Copertina: Drago e Associati

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1 Copertina: Drago e Associati

2 TREVOR PENSÒ: «ECCO IO FACCIO UN FAVORE ATRE PERSONE. ΡOI, QUANDO MI CHIEDONO COME POSSONO RICAMBIARE IL FAVORE, IO DICO LORO CHE DEVONO FARE UN FAVORE AD ALTRE TRE PERSONE CIASCUNO. TRE PER TRE... NOVE! COSÌ VENGONO AIUTAΤΕ NOVE PERSONE. E LORO DEVONO AIUTARNE VENTISETTE... POI OTTANTUNO... DUECENTOQUARANTATRÉ... E COSÌ VIA, GIORNO DOPO GIORNO. SAPETE CHE RISULTATO SI OTTERREBBE NEL GIRO DI UN MESE? L ASTRONOMICA CIFRA DI OLTRE 103 MILA MILIARDI DI BUONE AZIONI.» QUESTA È LA FORMULA DEL CUORE QUESTA È LA FORMULA PER CAMBIARE IL MONDO. «Pensate a un modo per cambiare il mondo, poi mettetelo in pratica.» È il compito che Reuben St. Clair, insegnante in una scuola media della provincia americana, assegna ai suoi giovani studenti. Trevor McKinney, 12 anni e una famiglia disastrata alle spalle, ha un'idea semplice, ma dalla logica ineccepibile: regalare tre buone azioni ad altrettante persone in difficoltà e in cambio chiedere loro di imitarlo, trovando ciascuno altre tre persone da aiutare. È la Formula del cuore. Trevor si dà da fare, anche perché non è certo difficile trovare gente che abbia bisogno d'aiuto: basta guardarsi intorno. C'è Jerry, per esempio, un giovane tossicodipendente in cerca di un'occasione di riscatto. O l'anziana signora Greenberg, che da sola non riesce più a tenere in ordine il giardino. O la stessa madre di Trevor, Arlene, che da troppo tempo non incontra un uomo capace di ridarle fiducia nell'amore... Le azioni di Trevor finiranno per toccare le vite - e i cuori - di persone diversissime fra loro, con conseguenze di portata straordinaria. Ε il mondo non sarà più quello di prima. Un romanzo coraggioso, divertente e indimenticabile, traboccante di storie appassionanti abilmente intrecciate da un'autrice di grande talento. CAΤΗΕRINΕ RΥAN ΗΥDΕ - Vive a Cambria, in California. Questo suo secondo romanzo ha ottenuto negli Stati Uniti un successo strepitoso. Prossimamente nelle sale italiane l'attesa versione cinematografica de La Formula del cuore, con un trio di attori da Oscar: Kevin Spacey, Helen Hunt e Haley Joel Osment, il bambino de Il Sesto senso.. 17,50 - L (*) (*) Questa cifra comprende un pasto caldo completo offerto ad una persona bisognosa dalla Comunità di Sant'Egidio. Perché questo si realizzi, basta inviare il buono che si trova all'interno.

3 CATHERINE RYAN HYDE LA FORMULA DEL CUORE Titolo originale dell'opera: Pay it forward γ Catherine Ryan Hyde Traduzione di: Stefano Bortolussi Redazione: Edistudio, Milano I Edizione EDIZIONI ΡIΕMMΕ Spa Casale Monferrato (AL) - Via del Carmine, 5 Tel. 0142/ Fax 0142/ Stampa: Mondadori Printing S.p.A. Stabilimento NSM - Cles (TN)

4 Per Vance PROLOGO Mi chiamo Chris Chandler e sono un giornalista. Un giorno, quasi per caso, ho scoperto che un ragazzino di dodici anni poteva cambiare il mondo. Grazie a una buona idea. Un'idea semplice, facile da mettere in pratica. Così è nata la Formula : la Formula del Cuore. Siete curiosi di sapere com'è andata veramente? Prima, lasciate che vi racconti una storia che mi è appena successa, perché comprendiate quanto il mondo sia davvero cambiato. Circa una settimana fa la mia automobile si è fermata a un incrocio nel traffico, e per quanto insistessi non ha voluto saperne di ripartire. Me ne stavo in mezzo all'incrocio a guardare nervosamente sotto il cofano, impresa inutile perché non ci ho mai capito niente di motori. In quel momento mi si è avvicinato uno sconosciuto, che mi ha sorriso. «Spingiamola sul ciglio della strada» si è offerto, «la aiuto io.» Dopo aver spostato l'auto a fianco della strada lo sconosciuto mi ha offerto le chiavi della sua macchina, una bella Acura color argento. «Prenda la mia» ha detto. «Facciamo cambio. Me la renderà quando si sarà procurato una macchina nuova.» Gli ho chiesto il perché di quel gesto. «Negli ultimi tempi ho ricevuto aiuto da una quantità di persone» mi ha risposto «così ho sentito l'impulso di offrirle in prestito la mia automobile.» Ecco che cos'è diventato il mondo. Un tipo mai visto prima può decidere all'improvviso di prestarti la sua automobile a tempo indeterminato. Il bello è che un'offerta così generosa da parte di un perfetto sconosciuto non è più un caso isolato, straordinario. Oggi la generosità è all'ordine del giorno. È diventata la norma. Non fa neanche più notizia. Io c'ero. Io ho visto come è iniziato tutto. Ma allora ero una persona diversa. Per me si trattava semplicemente di uno scoop. Vi confesso una cosa. Quando ho conosciuto Trevor, il ragazzino che ha inventato la Formula del Cuore, all'inizio neanch'io ho creduto che potesse davvero funzionare. Ho capito solo quando ho visto che la gente la metteva in pratica davvero. Perché la Formula è un'idea di rivoluzionaria semplicità. Così ho deciso quale fosse il mio compito. Ho scritto un libro, intervistando le persone che avevano conosciuto Trevor. L'ho intitolato Gli amici di Trevor raccontano, perché sono le loro voci, in prima persona, a raccontare questa esperienza unica. L'ho scritto perché volevo che tutti ricordassero che cosa è successo, e come, e perché, e quando. Perché tutti si convincessero che cambiare noi stessi e gli altri è davvero possibile. Non c'e bisogno di molto. Basta una buona idea, e un pizzico di fiducia negli altri. Leggete questo libro. Ε, se volete, parlate della Formula del Cuore con le persone che conoscete. Date alla Formula una possibilità: non deve rimanere imprigionata in un libro, ha bisogno di libertà, perché è viva. Ha solo bisogno di circolare nel mondo, per cambiarlo a poco a poco. Quando ho conosciuto Trevor, gli ho detto: «Anch iο voglio cambiare il mondo». Io l'ho fatto. Continuerò a farlo. Ε voi? Chris Chandler

