A.S. 2003/2004. LICEO SCIENTIFICO G. MARINELLI Via Leonardo Da Vinci UDINE. Percorso di Educazione interculturale

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1 A.S. 2003/2004 LICEO SCIENTIFICO G. MARINELLI Via Leonardo Da Vinci UDINE Percorso di Educazione interculturale ESSERE GIOVANI NELLA SOCIETÀ GLOBALE Un viaggio tra identità e alterità Progetto e realizzazione a cura di S. Carnevali, P. Di Felice, E. Galletti, A. Martinazzi, M. Moles, A. Rossi, E. Santoro, A. Scuor, G. Toffoli, C. Zamparo. Grafica di copertina a cura di Massimo di Majo. Testi ad esclusivo uso interno e didattico. Proprietà Liceo Marinelli Udine

2 Percorso di Educazione interculturale ESSERE GIOVANI NELLA SOCIETà GLOBALE Un viaggio tra identità e alterità OBIETTIVI EDUCARE CITTADINI RESPONSABILI IN UNA SOCIETÀ INTERCULTURALE 1. Scoperta della propria identità personale e sociale (io XY- giovane - in Italia / Nord del mondo). 2. Essere consapevole dei propri punti di vista, del proprio stile di vita e della loro relatività. 3. Cogliere quanto accomuna i giovani di diverse culture. DESTINATARI Classi prime e seconde, con una possibilità di proseguimento dell esperienza nel triennio. REALIZZAZIONE CLASSE PRIMA CHE COSA: autoconoscenza di sé (I quadrimestre; collegamento con Accoglienza ) approccio alla realtà giovanile in paesi del Sud e al tema dell identità flessibile (II quadrimestre) COME: attraverso testi narrativi; lettura, riflessioni in classe, scrittura autobiografica, ecc. CLASSE SECONDA Ogni classe avrà una classe partner; docenti e studenti si accordano per approfondire uno o più temi di vita quotidiana e su questi realizzano uno scambio epistolare (possibilmente via ) CLASSI SUCCESSIVE: se ci sono le condizioni, scambio con mobilità, con modalità da definire. AMBITI CURRICOLARI COPERTI Approccio al testo narrativo; scrittura (autobiografia, descrizione, narrazione, esposizione); capacità di esposizione orale. LAVORO DA PARTE DEI DOCENTI FATTO: materiale per la classe prima (fascicoli con letture per la classe prima e relativi esercizi; altro materiale utile) NB le letture del secondo fascicolo sono relative a realtà africane o del vicino Oriente. DA FARE: accordi con i docenti della scuola partner e strutturazione del lavoro per le classi seconde. SUPPORTI Cicsene, ONG di Torino, che ha realizzato vari scambi epistolari e fisici con scuole del Sud e dell Est: sia per trovare i partner che per reperire finanziamenti per eventuale mobilità; Altri possibili supporti: associazioni di emigranti presenti sul territorio udinese; Intercultura.

3 A.S. 2003/2004 LICEO SCIENTIFICO G. MARINELLI

4 ELENCO E UTILIZZO TESTI NARRATIVI per ESSERE GIOVANI NELLA SOCIETÀ GLOBALE GUIDA PER IL DOCENTE (elaborata nel corso dell anno scolastico 2002/ 2003 e rivista nella riunione dell 8 settembre 2003) Tutti i testi verranno utilizzati per stimolare la riflessione degli allievi sulla loro esperienza di adolescenti; questa riflessione troverà un approfondimento negli esercizi di scrittura (da svolgersi a casa). Per questo motivo la lettura dei brani non va appesantita con annotazioni specifiche relative all analisi narrativa, salvo i casi in cui questo risulti indispensabile alla comprensione del testo; anche eventuali esercizi di questo tipo sono stati proposti solo se effettivamente necessari, mentre quelli di scrittura sono tutti relativi alla produzione di testi autobiografici o comunque espressivi. Ciò non toglie che in un secondo momento, nel corso delle ore dedicate all insegnamento delle caratteristiche delle tipologie testuali, l insegnante possa far riferimento anche a questi brani. Per quanto riguarda la riflessione in classe sono fornite indicazioni di tipo generale; in itinere, in base alle esperienze con gli allievi, le docenti delle classi coinvolte decideranno se e come rendere queste indicazioni più specifiche. TEMA: i ricordi dell infanzia TESTI Le pagine iniziali delle autobiografie di S. de Bouvoir, Levi Montalcini e Canetti; alcune pagine da Profumo di Suskind e le pagine sul sapore della madeleine di Proust ( Dalla parte di Swann ). RIFLESSIONE Invitare i ragazzi a riflettere sui propri ricordi; fare anche emergere dalla riflessione in classe il diverso approccio con cui gli autori letti scrivono un testo sui propri ricordi SCRITTURA. Consegna per la scrittura di un brano: Scrivi l inizio della tua autobiografia (Titolo: Ripercorro la mia infanzia, i miei primi ricordi), partendo da uno dei seguenti approcci: le foto mie o dei miei cari; quello che vedevo da una finestra di casa; gli spazi della mia infanzia; paure e fantasie; la lingua che sentivo parlare; i suoni che mi circondavano; gli odori; i sapori. Lunghezza: da un minimo di circa 2 colonne di foglio protocollo a un massimo di 3 colonne. (N.B. se i ragazzi chiedono di usare più approcci contemporaneamente, vietarlo espressamente, per evitare banalità. Suggerire, se lo desiderano, si esplorare una seconda possibilità, ma solo dopo aver portato a compimento la prima.) TEMPI: 2 h per lettura brani, 2 h per lettura testi allievi.

5 TEMA: l adolescenza, la consapevolezza del cambiamento TESTI F. Dolto, Il dramma del gambero ; S. De Bouvoir, Diventai brutta e A. Moravia, Inquietudini. COMPRENSIONE (per il solo testo della Dolto) Verificare l 'efficacia della pre-lettura. L'operazione di pre-lettura che hai compiuto ti è stata utile per mettere meglio a fuoco le informazioni principali del testo? Verifica la correttezza delle anticipazioni che hai fatto in fase di orientamento. Interpretare le evidenziazioni tipografiche. Nel testo compaiono alcune parole scritte a lettere maiuscole. Individuale e motiva le ragioni di questa scelta tipografica Porsi domande. Cerca nel testo la risposta alle seguenti domande, poi trascrivile sul tuo quaderno. In che senso l'autrice definisce l'adolescenza «come una SECONDA NASCITA»? In che cosa consiste l'analogia tra l'adolescente e il gambero? E che cosa usa allora l'adolescente come «guscio provvisorio»? Come viene interpretata dall'autrice l'abitudine degli adolescenti di vestirsi di nero? RIFLESSIONE Invitare i ragazzi a riflettere sui propri cambiamenti fisici e interiori (instabilità emotiva) SCRITTURA Scrivere di sé Ti sei riconosciuto in queste letture? Ti sembra che gli autori stiano parlando un po' anche di te? Tu come vivi l'adolescenza? È davvero un periodo così difficile? Scrivi di getto le emozioni che hai provato e i pensieri che ti hanno attraversato leggendo questo testo, come se stessi scrivendo una pagina del tuo diario. Sentirsi belli, sentirsi brutti Sentirsi belli è un'espressione che la Dolto usa nel suo testo. Tu come ti senti? Concentrati intensamente su ciò che provi, cercando di cogliere ogni sfumatura e lasciando fluire liberamente tutto ciò che ti passa per la mente. Descrivi questa esperienza utilizzando la forma del monologo interiore, ossia registrando pensieri, sensazioni, sentimenti come ti vengono in mente. Scrivere uno slogan Scegli la frase all'interno dei testi che ti ha maggiormente colpito. Trasformala in uno slogan che saresti pronto a urlare al mondo. TEMPI: 2 h per lettura brani, 2 h per lettura testi allievi. TEMA: il conflitto con la famiglia I testi che seguono si legano strettamente a quelli precedenti, poiché il conflitto con la famiglia è intrecciato con l analisi dei sentimenti nuovi e dolorosi che agitano l adolescente. TESTI I brani del punto precedente; inoltre: di Brizzi Quella pseudoprimaverile domenica pomeriggio da Jack Frusciante ; di D. Lessing Martha Quest.

