RASSEGNA STAMPA di giovedì 9 aprile 2015 SOMMARIO

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1 RASSEGNA STAMPA di giovedì 9 aprile 2015 SOMMARIO Alle storie di passione che riguardano i bambini Papa Francesco ha dedicato la catechesi settimanale svolta ieri mattina. Tanti bambini - ha detto il Santo Padre - fin dall inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. Qualcuno osa dire, quasi per giustificarsi, che è stato un errore farli venire al mondo. Questo è vergognoso! Non scarichiamo sui bambini le nostre colpe, per favore! I bambini non sono mai un errore. La loro fame non è un errore, come non lo è la loro povertà, la loro fragilità, il loro abbandono - tanti bambini abbandonati per le strade; e non lo è neppure la loro ignoranza o la loro incapacità - tanti bambini che non sanno cosa è una scuola. Semmai, questi sono motivi per amarli di più, con maggiore generosità. Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti? Coloro che hanno il compito di governare, di educare, ma direi tutti gli adulti, siamo responsabili dei bambini e di fare ciascuno ciò che può per cambiare questa situazione. Mi riferisco alla passione dei bambini. Ogni bambino emarginato, abbandonato, che vive per strada mendicando e con ogni genere di espedienti, senza scuola, senza cure mediche, è un grido che sale a Dio e che accusa il sistema che noi adulti abbiamo costruito. E purtroppo questi bambini sono preda dei delinquenti, che li sfruttano per indegni traffici o commerci, o addestrandoli alla guerra e alla violenza. Ma anche nei Paesi cosiddetti ricchi tanti bambini vivono drammi che li segnano in modo pesante, a causa della crisi della famiglia, dei vuoti educativi e di condizioni di vita a volte disumane. In ogni caso sono infanzie violate nel corpo e nell anima. Ma nessuno di questi bambini è dimenticato dal Padre che è nei cieli! Nessuna delle loro lacrime va perduta! Come neppure va perduta la nostra responsabilità, la responsabilità sociale delle persone, di ognuno di noi, e dei Paesi. Una volta Gesù rimproverò i suoi discepoli perché allontanavano i bambini che i genitori gli portavano, perché li benedicesse. È commovente la narrazione evangelica: «Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono. Gesù però disse: Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli. E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là». Che bella questa fiducia dei genitori, e questa risposta di Gesù! Come vorrei che questa pagina diventasse la storia normale di tutti i bambini! È vero che grazie a Dio i bambini con gravi difficoltà trovano molto spesso genitori straordinari, pronti ad ogni sacrificio e ad ogni generosità. Ma questi genitori non dovrebbero essere lasciati soli! Dovremmo accompagnare la loro fatica, ma anche offrire loro momenti di gioia condivisa e di allegria spensierata, perché non siano presi solo dalla routine terapeutica. Quando si tratta dei bambini, in ogni caso, non si dovrebbero sentire quelle formule da difesa legale d ufficio, tipo: dopo tutto, noi non siamo un ente di beneficenza ; oppure: nel proprio privato, ognuno è libero di fare ciò che vuole ; o anche: ci spiace, non possiamo farci nulla. Queste parole non servono quando si tratta dei bambini. Troppo spesso sui bambini ricadono gli effetti di vite logorate da un lavoro precario e malpagato, da orari insostenibili, da trasporti inefficienti... Ma i bambini pagano anche il prezzo di unioni immature e di separazioni irresponsabili: essi sono le prime vittime; subiscono gli esiti della cultura dei diritti soggettivi esasperati, e ne diventano poi i figli più precoci. Spesso assorbono violenza che non sono in grado di smaltire, e sotto gli occhi dei grandi sono costretti ad assuefarsi al degrado. Anche in questa nostra epoca, come in passato, la Chiesa mette la sua maternità al servizio dei bambini e delle loro famiglie. Ai genitori e ai figli di questo nostro mondo porta la benedizione di Dio, la tenerezza materna, il rimprovero fermo e la condanna decisa. Con i bambini non si scherza! Pensate che cosa sarebbe una società che decidesse, una volta per tutte, di stabilire questo principio: È vero che non siamo perfetti e che facciamo molti errori. Ma quando si tratta dei bambini

2 che vengono al mondo, nessun sacrificio degli adulti sarà giudicato troppo costoso o troppo grande, pur di evitare che un bambino pensi di essere uno sbaglio, di non valere niente e di essere abbandonato alle ferite della vita e alla prepotenza degli uomini. Come sarebbe bella una società così! Io dico che a questa società, molto sarebbe perdonato, dei suoi innumerevoli errori. Molto, davvero. Il Signore giudica la nostra vita ascoltando quello che gli riferiscono gli angeli dei bambini, angeli che vedono sempre il volto del Padre che è nei cieli. Domandiamoci sempre: che cosa racconteranno a Dio, di noi, questi angeli dei bambini? (a.p.) 3 VITA DELLA CHIESA L OSSERVATORE ROMANO Pag 8 I bambini non sono un errore All udienza generale Papa Francesco parla della sofferenza dei piccoli: il loro grido è un accusa al sistema degli adulti AVVENIRE Pag 1 Il grido più alto di Marina Corradi La sofferenza dei bambini Müller suggerisce un nuovo compito per la Dottrina della fede di Andrea Tornielli Il cardinale tedesco preannuncia un'inedita competenza del suo dicastero: quella di «strutturare teologicamente un pontificato» 5 FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA E LAVORO AVVENIRE Pag 3 Vicini agli imprenditori, investimento di tutti di Paolo Preti Una storia emblematica e l uscita dalla crisi 7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA CORRIERE DEL VENETO Pag 9 Quei ragazzini violenti senza un capo né obiettivi: Botte veloci come i like di Davide Tamiello Chi sono le bande di minori protagoniste a Mestre di pestaggi e aggressioni. Ogni tanto parte uno schiaffo ma con quelli non c entriamo LA NUOVA Pag 23 Baby gang, coinvolti trenta minorenni di Carlo Mion Fenomeno preoccupante, le indagini della Polizia. Bettin: Con loro va usata la mano pesante. E avverte: ecco i risultati dei tagli al welfare, questi giovani vanno fermati e rieducati 8 VENETO / NORDEST CORRIERE DEL VENETO Pag 2 Bilancio, maggioranza sotto sulla Statale 12 E la Regione si tira fuori dal Marcianum di ma.bo. Voto finale previsto per oggi, approvate anche le norme per la raccolta dei bruscandoli IL GAZZETTINO Pag 22 Dai teologi alle star, la Bibbia si fa pop di Alessandro Comin Festival biblico: per l undicesima edizione cinque città e svolta glamour IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag VI Fondazione Marcianum, la Regione stacca la spina di Paolo Navarro Dina

3 In sede di bilancio, l assemblea approva un emendamento di Pettenò. Stop ai soldi, in 6 anni erogato oltre 1 milione e mezzo LA NUOVA Pag 28 Lascia un milione di euro in eredità alla Caritas Carlo viveva tra Mogliano e Scorzè. Vinto dalla depressione si è ucciso a 61 anni. Ma prima ha deciso di donare all ente di Treviso contati, immobili e un bosco Pag 28 Addio a don Giorgio Morlin, portò l Unità in chiesa di Matteo Marcon Mogliano: si è spento ieri a 78 anni. Scrisse una lettera aperta contro Berlusconi ed inoltre oggi segnaliamo CORRIERE DELLA SERA Pag 1 I ritardi e i danni non visti di Sabino Cassese Corte costituzionale Pag 1 I rom e le parole che fanno solo male di Giangiacomo Schiavi Salvini sui campi nomadi LA REPUBBLICA Pag 1 La politica della ferocia di Michele Serra LA STAMPA Dallo Yemen una nuova minaccia per l Europa di Marta Dassù IL MATTINO Le stragi dei cristiani e il peso delle lobby di Franco Cardini CORRIERE DEL VENETO Pag 1 La vera soluzione non è il Medioevo di Stefano Allievi Il problema nomadi IL GAZZETTINO Pag 1 Legge elettorale, la doppia sfida del premier di Marco Conti LA NUOVA Pag 1 Vergogna davanti al mondo di Ferdinando Camon Pag 1 Il fronte turco dei migranti di Piero Innocenti Torna al sommario 3 VITA DELLA CHIESA L OSSERVATORE ROMANO Pag 8 I bambini non sono un errore All udienza generale Papa Francesco parla della sofferenza dei piccoli: il loro grido è un accusa al sistema degli adulti Ai bambini «rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro», Papa Francesco ha dedicato la catechesi dell udienza generale di mercoledì 8 aprile, in piazza San Pietro. Completando la riflessione sull infanzia iniziata il 18 marzo scorso, il Pontefice ha ricordato che la sofferenza dei bambini è «un grido che sale a Dio e che accusa il sistema che noi adulti abbiamo costruito».