5 REUBEN La segretaria sorrise tanto educatamente che lui se ne sentì offeso. «Mr St. Clair, avverto subito la preside Morgan. Certo le vorrà parlare.» Fece due passi, si voltò e aggiunse, quasi scusandosi: «Vuole parlare con tutti, naturalmente. Con tutti i nuovi insegnanti». «Davvero?» Ormai avrebbe dovuto esserci abituato. Tre minuti dopo, la segretaria uscì dall'ufficio della preside: aveva stampato sul volto un sorriso troppo amichevole. La gente ostentava sempre una benevolenza esagerata verso di lui quando si sentiva in imbarazzo. «Prego, Mr St. Clair, si accomodi.» La preside dimostrava una decina d'anni più di lui, era attraente, con folti capelli scuri raccolti sul capo. Le belle donne lo facevano sempre soffrire: una fitta acuta che si accendeva nel plesso solare e da lì s'irradiava in tutto il corpo. «Sono lieta di incontrarla faccia a faccia, Mr St. Clair.» Poi la donna subito si interruppe, come se pronunciare la parola faccia rappresentasse un'imperdonabile scortesia nei suoi confronti. Lui si sentì in dovere di dire qualcosa, qualsiasi cosa. «La prego, mi chiami Reuben.» «Reuben, certo. Ε io sono Anne.» Lo sguardo di lei era fermo e diretto, non tradiva alcuna particolare emozione. La sua segretaria doveva averla preparata. L'unica cosa capace di ferire Reuben più di una reazione spontanea era la sua studiata assenza. Anne indicò una sedia e lui si sedette. Accavallò le gambe. La piega dei suoi pantaloni era accuratamente stirata; la cravatta, scelta la sera precedente, s'intonava col vestito. Aveva l'ossessione dell'eleganza, anche se sapeva che nel suo caso tutta quella cura passava inosservata. Vestiva bene per se stesso, malgrado nessuno se ne accorgesse, ο forse proprio per quella ragione. «Non sono esattamente quello che si aspettava, vero, Anne?» Avvertì di nuovo la fitta, più acuta. Era davvero difficile parlare con una donna attraente. «In che senso?» «Non finga, la prego. Si renderà conto di quante volte io abbia già vissuto questa scena.» Lei abbassò gli occhi. «Capisco» disse. «Ne dubito», pensò lui. «È nella natura umana» aggiunse poi Reuben, «formarsi un'immagine mentale di qualcuno. Lei ha letto un curriculum e una domanda d'impiego e ha appreso che ho quarantaquattro anni, che sono un maschio di colore, un veterano del Vietnam con un'ottima istruzione. Ε poiché non ha pregiudizi, mi ha assunto perché insegni nella sua scuola. Ma ora che mi vede in faccia...» Anne si irrigidì. «Se crede che il suo nuovo lavoro sia in pericolo, Reuben, non ha alcuna ragione di preoccuparsi.»

