LA STELLA CHE NON C E

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1 LA STELLA CHE NON C E anno: 2006 nazionalità: Italia durata: 104 minuti scheda tecnica regia: sceneggiatura: soggetto: fotografia: montaggio: musiche: scenografia: costumi: effetti: interpreti: produzione: distribuzione: Gianni Amelio Gianni Amelio Umberto Contarello Ermanno Rea Gianni Amelio Umberto Contarello liberamente ispirato al romanzo "La dismissione" di E. Rea (ed. Rizzoli) Luca Bigazzi Simona Paggi Franco Piersanti Attilio Viti Cristina Francioni Fabio Traversari Paolo Verrucci Ghost Sfx Sergio Castellitto (Vincenzo Buonavolontà) Tai Ling (Liu Hua) Angelo Costabile (Giovane operaio) Hiu Sun (Ha Chong) Catherine Sng (Segretaria) Enrico Vanigiani (Dirigente acciaieria) Roberto Rossi (Dirigente acciaieria) Riccardo Tozzi, Marco Chimenz, Giovanni Stabilini per Cattleya, Rai Cinema, Babe, Carac Film, Rtsi, Achab Film 01 Distribution Gianni Amelio Nasce a San Pietro Magisano in provincia di Catanzaro. Nel 1945 suo padre lascia la famiglia poco dopo la sua nascita per trasferirsi in Argentina in cerca del proprio padre che non ha dato più notizie di sé. Cresce con la nonna materna che insiste per farlo studiare fino alla Laurea in Filosofia ottenuta all'università di Messina. Nel suo mondo poetico centrale è la figura del Padre, con il quale nei suoi film i rapporti sono sempre conflittuali, oppure è assente o lontano mentre le figure di donna sono opache e sfumate. Si forma negli anni '60 lavorando come operatore e poi come aiuto regista in numerose produzioni. L'esordio alla regia è nel 1970 con un film sperimentale "La Fine del Gioco" per la RAI.

2 Nel 1973 realizza "La Città del Sole" sulla vita e l'opera di Tommaso Campanella, ottenendo il gran premio al Festival di Thonon. Nel 1978 con il giallo "La morte al lavoro" ottiene il premio FIPRESCI al Festival di Locarno, il premio speciale della giuria e quello della critica al Festival di Hyères. Con "Colpire al Cuore", presentato a Venezia nel 1982, realizza uno dei più interessanti film italiani degli anni Ottanta. Benché si parli di terrorismo, il tema del film è il difficile rapporto tra padre e figlio, tra giovane e adulto. Dal 1989 in poi inizia per Amelio il periodo più interessante. Nel 1992 con "Il Ladro di Bambini", che è anche il suo maggior successo, ottiene un premio speciale al Festival di Cannes. Di ambizione maggiore sono i successivi "Lamerica" (1994), premiato con il Nastro d'argento, e "Così Ridevano" (1998) Leone d'oro a Venezia, ma entrambi con scarso successo di pubblico. Filmografia (regia) Bertolucci secondo il cinema [1976] - regia La città del sole [1973] - regia, sceneggiatura Colpire al cuore [1982] - regia, sceneggiatura, soggetto Così ridevano [1998] - regia, sceneggiatura, soggetto I ragazzi di via Panisperna [1988] - regia, sceneggiatura, soggetto Il ladro di bambini [1992] - regia, sceneggiatura, soggetto Lamerica [1994] - regia, sceneggiatura, soggetto Le chiavi di casa [2004] - regia, sceneggiatura Porte aperte [1989] - regia, sceneggiatura La stella che non c'è [2006] - regia, sceneggiatura, soggetto Sergio Castellitto Nasce a Roma il 18 agosto La famiglia è originaria di Campobasso. Frequenta l'accademia nazionale di arte drammatica 'Silvio D'Amico', dove si diploma nel La sua carriera artistica inizia a teatro sotto la guida di registi come Luigi Squarzina e Aldo Trionfo. Il debutto cinematografico è nel 1982 con il film "Il generale dell'armata morta" di Luciano Tovoli, con Marcello Mastroianni. Seguono una serie di lavori cinematografici tra cui il riuscito "La famiglia" (1986) di Ettore Scola, accanto a Vittorio Gassman e Stefania Sandrelli; "Rossini! Rossini!" (1991) di Mario Monicelli e "Il grande cocomero" (1993) di Francesca Archibugi, nel ruolo di uno psichiatra alle prese con una ragazza epilettica, con il quale vince il primo Nastro D'Argento. Con "L'uomo delle stelle" (1995) di Giuseppe Tornatore, girato in gran parte nella barocca Ragusa Ibla, ambientato nella Sicilia del dopoguerra, vince il secondo Nastro D'Argento come migliore attore protagonista. Sul piccolo schermo è stato Fausto Coppi nel film tv "Il grande Fausto" di Alberto Sironi e nel 1999, con grandissimo successo di critica e di pubblico, il santo di Pietralcina in "Padre Pio" di Carlo Carlei. Alterna la sua attività fra cinema, televisione e teatro dove debutta nella regia nel 1996 con "Manola", dirigendo Nancy Brilli e Margaret Mazzantini, che ha sposato e con la quale ha due figli. Nel 1999 esordisce come regista cinematografico con "Libero Burro" scegliendo come interpreti principali se stesso, la moglie Margaret e Michel Piccoli. Nel 2002 è protagonista del film di Marco Bellocchio, "L'ora di religione". Ultimamente la sua sfera d'interessi si è allargata anche a produzioni cinematografiche statunitensi.

