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3 Scatti

4 Suzanne Joinson GUIDA PER SIGNORE IN BICICLETTA SULLA VIA DELLA SETA Traduzione di Veronica La Peccerella 2012 Suzanne Joinson I diritti morali dell Autore sono assicurati dalla legge. Pubblicato in accordo con Marco Vigevani Agenzia Letteraria. La mappa a pagina 10 è 2012 John Gilkes. Illustrazioni 2012 Sarah Greeno. I versi a pagina 9 sono Mahmoud Darwish. Nonostante la casa editrice abbia compiuto tutti gli sforzi necessari per rintracciare il proprietario dei diritti del materiale riprodotto in questo libro, ciò non è stato possibile. La casa editrice resta quindi a disposizione dei proprietari e, a tal fine, può essere contattata all indirizzo in questa pagina. Titolo originale: A Lady Cyclist s Guide to Kashgar Traduzione dall inglese di Veronica La Peccerella I edizione giugno Lit Edizioni s.r.l. Elliot è un marchio di Lit Edizioni. Sede operativa: Via Isonzo Roma

5 A Ben

6 Qui termina il viaggio degli uccelli, il nostro viaggio, il viaggio delle parole, e dopo di noi verrà un orizzonte per uccelli nuovi. Saremo noi a forgiare il rame del cielo, quel cielo che verrà a tracciare le strade dopo di noi e farà ammenda per i nostri nomi sui remoti declivi delle nuvole. Presto scenderemo la discesa della vedova nei campi della memoria e alzeremo le tende agli ultimi venti: che soffino per la gloria della poesia, e soffino sulla strada della poesia. Dopo di noi, che sboccino ancora piante nuove su strade che solo noi e i nostri passi ostinati battemmo. E saremo noi a scolpire sulle ultime rocce, Lunga vita alla vita, lunga vita alla vita, e a ricadere su noi stessi. E dopo di noi verrà un orizzonte per uccelli nuovi. MAHMOUD DARWISH, Qui termina il viaggio degli uccelli Un uccello dell aria riferirà le tue parole e un signore delle ali dirà i tuoi discorsi. Ecclesiaste, 10:20

7 Il viaggio di Evangeline da Kashgar a Chuguchak, 1923 Alcune cose da ricordare: Studiate il paese in cui avete intenzione di recarvi e la superficie della strada, leggete con competenza la mappa, sappiate qual è la vostra rotta, la sua direzione generale e così via. Osservate sempre la strada che percorrete; portate con voi un piccolo blocco e annotate tutto ciò che sia degno di interesse. MARIA E. WARD, Ciclismo per signore (1896) Guida per signore in bicicletta sulla Via della Seta Note Kashgar, Turkestan orientale, 1 maggio 1923 Devo constatare, mio malgrado, che persino Ciclismo per signore CON INDICAZIONI SU: ARTE DEL PEDALARE CONSIGLI AI PRINCI- PIANTI INDUMENTI MANUTENZIONE DELLA BICICLETTA MEC- CANICA ALLENAMENTO ESERCIZIO ECC. non si dimostra di alcuna utilità nel cavarmi d impaccio: ci troviamo in una tale situazione. Sarà meglio che inizi dalle ossa. Erano riarse, scolorite dal sole, e sembravano piccoli flauti, così ho gridato al carrettiere di fermarsi. La sera era appena iniziata: ansiose di arrivare a destinazione avevamo viaggiato, secondo gli usi britannici, per la parte più calda della giornata. Erano ossa di uccelli, ammonticchiate davanti a un albero di tamerice, e immagino che, se solo fossi riuscita a scorgerlo, avrei potuto leggere il mio destino nel disegno che tracciavano sulla polvere. 11

8 È stato allora che ho sentito il grido. Un suono orripilante, che proveniva da un gruppo di tronchi di pioppi morti, la cui presenza non faceva nulla per alleviare la natura desolata di questa particolare piana desertica. Sono smontata, guardandomi alle spalle in cerca di Millicent e di mia sorella, Elizabeth, ma non sono riuscita a vedere nessuna delle due. Millicent preferisce andare a cavallo che sui carretti: in questo modo le è più facile fermarsi a piacimento per fumare una sigaretta Hatamen. Per cinque ore, il nostro sentiero è sceso attraverso un bacino polveroso, il cui fondo era punteggiato da alberi di tamarisco che affioravano da dune di terra e sabbia accumulate sulle loro radici; e poi, questi pioppi morti. I rami ritorti di un haloxylon con la corteccia grigia si aggrovigliavano tra i tronchi, e al di là del cespuglio c era una ragazza in ginocchio, chinata in avanti, che faceva un incredibile chiasso, come se ragliasse. Senza fretta, il carrettiere mi ha raggiunta e siamo rimasti lì a osservarla, lui che masticava il suo stecchino di legno insolente e losco come tutti i suoi pari senza dire nulla. A quel punto lei ha alzato lo sguardo verso di noi. Avrà avuto dieci o undici anni, e una pancia gonfia come un melone Hami. Il carrettiere si limitava a fissarla e, prima che potessi aprir bocca, lei è caduta in avanti, il viso a terra, la bocca aperta come per mangiare la polvere, e ha riattaccato con i suoi gemiti snervanti. Dietro di me ho sentito gli zoccoli del cavallo di Millicent battere sulla pavimentazione dissestata del sentiero. «Sta per partorire» ho detto, indovinando. Millicent, il nostro capo designato, una rappresentante dell Ordine Missionario del Volto Immutabile e nostra benefattrice, ci ha messo un eternità a separarsi dalla sella. Evidentemente le lunghe ore di viaggio l avevano irrigidita. Gli insetti vibravano intorno a noi, attirati dal rinfrescarsi dell aria torrida. Ho osservato Millicent. Nessun panorama, lì nel deserto, poteva essere più incongruo di lei che smontava sgraziata dalla sella, il naso prominente che fendeva l aria e un grosso anello di rubino sulla mano, in contrasto con l abbigliamento di foggia maschile. «Così giovane, appena una bambina». Millicent si è chinata e ha sussurrato qualche parola in turki 12 alla ragazza. Qualsiasi cosa abbia detto ha provocato un urlo e poi dei terribili singhiozzi. «Sta per succedere. Ci serve un forcipe». Millicent ha ordinato al carrettiere di avvicinare il veicolo con le provviste e ha iniziato ad armeggiare tra i nostri bauli, cercando la valigetta del pronto soccorso. Mentre lo faceva, io ho visto che un gruppo di donne, uomini e bambini forse una grossa famiglia veniva nella nostra direzione dal sentiero, dandosi di gomito stupiti e indicando noi, diavoli stranieri con i capelli come paglia, reali come qualsiasi altra cosa sul loro cammino. Millicent ha alzato lo sguardo verso di loro, poi ha usato la sua voce da predicatore: «Fatevi indietro e lasciateci spazio, per favore». Chiaramente scioccati dall accuratezza delle sue parole, ripetute sia in cinese che in turco, i nativi si sono sistemati come se stessero posando per una fotografia, tacendo solo quando la ragazza nella polvere si è chinata in avanti, reggendosi sulle mani e le ginocchia, e ha iniziato a urlare tanto forte da uccidere gli alberi. «Eva, sorreggila, sbrigati». La bambina che gridava, con quell abominio di stomaco gonfio, mi sembrava un gatto selvatico con la bava alla bocca, e non volevo toccarla. Ciò nonostante, mentre mi inginocchiavo nella polvere davanti a lei, ho fatto in modo che appoggiasse la testa sulle mie ginocchia e ho tentato di accarezzarla. Ho sentito Millicent che chiedeva aiuto a una donna anziana, ma quella strega si è ritratta, come se entrare in contatto con noi potesse contaminarla. Con il volto della disgraziata ragazza contro le gambe, ho sentito qualcosa di umido sulla sua bocca: forse ha cercato di mordermi, ma poi si è staccata bruscamente ed è tornata a terra. Millicent ha lottato con lei, facendola voltare supina. La ragazza lanciava gemiti strazianti. «Tienile la testa» ha detto Millicent. Io ho cercato di farla star ferma mentre Millicent le divaricava le ginocchia e le spingeva in basso con i gomiti. Gli indumenti che aveva intorno al pube sono venuti via facilmente. Mia sorella non era ancora arrivata. Anche lei preferisce viaggiare a cavallo, in modo da potersi allontanare a piacimento nel 13

