Le Torri e il Castello di Maddaloni di Antonio Pagliaro

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2 In copertina: La Torre Artus in restauro virtuale Nel testo: Immagini di Tonino Pagliaro Proprietà letteraria riservata. 2

3 Antonio Pagliaro Le Torri e il Castello di Maddaloni Storia dal 1390 al 1487 Edizioni Il Castello Maddaloni 3

4 Finito di stampare nel mese di Luglio 2006 Dalla Edizioni Il Castello Corso Umberto I - Maddaloni ( CE ) - Tel. 0823/

5 Indice Introduzione Storia dei Castelli Il Castello di Maddaloni La torre Artus La torre superiore detta Longobarda Carlo Artus d Angio e Ladislao di Durazzo Ottino e Riccardo Caracciolo Pietro de Mondrago Diomede Carafa Foto virtuali Bibliografia Breve Glossario Medioevale pag. pag. 11 5

6 pag. pag. Presentazione Sono trascorsi ormai diversi mesi da quando mi capita di passeggiare per le strade della mia città e istintivamente alzare lo sguardo verso la gran torre, che sovrasta il monte e domina tutto l abitato sottostante. Non so per quale motivo mi comporto in questo modo, eppure abito a Maddaloni da sempre: qui sono nato e cresciuto, qui ho studiato, qui ho iniziato a lavorare, qui sono nati i miei figli. Forse prima ero poco attento: quella grossa torre non mi diceva niente, era soltanto un rudere, fatiscente ed offeso dalla lenta usura del tempo e dall incuria dell uomo. Non sapevo da quanti anni stesse li, come si chiamasse o chi l avesse fatta costruire, però tra me e me dicevo: forse un giorno studierò la sua storia. Ricordo che da ragazzino, insieme a mio fratello Michele ed altri amici delle case popolari, dietro il Convitto Nazionale, qualche volta siamo andati al castello all insaputa dei nostri genitori, a giocare, a fare il pic-nic il giorno del lunedì in Albis, oppure l otto maggio quando tutti i maddalonesi, per tradizione, prendendo le scale della chiesa di San Benedetto, salgono fino all eremo di San Michele e noi, per pigrizia e anche impazienti di arrivare, ci fermavamo al castello dove in un piccolo spiazzato, giocavamo a pallone, salivamo le scale della torretta quadra, visitavamo le stanze vuote e rovinate da scritte vandaliche, ci sdraiavamo a terra sotto il torrione per ammirare la sua possanza, la sua altezza che si allungava sempre più verso il cielo azzurro e sembrava che lo toccasse con la sua cima merlata già rovinata dal tempo. Poi, da uomo sposato, insieme a mia moglie Teresa e ai primi due figli, Salvatore e Antonietta, qualche volta siamo andati li, ai piedi della torre, a giocare con il pallone, a rotolarci nell erba,a godere il sole di qualche bella giornata estiva, a scattare qualche foto ricordo, ad osservare da sotto l imponenza della struttura che a dire il vero, in 6

