago 57.

9 7 (9) in un secondo tempo, spinti dagli elementi più avanzati del basso clero, vollero scendere sul terreno socialista dando vita al giornale «La plebe». Ma - come spesso accade in questo campo - alle parole non seguirono i fatti concreti e la sinistra cattolica fu costretta al silenzio dall'orientamento nettamente conservatore delle gerarchie ecclesiastiche. Al termine della prima guerra mondiale, il partito socialista aveva, a Reggio, ottime possiiblità in quanto raccoglieva consensi di vasti strati della popolazione rurale e cittadina. Nel 1920 gli iscritti alle leghe erano su una popolazione di circa 80 mila unità. (10). Con questa forza di eccezionale rilievo, fu possibile realizzare oltre 100 cooperative, una azienda municipalizzata del gas e dell'elettricità, 14 farmacie comunali, piscina comunale, bagni pubblici, azienda municapilizzata dei consumi, la ferrovia Reggio-Ciano, che ebbe gestione a carattere cooperativo e tante altre iniziative popolari che, nel complesso, elevarono il tono economico e sociale dell'intera provincia. La cooperazione reggiana infatti, divenuta ben presto competitiva, fu d'impulso allo sviluppo economico della zona ~< non solo funzionando da calmiere, ma. altresì contribuendo al miglioramento delle condizioni di lavoro, formando riserve di resistenza per le lotte operaie, creando nuovi quadri, abilitando insomma la classe lavoratrice all'auto governo, all'organizzazione produttiva e di consumo». (11) Questo fermento di opere allarmò i conservatori i quali affermarono, sulla stampa nll.zionale, che a Reggio «esistevano già i soviet». (1920) (12). In effetti la rivoluzione d'ottobre aveva suscitato anche tra i lavoratori reggiani legittimo entusiasmo ed adesione incondizionata. Si ebbe, sia pure in altro paese, la prova concreta delle reali possiiblità della classe operaia, ma i dirigenti del socialismo reggiano non seppero dare all'esperienza sovietica la giusta collocazione nella realtà italiana assumendo atteggiamenti di dannosa verbosità rivoluzionaria o di netta opposizione, coerente al principio gradualista. I lavoratori, dal canto loro, vedevano possibile e non lontano l'avvento del socialismo e pertanto iniziarono vigorose lotte sindacali condotte ad oltranza che sfuggirono ben presto di mano ai dirigenti locali, inesorabilmente sorpassati dalle masse in naturale movimento. La preoccupazione della legalità, la convinzione di non essere mai pronti per una lotta a fondo, l'affermazione che il socialismo non è mai violenza, il diritto delle minoranze, costituirono il cosiddetto «metodo reggiano» (13) che si caratterizza con la frase di Prampolini il quale ha sempre «timore di portare le masse al disastro». (9) C. CAMPIOLI. Cronache di lotta, Bd:zione «Guanda» Parma 1965, pago 15 «Il 10 aprile 1904 con il nome di "Associazione reggiana per il bene economico", meglio conosciuta con 1'appellativo di "grande armata" si era costituito un blocco ave trovavano posto tutte le forze più retrive della città; il loro scopo era la 'COnquista del comune amministrato da una maggioranza socialista». (lo) G. ZIBORDI. Saggio sulla storia del movimento operaio in Italia. Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani. Op. cito pago 65 e sego (11) R. BARAZZONI. Camillo Prampolini. Federazione reggiana del P.S.I. '59, p9:g. 24.' (12) C. CAMPI OLI. Cronache di lotta, Op. cito pago 29. (13) P. GOLLIVA. Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani. Op. cito pago 38.