4 Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Nelle catechesi sulla famiglia completiamo oggi la riflessione sui bambini, che sono il frutto più bello della benedizione che il Creatore ha dato all uomo e alla donna. Abbiamo già parlato del grande dono che sono i bambini, oggi dobbiamo purtroppo parlare delle storie di passione che vivono molti di loro. Tanti bambini fin dall inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. Qualcuno osa dire, quasi per giustificarsi, che è stato un errore farli venire al mondo. Questo è vergognoso! Non scarichiamo sui bambini le nostre colpe, per favore! I bambini non sono mai un errore. La loro fame non è un errore, come non lo è la loro povertà, la loro fragilità, il loro abbandono - tanti bambini abbandonati per le strade; e non lo è neppure la loro ignoranza o la loro incapacità - tanti bambini che non sanno cosa è una scuola. Semmai, questi sono motivi per amarli di più, con maggiore generosità. Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti? Coloro che hanno il compito di governare, di educare, ma direi tutti gli adulti, siamo responsabili dei bambini e di fare ciascuno ciò che può per cambiare questa situazione. Mi riferisco alla passione dei bambini. Ogni bambino emarginato, abbandonato, che vive per strada mendicando e con ogni genere di espedienti, senza scuola, senza cure mediche, è un grido che sale a Dio e che accusa il sistema che noi adulti abbiamo costruito. E purtroppo questi bambini sono preda dei delinquenti, che li sfruttano per indegni traffici o commerci, o addestrandoli alla guerra e alla violenza. Ma anche nei Paesi cosiddetti ricchi tanti bambini vivono drammi che li segnano in modo pesante, a causa della crisi della famiglia, dei vuoti educativi e di condizioni di vita a volte disumane. In ogni caso sono infanzie violate nel corpo e nell anima. Ma nessuno di questi bambini è dimenticato dal Padre che è nei cieli! Nessuna delle loro lacrime va perduta! Come neppure va perduta la nostra responsabilità, la responsabilità sociale delle persone, di ognuno di noi, e dei Paesi. Una volta Gesù rimproverò i suoi discepoli perché allontanavano i bambini che i genitori gli portavano, perché li benedicesse. È commovente la narrazione evangelica: «Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono. Gesù però disse: Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli. E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là» (Mt 19, 13-15). Che bella questa fiducia dei genitori, e questa risposta di Gesù! Come vorrei che questa pagina diventasse la storia normale di tutti i bambini! È vero che grazie a Dio i bambini con gravi difficoltà trovano molto spesso genitori straordinari, pronti ad ogni sacrificio e ad ogni generosità. Ma questi genitori non dovrebbero essere lasciati soli! Dovremmo accompagnare la loro fatica, ma anche offrire loro momenti di gioia condivisa e di allegria spensierata, perché non siano presi solo dalla routine terapeutica. Quando si tratta dei bambini, in ogni caso, non si dovrebbero sentire quelle formule da difesa legale d ufficio, tipo: dopo tutto, noi non siamo un ente di beneficenza ; oppure: nel proprio privato, ognuno è libero di fare ciò che vuole ; o anche: ci spiace, non possiamo farci nulla. Queste parole non servono quando si tratta dei bambini. Troppo spesso sui bambini ricadono gli effetti di vite logorate da un lavoro precario e malpagato, da orari insostenibili, da trasporti inefficienti... Ma i bambini pagano anche il prezzo di unioni immature e di separazioni irresponsabili: essi sono le prime vittime; subiscono gli esiti della cultura dei diritti soggettivi esasperati, e ne diventano poi i figli più precoci. Spesso assorbono violenza che non sono in grado di smaltire, e sotto gli occhi dei grandi sono costretti ad assuefarsi al degrado. Anche in questa nostra epoca, come in passato, la Chiesa mette la sua maternità al servizio dei bambini e delle loro famiglie. Ai genitori e ai figli di questo nostro mondo porta la benedizione di Dio, la tenerezza materna, il rimprovero fermo e la condanna decisa. Con i bambini non si scherza! Pensate che cosa sarebbe una società che decidesse, una volta per tutte, di stabilire questo principio: È vero che non siamo perfetti e che facciamo molti errori. Ma quando si tratta dei bambini che vengono al mondo, nessun sacrificio degli adulti sarà giudicato troppo costoso o troppo grande, pur di evitare che un bambino pensi di essere uno sbaglio, di non valere niente e di essere abbandonato alle ferite della vita e alla prepotenza degli uomini. Come sarebbe bella una società così! Io dico che a questa società, molto sarebbe perdonato, dei suoi innumerevoli errori. Molto, davvero. Il Signore giudica la nostra vita ascoltando quello che gli riferiscono gli angeli dei bambini, angeli che vedono sempre il volto del Padre

5 che è nei cieli (cfr. Mt 18, 10). Domandiamoci sempre: che cosa racconteranno a Dio, di noi, questi angeli dei bambini? AVVENIRE Pag 1 Il grido più alto di Marina Corradi La sofferenza dei bambini Ogni bambino abbandonato è «un grido che sale a Dio». Siamo abituati agli occhi e alla faccia buona del Papa, al sorriso che spesso attraversa le sue parole, ma c era da ammutolire, ieri a San Pietro, a questo monito: ogni bambino abbandonato, è un grido che sale a Dio e «accusa il sistema che noi adulti abbiamo costruito». Ieri, nella stessa mattina, i giornali erano come sempre pieni di cronache di sofferenze di bambini. Quei piccoli palestinesi assediati nel campo profughi di Yarmuk, senza cibo né acqua né medicine, e quelli dello Yemen sotto le bombe, sono solo le ultime pagine del libro, terribilmente grosso e pesante, su cui potrebbero essere scritte le pene dei bambini nel mondo. O, per usare l espressione di Francesco, la loro 'Passione': quel misterioso, spesso umanamente intollerabile, dolore che i piccoli dei Paesi più disgraziati, ma anche a volte i figli delle nostre civili città, sono chiamati a portare. Nell eterno scandalo del dolore innocente: quello che l Ivan di Dostoevskij, nei Fratelli Karamazov, non tollera, quello per cui vorrebbe «rispettosamente» restituire a Dio il biglietto d ingresso a questa vita. La voce del Papa ci ha costretto a aprire gli occhi, e a guardare. Quanti, anche ieri, sono morti di stenti, quanti hanno rovistato fino a notte in una discarica, quanti in Paesi abbastanza lontani perché noi possiamo non vedere sono stati ceduti a ricchi turisti, che hanno compiuto sul loro corpo un sacrilegio. Quanti ne ha resi orfani una guerra, quanti sono morti per una malattia che un antibiotico da pochi euro avrebbe guarito. E fin qui è la realtà secca delle statistiche, dei rapporti delle organizzazioni umanitarie internazionali. Ma, con un minimo sforzo, non possiamo forse immaginare, nel campo profughi alle porte di Damasco, come ormai laggiù siano rimasti solo i più inermi, e l affanno delle vedove, con una nidiata di bambini da sfamare? Non possiamo forse immaginare quanti bambini, nelle più misere periferie sudamericane, non oseranno tornare a casa questa sera senza i due soldi elemosinati in un giorno per strada? Ma, anche, senza andar lontano: quanti figli unici, soli davanti alla tv nei nostri palazzi, lasciati a se stessi nell attesa che tardi una madre sola rientri, troppo stanca, dal lavoro. E quanti, in questa stessa mattina nei nostri ospedali vengono annientati fin dal principio, perché nessuno li vuole? Come si cancella, su un quaderno, un errore. Immaginare tutto questo, ci fa male. Non è forse vero che quando questi pensieri ci si affacciano alla mente la maggior parte di noi li allontana? E però il Papa ieri ci ha ricordato che la sofferenza di ognuno di questi bambini è grido che sale a Dio. Grido inudibile, ai nostri sensi di uomini; eppure così forte in cielo, e lacerante, da quasi oscurare le stelle. Pensate, ha detto Francesco, come sarebbe bello se nel nostro mondo pieno di errori ci si accordasse almeno su un punto: che nessun bambino, mai, sia rifiutato. A un simile mondo, ha aggiunto, Dio perdonerebbe molti peccati. Ma c è fra noi uomini, profonda, e emerge a tratti, come pietrificata, una radice che non ha pietà nemmeno per i suoi figli. È colpa nostra, non di Dio, tanto male. E noi ignari, distratti, oppure impotenti, quando siamo costretti a guardare a quei bambini non avvertiamo nel fondo, magari indicibile, la stessa ribellione di Ivan? Noi non possiamo, come il personaggio di Dostoevskij, capire perché debbano soffrire i bambini. La loro, come dice il Papa, è una «Passione», un accompagnare Cristo negli ultimi passi, misteriosamente. (E Cristo, ha scritto Paul Claudel, non ha 'spiegato' il dolore, ma si è disteso sulla Croce). Noi non sappiamo spiegare la sofferenza degli innocenti. Ma almeno possiamo non voltare gli occhi e non dire: non ci riguarda. Spesso possiamo, materialmente, fare almeno qualcosa. Sempre, possiamo pregare non solo per noi e chi ci è caro, ma portando davanti a Dio quel grido, che potrebbe oscurare le stelle. Certi però, come ha detto ieri Francesco, che nessuno degli abbandonati, dei venduti, degli orfani di mille e mille guerre, è, da Dio, dimenticato. Che non esiste un solo bambino, che nasca «per errore». Né una sola sua lacrima, che vada perduta. Müller suggerisce un nuovo compito per la Dottrina della fede di Andrea Tornielli