7 quel momento mi incuteva un po di paura, perché salendo per le scale di San Benedetto, avevo letto di un avviso che la torre poteva essere pericolante, anche perché in quel periodo una torre medioevale di una città del nord era crollata! Dopo questo periodo, non sono più andato al castello e da quel momento sono trascorsi diversi anni, ho continuato a vivere normalmente, passeggiando per la città, con la mia famiglia, con gli amici, incurante della presenza della torre fino a, quando, negli ultimi tempi, mi fermo a guardarla da ogni angolo di strada, l osservo attentamente, pure quando con la mia auto entro o esco da Maddaloni. Questa visione mi affascina, m incanta, guardo il monte che l ospita da tanti secoli, guardo tutto il panorama, gli alberi sempreverdi che la circondano fino ad arrivare ai suoi piedi, poi piano piano tra questi scorgo le lunette da guardia che sembrano piccole torri poco distanti tra loro, poi alzo lo sguardo verso di essa, fisso un piano alla volta segnati dai cordoni, guardo i finestroni squarciati, guardo le sue ferite mortali che salgono fino ad arrivare alla cima. Dopo un po mi viene da pensare se fosse ristrutturata, restaurata, recuperata al suo antico splendore, insieme al castello, alla torre longobarda e tutto il parco, nella felice posizione in cui si trova, come sarebbe bella, come sarebbe stupendo il panorama di Maddaloni, ogni angolo sarebbe certamente più affascinante, più interessante, più spettacolare. La nostra città sarebbe sicuramente ai primi posti della provincia a livello turistico, avrebbe più opportunità di sviluppo, quindi più ricchezza. Si potrebbe pensare ad interessare i giovani allo studio della Storia medioevale di Maddaloni, che è secondo il mio modesto parere, molto interessante e importante nell ambito regionale, a formare guide turistiche per un percorso medioevale da individuare nella zona pedemontana, ad allestire musei con armature, con abiti antichi, armi bianche, armi da sparo, a costituire associazioni che avrebbero il compito di promuovere, in determinati periodi dell anno, sfilate d epoca con nobili, cavalieri, 7

8 arcieri, fanti, popolani, dame, sbandieratori, organizzare giochi come fanno tante città medioevali come Pisa con il gioco del ponte che attiva la partecipazione di tutti i quartieri della città, come il palio da Siena che è divenuto un evento internazionale. Queste potrebbero essere attività nuove, opportunità da prendere al volo per un nuovo sviluppo della città, valorizzare la zona antica con l apertura di laboratori di ceramica, di legno lavorato a mano, di tessuti pregiati, di pellame e cuoio, di spade, di pugnali, archi, pistole, ecc. Allora mi sono chiesto, visto che i proprietari non fanno niente per ridarle l antico splendore, poiché il G.A.C. ed il Comune non riescono ad avere il possesso del sito, visto che molti cittadini non si interessano, ho pensato, nel mio piccolo, di ridarle uno splendore virtuale ricostruendo le torri e il castello a computer per poi farle ammirare agli amici, ai parenti e ai concittadini maddalonesi attraverso foto inedite che darò alle stampe una volta finito il lavoro. L idea è certamente originale, ma il primo impegno è di imparare questa storia, avere materiale a disposizione, sia testuale sia fotografico, spulciando antiche riviste, libri che trattano questi argomenti di com era la torre, insomma avere informazioni più dettagliate perché l impegno è serio. Quindi da questo momento in poi mi sono dato da fare per cercare più informazioni possibili. Sono andato alla biblioteca comunale e le gentili impiegate mi hanno indicato tutti i libri che narrano della gran torre, del castello e della storia della nostra città, dalle origini ai giorni nostri. Tra questi mi è stata di validissimo aiuto La storia di Galazia Campana e di Maddaloni di Giacinto De Sivo, Le torri e il castello di Maddaloni di Luigi Volpicella, Maddaloni nella storia di Terra di Lavoro di Pietro Vuolo, insieme con un disegno di Giacinto Gigante, del 1844, che è venuto a Maddaloni per ritrarre il suo splendido panorama. Inoltre, su Internet, ho cercato altri articoli correlati alla storia della città, ma francamente ho trovato poco materiale. 8

