La questione metropolitana. Il caso del Veneto nel contesto europeo e globale1

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1 La questione metropolitana. Il caso del Veneto nel contesto europeo e globale1 Di Patrizia Messina [*] Abstract: Nel contesto della globalizzazione e di un economia della conoscenza, le città metropolitane costituiscono il motore per lo sviluppo. L Unione europea, con la prossima programmazione , punterà molto sulle città per rilanciare lo sviluppo dell Unione in un ottica di sostenibilità e di sviluppo territoriale, destinando il 5% del Fesr a questo obiettivo. Tuttavia, le aree metropolitane in senso funzionale spesso non coincidono con le città metropolitane di diritto. In questa prospettiva, il saggio discute della questione metropolitana nel contesto della riforma di riordino territoriale italiano (L.135/2012), con particolare riferimento al caso della Città metropolitana di Venezia. Questo costituisce un caso esemplare di non coincidenza della città metropolitana, definita a partire dalla provincia di Venezia, con l area metropolitana policentrica (city region), che riguarda invece la regione del Veneto centrale, a partire dalle città di Padova, Treviso e Venezia (PaTreVe). SOMMARIO: 1. Tra locale e globale: le città come motore dello sviluppo 2. Le funzioni metropolitane: le politiche europee per le città nella programmazione Le città metropolitane in Italia: tra regolazione politica e regolamentazione amministrativa 4. Città o area metropolitana? Il caso del Veneto policentrico 5. Quale architettura istituzionale per il governo metropolitano? Riferimenti bibliografici 1. Tra locale globale: le città come motore dello sviluppo Nel contesto sempre più globalizzato di un economia della conoscenza, le città costituiscono il motore dello sviluppo. Proprio nelle aree metropolitane si concentrano 1 Una versione più ampia dell articolo è in corso di pubblicazione nella rivista Economia e Società Regionale, n. 1/2013.

2 infatti le funzioni più innovative del terziario avanzato, come le piattaforme logistiche, le maggiori infrastrutture, ma anche la ricerca e la formazione, insieme al capitale umano e al capitale finanziario. Tuttavia, per affrontare correttamente il tema delle City Regions (Kantor 2010) o città glocali (Bassetti 2007) nel terzo Millennio, è necessario superare alcune visioni classiche dell idea stessa di città ereditate dalla storia europea, come quella della Polis greca (autogoverno) e, ancora di più, quella del Comune di matrice medievale (entità territoriale giuridico-amministrativa), poiché le città moderne, soprattutto le grandi città, quasi sempre non coincidono affatto con un Comune, ma sono piuttosto costituite da un agglomerato di Comuni più o meno esteso e compatto (Bordone 2001). Come è stato messo in luce a questo riguardo: «Nel contesto della modernità occidentale, dominato dalla forma di potere legale-razionale, la città non dispone di uno status giuridicamente sancito» (Sebastiani, 2003, p. 37). Nei Paesi europei è raro trovare un unità amministrativa denominata città, poiché il livello di base del governo locale è generalmente il Comune. Talvolta questo agglomerato urbano, che chiamiamo città, tende di fatto a coprire un territorio simile a quello della provincia, come nel caso di Roma, o addirittura della regione, come nel caso di Parigi. Altre volte i Comuni sono vere e proprie città che spiccano all interno di regioni prevalentemente agricole, come nel caso della Svezia o di numerose aree montane. Altre volte ancora invece, nelle zone intensamente urbanizzate, come quelle della campagna urbanizzata del Veneto centrale, i confini amministrativi tra un Comune e l altro non vengono più percepiti in modo distinto nell esperienza quotidiana dei loro abitanti. Possiamo concludere che: «Non ogni Comune, insomma, è una città, non ogni città è un Comune» (Sebastiani, 2003, ivi). Per questa ragione i confini amministrativi, definiti in genere in epoche storiche molto precedenti, oggi non risultano essere più adeguati a definire l ambito di una città moderna, soprattutto di una città metropolitana tecnologicamente avanzata, in cui il sistema delle relazioni e delle interconnessioni a rete con il mondo globale viene profondamente trasformato, superando i vincoli della contiguità territoriale e mettendo al centro dell attenzione le funzioni, come per esempio quelle della mobilità e della logistica, che 2