9 deserto per foto grafare la sabbia. È convinta di poter catturare l immagine di Lui nei granelli delle dune. E il luogo arido diventerà uno stagno, e la terra asciutta vene di acque; il ricetto che accoglieva gli sciacalli diventerà un luogo da canne e giunchi Queste e altre parole canta nella peculiare voce acuta che ha acquisito da quando le forze della religione hanno pienamente preso possesso di lei. Mi sono guardata intorno, cercandola, ma non è servito a nulla. Ancora adesso riesco a sentire quelle grida, quando Millicent ha spinto le dita nella carne, creando uno spazio per il forcipe, finché una combinazione di sangue e di qualche altro liquido è venuta fuori, rigandole il polso. «Non dovremmo farlo» ho detto. «Piuttosto portiamola in città, deve esserci qualcuno con più esperienza di noi». «Non c è tempo. Gesù misericordioso assistici e preservaci». Millicent non mi guardava. «Libera noi, tue povere servitrici, dalla paura degli spiriti maligni che sperano di distruggere l opera delle Tue mani». Il forcipe si è spinto più a fondo e si è levato un grido di puro strazio. «Signore, allevia le traversie della nostra gravidanza» ha detto Millicent, tirando e strattonando mentre cantilenava, «e donaci la forza e la fermezza per dare la vita e concedici il Tuo aiuto onnipotente». «Non dovremmo farlo» ho ripetuto. I capelli della ragazza erano umidi e gli occhi pieni di panico, come un cavallo in mezzo a una tempesta. Millicent ha gettato indietro la testa in maniera che gli occhiali le risalissero sul naso. Poi, con un rapido gesto, come un ancora che veniva tirata su, una creaturina blu e rossa è scivolata fuori tra rivoli di sostanze acquose ed è finita tra le mani di Millicent. Il sangue della giovane madre ha formato subito una mezzaluna rossa nella polvere. Millicent ha avvicinato il suo coltello al cordone ombelicale. Lizzie è arrivata in quel momento, la macchina fotografica Leica in mano, con addosso la nostra uniforme: pantaloni di satin neri coperti da una gonna blu scuro e un soprabito nero cinese di cotone. L orlo della gonna era chiazzato dalla polvere rosa che qui 14 avvolge tutto. È rimasta lì, a fissare la scena che aveva davanti come una ragazza sperduta sulla soglia di un parco giochi. «Lizzie, prendi dell acqua». Il coltello di Millicent ha separato per sempre la piccola dalla madre tremante, con la testa che dondolava all indietro mentre la bambina-pesce domandava a gran voce di essere ammessa nel regno dei cieli. La mezzaluna continuava a crescere. «Sta perdendo troppo sangue» ha detto Millicent. Il volto della ragazza si era rovesciato da un lato: non stava più lottando. «Che cosa possiamo fare?». Millicent ha iniziato a recitare una dolce preghiera che non riuscivo a sentire bene, tra le grida della piccola. «Dobbiamo spostarla, trovare aiuto» ho detto, ma Millicent non ha risposto. L ho guardata sollevare la mano della madre. Ha scosso la testa, e non ha alzato lo sguardo verso di me. «Millicent, no». Le mie parole erano inutili, ma non riuscivo a crederci: una vita era scomparsa davanti a noi, giù nelle crepe del deserto, con la semplicità di una nuvola di passaggio. Subito dopo, si è scatenato un putiferio tra gli spettatori che ci guardavano a bocca aperta. «Cosa stanno dicendo, Lizzie?» ho urlato. Il sangue continuava a scorrere tra le gambe della ragazza, un onda speranzosa di trovare una spiaggia. Lizzie fissava i segni rossi sul polso di Millicent. «Dicono che abbiamo ucciso questa ragazza» ha risposto lei «e che abbiamo rubato il suo cuore per proteggerci dalle tempeste di sabbia». «Che cosa?». Le facce nella folla hanno osato avvicinarsi a me, quella gente mi si è buttata contro mettendomi addosso le mani con le unghie nere. Le ho spinte via. «Dicono che abbiamo preso la ragazza per avere più forza, e che complottiamo di rubare la bambina e mangiarla». Lizzie parlava in fretta, con quella strana voce acuta. La sua abilità con questa impenetrabile lingua turki è molto più grande della mia. «È morta di parto, per cause naturali, come potete vedere tutti perfettamente» ha gridato in inglese, senza scopo, Millicent, e poi lo ha ripetuto in turki. Lizzie ha portato dell acqua dalle nostre riserve, e una coperta. 15