9 Leggendo attentamente i libri citati prima, che descrivono com era fatta la torre, ho potuto ricostruirla quasi fedelmente, perché il più gran dubbio che avevo riguardava il merlo in cima. Infatti, inizialmente, da Internet, ho scaricato tante belle foto di torri del periodo angioino aragonese perché non capivo come poteva essere la cima, se era chiusa, merlata, che tipo di merlo poteva avere, guelfo o ghibellino. Ho copiato il merlo delle torri del Maschio angioino di Napoli, della torre di Mola a Formia e tante altre per adattarle ma non ero convinto del risultato anche se queste la rendevano gagliarda e bella, donandogli quel vigore che ha sempre avuto. Nonostante questi progressi, non ero abbastanza soddisfatto del lavoro svolto per cui, ho deciso di andare, dopo tanti anni, sul castello per vedere da vicino tutto il complesso perché altri dubbi si erano presentati. Questi riguardavano la cinta muraria, se era merlata, i finestroni ( alcuni erano stati soppressi) se presentavano ancora tracce dell incendio del 1460, quindi ho convinto mio fratello Michele e l amico Franco Tagliaferro, anche loro appassionati a questa storia, con i miei figli Salvatore e Danilo, a fare una visita, portando con noi una bella Samsung S500 digitale con zoom ottico 3x. Ho fotografato da vicino tutto, in particolare i beccatelli di pietra di Piperno, i finestroni per scorgere se erano in alto quadro o a sesto acuto, se gli assi di legno erano integri o bruciati, se all interno le pietre di tufo erano compatte o cadenti, per scrutare da vicino le ferite mortali che ospita o per capire il materiale sottostante se era completamente di tufo o misto con pietra calcare, per scoprire cose non descritte dai libri consultati e dagli articoli letti. Ebbene, dopo aver fatto tutto questo lavoro, in seguito, a computer con l ausilio di un programma di fotoritocco, ho visionato, attraverso il monitor, tutte le foto per scoprire cose nuove o per avere conferma di quello che già avevo appreso dai libri. Quindi, ho ricostruito le parti mancanti partendo dai residui rimasti dall incuria dell uomo e dall azione degli eventi atmosferici nell arco dei secoli. 9

10 Alla fine posso dire di aver ricostruito la torre Artus, forse com era un tempo, nella sua parte strutturale ( in tufo ) e ho utilizzato l immagine virtuale per inserirla in foto di Maddaloni che avevo già scattato in precedenza, tutte corredate dalla sua presenza maestosa ma ferita nella dignità. Saranno in tutto una quindicina, cosi potrò essere soddisfatto del mio lavoro ma anche di mostrarle agli amici e ai miei concittadini, di far vedere loro come sarà bella la nostra amata Maddaloni con un monumento nuovo che da sempre rappresenta il nostro simbolo, la nostra storia, la nostra cultura, che molte città non hanno la fortuna di possedere e che vorrebbero avere per vantarsi di un glorioso passato che ha visto protagonista gente come Carlo Artus d Angiò, Diomede Carafa, Ottino e Riccardo Caracciolo. Giunto a questo punto, posso dire di aver assolto il mio compito iniziale, cioè quello di aver dato una nuova visione alla grande torre nel contesto del paesaggio attuale della nostra città, di essere contento di aver rispolverato un vecchio attuale problema che non si riesce a venirne a capo per un completo recupero del complesso fortilizio per vari motivi, ma lo stesso non sono contento, perché, io, a quasi quarantotto anni, ho scoperto l affascinante storia medioevale della mia città, e chissà come me, quanti concittadini la ignorano ancora. In conformità a questa riflessione, ho pensato di far conoscere a molti di loro questi eventi, in particolare ai giovani che devono essere fieri e orgogliosi di appartenere a questa comunità, perché solo conoscendo la storia, possono conoscere le loro origini e se stessi. Quindi, proverò a scrivere, in modo semplice e comprensibile a tutti, con i miei limiti, perché non sono uno scrittore ma solo un appassionato di fotografia e amante delle cose belle, tutte le notizie che ho appreso facendo una narrazione sistematica degli eventi che si sono succeduti dal 1390 (probabile inizio della costruzione della torre Artus ) al 1487 ( morte di Diomede Carafa ) a Maddaloni e in tutto il Regno di Napoli perché le vicende di entrambi sono legate agli stessi personaggi che hanno 10

