Capitolo IX. Metti che una fiaba

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1 Capitolo IX Metti che una fiaba Pare impossibile supporre, immaginare che un dirigente d azienda, un funzionario statale, un architetto, anche un semplice battilastra, tutta gente seriosa che, durante le ore canoniche della giornata lavorativa, al massimo ti degnano d uno sguardo, en passant, si vestano con i panni dello specchio magico, del cavaliere azzurro, dell albero alla base del quale il cavallo del cavaliere azzurro è andato a fare pipì. Come si faccia, poi, a vestirsi da specchio magico o da albero, alla base del quale etc, etc, mi risulta difficile pensarlo, specie se il concetto è rivolto a delle persone adulte, a dei padri di famiglia, a dei sostegni morali della comunità. Il tutto parrebbe una barzelletta raccontata in qualche momento di relax, durante una sosta sotto il gazebo del campo Ex Venchi Unica, quello che gestisce la società Pozzomaina in via Monte Ortigara a Torino. Ed invece è tutto vero, è realmente successo, pur se un bel numero di anni addietro, quando, forse, la poesia dell essere sovrastava quella dell apparire e certe commedie o certe fiabe non erano realtà da preoccupare, ma stemperavano animi, coagulavano cervelli, aumentavano la certezza che, stare assieme, fosse proprio la cosa giusta da farsi. Ed allora, visto che voglio raccontarvi di certa gente che ha cominciato quasi sessanta anni fa a fare football, parto da circa metà strada, da quel salone delle feste, concesso in uso gratuito nel 1988 da un sindacato che aveva sede via Frejus a Torino. E parto da Ottavio Porta, perché il regista di tutta questa pochade, una vaudeville in tutti i sensi, è stato proprio il vulcanico presidente dell attuale società grigia-rosso-blu. In quella stagione, ovvio che non era ancora avvenuta la fusione tra lo Sport Club Pino Maina e l Unione Sportiva PozzoStrada, ma mi è parso gradevole iniziare a parlare di un palcoscenico, degli attori che ci stavano sopra e delle grasse, grosse risate che un bel numero di persone si erano fatte in quella occasione. Prima, comunque, qualche dato di fatto. Pozzo Strada, come tutti sanno, è il nome di un quartiere, antichissimo quartiere della città di Torino. E nella terza Circoscrizione ed ha come asse, se non primario almeno secondario, la via Bardonecchia che parte da corso Racconigi e finisce in corso Brunelleschi.

2 In quella via che, pare, si chiamasse strada antica di Francia, esattamente mille anni prima e dico mille per dare una data fissa non un approssimazione casuale, a fianco della chiesa della Natività di Maria Vergine, la più antica chiesa di Torino dopo quella della Consolata, e che sorge all angolo dell attuale via Marsigli, esisteva un pozzo dove, pare, il ceco di Briancon, così chiamato perché stava scarpinando da Torino verso la Savoia, bevendo l acqua di quel pozzo riebbe la vista e, ovviamente, si gridò al miracolo. E sempre ovvio che questa è una storia tramandata dai nostri avi e con il rispetto che si deve sempre dare agli antichi, ci crediamo; la realtà rimane che per quel fatto miracoloso la borgata, il rione, la zona, chiamatela come volete, assunse il nome di Pozzo sulla Strada di Francia, da cui, per semplificare la vita un po a tutti, venne chiamata Pozzo Strada. La conseguenza di ciò, si fa per dire, quasi mille anni dopo, precisamente nel 1975, fu che si ebbe la nascita di una buona realtà sportiva che venne chiamata Unione Sportiva PozzoStrada, leggetelo tutto attaccato, mi raccomando. Primo presidente, un caro amico ridotto purtroppo a vegetare su un letto da qualche anno, fu Felice Assalto che non ci mise molto ad accaparrarsi gente in gamba e, comunque, che facesse progredire la società iscritta in quelle stagioni nel CSI con una sola squadra di amatori. Uno di questi fu Ottavio Porta, all epoca impiegato all Aeritalia, divenuta in seguito Alenia come, sempre in seguito, divenne un abile sindacalista anche Porta. Acquisito come allenatore Guido Calcatelli, come segretario Walter Pianca e qualche altro amico, per esempio Tiberio Baraldo e Giulio