3 Filmografia A vendre - in vendita [1998] - attore Carcerato [1981] - attore Caterina va in città [2003] - attore Chi lo sa? [2001] - attore Come stanno bene insieme [1989] - attore Con gli occhi chiusi [1994] - attore Concorrenza sleale [2000] - attore Dolce assenza [1986] - attore Don Milani - Il Priore di Barbiana [1997] - attore Ferrari [2003] - attore Una fredda mattina di maggio [1990] - attore Giovanni senza pensieri [1986] - attore Il grande cocomero [1993] - attore Hotel paura [1996] - attore I tarassachi [1991] - attore Il generale del armata morta [1982] - attore Il grande Fausto [1995] - attore In viaggio con alberto [1990] - attore L ora di religione Il sorriso di mia madre [2002] - attore La carne [1991] - attore La famiglia [1986] - attore Laguna [2001] - attore Le cri de la soie [1996] - attore Le grand bleu [1988] - attore Libero burro [1999] - attore, regia, sceneggiatura, soggetto Magic moments [1984] - attore Nero [1992] - attore Nessuno [1992] - attore Non ti muovere [2004] attore, regia, sceneggiatura Padre Pio - Un Santo tra noi [2000] - attore Paris, je t'aime [2006] - attore Paura e amore [1988] - attore Piccoli equivoci [1988] - attore Il regista di matrimoni [2005] - attore Ricete d amore [2001] - attore Rossini! Rossini! [1990] - attore Sembra morto... ma è solo svenuto [1986] - attore, sceneggiatura, soggetto Silenzio... si nasce [1996] - attore Stasera a casa di Alice [1990] - attore La stella che non c'è [2006] - attore Toxic affair [1993] - attore Tre colonne in cronaca [1989] - attore Tu sei differente [1985] - attore L'ultimo bacio [2000] - attore Un cane sciolto [1990] - attore Un cane sciolto 2 [1991] - attore Un cane sciolto 3 [1992] - attore L'uomo delle stelle [1995] Attori Il film raccontato dai protagonisti Le parole di Gianni Amelio Signor Amelio, quali sono, a suo parere, gli elementi che hanno fatto amare i suoi film al pubblico italiano e li hanno resi capaci di varcare le frontiere nazionali? Se c è una cosa che a un regista non è dato conoscere, è per quale misteriosa ragione un film diventi popolare. Se conoscessimo il segreto della popolarità, saremmo tutti più felici di fare questo mestiere. Forse a una domanda come la sua può rispondere più lo spettatore che l autore. Io poso solo fare un ipotesi: aver cercato sempre di raccontare storie di sentimenti forti, con un linguaggio semplice, accessibile, non mettendo mai le ambizioni dello stile davanti alle ragioni del cuore. In Le Chiavi di Casa l'incontro tra padre e figlio avviene a Berlino, in La Stella Che Non C'è teatro dei fatti è la Cina. Quali i motivi che l'hanno spinta ad ambientare all'estero, a differenza dei

4 racconti cui i suoi film si ispirano Nati Due Volte di Pontiggia e La Dismissione di Ermanno Rea queste due storie? Ho ambientato fuori dal Italia entrambi i miei ultimi film, ma per ragioni profondamente diverse. In Le Chiavi di Casa, Berlino era una tela di fondo, un luogo alieno dove l incomunicabilità e la solitudine del padre e del figlio potese avere il giusto risalto. Non c era, cioè, dato il tipo di storia, nesuna volontà di raccontare Berlino. In La Stela Che Non C'è, la Cina è protagonista, anche se è vista con gli occhi di un Italiano. La globalizzazione ridefinisce, pressoché ovunque, la struttura del lavoro e, con esso, anche le relazioni umane di cui esso è composto. Questa ridefinizione fa spesso paura e solleva molte domande. In La Stella Che Non C'è viene azzardata anche qualche risposta? Diciamo pure che mi sento nella stessa condizione di chi si pone le domande, e non in quella di chi trova le risposte. Non tutte almeno, e forse non quelle giuste. Vuole raccontarci l'esperienza, umana e professionale, di girare un film in un paese come la Cina? Ci vorebbe un libro per raccontare quest esperienza. Spero che traspaia dal film. Girando in Cina, ero nella condizione ideale per poter capire, passo dopo passo, i sentimenti del mio protagonista. Tutti e due abbiamo fatto lo stesso viaggio, e tutti e due non da turisti. Forse un paese non lo si conosce mai fino in fondo, se non si vive a stretto contatto con i suoi abitanti. Perciò, quelo che ho imparato dala Cina non l ho imparato dai paesaggi e dai monumenti, ma dalle persone che ho avuto accanto nel mio lavoro. La Cina Ci sono tante Cine ed io ho cercato di mostrarvele. Enormi grattacieli con persone dentro. Ed in ogni appartamento oltre ad abitarci i cinesi lavorano. Tutto il Paese è teso verso una produzione sempre più spinta Per girare il film abbiamo dovuto superare ben tre commissioni di controllo e tutto il filmato è stato poi rivisto dopo il montaggio. Eravamo seguiti durante tutte le riprese. Alcune cose non le abbiamo potute registrare. Ad esempio una sparuta manifestazione di studenti che protestava contro l eccesivo inquinamento e ci hanno impedito di riprendere la moltitudine di gente che va in giro con la mascherina anti smog. Sergio Castellitto e Vincenzo Bonavolontà Spesso gli cambiavo il copione al ultimo momento ma lui non si è mai arabbiato. Accetava i cambiamenti senza protestare. D altronde ha suficiente esperienza per sapere che sul set l ultima parola speta solo al regista Muller Il suo è un personaggio che ha la levatura di un personaggio dei film di Frank Capra E un personaggio con il quale ho stabilito un intimo rapporto di simbiosi. Anche a me, come a lui, dicono che ho un brutto carattere E un personaggio materno Dopo aver visto il film durante la selezione mi ha telefonato dicendomi che si era tolto un peso dallo stomaco perché la Cina che raccontavo non era in contraddizione con quella che lui conosceva così bene.