11 scritto questa storia. Periodo questo che ha visto protagonisti i nostri valorosi notabili che sono stati citati prima e che sono il nostro vanto ma che purtroppo, non so per quale misterioso motivo, oggi, non sono presenti nella nostra memoria ( a scuola non insegnano la storia locale ), né nella nostra vita quotidiana ( non è presente nessuna strada importante o piazza che si chiami Diomede Carafa, Ottino e Riccardo Caracciolo oppure Carlo Artus d Angiò (esiste un vicolo a gradini vicino alla chiesa di Santa Margherita). Spero che questa mancanza non sia stata voluta dai nostri avi per oscurare un periodo che sicuramente è stato molto sofferto dalla nostra popolazione assoggettata al signore padrone di turno ( il feudalesimo è stato vissuto in tutte le regioni d Italia e non solo a Maddaloni, e molte città lo testimoniano ancora mettendo in risalto la loro storia attraverso i monumenti che uomini d alto ingegno ci hanno lasciato e che sembrano musei a cielo aperto, vedi le città toscane, emiliane, lombarde, laziali e anche Napoli) ma, neanche lo possiamo cancellare. Ricordo anche che la stampa a caratteri mobili di Johann Gutemberg è stata inventata nel 1449 a Magonza, che Cristoforo Colombo, nel 1492, sbarcò in una piccola isola delle Bahamas che chiamerà San Salvador aprendo, inconsapevolmente, le porte ad un nuovo continente che ha fatto la fortuna dell umanità intera e che si chiama America, Leonardo da Vinci, pittore ( La Gioconda ) è di questo periodo ( ),come pure l Umanesimo, Movimento intellettuale manifestatosi principalmente in Italia che precedette e accompagnò la nascita e lo sviluppo del Rinascimento e lo stesso Michelangelo Buonarroti, scultore della Pietà ( ). Secondo me, quindi, bisogna trarre da quest età le cose buone e conservare una memoria storica che è importante per tutti i popoli possedere. 11

12 Spero che la mia generazione si attivi per rispolverare questo periodo, per far rinascere a Maddaloni una storia che l ha vista protagonista e legata, come un cordone ombelicale, alla storia di Napoli, nella buona e nella cattiva sorta. Per finire questa breve presentazione, mi auguro che un giorno, un turista passeggiando per la nostra città, mi chiedesse di Via Diomede Carafa o di Piazza Carlo Artus oppure di Via Ottino e Riccardo Caracciolo. Antonio Pagliaro 12

13 I Origini di Maddaloni Sulle origini di Maddaloni non c è una verità assoluta ma solo ipotesi che hanno avanzato i nostri autorevoli scrittori che hanno avuto modo di scrutare documenti antichissimi e farsi, quindi, un idea personale che si basa su riflessioni logiche che,come un mosaico, hanno composto, ma che comunque, gli addetti ai lavori non hanno risparmiato dubbi e critiche perché ci sono dei vuoti della storia locale che nessun ha mai portato alla luce in quando, a quei tempi si pensava a scrivere solo le vicende di grosse realtà ( vedi Capua ) trascurando le altre comunità. Le ipotesi più credibili sono quelle del Mazzocchi, del De Sivo e del Piscitelli, canonico arciprete della collegiata. L interessante ipotesi avanzata da A.S. Mazzocchi, e cioè che Mataluni derivi da Magdal che significa castello, riferendone l origine alla parola araba, fu combattuta e ritenuta infondata dal Piscitelli nel suo scritto ( Dissertazioni per illustrare alcuni punti della storia di Maddaloni ) dimostrando che Mataluni esisteva già prima dell invasione araba. Per il De Sivo, il punto di partenza era il monastero di Maria Magdala che esisteva già dal V secolo in via Maddalena, all angolo di via Alturi, che gli abitanti eressero per devozione a questa santa e a cui decisero di donare anche il suo nome al paese. Di questo monastero non ci sono tracce della sua esistenza perché un violento terremoto lo distrusse il cinque giugno del 1688 e il cui culto fu trasferito, con l altare e gli arredi, alla vicina chiesa di S.Aniello. 13