6 Fa davvero questa chiacchierata con tutti i nuovi insegnanti?» «Naturalmente.» Una pausa. «Reuben, non trova anche lei che sia utile discutere insieme del... del periodo di adattamento iniziale?» «Lo dica pure. Con franchezza, la prego. Lei teme che il mio aspetto possa turbare gli studenti.» «Qual è stata la sua esperienza in passato?» «È sempre facile con i ragazzi, Anne. Loro mi sanno accettare. È questo il momento più difficile. Ogni volta.» «Capisco.» «Ne dubito. Dubito proprio che lei possa capire» disse lui, questa volta a voce alta. Nella scuola precedente, a Cincinnati, Reuben aveva un amico di nome Louis Tartaglia. Lou aveva elaborato una efficace strategia che metteva in atto ogni volta che affrontava una nuova classe. Entrava in aula, la prima mattina, reggendo in mano una stecca da un metro. All'inizio, si sa, agli studenti piace mettere alla prova un nuovo insegnante. Ε Lou rispondeva affrontando la situazione di petto. La stecca era sottile, economica, sempre la stessa marca acquistata nello stesso negozio. Lou chiedeva silenzio. Invariabilmente, la classe lo ignorava. Dopo aver contato fino a tre, Lou levava in alto la stecca e la calava sulla cattedra con una tale violenza da spezzarla in due. La metà libera volava in aria alle sue spalle, colpiva la lavagna e rimbalzava sul pavimento. Nell'attonito silenzio che seguiva, Lou mormorava semplicemente: «Grazie». Ε in seguito non aveva più alcun problema con la classe. Reuben era certo che un giorno ο l'altro una scheggia sarebbe volata nella direzione sbagliata e avrebbe colpito uno studente, causando un sacco di problemi, ma fino a quel momento il sistema aveva sempre funzionato. «Alla base di tutto c'è l'imprevedibilità» spiegava compiaciuto Lou. «Una volta che ti considerano imprevedibile, li hai in pugno.» Poi un giorno gli aveva chiesto cosa facesse lui per calmare una classe turbolenta. Reuben aveva risposto che il problema non gli si era mai presentato; veniva sempre accolto da un silenzio più che glaciale. «Ah. Certo» aveva mormorato Lοu, imbarazzato. Reuben si parò per la prima volta di fronte ai suoi alunni, grato e al tempo stesso risentito per il loro silenzio. Fuori dalla finestra, alla sua destra, c'era la California, un luogo in cui in passato non era mai stato. Gli alberi, i fiori erano diversi; il cielo non era di un grigiore invernale come quello di Cincinnati. Non provava alcuna nostalgia per il luogo da cui era partito, perché Cincinnati non era casa sua. Nemmeno la California lo sarebbe stata. Ma lui cominciava a essere stanco di sentirsi sempre un estraneo. Fece un rapido conto dei banchi in ogni fila e del numero di file. «Visto che siete tutti presenti» disse, «faremo a meno dell'appello.» Il fatto che avesse parlato sembrò spezzare un incantesimo, e gli studenti cominciarono ad agitarsi sulle sedie bisbigliando fra loro. Né meglio né peggio del solito. Reuben si voltò per scrivere il suo nome alla lavagna. Mr St. Clair. Poi lo scrisse per esteso, Saint Clair. Attese qualche secondo prima di tornare a voltarsi. «Bene» disse Reuben, «forse potremmo passare questa prima giornata semplicemente a chiacchierare. Possiamo cominciare parlando delle apparenze. Di che cosa proviamo nei riguardi degli altri a causa del loro aspetto. Non ci sono regole, non preoccupatevi. Potete dire quello che volete, anzi, vi invito a essere del tutto sinceri.»

7 A quanto sembrava non erano ancora disposti a fidarsi di lui, perché dissero le stesse cose che avrebbero potuto dire alla presenza dei loro genitori. Poi, nel tentativo di fare dello spirito, un ragazzino seduto nell'ultima fila gli chiese se fosse un pirata. «No» rispose lui, «non lo sono. Io sono un insegnante.» «Credevo che soltanto i pirati portassero una benda nera sull'occhio» commentò lui, ridacchiando. Reuben spiegò, impassibile: «Chi ha perso un occhio porta sempre la benda. Che sia un pirata ο no». Finalmente la classe usci. Lui udì un rumore e alzò gli occhi su un ragazzino in piedi davanti alla cattedra. Era bianco, gracile e molto scuro di capelli, forse in parte ispanico. «Salve» disse il ragazzino. «Ciao.» «Che cos'è successo alla sua faccia?» Reuben sorrise, una smorfia sbilenca che raramente si concedeva. Fece scivolare una sedia di fronte alla cattedra e il ragazzino vi si sedette senza esitare. «Come ti chiami?» «Trevor.» «Trevor e poi?» «Trevor McKinney. L ho offesa con la mia domanda?» «No, Trevor.» «Mia madre dice che non dovrei fare domande simili alla gente, perché potrebbe offendersi. Dice che dovrei imparare a tenere la bocca chiusa.» «Beh, Trevor, quello che tua madre non può sapere è che, anche se fai finta di non esserti accorto di niente, io capisco comunque che non è così. Ε a quel punto diventa strano che non parliamo del mio aspetto, visto che entrambi ci stiamo pensando. Capisci che cosa intendo?» «Credo di sì. Beh, allora, cosa le è successo?» «Sono stato ferito, in guerra.» «In Vietnam?» «Esatto.» «Anche mio padre è stato in Vietnam. Dice che era un posto infernale.» «Sono d'accordo con lui. Anche se io ci sono stato soltanto sette settimane.» «Mio padre ci è stato per due anni.» «È rimasto ferito?» «Ha un ginocchio che gli dà noia.» «Io dovevo rimanere per due anni, ma sono stato ferito gravemente e mi hanno rispedito a casa. Ε così, in un certo senso, io sono stato fortunato perché non sono stato costretto a restare, e tuo padre invece è stato fortunato perché non ha riportato delle ferite gravi. C'e sempre un aspetto positivo in ciò che ci succede, non trovi?» Il ragazzino sembrava perplesso per la sua conclusione, ma assentì. «Forse un giorno conoscerò tuo padre. Magari a un incontro con i genitori.» «Non credo. Non so dove sia ora mio padre. Che cosa c'è sotto la benda?» «Niente.» «Come è possibile?» È come se non ci fosse mai stato niente. Vuoi vedere?» «Ci può scommettere.» Reuben si tolse la benda nera. Nessuno sembrava capire cosa intendesse con niente finché non lo vedeva con i propri occhi. Nessuno era preparato al brutto colpo di un niente nel posto in cui tutti gli altri avevano un

8 occhio. Trevor lo osservò con interesse, quindi annuì tranquillo. Reuben rimise la benda a posto, sollevato: con i ragazzi era sempre più facile che con gli adulti. «Mi dispiace per la sua faccia. Comunque, l'altra metà ha un ottimo aspetto.» «Grazie, Trevor. Credo che tu sia il primo a farmi un simile complimento.» «Beh, arrivederci.» «Ciao, Trevor.» Reuben aspettò che il ragazzo uscisse dalla stanza. Poi raggiunse la finestra e guardò il prato davanti alla scuola. Osservò gli studenti formare capannelli, parlare e correre sull'erba, finché Trevor sbucò di corsa sulla scalinata. Reuben voleva vedere se Trevor si sarebbe precipitato dai suoi compagni per vantarsi della scoperta. Magari per incassare le vincite di una scommessa e raccontare una storia che Reuben, dalla finestra del primo piano, non avrebbe potuto udire ma soltanto immaginare. Ma Trevor superò trotterellando i compagni senza degnarli di uno sguardo. La prossima classe di Reuben stava per arrivare. Lui inspirò a fondo, per prepararsi a ripetere tutto da capo. Tutto da capo.