5 Stelle e nipotine La stela che manca in Italia? L innocenza. Una qualità che proprio noi di una certa età dovremmo avere come obiettivo dopo una vita trascorsa a sbagliare ed a comportarci male. Il film è dedicato alla mia nipotina Audina che peraltro fa anche una piccola parte nel film. E una bambina speciale. Le parole di Sergio Castellitto Come si è preparato al viaggio? Come mi preparo ai viaggi sia in termini geografici che creativi e artistici, nel senso che ho cercato di non dimenticarmi di nulla, di portare tutto in valigia. Io sono uno di quegli attori che ragionano sul personaggio prima, poi quando sono lì recito e basto. Penso che la recitazione sia un gesto emotivo prima che razionale. Paesaggio intorno? La Cina è viaggiare dentro un pianeta dove le immagini vanno dal medioevo alla fantascienza, dall'efficienza tecnologica più avveniristica alla povertà. Dopo "Il regista di matrimoni" durante il quale andava nella Sicilia delle superstizioni, un altro viaggio cinematografico stavolta in Cina. Linee comuni? Ogni protagonista compie un viaggio, sono entrambi uno straniero. Il viaggio è socializzare con un mondo nuovo, con cui viene in contatto. Nel caso specifico del film di Gianni è la storia di un uomo che impara ad essere morbido,. Un uomo che parte rigido, duro molto legato alle sue convinzioni, ma che poi impara a fermarsi. Forse il ruolo più attivo non è quello di muoversi, ma quello di fermarsi nella prateria sperduta. "La Cina non me l'aspettavo così" viene detto nel film...anche lei l'ha pensato? E' un Paese che come tutti sappiamo ha una crescita impressionate che condiziona non soltanto l'interno della Cina, ma l'intero Paese. Non credo che la Cina conquisterà il mondo, ma lo comprerà. Quale stella non ha trovato in questo sua avventura? La stella che ho trovato è l'esperienza in sé, è il privilegio di aver fatto il viaggio. Forse è la stella mancante su quella bandiera, quella che mi piace pensare sia della libertà. Ma forse anche quella della comunicazione. Io se penso alla nostra vecchia Europa ho veramente la sensazione che se faccio il controcampo di ciò che ho visto in Cina, è la differenza tra un cinema d'essai e una multisala. L'Europa è un cinema d'essai. La figura della donna in Cina non è certamente ancora ai livelli di libertà che c'è in Occidente... No, per niente, ma non per questo mancano donne coraggiose ed autorevoli. E' vero che c'è questa ansia di distruggere in Cina? Distruggere no,cambiare forse. Il vecchio non è mai considerato antico. Il concetto di antico in qualche misura non esiste, ciò che è vecchio si butta, si ricostruisce, si rifà. Questa è una cosa che per noi che abbiamo la fissazione del restauro è una cosa inconcepibile. Abbiamo una visione completamente diversa: loro sono proiettati, in una certa misura la memoria, per loro, non esiste. Tenere insieme un paese di un miliardo e trecento milioni, almeno fra quelli censiti, non deve essere facile. Il collante è dato dalla dittatura e dalla potenza economica: una bomba inesplosa.

6 Nel film una battuta di un cinese a proposito degli italiani ("Sono irakeni?") ci fa capire come mentre per noi sono la minaccia, loro spesso neanche sanno chi siamo. Ha avvertito questo loro non rendersi conto della propria forza economica? Sembra che loro siano un po' inconsapevoli della loro forza, della loro potenza. Di povertà ne ho vista tanta, soprattutto nelle campagne. Ma mi ricordo anche il sorriso delle persone, un'accettazione dell'esistenza. Non so, credo che né noi né le prossime generazioni vedranno un cambiamento politico autentico in Cina, ma credo che la parte positiva di questo criticabilissimo sviluppo economico micidiale che stanno avendo, questo utilizzo indiscriminato del capitalismo, nelle mani di un governo autoritario, credo che in ultima istanza produrrà anche una ventata di libertà. Ma ci vorrà tempo. La recitazione è un modo fondamentale per imparare E' stato un viaggio faticoso, profondamente emozionante. Emozionante perché l'identificazione dello stare solo e lontano dal mio mondo, era lo stesso del personaggio. Ho convissuto profondamente con questo personaggio, Vincenzo Buonavolontà è stato il mio migliore amico per tutto il film. Ho cercato di consegnare a lui queste sensazioni. Io non credo nell'immedesimazione nella recitazione, ma nell'identificazione questo sì. Un sentire comune fra attore e personaggio, due vasi che si consegnano a vicenda esperienze. In questo senso volevo che avesse veramente i miei occhi. Ha avuto modo di conoscere il vero operaio sui cui si è ispirato il libro? No, ho parlato con lui solamente una volta per telefono. Ma il libro di Rea è veramente uno spunto Come è stato lavorare con Gianni Amelio? E' stato molto emozionante. Gianni è un uomo che ha il coraggio del suo fervore e si carica per primo della responsabilità della fatica della rabbia della dolcezza di quello che lui vive, è un contagiatore, uno che contagia. Cos' è la stella che non c'è? E' quel manco, quella tessera che dobbiamo mettere noi e che per ognuno è diversa. Vincenzo parte rigido e torna morbido. Ha capito, è quella la sua tessera. Lui non è una persona che ascolta, ma uno che parla quando l'altro ha finito di parlare. Ma alla fine del viaggio impara. Nel film non si parla del passato del protagonista. Avete parlato molto con Amelio di questo prima di iniziare le riprese? Si, dovevamo dare l'impressione che parte un uomo solo, che non ha legami con nessuno. Parte dalla ruggine della prima immagine, l'acciaieria italiana è un cimitero. Un becchino che abbandona un vecchio cimitero per andare verso la luce, il fulgore dell'acciaio. Ed anche l'amore visto che capisce che dopotutto non è importante la valvola, ma altro nella vita. Com'è stato il rapporto con l'attrice? Lei è stata adorabile e ammirabile, ed il bello è che non è un'attrice. E' stato difficile imparare un poco di cinese? Difficilissimo, tant'è che non l'ho imparato! Amelio ha dichiarato che talvolta alcune scene gliele cambiava il giorno prima Vero, alcune la sera prima, altre volte la mattina stessa. Ma io ho accettato con entusiasmo questa cosa. Lui scrive lì, ambienta lì, si lascia trasportare dal posto e corregge, rielabora. E