6 Il cardinale tedesco preannuncia un'inedita competenza del suo dicastero: quella di «strutturare teologicamente un pontificato» Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in una delle numerose interviste concesse nelle ultime settimane e focalizzate sul prossimo Sinodo, ha parlato di un nuovo compito del suo dicastero. Un compito che non è stato mai citato nei documenti che riguardano le precise competenze dell'ex Sant'Uffizio. Il porporato tedesco, intervistato da «La Croix», ha infatti dichiarato: «L'arrivo sulla Cattedra di Pietro di un teologo come Benedetto XVI è probabilmente un'eccezione. Anche Giovanni XXIII non era un teologo di professione. Papa Francesco è anche più pastorale e la Congregazione per la Dottrina della Fede ha una missione di una strutturazione teologica di un pontificato». Dunque, da quanto dichiara Müller, l'ex Sant'Uffizio deve «strutturare teologicamente» il pontificato di Papa Francesco. Ed è probabilmente per questo motivo che il Prefetto interviene così spesso pubblicamente, come mai è accaduto prima. Si tratta di una significativa novità, dato che secondo l articolo 48 della Costituzione apostolica sulla Curia Romana «Pastor bonus», promulgata da Giovanni Paolo II nel 1988, «compito proprio della Congregazione per la dottrina della fede è di promuovere e di tutelare la dottrina della fede e i costumi in tutto l orbe cattolico». Mentre il Papa «per volontà di Cristo stesso», come ha ricordato in chiusura del Sinodo 2014 anche Francesco, è il «Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli» (canone 749). Fino a pochi decenni fa (l'ultimo a farlo è stato Paolo VI) era lo stesso Pontefice a presiedere in prima persona la Congregazione per la dottrina della fede, proprio in ragione di questo compito che solo a lui compete in virtù del primato petrino. Un primato che appartiene al vescovo di Roma, quello di presiedere «nella carità», dirimendo anche, nel caso sorgessero, questioni teologiche. Le parole del cardinale Müller, con l'introduzione dell'inedito e fino a oggi non ancora formalizzato compito di «strutturare teologicamente un pontificato», sono passate quasi inosservate. Se da un lato aprono scenari dottrinali nuovi rispetto alla tradizione della Chiesa, dall'altra sembrerebbero lasciar intendere che, secondo Müller, l'attuale pontificato - come peraltro anche quello di san Giovanni XXIII - non abbia sufficiente «struttura» teologica. Torna al sommario 5 FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA E LAVORO AVVENIRE Pag 3 Vicini agli imprenditori, investimento di tutti di Paolo Preti Una storia emblematica e l uscita dalla crisi Un imprenditrice scrive ad 'Avvenire': «Per qualche tempo la mia Pasqua si è fermata al venerdì santo... la paura di perdere tutto aumenta ogni giorno, come il livello dell acqua nella stiva squarciata di una nave». Testimonia così il periodo di difficoltà vissuto dalla sua azienda e, per immediata trasposizione, da lei e dalla sua famiglia. In poche, efficaci righe descrive una storia simile a quella di mille altre persone nell Italia repubblicana: il padre fondatore, la costruzione di una buona reputazione, la malattia del genitore e la successione alla guida dell impresa, la crisi, i problemi apparentemente insormontabili. Nulla di nuovo nei lunghissimi anni di questa vischiosa crisi, che hanno lasciato sul terreno non solo posti di lavoro, sogni e progetti, ma anche, più drammaticamente, vite umane, quasi sempre vite di imprenditori. Non è certo qui, dunque, l interesse del caso. Basta però scorrere poche righe: «Qualcosa però ti dice di non mollare, di non credere alla 'cultura dello scarto'... incominci allora a selezionare, ad approfondire le questioni, a ricercare chi può ancora credere in te, nonostante tutto... (e così) ho capito che anche per me può esistere la Pasqua di Risurrezione». Ecco: questo è il punto, già sottolineato dal direttore nella sua risposta. In quei momenti deve esserci qualcuno che continua a credere in te. Certo, vorresti lo siano innanzitutto le banche, i fornitori, i clienti, la pubblica amministrazione, ma forse anche più importante è la vicinanza di singole persone, o di realtà più ampie, che aiutino a mantenere alto lo sguardo, altrimenti apparentemente inghiottito dal buio, che valorizzino l importanza del tuo lavoro. Molto

7 ascolto e qualche consiglio è ciò di cui c è bisogno, ma che drammaticamente manca in un mondo dove di consulenti ce ne sono fin troppi. Quando il problema è strutturale e di oggettiva difficile soluzione questa compagnia non sposta evidentemente il problema di una virgola, ma offre un sostegno e aiuta nella difficoltà del procedere. Nella maggior parte dei casi, quando i problemi ci sono, ma sono gestibili, aiuta a mantenere morale e lucidità di visione e di giudizio nell affrontarli, il più delle volte riuscendo così a superarli. In un Paese la cui economia, e quello che da essa consegue, vive di piccole e medie imprese il compito di 'fare compagnia' a chi rischia in prima persona dovrebbe essere istituzionale almeno per le associazioni imprenditoriali, all interno delle quali invece, in molti casi, si è ceduto a burocrazie e interessi di parte, sia pure legittimi. Anche scuole, università, attività di divulgazione editoriale e cinematografica, enti locali potrebbero aiutare amplificando quello che nella nostra realtà è tuttora più diffuso di quanto crediamo: uomini e donne che hanno idee e voglia di realizzarle per passione e tornaconto personale, ma anche per contribuire al benessere di tutti. Occorre riconoscere questa figura nei suoi tratti distintivi, proporla come immagine positiva, forse la vera risorsa economica di cui disponiamo. Riconoscere, non solo simbolicamente, la figura dell imprenditore può essere utile anche a sottolinearne i doveri sociali, a temperarne l iniziativa privata nell interesse della collettività più ampia, a emarginare figure imprenditoriali, poche per la verità, che, nel loro essere più simili a pirati che a costruttori di imprese, ne danneggiano l immagine complessiva. Per il resto l imprenditore è una persona come tutte le altre, spesso purtroppo determinato dall esito della propria azione più che dall approfondimento del desiderio da cui quell azione è stata provocata: di fronte al profondo insuccesso, che sembra rendere inutile la fatica, anzi che la moltiplica togliendole una prospettiva, per alcuni la solitudine ha generato il dramma. Non sta a noi giudicare: certo c è una compagnia tra uomini, spesso alimentata dalla fede, che può lenire queste sofferenze e sta a noi renderla incontrabile a tutti. Torna al sommario 7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA CORRIERE DEL VENETO Pag 9 Quei ragazzini violenti senza un capo né obiettivi: Botte veloci come i like di Davide Tamiello Chi sono le bande di minori protagoniste a Mestre di pestaggi e aggressioni. Ogni tanto parte uno schiaffo ma con quelli non c entriamo Mestre. Ci sono «quelli che aspettano», come li chiamano a Mestre. Aspettano che passi la giornata, seduti sui gradini della fontana in piazza Ferretto, aspettano l arrivo del prossimo obiettivo da prendere di mira in gruppo. E poi ci sono quelli delle «vasche», che si muovono in branco da una parte all altra della città. Appuntamento al Candiani, giretto alle Barche e spritz al bar di via Bissa. Tra di loro, come rette parallele, non si incontrano mai. E se succede, non ci sono frizioni. Non è tra di loro che avviene lo scontro. Non c è un territorio da spartire, una supremazia da difendere. Eppure queste bande di minori si sono imposte in città, diventando un problema anche per le forze dell ordine. Da una parte un gruppo che se la prende con gli stranieri, con i bangladesi in particolare. Dall altra una banda tutta al femminile, dove sono soprattutto le ragazze a dettar legge e a organizzare vere e proprie spedizioni punitive contro le coetanee. «Le chiamano Baby Gang, ma il termine è improprio spiega Roberto Bellio, ispettore capo dell Ufficio Minori della divisione anticrimine della questura di Venezia Una baby gang ha un leader designato, ha un obiettivo. È un gruppo coeso, per quanto possibile organizzato. Queste bande che scorrazzano da Mestre a Marghera, dal Candiani alla Cita, sono più precisamente delle compagnie mobili. Ragazzi che non sono affiliati a un solo gruppo, ma che cambiano a seconda dei periodi e delle esigenze». Il fenomeno non è nuovo, ma c è stata un impennata di episodi legati a questi gruppi di ragazzini, tutti tra i 13 e i 17 anni. In questura sono cresciute le segnalazioni, negli uffici della procura minorile sono aumentati i fascicoli. Non è facile catalogarli. Un primo gruppo è nato a Marghera, dalle ceneri della baby gang (questa non si può definirla diversamente) sgominata dalla squadra mobile di Venezia a fine gennaio. Tre ordinanze di custodia