6 RIFLESSIONE Per facilitare la riflessione si propone un confronto tra i diversi brani, utilizzando la tabella che segue (disponibile su foglio A 4 per fotocopie) come come vede la come vede il come vede qual è il l adolescente madre padre l ambiente in rapporto col vede se stesso/a cui vive mondo degli adulti de Bouvoir Brizzi Lessing Moravia SCRITTURA. Consegna per la stesura di un testo: Ripensando a tutti i brani proposti fin qui, ti riconosci negli adolescenti di cui hai letto disagi e conflitti? Oppure ti senti lontano dalle loro contraddizioni? Scrivi in forma autobiografica la tua esperienza in proposito, cercando di esprimere con chiarezza i tuoi sentimenti e atteggiamenti nei confronti della famiglia. Scegli il registro linguistico che meglio ritieni possa rendere i tuoi pensieri. Lunghezza: da un minimo di circa 2 colonne di foglio protocollo a un massimo di 3 colonne. TEMPI: 2 h per lettura brani, 2 h per lettura testi allievi. Qualora si volesse utilizzare il brano di Brizzi in un secondo tempo per una ANALISI DELLE CARATTERISTICHE NARRATIVE si possono utilizzare alcuni degli esercizi che seguono il brano sull antologia da cui è stato tratto (vedi fotocopia in allegato), in particolare si può fare un analisi del linguaggio usato, del personaggio (Alex), della scena come forma della durata

7 de Bouvoir come l adolescente vede se stesso/a come l adolescente vede la madre come l adolescente vede il padre come l adolescente vede l ambiente in cui vive qual è il rapporto dell adolescente col mondo degli adulti Brizzi Lessing Moravia

8 TEMA: la scuola TESTI L incipit de Il giovane Holden di Salinger, alcune pagine da Infatti purtroppo. Diario di un quindicenne perplesso di Nicola X; Come si divertivano di Asimov. RIFLESSIONE Invitare i ragazzi a riflettere su quanto di positivo, sul piano dei rapporti umani, può offrire l esperienza scolastica, a partire dal brano di Asimov. A partire invece dal brano di Nicola X, si può iniziare una riflessione ( anche con brain storming o tempo del cerchio) su disagi e critiche dei ragazzi nei confronti della loro esperienza scolastica. SCRITTURA Consegna per la stesura di un testo: Scrivi un testo in cui narri una tua esperienza scolastica utilizzando la tecnica narrativa di Salinger, ossia alternando la narrazione alla riflessione, usando espressioni gergali proprie dell ambiente giovanile da te frequentato e un registro linguistico informale. Se vuoi dai all esposizione un ordine analogico invece che cronologico. Lunghezza: da un minimo di circa 2 colonne di foglio protocollo a un massimo di 3 colonne. TEMPI.: 2 h per lettura brani, 1 h per lettura testi allievi. Se fosse opportuno un approfondimento e una sintesi delle riflessioni, tramite brain storming o tempo del cerchio o altro, prevedere ancora 1 ora. Qualora si volesse utilizzare il brano di Salinger in un secondo tempo per una ANALISI DELLE CARATTERISTICHE NARRATIVE si potranno fare osservazioni sull uso del flash back, delle associazioni analogiche e sul linguaggio (collegarsi con il brano di Brizzi). TEMA: l amicizia TESTI K. Gibran, il passo sul tema da Il profeta ; da Il piccolo principe, le pagine sull incontro con la volpe, e da L amico ritrovato le pagine sulla nascita dell amicizia tra Hans e Konradin.. RIFLESSIONE Stimolare i ragazzi a condividere, se lo desiderano, esperienze ed emozioni sull amicizia; un punto di partenza può consistere nel far notare come il narratore nel brano di Uhlman accenni più volte alla sua timidezza, alla mutevolezza del suo umore e ad altre caratteristiche tipicamente adolescenziali, chiedere quindi se l amicizia può svolgere una funzione riequilibratrice nella vita di un/una ragazzo/a. SCRITTURA Consegna per la stesura di un testo: Parla di una tua amicizia o di che cosa rappresenta l amicizia per te. Lunghezza: da un minimo di circa 2 colonne di foglio protocollo a un massimo di 3 colonne. TEMPI 2 h per la lettura dei brani, 2 h per la lettura dei testi scritti dagli allievi.

9 OSSERVAZIONI DOPO LA PRIMA SPERIMENTAZIONE: TEMA: i ricordi dell infanzia Fondamentale risulta la possibilità di non interrompere il dialogo iniziato dopo una lettura, perciò è bene collocare il lavoro in ore che siano seguite da una seconda sempre della stessa insegnante, così che, se necessario, si possa sforare di un poco. Poiché la lettura dei brani e la successiva condivisione dei ragazzi si protraggono oltre le due ore programmate, l insegnate potrebbe scegliere di dividere l esercizio di scrittura, ossia di assegnare diversi inizi di autobiografia o il racconto di un episodio infantile a partire da ciascuno degli stimoli suggeriti dai brani (la foto, la finestra, ecc.). Altri possibili esercizi: - riassunto - lavoro sul lessico: far sottolineare i termini sconosciuti e farli ricercare a casa sul dizionario, annotandoli sul quaderno. Davanti al titolo Scrivi l inizio della tua autobiografia i ragazzi chiedono: E il seguito? ; si può proporre di scrivere due episodi: uno relativo alla primissima infanzia (fino ai tre anni), uno relativo agli anni successivi. In alcune classi i ragazzi non desiderano leggere pubblicamente i loro scritti, in quanto molto personali, ma desiderano che l insegnante li legga. Naturalmente la correzione va limitata all aspetto formale. Questa richiesta aggrava il lavoro dell insegnate, ma libera ore per il lavoro di lettura e confronto in classe. Sulla base delle letture e dei confronti, sono state svolte le prime verifiche di Italiano; questi i titoli assegnati: Compito A Dopo aver scelto una delle seguenti tracce, produci un testo narrativo-espressivo. Ricordati di indicare l idea centrale e le idee secondarie, esprimendole con uno schema. 1. Racconta di un fatto accaduto nella tua infanzia che si è poi rivelato molto importante per la tua crescita e formazione. 2. Ci sono luoghi e persone della prima giovinezza che rappresentano ancora oggi il nostro riferimento. Racconta e descrivi secondo le modalità apprese dai testi. 3. L adolescenza, con le sue difficoltà, è spesso più bella nei ricordi degli adulti che nel presente dei ragazzi. 4. Ripensando ai testi letti in classe, ti ritrovi nelle difficoltà e contraddizioni di quei personaggi? Racconta le tue impressioni di persona in crescita. Compito B Scrivi l incipit della tua biografia seguendo queste indicazioni: risali al primo ricordo della tua infanzia attraverso una percezione sensoriale molto forte (scegli a piacere tra visto, tatto, udito, olfatto e gusto); narra i fatti ad esso collegati inserendo una breve descrizione o di un luogo o di una persona o di un animale o di un oggetto; esprimi nel contesto il valore che ha per te questo ricordo. VERIFICA FINALE ORALE O SCRITTA Scegli il testo per te più significativo; indica dettagliatamente i motivi della tua scelta e traccia i rapporti tra questo e gli altri testi letti.