9 INTERVISTA A REUBEN DAL LIBRO GLI AMICI DI TREVOR RACCONTANO DI CHRIS CHANDLER REUBEN: tutte le mattine, allo specchio, fisso apertamente la mia faccia senza la benda nera, durante la rasatura. Eppure, non mi sono ancora abituato allo spettacolo. In totale, ho subìto undici interventi di chirurgia plastica, per riparare quella che un tempo era una lesione raccapricciante. L'area che un tempo era il mio occhio sinistro, l'osso e il muscolo spappolati sotto la guancia e la fronte, sono stati accuratamente ricoperti con epidermide prelevata dalla mia coscia. Gli interventi avevano l'unico scopo di rendermi un individuo più facile da guardare. Il risultato finale è la liscia, assoluta assenza di un occhio, come se non fosse mai esistito; un incavamento in corrispondenza della guancia e del collo; e un danno neurologico al lato sinistro della bocca. È morto, per così dire, e pende verso il basso. Ma dopo anni di terapia correttiva, il mio modo di parlare risulta finalmente comprensibile. Il mio braccio sinistro è rattrappito e assottigliato a causa dell'atrofia. Ma credo che la gente lo noti solo in un secondo tempo: ho una faccia troppo interessante. Sono insegnante, e ho lavorato in scuole dove persino un cerotto suscita commenti. «Richie, che cosa ti sei fatto alla mano?» Una semplice ingessatura diventa una storia da ripetere mille volte. «Capisci, ero su una scala, volevo appendere un quadro...» Per questo mi sembra strano che nessuno mi faccia mai domande. Se all'improvviso la situazione cambiasse e tutti volessero sapere, magari scoprirei che preferivo il silenzio. Ciò che mi infastidisce, a dire il vero, è perché non mi facciano mai domande, come se il mio aspetto rappresentasse una tragedia indicibile e sconvolgente anche per loro. Ε invece, è un problema solo mio. Che io so gestire benissimo. Di quando in quando il mio braccio attira un commento, sempre lo stesso. «Una fortuna che sia successo al sinistro.» Non sanno che prima dell'incidente ero mancino. Non sanno neppure che prima di andare in Vietnam avevo una fidanzata. Qualcuno penserà che lei avrebbe dovuto sposarmi ugualmente, che si sia dimostrata egoista e senza cuore. Non è andata così. La verità è che io e Eleanor eravamo talmente decisi a far finta di niente, a ignorare l'accaduto, che alla fine questo problema di cui non si parlava mai aveva finito con l'ossessionarci. Non riuscivamo a pensare a nient'altro. Per questo è finita. Sì, credo sia per questo.

10 Dal Diario di TREVOR Caro diario, un paio di giorni fa al telegiornale parlavano di un ragazzino in Inghilterra che ha una strana malattia... Pare che non senta il dolore fisico. Perciò porta sempre un casco e imbottiture sui gomiti e sulle ginocchia, altrimenti potrebbe farsi male. Senza accorgersene. All inizio ho pensato "Però, che fortuna!" Ma a ripensarci non ne sono più così sicuro. Una volta quand ero piccolo ho chiesto a mia madre perché esiste il dolore. Cioè, a che cosa serve? Lei ha risposto che il dolore insegna, per esempio, che non bisogna appoggiare le mani su una stufa bollente. Il dolore serve a insegnarci. Beh, adesso sono grande, e ho capito una cosa. Credo che anche mia madre abbia questa strana malattia. Ma dentro, nel cuore. È come se mia madre continuasse a toccare una stufa bollente, senza capire che si scorterà. Si fa del male senza accorgersene. Vorrei poterla aiutare.

11 ARLENE Ricky non tornò. L'unica cosa che le era rimasta di lui era il suo camioncino Ford Extracab, parcheggiato nel vialetto di fronte a casa. Per colpa di quel maledetto camioncino, che le ricordava i propri guai, Arlene continuava a rigirarsi nel letto ogni notte. Specialmente da quando era stata costretta a trovarsi un secondo lavoro, al Laser Lounge, proprio per rispettare i pagamenti di quel catorcio ammaccato, che non funzionava neanche più. Notte dopo notte il Ford Extracab la attirava alla finestra, a contemplare quasi ipnotizzata come la luce della luna scivolava sulla carrozzeria del veicolo. Il luccichio della sua superficie argentea si interrompeva nei punti in cui la vernice era saltata. Soltanto Ricky poteva conciare un camioncino a quel modo e filarsela abbandonandolo in mezzo alla strada. Lasciandole tutte le rate arretrate da pagare. Ma dov'era adesso Ricky? Probabilmente, seduto in un bar chissà dove, a mormorare paroline dolci all'orecchio di una biondina sprovveduta. Dov'era Ricky? Perché non chiamava? Forse era ferito, ο forse addirittura morto, troppo lontano da casa perché la notizia arrivasse fino ad Arlene... C'era la sua tomba da qualche parte? Arlene ritornò a letto, ma cadde vittima di un incubo in cui Ricky viveva da mesi e mesi fuori città con un'altra donna e non si era mai preso il disturbo di farglielo sapere. Si svegliò e ritornò alla finestra, a fissare con odio il maledetto camioncino che la teneva sveglia. «Bene,» fece l'uomo, aggressivo «e se arrivo a casa e scopro che la portiera è storta? Ho speso duecento dollari per niente?» «Hai appena detto tu stesso che il metallo è rinforzato, impossibile che si pieghi» fece notare Arlene. «Ehi, non prendertela. Dicevo così per dire.» «Ti faccio una proposta. Non incasso il tuo assegno prima di due ο tre giorni. Se non riesci a montare la portiera sul tuo camioncino, me la riporti e io ti rendo i soldi.» «Ε va bene. Centosettantacinque dollari.» «Mi prendi in giro?» «Okay, duecento.» Lui si appoggiò al cofano malconcio del Ford e si accese una sigaretta. Marlboro Red, le stesse che fumava Ricky, Arlene lo sapeva senza bisogno di controllare. Sembrava che la città di Atascadero fosse piena di uomini fatti della stessa pasta di Ricky. Suo malgrado, Arlene trovava attraente quel tizio, Doug, ο forse Duane, ο come diavolo lui aveva detto di chiamarsi. Ε lei sapeva che la ragione era quella somiglianza con Ricky. Immaginava che avrebbe trovato altre somiglianze se si fosse presa il disturbo di scavare in profondità. Sapeva che, se gli avesse