D Amato a fare da supporto, Calcatelli e Porta iniziarono una sorta di scuola calcio nelle palestre della borgata, perché il campo diurno da usare manco se lo sognavano. Nel 1980, finalmente, oltre ad avere uno spazio pseudo erboso a disposizione, i due ottennero anche la disponibilità pomeridiana di qualche allenatore e così diedero inizio alla loro corsa se non verso il milione, come dice una attuale pubblicità televisiva, almeno alle alte sfere del calcio giovanile. Per i dilettanti c era ancora tempo. In questi anni si formarono diverse squadre di buon livello ed un gruppo si farà particolarmente ricordare per la grande amicizia che molti di quei ragazzi hanno mantenuto per la loro vita di adulti; così nel 1981 la formazione Esordienti, allenata da Franco Pellerino, schierava Poggio, Attamante, De Lodi, Mortellaro, Strocco, Mainardi, Rosanigo, Miozzo, che era anche il capitano della masnada, D'amato, Fontana, Riviezzo oltre a Cingolani, Buono, Cicchella, D'Elia e Mirabelli. Alcuni di questi ultimi, con Scalise in porta e poi Bologna, Saponaro (scomparso giovanissimo pochi anni dopo), Lisbona, Longo, Maletti, Marinaro, Passalacqua e con Sgambellone mister, andranno a vincere un campionato Allievi nel 1983 e nel 1984, con l aggiunta di Vallario,

3 Pagano, Falcone e Rossi saranno ancora protagonisti in quella che allora si chiamava la categoria principe, gli Allievi Eccellenza. Quando Porta assume la vicepresidenza, dopo aver avuto la responsabilità della Scuola Calcio ufficiale, e quasi l ora che Assalto abbandoni e al suo posto subentra Silvio Franchino. Siamo nel 1986 ed anche sulla spinta di un genitore che diverrà molto noto in seguito, l attuale procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli che aveva i due figli inseriti nel club, e con le abili manovre dirigenziali del gruppo storico, come lo chiama Porta, formato da Osvaldo D Ancona, Gerardo Senatore, Pietro Bueti, Elio Polce, Umberto De Conciliis, Carlo Mainardi, Enrico Cattarello, Teresa e Giuseppe Nisticò i progressi furono evidenti e perfino la presidenza venne cambiata con l arrivo di Giuseppe Silvestre. Proprio nel momento che le squadre stavano cominciando a marciare, quando l ambiente era diventato amichevole e spassionato, quando quasi tutto assumeva l aria di cosa ben fatta, una bastonata cadeva sull intera società rossoblu. A Pasqua del 1987, dopo un torneo vittorioso dei pulcini in quel di Cascine Vica, mentre tutta la comitiva gaudente si avviava con le proprie auto a Valdellatorre per il più classico dei picnic, un incidente d auto stroncava la giovane vita di Giuseppe Nisticò, marito di Teresa e padre dei due pulcini Fabio e Alessandro, divenuti nel terzo millennio pilastri della prima squadra e del settore tecnico societario. Giuseppe morì sul colpo, la moglie Teresa rimase ferita gravemente ma se la cavò e con il suo carattere forte e gioioso dovette adattarsi in fretta a superare le tribolazioni del momento, perché aveva da pensare a i due bambini, i quali, per un caso fortuito o perché protetti dall alto, come osò dire Ottavio in quella occasione, erano sull auto di un dirigente, Pietro Bueti, che non fu coinvolta nell incidente. Anche se difficili da digerire, queste mazzate pare ti facciano più forte se hai il carattere giusto, se sei circondato dalle persone giuste, se tu stesso hai la testa un po meno che quadrata. E così un anno dopo venne l idea di quella recita, di quella fiaba trasformata dai personaggi sportivi che, con pazienza, a volte con rassegnazione e di questo spiegherò, ma soprattutto con una discreta inventiva misero in cartellone Garbaneve, una sorta di Biancaneve adattata agli attori con relativi cognomi che passava il convento del PozzoStrada. Fu un successone talmente grande che non si rifece mai più. Scherzi a parte, la commediola, la fiaba, la pochade, chiamiamola come si vuole, si guadagnò il successo del numeroso pubblico presente, non solo dirigenti, non solo genitori, non solo amici di parte, ma fu talmente affaticante, talmente impegnativa per essere stata fatta bene, che scoraggiò nel proseguire.