10 8 Né risultati concreti potevano ottenere dirigenti socialisti di altre correnti i quali, con il loro estremismo da imbonitori, avevano allontanato definitivamente i ceti medi. Pertanto possiamo tranquillamente affermare che il,«metodo reggiano» fu la causa degli errori che i lavoratori ben 'presto pagarono con il fascismo. Tra essi il più evidente consistette in un «pericoloso particolarismo», cioé nella tendenza a separare uno dagli altri i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione della prospettiva e dell'interesse del movimento. (14) Nacquero così fratture pericolose come quelle fra braccianti e ceto medio contadino, tra operai e contadini e persino tra cooperative. Si spezzava, operando in tal modo, l'unità di classe fino a discutere la possibilità di accogliere proposte del ceto industriale (15). Ma certo l'errore più grossolano si commise verso il ceto medio della campagna pretendendo da esso un artificioso livellamento verso il basso allo scopo di proletarizzarlo. Si dimostrava, in tal modo, di non comprendere le necessità e le aspirazioni dei piccoli proprietari, dei coltivatori diretti, dei mezzadri i quali manifestavano esigenze differenziate che, a prima vista, potevano anche apparire tra loro contrastanti. Com'era naturale il ceto medio contadino si schierò in un primo tempo tra gli indifferenti e poi tra gli oppositori. L'analisi di questo fenomeno fu fatta, a Reggio Emilia, nel 1946, da Palmiro Togliatti il quale disse: «La sconfitta del movimento riformista italiano fu essenzialmente una grande rottura fra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi della campagna e della città». Questa frattura fu una delle cause, se non la principale, della penetrazione fascista nella provincia di Reggio Emilia, non contrastata adeguatamente anche in conseguenza dell'errata valutazione, da parte della corrente prampoliniana, che considerò il fascismo fenomeno passeggero e rapidamente autodistruttibile: «un fuoco di paglia» come solevano affermare i socialisti reggiani. Ma, se vi furono errori, è doveroso - anche per gli sviluppi che ebbe la lotta antifascista - riconoscere al socialismo reggiano, il merito di avere costituito una base fertilissima per l'intero movimento operaio e la premessa indispensabile per la lotta di liberazione nazionale. c) Il fascismo. Opposizione antifascista. Non è nostro compito esaminare le cause che portarono, in Italia, il fascismo al potere; invece sarà interessante cogliere alcune caratteristiche reggiane delle,sue prime manifestazioni. (14) P. GOLLIVA. Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani. Op. eit. pago 41 e sego (15) ANTONIO GRAMSOI. La questione meridionale, Rinascita, Roma 1951, pago 53: «A Reggio Emilia si presentò una questione simile a quella della Fiat: una grande officina doveva pas sare nelle mani degli operai come azienda cooperativa. I riformisti reggiani erano entusiasti dell'a'vvenimento e lo strombazzavano nei loro giornali e nelle loro riunioni. Un comunista torinese (Umberto Tertaicini) si recò a Reggio, prese la parola nel comizio di fabbrica, espose tutto il complesso della questione fra nord e sud e si ottenne il miracolo: gli operai, a grandissima maggioranza, respinsero la tesi riformista e corporativa».

11 9 Mentre nelle provincie di Modena e Parma le cosiddette «squadre di azione» avevano già dal settembre 1920 dato manifesti segni di vita, fino al 31 dicembre di.fascismo a Reggio Emilia e in provincia non si era mai parlato, (16) se ne parlò appunto in quel 31 dicembre 1920 allorché squadristi di Carpi (Modena) assassinarono, a Correggio, due lavoratori socialisti. (17) Evidentemente i fascisti reggiani, in ritardo nella azione, avevano bisogno di una spinta esterna per decidersi ad uscire in campo aperto. In un primo tempo, infatti, in questa zona, non si manifestò un fascismo virulento, del tipo ferrarese, e ciò in quanto anche una parte dei cei medi aveva aderito al socialismo prampoliniano e vedeva con simpatia ogni forma conseguente di progresso economico e sociale. (18) Ma la ragione principale del ritardo è da ricercarsi nella carattenstica conformazione della proprietà fondiaria reggiana, assai più frazionata che altrove, e quindi nella iniziale debolezza degli agrari. (19 ) Si tenga conto infine che qui, più che altrove, la forza dei socialisti era considerevole. Il tempo perduto dai fascisti reggiani fu, invero, recuperato presto e le squadre locali, sul modello modenese, iniziarono e proseguirono la loro nefasta attività sovvenzionate da strati bene individuati della popolazione e col tacito consenso delle autorità locali. Sarà interessante citare a questo proposito una analisi socialista del 1922: «A Reggio l'azione fascista trova spiegazioni nell'opera svolta dai socialisti per la difesa dei consumatori. Contro la farmacia municipale, che ha assorbito tutte le farmacie della città, sono odi implacabili, che parvero sòpiti, ma che risorgono ora più aggressivi presumendo sia questo il momento propizio. La municipalizzazione del servizio farmaceutico, i sottili legami - invisibili al pubblico, ma non meno sensihili per le sue finanze - che affratellavano medici e farmacisti nell'intento... medico-farmaceutico di meglio affliggere la paziente umanità... il Mulino e il Pastificio, il Panificio Municipale hanno urtato gli esercenti privati, così come 11Ente dei comuni ha pestato i piedi a molti trattori, albergatori, commercianti, mediatori etc. etc.» (20). Questa analisi socialista dei motivi immediati e meno profondi che portarono alcune categorie del ceto medio al fascismo, deve essere completata coi motivi più profondi che mossero gli agrari e gli ex combattenti. A Reggio Emilia, tra gli agrari, ripetutamente sconfitti sul piano sindacale, «si creò un tale stato di ribellione da rendere facile ai nuclei di azione antisocialista la raccolta di larghe schiere di rappresentanti della piccola, media e grande borghesia». ( 21 ) (16) Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti, in Italia, Edizione «Avanti», Milano U. GUAiLAZZINI. La genesi del fascismo reggiano, DEf. grafiche fasciste, Reggio E. 1936: il 20 novembre 1920, apparve sul «Giornale di Reggio» un manifesto fascista. (17) Ibidem, pago 46. (18) G. BOFONDI. Prefazione a «La genesi del fascismo reggiano» Reggio iemilia, DEf. grafiche fasciste, (19) R. CAVANDOLI. Vittorio Saltini (Toti). Fed. P.C.I., Reggio :E. 1955, pago 47. (20) Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia. Op. dt. pago 212. (21) L. SALVATORBLLI e G. MIRA Storia d'italia nel periodo fascista, Einaudi, Torino 1956, pago 98.