3 consentono di governare i flussi di area vasta. Si parla in questo caso anche di città infinita (Perulli 2000; 2007b) o di città aperta, come agglomerato urbano di tipo policentrico, in grado di connettere i luoghi con le reti globali in senso relazionale e funzionale. Il continente europeo, per la sua storia millenaria, è caratterizzato dalla compresenza di una pluralità di modelli di città2 e dalla diffusione di città di medie dimensioni, con poche città metropolitane. Per questa ragione l Unione Europea, nella programmazione , ha scelto di puntare in modo ancora più deciso sullo sviluppo urbano e sulla metropolizzazione, coniugando così il potenziamento delle regioni metropolitane con le dimensioni dell economia della conoscenza e dello sviluppo sostenibile.3 2. Le funzioni metropolitane: le politiche europee per le città nella programmazione La strategia dell Unione Europea per lo sviluppo regionale nella programmazione introduce una serie di importanti novità rispetto alle edizioni precedenti, che possono essere riassunte nel concetto di politiche integrate per la metropolizzazione, ovvero di potenziamento delle Regioni metropolitane o City Regions, secondo un approccio integrato alle politiche di sviluppo territoriale (place based).4 Questo perché, come ricorda la Commissione europea (2011), circa il 68% della popolazione europea risiede in una regione metropolitana e, al tempo stesso, se da un 2 Vanno distinti, in questo senso, almeno quattro diversi modelli europei di città e di governo locale, correlati alla diversa dinamica con cui si è gradualmente affermato il dominio dello Stato nazionale su quello delle città: 1) il modello anglosassone: derivante dai privilegi concessi alle città dal sovrano (il self-government britannico ha in realtà i caratteri di un agenzia del governo centrale con competenze solo di tipo amministrativo); 2) il modello continentale: nelle città di produttori-artigiani, in cui domina la cultura delle gilde e corporazioni, l autogoverno è centrato sulle libertà economiche; 3) il modello anseatico: le città marittime sul Mar Baltico, dedite al commercio, si danno un organizzazione politico amministrativa comune a rete di città, pur restando in competizione sul mercato internazionale; 4) il modello mediterraneo, tipico dei Comuni italiani, spagnoli e greci, delle città-stato politicamente autonome e sovrane, in rottura con il dominio signorile legittimo. Cfr. R. Bordone (2001). 3 In questa prospettiva sono stati promossi i programmi di sviluppo per le Smart Cities, ovvero per le città intelligenti, in grado di coniugare l innovazione tecnologica con lo sviluppo del territorio. Cfr. 4 Sull approccio place based alle politiche europee di sviluppo si veda il Rapporto Barca, cfr. Barca (2009). 3