8 cautelare per altrettanti ragazzi, due minorenni di 17 e 15 anni e l unico maggiorenne del gruppo, un 18enne di Marghera. Oltre a loro, anche altri due ragazzini sono stati allontanati dalle famiglie e affidati ai servizi sociali. Le accuse a loro carico sono gravissime: in sei episodi, da novembre a gennaio, avevano rapinato, pestato e aggredito dei cittadini del Bangladesh. Qualcuno anche con una decina di giorni di prognosi. «Una situazione grave dice Meme Pandin, responsabile dei servizi sociali della municipalità di Marghera sia per il taglio razzista, sia per la pesantezza degli episodi. Il provvedimento dell autorità ci ha aiutato a seguire meglio questi ragazzi che, ora, sono tutti seguiti dai servizi». Da quel gruppo ne è, appunto, nato un altro. Quelli che avevano un ruolo minore sono «cresciuti» e si sono aggregati a un altra banda di Mestre. E il copione ha iniziato a ripetersi: aggressioni mirate a bangladesi, due delle quali tra sabato e martedì, a cui si aggiunge una rissa alla Cita di una settimana fa. «Parliamo di gruppi misti, sono italiani e stranieri continua Bellio ma non attaccano per razzismo. Scelgono il soggetto più debole, quello che pensano che oltre a non potersi difendere, magari eviterà di sporgere denuncia». «Sono ragazzi che conosciamo da quando sono nati aggiunge Paola Sartori, responsabile del servizio politiche per l Infanzia e l adolescenza del Comune di Venezia seguivamo i loro genitori e anche i loro nonni. La domanda che ci poniamo è: cosa potevamo fare prima? Dobbiamo spingere di più sull intercettazione precoce, strappare quei ragazzi dal tessuto sociale che li potrà trasformare in quello che stanno diventando e prevedere un sistema di accompagnamento massiccio che vada avanti fino alla maggiore età, contestuale, in certi casi, a alcuni interventi terapeutici. Solo così questi ragazzi potranno avere una chance, altrimenti il problema si ripeterà con la quarta generazione e i loro figli saranno come genitori, nonni e bisnonni». Poi ci sono le ragazze. E non si parla di casi sociali, ma di famiglie normalissime. «Potrebbero essere le figlie di tutti noi dice Bellio noi parliamo di omologazione di genere. Sputano, bestemmiano, si picchiano proprio come i maschi. Pestano le loro coetanee per motivi ridicoli: si va da quella ha detto a quell altra che io sono così e faccio questo, al fidanzatino conteso, passando per i vestiti inadeguati». Basta uno sgarbo di questo genere per far scattare la spedizione punitiva. In diversi episodi è dovuta intervenire la polizia: uno al centro le Barche, uno davanti al Candiani. «E incredibile la velocità con cui passano dall intenzione all azione continua l ispettore - pensano di picchiare una coetanea e lo fanno. Senza riflettere, come se mettessero un like a un post in Facebook». «L omologazione di genere è una realtà di questi tempi conclude Sartori ma dobbiamo cercare di far capire a queste ragazzine che ciò che fa male è la diseguaglianza, non la differenza. Le differenze servono per mantenere la nostra identità». Mestre. Chiamiamola Giulia, anche se il suo vero nome è un altro. Perché è minorenne, ovviamente, ma anche perché non è il caso che le sue amiche sappiano che ha accettato di farsi intervistare. «Non mi devono riconoscere, sennò ti vengo a cercare, non mi frega niente anche se sei un vecchio di 30 anni». D altra parte lei di anni ne ha 15 e di conseguenza chi ne ha più del doppio finisce automaticamente nella categoria dei «Matusalemme». Giulia non è diversa da tante sue coetanee. È piccolina, con i capelli rasati di lato e qualche piercing in faccia. Questo posso scriverlo, me l ha detto lei. «Vabbè, queste cose ce le abbiamo tutte, va tranquio». Giulia accetta di raccontare che cosa succede nelle baby gang di Mestre. «Intanto basta chiamarle così dice è una cavolata ridicola dei giornali. Siamo in compagnia, usciamo in gruppi diversi e poi ci ritroviamo, ma non facciamo certo rapine o furti. Sì, succede che ogni tanto ci si tiri qualche schiaffo tra noi. E allora? Finisce tutto là eh». Hai mai alzato le mani? «Io no. Però tra le mie amiche è successo». Per quale motivo? «Una volta una aveva provato a fare un po la gallina con il ragazzo di un altra - racconta - In gruppetto sono andati da lei e le hanno tirato qualche sberla. Dai ci sta, sono cose che non si devono fare tra amiche. Alla fine ci risolviamo le cose tra noi, ci si tiene il muso per un po, ma poi si torna amiche come prima». Non sempre però le cose sono così innocue. Ci sono state aggressioni violente a stranieri, qualcuno è finito in ospedale. «No, calma. Noi con ste cose non c entriamo niente e guai a te se ci metti in mezzo - si arrabbia Giulia - Quello è un altro gruppo di fioi. Neanche li conosco. Sì, qualcuno so che è a scuola da noi, ma io non ci ho neanche mai parlato». Quando uscite che posti frequentate di solito? «Mah, il centro. Piazza Ferretto, il Candiani. Poi dipende da cosa c è in giro». Ma i tuoi genitori