12 10 Si trattò, in sostanza, di assumere un ruolo conseguente - nel momento opportuno - per ritornare su vecchie posizioni di dominio. Per quanto riguarda invece, gli ex combattenti, il fenomeno reggiano è comune ad altre città e ad altre zone. Essi, specie se ufficiali e sottoffuciali, stentavano - anche per una particolare mentalità acquisita nei lunghi anni di guerra - ad inserirsi nella vita civile in generale e nel mondo del lavoro in particolare; ma il loro problema sarebbe ben presto rientrato tra quelli più generali dei ceti ai quali appartenevano, se un'errata valutazione socialista del fenomeno «reduce», non avesse favorito una solidarietà di categoria mai prima così viva. La violenza fascista, qui come altrove, proseguì crescendo d'intensità, frequenza ed estensione. Per Reggio è interes~ante consultare il giornale socialista «La Giustizia» (annate dal 1920 al 1924) che denuncia apertamente quanto accadeva sotto gli occhi compiacenti delle autorità, magistratura compresa. Gli dbiettivi degli squadristi furono: la persona fisica di uomini, rappresentativi o meno, del partito socialista; i locali dove avevano sede organizzazioni democratiche come circoli, cooperative, sezioni di partito; tipografie, librerie, uffici di collocamento ed amministrazioni comunali. (22) La classe lavoratrice, nonostante notevoli prove di resistenza a carattere isolato, diede segni di sbandamento iniziali a causa soprattutto della valutazione del fenomeno fascista che il riformismo riteneva, malgrado tutto, fenomeno transitorio. Altre cause, forse meno appariscenti, ma non pertanto meno gravi, furono, come già detto, la frattura fra ceto medio contadino e bracciantato e la deficiente azione politica dei sindacati e della cooperazione in genere. Il Partito Comunista, nato da poco, raccolse a Reggio la adesione quasi unanime della gioventù socialista che - senza remore settarie o riformiste - comprese la necessità di un movimento unitario che partendo «dall'agguerrita cittadella delle Officine Reggiane», (23) si estendesse nelle campagne per portare il contadino alla lotta immediata e senza compromessi. Evidentemente il sorgere del partito comunista rappresentò, qui come altrove, una ulteriore scissione nel campo socialista e quindi un momentaneo indebolimento della classe operaia. D'altra parte fu certamente un fatto positivo l'assumere un atteggiamento concreto che permise di individuare ed indicare le cause remote ed immediate che portarono il fascismo alla ribalta italiana ed i relativi mezzi per combatterlo. Il partito comunista, a Reggio, pur essendo molto giovane per rappresentare un serio ostacolo al capitalismo locale, che aveva secoli di esperienza, dimostrò subito vitalità e serietà d'intenti. Ciò lo si può desumere anche dalla partecipazione di lavoratori reggiani alla lotta at1:"ata che «gli arditi del popolo» sostennero a Parma contro le squadre di Balbo. (24) Mentre i socialisti restavano su pericolose posizioni di attesa, i cattolici, (22) Dal 1920 al 1922, nel :R!eggiano, furono costretti a dimettersi ben 17 amministrazioni comunali tenute dai socialisti. Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia, Op cito pago 250 e sego (23) R. CAVANDOLI. Vittorio Saltini (Toti). Op. cit., pago 43. (24) P. SPRIANO, Storia del Partito Comunista italiano, Einaudi, Torino 1967, pago 139 e sego

13 11 a mezzo del quotidiano locale «Era nuova» ( ), condannarono, in un primo tempo, apertamente la violenza fascista e l'appoggio borghese al fenomeno, in un secondo tempo assunsero una posizione di cauta attesa ed infine passarono alla collaborazione. «Non esisteva a Reggio un partito liberale organizzato ma alcuni liberali che forse in difesa di un conservatorismo ancora maggiore di quello fascista mantenevano la :Jro opposizione al fascismo.» (25). Deboli tentativi di opposizione furono condotti, per brevissimo tempo, dal movimento «Italia Libera» che raccoglieva rappresentanti socialisti e repubblicani in un fronte antifascista unitario - senza un programma concreto -, da un gruppo di intellettuali laici che diffusero il foglio clandestino «Non Mollare» ristampato a Reggio da un coraggioso tipografo, da un gruppo di ex combattenti che pubblicavano il quindicinale «La Vittoria», ed infine dal settimanale «La Favilla» che accoglieva scritti andfascisti di provenienza varia. Possiamo a questo punto af fermare, per testimonianze raccolte e per ricerche effettuate presso le sedi locali di tutti i partiti democratici, che solamente il Partito Comunista mantenne nel «ventennio», una sua organizzazione in un primo tempo legale e poi cladestina, e continuò, malgrado tutto, a svolgere la sua politica di resisteza concreta fino alla fine della dittatura fascista. Il delitto Matteotti (1924) provocò a Reggio, come del resto altrove, vivissima impressione. Si verificò anche una crisi nelle file del fascismo locale, tanto