4 lato le regioni metropolitane generano il 67% del Pil dell Unione, dall altro queste sono anche le aree in cui si concentrano maggiormente i fenomeni della disoccupazione, segregazione e povertà. Da qui l esigenza di investire in senso strategico su uno sviluppo urbano integrato, che incida sull integrazione territoriale, agendo al tempo stesso su settori strategici come l istruzione, lo sviluppo urbano ed economico, l inclusione sociale, la tutela dell ambiente. La programmazione del Fesr destinerà pertanto almeno il 5% delle risorse, su base nazionale, ad azioni integrate per lo sviluppo urbano sostenibile, con particolare riguardo alle aree urbane-metropolitane o City Regions. In questa prospettiva la Commissione europea istituirà e co-finanzierà una piattaforma per lo sviluppo urbano, definita in accordo con gli Stati membri e costituita da 300 città, individuate tra gli «agglomerati» con più di abitanti, con un massimo di 20 città per ciascuno Stato membro. Si tratta di un finanziamento complessivo di circa 1 miliardo di euro per ogni City Region nell arco del settennio. Obiettivo di questa strategia «non è tanto quello di costituire uno strumento di finanziamento, bensì un meccanismo per rendere più visibile il contributo delle città alla strategia Europa 2020 per la crescita intelligente». Il Fesr, in particolare, può sostenere azioni innovative nel campo dello sviluppo sostenibile, attraverso progetti-pilota urbani e relativi studi che promuovano l approccio dell Investimento Territoriale Integrato (ITI) nelle aree urbane. La Commissione sottolinea in tal senso, in particolare, i settori delle strategie a bassa produzione di anidride carbonica, del miglioramento dell ambiente urbano, del sostegno della mobilità urbana sostenibile e dell inclusione sociale. Il principale cambiamento introdotto, rispetto alla programmazione , è costituito dall approccio integrato alle politiche di sviluppo urbano, offrendo alle regioni metropolitane l opportunità di progettare e attuare strategie integrate, anche grazie alla possibilità di combinare adeguatamente le azioni finanziate dai diversi Fondi per lo sviluppo regionale (Fesr, Fse, Fondo di coesione, Fas), con una gamma di interventi che potranno spaziare dal livello di quartiere o distretto a quello delle aree urbane funzionali, senza dover passare dall intermediazione regionale. 4

5 Ma la novità forse ancor più significativa è data dal concetto stesso di Area metropolitana (Metro Region o City Region) proposto dai documenti della Commissione. Il concetto di Area metropolitana o Metro Region (DG Regio, 2012), infatti, non può essere adeguatamente tradotto in italiano come Città metropolitana senza incorrere in equivoci e confusioni concettuali anche fortemente distorcenti. Mentre il concetto di Area metropolitana fa riferimento alla dimensione funzionale di fatto e a confini definiti convenzionalmente su base statistica, il concetto di Città metropolitana fa riferimento invece alla dimensione politico-amministrativa di diritto e quindi ai confini fissati in genere per legge, che però, come si è detto, in molti casi non corrispondono allo spazio urbano che fa riferimento alla città reale. Ciò che invece le nuove politiche europee per lo sviluppo urbano intendono promuovere e incentivare è, in primo luogo, il processo di metropolizzazione, ovvero di costituzione e consolidamento delle aree metropolitane, come addensamento di funzioni e di servizi in grado di costituirsi come nodo di una rete europea e globale, per dare visibilità a quelle aree metropolitane latenti che ancora non hanno ottenuto un riconoscimento politicoamministrativo. Per questa ragione si può sostenere che se fino a questo momento le politiche di sviluppo regionale e i relativi processi di europeizzazione hanno privilegiato la dimensione regionale e della regionalizzazione (Caciagli 2003), dal 2014 la nuova programmazione tenderà a privilegiare piuttosto la dimensione dell area metropolitana e della metropolizzazione, ritenendo che il motore dello sviluppo in un economia della conoscenza vada individuato, appunto, nelle aree metropolitane (city regions), piuttosto che nelle regioni genericamente intese. Questo vuol dire che, continuando quanto già introdotto con la programmazione e il venir meno delle zonizzazioni,5 da questo momento la politica di coesione europea tenderà di fatto a trasformarsi da una politica redistributiva, tesa a sostenere in prima istanza le regioni in ritardo di sviluppo, a una politica di sviluppo strategico, volta a potenziare le eccellenze, senza dimenticare la dimensione dell inclusione sociale. In 5 Com è noto, la programmazione ha introdotto un importante cambiamento di metodo, eliminando il criterio della zonizzazione per aree obiettivo e individuando tre obiettivi strategici: convergenza, competitività e occupazione, cooperazione interregionale. 5