10 «Chiedono che ci sparino, per giustiziarci». «Che assurdità». Millicent ha preso la coperta da Lizzie e sono rimaste una accanto all altra; una signora e la sua ancella. «Adesso» Millicent ha sollevato la neonata urlante e l ha tenuta in alto, come fosse una testa decapitata, un offerta, «chi prenderà questa bambina?». Non è arrivato alcun suono dalle facce incredule che la guardavano. «Chi è responsabile per questa piccolina? C è un parente?». Lo sapevo già. Nessuno la voleva. Nessuno in quella folla aveva rivolto uno sguardo alla ragazza nella polvere, lei stessa appena una bambina, e al sangue che si tramutava in terra. Gli insetti camminavano già sulle sue gambe. Lizzie ha offerto la coperta a Millicente, che ha avvolto il furioso, piangente mucchietto di ossa e pelle in un fagotto. Senza proferire parola, lo ha passato a me. Poi siamo state scortate dall anziano della famiglia e da suo figlio alle porte della città di Kashgar, dove, tramite chissà quale magica forma di comunicazione, la notizia del nostro arrivo era già stata ricevuta. La corte dei magistrati era aperta, nonostante fosse prima serata, ed è arrivato un ufficiale cinese, perché, anche se questa è una zona turco-mussulmana, è governata dalla Cina. I nostri carri sono stati perquisiti e i nostri possedimenti esaminati. Hanno preso la mia bicicletta dal retro del carro ed essa, così come la mia persona, devo supporre, ha attirato una gran folla. Le biciclette si vedono di rado, qui, e una donna che ne monta una è semplicemente inimmaginabile. Millicent ha spiegato: «Siamo missionarie, del tutto pacifiche. Ci siamo imbattute nella giovane madre sul tragitto per raggiungere la vostra città». Poi ha sussurrato: «Rimanete sedute immobili come il Buddha. L indifferenza è la cosa migliore in situazioni simili». Il cranio della piccola era una strana cosa calda nella mia mano, non soffice e neanche dura; una conchiglia imbottita, piena di sangue nuovo. Era la prima volta che tenevo in braccio un bambino così piccolo, e per di più una femminuccia. L ho avvolta per bene nella coperta, e l ho tenuta stretta contro il petto 16 nello sforzo di alleviare la rabbia dei pugnetti e del volto paonazzo di quell anima tormentata, che gemeva di indignazione e terrore. Alla fine ha perso i sensi in un sonno esausto. La controllavo in ogni momento, avendo paura che potesse morire. Ci siamo sforzate di restare immobili più che potevamo. Si sono uditi mormorii e discussioni nel precipitoso dialetto locale. Millicent e Lizzie mi hanno sibilato: «Copriti i capelli». Mi sono sistemata in fretta la sciarpa. Come quelli di mia madre, i miei capelli sono di un terribile rosso acceso, e in questa terra pare facciano scalpore. Nell ultima fase del nostro viaggio da Osh a Kashgar, in particolare, gli uomini mi fissavano a bocca aperta come fossi nuda, come se stessi facendo capriole davanti a loro con le ali sulla schiena e anelli d argento al naso. Nei villaggi i bambini correvano verso di me, indicando, e poi si ritraevano come se avessero paura, finché non ne potevo più e mi coprivo la testa con una sciarpa come una musulmana. Di solito funzionava, ma quel copricapo mi era caduto durante la baraonda, lì in mezzo alla polvere. Millicent ha tradotto: a causa delle accuse dei testimoni dovevamo sottoporci a un processo, con l imputazione di omicidio e stregoneria (o invocazioni di demoni). O meglio, Millicent doveva sottoporvisi. Era lei che aveva sollevato la piccola tenendola in alto, e che aveva usato il suo coltello sulla ragazza. «Dovremo corromperli per cavarci da questa situazione» ha sussurrato Millicent, il volto duro come la terra riarsa dal sole nel deserto. «Vi daremo il denaro» ha detto Millicent, la voce tranquilla ma chiara, «anche se sarà prima necessario mandare un messaggio ai nostri sostenitori a Shanghai e a Mosca, cosa che richiederà alcuni giorni». «Sarete nostre ospiti» ha risposto l ufficiale. «La nostra grande città di Kashi sarà lieta di accogliervi». Quindi, siamo costrette a rimanere in questo bacino roseo e polveroso. Non esattamente agli arresti domiciliari, anche se, visto che dobbiamo avere il permesso di lasciare la casa, confesso di non riuscire a scorgere la differenza. 17