che la stampa social-comunista poté venire diffusa senza disturbo mentre i cattolici si associavano all'atteggiamento di condanna. Questo pallido accenno di fronte politico unitario, ebbe sviluppi maggiori in altre città, ed aspetti più evidenti in parlamento; ma, ancora una volta, l'indecisione ed il mancato accordo sulle forme di lotta, tolsero dalle difficoltà il fascismo. Questo conflitto nel fronte antifascista vide da una parte lo schieramento socialista, cattolico e liberale puntare sulla caduta di Mussolini con il solo intervento costituzionale della corona e dall'altra i soli comunisti che «... con Gramsci alla testa, indicarono allora, nell'appello all'azione decisa e autonoma delle masse, la via della vittoria. Gli altri gruppi e movimenti politici - dei quali gli esponenti più attivi erano, in quei giorni: Turati, socialista, don Sturzo, popolare, e Amendola, liberale - si opposero a questo appello, perché temevano che potesse ostacolare l'intervento dall'alto, l'intervento monarchico in cui essi riponevano tutta la propria fiducia». (26) Tale conflitto sarà ripreso durante tutto il periodo della Resistenza italiana e avrà punte evidenti nel 1926 all'estero, fra i fuorusciti, dopo l'emanazione delle leggi eccezionali e nel 1943 in Italia (27). L'attività clandestina del Partito Comunista reggiano ebbe episodi significativi e clamorosi come la diffusione del giornale giovanile «Avanguardia» ( ), lo sciopero dei braccianti della Bonifica Parmigiana-Moglia (1931), (25) DEGANI. Introduzione alla Storia della Resistenza Reggiana di G. Franzini, pago XXXIiI!. (26) L. LONGO, Un popolo alla macchia, Ed. Mondadori, Verona 1947, pago 17. (27) Ibidem, pp

14 12 il rimpatrio dal Piemonte delle mondine che cantavano «bandiera rossa». (28) Queste manifestazioni più note ed appariscenti, furono sempre affiancate da una attività paziente e clandestina coperta, molte volte, da una pseudo attività sportiva-escursionistica che tendeva a portare fuori dagli occhi della polizia gruppi di uomini che discutevano, leggevano stampa di partito e soprattutto si preparavano per le prove future. Malgrado l'adozione di regole cospirative, nel solo anno 1932, furono arrestati più di cento comunisti nella provincia di Reggio. Queste perdite venivano colmate con elementi più giovani e quindi meno noti, allo scopo di continuare una attività che in effetti non subì né soste né rallentamenti fino al 25 aprile Durante la guerra di Spagna, il Partito Comunista Reggiano fece attiva propaganda per arruolare combattenti antifascisti, rivolgendosi principalmente ai lavoratori di ogni credo politico per costituire quel fronte democratico, indispensabile premessa per ogni lotta di liberazione. «Alla guerra di Spagna parteciparono in difesa del legittimo governo repubblicano 42 regglani. Una parte proveniva dai vari paesi di emigrazione politica ed altri direttamente dal territorio italiano. Quanto alle idee politiche, 34 erano comunisti, gli altri anarchici, socialisti, indipendenti. Gli ufficiali furono 7 e 5 i graduati. Morti lo, dispersi 1, feriti 11.» '(29). Tra le attività che dimostrano la solidarietà tra i lavoratori di questa terra bisogna citare il «soccorso rosso» che svolse, a Reggio, una concreta attività assistenziale in favore dei carcerati e dei perseguitati politici di ogni partito. I comunisti reggiani pagarono, dall'avvento del fascismo al 1943, un rilevante contributo alla Resistenza. Ecco i dati: anni di carcere scontati 116, mesi 755 (pari a 62 anni e 11 mesi), giorni 2697 (pari ad anni 7, mesi 4 e giorno 22); anni di confino 286, mesi 50. Anni di libertà vigilata 102, mesi 17. Anni di ammonizione 176, mesi 9. Anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale Messi al bando 37, percossi 205. Boicottati nel lavoro o licenziati 41. Incarcerati per un periodo imprecisato 101. Perseguitati 439. Uccisi ) Abbiamo esaminato finora l'attività antifascista a Reggio; sarà bene estendere questo esame anche tra quanti da questa zona si recarono, quali esuli politici, all'estero. I reggiani preferirono rifugiarsi in Francia sia per seguire una precedente corrente emigratoria locale, originata da ragioni di lavoro, e sia per naturale simpatia verso un paese dove l'antifascismo aveva radici profonde ed esponenti qualificati. Nell'ambiente dell'emigrazione, per cogliere un'aspetto tipicamente reggiano, dobbiamo ricordare, a Par1gi, la associazione denominata «La Fratellanza». Essa raccoglieva antichi e nuovi emigrati solidamente legati tra loro da spirito antifascista e da amore per la terra natale. Per altro gli emigrati di questa zona, (28) G. DEGANI. Introduzione alla Storia della Resistenza Reggiana di G. Franzini pago XXXV. {29) G. DEGANI. Introduzione alla Storia della Resistenza Reggiana, di G. Franzini pago XXXIV. (30) G. DEGANI. Introduzione alla Storia della Resistenza Reggiana di G. Franzmi, pago XXXVI.