9 ti hanno mai detto qualcosa? «Ma senti, ma cosa vuoi? Io vado a scuola, faccio il mio, studio. Poi esco. Ogni tanto capita che a qualcuna girino i 5 minuti (la frase letteralmente non era proprio così, ndr) ma non è un dramma. E di certo non vado a raccontarlo ai miei. E vedi di non farlo neanche tu». Mai avuto problemi con la polizia? «Ma figurati non ho mai fatto niente io - si difende -. Le mie amiche? Sì qualcuna sì, le hanno fatto la predica e morta là». Mai pensato di cambiare amiche? «Mai pensato di farti i fatti tuoi? Sono le mie amiche e ci sto bene, lasciateci in pace che tanto non succede nulla, come non succedeva ai tempi vostri». LA NUOVA Pag 23 Baby gang, coinvolti trenta minorenni di Carlo Mion Fenomeno preoccupante, le indagini della Polizia. Bettin: Con loro va usata la mano pesante. E avverte: ecco i risultati dei tagli al welfare, questi giovani vanno fermati e rieducati Il più grande ha 16 anni, il più piccolo 13. Si spostano quasi sempre in piccoli branchi, per poi ritrovarsi al Candiani o nelle aree adiacenti, in gruppi consistenti. La polizia che sta indagando sulle aggressioni, da parte di baby gang a loro coetanei e stranieri, ne ha contati una trentina. Quasi tutti italiani, qualche straniero di seconda generazione e con famiglie in gran parte normali. Una dozzina quelli più violenti: aggrediscono, picchiano e compiono rapine. Tra loro anche tre ragazzine di 14 anni, una delle quali è considerata un componente di punta della baby gang, ha più carisma (negativo) di tanti suoi amici. Un fenomeno che crea non poco allarme sociale in centro a Mestre e fino a qualche settimana fa a Marghera. Poi il gruppo, in particolare dopo gli arresti della Squadra Mobile per le aggressioni a due famiglie di bengalesi, si è spostato a Mestre. «Noi stiamo facendo il possibile per contrastare il fenomeno e le indagini, anche dopo gli arresti per le violenze contro le famiglie bengalesi di Marghera, non si sono mai fermate», spiega il questore Angelo Sanna. «Infatti gli episodi su cui abbiamo puntato la nostra attenzione erano ben più di quelli che poi hanno portato alle misure cautelari di gennaio. Non stiamo trascurando nulla per arrivare all identificazione dei responsabili di episodi di violenza gratuita, di piccole rapine e furti». Si tratta di ragazzi che in gran parte vanno a scuola e nel pomeriggio si danno appuntamento in piazza Ferretto, al Candiani o nella zona del centro commerciale Le Barche. Lì decidono cosa fare per trascorrere il tempo, bevono, ascoltano musica e poi i più violenti decidono di divertirsi alla loro maniera. Ecco allora che la cosa più semplice è rapinare il cellulare ai loro coetanei e se magari la vittima reagisce, ci scappano le botte. Come è successo in piazza Emmer a Marghera alcune settimane fa, quando hanno preso di mira una ragazzina. Una sera, poi, sempre a Marghera si sono accaniti contro due clochard e con dei motorini che hanno rubato e poi smontato. In piazzale Candiani hanno rapinato la bicicletta ad un 13enne, picchiandolo pure. Continuano poi ad aggredire, senza un vero motivo, i bengalesi, soprattutto i venditori di rose che di sera bazzicano piazza Ferretto. Due gli episodi nel giro di qualche giorno a cavallo di Pasqua. Sono decine gli episodi di violenze varie di cui sono protagonisti. Un poliziotto che sta indagando spiega che lo fanno per divertimento e spesso leggendo i giornali o le locandine davanti alle edicole, che raccontano le loro gesta si divertono e si esaltano. Da capire poi un fenomeno che riguarda ragazzi, sempre minorenni, sia italiani che stranieri, che nella zona di piazzale Candiani organizzano incontri di boxe, con relative scommesse. Sono combattimenti che avvengono in zone un po' appartate: i ragazzi si mettono in cerchio attorno ad altri due giovani che iniziano a prendersi a pugni. Gli altri scommettono su chi vince. In parte sono gli stessi ragazzi delle violenze. «Sono teppistelli che devono essere fermati. E bisogna usare la mano pesante, devono capire che queste cose non si fanno e che se le fai ne paghi le conseguenze. Ma deve essere anche un monito per coloro che li vogliono imitare. Certamente la risposta per far smettere questi comportamenti è solo una questione di tempo. E anche breve. Ben più complesso sarà analizzare le cause che hanno portato a questa situazione e individuare i percorsi per recuperare questi ragazzi, ed evitare che altri si ritrovino sulla loro stessa situazione», spiega Gianfranco Bettin, sociologo ed ex assessore alle politiche sociali. «È evidente che ci sono stati dei fallimenti in chi si doveva occupare della loro crescita, dalla

10 famiglia alla scuola, ai servizi sociali. Le responsabilità di queste strutture educative sono macroscopiche. Ognuno per la propria competenza ha responsabilità che sono pesanti. Negare questo sarebbe un errore. Altro errore da evitare è di nascondersi dietro a luoghi comuni come dire che sono il frutto della società cattiva o che provengono da luoghi che sono un Bronx». Da tempo anche l azione dei servizi sociali del Comune è immobile. Per vari motivi, in primis per i tagli, da almeno un anno tutti i progetti rivolti ai giovani sono rimasti nei cassetti. Senza dimenticare dinamiche interne agli uffici stessi di Ca Farsetti. «Veniamo da oltre un decennio di tagli al welfare e queste sono le conseguenze», continua Bettin. «Ora è importante fermarli, spiegare loro e in maniera pesante che quanto hanno fatto non è ammissibile. Ma una società civile, dopo, pensa al loro recupero, alla loro rieducazione. Bisogna individuare percorsi di rieducazione personali, perché ognuno di questi ragazzi ha una storia propria. Bisogna individuare dove ci sono stati gli errori, a scuola, in famiglia o nell azione dei servizi sociali. Reprimere il loro comportamento, fare pagare loro gli errori e poi abbandonarli sarebbe l ennesimo fallimento». Torna al sommario 8 VENETO / NORDEST CORRIERE DEL VENETO Pag 2 Bilancio, maggioranza sotto sulla Statale 12 E la Regione si tira fuori dal Marcianum di ma.bo. Voto finale previsto per oggi, approvate anche le norme per la raccolta dei bruscandoli Venezia. Le uova e gli asparagi, gentilmente offerti dal presidente del consiglio Valdo Ruffato, erano già pronti. Bastava cuocerli e poi festeggiare. E invece niente, il bilancio non è stato chiuso neppure ieri. L atteso voto sulla manovra (e sul maxi emendamento su cui l assessore di reparto Roberto Ciambetti è ancora al lavoro) arriverà questa sera. Si spera. Nel frattempo, nel consueto caos che ormai da un mese regna a Palazzo Ferro Fini, ieri si è proceduto alla votazione di una sfilza di emendamenti ed una trentina di articoli aggiuntivi, molti elettorali, altri curiosi, altri ancora di sicuro rilievo. Come quello che con un blitz ha dirottato un milione alla progettazione della variante della Statale 12, nel Veronese, facendo infuriare Ciambetti che aveva dato parere negativo ed ora dovrà di nuovo rimettere mano ai conti. Il forzista Leonardo Padrin ha protestato: «Avevo votato contro ma mi è stata sottratta la scheda», il collega Moreno Teso ha denunciato «il voto a più riprese di colleghi assenti», il tosiano Matteo Toscani è sbottato: «In questi 5 anni abbiamo assistito agli episodi più imbarazzanti» ma tant è, il milione alla fine ha preso il volo, per la gioia della lobby (bipartisan) veronese. Altro emendamento importante, presentato da Pietrangelo Pettenò della Sinistra e poi approvato, è stato quello che ha decretato il recesso della Regione dalla Fondazione Studium Marcianum del patriarcato di Venezia, con conseguente stop ai finanziamenti. E stato ripristinato il budget per il pagamento degli stipendi agli assistenti dei disabili sensoriali che avevano protestato la scorsa settimana fuori dal Palazzo (6 milioni) ed è stato approvato l articolo messo a punto da Piergiorgio Cortelazzo di Forza Italia che autorizza la cessione dei crediti pro soluto in modo di anticipare i pagamenti che i Comuni attendono dalla Regione. Il ripascimento delle spiagge potrà godere di 3 milioni in più mentre 1,5 milioni sono stati destinati ai vongolari e agli allevamenti di molluschi danneggiati dai lavori sugli arenili e dalle mareggiate. E stata anche riformata la commissione Via: i componenti esterni saranno sostituiti con dirigenti regionali, il che dovrebbe far risparmiare (2,5 mila euro in 3 anni). Il dibattito, scandito da meccanici «sì»-«no» (al punto che alcuni emendamenti sono stati ritirati quand ancora non erano in discussione) ha portato anche all approvazione di alcune curiosità come la differenziazione delle multe tra funivie, seggiovie e semplici ascensori nel caso di violazioni delle autorizzazioni concesse (prima, a quanto pare, erano punite allo stesso modo) o l introduzione delle regole per la raccolta delle erbe spontanee per uso domestico. Era la celeberrima «legge sui bruscandoli»: bocciata in consiglio perché ritenuta «inopportuna» nella sede di un sì alto consesso, ha ritrovato dignità tra le pieghe del confronto sulla manovra da 12 miliardi.