14 La più antica notizia di Maddaloni si ha nel 774 (pubblicata dall Ughelli ) quando Arechi II, principe di Benevento, fondando il monastero di S. Sofia, tra gli altri beni gli assegnava la chiesa di S. Martino sita nel luogo detto Mataluni. Secondo il Piscitelli questa notizia può essere vera perché la chiesa di S. Martino fino al 1807 fu dipendente di detta Badia, poi soppressa, e poi perché il basso popolo nostro e dei paesi vicini hanno sempre chiamato la nostra comunità Mataluni. Nel secolo IX, in un documento, Radelchi ( 841 ) concede al gastaldo Guimario una corte ed altri beni siti in Matalone; invece Guiberto Marepai ( 845 ) dona a Teote, abate del Volturno, una porzione dei possedimenti in Matalone. Nel secolo XII, il paese fu detto Maddala, Matala, Matalo oppure Magdaloni come è scritto in una bolla di Senne, arcivescovo di Capua al vescovo di Caserta Rainulfo, ove si dice «in castro Magdaloni et territorio eius». Mataluni, nome comune a più persone, divenne poi proprio delle persone che abitavano questo luogo già ai tempi dei romani, perché nella seconda guerra punica comparve il nome di Matalo, principe dei Boji, che fu di guida ad Annibale sul passaggio delle Alpi e poi lo seguì fino in Campania. Questi, essendo poco curati da Annibale, non lo seguirono nella sua infelice battaglia di Capua e, abituati a vivere ai piedi delle Alpi, trovarono alle falde del Tifata un luogo conforme alle loro abitudini e qui si stabilirono e, dal nome del loro comandante Matalo, furono detti Mataluni. All inizio Mataluni era considerato un borgo di Calatia e, quando questa fu distrutta dai Saraceni nel lontano 862, il toponimo Mataluni finì col prevalere su quello di Calatia e il castel Galazia e il suo territorio cominciarono a dirsi castello e territorio di Mataluni. 14

15 II Storia dei Castelli La nascita dei castelli si è avuta in un periodo storico particolare, seguito da un instabilità estrema e dalle continue guerre. Il termine castello, derivato dal latino castellum (piccolo accampamento fortificato), indica anche il palazzo fortificato di un signore feudale. L'Italia meridionale già nel 410 era la preda preferita dei Visigoti di Alarico, poi degli Unni, degli Ostrogoti ed infine dei Longobardi. Il castello medioevale, oltre a rappresentare un baluardo di difesa, era spesso anche luogo di ritrovo e di ricreazione: il popolo si stringeva intorno alle fortezze, siccome in tempo di pace esse ospitavano signori e cavalieri, dame e trovatori, menestrelli e giullari e nel momento del bisogno si trasformavano in roccaforti, dove il castellano o il signore accoglieva il suo popolo per proteggerlo, insieme ai suoi familiari e ai suoi averi, a volte senza neppure richiedere l'aiuto armato del sovrano. L'istituzione feudale, sviluppatasi nel periodo normanno ed in seguito sostenuta dagli Svevi, dagli Angioini e dagli Aragonesi, favorì implicitamente il sorgere di nuovi castelli, al punto in cui ogni feudatario potè ben presto permettersi una solida costruzione fortificata. Ora non bisognava più difendersi da nemici venuti da lontano, ma dal vicino bellicoso; Il pericolo di eventuali assalti costrinse così ogni feudatario a riparare sulla difensiva e a guardarsi da se i suoi possedimenti e il suo popolo. I castelli sorti in questo periodo hanno funzioni meramente strategiche e militari; si moltiplicano e si perfezionano anche gli espedienti e le tecniche di combattimento, praticamente il castello venne isolato dall'esterno con alte muraglie, profondi fossati che proteggevano i bastioni e ponti levatoio alle entrate per sbarrare il passaggio ai nemici. Un altro momento importante del combattimento ai piedi della fortezza era rappresentato dalla difesa attiva: una serie di murazioni cinziarie, con merlature e camminamenti 15