12 domandato di suo padre, lui avrebbe risposto che lo picchiava di santa ragione e che lui aveva dovuto imparare a badare a se stesso fin da quando era piccolo. Sapeva che, se si fosse tolto la maglietta sulla spalla, avrebbe esibito un tatuaggio con un nome sbiadito, il nome di una ragazza con cui era uscito quand'era troppo giovane per sapere che per sempre vale soltanto per le cicatrici. Sentirsi attratta suo malgrado da Doug (ο Duane) le dava un senso di stanchezza. Come diceva sempre a Loretta, la sua migliore amica: «Il mio istinto è infallibile: nessuna è più brava di me a scovare l'uomo sbagliato». Per il momento si accontentava di osservare le muscolose braccia di Doug (ο Duane) che svitava i bulloni della portiera, freddamente consapevole che stava contemplando il prossimo errore della sua vita prima ancora di aver sgombrato il vialetto di casa dai detriti dell'ultimo casino. Prima che Arlene potesse concludere quel pensiero scoraggiante, Cheryl Wilcox, l'ex moglie di Ricky, si materializzò di fronte a lei. Ε non erano neanche le nove del mattino. Arlene sospirò e si diresse verso lo scaffale della libreria, dove teneva nascosta una bottiglia di José Cuervo. L'assistente sociale l'aveva ammonita: non doveva assolutamente tenere alcool in casa finché non si fosse completamente disintossicata. Ma lei non aveva obbedito. «Prima ο poi dovrò imparare a controllarmi anche nelle vicinanze di una bottiglia» aveva protestato. «È ancora presto», aveva insistito l'assistente sociale, che si chiamava Bonnie. «Hai smesso di bere soltanto da cinque giorni.» Arlene prese due bicchieri dall'armadietto, uno per Cheryl e uno per se. L'assistente aveva anche detto che era giunto il momento che Arlene facesse pulizia nella sua vita, che affrontasse gli errori del passato. Per questo Arlene aveva invitato Cheryl, l ex moglie di Ricky, a casa sua. Per scusarsi di essere andata a letto con suo marito per circa dieci anni, mentre era ancora sposato con lei. «È da un bel po' che Ricky non si fa vedere. Ε credo che tu sappia dov'è» disse Cheryl seccamente. «Se sapessi dov'è, non sarei qui a vendere quel dannato camioncino un pezzo alla volta. Darei l'indirizzo di Ricky all'esattore dei crediti, così si arrangerebbe lui. Invece sono costretta a fare un doppio lavoro per finire di pagare le rate arretrate.» «Così impari a fidarti degli uomini» commentò Cheryl con astio. Arlene fece per ribattere, ma poi cambiò idea. Piuttosto si versò altre due dita del caro vecchio José Cuervo. L'unico uomo della sua vita che non le avesse mai raccontato storie. Sapeva sempre che cosa poteva aspettarsi da lui. «Cheryl, ti ho chiesto di venire qui per dirti che mi dispiace» mormorò quindi. «Già» rispose Cheryl. «Sei proprio una persona sensibile. Ecco perché venivi sempre a casa mia, proprio come una vera amica. Eri sempre così gentile con me... e intanto andavi a letto con mio marito.» Arlene rifletté qualche secondo su come essere stata gentile con Cheryl avesse addirittura peggiorato la sua posizione. «Perché sei convinta che io sappia dov'è Ricky? Se n'e andato, è evidente.» Cheryl parve per la prima volta a corto di parole. «Quando ho visto il camioncino qui davanti, io ho pensato... ho pensato...» balbettò. «Che cosa? Che ci fosse anche lui? Che fosse tornato da me?» «Forse.» Che cos'aveva Ricky di tanto speciale, da far sì che le donne da lui abbandonate lo rimpiangessero sempre, nonostante le lasciasse regolarmente nei guai? «Già. Lo vedo.»