11 IL GAZZETTINO Pag 22 Dai teologi alle star, la Bibbia si fa pop di Alessandro Comin Festival biblico: per l undicesima edizione cinque città e svolta glamour «Custodire il Creato, coltivare l Umano» e concedere un po anche al glamour, pur nel rispetto del confronto e della riflessione sui temi sacri, per raggiungere il tetto dei cinquantamila spettatori, dopo il record di 45mila dell anno scorso. Giunto alla sua undicesima edizione, il Festival Biblico nato da Vicenza si amplia ancora aggiungendo una quinta città, Trento, alla sua "capitale" e alle altre tre (Rovigo, Padova e Verona). Dall anteprima del 20 aprile lungo tutto il mese di maggio fino al lunghissimo weekend conclusivo di inizio giugno, decine di appuntamenti animeranno mezzo Veneto. Molte le novità, come Esplorificio, un progetto fatto dai giovani per i giovani che prevede anche un esperienza di comunità, ma è scorrendo il programma diviso in ben 5 percorsi (Teologia e spiritualità, Cultura e società, Arte e spettacoli, Scienza e fede e Luoghi e percorsi) che si coglie nei nomi dei grandi ospiti la svolta per agganciare un vasto pubblico. Accanto all arcivescovo di Milano Angelo Scola (che terrà la lectio magistralis inaugurale abbinata alla musica dei Polifonici vicentini), a biblisti come Jean Louis Ska, Donatella Scaiola, Massimo Pazzini, Corinne Lanoir, Armand Puig i Tàrrech, Luca Mazzinghi, teologi quali Jürgen Moltmann, Richard Bauckham, Paolo Benanti, Giovanni Cesare Pagazzi e Simone Morandini e i sociologi Ilvo Diamanti, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, nelle vesti di relatori e conversatori si alterneranno stelle di altri settori: gli architetti Paolo Portoghesi e Sergio Los, l economista Luigino Bruni, lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli, l astrofisico Alessandro Omizzolo, il filosofo Silvano Petrosino, il meteorologo e climatologo Luca Mercalli, la ballerina e pittrice Simona Atzori e Sammy Basso, il ragazzo vicentino, affetto da progeria, uno dei 5 casi in tutta Italia, che è diventato testimonial in tutto il mondo di forza e coraggio anche grazie al docufilm Il viaggio di Sammy. Ci saranno inoltre due incontri distinti sulla Genesi, uno al maschile (Ska e Aldo Martin) e uno al femminile (Lanor e Donatella Mottin). Una rilettura dei salmi come primo esempio di "vademecum ecologico" per un uso saggio dei beni della terra. Tra i momenti più innovativi il confronto tra Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose e Carlo Petrini, gastronomo e fondatore dell associazione Slow Food: a confronto un credente e un laico sul tema del cibo e del pasto consumato assieme (29 maggio). Ancora: un sondaggio sull approccio degli italiani alla Bibbia con il sociologo Ilvo Diamanti e il noto meteorologo e climatologo Luca Mercalli che dimostrerà come l analisi scientifica dei dati climatici rappresenti una scienza del futuro in grado di orientare prassi etiche e ecologiche. Sammy Basso porterà al Festival Biblico la sua brillante testimonianza su come prendersi cura di se stessi e degli altri, mentre la ballerina e pittrice Simona Atzori terrà una lezione sul senso della felicità. Non mancheranno, in chiave popolare, laboratori e giornate di giochi per le famiglie e un concorso alla ricerca di voci nuove: Una canzone in cui credere è un contest musicale dedicato a cantautori emergenti, band e gruppi tra i 18 e i 35 anni, che nelle precedenti edizioni ha già lanciato rapper e concorrenti di The voice of Italy. Il programma completo della rassegna sarà disponibile dal 20 aprile sul sito IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag VI Fondazione Marcianum, la Regione stacca la spina di Paolo Navarro Dina In sede di bilancio, l assemblea approva un emendamento di Pettenò. Stop ai soldi, in 6 anni erogato oltre 1 milione e mezzo La Regione Veneto dice addio alla Fondazione Marcianum. Una decisione inequivocabile e che non mancherà di creare ripercussioni, soprattutto tra i sostenitori dell ente istituto dall allora Patriarca e cardinale Angelo Scola, travolto dall inchiesta giudiziaria legata al sistema Mose e successivamente profondamente trasformato dall attuale Patriarca, monsignor Francesco Moraglia. Ieri a Palazzo Ferro Fini, nell ambito della discussione sul bilancio, un emendamento sottoscritto dal consigliere regionale Pietrangelo Pettenò (Federazione della Sinistra Veneta) è stato approvato a maggioranza dal consiglio regionale per mettere la parola fine ad una collaborazione tra Regione e Marcianum che risaliva all amministrazione Galan, e che dal 2008 al 2014 ha letteralmente goduto di

12 oltre un milione e mezzo di fondi regionali. Ora non saranno certo rose e fiore per la nuova Fondazione presieduta da Gabriele Galateri di Genola. «L emendamento alla Legge di stabilità regionale per l esercizio 2015 che ho presentato - sottolinea il consigliere Pettenò - fa recedere finalmente la Regione Veneto dalla fondazione Studium Generale Marcianum, abrogando l articolo 55 della legge regionale 27 febbraio 2008 (numero 1 Legge finanziaria regionale per l esercizio 2008), anche con problemi di carattere occupazione e colloqui improbabili con l agenzia di lavoro Umana». Una decisione che sicuramente avrà forti ripercussioni. «Il rapporto della Regione - ammette Pettenò - è completamente concluso. E questo lo si è capito nel tempo. Certo, potranno non mancare occasionali collaborazioni, ma non ci sarà più alcun filo diretto. Ora la Giunta regionale dovrà attivare, entro 60 giorni, le procedure previste dalla normativa per recedere dal Marcianum. Poniamo fine a questo connubio. Un piccolo ma simbolico segnale della presa d atto della conclusione di un ciclo politico in una Regione piegata da una crisi economica senza precedenti». LA NUOVA Pag 28 Lascia un milione di euro in eredità alla Caritas Carlo viveva tra Mogliano e Scorzè. Vinto dalla depressione si è ucciso a 61 anni. Ma prima ha deciso di donare all ente di Treviso contati, immobili e un bosco Scorzè. Un milione. E c è chi dice che il valore sia anche superiore, forse più vicino a 1,5 milioni di euro. Contanti, immobili, e persino un bosco in Friuli. Ma le cifre contano poco, perché si parla di un eredità speciale. Va tutta alla Caritas Tarvisina, unica beneficiaria per espressa volontà del defunto. Un suicida. Lo ha voluto prima di compiere l estremo gesto, Carlo, 61 anni, dipendente di una società elettrica, vittima della depressione. Viveva fra Mogliano e Scorzè, era prossimo alla pensione, ma non ha retto al male subdolo che gli ha minato lo spirito e gli ha tolto la voglia di vivere. Tutto è accaduto lo scorso anno, ma adesso la notizia, dopo che sono state espletate le pratiche notarili e di legge per l insolita successione, ha valicato anche lo stretto riserbo eretto dagli ambienti ecclesiastici, e circola anche negli ambienti del volontariato. Carlo, quando, vinto dalla depressione, ha scelto di chiudersi nella sua auto, aveva già regolato a modo suo, con una generosità totale, i conti con il resto dell umanità. E ha offerto il suo ricco patrimonio - che gli veniva in parte dalla famiglia, che ha origini in Friuli - affidandolo a una realtà come la Caritas Tarvisina (il suo paese è nel territorio della Diocesi di Treviso), che sempre più, come confermano negli ambienti ecclesiastici, sta diventando un riferimento per chi cerca un ente ecclesiastico cui lasciare i beni terreni. Il notaio non ha potuto che far rispettare le ultime volontà, svelate peraltro pubblicamente dal parroco nel corso dell estremo saluto, così come chiesto dai parenti di Carlo. Ed è scattata la cessione di un terreno boschivo in Friuli, di tre immobili (ma qualcuno dice ce ne sia anche un quarto), e di una somma in contanti che supererebbe, secondo i bene informati del paese, i 350 mila euro. Anche se vanno completate le stime e le perizie, e soprattutto va decisa la destinazione tecnica di questo autentico dono inaspettato. Non ci sono dubbi che il lascito finanzierà l attività di assistenza a chi ha bisogno che è la missione primaria della Caritas. Piuttosto, si scopre che sempre più la Caritas, anziché la Chiesa come tale, viene identificata come possibile beneficiaria di lasciti e disposizioni testamentarie. «È come se i fedeli abbiano oggi fortissima la sensazione dell impegno della Caritas sul fronte delle nuove povertà e del bisogno, che ne fanno una sorta di nostra Emergency», spiega un giovane prelato trevigiano molto attento ai problemi sociali del territorio. Un segno della crisi anche questo? La Caritas è in prima fila nelle emergenza e la prima culla dei tanti nuovi poveri diventati tali con la crisi economica cui eroga pasti, servizi, accoglienza, assistenza materiale e spirituale. Pag 28 Addio a don Giorgio Morlin, portò l Unità in chiesa di Matteo Marcon Mogliano: si è spento ieri a 78 anni. Scrisse una lettera aperta contro Berlusconi Mogliano. Nella sua chiesa e nella sua casa c'era una porta sempre aperta per tutti: migranti, anziani, poveri, persone sole. Don Giorgio Morlin, scomparso ieri all'età di 78 anni, lascia un ricordo indelebile nella comunità moglianese. Se ne va un prete di frontiera, promotore di numerose iniziative di accoglienza e integrazione, in favore degli