4 In ogni caso c era stato Piero Garbarino, un omone alto due metri che diede il nome alla storia di Garba neve e che, pare, sia stato con Porta l ideatore della festa di fine anno. Ma si era anche intrufolato l architetto Polce, uno dei sette nani, poi c era stato Lello Donna che si immedesimò talmente bene nella strega che si specchiava da non mollare il trucco per tutte le feste natalizie. Ci fu poi la rassegnazione (come vi avevo prima accennato) fatta persona nella persona di Gerardo Senatore, che rappresentava addirittura lo specchio in cui si specchiava la strega: ma ve lo figurate un uomo di quarant anni che si traveste da specchio? Coordinati dal narratore, il fine dicitore Carlo Mainardi, con l intrattenimento di Ciro Vicinanza che girava per la sala per cercare di fare cassa vendendo noccioline e anche accendini per quei disgraziati di fumatori, apparve anche l albero che significava il bosco, una grande interpretazione muta di Giovanni Maina, come muti o quasi furono Tarquinio Marras nelle vesti di un pescatore (ma c è il pescatore nella vera fiaba di Biancaneve?) e Renato Bersano in quelle del falegname che, per tutta l ora e mezza che durò lo spettacolo, non fece altro che passare una finta sega su un finto pezzo di legno, facendo finta, con la bocca, di segare. Ma non era finita qui, perché gli altri sei nani non li vuoi mettere? Eccoli: Nino Saraceno, alto un metro e cinque, Nino Gioia, un metro e dieci, Pino Raso, detto Maradona, novantacinque centimetri, Paolo Mariotto, un metro e sei centimetri ben contati, Toni Fiannaca, il più alto, un metro e quindici e, infine, il metro e dodici di Vincenzo Santeramo. Le cretinate che vi ho raccontato poc anzi vi parranno cretinate pure e semplici solo se non avrete potuto assistere alla commedia fiabesca o alla fiaba commediata di quell inverno del 1988 che, comunque, presuppose quasi due mesi di prove nella palestra della scuola vicino al campo, sempre in gran segreto. Ma oltre alle risate, infinite, di chi ebbe il coraggio di assistervi, furono le risultanze aggregative addizionali che quella festa riuscì a trasmettere nel gruppo del PozzoStrada, da leggersi sempre tuttattaccato, e che consentì a Ottavio Porta di salire sulla cadrega più impegnativa e più importante e condurre in porto una fusione che consentì ancora, sei anni dopo, la nascita della Polisportiva Pozzomaina, da leggersi anche questa volta, obbligatoriamente, tuttattaccato. Nel lasso di tempo che intercorse tra la pantomima e la fusione, giova ricordare che sia il Pino Maina che il PozzoStrada giocavano con tutte le loro squadre sullo stesso campo di via Monte Ortigara, il classico ex Venchi Unica, così chiamato perché prima dell ultima guerra pare che il terreno appartenesse alla fabbrica di cioccolato Venchi Unica che, tuttavia, cedette il terreno, non fabbricabile per il piano regolatore del tempo, al Comune e da questi passò in gestione al Centro Sportivo Italiano. E, come dicevo, giocando fianco a fianco, a

5 parte qualche puntata ai vicini campetti del Trecate, campi che andavano bene per il gioco delle bocce più che al gioco del calcio, si finì per diventare amici, si finì, come avviene tra persone intelligenti, per progettare qualche cosa in comune. Fu un matrimonio molto ben riuscito, concordato tra Caronni, presidente Maina e Porta, Presidente PozzoStrada, tanto che tutt oggi il club si mantiene nell elite del calcio nostrano. Fu insignito Porta della presidenza con Enrico Pessone, un veterano del Maina con quarant anni di militanza, alla vice presidenza, unitamente a De Conciliis, in chiave PozzoStrada. Ma ciò che contribuì a far partire col piede giusto la nuova società, penso siano state le dichiarazioni dei due soci, al momento più autorevoli, del Maina, Pessone e Carbone, che dettarono la condicio sine qua non per una firma sotto il verbale della