11 Londra, oggi Pimlico Accendere le candele profumate era stato un errore; adesso la stanza odorava di foresta di pini sintetica. Frieda le spense dedicando un puff-puff eccessivo a ognuna di loro. Era l una e venti di mattina. Chiuse la finestra, abbassando il telaio a ghigliottina con uno schiocco, e guardò verso lo specchio. La canottiera di seta aveva il colore dell interno di una conchiglia freddo, argenteo, fremente e con quella tonalità perlacea stemperava il suo profilo, come se lo fondesse. Si guardò intorno in cerca di un cardigan e inclinò la bottiglia che aveva aperto per lasciar respirare il vino giù nel lavabo, osservando per un attimo il rivolo di sangue che scivolava nello scarico. Ora poteva respirare quanto voleva. In ogni caso, dall odore sembrava piuttosto rozzo. Almeno non ho cucinato per lui. Guardò il telefono sul tavolo. Nessuna chiamata, né messaggi, niente. Ponderò l idea di fare un bagno, ma non aveva l energia per immergersi, né la determinazione per uscire dalla vasca. Tolse il mascara con un batuffolo di cotone. L ultima volta che aveva fatto l amore con Nathaniel, diversi mesi prima, lui le aveva detto: «Non riesco a credere che tu abbia fatto entrare nel tuo letto un ignobile individuo come me». Si strofinò la faccia con un asciugamano. Non poteva crederci neanche lei. Tre cactus erano disposti sul davanzale come soldati stanchi in attesa di istruzioni. Posò un dito sulla spina gialla del più grosso e spinse per sentire la puntura, ma la spina era morbida, e cadde al suo tocco. I cactus avevano chiazze sbiadite 18 dappertutto. Avevano bisogno che qualcuno se ne prendesse cura. Lei andò in cucina. I bambini prima di tutto. Era così che andava. Se ci fosse stata una gara, una selezione, una graduatoria, allora i bambini avrebbero sempre vinto. Prima priorità: i ragazzi. Afflitti, apparentemente, da brutte nottate in cui si svegliavano di continuo per controllare che il papà fosse lì, per assicurarsi che respirasse in quella stanza, che la sua mano fosse vicina alle loro teste e che non sarebbero mai stati lasciati soli al buio. Avevano sogni paurosi mostri, pirati e solitudine, così come i pensieri, che non riuscivano a controllare o articolare adeguatamente. L ultima cosa che volevano era che lui sparisse nel bel mezzo della notte per alcune ore, per andare a fumare sigarette nel garage. Lei si sentiva pizzicare i palmi delle mani, caldi e poi freddi. Con Nathaniel aveva funzionato bene per un po, l equilibrio tra indipendenza e intimità. Sei uno spirito libero, Frie. Vai e vieni. Gli spostamenti e gli atterraggi: la calda, profonda, vicina impulsività di lui. Un tempo lasciava il suo corpo leggero e la sua esistenza quotidiana irreale e rarefatta, così non importava che lui non facesse parte di buona parte di essa. Era lei ad avere il controllo, allora, quando Nathaniel aveva suggerito che avrebbe potuto lasciare la moglie per venire a stare a casa sua, ma lei aveva rifiutato. Non voleva avere sulla coscienza il cuore spezzato di tre bambini. E poi c era dell altro. Lui era uno di quegli uomini che avevano bisogno di cure, come i suoi cactus chiazzati. Lei non voleva niente di tutto questo. Rimase in piedi davanti al lavello della cucina. La prima notte a casa e lui se l è persa. Le dita fredde dell aria settembrina la raggiunsero, arrivando da chissà dove. Fuori apparve un treno, diretto a Victoria Station. Cavi elettrici sopra i binari si collegavano e lampeggiavano, creando una scia di luce che tagliò il volto e il collo di Frieda come un laser, in maniera da renderla visibile per un secondo, una radiografia contro la luce bianca, per poi rigettarla subito nell oscurità. Era un sollievo essere a casa. Quel volo e l ultimo albergo non erano stati per niente piacevoli: aveva quattro stelle, ma senza servizi in camera e con il mini bar vuoto. I mezzi della polizia e dell esercito giravano per la piazza 19

12 davanti all albergo, tuonando ordini dagli altoparlanti. La connessione Internet era stata staccata dalle autorità in tutta la regione, e le strade erano vuote, a eccezione dei soldati che trottavano impugnando gli scudi antisommossa in gruppi di otto. Era stata affacciata alla finestra e a fissare il telefono come fosse un cuore spezzato nel palmo della sua mano. Il segnale di disconnessione lampeggiava ogni volta che cercava di fare una chiamata internazionale. C erano dei disordini di qualche genere, ma non aveva modo di sapere cosa stava succedendo; sapeva soltanto che lei non avrebbe dovuto essere lì. Dove? Non aveva davvero importanza. Le città si stavano fondendo l una nell altra, ormai. Era solo l ennesimo posto che non era più sicuro per lei, essendo inglese, e una donna. In effetti, era la parte britannica il vero problema. Nei taxi diceva sempre ai conducenti di essere irlandese. Nessuno odiava più gli irlandesi. Aveva prenotato il primo volo disponibile per casa e, durante tutto il lungo viaggio, aveva pensato a Nathaniel. Nel lounge dell aeroporto quella dimensione esistenziale dei viaggiatori solitari si era resa conto che, ultimamente, gli equilibri di potere erano ambigui. L inaffidabilità di Nathaniel le tirava fuori una violenta frustrazione, quasi paralizzante. Iniziava a sentire qualcosa di nuovo dentro di sé e, con orrore, si rese conto che era un bisogno, o peggio, una brama di solidità. Per la prima volta, il suo lavoro non era abbastanza. Sentì un colpo di tosse dietro la porta. Dannazione. Proprio quando si era tolta il trucco. Andò verso l ingresso, ma si fermò. Ci risiamo. Non era Nathaniel. Aspettò alcuni momenti e poi camminò in silenzio verso lo spioncino. La luce nella tromba delle scale era accesa, e un uomo era seduto sul pavimento proprio fuori dalla porta, con la schiena contro il muro, le gambe allungate davanti a sé. Gli occhi erano chiusi ma non sembrava addormentato. Frieda fece un salto indietro, con il cuore che le sbatteva contro il petto, ma non riuscì a impedirsi di dare un altra occhiata. Adesso lui era rivolto verso di lei, come se potesse vederla nonostante la porta. Pensò che stesse per alzarsi, venire verso di lei, ma lui abbassò lo sguardo sulla propria mano e non si mosse. Aveva una penna. 20 Lei tornò in cucina facendo meno rumore possibile. C era un numero in bacheca per chiamare i City Guardians, un gruppo di volontari che si impegnavano a ripulire le strade e spazzar via i senzatetto; avrebbe potuto telefonare a loro, o alla polizia? C era il doppio lucchetto alla porta ma, se lo avesse messo ora, lui l avreb - be sentito e lei avrebbe attirato l attenzione su di sé. Si spostò in soggiorno, invece, e tornò alla finestra. In strada, il gruppo di ragazzini con i loro telefoni cellulari se n era andato e non sembrava esserci nessun altro là fuori, a parte la pioggia, il cemento gonfio di umidità e gli alberi che tremavano sotto il peso dell acqua. Ogni tanto sentiva dei colpi di tosse arrivare dalle scale. Una volpe di città, ossuta e a stento coperta dalla pelliccia, schizzò tra i cassoni dei detriti. Frieda guardò giù verso la strada vuota e umida, e prese una decisione. Tirò fuori da un armadio un cuscino e una coperta. Diede un altra occhiata. Adesso lui era raggomitolato sul pavimento; lei poteva vedere solo la schiena ricurva, la giacca di cuoio, la collottola nera dei capelli. Senza dubbio non era consigliabile lasciargli sapere che c era una giovane donna che viveva lì, probabilmente da sola, ma lei aprì comunque la porta. L uomo si drizzò subito a sedere con gesti scomposti e la guardò. Aveva i baffi, occhi assonnati e un viso non sgradevole. Frieda non disse nulla, non sorrise, ma gli passò il cuscino e la coperta e chiuse in fretta la porta. Cinque minuti dopo guardò di nuovo dallo spioncino. Lui era seduto con la coperta avvolta intorno alle gambe, appoggiato contro il muro con il cuscino sistemato dietro la testa, e fumava una sigaretta. La mattina dopo, trovò la coperta piegata con il cuscino in ci - ma e, sulla parete vicino alla porta, un grosso disegno di un uccello: becco lungo, gambe bizzarre e una coda piumata. Era un uccello che non riusciva a identificare. C erano alcune parole in arabo e, anche se in effetti conosceva la lingua a un livello elementare, non riuscì a capire cosa significassero. Al di sotto, in inglese, c era scritto: Come dice il grande poeta tu sei afflitta, quanto me, dal viaggio di un uccello. 21