7 una delle penne che usa è l'attore. Ed io (lo dice sorridendo) sono insomma una bella stilografica! Ormai è l'attore più importante in Italia. Tutti i maggiori film vantano la sua presenza. Ha mai pensato di provare produzioni che non siano italiane o francesi? Io non ho sogni nel cassetto, e detesto quelli che li hanno perché spesso per gli attori confinano con le frustrazioni. Io sono curioso di tutto, di lavorare con un film esordiente o di uno sconosciuto. Io considero il successo come la libertà di scegliere a cosa lavorare. Ha mai rifiutato offerte di produzioni americane o inglesi? Si, è capitato anche in un paio di occasioni molto importanti perché stavo facendo altre cose. Non dico quali film per correttezza verso gli attori che poi hanno scelto di farli. Poi ci sono film che ho scelto di non fare perché non volevo che i miei figli mi vedessero. Progetti futuri come regista? Lo sto scrivendo, ma è ancora un bozzolo. Si è mai ispirato come regista a qualcuno con cui ha lavorato? No, mai. Non c'è bisogno a mio avviso di ispirarti in modo cosciente verso altri. Le esperienze ti entrano dentro, poi escono fuori da sole. Ho lavorato con gente bravissima, ma esplicitamente non ho mai copiato o pensato a nessuno. Al tuo figlio più grande il film è piaciuto? Si, molto. Era stato anche dieci giorni in Cina durante le riprese. Se io penso che quando ero piccolo al massimo andavo ad Anguillara (cittadina sul lago vicino Roma).. Sula cinematografia cinese che qui al festival moltisimo Ho conosciuto il cinema orientale con quel capolavoro che è Lanterne rosse. E poi ho visto anche altri film. Una cinematografia che ammiro molto. Non so se la amo molto, ma la ammiro. Mai scelto un film o rifiutato perché "ideologico". Purtroppo spesso in Italia la cultura è schierata Mai rifiutato per queste ragioni: ho orrore di qualsiasi forma di ideologia. Credo nell'individualità, nelle scelte personali. L'ideologia è deprecabile Il film di Stone sull'11 Settembre però ha avuto molti detrattori proprio perché "patriottico", nonostante a Stone tuto si posa criticare tranne che non sia un pensatore libero Stone davvero guai a chi lo tocca. Poi dietro a quel film c'è una tragedia che non è solo americana, ma una tragedia che ha cambiato le vite di tutti noi, di tutti i miei figli. Probabilmente anche dela storia raccontata qui per certi versi Esatto. Ha cambiato il mondo. E' diverso l'approccio che ha tra un film per la televisione e uno per il cinema? No, sono sempre film. L'importante è fare le cose per bene. Sto per fare un film per la tv molto bello, sulla camorra e su di un prete che va a salvare i ragazzi che rischiano di entrarci

8 Manca un poco in Italia un cinema impegnato come era quello di Rosi? Tutto è politico, ma quel cinema lì oggi non so quanto potrebbe andare. Rosi, Petri, due giganti, pur volendo raccontare la politica, la storia, mettevano al centro la drammaturgia, la potenza dei caratteri, dei personaggi. Come fa il grande cinema americano che se fa The insider, però il codice non è la politica, ma la relazione psicologica tra i due protagonisti. Per chiudere: due anni fa Amelio si presentò qui al festival con Le chiavi di casa, e dopo non aver vinto nessun premio ci furono tantissime polemiche. Sentite un poco la responsabilità di dover ambire al Leone d'oro con questo film? Beh è un film che è costato tanto sia da un punto di vista economico e creativo. Ottanta giorni meravigliosi, ma faticosi, quindi c'è una spugna di emozioni, di fatica e di lavoro che lo compongono. E' chiaro che uno lo porta a questo festival con la speranza che piaccia. Poi per quanto mi riguarda credo che il primo premio sia il pubblico, poi tutto il resto sono foto e copertine. Le recensioni Emanuela Martini (Film TV) Dopo gli andirivieni dal sud al nord e dal nord alsud del Italia, dopo l Albania, dopo Berlino e le sponde del Mare del nord, Gianni Amelio si avvia a un viaggio ancora più complesso: uno in Cina, a Shanghai, e da Shanghai a ritroso lungo il corso del fiume Yang Tze, fino alle pendici del Tibet. È infatti ambientato in Cina il suo nuovo film, La stela che non c è, le cui riprese iniziano il 5 maggio e si protrarranno fino alla fine di luglio. Il film, scritto da Amelio con Umberto Contarello, nasce da La dismissione, il romanzo di Ermanno Rea che racconta di un tecnico del uva, l acciaieria di Napoli chiusa dopo un secolo di vita, incaricato delo smontaggio del suo impianto, venduto ai cinesi, e ossessionato dal bisogno di Eire un lavoro perfetto, quasi il coronamento della sua vita professionale. Fin qui il romanzo. Da qui, il film di Amelio, che comincia dove il libro finisce (Rea è al corrente del cambiamento radicale), quando cioè il protagonista scopre che nella macchina che i cinesi hanno comprato e instalato c è un difèto, un pezzo, una stela, che non c è. E parte per la Cina, senza sapere in quale delle tante acciaierie del paese la macchina sia stata installata, per cercarla