16 perimetrali superiori, consentiva agli occupanti del castello di utilizzare ulteriori sotterfugi e trabocchetti all'insaputa dei malcapitati assalitori. Infatti i torrioni, che di solito erano ai lati della fortificazione e consentivano la migliore visione dall'alto, servivano per organizzare il lancio delle pietre e dell'olio bollente e l'impiego delle balestre di precisione. La strategia di guerra prevedeva anche la fuga, quando la situazione precipitava: ecco perchè quasi tutti i castelli erano collegati con l' esterno da gallerie sotterranee e trabocchetti conosciuti soltanto da pochi, per lasciare inosservati il maniero e non sottoporsi alla resa. La torre più alta, dove sventolava di solito il vessillo di Casata del feudatario, veniva chiamata "mastio" ed era la parte più protetta e solida dell'intera costruzione: difficilmente crollava sotto i colpi dei nemici. Così si spiega perchè ancora oggi di molti castelli ridotti ad un cumulo di macerie resti in piedi soltanto il "mastio"; esso rappresentava il cuore dell'edificio ed il quartier generale in caso di combattimento. Qui si rifugiava infatti il signore, impartiva gli ordini militari e decideva sulle mosse strategiche da adottare. Inoltre il "mastio" era anche un ottima torre di vedetta, utile ad informare gli occupanti del giungere di estranei nei pressi del maniero; nel dramma della resa, in questo luogo sicuro si rifugiava il feudatario e la corte per preparare l estrema resistenza. Così, a partire dal XII secolo, il castello fu costruito secondo criteri rigidamente militari, arroccato sulle alture e nei luoghi più impervi e meno accessibili. Vale la pena di ricordare la semplicità dei conforti interni: in genere gli appartamenti privati del signore occupavano la parte centrale e più difesa del castello: le mura erano scarne di decorazioni e non molto spesse, le stanze di misura modesta, con finestre piccole ed anguste, gli arredi e la mobilia semplici e limitati, ad eccezione della camera da letto, di solito addobbata con pregiati drappi e broccati. Altra eccezione era rappresentata dalla sala dei ricevimenti: il feudatario aveva in massimo riguardo l ospite, che accoglieva nella migliore stanza del castello, talvolta affrescata 16

17 e finemente decorata da artisti locali o anche stranieri. La pavimentazione e le pareti non erano molto curate; si preferiva coprire il lastricato, in creta o in terracotta al pianterreno ed in legno ai piani superiori, con dei tappeti lavorati, mentre le pareti, ruvide e primitive, venivano nascoste da larghi drappi o arazzi con scene di caccia o di guerra. Osserviamo ora per qualche attimo la disposizione e all uso delle stanze, che di solito rispondeva a precisi compiti funzionali: al pianterreno erano sistemate le stalle, la cantina ed i locali di riposo della guarnigione, mentre ai piani superiori trovavano posto l armeria, le cucine, il guardaroba; la servitù abitava in locali prossimi, ma ben separati dall appartamento del signore; gli armigeri, le guardie e gli uomini validi alla difesa erano invece decentrati alle stanze perimetrali del castello, per il pronto intervento in caso di necessità. Al centro della costruzione fortificata vi era il cortile, elemento di congiunzione e di pausa nelle intricate murazioni, ma anche, all occorrenza, piazza d armi per le esercitazioni militari. Sebbene modeste e rare, non mancavano le terrazze, di solito vicine o prospicienti alla gran sala dei ricevimenti, dove periodicamente il feudatario invitava la sua corte a banchetti e festini, animati da menestrelli e giullari. Quando il sovrano procedeva all investitura di un feudo, legava al beneficiario anche la proprietà del castello, che gli poteva essere tolto qualora si rendeva infedele alla corona o al suo popolo. Comunque, se il feudatario perdeva l onore o diventava indegno davanti al sovrano, decadeva da ogni diritto sul suo feudo. Il castello si impose per la dignitas nobiliare del signore locale, che non gli consentiva di vivere insieme ai suoi sudditi: egli doveva abitare nel luogo più elevato del suo feudo, con gli 17