fusione: presidente avrebbe dovuto essere Porta! Ottavio incassò l inaspettata stima dei due colleghi di parte avversa e partì una bella, nuova realtà sportiva. Non tutti, come si evince da alcune chiacchiere raccolte in questi anni, da parte Pino Maina furono d accordo, ma quella parte che non fu d accordo era ormai lontana dal club e quindi filosofare su cose che non si conoscono, su realtà che ti sono distanti non è manco simpatico e, comunque, inutile, se non sciocco. Finora ho dato nota di una mezza storia, di una storia della metà della torta, mentre, per la verità, l altra metà, il Pino Maina, ha ben altri natali che si identificano in quel dopoguerra dove avevano trovato spazio altre realtà torinesi ed in cui il Pino Maina aveva, da subito, svolto un ruolo primario. Non è facile, a volte, e in specie quando mancano documenti effettivi, individuare la causa di un evento, come è potuto nascere un club di calcio, quando, in questo specifico caso, anche i pochi soci fondatori che sino ad ieri potevi trovare sugli spalti di qualche campetto, sono venuti a mancare. Allora vai a cercare qualche anziano, qualche giovanotto di ottant anni, qualcuno dalla memoria ferrea e unisci questi dati, a volte solo impressioni, ai tuoi ricordi che, comunque, hanno avuto uno sviluppo temporale notevole. E quindi ne scrivi. Nel 1949, c è chi dice a giugno, chi a settembre, un gruppetto di amici in cui, comunque già si distingueva tra loro il capo carismatico, Francesco Viecca, commerciante di abiti nella centralissima, centrale per il Borgo San Paolo, piazza Sabotino, concluse una serie di riunioni con l idea di far nascere una società di calcio. Viecca propose di dare al club il nome di Pino Maina, giocatore-portiere del Torino scomparso da poco tempo che aveva sempre abitato nel quartiere, il popolare Borgo San Paolo, ed era diventato un suo amico con la frequentazione costante del negozio: tutti approvarono e nacque così il Gruppo Sportivo Pino Maina, maglie grigie, proprio come quelle da portiere che Maina indossava nel Toro e campo di gioco, per ora, in

6 corso Rosselli, impianto del Dopolavoro Ferroviario che in molti sfruttavano data la carenza di strutture sportive esistenti in città. Come ho accennato non è sopravvissuto alcuno dei soci fondatori della società, ma uno che nel 1951, due anni dopo la fondazione, già metteva testa e gambe nel club si trova ancora ed è quel signore, nella vera accezione del termine, di Gino Caracciolo. Per la sua figura defilata, per il suo discorrere pacato Caracciolo è stato, dalla massa di persone che hanno frequentato il Maina e, in seguito, il Pozzomaina, sicuramente sottovalutato, mentre oltre ad essere un uomo intelligente, oltre a possedere una conoscenza fina delle cose di calcio che pochi, ve lo garantisco, gli stanno alla pari, si mantiene con una signorilità unica nel direttivo del club anche all inizio di questo millennio. E se non fosse per quella maledetta cataratta che gli preclude compiti più impegnativi, sarebbe ancora in mezzo all impianto a fare, a proporre, anche a discutere con Porta e gli altri amici dei progetti per il futuro: e son quasi ottanta primavere che si porta sulle spalle! Sono, comunque, i cenni di Caracciolo a farci capire il valore di certi personaggi che hanno vestito il grigio o hanno gravitato nella dirigenza grigia, come Viecca, d accordo, ma anche come Giulio Lupo, nel club dal 1949 ai primi anni novanta, abile dirigente societario e pure federale con incarichi nella Lega Giovanile, prima e nel Comitato Regionale LND, poi. Se Lupo fu per tanti anni un deus ex machina con la sua esperienza, la sua capacità aggregativa, va anche ricordato Luigi Bernardi, segretario negli anni cinquanta e cugino di quel Bruno Bernardi che passò una stagione nei grigi prima di trasferirsi nello Spartanova e di lì percorrere i sentieri, le strade e