10 OSSERVAZIONE RELATIVA A TUTTO IL FASCICOLO Se, per il protrarsi del tempo dedicato alle letture, si desidera utilizzarle anche con un lavoro di analisi testuale, è importante limitarsi alle osservazioni essenziali, a quelle caratteristiche che risultino chiare ed esemplari nel singolo brano e in ogni caso senza mettere questa analisi in primo piano: si tratta di mostrare la continuità tra ciò che si studia sulle tipologie testuali e queste letture, trattandosi di brani letterari, e di utilizzare dell analisi testuale quanto possa aiutare a meglio comprendere il singolo brano.

11 INDICE dei TESTI Simone de Beauvoir SONO NATA IL 9 GENNAIO Rita Levi Montalcini LA CITTÀ DELL INFANZIA Elias Canetti PRIMI RICORDI Patrick Suskind UN BAMBINO DALL OLFATTO PRODIGIOSO Marcel Proust IL SAPORE DELLA MADELEINE Françoise Dolto L ETA DEL CAMBIAMENTO Simone de Beauvoir DIVENTAI BRUTTA Alberto Moravia INQUIETUDINI Enrico Brizzi QUELLA PSEUDOPRIMAVERILE DOMENICA POMERIGGIO Doris Lessing MARTHA QUEST Isaac Asimov CHISSÀ COME SI DIVERTIVANO Jerome D. Salinger IL GIOVANE HOLDEN Nicola X INFATTI PURTROPPO: DIARIO DI UN QUINDICENNE PERPLESSO Fred Uhlman NASCITA DI UN AMICIZIA Antoine de Saint- Exupéry IL PICCOLO PRINCIPE E LA VOLPE K. Gibran L AMICIZIA

12 Simone de Beauvoir SONO NATA IL 9 GENNAIO Simone de Beauvoir ( ), scrittrice d francese, partecipò attivamente con le sue opere e la sua militanza personale alla lotta per i diritti della donna e dell'emancipazione femminile. Il saggio scritto nel 1949, Il secondo sesso, ha segnato generazioni di donne e ha avuto il merito di suscitare una riflessione critica contro i pregiudizi sull'impegno femminile nel mondo del lavoro e sociale. Con Memorie di una ragazza per bene (1958) la scrittrice cominciò una sorta di lunga autobiografia in più libri, destinati a scandire le tappe della sua vita (altri volumi sono L'età forte; La forza delle cose; A conti fatti, tutti editi in Italia da Einaudi). Compagna di vita e di pensiero del filosofo francese Jean-Paul Sartre, ha pubblicato una testimonianza sulla sua vita e sul sodalizio intellettuale con il filosofo: La cerimonia degli addii (tradotto in Italia da Einaudi). In altri racconti e romanzi, la de Beauvoir ha saputo cogliere con sensibilità tutta femminile episodi critici e delicati nella vita di una donna, come nel breve romanzo Una morte dolcissima (1964, pubblicato da Einaudi), incentrato sul rapporto madre-figlia. Memorie di una ragazza per bene (Einaudi), di cui riportiamo l incipit, è l'autobiografia della scrittrice fino all'età di vent'anni: la vicenda di un'infanzia, di un'adolescenza e di una prima giovinezza raccontate con rara penetrazione psicologica e, insieme, la storia avvincente una formazione intellettuale e morale. Appena uscita dalla fanciullezza, Simone comincia a sentire i primi dubbi, comincia a intravedere un mondo assai diverso da quello ovattato della sua infanzia, pieno di pregiudizi, di avidità, di ipocrisie, di egoismi che cambiano assai presto la sua concezione del Vero e del Bene. Comincia anche a sentire una barriera che si frappone tra lei e il mondo degli adulti. Simone, che sta diventando adulta, che sta uscendo psicologicamente e fisicamente dal mondo dell'infanzia, a disagio per i cambiamenti del suo corpo, si accorge di non essere completamente preparata a vivere come adulta. Sono nata il 9 gennaio 1908, alle quattro del mattino, in una stanza dai mobili laccati in bianco che dava sul boulevard Raspail. Nelle foto di famiglia fatte l'estate successiva si vedono alcune giovani signore con lunghe gonne e cappelli impennacchiati di piume di struzzo, e dei signori in panama, che sorridono a un neonato: sono io. Mio padre aveva trent anni, mia madre ventuno, e io ero la loro primogenita. Volto una pagina dell'album; la mamma tiene in braccio un neonato che non sono io; io porto una gonna pieghettata e un berretto, ho due anni e mezzo, e mia sorella è appena nata. A quanto pare, io ne fui gelosa, ma per poco. Per quanto lontano riesco a spingere la memoria, ero fiera d'essere la più grande: la primogenita. Mascherata da Cappuccetto rosso, con la focaccia e il burro nel panierino, mi sentivo più interessante d'una lattante chiusa nella sua culla. lo avevo una sorellina, ma lei non aveva me. Dei miei primi anni non ritrovo che un'impressione confusa: qualcosa di rosso, e di nero, e di caldo. L'appartamento era rosso, rossa la moquette, la sala da pranzo Enrico Il, il broccato che mascherava le porte a vetri, e le tende di velluto nello studio di papà; i mobili di quella stanza sacra erano in pero scurito; io m'accovacciavo entro la nicchia sotto la scrivania, e mi avvoltolavo nelle tenebre, era scuro, era caldo, e il rosso della mochetta mi feriva gli occhi. È così che passai la mia primissima infanzia. Guardavo, palpavo, apprendevo il mondo, al riparo. La sicurezza quotidiana la dovetti a Louise. Era lei che mi vestiva, al mattino, mi spogliava la sera, e dormiva con me, nella stessa stanza. Giovane, senza bellezza, senza mistero, poiché ella non esisteva - o almeno così credevo -che per vegliare su mia sorella e su me, non alzava mai la voce, non mi rimproverava mai senza ragione. Il suo sguardo tranquillo mi proteggeva mentre facevo le formine con la sabbia al Lussemburgo, mentre cullavo la mia bambola Biondina, scesa dal cielo una notte di Natale con la valigia contenente il suo corredo. Verso sera, Louise si sedeva accanto a me, mi mostrava delle figure e mi raccontava delle storie. La sua presenza m'era necessaria e mi pareva naturale quanto la terra su cui posavo i piedi. Mia madre, più lontana e più capricciosa, m'ispirava sentimenti amorosi; m'installavo sulle sue ginocchia, nella profumata dolcezza delle sue braccia, coprivo di baci la sua pelle di giovane donna; a volte, la notte, appariva accanto al mio letto, bella come un'immagine, nel suo spumeggiante abito a fogliami, ornato con un fiore color malva, o nel luccicante vestito di pagliette nere. Quando era arrabbiata mi faceva gli «occhiacci»; avevo un gran timore di quel lampo burrascoso che le imbruttiva il volto; avevo bisogno del suo sorriso. Quanto a mio padre, lo vedevo poco. Usciva tutte le mattine per andare al «Palais», portando sotto il braccio una cartella piena di cose intoccabili che si chiamavano dossiers. Non aveva barba né baffi, i suoi