18 armati che gli avevano giurato fedeltà; a sua volta, il signore aveva giurato fedeltà al sovrano e questa promessa rappresentava il carattere essenziale del feudo. Come si può capire la società medioevale era basata non sulla schiavitù, ma sulla servitù e ciò generava non poche occasioni di disordini. Nella seconda metà del 400 poi, quando le prime, rudimentali armi da fuoco affiancarono in battaglia spade, balestre e lance, vennero apportate radicali modifiche ai bastioni, alle torri e alle mura cinziarie, mostrando un aspetto ancor più fortificato. Le aperture all esterno furono quasi del tutto eliminate, ad esclusione di piccolissime feritoie, attraverso le quali gli uomini del castello davano combattimento: in questo modo le operazioni belliche poterono essere effettuate con maggiore sicurezza e precisione. Il basso medioevo scatenò una serie di turbolenze e di individualismi, per cui ogni signore puntò al rafforzamento della propria potenza ed al consolidamento della fortezza dove abitava: le esperienze vissute nei periodi normanno, svevo ed angioino, le piraterie, i saccheggi, le periodiche scorribande saracene, che i vari feudi avevano dovuto subire, erano una mina troppo pericolosa contro l indifferenza dimostrata ripetutamente dal potere regio. Inoltre si può comprendere come questa forma di autodifesa militare abbia con il tempo corroso il rapporto consuetudinale tra corona e signore locale; il risultato di quella tensione politica portò all anarchia feudale e ai disordini, che scoppiarono violenti nel periodo angioino e continuarono in quello aragonese: la situazione allora precipitò. La reazione del potere centrale al tentativo di ribellione dei feudatari più in vista (la famosa Congiura dei Baroni) fu sanguinosa e provocò un piccolo terremoto anche a livello locale; ripercussioni si ebbero in tutto il meridione i castelli furono assegnati a persone fidate di re Ferrante ed i filo-angioini ammazzati o allontanati dal regno. Con il perfezionamento delle armi da fuoco, la costruzione fortificata aveva perduto la sua funzione, la motivazione e la validità di fortezza; fu per questo che i signori trovavano antieconomico e inutile ripristinare una residenza che, tra le altre cose, era 18

19 scomoda e priva di qualsiasi conforto. Essi preferirono scendere a valle e costruirsi in paese un palazzo più idoneo e adeguato alle necessità del tempo. A partire dal XVII secolo le cronache dimenticano i castelli, che sono diventati costruzioni prive di vita e nel 700 non hanno più niente di militare, ma conservano l aspetto artistico e monumentale, si trasformano in aristocratiche abitazioni private e l architettura primitiva viene integrata da apporti architettonici diversi per gli usi comuni. 19

20 III Il Castello di Maddaloni L edificio è situato a 170 metri sul livello del mare, ha una forma irregolare e nel corso degli anni ha subito molte trasformazioni da come si notano ancora oggi. Tito Livio, narrando i fatti di Roma nel libro Historae nominò i nostri luoghi affermando che Annibale mentre era impegnato a combattere in Puglia (216 a.c), ebbe la notizia che la sua Capua era stata assediata dai romani ed egli invece di continuare a combattere per la presa di Taranto, diede ordine ai suoi uomini di rientrare in Campania. Durante il cammino si trovò in una valle occulta dietro il monte Tifata, vicino Capua, vide il castel Galazia e decise di occuparlo con la forza e da li corse per cacciare i romani da Capua che,a loro volta seppero resistere bene e Annibale per rabbia si avviò verso Roma con l intento di assediarla ma anche li fu respinto. Questo episodio fu scritto anche dal De Sivo nel suo libro Storia di Galazia Campana e di Maddaloni. Maggiori informazioni, invece, si hanno in periodo normanno al quale si fa risalire l edificazione del castello che diventa luogo strategico per la conquista del ducato di Napoli da parte di Ruggero II, come evince dalla cronaca di Alessandro da Telese. Con la fine del regno normanno il valore strategico del castello diminuì come 20