13 Vicino al volatile c era uno svolazzo di piume di pavone e, accanto a esso, un intricato disegno di una barca formata da uno stormo di gabbiani, con questi ultimi che galleggiavano via fino a suggerire un tramonto. Frieda uscì dalla porta per osservare meglio. Toccò i segni neri con le dita, poi si affacciò dalla ringhiera per guardare giù, verso la spirale dei gradini che scendevano. L uomo delle pulizie era al piano terra, con il suo straccio. Alzò lo sguardo verso di lei e fece un cenno con il capo. Per principianti: Si monta e via! Quanto pare facile. Per la novizia non è semplice come sembra, tuttavia chiunque, o quasi chiunque, può imparare ad andare in bicicletta, anche se ci sono modi diversi di riuscirci. Guida per signore in bicicletta sulla Via della Seta Note 2 maggio Siamo state alloggiate in una locanda musulmana perché ci considerano troppo disgraziate per poter stare dai cinesi. Ospite in questa locanda della fratellanza armoniosa, mi tornano in mente le parole di Marco Polo su questa città riarsa dal caldo: Questi sanno tanto d incantamento di diavolo che fanno parlare gl idoli; e fanno cambiare lo tempo e fanno grandi iscuriatidi e fanno tali cose che non si potrebbe credere. A me non riesce difficile credergli. Non mi sorprenderebbe vedere il diavolo appostato in ogni angolo del cortile in cui siamo confinate. Questa mattina, mentre attendevamo Millicent, Lizzie e io ci siamo dedicate a osservare le donne in veli e drappi mentre svolazzavano avanti e indietro. Indossano sciarpe sgargianti sulle loro tuniche, e vivaci foulard sulla testa e, anche se i volti sono coperti, è possibile indovinare chi sia bella e chi meno dalla maestria con cui sono congegnati questi copricapi

14 «Sono più colorate di quanto mi aspettassi». Eravamo sedute sul pavimento, su sgargianti cuscini a rullo e guanciali, in un area di ricevimento che conduceva a un cortile. Lizzie era di fronte a me che armeggiava con la sua preziosa macchina fotografica Leica. Fuori dall ingresso principale di questa locanda c è un insegna di legno con le parole Una sola vera religione dipinte in rosso. Sugli scaffali, nell angusta cucina, sono allineati dei vasetti, mentre le teiere ornamentali, con complicati manici fatti di ossa, sono disposte orgogliosamente nella sala dei divani. Il nostro oste, Mohammed, si occupa in prima persona di versarci del tè amaro di colore verde, tenendo la sua bizzarra teiera in alto sulle tazze, in modo che il flusso di liquido cali come una fune luccicante. La colazione viene servita su grossi vassoi di rame, sistemati in maniera tale da permetterci di guardare verso il pezzo forte della casa, una piccola fontana da cui l acqua scorre in una bassa pozza decorata con petali di rosa e di geranio. Colonne intagliate di legno di pioppo conducono su verso le travi, e una balconata dai colori vivaci racchiude un secondo piano di camere. Suppongo che l acqua corrente, in questa regione di deserti assetati, sia un simbolo della ricchezza personale di questo Mohammed. «Ce ne sono così tante. Millicent dice che è una mescolanza di mogli e figlie». «Lizzie, voglio chiedere della bambina. Credi che sia ancora viva?». Lizzie ha scrollato le spalle. Mohammed è ritornato e ha coperto metodicamente il tavolo con brocche colme dei succhi di pesche e meloni, piatti di uova tremolanti, cotte appena, pane azzimo, yogurt alle rose e pomodori con una spolverata di zucchero. Poi sono arrivate ciotole blu di terracotta piene di miele, mandorle, olive e uvetta, sistemate in una fila insieme a scodelle di spaghetti spessi, simili a vermi. Sotto la sua peculiare barba, il viso di Mohammed è più sottile e giovane di quanto uno possa sospettare in principio e, anche se ha una scarsa padronanza dell inglese, ho notato che quando Millicent ha reso grazie per il cibo recitando sommessamente, la 24 sera scorsa, lui ha voltato la testa e ha soffiato l aria dal naso, sbuffando come un cavallo che strattona le redini. Con un lieve sussulto, Lizzie e io abbiamo alzato lo sguardo mentre Millicent emergeva da una delle stanze buie, abbigliata con un soprabito di cotone blu. La chioma ribelle, che lotta contro ogni suo tentativo di domarla con la cera, le circondava la testa in una nuvola, come al solito. «I soldi per la mazzetta ci metteranno settimane ad arrivare dalla Missione nell entroterra, il che significa che non abbiamo altra scelta che rimanere qui a Kashgar» ha detto senza sorridere, mentre si inginocchiava davanti al tavolo della colazione, sollevando il mento come per raggiungere un ripiano dove appoggiarlo. Il corpo di Millicent ha l aspetto contraddittorio tipico di una donna adulta che non abbia avuto figli. È sorprendentemente adolescenziale sui fianchi e la vita, come se il latte della femminilità le fosse scivolato addosso, ma non è neanche mascolino, sebbene operi al di fuori dei consueti vincoli imposti alle signore, il che è a sua volta in contrasto con la bocca, la risata e la voce acuta, da donna. «E la bambina, Millicent?». «Hanno trovato una balia per lei. Ci verrà restituita a breve». Millicent ha preso un sorso di succo di pesca e si è leccata le labbra sottili. Mi ha guardato. «La questione della piccola è irrisolta ma, al momento, tu ne sarai responsabile». «Cielo, Millicent, non ho alcuna idea di come si badi a una bambina. Volevo solo assicurarmi che non fosse morta, o che non l avessero bruciata su una pira». Lei mi ha ignorato e ha acceso una Hatamen. «Ricordate, Mohammed tollera noi infedeli nella sua locanda perché siamo donne, il sesso innocuo non dobbiamo sprecare questa occasione. Ho scoperto che una delle figlie di mezzo, Khadega, parla russo, e così abbiamo potuto comunicare molto bene. Abbiamo preso accordi per iniziare delle lezioni di pronuncia con lei. È ansiosa di praticare il suo inglese». Millicent aspira a catturare giovani donne in una sacra rete come un pescatore prende pesciolini, e che preda sarebbe questa: 25