13 occhi erano azzurri e allegri. Quando rientrava, la sera, portava alla mamma delle violette di Parma, si baciavano e ridevano. Papà rideva anche con me; mi faceva cantare C'è un'auto grigia... o Aveva una gamba di legno; mi sbalordiva cogliendo sulla punta del mio naso una moneta da cinque franchi. Mi divertiva, ed ero contenta quando s'occupava di me; ma nella mia vita non aveva una parte ben definita. La principale funzione di Louise e della mamma era quella di nutrirmi, compito non sempre facile. Attraverso la bocca il mondo entrava in me più intimamente che non attraverso gli occhi o le mani. Non lo accettavo in blocco. La scipitezza delle creme di grano tenero, i brodi d'avena, i pangrattati, mi strappavano le lacrime; l'untuosità dei grassi, il mistero vischioso delle conchiglie mi rivoltavano; singhiozzi, gridi, vomiti, le mie repulsioni erano così ostinate che rinunciarono a combatterle. In compenso, approfittavo con passione del privilegio dell'infanzia, per la quale la bellezza, i lusso, la felicità, sono cose che si mangiano; davanti alle confetterie di rue Vavin restavo pietrificata, affascinata dallo splendore della frutta candita, dal cangiante dei marzapani, dalla screziata fioritura dei bonbons; verde, rosso, arancione, viola: agognavo i colori non meno dei piaceri che promettevano. Avevo spesso l'occasione di tramutare l'ammirazione in godimento. La mamma pestava delle mandorle tostate in un mortaio, mescolava quella poltiglia granulosa con crema gialla; il rosa dei bonbons digradava in sfumature squisite: affondavo il mio cucchiaio in un tramonto. Le sere in cui i miei genitori ricevevano, gli specchi del salotto moltiplicavano i fuochi d'un lampadario di cristallo. La mamma sedeva al piano a coda, una signora vestita di tulle suonava il violino, e un cugino il violoncello. Io facevo crocchiare tra i denti il guscio d'un finto frutto, una palla di luce scoppiava contro il mio palato con un sapore di ratafià o d'ananas: possedevo tutti i colori e tutte le fiamme, le sciarpe di velo, i brillanti, i merletti, possedevo tutta la festa. I paradisi dove scorrono il latte e il miele non m'hanno mai attirato, ma invidiavo alla Fata Tartina la sua camera da letto in marzapane: se quest'universo che abitiamo fosse tutto commestibile, che presa avremmo su di esso! Adulta, avrei voluto pascolare nei mandorli in fiore, mordere nelle mandorle tostate del tramonto. Contro il cielo di New York, le insegne al neon mi parvero giganteschi dolciumi, suscitandomi un senso di frustrazione. Mangiare non era soltanto un'esplorazione e una conquista, ma il più serio dei miei doveri. -Un cucchiaio per la mamma, uno per la nonna... Se non mangi non diventerai mai grande -..Mi facevano metter:e con le spalle al muro dell'ingresso, tracciavano un segno all'altezza della mia testa, che veniva confrontato con un segno precedente: ero cresciuta di due o tre centimetri, si congratulavano con me, e io mi davo delle arie; a volte, tuttavia, mi spaventavo. Il sole accarezzava il parquet lucido e i mobili laccati in bianco. Guardavo la poltrona della mamma e pensavo: «Non potrò più sedermi sulle sue ginocchia». D'improvviso, l'avvenire esisteva; mi avrebbe cambiata in un'altra che avrebbe detto io e non sarebbe più stata me. Ho presentito tutti i divezzamenti, i rinnegamenti, gli abbandoni e la successione delle mie morti. -Un cucchiaio per il nonno... - Mangiavo, tuttavia, ed ero fiera di diventar grande; non m'auguravo di restare per sempre una bambinetta. Devo aver vissuto questo conflitto davvero intensamente, per ricordarmi cosi bene, anche nei particolari, l'album in cui Louise mi leggeva la storia di Carlotta. Una mattina Carlotta trovava su una sedia accanto al suo letto un uovo di zucchero rosa, grande quasi come lei: anch'io ne ero affascinata. Era un ventre, una culla, eppure lo si poteva sgranocchiare. Rifiutando ogni altro cibo, Carlotta diventava di giorno in giorno sempre più piccola, piccolissima: per poco non annegava in una pentola, la cuoca la gettava per disattenzione nella pattumiera, un topo se la portava via. Veniva salvata: terrorizzata, pentita, Carlotta si rimpinzava con tanta avidità che si gonfiava come una vescica: la madre la portava da un medico, un pallone mostruoso. Contemplavo con saggia appetenza la dieta prescritta dal dottore, che le immagini illustravano: una tazza di cioccolato, un uovo alla" coque, una cotoletta dorata. Carlotta riacquistava le sue dimensioni normali, e io emergevo sana e salva dall'avventura che prima m'aveva ridotta a un feto e poi tramutata in una matrona. (S. de Beauyoir, Memorie di una ragazza perbene, trad. di B. Fauri, Einaudi, Torino 1960)