6 questa stessa prospettiva, i piccoli Comuni sono chiamati, ora più che mai, ad attivare strategie di associazionismo intercomunale, su basi funzionali, per poter entrare in rete con le aree metropolitane più dinamiche e meglio servite6 in una logica di complementarietà tra territori deboli e territori trainanti. Precisati questi elementi, ci concentreremo ora su quanto sta accadendo a questo riguardo in Italia e in Veneto. 3. La Città metropolitana in Italia: tra regolazione politica e regolamentazione amministrativa In Italia la questione metropolitana, seppure frequentemente dibattuta sul piano politicoistituzionale, non è finora mai giunta a compimento con una riforma adeguata. Anche la recente riforma avviata con la L. 135/2012, che istituisce le Città metropolitane in relazione al riordino territoriale delle Province come enti locali di secondo livello, è stata di fatto bloccata con la caduta del Governo Monti, rimandando la sua attuazione al nuovo Governo nel In questa sede ci occuperemo pertanto di descrivere quanto previsto dalla recente normativa, con particolare riferimento al caso del Veneto, per fornire alcuni spunti di riflessione per il dibattito. La stessa normativa istituisce dieci Città metropolitane: Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, il cui territorio coincide di diritto con quello della rispettiva Provincia, che viene contestualmente soppressa, fermo restando da un lato il potere dei Comuni interessati di deliberare, con atto del Consiglio, l'adesione alla Città metropolitana o, in alternativa, a una Provincia limitrofa e, dall altro, il potere delle Regioni di esprimere un parere in merito. Va segnalato tuttavia che la politica governativa è stata ispirata da una logica top-down e non ha lasciato spazio e tempo adeguati per un dibattito democratico che potesse giungere ad una proposta largamente 6 Sul tema dell associazionismo intercomunale, con particolare riferimento al caso del Veneto, mi permetto di rimandare a Messina (2009; 2011). 6

7 condivisa. La normativa istituisce la Conferenza metropolitana, della quale fanno parte i sindaci dei Comuni del territorio nonché il presidente della Provincia, con il compito di elaborare e deliberare lo statuto della Città metropolitana. La deliberazione dello statuto è adottata a maggioranza dei due terzi dei componenti della Conferenza e, comunque, con il voto favorevole del sindaco del comune capoluogo e del presidente della provincia. Lo statuto della Città metropolitana può prevedere, su proposta del comune capoluogo, un articolazione del territorio metropolitano in più comuni.7 Organi della Città metropolitana sono il Consiglio e il Sindaco metropolitano, costituiti da rappresentanti nominati fra i consiglieri e gli amministratori comunali. Alla Città metropolitana spettano, oltre alle funzioni fondamentali delle Province riformate dalla medesima normativa, le seguenti funzioni: pianificazione territoriale generale e delle reti infrastrutturali; strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici, nonché organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano; mobilità e viabilità; promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale. La tabella 1 consente di analizzare in chiave comparata alcuni indicatori dimensionali e di sviluppo. Da una prima analisi dei dati, appare evidente che siamo in presenza di una marcata disparità in termini di dimensioni demografiche tra i casi, per esempio, di Roma e Milano-Monza da un lato, e di Venezia e Reggio Calabria dall altro, ma lo stesso si può dire per tutte le variabili considerate nella tab. 1. Tab. 1 - Le Città metropolitane in Italia (L.135/2012) 7 In tale caso sulla proposta complessiva di statuto, previa acquisizione del parere della Regione da esprimere entro novanta giorni, è indetto un referendum tra tutti i cittadini della Città metropolitana da effettuare entro centottanta giorni dalla sua approvazione. 7

8 Città Abitanti Densità Lavoro Ricchezza Risparmi Reati Verde metropolitana al 1/1/11 abitativa disoccupati urbano Roma , Milano-Monza , Napoli , Torino , Firenze-Prato , Pistoia Bari , Bologna , Genova , Venezia , Reggio , Calabria Fonte: Anci, 2012 Un secondo elemento che però spicca dalla comparazione è costituito dalla presenza di realtà metropolitane policentriche come Firenze-Prato-Pistoia o Milano-Monza, proposte e sostenute in questa versione dalle rispettive Regioni Toscana e Lombardia per dare visibilità e spessore all area metropolitana che caratterizza il loro territorio e che non coincide con le Province delle città capoluogo. La stessa cosa non è accaduta invece nel caso di Venezia, perché la Regione Veneto non ha inteso presidiare questo aspetto, decidendo di fatto di non decidere e di rimandare al governo centrale. Una posizione certamente poco comprensibile per una Regione che nel nuovo Statuto (L.r. statutaria 17 aprile 2012, n. 1) dedica un intero articolo (art. 14) alle funzioni metropolitane (e non alla Città metropolitana di Venezia): La Regione promuove l integrazione socio-economica delle funzioni metropolitane del territorio regionale e ne favorisce il governo strategico in stretta collaborazione con le autonomie locali, attuando forme specifiche di coordinamento, anche interregionale, per lo sviluppo del sistema dei 8