15 13 quasi tutti appartenenti al partito comunista e socialista, seguirono le sorti e l'attività di tutto il movimento antifascista all'estero. Il Partito Comunista, anche all'estero, rivolse particolare attenzione alla zona di Reggio dove, come abbiamo visto, esisteva una base socialista fertilissima e dove i militanti comunisti non avevano mai interrotto la loro attività. Questo interessamento si concretò con l'invio in zona di dirigenti particolarmente preparati che, se da una parte potevano indicare e discutere la linea del Partito su problemi di carattere interno ed estero,. dall'altra acquisivano preziosi ammaestramenti da uomini che conducevano una lotta concreta in condizioni proibitive. A questo punto, se volessimo considerare la maggiore o minore utilità dell'emigrazione sul lavoro clandestino in Patria, dovremmo concludere che le due attività furono ugualmente utili alla preparazione dell'antifascismo militante, furono due esperienze indispensabili che costituirono le premesse alla Resistenza. (31) (31) ALDO GAROSCI. Storia dei fuorusciti, Laterza, Bari 1956, pago 260 «non è dunque dato distinguere tra opera dell'esilio, se non in modo empirico e contingente, per slngoli temi e momenti. La storia della Hbertà italiana è una, e la storia dei fuorusciti ne fa parte con piena legittimità».

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17 .15 APPUNTI SUL PROBLEMA SANITARIO PRESSO LE FORMAZIONI PARTIGIANE REGGIANE 1. - Premessa. Tra i numerosi e gravi problemi che il Comando Unico, i comandi operativi dei vari reparti militari dipendenti e il Comitato provinciale di liberazione nazionale dovettero affrontare e risolvere, nonostante le enormi e spesso drammatiche difficoltà del momento, durante la guerra partigiana che arse nella provincia di Reggio Emilia dall'8 settembre 1943 al 24 aprile 1945, quello sanitario fu, senza dubbio, uno dei più difficili e dei più impegnativi. (1) Esso si presentò e si propose fondamentalmente, se pure con aspetti molteplici e diversi a seconda dei tempi e dei luoghi della lotta armata, sia come problema di più immediato contenuto logistico, sia come problema di più specifico e ristretto carattere medico-farmaceutico. Dal punto di vista logistico si dovette provvedere alla raccolta, all'invio e alla distribuzione di ingenti quantità di prodotti alimentari allo scopo di evitare agli uomini dei reparti dipendenti, attraverso una alimentazione per quanto possibile normocalorica e equilibrata, malattie da,carenza, da ipovitaminosi o da disvitaminosi; e si dovette egualmente, nel contempo, provvedere alla raccolta, all'invio e alla distribuzione di ingenti quantità di indumenti, soprattutto pesanti, e di lana o di pelliccia animale, allo scopo di evitare agli uomini dei reparti dipendenti malattie a frigore, pericolose o comunque tali da diminuire, con gravi conseguenze a livello operativo e di vita di reparto, la loro efficienza. Dal punto di vista medico-farmaceutico si dovette provvedere all'arruolamento, o all'impiego attraverso la persuasione o la costri- (1) Il presente saggio vuole, fondamentalmente, prendere in esame i fattori patogenetlci che determinarono l'insorgenza, presso le formazioni partigiane della provincia reg giana, di svariate manifestazioni morbose. Non siè. proceduto, pertanto, a un lavoro di ricerca e di compilazione statistica sul numero degli ammalati: per il periodo delle ostilità mancano sicure documentazioni in quanto molto materiale di archivio andò distrutto o disperso; per il periodo seguito alla cessazione delle ostilità stesse il discorso risulterebbe d1hicile per le complicanze e gli aggravamenti)nstauratisi a posteriori in organismi tuttavia già defedati durante il servizio. Per un eventuale allargamento delle informazioni relative alle vicende militari della Resistenza reggiana si rrmanda all'opera di Guerrino Franzini, Storia della Resistenza reggiana, Tecnostampa, Reggio Emilia, 1966 e al saggio, parimenti di Guerrino Franzini, Bibliografia della Resistenza reggiana - Giornali e periodici dal 1945 al 1955, in Ricerche Storiche, anno II, n. 5, luglio 1968.