13 La porta si apri e Trevor, il figlio di Arlene, fece irruzione in casa. Era spettinato, una tasca dei jeans era scucita e aveva le scarpe infangate, ma Arlene decise di lasciar perdere, almeno per il momento. «Trevor, dove sei stato?» «Da Joe.» «Ti avevo forse dato il permesso di andare da Joe?» «No» rispose Trevor a occhi bassi. Il ragazzo sapeva chi fosse la donna in salotto con la mamma, ma non la ragione per cui era lì. Ma era grande abbastanza da intuire che comunque non si trattava di una visita di cortesia. «Scusa, mamma.» Lo sguardo ora era fisso sul bicchiere di Arlene. Neanche l'ombra di un rimprovero, solo una silenziosa rassegnazione. Come se conoscesse bene le ragioni per cui gli adulti si sforzano di cambiare, nonostante siano maledettamente scarse le loro probabilità di farcela. «Ora esci. Va a fare un giro.» «Ma sono appena arrivato, mamma!» «Obbedisci, una volta tanto?» Trevor obbedì, senza fiatare. Arlene prese mentalmente nota di portarlo più tardi a prendere un gelato, tipico gesto compensatorio a cui lei ricorreva dopo ogni attacco di malumore. Il risultato era che Arlene e suo figlio mangiavano troppi gelati. Il rumore della porta che si chiudeva alle spalle di Trevor riaccese in lei per un attimo un dolore antico, come il taglio di un cordone ombelicale. Arlene riempi entrambi bicchieri. «Grazie di non aver detto niente di fronte al ragazzo, Cheryl» «Somiglia molto a Ricky» osservò Cheryl. «Non è suo. Non è figlio di Ricky.» È il suo ritratto» insistette Cheryl, in tono doloroso. «Trevor ha dodici anni. La mia storia con Ricky è cominciata soltanto dieci anni fa» mentì Arlene. Nello stordimento dato dall'alcool le parve che Βοnnie, l'assistente sociale, fosse dietro di lei, e che scuotesse la testa con disapprovazione. Arlene aveva appena detto una bugia. «Io vedo Ricky in quel ragazzo» insistette Cheryl. «Beh, tu stai vedendo qualcosa che non c'è» ribatté Arlene, ma capì la pena negli occhi dell'altra donna. Vedeva negli occhi di Trevor quello che aveva tanto desiderato per se stessa e non aveva mai avuto. Alle nove in punto di quella sera Bonnie si presentò senza preavviso alla sua porta. «So che non ci crederai» disse Arlene. «Ma stavo proprio per chiamarti.» «Ho pensato che forse ti andava di parlare. Tuo figlio mi ha lasciato un messaggio in segreteria.» Quella rivelazione la fece piangere, per ragioni che Arlene non riusciva a capire fino in fondo. Negli ultimi tempi le lacrime sembravano nascoste appena sotto la superficie dei suoi occhi, pronte ad affiorare alla minima occasione. Bonnie entrò in casa e abbracciò Arlene con i suoi centotrenta chili, in un impeto di affetto. Poi le due donne andarono a prendere la bottiglia di José Cuervo nascosta dietro lo scaffale e la vuotarono nel lavandino. «Ero così sicura che stavolta ce l'avrei fatta a smettere» piangeva Arlene. «Sta solo a te farcela. Ε ce la farai.» Arlene accompagnò Bonnie fino alla finestra della camera da letto e le mostrò il relitto del camioncino Ford illuminato dalla luna. Era come se Arlene, che non riusciva mai a trovare le parole giuste, volesse indicarle il problema. Il fantasma.

14 «Se tu fossi tormentata da uno spettro come quello, sei sicura che sapresti cavartela molto meglio di me?» Bonnie parve capire, e annuì lentamente. «Li senti, quegli alberi?» chiese Arlene. «Gli alberi?» «La notte sembrano cantare. Davvero. Talmente forte che non riesco a dormire. Cantano canzoni che parlano di Ricky. Giuro, prima che quel maledetto camioncino tornasse a casa non le cantavano, quelle stupide canzoni.» «È solo il vento, Arlene.» Bonnie la mise a letto. «Torno domattina a vedere come stai.» Ε la lasciò sola con gli alberi e la loro musica. Dopo un pο' Arlene si alzò e scivolò in camera di Trevor. Si sedette sul bordo del letto e gli scostò i ricci scuri dalla fronte. «Stai bene, mamma?» mormorò lui, nel dormiveglia. «Sei l'unica cosa buona che abbia mai fatto» disse Arlene. Glielo ripeteva spesso. «Dai, mamma» rispondeva sempre lui. Quando se ne andò Trevor rimase sveglio a lungo. Come se anche lui potesse sentir cantare gli alberi.

15 INTERVISTA AD ARLENE DAL LIBRO GLI AMICI DI TREVOR RACCONTANO DI CHRIS CHANDLER ARLENE: quella sera non presi precauzioni. Fu stupido e irresponsabile da parte mia. Ciò nonostante, sono felice di come andò a finire. Non dico che non mi fosse venuto in mente, durante la serata, di sollevare il problema, ma temevo di spezzare la magia dei momento. Ε se vuoi raffreddare un uomo, niente funziona meglio di: «Hai per caso un preservativo?» oppure «Ho dimenticato di dirti che non prendo la pillola!». Per di più, quello era un argomento molto delicato: era una vita che Ricky e sua moglie Cheryl desideravano avere un bambino. Ah, forse non l'ho ancora detto: lui era sposato... all'inizio. Sì, è una storia complicata. Comunque, una sera mi lamentai che non potevamo andare a ballare insieme perché lui era sposato. A New York sarebbe stato diverso; ma ad Atascadero non si poteva neanche parlarne. Perché tutti conoscevano tutti. «Vuoi andare a ballare?» sorrise lui. «Allora ti porto a ballare.» Andammo in un prato lungo la Cuesta Grande, da cui si vedevano brillare le luci della città. Era molto romantico. Scendemmo dalla sua vecchia berlina, poi lui accese i fari dell'auto. Quindi accese anche la radio, e si mise alla ricerca di un lento. Poi fu come se il mondo intero si concentrasse nelle sue braccia: al mondo non esisteva niente di più importante di quel contatto. Ε quando mi strinse più forte e sentii il suo respiro sul collo, era come se quel tepore mi avesse sempre accompagnato. Eravamo fatti l'uno per l'altra. Sentivo che io e Ricky esistevamo insieme da sempre, ed ero sicura che niente avrebbe potuto mai separarci. Ma sto divagando. Quando facemmo l'amore per la prima volta pensai che una notte così tenera, una notte così unica non poteva passare senza lasciarmi un ricordo speciale. Ε infatti fu così. Fu quella la notte in cui rimasi incinta di Trevor.