15 direttamente dalla casa del falso profeta, pronta a essere guidata tra le braccia del solo vero Profeta. «Come puoi essere sicura che voglia praticare il suo inglese?» ho detto io. «In effetti potrebbe voler imparare l inglese». «Posso ricordarti» ha commentato Millicent, alzandosi da tavola e spingendo gli occhiali più in alto sul naso, «di Matteo 28:16-20 e degli undici discepoli in Galilea che dubitarono di Gesù? Che cosa fece lui? Si voltò verso di loro e disse: Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate». Io ho finito la frase successiva al posto suo: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell età presente». Lei si è lasciata sfuggire un leggero sibilo. A Millicent dà fastidio che io conosca le Scritture e, di recente, ha optato per il più ovvio dei testi. Gli occhi di Lizzie, sempre grandi e umidi, sono diventati ancora più grandi e umidi: non farlo, Eva. Non l avrei mai creduto possibile. «Be, suppongo che questo sia un posto buono quanto un altro per istituire una Missione». Lizzie mi ha guardato. Sono passati molti lunghi mesi da quando abbiamo lasciato Victoria Station (dove ho prelevato la mia gloriosa bicicletta roadster per signore BSA verde). Il nostro bagaglio è stato etichettato con parole fantastiche: BERLINO. BAKU. KRA- SNOVODSK. OSH. KASHGAR. Prima che arrivassimo, il reverendo James McCraven aveva parlato della nostra destinazione (come se ne avessimo una) definendola il posto meno visitato della Terra. Le sue dita spigolose facevano scoppiare bolle invisibili nell aria, mentre descriveva sterili deserti pieni di idoli malefici e creature simili ad animali, con uno sguardo che implicava che io fossi in qualche modo responsabile per quella nudità, per quella terra vuota e torrida. Me ne stavo distesa nel letto rigido e scomodo della scuola di adde stra mento della Missione Interna a Liverpool, tenendo tra le mani una mela rubata, illecita, e per questa ragione a me preziosa. Mentre grattavo con le dita la lucente pelle rossa del frutto, cercavo di immaginare un deserto, evocando vasti spa- 26 zi vuoti pieni di rifrazioni di luce e infinite tonalità di sabbia. A un tratto avevo lacerato la buccia in maniera che il succo uscisse, e con la punta del dito avevo scavato nella polpa un buco come quello che avrebbe potuto fare un verme, con il desiderio di raggiungere uno spazio vuoto, e la pace e la calma che dovevano appartenere a un paesaggio simile. Devo ancora trovare questo vuoto estatico. Piuttosto, c è stato un eterno trascinarsi: biglietti del treno e strani alberghi, borse da viaggio piene di chinino e cerotti, lo srotolarsi e richiudersi di un sacco a pelo Jaeger, le discussioni con il turcimanno, bauli caricati e scaricati e dolorosi mal di testa. Poi, una volta, oltrepassata Osh, abbiamo dovuto affrontare l orribile scombussolamento del viaggio con carro postale: atroci scossoni e un incomparabile tortura per i muscoli e le ossa. C è anche la nausea, perché rimaniamo disgustate da buona parte del cibo disponibile, e l interminabile battaglia con le mosche. Eppure, forse, dopo settimane di vagabondaggi, io e Lizzie eravamo arrivate alla conclusione che avremmo viaggiato fino alla fine del mondo e ritorno. Non credo che nessuna di noi si aspettasse di fermarsi. Sono stata grata a Lizzie per quello sguardo. Ultimamente, avevo l impressione che Millicent me l avesse rubata, portandomela via come per incanto. La vicinanza dovuta al viaggio ha annichilito qualsiasi senso di intimità, e così sono rimasta da sola, a guardare loro due, ma ho visto che anche lei non vuole rimanere qui. Siamo insieme, almeno in questo. 27

16 Londra, oggi Victoria Station Tayeb vide Roberto scomparire nel flusso frettoloso dei pendolari come un grasso pesce, un ruminante del mare, che aveva scritto in faccia il suo biglietto da visita: cuoco portoghese corto e tarchiato. Non si guardò indietro neanche una volta. Quindi questo era tutto; un altro segmento della sua vita che veniva strappato via e buttato come un pezzo di tangerino marcio. Non sarebbe più tornato all appartamento di Hackney. Tayeb aveva aspettato Roberto per due ore, seduto al tavolo di un caffè nell atrio di Victoria Station, facendosi durare una tazza di tè per tutto quel tempo. Mentre aspettava, aveva tracciato linee perfettamente dritte in una griglia, sopra le piume intrecciate dell ala di un falcone che aveva disegnato su un tovagliolo, usando una penna stilografica rubata in un charity shop. Rubare era facile in questo paese, a differenza che a Sana a, dove nonni anziani sedevano negli angoli dei negozi e delle bancarelle a osservare le dita, le cataratte rischiarate dagli effetti del qat. Quando Roberto finalmente riuscì ad arrivare, all inizio sembrava preoccupato. «Stai bene, fratello?». Parlava attraverso il sorriso dai denti verdi, non proprio un ottima pubblicità per una vita in cucina. «Sì, yalla. Tutto okay». «Be, mi dispiace dirlo, Tay, ma credo che tu abbia ragione a essere paranoico». Roberto distese le mani sul tavolo appiccicoso, divaricando le dita tozze. «Davvero? Perché?». 28 «Sono venuti di nuovo». Roberto strizzò gli occhi verso i ghirigori di Tayeb sui fazzoletti: ali, artigli, ossa. «La polizia?». Tayeb si appoggiò all indietro sulla sedia. «Sì. Due di loro, vestiti normali. Niente roba da poliziotti, e probabilmente è un brutto segno. Volevano parlarti». Roberto si grattò la faccia lasciando tre strisce rosa che gli attraversavano la guancia unta. «Anwar era fuori, grazie a Dio» continuò «ma avevano una lista di nomi, l hanno letta e c era Anwar. C ero anch io, ma volevano te e Anwar». «Hanno detto qualcos altro?». «Hanno chiesto se avevi un visto. E se sapevi qualcosa di Al Al Al jazz, o qualcosa del genere». «Al-Jahiz?». Tayeb si raddrizzò, e il suo piede assestò un involontario calcio a un piccione che stava beccando un cucchiaino di plastica sul pavimento, sotto al tavolo. «Proprio lui». «Che cos hai detto?». «Ho detto che non avevo idea di cosa stessero parlando». «Al-Jahiz, Il libro degli animali». Roberto aveva scrollato le spalle, poi aveva guardato Tayeb e gli era venuto in mente di chiedere: «Dove hai dormito la notte scorsa?». «Fuori da una porta, in un condominio di Pimlico». Ci fu una pausa. «Ascolta, amico. Credo che non dovresti tornare per qualche tempo, se il tuo visto è un po, sai losco. Potremmo finire tutti nei casini, no? Credo che Nidal sia parecchio preoccupato». Tayeb pensò a Nidal nella loro cucina, che guardava con disapprovazione le scatole di Kentucky Fried Chicken e le bottiglie di Diet Coke. Il carattere silenzioso di Nidal era sempre urticante per Tayeb. Il modo in cui sistemava il cibo, mangiando prima certi colori, e l atteggiamento petulante sull organizzazione degli armadi, le infinite volte in cui controllava che la porta dell attico fosse chiusa ermeticamente; a Tayeb veniva il prurito solo a osservare Nidal che semplicemente esisteva. «Senti, di a Nidal di non preoccuparsi. Starò via. Ho un po di idee». 29