e riparare il guasto, coreggere l erore. «È un film contro la cialtroneria - ci ha raccontato Amelio -. Un film sulla necessità di fare le cose bene, qualsiasi cosa. Il protagonista è una sorta di Don Chisciotte che combatte non contro i mulini a vento, ma contro un vizio radicato nella mentalità di oggi, l approsimazione. E che crede ancora nela manualità, nel fato che la sua presenza sia indispensabile per riparare la macchina. Sono due perciò i sentimenti che lo muovono: l idea che ancora oggi con le mani si lavori meglio che con cento macchine e l orgoglio di un lavoro ben fatto. Ma - aggiunge il regista, che è già stato raggiunto a Shanghai dal protagonista, Sergio Castellitto - questo è il tesuto interno, lo spinto del film, che ha un andamento speso leggero, picaresco. E che richiede, prima di tutto, una lettura istintiva, emozionale». Come tutti i film di viaggio, La stela che non c è si confronta con certe mitologie ormai clasiche, e se ne appropria: il senso dela scoperta, l impato con un mondo sconosciuto e le finestre che ti si aprono davanti. E naturalmente gli incontri, soprattutto uno, con una ragazza cinese che fa da guida al protagonista ed è il suo corrispettivo nella Cina moderna. «Come lui, anche lei combatte contro qualcosa. contro le contraddizioni del suo paese in mutamento, nel quale oggi un liberismo fin troppo esibito convive con larigidità di un passato tut altro che estinto. Sono due persone che, nonostante le enormi differenze, hanno molto da scambiarsi». L interprete cinese si chiama Ting Zhou, ha 22 anni, parla italiano, e Amelio l ha scelta dopo averla incontrata al università di Pechino. Insieme a lei e ad alcuni dei collaboratori abituali del regista (il direttore della fotografia Luca Bigazzi, la montatrice Simona Paggi, il musicista Franco Piersanti), sono molti i tecnici e professionisti cinesi della troupe, con ruoli importanti; e cinesi sono quasi tutti gli:atori, speso non profesionisti. A risolvere gli immancabili problemi di un set complicato e on

9 the road come la sua storia, uno specialista : il produtore esecutivo Mario Cotone, che ha lavorato per L ultimo imperatore e Piccolo Buddha di Bertolucci e per il Marco Polo televisivo (oltre che con Amelio per Così ridevano) e che realizza il film per Cattleya e Raicinema. Amelio afronta l avventura con lo steso spinto e lo steso rigore da amanuense del suo personaggio: «Anch io scopro con lui, paso paso, un paese sconosciuto, verso un finale che porta verso altri orizzonti. Credo che anche questo, come tutti i viaggi, sarà ritemprante. Il mio personaggio si mette in cammino per esorcizzare la perdita di qualcosa (il contatto fisico con la macchina), ma finisce per trovare la spinta per ricominciare. E proprio questo vorrei che il film trasmettesse: non il pianto per una perdita, ma la voglia di scoprire il nuovo» Roberto Escobar (Il Sole-24 Ore) Vincenzo Buonavolontà (Sergio Castelito), così si chiama il protagonista di La stela che non c è (Italia, Francia, Svizzera e Singapore, 2006, 104 ). Nel suo cognome c è la sua storia. C è il suo passato di immigrato, 30 e più anni fa, quando il cammino della speranza di milioni di italiani andava dal Sud al Nord, dalla miseria di terre contadine alle fabbriche di Torino, Milano, Genova. E c è, in quel tenero, solidisimo cognome, anche il suo presente. E di nuovo in viaggio, Vincenzo, ma adesso attraverso una Cina che forse gli ricorda le periferie operaie della giovinezza, colme di bambini, di fumo, di panni stesi ad asciugare. E sempre, ora come allora, lo guida la sua buona volontà, la sua dignità che porta in sé la memoria antica del lavoro, del saper fare, del voler fare. Non è solo un pretesto narrativo, quello che spinge Vincenzo fino allo Yangtze e oltre. Il piccolo pezzo di altoforno che porta con sé, avvolto in un foglio di carta, certo non è proporzionato ala sua decisione di partire, e di perdersi in un mondo del tutto sconosciuto. Non lo è in senso narrativo stretto, realistico. Lo è invece per il valore.,in quella centralina tirata a lucido, e rinforzata con un perno d acciaio speciale, c è la sua vita, c è il valore dela sua vita. Era, quel valore, ben dentro la masa imponente del altoforno. Lì, in quela macchina titanica e insieme fragile, stavano il suo lavoro, il suo saper fare, il suo voler fare. E ancora ci stanno, ancora adeso che da Genova l altoforno è stato spostato dal altra parte delmondo, in una città di cui fatica a pronunciare il nome. Alle sue spalle Vincenzo non ha solo la sua storia personale. Ne ha anche una di classe, come lui stesso avrebbe detto una volta. E infatti, nel frastuono di megalopoli colme di grattacieli o nella miseria di bambini costreti a pulire squalidi capannoni industriali, ancora gli viene da ricordare il compagno Deng. Lo fa di sfuggita, e con ironia, rivolgendosi ala giovane Lin Hua (Ling Tai). E però basta quel cenno, per intuire la distanza che losepara non tanto dal Italia, quanto dala sua coscienza di 30 e più anni fa, e anche dale sue ilusioni d alora (quanto agli italiani, dice sarcastico a Ling Tai, mi basterebbe che fossero «un po meno aroganti, un po meno cialtroni. che avesero un po più di rispeto»). Non è più clase, non è più masa, Vincenzo. Ora è se steso, solo se steso. Lo è in una solitudine che al inizio di La stela che non c è minaccia di ridure a niente persino l altoforno, con l enorme corpo nero abbandonato, senza più una storia che lo faccia essere quel che è. Anche Vincenzo non ha più una Storia che lo contenga, che gli dia senso. E però non è un vinto con lo sguardo rivolto al