14 Rita Levi Montalcini LA CITTÀ DELL INFANZIA Rita Levi Montalcini è nata a Torino il 22 aprile Di professione biologa, nel 1986 ricevette il premio Nobel per la medicina e la fisiologia per le ricerche sui meccanismi che regolano la crescita delle cellule, in particolare quelle nervose; le righe che seguono sono quelle iniziali della sua autobiografia. Ai miei occhi infantili, la città monarchica e fluviale non appariva affascinante come allo sguardo d'artista di De Chirico. Dalle nostre finestre, al quarto piano di un caseggiato che fronteggiava gli alberi di un grande viale, contemplavo nei lunghi inverni i platani carichi di neve e, al di là degli alberi nella vicina piazza, Vittorio Emanuele II, tutto in bronzo, coperto di nastri, di cordoni e di decorazioni. La sua gigantesca figura, che a differenza di quella degli altri eroi nazionali poggiava su un piedistallo più alto dei palazzi ottocenteschi disposti in cerchio intorno al monumento, si stagliava contro il grigio cielo invernale, con l'imponenza che si conveniva al re e fondatore dell'unità nazionale. La soddisfazione per la missione compiuta traspariva dall' espressione altera e corrucciata del suo sguardo e più ancora dagli immensi baffi che decoravano il labbro superiore. La loro prominenza, evidente anche nei dagherrotipi del tempo, era stata volutamente messa in rilievo dallo scultore, a simbolo della sua virilità. Ma non era necessario accentuare in modo quasi caricaturale quei baffi per ricordare ai sudditi gli attributi mascolini del loro primo re. Essi erano anche troppo noti, almeno ai torinesi della fine del secolo scorso, che si compiacevano non tanto delle sue imprese guerresche quanto delle sue famose partite di caccia, occasioni di grandi bevute e delle libertà che si prendeva con le belle ragazze del luogo. Una di loro, la bella Rosina, era diventata leggendaria a Torino e se ne parlava ancora ai tempi della mia infanzia, ricordando come avesse fatto invaghire di sé il re e spodestato con un matrimonio morganatico la vera regina. Questo aspetto pittoresco della vita di Vittorio Emanuele II, primo re d'italia per grazia di Dio e volontà della nazione, era in contrasto con la rigida tradizione di casa Savoia e con le tendenze ascetiche del suo immediato predecessore Carlo Alberto, re del Piemonte e della Sardegna. Le sue ben note scappatelle avevano dato origine alla diceria che era stato scambiato a balia con il figlio della sguattera, diceria che rifletteva le convinzioni dei torinesi perbene alla fine del secolo scorso, secondo i quali sguatteri o re si nasce e non si diventa. Tuttavia Vittorio Emanuele II, re era certamente diventato dopo la morte, come dimostravano l'espressione altera, i baffi, la figura impettita e tutti quei cordoni, medaglie e decorazioni. Quei famosi baffi che contemplavo dalla finestra erano di tali dimensioni, come affermava la mamma, che ognuno di loro avrebbe potuto servire da poltrona a un uomo adulto. M'impressionavano anche perché erano simili a quelli di mio padre, benché i suoi fossero definiti baffi alla Umberto e cioè dello stesso taglio di quelli del figlio di Vittorio Emanuele passato alla storia, per mancanza di altre qualità più salienti, come il re buono. I baffi del padre e del figlio avevano dato un'impronta all'epoca non meno delle crinoline e dei vitini di vespa delle dame. Sia gli uni che gli altri mettevano in risalto i caratteri sessuali secondari con il proposito, ben esplicito, di sottolineare la differenza dei ruoli. Molto prima che fossi consapevole del loro significato, ancora nella prima infanzia, avevo sviluppato una repulsione per i baffi. Giustificavo la mia riluttanza a baciare mio padre adducendo la ragione, in buona parte motivata, che mi pungevano. La Rita, osservava con malcelato disappunto papà, non sa dare un bacio. Preferisce baciare l'aria invece che suo padre. Avevo infatti preso l'abitudine, avvicinandomi a lui per il congedo serale, di voltare la testa al contatto del suo viso e di mandare il bacio in aria. Non sfuggiva certamente a un osservatore come mio padre che non avevo nessuna difficoltà a baciare la mamma; ma nel suo caso, non solo il vivissimo affetto che avevo per lei, ma il piacere di sfiorare la pelle morbida e profumata del suo viso, erano motivo sufficiente per vincere la mia naturale riluttanza per i contatti fisici. La questione dei baci si era presentata, seppure in modo differente, anche per la mamma. In un tema della seconda elementare, nel quale la maestra ci aveva chiesto di spiegare a cosa servono le dita, avevo scritto, suscitando l'ilarità di mio fratello Gino e di quanti ne erano venuti a conoscenza, a mandare i baci alla mamma. Si trattava sempre di baci aerei ma, a differenza di quelli dati a mio padre, questi avevano un bersaglio ben preciso. Denotavano non soltanto il mio affetto per la mamma, ma anche uno scarso senso pratico, che sarebbe persistito anche in seguito. Questo vezzo, che sarebbe rimasto nell'adolescenza, non soltanto nei confronti di mio padre, e anche in assenza di baffi, avrebbe dovuto a una persona di grande sensibilità e intuito come lui rivelare molto della personalità di questa figlia, con cui non riusciva a creare i rapporti che aveva invece stabilito con le altre due.

15 La mia gemella Paola, che lo adorava, fin dalla prima infanzia aveva manifestato un grande talento artistico che suscitava in me un' ammirazione incondizionata, senza invidia né rimpianti, forse proprio perché di quel dono io ero invece del tutto priva. Questa era soltanto una delle differenze, palesi sin dai primi anni di vita, tra noi. Le altre non meno significative, che rivelavano a prima vista la nostra gemellanza biovulare, trasparivano dall'aspetto fisico, dal carattere e dal comportamento. La forma e i lineamenti del suo viso erano diversi dai miei. Sotto la fronte alta, leggermente convessa, gli occhi azzurri, ridenti, denotavano una disposizione (in realtà più apparente che reale) all'allegria, che incantava nostro padre. Sebbene l'età non permettesse di indovinare il disegno ancora recondito dei geni nel modellare i tratti (un disegno che la pubertà avrebbe rivelato del tutto conforme alle speranze), era motivo di gioia e di orgoglio paterno constatare la straordinaria somiglianza di quel visino infantile con il suo. (Rita Levi Montalcini, Elogio dell imperfezione, Garzanti, Milano 1987)