9 servizi e delle infrastrutture di rango metropolitano, con particolare riferimento a reti della mobilità, piattaforme portuali e aeroportuali, logistica, ricerca e università, poli fieristici, poli sanitari di interesse regionale, istituzioni culturali di interesse regionale. È opportuno, a questo punto, focalizzare l attenzione sul caso del Veneto e della Città metropolitana di Venezia. 4. Città o area metropolitana? Il caso del Veneto policentrico Quello del Veneto si presenta come un caso di estremo interesse perché segnato da un marcato policentrismo dell area metropolitana del Veneto centrale e dalla sostanziale sfasatura di questa rispetto al territorio attribuito di diritto alla Città metropolitana di Venezia. Ci troviamo cioè in presenza di un caso esemplare in cui l Area metropolitana di fatto non coincide per nulla con la Città metropolitana di diritto, costruita a partire dal territorio della provincia di Venezia. Gli studi sull area metropolitana del Veneto centrale, nota anche come città diffusa (Indovina, 1990; 1999) o arcipelago metropolitano (Indovina 2005; 2009), sono ampiamente noti e richiamati anche dai documenti di programmazione per lo sviluppo territoriale regionale, come il Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (Ptrc) del 1992 rinnovato nel 2007 (Documento preliminare Dgr. 2587/2007), che individua due principali sistemi metropolitani: uno veronese a struttura monocentrica, l altro nell area del Veneto centrale a struttura policentrica (fig. 1), a cui si collega l area della Pedemontana ad aggregazione dispersa, che presenta relazioni di tipo metropolitano. Fig. 1 Sistema insediativo dell area centrale veneta individuato nel PTRC (1992) In evidenza il sistema metropolitano del centro Veneto 9

10 Fonte: Regione Veneto, PTRC (1992) L area del Veneto centrale compresa tra le province di Venezia, Padova, Treviso e Vicenza ha infatti tutte le caratteristiche proprie di un area ad alta densità metropolitana, ovvero di un territorio legato a una o più città centrali da rapporti di «interdipendenza funzionale» e di «elevata integrazione economica e sociale», che tuttavia presenta una forte frammentazione dal punto di vista politico-amministrativo, essendo suddivisa in quattro Province e oltre 200 Comuni, con evidenti difficoltà di governo dell area vasta. L integrazione politica di quest area metropolitana di fatto, che per dimensioni demografiche (2,6 milioni di abitanti) supererebbe il caso della città metropolitana di Torino (tab. 1 infra), potrebbe costituire senz altro un importante occasione per migliorare la qualità dei servizi per le persone e per le imprese che operano sul territorio e, più in generale, per la qualità della vita dei suoi abitanti, come è stato messo bene in luce dal Rapporto Ocse (2010). Ma, soprattutto, potrebbe rispondere in modo adeguato a quanto richiesto dalle politiche dell Unione Europea per le City Regions nei prossimi anni. La fig. 2, costruita sulla base dei flussi pendolari, mostra la rilevanza delle relazioni intercomunali che collegano in modo sistematico l area di Padova-Venezia-Treviso e la sostanziale distanza da queste dinamiche di aree della stessa provincia di Venezia, come la Venezia orientale di San Donà di Piave e 10