indietro. Al contrario, è ben certo di sé. Lo è per il suo lavoro durato una vita, che non è stato alienato (come forse egli steso avrebbe deto, 30 e più anni fa). Con il proprio saper fare e voler fare ha costruito e curato se stesso, prima ancora che l altoforno. Lo ha fato con un rispeto per la macchina che è diventato rispeto di sé. E forte di questo rispetto, che e la sua ricchezza, ora può attraversare la Cina con le sue molte lingue incomprensibili, con la sua vastità imprevedibile. Non ha paure, Vincenzo. Non vede pericoli, dal altra parte del mondo. Non ne vede di più che in Italia,dove forse si sente ugualmente straniero. Sa a chi deve consegnare la sua centralina, anche se non sa dove. Lo cerca nelle città dense di uomini e di donne e nel vuoto di spazi sconfinati, quel suo interlocutore. Non conta se, lungo il cammino, vede cose grandiose e terribili: miserie, sfruttamento, abbandono, e la conferma che ovunque esplode una forza che non tiene conto dei singoli, ma che tutti li gioca e li costringe. Insomma: cose che minacciano di ingigantire la sua solitudine, e di ridurre a niente il suo rispetto dì sé. È un viaggiatore coraggioso, in ogni caso. Lo è fin dalla giovinezza. E ora che ha passato i

10 cinquanta anni è anche un viaggiatore accorto. Alla fine lo incontra, il suo interlocutore. E il solo che, in quel Paese enorme, riconosca il piccolo pezzo d altoforno, con il perno d acciaio speciale. I due parlano la stessa lingua, fatta non di parole ma di lavoro e intelligenza. Non importa che,poi, la centralina sia buttata in un angolo, tra vecchi pezzi di ferro arrugginito. Non importa perché Vincenzo Buonavolontà ha tenuto fede a se stesso. E ora, seduto con Ling Tai in una stazione ferroviaria perduta nel mezzo della Cina, quel suo cognome sembra alludere non più solo al suo passato e al suo presente, ma anche al suo futuro. E questa impressione è solo attenuata, non vinta, dal sorriso triste che i due hanno negli occhi. Maurizio Porro (Il Corriere della Sera) Viaggio in Cina di un operaio «dismesso» per sostituire la centralina di un impianto, ma la materia del film di Amelio muta sotto i nostri occhi. Bravissimo, Castellitto offre la radiografia del cuore, conquista la sua tenerezza e guarda senza pregiudizi un altro mondo con l' aiuto di una cinese ragazza madre. Parte in camion la crisi esistenziale e la portata morale, tipica di Amelio, d' una ricerca intrisa di illusioni e delusioni: per ottenere altri valori piangere fa bene. Road movie doppio all' Antonioni con finale di speranza e un discorso che da concreto si fa, per magìa di cinema, astratto e interiore, come se il regista filmasse e firmasse con una dolcezza superiore alla sua media sguardi, silenzi, sospensioni di chi ha sprecato la vita e non lo sa. Tema classico, la voglia di paternità. E la stella che manca è l' innocenza, infatti forse è quella di un giocattolo. Tullio Kezich (Il Corriere della Sera) Nel romanzo di Ermanno Rea La dismissione il protagonista si chiama Buonocore, nel film La stella che non c' è (incarnato con travolgente, viscerale partecipazione da un grande Sergio Castellitto) diventa Buonavolontà. Il cambiamento è significativo perché sullo schermo il regista Gianni Amelio celebra proprio l' ottimismo della volontà. Scrivendo il libro su ispirazione di un ex manutentore specializzato delle colate continue, Rea aveva allargato la cronaca dello smontaggio dell' Ilva di Bagnoli alla demotivazione personale di uno dei neodisoccupati. Nel film, che iniziando dove il libro finisce inventa un seguito, il protagonista ha patemi d' animo in omaggio alla missione che si è imposto. Ovvero quella di informare i cinesi, acquirenti dell' acciaieria, di un difetto grave che potrebbe comportare morti e feriti se non si adotta la soluzione da lui scoperta. Nell' ansia di consegnare la centralina modificata Buonavolontà non esita a prendere l' aereo per Shanghai, ma non basta perché nel frattempo l' impianto è passato di mano in mano e nella crescita selvaggia di un confuso panorama industriale è difficile ritrovarlo. Donde un viaggio da «road movie» che porta l' italiano, scortato dall' interprete Lin Hua (la deliziosa non attrice Tai Ling) con la quale nasce un pudico rapporto, sulle onde del Fiume Azzurro: da Wuhang all' inferno urbano di Chongquing, dal villaggio di Ci Qi Kou (dove la ragazza madre nasconde il suo segreto) fin dentro la Mongolia. A cavallo fra documentario e metafora, La stella che non c' è tenta di restaurare e giustificare il desueto stupidissimo slogan «la Cina è vicina». In altri tempi, per una sfilata di immagini firmate di un Paese che l' aveva conquistato e commosso, Michelangelo Antonioni fu perseguitato come spia dell' imperialismo; e qui al Lido vedo ancora in giro qualche intellettuale nostrano che si associò alla condanna. Per cui viene spontaneo chiedersi: cosa diranno oggi i cinesi del film di Amelio? Dove a un amore almeno pari a quello di Antonioni corrisponde uno sguardo molto più spregiudicato sul degrado e il rischio della catastrofe. La stella che non c' è è la cronaca di una piccola epopea senza scopo (si veda dove finisce la famosa centralina ), ma è insieme una fiera elegia dell' orgoglio di fare bene il proprio lavoro pur consci di vivere in un' epoca dove la cosa addirittura disturba. Stupendamente fotografato da Luca Bigazzi, musicato da un ispirato Franco Piersanti che sa far cantare le fabbriche, evidente frutto della dedizione di una troupe in trasferta sposata alla disponibilità dei nativi, questo è un prezioso film da meditazione destinato senza dubbio a restare.