13 ultimi. Giunto a Mazzocco nel 1993, rivoluzionò subito la parrocchia: creò la leva civile, il gruppo Caritas, realizzò il centro comunitario nell'area Sif e fu impegnato in prima persona nel dialogo interreligioso. Prete rosso, anti-cav, don Peppone, don Giorgio Morlin negli ultimi era stato etichettato in molti modi. Più della lunga attività pastorale, svolta a Mogliano e prima ancora a Spinea, avevano ottenuto particolare esposizione mediatica due sue iniziative: la diffusione di un'editoriale di Concita de Gregorio (tratto da L'Unità) dopo il domenicale rito in chiesa e una lettera aperta contro gli scandali dell'ex premier Silvio Berlusconi. Era il 2011, assopito il clamore, incontrandolo di persona (cosa che forse non è mai capitata agli autori di tali definizioni) quando gli si chiedeva direttamente cosa ne pensasse di tutte queste etichette, don Giorgio accennava un impercettibile sorriso e voltava lo sguardo con serenità. Ieri mattina lo storico parroco di Mazzocco, originario di Caerano San Marco, ci ha lasciato. Dal 2012 si era ritirato nella sua modesta casa di Caerano San Marco: «Sotto una pergola con alcune viti, aspettava che fiorisse il glicine», racconta chi gli è stato vicino fino all'ultimo. Un anno fa gli era stato diagnosticato un tumore allo stomaco, poi uno al fegato. Da una settimana era ricoverato in ospedale, è entrato in coma farmacologico martedì. Ieri mattina se ne è andato. Lasciando in eredità poesie, testi sulla Resistenza, riflessioni teologiche e sociali. Don Giorgio Morlin faceva parte dell'istresco (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea nella Marca Trevigiana), stava proprio per dare alle stampe un nuovo libro. Un testo l'aveva dedicato anche in memoria della sorella missionaria, deceduta alcuni anni fa. «Un prete straordinario» dichiara l'ex sindaco Diego Bottacin «ricordo il coraggio con cui ha affrontato il tema dell'integrazione nell'area Sif, con spirito inclusivo, ha messo semi che hanno dato frutti importanti nella nostra città». La festa delle culture porta la sua firma, così come le prime celebrazioni di riti misti interreligiosi nei primi anni «Il dovere di ciascuno di noi» commenta il sindaco Carola Arena «deve essere quello di mantenere viva la sua testimonianza». Oggi alle è previsto un incontro commemorativo nella chiesa Cuore Immacolato di Maria a Mazzocco, i funerali si svolgeranno sabato. Torna al sommario ed inoltre oggi segnaliamo CORRIERE DELLA SERA Pag 1 I ritardi e i danni non visti di Sabino Cassese Corte costituzionale Il Parlamento in seduta comune ha tentato nuovamente - era il 19 marzo scorso - di eleggere i due giudici costituzionali mancanti, senza riuscirci. Uno dei due posti è vacante da più di nove mesi, l altro da due mesi. E un ulteriore giudice dovrà essere eletto dal Parlamento tra tre mesi. Questi ritardi del Parlamento sono gravi. La nostra Corte viene ritenuta una delle meglio equilibrate nella sua struttura. A differenza di altre, come quelle americana e tedesca, i cui membri derivano la loro nomina dalla stessa autorità, la Corte costituzionale italiana ha una composizione che può dirsi tripartita. Un terzo dei suoi componenti è nominato dal presidente della Repubblica. Un altro terzo è eletto dalle supreme magistrature ordinarie e amministrative. L ultimo terzo è eletto dal Parlamento in seduta comune. I requisiti per essere nominati sono invece gli stessi: occorre essere o giudici delle magistrature superiori, o professori ordinari universitari di materie giuridiche, o avvocati dopo venti anni di esercizio. Se il Parlamento non nomina due (e tra poco tempo tre) dei cinque componenti della Corte ad esso spettanti, non solo rinuncia a esercitare una scelta che ad esso compete (salvo poi lamentarsi delle censure operate dalla Corte sulle leggi), ma rompe anche quell equilibrio che la Costituzione ha disegnato e che gli organi di vertice dello Stato dovrebbero per primi rispettare. Ci aspettiamo, dunque, che il Parlamento decida in fretta. Ci aspettiamo, poi, anche che il Parlamento sappia guardarsi intorno, cercando nella società civile i futuri giudici. La Costituzione ha affidato al Parlamento quel potere di scelta non perché esso indichi parlamentari, ma perché guardi al Paese che rappresenta, assicurando che nella Corte vi sia una equilibrata presenza di avvocati, professori e magistrati, e quindi il pluralismo delle professioni giuridiche. Se i parlamentari venissero tentati dal desiderio di scegliere

14 al proprio interno, finirebbero per trasformare la Corte in una sorta di terzo ramo del Parlamento. Selezionerebbero in un piccolo numero, mentre avrebbero la possibilità di scegliere tra tante persone di grandi qualità e prestigio non attualmente impegnate nell agone politico. E incaricherebbero del compito di giudici delle leggi persone che sono state ieri gli autori delle leggi sottoposte al giudizio della Corte. È per questo che le autorità con poteri di nomina, di recente come in passato, anche quando hanno scelto persone che hanno attraversato l esperienza politica (purché in possesso di uno dei tre requisiti), hanno preferito evitare passaggi immediati, senza soluzioni di continuità, dal seggio parlamentare allo scranno della Corte. Sarebbe bene che il Parlamento scegliesse i nuovi giudici tra le donne (ce ne sono ora solo tre su quindici posti), tra persone che abbiano il necessario distacco, senza furori ideologici, non corporativi né partigiani, capaci di dialogare, discutere, convincere, come si addice a un organo di ponderazione, non politico (anche se deve decidere su temi di grande interesse collettivo). Riusciranno i presidenti delle Assemblee parlamentari a convincere le forze politiche che l elezione è un compito che va eseguito, e subito, non ascoltando le «voci di dentro»? Pag 1 I rom e le parole che fanno solo male di Giangiacomo Schiavi Salvini sui campi nomadi Matteo Salvini è uno che parla chiaro. Anche troppo. Ogni suo commento è una rasoiata contropelo: in tv alza gli indici d ascolto, nei sondaggi fa crescere la Lega. Sulla sicurezza ha il merito di dire quel che la gente pensa: c è una paura diffusa che la politica ignora. Ma ogni tanto sbrocca per accarezzare il pelo del suo elettorato. Così le parole gli scoppiano in bocca come un cic ciac. Qualche anno fa propose un rastrellamento a Milano, contro i clandestini di via Padova. Lo zittì un ministro del suo partito, Roberto Maroni: «Questa parola non la voglio sentire...». Ieri ha celebrato a modo suo la giornata internazionale dei Rom: al posto di Alfano e Renzi raderei al suolo tutti i campi nomadi, ha detto. Essendo diventato il segretario della Lega nessuno nel suo partito gli può dire di non esagerare. Lo hanno fatto altri, avversari politici e rappresentanti istituzionali, scioccati da un inutile e gratuita esternazione. Il più efficace è stato il cardinale Antonio Maria Vegliò, capodicastero Vaticano per i migranti: «Sono frasi stupide e non varrebbe nemmeno perdere tempo per commentarle». Se ne parliamo non è tanto per allinearci al coro della disapprovazione pressoché unanime, ma perché sui campi rom serve un po di chiarezza. Dove ci sono, sono una vergogna. Un bivacco disumano. Cresciuti nell abusivismo e nell incapacità politica, del centrosinistra e anche del centrodestra, di rispondere con modelli alternativi a un emergenza sociale. Salvini ha il torto di usare le parole come armi contundenti. Ma il problema esiste. In questi campi abbiamo visto topi che ballano coi bambini, bici e auto rubate, zingari sfaccendati e carovane della disperazione, da dove partono i ladruncoli che infrangono il piccolo benessere della gente normale. Ma c è stato anche un cardinale di Milano che ha camminato nel fango per pregare e aiutare una bimba tetraplegica dimenticata da tutti, e abbiamo visto maestre generose che hanno garantito l istruzione a chi era tagliato fuori da una vita normale. È doveroso chiedere protezione e sicurezza, conciliare accoglienza e legalità, confrontarsi con le altre città europee dove l allarme dei campi rom è stato disinnescato con interventi concreti, senza buonismi e senza intrallazzi: l esempio negativo della gestione affaristica di certi accampamenti, emerso con l inchiesta Mafia capitale, dovrebbe far riflettere tutti, a prescindere dalle polemiche. Poi c è sempre qualcuno che esagera: ad Albettone, provincia di Vicenza, un sindaco ha scambiato l Italia per l Alabama e dorme con il fucile sotto il cuscino per paura dei rom, come un membro del Ku Klux Klan. «Se serve, sparo», dice. E nessuno ha chiamato un ambulanza. I campi rom, ha detto qualcuno, convengono a molti: a chi li gestisce con appalti milionari e a chi spera di ricavarci consensi elettorali. Invece di accendere micce, bisognerebbe spegnerle. Purtroppo siamo ancora fermi alle parole. LA REPUBBLICA Pag 1 La politica della ferocia di Michele Serra È sperabile e forse probabile che Matteo Salvini, quando dice che bisognerebbe "radere al suolo i campi Rom", abbia in mente qualcosa di meno insolente e meno violento. Per