11 Portogruaro e l area meridionale di Chioggia, Cavarzere e Cona. Fig. 2 Regione Veneto. Relazioni intercomunali con più di 200 spostamenti giornalieri (2001) Fonte: Elaborazione Regione Veneto Direzione sistema statistico regionale e Trastec scpa, 2007 La sfasatura è ancora più visibile se confrontata con la fig. 3, che presenta l assetto istituzionale che il territorio regionale verrebbe ad assumere a compimento della riforma di riordino territoriale delle Province. Fig. 3 Regione Veneto. Il riordino territoriale delle Province e la Città metropolitana di Venezia 11

12 Fonte: Va ricordato, tuttavia, che questo assetto non è ancora quello definitivo, ma è il risultato (provvisorio) di una serie di proposte che si sono susseguite, occupando i giornali quotidiani tra settembre e dicembre 2012, il quale ha visto le posizioni più disparate: chi, in nome della difesa di una non meglio definita identità locale, si opponeva alla riforma di accorpamento per difendere in realtà rendite di posizioni organizzative legate al vecchio assetto istituzionale e ai relativi collegi elettorali, e chi vedeva invece in questa riforma un opportunità da cogliere per un rilancio del governo del territorio. Dopo una prima ipotesi minima di accorpamento delle Province di Padova con Rovigo e di Treviso con Belluno, meramente aritmetica, scartata per l opposizione dal basso di molti Comuni interessati, di fronte all evidente difficoltà della Regione Veneto di pronunciarsi in merito, i giochi sono stati riaperti quando il Comune di Padova e alcuni comuni della sua cintura urbana e dell area termale Euganea hanno espresso la volontà di passare alla Città metropolitana di Venezia. La crisi del Governo Monti nel dicembre 2012 ha sostanzialmente congelato ogni cosa, rimandando il problema alla primavera del Il dibattito sarà destinato quindi a riprendere presto e con maggior vigore. 12

13 5. Quale architettura istituzionale per il governo metropolitano? Il riordino territoriale avviato dal Governo Monti in nome della spending review costituisce una delle più importanti riforme istituzionali per la governance del nostro Paese che, tuttavia, meriterebbe di essere valutata non solo in relazione alla riduzione della spesa pubblica, ma soprattutto in relazione all innovazione istituzionale e al rilancio dello sviluppo di territori che si sono negli anni profondamente trasformati. Restano da sciogliere in questo senso ancora alcuni nodi cruciali, in primo luogo: quale sarà la ripartizione di funzioni fra Regione, Province e Città metropolitana per consentire un efficace governo di area vasta? Rispondere a questa domanda consentirebbe di ridisegnare in modo coerente l architettura istituzionale nella prospettiva di una governance europea multilivello, non solo del Veneto. Facendo riferimento infatti alle politiche europee per le City Regions previste dalla prossima programmazione , nel caso del Veneto l ipotesi più coerente con gli obiettivi della metropolizzazione sarebbe quella che porta a dare finalmente visibilità e rilevanza istituzionale all area metropolitana del Veneto centrale, a partire in primis dalle città di Padova, Venezia e Treviso, dotandola di una adeguata forma di governo metropolitano, con un organica ripartizione di funzioni fra i diversi livelli istituzionali. Non avrebbe alcun senso, infatti, far coincidere la Città metropolitana con l attuale Provincia di Venezia, come tende a prefigurare la normativa, e tanto meno ridurla ai comuni limitrofi al Comune di Venezia, che non costituiscono in alcun modo una Città metropolitana. D altro canto, la costituzione della Città metropolitana in questi termini metterebbe in risalto le specificità delle altre aree regionali come quella montana, del Basso Veneto e del quadrante veronese, del cui sviluppo la Città metropolitana si proporrebbe come elemento propulsivo, facendo da catalizzatore e da raccordo delle relazioni con i flussi globali. Si tratta di un occasione storica per riconoscere l area metropolitana che esiste di fatto, come testimoniano i flussi di persone, imprese, merci, capitali, informazioni che la 13