le autostrade del giornalismo sportivo. Passata la sfuriata delle prime stagioni vissute con una spinta quasi da sfegatati, dato l entusiasmo con il quale si vivevano quei campionati primordiali, arrivava Leandro Sganzetta, altro pilastro che fu eletto presidente nel 1962, quando per Viecca era l ora di smettere con gli impegni troppo severi che una società come il Pino Maina, cresciuta notevolmente, comportava. Con Sganzetta la sede di via Monginevro 28, proprio alle spalle del negozio di Viecca, venne abbandonata per una ben più capiente in via Cesana 74, mentre il campo restava sempre quello di corso Rosselli. Ma prima ancora che Sganzetta lasciasse la sua impronta sulla società, aveva mosso i primi passi di giocatore quell Enrico Pessone che, intrufolatosi nei giovanissimi del 1955, divenne, al tempo della fusione con il PozzoStrada, vicepresidente con De Conciliis. E Pessone non è stato uno che è volato sopra un cinquantennio, quasi, con superficialità, Enrico Pessone ha lasciato il segno con i suoi mille incarichi, le sue storie di allenatore, istruttore, direttore tecnico, dopo aver giocato per le mille stagioni della propria gioventù con la

7 stessa maglia ed aver incontrato amici di ogni levatura. Cosa dire di Nello Governato che passato al Torino e, quindi, alla Lazio ha rinverdito le sue esperienze giovanili andando a ricoprire diversi incarichi dirigenziali in società professionistiche? Come accennare a Roberto Carbone e a Casile che fecero grande il Maina con il loro impegno costante, appassionato e che, come con Pessone, si concluse soltanto in queste ultime stagioni? E Albano e Natalini, troppo, troppo presto scomparsi da questa vita. Sono alcuni dei nomi che hanno percorso il tratto di via sportiva del Maina e che quando Sganzetta, per motivi di salute, dovette abbandonare, continuarono ad impegnarsi. Dopo Sganzetta, che, comunque, riuscì a portare le sue squadre nello stadiolo di via Frejus angolo via Cesana, in coabitazione con un Cenisia ormai in una delle fasi calanti di quasi tutti i club dilettantistici, nel 1977 venne eletto presidente Lorenzo Vanara che mantenne la carica per un bel numero di anni e che contribuì al consolidamento nell ambiente cittadino di una società tra le meglio organizzate. E doveroso notare che negli anni sessanta, primi dei settanta i sodalizi cittadini che facevano calcio erano, si e no, una trentina contro l oltre un centinaio dei giorni nostri e che, quindi, se volevi inserirti in una delle squadre di quelle società dovevi essere proprio bravo, perché il setaccio era fine fine e non sempre ti riusciva di giocare in Lega e dovevi accontentarti di un Ente di Promozione. Intanto il Maina andava a vincere con gli Allievi Regionali, si ripeteva con gli Allievi Provinciali qualche anno dopo e perfino con la squadra Primavera, una sorta di juniores d elite. Ma questi sono solo accenni doverosi, mentre le tante squadre mietevano allori un po dappertutto. Negli anni ottanta la società otteneva, anch essa, il campo di via Monte Ortigara (il Venchi Unica ) e la sede veniva trasportata in via Bionnaz, in quella Borgata Lesna che, per quelle alchimie tra società o per i soliti giochi di convenienza, veniva aggiunto, come sostantivo, al nome originale: Sport Club Pino Maina Borgata Lesna. Non era cambiato nulla, soltanto il club aveva tentato di rinforzarsi, ed ora, dopo una breve parentesi con Giuseppe Cantone presidente, aveva un altra guida che si chiamava Leopoldo Base. Proprio negli anni in cui il PozzoStrada si improvvisava Carro di Tespi e metteva in scena il Garbaneve, di cui ho parlato prima, la società grigia compiva quarant anni di vita. Un bel traguardo, non c è che dire, con festeggiamenti, tornei internazionali per i giovani della società, e sempre con Giulio Lupo a dare un occhiata su come si lavorava. E sì, Lupo ormai era diventato presidente onorario, ma non disdegnava alcune puntate sia sul campo che in sede sociale, dove trovavi un Pierfrancesco Garbero oppure un Giovanni Gianella in