11 Natalia Aspesi (La Repubblica) Gianni Amelio con il suo La stella che non c'è, primo dei due film italiani in concorso, accolto da otto minuti di applausi alle prime proiezioni, porta alla Mostra una Cina mai vista prima, soprattutto nei film cinesi: quella che il cinquantenne manutentore napoletano disoccupato Sergio Castellitto attraversa alla ricerca di una sua Shangri-La, di quella ormai per lui mitica acciaieria che ricostruita chissà dove con gli altiforni smantellati della Ilva di Bagnoli ormai chiusa, nasconde un difetto pericoloso, che solo lui crede di poter eliminare. Ispirato a "La dismissione" di Ermanno Rea, il film di Amelio ha commosso critica Internazionale e pubblico, e anche il vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli che ieri mattina alle 8 si è messo in fila con gli spettatori trascinando anche il suo staff. «Lo volevo vedere a tutti i costi e non potevo aspettare la presentazione ufficiale perché alla festa della Margherita a Caorle mi attende un probabile incontro con Berlusconi (poi saltato, ndr)». Ha definito il film «possente, trascinante», e il regista lo ha ricambiato complimentandosi per la nuova legge sul cinema che gli pare perfetta. Vincenzo Buonavolontà (Castellitto) trova il suo Virgilio nella studentessa-interprete Liu Hua (l'esordiente ventenne Tai Ling) e con lei inizia un viaggio che è una discesa all'inferno nel cuore dell'immenso paese delle contraddizioni, comunista e consumista, ricchissimo e miserevole, all'avanguardia e retrogrado: dai lussuosi grattacieli di vetro di Shanghai con i suoi uffici eleganti, simbolo di una società opulenta, in treno sino alla città di Wuhan dove vivono 8 milioni di persone e ancora troneggiano gigantesche statue di Mao, lungo lo Yangsi sino a Chongqing, 13 milioni di abitanti, con gli spaventosi grattacieli da 70 piani dove s'ammassano anche l2mila inurbati in cerca di lavoro, in pullman al villaggio di Yinchuan, dove ancora i contadini sopravvivono coni loro piccoli commerci artigianali, in camion a Baotou dove finalmente Castellitto trova il gigante siderurgico costruito con i resti dell'acciaieria napoletana e riesce a consegnare il suo prezioso marchingegno: il viaggio è finito, e Castellitto, più bravo dei solito, che sino a quel momento ha mostrato un viso febbrile, chiuso, un po'folle, può finalmente sorridere e piangere. Chi è Vincenzo? «È uno di quei cinquantenni solitari che si ritrovano di colpo senza il lavoro cui hanno appassionatamente dedicato tutta la vita. Ha la tempra di certi capitani di ventura del passato che partivano verso l'ignoto, ma anche di un mio nonno semianalfabeta che a vent'anni partì da solo per l'argentina e si costruì una nuova esistenza». Da ragazzo Amelio ha avuto la sua fase maoista e a Hong Kong dove era andato a girare la sua prima pubblicità, si comprò il Libretto Rosso, in cinese, per essere più rigoroso. La distruttiva rivoluzione culturale gli sembrava un'idea esaltante: se lui di origine contadina era diventato un intellettuale, perché gli intellettuali non dovevano diventare contadini? «Oggi la Cina è soffocata da un sistema burocratico duro, dittatoriale, su cui si è installato il peggio del capitalismo a scapito della vita dei lavoratori. Dovunque abbiamo girato i cieli erano grigi, nebbiosi, impenetrabili, a causa dell'inquinamento a livelli spaventosi. Abbiamo visto il sole solo quando abbiamo raggiunto la Mongolia interna. Tutta la troupe prima o poi si è ammalata, di dissenteria e altro». Tre mesi di sopralluoghi, nove settimane di riprese, un tempo infinito per superare le vane commissioni di controllo, che noi chiameremmo di censura. «Non volevano che girassimo nelle acciaierie di Chongqing, che sono uno dei luoghi più spaventosi della terra, dove le donne fanno da mangiare tra i miasmi velenosi e i bambini scalzi e abbandonati girano tra i detriti dell'acciaio: poi abbiamo ottenuto il permesso, con i soliti angeli custodi gelidi che assistevano alle riprese. Con un trucco siamo riusciti a ricostruire queste scene ma temevamo che poi i vari controllori ci avrebbero chiesto, anzi consigliato gentilmente, di eliminarle. Invece quello strazio non ci ha colpiti per niente, si vede che ci sono abituati». Un altro momento sconvolgente dei film è quando Castellitto e la ragazza cinese s'inerpicano sulle scale del grattacielo slabbrato e cadente, vero brulicante alveare umano, in cui in ogni loculo vive una famiglia, c'è un laboratorio, si svolge un commercio, esercita una prostituta. Non hanno protestato? «Hanno insistito perché togliessimo la frase "hanno costruito grattacieli ma non gli ascensori", che offendeva il loro concetto di progresso. Però non l'abbiamo fatto e si sono rassegnati. Sono stati invece implacabili nel far togliere le mascherine

12 antinquinamento alle comparse, perché davano un'immagine secondo loro offensiva della loro gloriosa industrializzazione. Poi sono riuscito a filmare le operaie vere che anche fuori dalla fabbrica non si tolgono la mascherina». Ovunque la macchina da presa riprende i meravigliosi bambini cinesi sempre soli, come abbandonati, e a un certo punto da un televisore, spunta una biondina di tre anni: «È Alma, la figlia del mio figlio adottivo albanese, che avevo scelto per interpretare "Lamerica". Si è sposato e ho finito per adottare tutta la sua famiglia, che è diventata la mia: sono appena nate due gemelline che ho lasciato inquieto nell'incubatrice in ospedale. Ma l'evento inaspettato che mi ha sconvolto la vita è un altro. Io ho fatto tutte le esperienze che volevo, non ho lasciato nulla d'intentato, ma desideravo un altro tipo di amore. E infatti mi sono innamorato come non mai della ragazzina cinese dei mio film, che come tanti attori ha un bisogno tattile verso il suo regista, e mi stava vicino, e mi toccava. Io mi sono avvicinato a lei con cautela, ma ho 61 anni, e Tal Lirig 21, è un vuoto di vita ed esperienze che neppure l'amore può colmare. Così ho deciso di fuggire e di limitarmi a fare il nonno e di far crescere le mie nipotine. Questa esperienza interrotta ha cambiato anche il mio modo di lavorare, mi ha fatto capire il valore della tenerezza, mi ha suscitato un senso più materno che paterno verso i personaggi, verso gli attori di questo mio ultimo film». Luca Pacilio Trato dal romanzo di Rea La dismisione, il film di Amelio descrive l impresa donchisciotesca di Buonavolontà (nomen homen), carattere fuori dagli schemi, protagonista di un viaggio quasi favolistico in una Cina che scopre diversa da quela immaginata e suggerita dai media. L esperienza nel gigantesco Paese, tra coincidenze irreali e incontri di varia umanità, si impregna di riflessioni sullo stato delle cose, sulle