18 16 zione momentanea, di medici e di personale infermieristico, maschile e femminile, e alla raccolta, all'invio e alla distribuzione alle infermerie partigiane di medicinali vari, di materiale sanitario e di materiale per medicazione e per pronto soccorso. Lo sforzo sostenuto fu ampio, complesso e assai faticoso se si pensi che dalle poche decine di partigiani del tardo autunno e del primo inverno del 1943 si giunse, al 20 aprile 1945, e cioé a pochissimi giorni dall'insurrezione generale a una forza presente, tra i combattenti delle varie formazioni militari e gli addetti ai servizi, di uomini Il problema dell'alimentazione. Le restrizioni gravose, e assai spesso irrazionali se considerate alla luce dei dettami della moderna scienza dell'alimentazione, imposte dal regime fascistico nella sua politica annonaria di guerra, avevano condotto gran parte della popolazione della provincia reggiana, ancora prima dell'8 settembre 1943, in condizioni di defedamento organico per alimentazione ipocalorica e ipovitaminica: condizioni che erano, naturalmente e evidentemente, più frequenti e più gravi tra gli operai, i braccianti, gli artigiani, gli impiegati a stipendio fisso, tagliati fuori dal fiorente mercato nero per i bassi salari e retribuzioni e per il sempre più debole potere d'acquisto della moneta, e meno frequenti e meno gravi tra gli appartenenti alle classi più agiate e tra i contadini, che potevano con una certa facilità, spesso ammantata di pseudoantifascismo, sottrarre parte dei loro prodotti agli ammassi obbligatori. A aggravare le difficili condizioni annonarie si erano poi aggiunti, durante il governo militare seguito al colpo di stato monarchico del 25 luglio 1943, gli indiscriminati e durissimi bombardamenti aerei con i quali gli alleati anglo-americani, desiderosi di portare tutto il loro sforzo bellico contro la Germania e contro il Giappone, intendevano costringere quel governo stesso a abbandonare i suoi amletici tentennamenti e a firmare l'armistizio senza condizioni. Tali bombardamenti, effettuati con scopi quasi esclusivamente terroristici e senza distinzione tra obiettivi militari e obiettivi civili quando già l'italia era pressoché priva di ogni seria e organica possibilità offensiva e difensiva, distruggendo depositi di viveri, magazzini, stabilimenti di lavorazione e sconvolgendo le vie di comunicazione ferroviarie e stradali, avevano quasi del tutto disorganizzato il sistema di distribuzione alle popolazioni di quel poco che in fatto di prodotti alimentari era ancora possibile reperire. Sempre durante lo stesso periodo, infine, le truppe germaniche, entrate in Italia più come conquistatrici e occupanti che come alleate e amiche, si erano abbandonate a requisizioni incontrollate, e purtroppo, incontrollabili dalle pavide e deboli autorità italiane. La situazione annonaria della provincia reggiana, 1'8 settembre 1943, ripeteva pertanto in tutta la sua intensa tragicità la situazione annonaria generale delle altre province italiane occupate dai germanici. I giovani che, ignorando i minacciosi bandi e gli appelli alla presentazione e all'arruolamento delle autorità germaniche e delle autorità della Repubblica Sociale IItaliana, presero sino dall'autunno del 1943 la via della montagna per costituire le prime formazioni ribelli non erano, per certo, in condizioni di ali-

19 17 mentazione sufficiente: possiamo senz'altro presumere, dallo studio delle razioni alimentari ufficiali dell'epoca e da una inchiesta condotta presso alcuni partigiani, che in ognuno dei ribelli fossero presenti note, più o meno gravi, di defedamento organico, di avitaminosi, di disvitaminosi da pregressa e troppo a lungo protratta dieta ipocalorica e carenziale. E' noto, infatti, dalla scienza dell'alimentazione, dalle osservazioni cliniche, dalla pratica medica quotidiana come una ipoalimentazione e come diete non equilibrate condotte nel tempo conducano fatalmente a gravi disturbi organici e a notevoli turbe delle funzioni nervose e della vita psichica di relazione cosciente. Per codesti primi partigiani, adunque, sarebbe stata quanto mai necessaria, per non dire pressoché indispensabile almeno agli inizi della loro attività militare, una alimentazione ipercalorica, e assai ricca di vitamine e di sali minerali, di compensazione: una alimentazione, quindi, capace di far superare gli stati deficitari pregressi, di prevenire l'insorgere di stati morbosi o di bloccare quelli eventualmente in atto e di ricondurre gli uomini a quel peso-forma che è condizione indispensabile e sine qua non per una perfetta efficienza psico-fisica. Ciò, tuttavia, non fu possibile, né sarebbe stato possibile date le particolari condizioni in cui, come vedremo più avanti, si svolse la guerra partigiana. Nei primi tempi delle operazioni militari il problema dell'alimentazione venne posto, sic et simpliciter, in termini estremamente chiari e immediati: nei termini, cioé, di un puro e elementare problema di sopravvivenza. Gli uomini delle prime formazioni in armi sull'appennino si nutrivano di qualsiasi cibo avessero potuto trovare, o attraverso l'offerta, magra ma egualmente cordiale, dei montanari - o almeno di molti montanari -, o attraverso la requisizione, antipatica ma necessaria, o attraverso l'asportazione dei viveri da depositie da ammassi pubblici, per cui la propaganda nemica poteva ben