8 segreteria; dove c era anche Francesco Cloralio e Enzo Bottari, rimasto, quest ultimo, sempre trait d union tra la società e la FIGC locale e continua ad esserlo. Nel direttivo partecipava ancora Giuseppe Magnasco, Virginio Ferrero e si manteneva a galla quel simpaticone di Maurizio Ciarlone, tanto lungo quanto largo, ma ben dotato come allenatore. Inoltre, proprio per fare da specchio a quaranta stagioni di calcio, è bello ricordare Roberto Carbone, che oltre a dirigere calcio nel Maina di quei decenni, in un depliant pubblicato in occasione dell anniversario dei quarant anni della fondazione, dava un senso ad un passato fatto di vera passione e di puro sentimento: quarant anni senza un presidente-padrone, senza legami politici di sorta o agganci confessionali, senza alcun fine di lucro, ma solo per amore del calcio, un amore incredibile. Un amore incredibile: per tutti coloro che hanno vissuto i primi anni di quella maglia grigia, sono soltanto parole da ingerire, da gustare. Nel 1993, proprio quando le due società consorelle stanno parlandosi ed è in atto soltanto il fidanzamento, diventa presidente Alberto Caronni. E quando i genitori, i vecchiacci o i caporioni, delle due società decidono che il matrimonio s ha da fare, la fusione è accelerata e si compie con un gran accordo tra le parti: patti chiari, nomi certi, e obiettivi consistenti. E il In quel momento la nuova società mette in campo una ventina di squadre che, l anno dopo, con la dovuta scrematura dovuta, anche, all impossibilità di contenere tutta quella massa di quasi cinquecento giocatori nel campo di via Monte Ortigara, il tasso tecnico si eleva ed i successi ottenuti da lì in avanti stanno a dimostrare quanto le ragioni erano valide per un unione, per un matrimonio tra due realtà che, prima, si guardavano in cagnesco (inutile nascondere che ai tempi della prima coabitazione ci fosse una grossa rivalità tra le parti!) e che, poi, valutando i tantissimi pro ed i pochi contro, si è trasformata nell attuale Pozzomaina, quella che è entrata nel SuperOscar, che disputa tutte le categorie regionali e che una seconda spina dorsale le viene fornita dalle molte signore che aiutano, organizzano, dirigono come, ad esempio Lina Iannone, Rita Castellano, Anna Cuccari e quell autentico vulcano che è Teresa Nisticò. Non so chi fosse in possesso di quell imprinting necessario a far funzionare le cose per bene, certo che, per rubare al professor Danilo Mainardi, docente di etologia nell Università di Pavia, un concetto biologico che ben si adatta a spiegare la ottima riuscita di un unione, non posso non notare che: «nella fase dell'imprinting, definita anche di "socializzazione primaria" il cucciolo (la società neonata) prende confidenza con cose, persone e stimoli che vanno a formare in lui una sorta di eredità culturale, di cui fanno parte anche i comportamenti acquisiti. Si tratta di un bagaglio assimilabile a quello genetico,

9 almeno dal punto di vista della mancanza assoluta di plasticità e flessibilità. Per questo è fondamentale sapere come intervenire in questo delicato momento, diversamente si rischia di compromettere per sempre il sano sviluppo del proprio amico (ciascuna delle due parti della nuova società): una cattiva esperienza o la mancanza di esperienze utili a socializzare con gli altri rimarranno impresse per sempre e predisporranno gli amici a paure, incertezze e aggressività. E' necessario invece che nell'arco di questo anno (la stagione sportiva ) il cucciolo (sempre il nuovo club) sia incoraggiato a fare esperienze positive, ad avere contatti con l'ambiente circostante, con le persone, con gli altri amici, perché solo così il suo rapporto con il padrone (il pallone) sarà