16 Elias Canetti PRIMI RICORDI Elias Canetti nacque a Rustschuk il 25 luglio 1905, morì a Zurigo il 14 agosto Scrittore di lingua tedesca, nato in Bulgaria da genitori di origine spagnola, visse a Zurigo, Vienna, dove studiò chimica, e dal 1938 a Londra. Ricevette il premio Nobel nel Il mio più lontano ricordo Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso. In braccio a una ragazza esco da una porta, davanti a me il pavimento è rosso e sulla sinistra scende una scala pure rossa. Di fronte a noi, sul nostro stesso piano, si apre una porta e ne esce un uomo sorridente che mi si fa incontro con aria gentile. Mi viene molto vicino, si ferma e mi dice: Mostrami la lingua!. Io tiro fuori la lingua, lui affonda una mano in tasca, ne estrae un coltellino a serramanico, lo apre e con la lama mi sfiora la lingua. Dice: Adesso gli tagliamo la lingua. lo non oso ritirarla, l'uomo si fa sempre più vicino, ora toccherà la lingua con la lama. All'ultimo momento ritira la lama e dice: Oggi no, domani. Richiude il coltellino con un colpo secco e se lo ficca in tasca. Ogni mattina usciamo dalla porta che dà sul rosso pianerottolo e subito compare l'uomo sorridente che esce dall'altra porta. So benissimo che cosa dirà e aspetto il suo ordine di mostrare la lingua. So che me la taglierà e il mio timore aumenta sempre più. Così comincia la giornata, e la cosa si ripete molte volte. Me la tengo per me e solo molto tempo dopo interrogo mia madre. Da tutto quel rosso lei riconosce la pensione di Karlsbad dove aveva trascorso l'estate del 1907 con mio padre e con me. Per il bambino di due anni si erano portati dalla Bulgaria una bambinaia che aveva a malapena quindici anni. La ragazza ha l'abitudine di uscire con il bambino di prima mattina, parla soltanto bulgaro, eppure passeggia disinvolta nelle vie animate di Karlsbad, e ritorna sempre puntualmente con il piccino. Un giorno qualcuno la vede per strada con un giovanotto sconosciuto, lei non sa dire nulla di lui, spiega che l'ha conosciuto per caso. Dopo alcune settimane salta fuori che il giovanotto abita proprio nella camera di fronte a noi, sul lato opposto del pianerottolo. Qualche volta, di notte, la ragazza s'infila ratta nella sua stanza. I miei genitori, che si sentono responsabili per lei, la rimandano immediatamente in Bulgaria. Entrambi, la ragazza e il giovanotto, avevano l'abitudine di uscire il mattino molto presto, e devono essersi conosciuti in questo modo, cosi dev'essere cominciata fra loro. La minaccia di quel coltellino è stata efficace, il bambino ha taciuto la cosa per dieci anni. Orgoglio di famiglia Rustschuk, sul basso Danubio, dove sono venuto al mondo, era per un bambino una città meravigliosa, e quando dico che si trova in Bulgaria ne do un'immagine insufficiente, perché nella stessa Rustschuk vivevano persone di origine diversissima, in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue. Oltre ai bulgari, che spesso venivano dalla campagna, c'erano molti turchi, che abitavano in un quartiere tutto per loro, che confinava col quartiere degli spagnoli, dove stavamo noi. C'erano greci, albanesi, armeni, zingari. Dalla riva opposta del fiume venivano i rumeni, e la mia balia, di cui però non mi ricordo, era una rumena. C'era anche qualche russo, ma erano casi isolati. Essendo un bambino non avevo una chiara visione di questa molteplicità, ma ne vivevo continuamente gli effetti. Alcune figure mi sono rimaste impresse nella memoria semplicemente perché appartenevano a particolari gruppi etnici e si distinguevano dagli altri per l'abbigliamento. Fra la servitù che ci passò per casa nel corso di quei sei anni, una volta ci fu un circasso e più tardi un armeno. La migliore amica di mia madre era Olga, una russa. Una volta alla settimana, nel nostro cortile venivano gli zingari, tanti che mi parevano un popolo intero, e io mi sentivo invaso da un grande spavento di cui parlerò più avanti. Rustschuk era un'antica città portuale sul Danubio e come tale aveva avuto la sua importanza. A causa del porto aveva attirato persone da ogni parte, e del fiume si faceva un gran parlare. Si raccontava degli anni eccezionali in cui il Danubio era gelato; delle corse in slitta sul ghiaccio fino in Romania; dei lupi famelici che inseguivano i cavalli che trainavano le slitte.

17 I lupi furono i primi animali feroci di cui sentii parlare. Nelle fiabe che le mie bambinaie bulgare mi raccontavano c'erano i lupi mannari, e una notte mio padre mi spaventò comparendomi davanti con una maschera da lupo sul viso. Mi sarà difficile dare un'immagine di tutto il colore di quei primi anni a Rustschuk, delle passioni e dei terrori di quel tempo. Tutto ciò che ho provato e vissuto in seguito era sempre già accaduto a Rustschuk. Laggiù il resto del mondo si chiamava Europa e, quando qualcuno risaliva il Danubio fino a Vienna, si diceva che andava in Europa. L'Europa cominciava là dove un tempo finiva l'impero ottomano. La maggior parte degli spagnoli erano ancora cittadini turchi. Sotto i turchi si erano sempre trovati bene, meglio che gli schiavi cristiani dei Balcani. Ma poiché molti fra gli spagnoli erano agiati commercianti, anche il nuovo regime bulgaro intratteneva con loro buone relazioni, e Ferdinando, il re dal lungo regno, era considerato un amico degli ebrei. Le convinzioni che questi spagnoli nutrivano erano piuttosto complicate. Erano ebrei osservanti, interessati alla vita della loro comunità; pur senza fervori eccessivi, essa era al centro della loro esistenza. Ma si consideravano ebrei di un tipo un po' speciale, e ciò dipendeva dalla loro tradizione spagnola. Nel corso dei secoli, dopo la loro cacciata dalla Spagna, lo spagnolo che parlavano fra loro si era modificato appena. Alcune parole turche erano entrate nella loro lingua, ma erano chiaramente riconoscibili come tali e le cose che esse significavano potevano essere dette quasi sempre anche con parole spagnole. Udii le prime canzoncine infantili in spagnolo, udii anche antiche romances spagnole, ma l'elemento dominante, al quale un bambino non poteva assolutamente sottrarsi, era la mentalità spagnola. Con ingenua presunzione si guardavano gli altri ebrei dall'alto in basso, la parola todesco veniva sempre pronunciata con intonazione sprezzante e stava a significare un ebreo tedesco o ashkenazi. Sarebbe stato impensabile sposare una todesca e fra le molte famiglie che conoscevo o di cui da bambino sentii parlare a Rustschuk, non ricordo un solo caso nel quale si fosse verificato un matrimonio misto di quel tipo. Non avevo ancora sei anni quando mio nonno mi mise in guardia da una simile mésalliance. Ma la cosa non si esauriva in questa generica discriminazione. Fra gli stessi spagnoli c'erano le buone famiglie, che erano poi le famiglie facoltose da varie generazioni. L'elogio più grande che si potesse sentir dire di una persona era che es de buena famiglia. Quanto spesso, fino alla noia, ho sentito ripetere questa frase da mia madre! Quando andava in estasi per il Burgtheater, o leggeva Shakespeare con me, ma anche molto pii1 tardi, quando parlava di Strindberg, che era diventato il suo autore prediletto, mai si vergognava di dire di se stessa che veniva da una buona famiglia, che non ce n era una migliore. Lei che aveva fatto della letteratura delle grandi lingue europee che sapeva benissimo il contenuto essenzia1e della.propria esistenza, non avvertiva lo stridore fra questo senso di appassionata universalità e l arrogante orgoglio di famiglia che continuava incessantemente ad alimentare. Fin dal tempo in cui ero ancora completamente in suo dominio - fu lei a schiudermi tutte le porte dell'intelletto, e io la seguii con cieco entusiasmo - rimasi colpito da quella contraddizione, che mi dispiaceva e mi turbava, e in ogni periodo della mia giovinezza ne discussi con lei e gliela rinfacciai innumerevoli volte, senza che ciò le facesse la minima impressione. II suo orgoglio aveva trovato molto presto i suoi canali e li seguiva imperterrito, e proprio questa angustia mentale, che in lei non capivo, mi portò assai per tempo a schierarmi contro ogni pregiudizio di nascita. Non riesco a prendere sul serio quelli che coltivano un orgoglio di casta, qualunque esso sia: mi sembrano animali esotici, ma anche un po' ridicoli. Mi accorgo ad un tratto di avere pregiudizi opposti, cioè contro le persone che danno una certa importanza alla loro nascita altolocata. Ai pochi aristocratici con cui ho avuto rapporti di amicizia, dovevo innanzi tutto perdonare che parlassero di questa cosa, e se mai avessero potuto immaginare la fatica che tutto ciò mi costava, certamente avrebbero rinunciato alla mia amicizia. Tutti i pregiudizi sono determinati da altri pregiudizi, e i più frequenti sono quelli che nascono dai loro opposti. Va aggiunto poi che la casta alla quale mia madre si vantava di appartenere, a parte la sua origine spagnola, era una casta del denaro. Nella mia famiglia, e in particolare nella sua, ho visto che cosa il denaro può fare alla gente. Ho scoperto che le persone peggiori sono quelle dominate dalla passione del denaro. Ho imparato a conoscere tutti i passaggi che dalla rapacità portano alla mania di persecuzione. Ho visto fratelli che per avidità si sono rovinati a vicenda con processi di anni e anni, e che sono andati avanti a processarsi fino a quando il denaro svanì comp1etamente. Eppure appartenevano a quella stessa buona famiglia di cui mia madre andava tanto fiera. Lo vedeva anche lei, ne parlavamo spesso. La sua intelligenza era penetrante, la sua conoscenza degli uomini si era formata sulle grandi opere della letteratura universale, ma anche attraverso le proprie personali esperienze. Conosceva benissimo i motivi insensati che avevano portato i membri della sua famiglia a dilaniarsi a vicenda: avrebbe potuto con facilità scriverci sopra un romanzo; ma la sua fierezza per quella stessa famiglia non ne veniva scossa. Se fosse stato amore, avrei potuto anche