14 attraversano oltre i suoi stessi confini, per delineare uno scenario istituzionale che possa creare le condizioni per rilanciare lo sviluppo del territorio. Un area di 2,6 milioni di abitanti, del tutto simile alle aree metropolitane di Toronto e Barcellona, che produce un Pil di circa 120 miliardi di dollari annui, come Londra e Stoccolma, ma che necessita di un progetto politico condiviso di governo di area vasta che sia in grado di traghettare il Veneto manifatturiero nell era dell economia globale e del terziario avanzato. A sostegno di questa ipotesi vanno segnalati anche altri casi regionali, come quello toscano di Firenze-Prato-Pistoia (Morandi, Bai, Screpanti, 2012), in cui è strategicamente opportuno dare forma a reti policentriche di città valorizzando i territori produttivi che gravitano sulla città capoluogo. Allo stato attuale del dibattito, per l ipotesi della PaTreVe, di cui si discute peraltro da oltre vent anni, le maggiori difficoltà, paradossalmente, non vengono da Roma, ma dalla Regione che difende le Province e vede con diffidenza e preoccupazione la nascita della Città metropolitana, anche perché, dettaglio non secondario, non sono stati ancora opportunamente chiariti i criteri di ripartizione delle funzioni tra Città metropolitana e Regione. La domanda di fondo rimane aperta, soprattutto alla luce delle nuove politiche europee di coesione : come è destinata a cambiare la relazione tra Unione Europea, Regioni e Città metropolitane? E soprattutto, nella prospettiva del potenziamento dei processi di metropolizzazione di cui abbiamo detto, che senso ha parlare ancora in Italia di regioni con le dimensioni di quelle attuali? Forse avrebbe più senso parlare di macroregioni, ridisegnando anche le geografie politiche delle regioni stesse in senso funzionale?8 Si tratta di nodi cruciali che dovranno essere sciolti al più presto dal prossimo governo, indipendentemente dal suo colore politico, a cui sono chiamati a partecipare attivamente anche i territori interessati. Ma al tempo stesso, proprio questi elementi di cambiamento del quadro istituzionale e delle dinamiche di sviluppo locale risultano essere oggi di cruciale importanza poiché sono destinati a modificare in modo irreversibile il modo di 8 Si veda in tal senso quanto già proposto, per esempio, dalla Fondazione Agnelli (Pacini 1996). 14

15 regolazione dello sviluppo locale di una regione come il Veneto, che ha privilegiato finora l autoregolazione comunitaria delle reti informali, tipica dei distretti produttivi locali, lasciando ai margini l azione di regolazione politica svolta dai governi locali (Messina, 2012): un modo di regolazione oggi sempre meno sostenibile nel nuovo scenario globale. Riferimenti bibliografici: Barca F. (2009), Un agenda per la riforma della politica di coesione. Una politica di sviluppo rivolta ai luoghi per rispondere alle sfide e alle aspettative dell Unione Europea, DpS, Ministero dell Economia e delle Finanze, Roma, Bassetti P. (2007), Le città glocali, in P. Messina e M. Salvato (a cura di), Dalla città alle reti urbane. Politiche per la progettazione di aree vaste a confronto, Padova, Cleup, pp Bonet M. (2012), Padova si unirà a Treviso, Belluno verso la deroga, in «Il Corriere del Veneto», 13 ottobre. Bordone R. (2001), La città comunale, in P. Rossi (a cura di), Modelli di città, Torino, Comunità. Caciagli M. (2003), L Europa delle Regioni, Bologna, il Mulino. Commissione europea (1998), Quadro d azione per uno sviluppo urbano sostenibile nell Unione Europea, COM (1998) 605 finale, 28 ottobre. Commissione europea (2011), Sviluppo Urbano Sostenibile Integrato Proposte legislative per la politica di coesione , Bruxelles. Diamanti I., Riccamboni G. (1992), La parabola del voto bianco. Elezioni e società in Veneto ( ), Vicenza, Neri Pozza. Fantin M., Fregolent L., Ranzato L. (2012), La città continua del Veneto centrale, in M. 15