17 «Okay». Roberto non aveva l aria di credergli, e anche se la sua faccia aveva assunto la forma di un sorriso, non ne aveva davvero tirato fuori uno. A quel punto si alzò e in pratica scappò via, con un ultimo «Prendila bene», diventando in fretta una delle persone che filtravano attraverso la stazione, nel loro tragitto verso chissà dove. Il piccione continuò a beccare vicino ai piedi di Tayeb come se stesse cercando qualcosa in particolare. Sembrava impossibile che così tante persone avessero un luogo specifico verso cui dirigersi. Per calmarsi, lui disegnò, in linee circolari, punti e tratti rapidi. Non aveva senso essere arrabbiato con Roberto, o Nidal o Anwar. La parola tradimento era troppo grossa per un inconveniente di cui liberarsi. L inchiostro che sanguinava nel fazzoletto lo calmò, mentre parlava a se stesso nella sua testa: se ti accorgi di esserti perso, allora la cosa migliore che puoi fare è scegliere un punto di fuoco e tenerci gli occhi sopra, per restare saldo, per impedirti di cadere a pezzi. La notte scorsa, quando Tayeb sapeva di non poter tornare a casa e non aveva alcun posto in cui dormire, aveva scelto una donna, non del tutto a caso era una donna, infatti, e aveva un aspetto giovanile, e l aveva seguita. Lei stava spingendo una bicicletta rossa sulla pavimentazione di Buckingham Palace Road sotto la pioggia. Non vedeva davvero il suo volto, perché lei stava guardando in basso, a terra, mentre le gocce si abbattevano di taglio, con un angolazione crudele. I pullman della National Express schiacciavano il tarmac umido dell asfalto, gli autobus e i taxi neri si litigavano lo spazio sulla strada. A un semaforo lei aveva svoltato l angolo su Ebury Bridge Road e immediatamente, come un incantesimo, l atmosfera transitoria, frenetica della stazione degli autobus di Victoria svanì. Quella ripida strada collinare dava già la sensazione di una più tranquilla via laterale londinese. La collina era costituita da un ponte della ferrovia e, attraverso un interstizio del muro, Tayeb vide un gran mucchio di binari disseminati come strade di metallo che non portavano da nessuna parte, e in lontananza le quattro torri della Battersea Power Station si levavano, surreali e inutili, nel cielo sporco del- 30 la città. Strizzò l occhio destro, come davanti a una macchina fotografica prima di scattare. Alla fine del ponte la donna aprì il cancello di metallo ed entrò in un condominio. Lui restò a guardare mentre legava la bicicletta a una rastrelliera contro il muro e spariva nel primo ingresso di un complesso residenziale. C era un cartello sulla parete: Peabody Estate. Sotto di esso qualcuno aveva graffiato nei mattoni un teschio e delle ossa incrociate. Mentre entrava nel palazzo sentì girare delle chiavi. La porta. Poi salì, i suoi passi che a stento creavano un eco. Quando raggiunse la cima c era una porta blu. Numero 12. Rimase seduto lì per un po. Semplicemente, non aveva un altro posto dove andare. In seguito, lei gli aveva dato una coperta; un piccolo miracolo. Adesso aveva bisogno di un altro miracolo. Dove doveva andare? Non apparteneva alla comunità degli esiliati. Non era un rifugiato. Non aveva intenzione di unirsi agli immigrati dello Yemen. I circoli sociali yemeniti lo facevano sentire in colpa, e il senso di colpa lo faceva arrabbiare. A lui non mancava casa. Qui era alla deriva come quando aveva seguito con riluttanza suo padre in giro, con un secchio d acqua per pulire la merda di uccello in fondo alle gabbie. C era stato un tempo in cui aveva avuto un identità: girava film, era un film-maker. Si occupava di documentare e testimoniare ma, da quando era arrivato in Inghilterra, non aveva più preso in mano una telecamera. Una nuova ondata di persone crebbe dentro Victoria Station, molte di loro quasi correvano, piene di importanza nel loro privato universo. Era tutta colpa della stupidità di Tayeb. Era successo in un bagno pubblico sullo Strand, quello proprio fuori dall ambasciata dello Zimbabwe: sul muro al di sopra di un orinatoio macchiato, Tayeb aveva disegnato un uccello dal collo lungo usando un pennarello acrilico. In teoria doveva essere riconoscibile come uno struzzo, ma non era sicuro di esserci riuscito. L animale era posato su cinque uova. A sinistra Tayeb aveva tentato di disegnare un lungo fiore sottile, a destra del fogliame vagante. L espressione sul viso dello struzzo doveva essere di stupidità, ma questa, aveva scoperto, era sorprendentemente difficile da cat- 31