18 capirlo. Ma molti dei protagonisti di quelle vicende non li amava affatto, alcuni li considerava addirittura persone indegne, altri li disprezzava, ma per la famiglia in quanto tale provava solo orgoglio. Una cosa ho capito tardi, ed è che io, se si proietta tutto ciò sul piano dei più vasti rapporti umani, sono fatto esattamente come lei. Ho passato la parte migliore della mia esistenza a mettere a nudo le debolezze dell'uomo, quale esso ci appare nelle civiltà storiche. Ho analizzato il potere e l'ho scomposto nei suoi elementi con la stessa spietata lucidità con cui mia madre analizzava i processi della sua famiglia. Ben poco del male che si può dire dell'uomo e dell'umanità io non l'ho detto. E tuttavia l'orgoglio che provo per essa è ancora cosi grande che solo una cosa io odio veramente: il suo nemico, la morte. «Kako la gallinica» Lupi e lupi mannari Una parola che sentivo pronunciare spesso, con fervore e tenerezza insieme, era la butica. Così si chiamava la bottega, il negozio in cui il nonno e i suoi figli trascorrevano la giornata. Mi ci portavano di rado perché ero troppo piccolo. Si trovava in una strada ripida, che dall'alto dei quartieri ricchi di Rustschuk scendeva dritta fino al porto. In quella strada si trovavano tutte le ditte importanti; quella del nonno era in una casa a tre piani, che allora mi pareva alta e imponente, le case di abitazione sulla collina erano tutte a un solo piano. Nella butica si vendevano coloniali all'ingrosso, era un locale molto ampio, in cui. si respirava un odore meraviglioso. Per terra c'erano grandi sacchi aperti con diverse qualità di cereali, sacchi di lenticchie, di avena, di riso. Se avevo le mani pulite, mi permettevano di affondarle dentro per sentire i granelli. Era una sensazione piacevole riempirmi le mani di grani, sollevarli, sentirne l'odore e poi lasciarli scorrere giù lentamente; lo facevo, spesso, e sebbene ci fossero nel negozio molte altre cose straordinarie, non ce n'era nessuna che mi piacesse di più, ed era difficile staccarmi da quei sacchi. Si vendeva tè e caffè e specialmente cioccolata. Tutto era in grandi quantità e bene imballato, non si vendeva al minuto come nei soliti negozi, e i grandi sacchi aperti sul pavimento mi piacevano in modo particolare anche perché non erano troppo alti per me e quando vi affondavo le mani riuscivo a distinguere le diverse qualità dei granelli. La maggior parte delle merci erano commestibili, ma non tutte. C'erano anche fiammiferi, sapone, candele. E inoltre coltelli, forbici, coti per affilare, falci e falcetti. I contadini che venivano dai villaggi a fare acquisti li osservavano a lungo e ne saggiavano la lama con il dito. Io li guardavo con molto interesse e anche un po' di paura, il permesso di toccare le lame affilate non l'avevo. Una volta un contadino, evidentemente divertito dalla mia faccia, mi prese il pollice nella mano, lo mise vicino al suo e mi mostrò come era dura la sua pelle. Ma non ebbi mai una tavoletta di cioccolata in regalo, il nonno, che se ne stava nel retro, seduto nel suo ufficio, dirigeva la ditta con severità e tutto era venduto all'ingrosso. A casa mi dimostrava il suo affetto, perché mi chiamavo proprio come lui, avevo anche il suo nome, non solo il cognome. Ma in negozio non mi vedeva molto volentieri e non mi dava il permesso di fermarmi a lungo. Quando lui dava un ordine, l'impiegato che lo riceveva correva via in fretta, spesso uno di loro usciva con dei pacchi. Quello che più mi piaceva era un uomo magro, poveramente vestito e piuttosto anziano, che sorrideva sempre con aria assente. Aveva dei movimenti incerti e sussultava ogni volta che il nonno diceva qualcosa. Pareva che stesse sognando ed era molto diverso dall'altra gente che vedevo nel negozio. Per me aveva sempre una parolina gentile, parlava in modo cosi indistinto che non lo capivo, ma sentivo che mi voleva bene. Si chiamava Tschelebon e gli avevano dato l'impiego per compassione, perché era un parente povero e incapace, un caso disperato. Io sentivo sempre chiamare Tschelebon come si chiama un domestico, ed è cosi che mi è rimasto nella memoria; solo molto più tardi venni a sapere che era un fratello del nonno. (E. Canetti, La lingua salvata, trad. di A. Pandolfi e R. Colorni, Adelphi, Milano, 1988)