16 Dal Diario di TREVOR Caro diario, a volte mi viene il dubbio che mio padre non sia mai stato in Vietnam. Il padre di Joe è stato in Vietnam e ha tante storie da raccontare. Ascoltandole ti accorgi che ci è andato veramente. Ma ogni tanto penso che mio padre dica certe cose solo perché gli piace che la gente sia dispiaciuta per lui. Mia madre gli perdona tante cose per il fatto che è stato in Vietnam. <<Ecco perché ha dei problemi!» dice spesso. Per questo non le racconto che secondo me forse non c è mai andato. A proposito, Mr St. Clair mi piace tantissimo. È l unica persona che non si offende quando dico proprio tutto quello che penso.

17 JERRY In un cassonetto dei rifiuti dietro un'officina, a due isolati dal luogo dove doveva presentarsi il mattino seguente, Jerry trascorse la notte. Anche nel sonno, era conscio di un sottile filo di speranza. Una cosa che non gli succedeva da un pezzo. Ma al risveglio, lo prese lo sconforto. Era come se una parte di sé sapesse già come sarebbe andata. Un'ennesima delusione sarebbe andata ad aggiungersi a una lunga collezione. Rilesse l'annuncio un'altra volta. Era nel taschino della sua camicia: la carta di giornale era spiegazzata e imbrattata dal sudore. Cerco una persona che ha avuto sfortuna, per offrirle aiuto e denaro. L appuntamento è all'angolo di El Camino Real e Trafic Way, sabato mattina alle otto. Un tempo Jerry aveva la sensazione che ci fosse qualcuno ο qualcosa lassù in cielo a proteggerlo. Ε forse proprio perché da tempo non avvertiva più quella certezza si era lasciato cadere così in basso. «Quando il cielo ha dimenticato che esisti, che cosa ti rimane?» si chiedeva spesso. «Soltanto la schifosa parte di mondo che hai davanti al naso.» Da anni ormai le sue giornate erano tutte uguali, organizzate attorno alle stesse, squallide necessità. Cercare di mettere le mani su qualche soldo, sprecarlo sempre nello stesso modo. Ε ora, leggendo per la terza volta quel breve annuncio, rifletteva che, probabilmente, molti altri l'avevano letto come lui. Capiva che si sarebbe trovato di fronte una lunga fila di persone. Così, benché l'orologio segnasse soltanto le sei e mezza, decise di incamminarsi. Giunto all'incrocio, capì di essere in ritardo. Più in ritardo di quanto avesse temuto: c'erano già diciassette persone. Ε così, con una fastidiosa sensazione di rivalità che gli rodeva le budella come i denti aguzzi di un topo, si mise in attesa con gli altri, cercando di non incrociare lo sguardo di nessuno. Faceva un freddo dannato, ad Atascadero. Non sembrava neanche di essere in California. Durante il giorno si stava bene, ma di notte la temperatura scendeva fino allo zero. Alcune delle persone in attesa portavano i guanti, ma i suoi si erano consumati da tempo. Ε così incominciò a strofinarsi le mani per riscaldarle. Ε tenersi occupato. Intanto pensava, chissà se rimedio un pasto gratis. Un pasto caldo. In quella mattina fredda un buon pasto caldo gli pareva un miraggio. Erano quasi tutti uomini, notò; l'unica eccezione era una donna a cui mancavano i due denti davanti. Alcuni avevano un aspetto migliore del suo, altri peggiore.