volentieri scrivere di banditi, di ladri, di grassatori, o attraverso quanto poteva accadere di cogliere nei campi e nei boschi, dai funghi alle castagne, dai frutti selvatici alle verdure. Si ebbe, in conseguenza, un regime alimentare quanto mai irrazionale, quanto mai disordinato, quanto mai diverso da formazione a formazione: per settimane e settimane un gruppo di partigiani poteva nutrirsi di carne di pecora, lessata o arrostita direttamente in mezzo ai boschi; un altro gruppo poteva cibarsi pantagruelicamente, pure per settimane e settimane, di solo prosciutto, poiché un colpo fortunato in un deposito aveva permesso di impadronirsi di molti prosciutti; un altro gruppo ancora poteva... scialare a polenta e a castagne; altre volte i piatti preparati dal cuoco (i comandi preferirono sempre, quando le circostanze lo permettessero, impiegare uomini, e non donne, per tale compito) potevano essere rappresentati, con quotidiana e disgustosa monotonia, da burro e da formaggio grana. L'alimentazione partigiana, almeno nei primissimi tempi dell'attività operativa, fu pertanto quanto di più irregolare e di più disquilibrato si possa pensare. Tale alimentazione, che si propose come problema di particolare e drammatica urgenza soprattutto durante il difficilissimo inverno , aprì la strada a numerose malattie. Soltanto dopo l'istituzione dell'intendenza partigiana, che ebbe il problema annonario tra i suoi principati compiti d'istituto, dopo una accurata ristrutturazione dei servizi di comunicazione tra gli organismi della Resistenza delli pianura e le formazioni armate della montagna per l'invio di viveri e di materiale

20 18 vario alle formazioni medesime, dopo l'inizio degli aerolanci (2) da parte degli alleati in seguito a lunghe pressioni partigiane presso le missioni alleate, dopo una più vasta partecipazione alla lotta di larghi strati popolari, che offrirono cibi, generi di conforto, danaro, nonostante le ristrettezze del momento, l'alimentazione dei partigiani cessò di essere del tutto irrazionale e disordinata, dal punto di vista dietologico, e si avviò verso forme più razionali sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo. L'optimum tuttavia non venne mai realizzato nonostante gli sforzi congiunti di tutti gli addetti al grave problema. Indipendentemente dalle difficoltà oggettive di reperimento di alimenti proposte dallo stato di guerra bisognerà ricordare, infatti, che le forze germaniche, e talvolta le forze della Repubblica Sociale Italiana, andavano attuando una loro politica di sistematico affamamento delle popolazioni della montagna ( sospettate pressoché in massa di connivenza, o almeno di tolleranza colpevole verso le formazioni partigiane) attraverso la spietata distruzione, mediante l'incendio, del grano non ancora mietuto nei campi, o già depositato nei magri granai, attraverso la requisizione e l'inoltro in Germania del bestiame bovino e equino, attraverso il furto del bestiame caprino e ovino e suino, per non scrivere dei furterelli correnti, più da piccolo teppisti che da soldati d'onore, degli animali cosiddetti da cortile, galline e conigli, durante i rastrellamenti e le frequenti puntate offensive o esplorative. Molte volte tali ruberie e tali distruzioni (che tuttavia sono una dolorosa costante presso tutti gli eserciti in guerra, scatenando la guerra medesima gli istinti peggiori) avvenivano nella più completa assenza di formazioni partigiane nella zona delle operazioni nemiche: ma i germanici e le truppe della Repubblica Sociale Italiana, riducendo alla fame e alla disperazione la popolazione civile della montagna, speravano che l'intendenza partigiana si sarebbe trovata prima o poi di fronte a difficoltà insormontabili nel reperimento dei viveri e nella conseguente alimentazione dei reparti in continuo accrescimento per l'afflusso di volontari e di disertori e speravano altresì che la popolazione stessa avrebbe, prima o poi, finito con l'assumere un atteggiamento di aperta ostilità verso i banditi e quindi di collaborazione mediante informazioni di carattere militare sulla dislocazione e sui movimenti dei reparti armati della Resistenza. Era chiaro che senza la collaborazione attiva, o almeno senza l'amichevole comportamento, della popolazione civile le formazioni partigiane sarebbero andate incontro a difficoltà ancora più gravi e tali, forse, da condurre a sbandamenti parziali se non proprio all'abbandono forzato della lotta: contro tale politica nemica i comandi partigiani attuarono una vasta azione di persuasione e di convincimento che dette suoi frutti, nonostante le difficoltà contingenti e l'incomprensione di alcuni. (2) Il primo aewlancio alleato, da tanto tempo atteso e desiderato, venne compiuto la notte del 19 maggio 1944 in Val d'asta. Il materiale lanciato servì a dotare «i tre grossi distaccamenti garibaldini della Val d'alsta... di un armamento ottimo e abbondante... - e -... influì notevolmente sul morale già alto dei partigiani». A tale lancio seguirono poi vari altri lanci che contrrbuirono a risolvere parzialmente il problema dell'armamento e dell'equipaggiamento, in generale, delle diverse formazioni. (Cfr. Guerrino Franzini, La Resistenza reggiana e gli Alleati, pagg , in: Amministrazione della Provincia di Reggio nell'emilia, A.A.V.V., Aspetti e momenti della Resistenza Reggiana, Tecnostampa, Reggio Emilia, 1968).