16 Fantin, M. Morandi, M. Piazzini, L. Ranzato (a cura di), La città fuori dalla città, INU Edizioni, Roma, pp Fregolent L. (2005), Governare la dispersione, Milano, F. Angeli. Helander E. (2012), The Urban Audit. An Introduction and the first results, European Commission, Bruxelles. Indovina F. (1990), (a cura di), La città diffusa, Daest, IUAV, Venezia. Indovina F. (1999), La città diffusa: cos è e come si governa, in F. Indovina (a cura di), Territorio. Innovazione. Economia. Pianificazione. Politiche, Daest, IUAV, Venezia. Indovina F. (2003), La metropolizzazione del territorio. Nuove gerarchie territoriali, in «Economia e Società regionale», n. 3-4, pp Indovina F. (2005), La nuova dimensione urbana. L arcipelago metropolitano, in M. Marcelloni (a cura di), Questioni della città contemporanea, Milano, F. Angeli. Indovina F. (2009), Dalla città diffusa all arcipelago metropolitano, Milano, F. Angeli. Kantor P. (2010), The Coherence of Disorder: A Realist Approach to the Politics of City Regions, «Polity», 42, 4, pp Messina P. (2001) Regolazione politica dello sviluppo locale. Veneto ed Emilia Romagna a confronto, Torino, Utet. Messina P. (2009) (a cura di), L associazionismo intercomunale. Politiche e interventi delle Regioni italiane: il caso del Veneto, Padova, Cleup. Messina P. (2011), Policies for strategic territorial development. Inter-municipality association as a form of network governance: the Italian experience, in «Eastern Journal of European Studies», 2, 1, June, pp Messina P. (2012), Modi di regolazione dello sviluppo locale. Una comparazione per contesti di Veneto ed Emilia Romagna, Padova, Padova University Press. Messina P., Salvato M. (2007), (a cura di), Dalla città alle reti urbane. Politiche per la progettazione di aree vaste a confronto, Padova, Cleup. Morandi M., Bai F., Screpanti D. (2012), La città diffusa nella piana Firenze-Prato- 16

17 Pistoia, in M. Fantin, M. Morandi, M. Piazzini, L. Ranzato (a cura di), La città fuori dalla città, INU Edizioni, Roma, pp Ocse (2010), A territorial review of Venice, Rapporto sulla città metropolitana di Venezia- Padova-Treviso, in Pacini M. (1996), (a cura di), Un federalismo dei valori. Percorso e conclusioni di un programma della Fondazione Giovanni Agnelli ( ), Torino, Fondazione Giovanni Agnelli. Perulli P. (2000), La città delle reti. Forme di governo nel postfordismo, Torino, Bollati Boringhieri. Perulli P. (2007a), Verso una città delle reti?, in P. Messina e M. Salvato (a cura di), Dalla città alle reti urbane. Politiche per la progettazione di aree vaste a confronto, Padova, Cleup, pp Perulli P. (2007b), La città, Milano, Bruno Mondadori. Regione del Veneto (2007), Documento preliminare del PTRC, Dgr del 7 agosto 2007, Venezia. Sebastiani C. (2003), Dal sistema degli Stati all Europa delle città, in P. Messina (a cura di), Sistemi locali e spazio europeo, Roma, Carocci, pp Sebastiani C. (2007), La politica delle città, Bologna, il Mulino. [*] Chi è Patrizia Messina: Professore associato di Scienza politica dell Università di Padova, presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi internazionali, dove insegna Governo Locale e Politiche europee per lo sviluppo locale, Patrizia Messina è inoltre presidente del Corso di laurea magistrale di Studi europei e direttore del Master in Governo delle reti dello sviluppo locale. È delegata del Rettore ai rapporti con gli Enti territoriali di sviluppo. Patrizia Messina è anche coordinatrice di diversi progetti europei e nazionali presso il 17

18 Centro di ricerca Giorgio Lago dell Università di Padova, in partenariato con la Regione del Veneto. 18

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