18 O no? Dubitava della propria percezione di sé. Era passato troppo tempo dall'ultima volta che si era guardato allo specchio. All'improvviso capi. Si stava guardando allo specchio in quel momento: era uno di loro. Quel pensiero lo fece rabbrividire. Gli fece venir voglia di andarsene, e fu sul punto di farlo. Ma arrivarono altri tre disperati, e Jerry decise che aveva diritto quanto loro a un po' di beneficenza. Dovevano essere quasi le otto. All'angolo designato si erano radunate quarantotto persone, oltre a lui. Un ragazzino di circa dodici anni si avvicinò su una vecchia bicicletta. Il nuovo venuto osservò il gruppo. Li passò in rassegna uno a uno, contandoli, preoccupato. «Accidenti» esclamò infine. «Siete tutti qui per l'annuncio?» Qualche testa si sollevò, gli sguardi curiosi, non più chiusi e incollati al marciapiede. Alcuni annuirono. «Mamma mia» ripeté scuotendo il capo. «Io ne cercavo soltanto uno.» Un omaccione calvo gli si avvicinò minaccioso. «Ehi, ragazzo. Sei stato tu a mettere l'annuncio?» Jerry lo conosceva di vista. Era un barbone da cui tenersi alla larga, un tipo aggressivo. «Sì, sono stato io.» «Allora è tutto inutile» sbottò l'uomo. Per un attimo Parve che stesse per protestare con veemenza, poi fece un gesto di sconforto e se ne andò. La maggior parte delle persone si mosse per andarsene. Jerry li sentiva brontolare mentre gli sfilavano accanto. Ma lui non se ne sarebbe andato, non avrebbe tratto alcuna conclusione affrettata. Il ragazzino si limitò a starsene lì fermo. Pareva sollevato, pensò Jerry, perché ora erano rimasti soltanto in dieci ο undici. Jerry gli si avvicinò. Chiese gentilmente: «Allora, ragazzo, e uno scherzo?». «No, e una cosa seria. Io consegno i giornali, guadagno trentacinque dollari alla settimana. Voglio regalare i miei risparmi a qualcuno che non ha un lavoro perché riesca a rimettersi in pista. Immagino che i soldi gli serviranno per comprarsi qualcosa da mangiare, dei vestiti puliti, un paio di scarpe, biglietti per l'autobus...» Una voce alle spalle di Jerry domandò: «Già, ma chi sarà questo qualcuno?». Il ragazzino ci rifletté per qualche istante. Poi chiese a tutti quelli che erano rimasti di scrivere perché pensavano di dover essere scelti. Altri sei si girarono e se ne andarono senza una parola. «Chissà perché se ne vanno adesso» commentò il ragazzino. La donna sdentata replicò: «Che cosa ti fa credere che tutti sappiano scrivere?». Era chiaro, dall'espressione del ragazzino, che non ci aveva proprio pensato. Jerry sospirò. Chiese un foglio, una penna. Si sedette sul marciapiede e rifletté qualche minuto. Poi iniziò a scrivere. Scrisse a lungo. Beh, tanto per cominciare non dirò di meritarmelo più di chiunque altro. Chi può giudicare? Inoltre, tu hai detto nell annuncio che cercavi una persona sfortunata. Ma sai una cosa? La fortuna non centra un bel niente. Io sono, anzi ero, un drogato. Ma secondo me e soltanto colpa mia, di nessun altro. Non di mia madre, ο del governo. Non sono stati loro a infilarmi una siringa nel braccio. A causa della droga ho perduto tutto ciò che avevo: la mia macchina, il mio appartamento... Non riesco più a trovare un lavoro, anche se, te lo garantisco, sono un ottimo meccanico. Dovrei presentarmi pulito, in ordine. Ε invece, vedi come sono conciato. Per di più, a tutti i colloqui che ho fatto mi hanno dato

19 un modulo da compilare. Poi mi hanno detto: «Scrivi il tuo numero, ti chiameremo se avrai ottenuto l impiego». Ma il cassonetto dei rifiuti in cui dormo non ha il telefono. E così ogni volta ho dovuto rispondere che ero senza telefono perché avevo appena traslocato. «Allora segna il tuo indirizzo» ribattevano loro. «Ti spediremo un avviso.» Non potevo indicare nessun indirizzo. Ε a quel punto capivano che vivevo per strada. Fine del colloquio. Punto. Però adesso ho deciso di ricominciare tutto da capo. Ho solo bisogno di un piccolo aiuto. Per questo, se sceglierai me, non te ne pentirai. Credo proprio che sia tutto quello che ho da dire. Un altra cosa: grazie. Alla tua età i soldi che avevo in tasca li spendevo solo per me. Tu devi essere proprio un bravo ragazzo. Jerry Busconi

20 ARLENE Nοn erano nemmeno le sette del mattino, troppo presto per Arlene, perché il pensiero del maledetto Ford Extracab e delle rate da pagare l'avevano di nuovo tenuta sveglia tutta notte. Qualcuno le stava scuotendo la spalla, e pur senza essere del tutto cosciente lei sapeva che si trattava di suo figlio. «Mamma? Sei sveglia?» «Sì.» «Jerry può entrare a farsi una doccia?» Batté le palpebre e guardò la sveglia a occhi socchiusi. Le restava ancora mezz'ora di sonno. «Jerry?» «È un mio amico.» Non sapeva che Trevor avesse un amico di nome Jerry. «Okay. Sarò in piedi fra mezz'ora.» Si coprì il capo con il guanciale, e sprofondò nuovamente nel sonno fino al trillo della sveglia. Alcuni minuti dopo, mentre lei preparava la colazione a suo figlio, uno sconosciuto sbucò dal corridoio ed entrò in cucina. Arlene era pronta a strillare ma si trattenne quando vide Trevor sorridergli e fargli posto a tavola. L'estraneo doveva essere sulla quarantina; era piccolo, ben rasato, con l'attaccatura dei capelli alta, e indossava un paio di blue jeans nuovi di zecca e una camicia di cotone candida. «Posso sapere chi è lei?» L'uomo non fu abbastanza rapido a rispondere, perché Trevor lo precedette: «È Jerry, mamma. Ricordi? Hai detto che poteva venire a farsi una doccia». «Io ho detto questo?» «Sì.» «Ε quando?» «Quando ti ho svegliato.» Jerry non aveva ancora aperto bocca, ma a quanto pareva era abbastanza intelligente da capire quando e dove non era desiderato, perché cominciò a scivolare lentamente verso la porta. «Grazie mille, signora» disse con la mano sulla maniglia. Allora Trevor gli chiese se aveva bisogno di soldi per l'autobus. L'uomo gli fece vedere una manciata di spiccioli. Mostrò il mucchietto di monete da venticinque e dieci centesimi con orgoglio. «Li ho risparmiati, vedi? Dai soldi per i vestiti nuovi.» «Spero che troverai lavoro, Jerry. Buona giornata» gli augurò Trevor sorridendo. Quando la porta si richiuse Trevor alzò gli occhi su Arlene come se niente fosse. «Lo sai che hai la bocca aperta, mamma?» Quindi si chinò sui suoi cereali e si dedicò a mescolare latte e zucchero. «Trevor, si può sapere chi era quell'uomo?» «Te l'ho detto. Jerry.»

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