21 testimoniato da un diploma del 1209 dal quale si intuisce che lo stesso è considerato più un tenimento exstramoenia che un baluardo militare. Con Federico II fu di nuovo al centro di vicende storiche importanti, nel 1230, a seguito della pace di Ceprano, fu dato in pegno al papa Gregorio IX. Acquisì di nuovo importanza nella guerra tra angioini e durazzeschi quando fu al centro di diverse operazioni militari. Re Ludovigo d Ungheria venne in Italia con sedicimila uomini per vendicare la morte del fratello Andrea, ucciso la notte del 18 settembre 1345, all età di diciannove anni, nel castello di Aversa per una congiura organizzata da Carlo suo cognato, duca di Durazzo, e fatta eseguire da un gruppo di sicari guidati da Carlo Artus. Si fermò al Castello di Maddaloni che occupò per fronteggiare meglio re Luigi che stava a Capua e che aveva sposato Giovanna, moglie del giovane Andrea ucciso dalla congiura. Giovanna, che era sospettata da re Ludovigo, quando fu riconosciuta non colpevole dal papa Clemente dell uccisione del giovane marito, il re già pago di aver visto morire gli assassini di suo fratello e stanco di stare in Italia partì da Maddaloni per l Ungheria, mentre la regina ritornò dalla Provenza dove si era rifugiata e con il nuovo marito, Luigi, fu incoronata a Napoli. Il Castello di Maddaloni ha ospitato il re Luigi di Taranto nel 1353, quando di persona volle affrontare il ribelle conte di Caserta, Francesco della Ratta. Un giorno il re mentre stava sul verone del castello, gli fu posto davanti un prigioniero amico del ribelle, tante persone si avvicinarono per vedere, all improvviso, per la calca crollò il verone trascinando nel burrone i soprastanti, dei quali diciotto morirono e solo per la prontezza dei riflessi del principe di Taranto che il re Luigi non cadde pure lui e scampò alla morte. Un altro re dimorò nel castello, questo fu Luigi d Angiò, che alla morte della regina Giovanna, ereditò il suo regno che, però fu conteso da re Carlo di Durazzo, varcata la 21

22 frontiera, cavalcò verso Maddaloni e vi si acquartierò. Questo accadde il quattordici ottobre del 1382 e portava con se i più potenti signori di Francia e del regno, con più di quarantamila soldati a cavallo. Il freddo, la peste e il cibo che mancava,in un inverno insolitamente rigido, decimarono i settantamila soldati e i cavalli di quell esercito e il re non potette più attaccare Napoli e lasciato Maddaloni, si diresse verso la Valle Caudina e così i durazzeschi ripresero Maddaloni. 22

23 IV La torre Artus Chiunque giunga a Maddaloni proveniente da qualsiasi direzione, è colpito da questa gran torre che cattura l attenzione, offrendo allo spettatore, la sua magnificenza, la sua potenza, il suo slancio e il suo dominio su tutto il territorio circostante. Molti uomini illustri hanno subito il suo fascino, ma pochi ne hanno parlato e tra questi il giurista Luigi Volpicella, il quale viaggiava spesso, per motivi di lavoro, sulla linea ferroviaria di Maddaloni Superiore per recarsi a Napoli proveniente dalla Puglia. Egli pensò di approfondire le ricerche e scrivere un importante saggio che andò alle stampe sulla rivista Napoli mobilissima nel Anche lo storico maddalonese, Giacinto De Sivo ne subì il fascino, narrando la storia nella sua grande opera Storia di Galazia Campana e di Maddaloni dove la chiamava la torre rotonda. Di questa, n era anche proprietario e li, a volte, si rifugiava per avere un po di tranquillità, per scrivere opere importanti che lo hanno reso famoso e posto all attenzione dei critici del suo periodo. Lo stesso De Sivo, afferma che, di questa maestosa opera non ci sono documenti scritti o progetti che ci possono dare la data precisa della sua costruzione, ma, è sicuro, che sia stata eretta nel quattordicesimo secolo guardando le caratteristiche della sua architettura. 23

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