18 turare. Sotto l animale aveva scritto: Lo struzzo è il più stupido degli uccelli; questo perché smette di covare le proprie uova quando desidera del cibo; quindi, se scorge delle uova appartenenti a un altro struzzo che si è allontanato in cerca di cibo, cova quelle e si dimentica le proprie. Stava per scrivere altro quando sentì un rumore di passi che scendevano le scale. Prima che avesse il tempo di fare qualsiasi cosa, persino rimettere il tappo sul pennarello, due uomini entrarono nel bagno. Guardarono Tayeb e lui li guardò a sua volta; rimasero tutti in silenzio. Uno era alto, e il suo viso era deturpato da una malattia della pelle. Si avvicinò al muro e guardò la scritta di Tayeb. «Che cos è?». «Una citazione». Tayeb parlava con calma. Il più basso dei due uomini la lesse a voce alta, guardando il suo amico e strizzando l occhio. Non sembravano poliziotti, ma chi può dire che aspetto abbia la polizia di questi tempi? L uomo più alto tirò fuori un pacchetto di Marlboro rosse e ne accese una. «Molto artistico. Posso chiederti da dove viene?». Prima che Tayeb potesse rispondere, l uomo più piccolo, che aveva folti ciuffi di peli sui pugni, iniziò inspiegabilmente a ridacchiare. «Sei belloccio con quegli occhi scuri. Fai il mestiere in questa zona?». «Prego?». Risate taglienti rimbalzarono da una parete umida all altra. Tayeb lo ignorò d istinto e guardò verso il gentiluomo più anziano, forse cinquantenne, circa dieci anni più vecchio di Tayeb. «Ti sta chiedendo se offri al pubblico altri servizi, a parte quelli artistici. Ignoralo. Pensa solo a quello». Tayeb guardò le piastrelle sporche del pavimento, sperando che il suo shock non fosse evidente. Sistemò i muscoli della faccia in modo da sembrare sicuro, si rilassò e sorrise, guardando i due. «Non faccio nessun mestiere. No». «Peccato» disse quello peloso con la voce acuta. «Mi piace un tocco esotico». L uomo alto stava esaminando lo struzzo. «È una citazione, amici». Tayeb decise che l approccio migliore era essere socievole. «Dalla pregevole opera del grande Al- 32 Jahiz, Il libro degli animali. Anche se sono triste perché il mio dipinto non rende giustizia allo struzzo». L uomo alto buttò la sigaretta sul pavimento, la spense con un tacco e si mise di fronte all orinatoio. Si abbassò la zip. Risuonò il rumore del liquido che colpiva la ceramica, poi una puzza metallica filtrò nell aria. Mentre pisciava, l uomo guardò Tayeb. «Ti andrebbe di bere qualcosa con noi?». Tayeb si concentrò sulla fibbia della propria borsa, alzandola e abbassandola, consapevole del fatto che l uomo se lo stava ancora tenendo tra le mani, prendendosela con calma per metterlo via. Quando sentì la zip, Tayeb alzò lo sguardo e annuì. Se erano poliziotti, rifletté, era meglio andare con loro. Siccome era venerdì sera presto, il piano terra del Coal Hole sullo Strand traboccava di tipi della City con le facce paonazze. Donne dalle voci acute si passavano bicchieri di vino dal bar, grossi e rotondi come ciotole su steli. Il bar al piano di sotto, nello scantinato, era più fresco, e molto meno affollato. Vennero fatte le presentazioni Graham, quello peloso; Matthew, quello alto e Graham fu mandato a prendere da bere. «Quindi sei una specie di graffitaro?». «No». Tayeb si strofinò i baffi. Le sue dita prudevano per il desiderio di una sigaretta. Le cicatrici sul volto di Matthew formavano un reticolo profondo e coerente, come se raccontassero una storia. «Preferisco vedermi come un messaggero». «Oh. E qual è il tuo messaggio?». «Mi piace ricordare alle persone che le loro azioni hanno delle ramificazioni». Pronunciò ramificazione con una R lunga e strascicata. «Mi piace il modo in cui lo dici». Graham si sedette con tre bicchieri di vino rosso. «Sì» disse Matthew «una volta per poco non mi sono fatto un tatuaggio sul sedere: azione su una chiappa e conseguenza sull altra». Graham disse: «Be, questo sì che avrebbe fatto arrivare il messaggio a un sacco di gente». 33

19 Tayeb aveva sorriso, era stato magnanimo. Era un modo losco per guadagnarci qualcosa? Aveva mosso i piedi sotto il tavolo, sicuro di sé, pensando che i gay dovevano essere abbastanza facili da gestire. Prese un sorso di vino e fece una smorfia. Cibo e vino gratis per una notte. «Ce l hai un pezzo di carta?» chiese Tayeb a Matthew. Un foglio giallo a righe venne staccato da un agenda filofax ben tenuta. Tayeb prese la penna da calligrafia e iniziò a disegnare. «Ora, questo» disse, mentre delineava un uccello con le gambe piegate, «è il Qurb. Una leggenda del mio paese natio racconta che quando l uccello dice qurb amad significa che per una nave è sicuro rientrare». Graham strappò il suo sottobicchiere in tanti pezzetti. Matthew sorrise a Tayeb come fosse un cucciolo accattivante. «C è un secondo uccello». Disegnò un corpo tondo e lunghe gambe a bastoncino. «Il Samaru parla quando un viaggiatore che è stato via sta per fare ritorno». Tayeb guardò Matthew, ma la sua faccia segnata era del tutto immobile, e difficile da leggere. «Qual è il tuo uccello preferito?» chiese Tayeb a Matthew. «Il piccione» disse Matthew. «Brutto, sporco, banale e cattivo: esattamente come me». «Proprio come te» confermò Graham cupo. «Lo pensavo. Samaruk in persiano significa piccione, e i piccioni portano messaggi. Indicano un ritorno». Matthew rise. «Stai dicendo che è un segno? Eravamo destinati a incontrarci? Pasticcino» disse «credo proprio che andremo d accordo. Che bizzarra e graziosa creatura da trovare in una latrina». Finì il suo bicchiere in un solo sorso e strizzò gli occhi. Diede un piccolo pugno sulla gamba a Graham. «Ordiniamo un intera bottiglia». Tayeb diede un calcio al piccione sotto il tavolo, ma lo mancò. L animale si allontanò arrancando. Lui notò che aveva una zampa ferita, ma sembrava indifferente; se ne andò, beccando senza preoccupazioni. Stupido, idiota Tayeb; non aveva letto quei messaggi abbastanza chiaramente, vero? E ora eccolo lì. Uno del personale del bar, con l aspetto di un sudanese, aleggiava intorno a lui aspettando di togliergli la tazza. Non c è ragione di essere arrabbiato con Roberto, Nidal o Anwar, pensò di nuovo non era affatto colpa loro

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