19 Patrick Suskind UN BAMBINO DALL OLFATTO PRODIGIOSO Patrick Suskind (1949) è nato in Baviera, nella Germania meridionale. I suoi dati biografici sono molto scarsi poiché vive quasi in isolamento, difendendo gelosamente la sua privacy. È autore di teatro, di racconti e di romanzi, il più famoso dei quali, Il profumo (1985), ebbe immediato successo e fu tradotto in moltissime lingue. Oltre a Il profumo, al grande pubblico sono noti il romanzo breve Il piccione (1987) e Storia del signor Sommer (1991), un racconto per ragazzi illustrato da Sempè. Conoscere la realtà attraverso l olfatto, esplorarne la complessità e non poterla comunicare perché il linguaggio umano è troppo limitato per esprimere la ricchezza e la varietà degli odori: questa è la condanna di Jean-Baptiste. Egli decifra il mondo attraverso gli aromi e le puzze; la sua è una vita fatta esclusivamente di sensazioni, corporea, che esclude i sentimenti e i concetti astratti perché non hanno odore. Come un pittore con i colori, così egli mescola fragranze, distilla essenze, crea profumi che sono opere d arte, però la sua estrema sensibilità si rivela un handicap, che gli aliena l amore degli altri. Ma anche chi, per malattia o per vecchiaia, ha perso l olfatto si considera menomato e può addirittura arrivare alla depressione. Si tratta di una vera malattia, chiamata anosmia, che oltre ad essere pericolosa perché impedisce di riconoscere l odore del pericolo ( del gas o di una pietanza andata a male, per esempio), priva chi ne è affetto della possibilità di destare ricordi e associazioni: che cosa c è infatti di più evocativo di un odore, che ci riporta a tempi e a luoghi ormai perduti? Jean-Baptiste Grenouille, il protagonista de Il profumo, romanzo originalissimo e macabro, ha una caratteristica che ne fa un reietto della società: egli è nato senza odore nella puzzolente Parigi del Settecento. È fornito però di un olfatto straordinario, dote che gli permette un famoso profumiere. La sua ambizione e il suo desiderio di gloria lo portano ad una folle ricerca di nuove essenze, capaci di dominare il cuore degli uomini. Egli diventa perciò un assassino di donne giovani e bellissime per poterne distillare gli odori come se fossero fiori e creare un nuovo irresistibile profumo, in grado di garantirgli ciò che non ha mai avuto: l amore. Nel sole di marzo, mentre era seduto su una catasta di ceppi di faggio che scricchiolavano per il caldo, avvenne che egli pronunciasse per la prima volta la parola "legno". Aveva già visto il legno centinaia di volte, aveva sentito la parola centinaia di volte. La capiva anche, infatti d'inverno era stato mandato fuori spesso a prendere legna. Ma il legno come oggetto non gli era mai sembrato cosi interessante da darsi la pena di pronunciarne il nome. Ciò avvenne soltanto quel giorno di marzo, mentre era seduto sulla catasta. La catasta era ammucchiata a strati, come una panca, sul lato sud del capannone di Madame Gaillard 1, sotto un tetto sporgente. I ceppi più alti emanavano un odore dolce di bruciaticcio, dal fon- do della catasta saliva un profumo di muschio, e dalla parete d'abete del capannone si diffondeva nel tepore un profumo di resina sbriciolata. Grenouille era seduto sulla catasta con le gambe allungate, la schiena appoggiata contro la parete del capannone, aveva chiuso gli occhi e non si muoveva. Non vedeva nulla, non sentiva e non provava nulla. Si limitava soltanto ad annusare il profumo del legno che saliva attorno a lui e stagnava sotto il tetto come sotto una cappa. Bevve questo profumo, vi annegò dentro, se ne impregnò fino all'ultimo e al più interno dei pori, divenne legno lui stesso, giacque sulla catasta come un pupazzo di legno, come un Pinocchio, come morto, finché dopo lungo tempo, forse non prima di una mezz'ora, pronunciò a fatica la parola "legno". Come se si fosse riempito di legno fin sopra le orecchie, come se il legno gli arrivasse già fino al collo, come se avesse il ventre, la gola, il naso traboccanti di legno, cosi vomitò fuori la parola. E questa lo riportò in sé, lo salvò, poco prima che la presenza schiacciante del legno, con il suo profumo, potesse soffocarlo. Si alzò a fatica, scivolò giù dalla catasta, e si allontanò vacillando come su gambe di legno. Per giorni e giorni fu preso totalmente dall'intensa esperienza olfattiva, e quando il ricordo saliva in lui con troppa prepotenza, borbottava fra sé e sé legno, legno, a mo' di scongiuro. 2 Cosi imparò a parlare. Con le parole che non indicavano un oggetto dotato di odore, quindi con concetti astratti, soprattutto di natura etica e morale, aveva le difficoltà maggiori. Non riusciva a ritenerle, le scambiava tra loro, persino da adulto le usò malvolentieri e spesso in modo sbagliato: diritto, coscienza, Dio, gioia, responsabilità, umiltà, gratitudine ecc., tutto ciò che queste parole dovevano esprimere per lui era e restò oscuro. 3 D'altro canto la lingua corrente ben presto non sarebbe più bastata a definire tutto ciò che aveva immagazzinato sotto forma di concetti olfattori. Presto riconobbe all'odore non soltanto il legno, bensì

20 diverse specie di legno, legno d'acero, legno di quercia, legno di pino, legno d'olmo, legno di pero, legno vecchio, giovane, putrido, marcio, muscoso, persino singoli ceppi di legno, frammenti e schegge di legno: e all'odore ne percepiva le diversità con una chiarezza che altri non sarebbero mai riusciti ad avere con gli occhi. Similmente avveniva con altre cose. Che quella bevanda bianca che Madame Gaillard somministrava ogni mattina ai suoi pupilli venisse comunque chiamata latte, quando per la sensibilità di Grenouille ogni mattina aveva un odore e un sapore del tutto diversi a seconda che fosse più o meno calda, a seconda della mucca da cui proveniva, di quello che la mucca aveva mangiato, della crema che vi era stata lasciata e così via... che il fumo, una struttura olfattiva in cui si riflettevano centinaia di singoli aromi, che di minuto in minuto, anzi di secondo in secondo si trasformava in un miscuglio nuovo, come il fumo del fuoco, possedesse appunto soltanto quell'unico nome "fumo"... che la terra, il paese, l'aria, che a ogni passo e a ogni respiro erano colmi di un odore diverso e quindi animati da un 'identità diversa, potessero essere definiti soltanto da quelle tre grossolane parole... tutte queste disparità grottesche tra la ricchezza del mondo percepito con l'olfatto e la povertà del linguaggio facevano sì che il ragazzo Grenouille dubitasse del senso del linguaggio in genere, e si rassegnasse a farne uso soltanto quando i rapporti con altri esseri umani lo rendevano indispensabile. (P. Suskind, Il profumo, trad. G. Agabio, Milano, Longanesi 1985) 1. Madame Gaillard: l orfanello Jean-Baptiste cambia numerose balie prima di arrivare all istituto gestito dalla vedova Gaillard. Questa donna, essendo completamente priva di olfatto, è l unica infatti a sopportare la presenza di un bimbo senza odori e a non considerarlo un figlio del demonio. 2. a mo di scongiuro: poiché il piccolo Jean-Baptiste identifica gli oggetti dagli odori, il suo processo di conoscenza del mondo che lo circonda è talvolta molto traumatico. Egli viene infatti quasi aggredito da certi odori: pronunciare un nome, associandolo ad essi, equivale per lui a recitare una formula magica per vincere le sue paure. 3. Con le parole e restò oscuro: il bambino riconosce dunque gli oggetti perché hanno odore ma ha difficoltà a comprendere concetti astratti. Questo spiega la sua assoluta mancanza di moralità e l incapacità di distinguere il bene dal male.

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