sereno e affiatato». Ditemi voi se le parole virgolettate appena scritte, non paiono adatte a descrivere il dovuto comportamento di alcuni amici che vanno a coabitare ed, invece, si rivolgono solo a degli animali. Ma, come le persone intelligenti sanno, noi dagli animali abbiamo solo da imparare. Adesso c è una dirigenza tutta nuova, con Ottavio Porta ancora presidente, con Umberto De Conciliis e Teresa Calabrese vice, con una schiera dei soliti fidati amici che conducono una baracca diventata molto impegnativa da quando il Comune ha costruito il sintetico e la società di è fatta due campi per il calcio a 5, una tribuna coperta, ha abbellito gli spazi comuni dando una vivacità a tutto l ambiente, dalla mattina a notte fonda, che impegna ma non preoccupa perché i tanti giovani a circolare sono soltanto una parte, anche se la più importante, del principio su cui si basano le società di calcio dilettantistiche. E il 2005, chi per un verso, chi per un altro, sono stati centinaia coloro che si sono sciroppati anni e anni di calcio giocato e di calcio organizzato nello stesso sodalizio, ma non riesco a rintracciarne uno, dopo aver parlato con tanti, che non ripeterebbe gli stessi passi, che non accetterebbe le stesse esperienze. Ovvio che ho parlato con i più acuti, con i più pronti, perché sono loro che della storia sanno darne il giusto senso, la giusta misura.

10 Capitolo X Da una grammatica presa a calci ad un calcio tutto rosa Scena primaria: un viale alberato. Uno dei tanti bellissimi viali che arrivano sino al centro storico di Torino, una città dall urbanistica splendida, quasi unica in Europa, se non fosse stata ridotta ad un cesso, per sporcizia e manie di grandezza, negli ultimi anni. Nonostante ciò, Torino è bella. E bella con i suoi viali, già detto, con i suoi palazzi barocchi, le sue architetture liberty, le sue piazze incastonate tra il Po e la sua stupenda, inimitabile verde collina, meglio sarebbe incopiabile, visti i precedenti, se non fosse un vocabolo orribile. E molto, molto bella specialmente nei giorni olimpici dopo che migliaia di volontari l hanno ripulita, dopo che i bravissimi organizzatori delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006 ne hanno fatto un ritratto ben curato e speciale per turisti stranieri e peninsulari, con un dubbio sui conti che paiono sbilenchi e che tutto finisca tra poco. E bella anche senza la FIAT che è quasi sparita dopo aver venduto un secolo della propria storia per farne dei centro congressi o dei supermercati o non si sa cosa. Ancora, non si sa cosa. E bella anche senza il Salone dell Auto, senza un centomila dipendenti della Feroce che non ci sono più al Lingotto, a Rivalta, non ci saranno a Mirafiori e in trecentodue altre aziende. Ma pazienza, vorrà dire che questa gente dai coglioni quadri saprà riciclarsi o tornerà al sud, dove, per lo meno, c è un bel sole, crescono un bel po di pomodori che continueranno a venire raccolti da senegalesi o pakistani, ma che per lo meno, questa gente, avrà la ventura di sbattere la testa contro il muro di casa propria, di quella casa che era rimasta ai padri, ai nonni e che adesso, sì, che gli viene bene che sia ancora sua. E bella perché chi ci abita, che sia autoctono o immigrato, si è intriso dell ambiente antico e sa sempre inventarsene delle nuove. Forse, ma dico solo forse, ha cominciato a pensare, purtroppo ha solo iniziato, a come non farsele continuamente rubare queste cose nuove. E se vogliamo anche solo accennare ad una piccola cosa, proprio piccola piccola, ma che nessuno, ripeto nessuno, in giro per la penisola è riuscito ad imitare, benché sia stato sollecitato, benché abbia chiesto lumi, benché ci abbia provato più e più volte, allora accenniamo al torneo Un Pallone di Speranza, manifestazione di calcio tra studenti

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