contraddizioni di un popolo diviso tra tradizione atavica e progresso dilagante, di sguardi su una realtà che incombe, ed è il nucleo centrale di un film che parte piuttosto bene: l incipit, la cosa migliore di tuta la pelicola, è denso - un paio di colpi d ala di indubbia suggestione - ma costituisce una premessa purtroppo fuorviante. Non appena inizia il girovagare del protagonista nel teritorio cinese l opera si sgretola pian piano metendo in luce i difeti di una sceneggiatura totalmente inadeguata, piena zeppa di semplicismi, sottolineature e irritanti imbeccate allo spettatore. Amelio non ha il coraggio di assecondare a pieno la forza delle sue immagini e gira l ennesimo film dentro la notizia senza rinunciare a chiuse didascaliche e a toni disimulatamente predicatori. Fiaccatada una dialogistica esile, la pelicola, itinerante com è nela cifra del regista, non riesce neanche a chiudere la partita in tempo (il pianto di Castellitto, in una prova non folgorante, poteva esere un the end dignitoso) non rinunciando al appiccicaticcio siparietto finale, che ci rassicura sul destino dei protagonisti ma non certo sulo stato di forma del autore. Luca Baroncini Si dirà che l'importante è viaggiare e non giungere a destinazione, ma per comprendere appieno il senso del viaggio è necessario almeno capirne le motivazioni. Il problema del film di Gianni Amelio è proprio nella sceneggiatura (per restare nella metafora, ciò che dà carburante al film permettendo al viaggio cinematografico di compiersi). L'on-the-road in un paese che alterna la monumentalità e il caos delle grandi città alla vita rurale dei piccoli paesi sparsi nella immensa provincia, è molto interessante e istruttivo, perché mostra la doppia faccia della Cina attuale: un enorme cantiere a cielo aperto dove si rincorre la modernità senza tenere conto delle persone, intese non come forza lavoro, ma come esseri umani in cerca, come tutti quelli che possono permetterselo, di serenità e gratificazione. Parlare in Cina di diritti del cittadino e del lavoratore appare quanto mai illusorio e il film mostra i luoghi e le facce, fa sentire gli odori, mettendo lo spettatore in grado di comprendere meglio le contraddizioni di una realtà geograficamente lontana. Al di là dell'immersione in un'altra cultura, però, la storia e il suo sviluppo hanno gambe assai fragili. Intanto perché del protagonista non sappiamo nulla, se non che è (era?) un operaio specializzato nella manutenzione di un altoforno venduto a una società cinese. Forse è un idealista (già il

13 cognome Buonavolontà è un segnale), ma per tutto il film ci si domanda chi paghi il suo viaggio e il motivo di tanta determinazione nell'affrontarlo. Poi, appena arrivato a Shanghai, città con milioni di abitanti, incontra per caso, e riconosce, l'interprete cinese che aveva visto mesi prima in Italia per non più di cinque minuti. Ma le coincidenze non sono finite e pure il finale a mezze tinte propone un improbabile ritrovarsi dei due protagonisti in una stazioncina persa nel nulla. La strana coppia, l operaio e l interprete locale, nela parte centrale funziona invece a dovere, nel senso che il confronto tra culture diversissime soddisfa la curiosità e trova momenti di tenerezza coinvolgenti. Poi un sentimentalismo un po forzato prende il sopravvento e mina ulteriormente le già deboli basi narative. Peccato, perché l occasione era davvero perfeta per fare incontrare le ragioni del cuore con un inconsueta indagine sociale. Nela freddezza del risultato si distingue comunque l otima interpretazione di Sergio Castellitto, ancora una voltacapace di incarnare pregi e difeti del italiano medio con una studiata misura in cui gli egoismi bilanciano gli slanci afetivi. Un tipo che forse esiste prevalentemente al cinema, ma capace di ofrire importanti appigli al immedesimazione. Alessandro Baratti Pur al interno di una concezione cinematografica già ampiamente perlustrata, La stela che non c è riesce a indovinare, sopratuto nela prima parte, quel equilibrio tra documentario e finzione che Le chiavi di casa non arrivava a sfiorare neanche lontanamente. Se infatti nel precedente film di Amelio la marcata impostazione semidocumentaristica risultava disintegrata dal artificiosità dela recitazione, dal abuso dei primi piani e dala ricerca del intensità a tuti i costi (peculiarità, quest ultima, che ammorba quasi tuto il cinema italiano e che d ora in poi chiameremo operazione intensità ), La stela che non c è è un film che tiene e respira maggiormente, alargandosi più volte al oservazione degli ambienti, ala descrizione dele atmosfere e, sopratuto, al iscrizione dei corpi nello spazio. Nei momenti più felici il film vive dello scambio e delle dinamiche che i corpi intrattengono con i luoghi, molto spesso portatori di un forte senso di verità: non si tratta di semplice illusione referenziale, ma di un ancoraggio realista che restituisce la presenza tangibile e concreta delle situazioni rappresentate. Basti pensare alle sequenze iniziali, in cui Vincenzo Buonavolontà (interpretato da Sergio senso di colpa Castelito) è leteralmente sovrastato dal altoforno o inserito in interni che lo incorniciano e lo opprimono pesantemente. In questi frangenti, senza ricorrere a stratagemmi retorici o espedienti didascalici, il condizionamento del contesto si manifesta in un eficace e lapidaria espressione visiva. Cosa che del resto si verifica nuovamente durante il viaggio lungo lo Yangtze, quando lo sguardo di Amelio, solidale a quello di Vincenzo, si lascia impresionare dal inquietante imponenza dei paesaggi e dele cità che si innalzano improvvisamente dal fiume. Purtroppo non convince la dimensione evenemenziale del film, troppo implausibile per appassionare davvero e troppo poco suggestiva per affascinare e incantare: con tutte le sue coincidenze e incongruenze la trasferta cinese di Vincenzo richiede una sospensione del incredulità francamente spropositata, mentre la componente favolistica è gestita così maldestramente da far pensare più a una soluzione d emergenza che a una strutura narativa profonda. La debolezza del intreccio limita sensibilmente anche l emotività del mélo non conclamato: per quanto l intesa tra Castelito e l esordiente Tai Ling non sia tra le peggiori viste sulo schermo, l artificiosa intermitenza dei loro incontri e la spigolosa programmaticità dei loro avvicinamenti rendono la progressione sentimentale scarsamente verosimile, riducendo la credibilità del loro rapporto alla sola reciprocità fisica. Fotografia efficacemente atmosferica di Luca Bigazzi e suono in presa diretta splendidamente ruvido e caotico di Remo Ugolinelli.

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