21 19 Di fronte all'allarme lanciato da alcuni medici partigiani per il dilagare delle malattie aventi la loro etiologia anche, o soprattutto nelle irregolarità e nei disordini dell'alimentaziione partigiana (allarme che fu raccolto e attentamente preso in considerazione dai comandi operativi) furono predisposte delle tabelle dietetiche che avrebbero dovuto garantire a tutti gli uomini delle formazioni armate e dei vari servizi (impegnati a fondo in una guerra assai dura e tale, pertanto, da richiedere un forte apporto calorico) un apporto quotidiano di!ipidi, di glucidi e di protidi entro i livelli della sicurezza fisiologica. L'Intendenza, ricostituita dopo lo sbandamento del luglio-agosto 1944, «diede il suo primo segno di vita» con una circolare, del 9 settembre dello stesso anno, che stabiliva «una tabella di alimentazione giornaliera e singola per garibaldino, dei generi fondamentali.» (3) Tale tl'tbella, tuttavia, rimase soltanto sulla carta come testimo- (3) Cfr. Guerrino Franzini, Storia... cit., pagg La tabella dietetica è la seguente: - pasta o riso g pane g carne g grassi g. 20 -~e ~ 5 - vino 1. 0,5 Come è noto, i valori calorici degli alimenti variano, e anche abbastanza notevolmente, a seconda del tipo di farina impiegata nel confezionamento del pane e della pasta (far,ina di grano duro o tenero, di segale, integrale o non integra:1e), dell'origine e della qualità, per t8!glio, della carne (bovina, equina, ovina, caprina,' suina, di gallinacei, di pesci magri o grassi), della derivazione animale o vegetale dei grassi (lardo, strutto, burro, margarina, olio di oliva o di semi) e così via. Data l'assoluta generità, pertanto, delle voci tabel1ari, è impossibile una prec1sa e sicura lettura della tabella medesima in termini calorici: si potrebbe oscillare, grosso modo, tra le 3000 calorie e le 3800 calorie circa. Considerandosi un fabbisogno quotidiano, per individui di sesso maschile in età dai 20 ai 59 anni e sani (,quindi non bisognosi di diete particolari o ipocaloriche o ipercaloriche), addetti a un Lavo ro moderato, di 3500 calorie circa, e un fabbisogno di 4500 calorie circa per gli,stessi individui addetti a un lavoro pesante Ce come lavoro pesante noi vedremmo la faticosa e stressante vita partigiana), l'apporto calorico oherto dagli alimenti :proposti dalla tabella in questione sarebbe rimasto alquanto al di sotto del minimo di sudlficienza per la seconda categoria anche nel caso del1e 3800 calorie circa. Nel caso ipotetko, poi, delle 3000 calorie circa si sarebbe addirittura rimasti sotto la razione alimentare quotidiana raccomandata in 3200 calorie circa dal Food and nutritional Board (revisione del 1958) del Consiglio nazionale statunitense delle ricerche per maschi in età di 25 anni, sani, del peso di 70 chilogrammi e della statura di 175 cendmetri o, per la vasta presenza di brevilinei tra gli italiani, appena a livelli di stretta sufficienza. Un'altra riserva si potrebbe proporre, inoltre, in quanto la tabella non contempla il consumo quotirdiano di verdura e di frutta, alimenti preziosi e pressochè indispensabili, ai fini di una raz:onale alimentazione, per l'apporto delle vitamine e dei sali minerali; un'altra riserva, ancora, per la scarsa quantità dei grassi. Per quanto concerne la verdura e la 'frutta si può forse pensare che il compilatore della tabella stessa o avesse considerato sufficiente l'apporto vitaminico e di sali minerali offerto quotidianamente dagli alimenti presi in considerazione (ma per l'aumentata richiesta organica esso apporto non sarebbe stato egualmente sufficiente) o avesse ipotizzato un con sumo personaleextratabellare di verdure e di frutta. Per quanto concerne i lipi, di cui è ben conosciuta la funzione energetica, di sostegno e di attiva partecipazione alla,sintesi degli ormoni, non si può dimenticare che il fabbisogno quotidiano (naturalmente sempre riferendoci a un individuo sano e non bisognoso di speciali diete ipohpidiche) ammonta a g. 0,53 pro-chilogrammo di peso corporeo. La quantità proposta per la razione alimentare quotidiana sarebbe

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