15 esempio che, con congruo preavviso, quei campi andrebbero sgomberati. Perché, allora, Salvini dice proprio "raderli al suolo"? Lo dice perché è al tempo stesso artefice e vittima di uno dei più funesti equivoci della scena politica italiana degli ultimi anni. L'idea che il "parlare come si mangia" sia un decisivo passo avanti; mentre è un penoso, umiliante passo indietro. La politica è - da sempre - il tentativo di dare una forma, anche verbale, alle pulsioni di massa. Di renderle, diciamo così, presentabili in pubblico, e non per il piacere privato di quattro intellettuali, ma per dare una voce più intellegibile e dunque più autorevole soprattutto a chi voce non ha. Che quella dei campi rom sia una questione sociale rilevante, e lo sia tanto per i rom quanto per chi con quei campi convive, è perfettamente vero. Ma nemmeno il più ottuso e infelice dei politici, a meno che sia un nazista (e Salvini non lo è) può dire pubblicamente che quei campi vanno "rasi al suolo" senza attirarsi la dura critica e lo spregio di chi (per esempio la Caritas) la politica la fa sul campo. La fa nelle strade e nelle case, nelle periferie e nei campi nomadi, non nei "salotti del centro" tanto invisi a Salvini: e proprio per questo conosce le difficoltà, la fatica, la povertà, il degrado, le paure, il dolore umano, insomma la maledetta complicazione del problema. E detesta le semplificazioni becere, quelle scodellate in tivù per cercare l'applauso facile. L'urlaccio, il grido minaccioso, il borborigmo che non trova sbocchi non sono politica. Sono, della politica, un ingrediente bruto che chi fa politica ha il dovere di elaborare. Ignorare quegli ingredienti per non sporcarsi le mani è un vizio grave. Ma ficcarcele dentro, le mani, estraendone i peggiori effluvi e le più dolenti frattaglie come trofei, è il vizio opposto. In questo vizio sguazza, fino dalle sue origini, la Lega, che della sua matrice "popolana" si fa un vanto. Non rendendosi conto che il politicamente scorretto, per quanto lucroso (a tratti) e per quanto di facilissimo conio, ha il difetto strutturale di non riuscire a risolvere neanche mezzo problema. Se il politicamente corretto è spesso ipocrita, il politicamente scorretto è sempre impotente, rabbia da parata, smargiassata mediatica, niente che odori di soluzione anche parziale, anche imperfetta dei problemi. Niente che possa diventare governo, egemonia culturale, nuova identità condivisa e operativa. Se non si è Hitler o Tamerlano il politicamente scorretto, la minaccia feroce, le soluzioni finali sono solamente il segno della più fragorosa inettitudine. A questo danno interno, il politicamente scorretto aggiunge i danni inflitti, suo malgrado, alla comunità intera. Come un contagio. La dequalificazione del linguaggio politico, la sua capillare corrosione fa male a tutti indistintamente. Contamina, indebolisce, danneggia, peggiora, incanaglisce: diventa parte integrante del discredito della politica e della classe dirigente. Un personaggio come Razzi, oggi considerato una amabile macchietta, fino a non troppi anni fa sarebbe stato visto come una figura scandalosa o un caso umano da soccorrere. Quando ci si abitua a sdoganare l'insolenza, l'aggressività e l'ignoranza come ragioni identitarie, niente può più sbalordire e niente può più indignare. Fino a vent' anni fa a dire che bisogna "radere al suolo" i campi rom era qualche personaggio da bar. Nei bar si diceva (e si dice) anche molto peggio. Ma trasformare la polis in un bar vuol dire non avere alcun rispetto né della polis, né del bar. LA STAMPA Dallo Yemen una nuova minaccia per l Europa di Marta Dassù Nello Yemen che guarda verso il Golfo di Aden lacerato dallo scontro fra la maggioranza sunnita dipendente da Ryad e la minoranza houthi di origine sciita, appoggiata da Teheran si svolgono i primi giochi pericolosi del dopo accordo quadro di Losanna. Il rischio è che il conflitto indiretto fra Arabia Saudita ed Iran, combattuto fino ad oggi per procura, diventi guerra aperta e dichiarata, se non combattuta. Lo Yemen è un test: di ciò che potrà diventare il Medio Oriente nei lunghi mesi in cui vincenti e perdenti di Losanna tenteranno di salvare o far fallire l accordo nucleare con la Persia. Un test fra molti altri, certo. Ma indicativo di alcuni elementi che sono stati in parte trascurati di fronte all accordo-quadro nucleare fra l Occidente (più Russia e Cina) e l Iran. Primo elemento: è irrealistico pensare che progressi sul dossier nucleare possano in quanto tali produrre un riavvicinamento politico fra Washington e Teheran, dopo 36 anni di tensioni durissime. Il Presidente americano ha semmai, dopo Losanna, il problema opposto (e il problema opposto in effetti lo ha anche la Guida Suprema). Proprio perché vuole raggiungere un accordo finale sul dossier nucleare con Teheran,

16 Barack Obama deve anzitutto rassicurare e garantire gli alleati tradizionali dell America nella regione: da Israele all Arabia Saudita, alleati nei fatti anche fra loro. Non a caso, il Pentagono ha stanziato armi e intelligence a sostegno dello sforzo militare dell Arabia Saudita in Yemen, cui partecipa attivamente anche l Egitto. E qui entra in gioco un secondo elemento: quelle che appaiono come vere e proprie incoerenze dell approccio di Obama (tacito sostegno all Iran contro l Isis, ripresa delle forniture militari all Egitto e appoggio alla nascita di una sorta di «Lega» sunnita, ambivalenza verso Assad, selettività verso Israele) sono parte di uno stesso tentativo: il tentativo descritto da Obama stesso nella intervista recente a Tom Friedman (International New York Times, 7 aprile 2015) di aumentare la responsabilità diretta degli attori regionali. Consentendo così all America una presenza ridotta, più esterna («off-shore balancing», per usare termini del gergo strategico) e più flessibile. In effetti, viene lasciata alle spalle definitivamente la lunga epoca, o forse l ambizione, di una Pax Americana in Medio Oriente. Terzo elemento: nessuno degli attori regionali, non solo Israele, si sente ormai garantito. L incendio yemenita lo conferma. La «guida» iraniana tenta di bilanciare, inviando navi nel Golfo di Aden, la discussa (all interno del regime) cedevolezza a Losanna; Ryad, appena emersa dalla successione, cerca di consolidare il legame militare con Washington, così come fa l Egitto di al Sisi in accordo con Gerusalemme. Intanto la Turchia di Erdogan, ferita in casa e ferita sul fronte siriano/iracheno, prova a ritagliarsi un qualche ruolo a Teheran: le ambizioni dell ex impero ottomano suonano, ancora una volta, poco credibili. La realtà quarto e ultimo elemento è frammentata, insanguinata ma tragicamente semplice. Mentre si sgretolano, assieme agli Stati post-coloniali, i vecchi confini dell inizio del secolo scorso; mentre si combatte una sorta di guerra dei Trentanni in salsa mediorientale, lasciando spazio alla brutalità dei califfati del Terrore, le mediazioni politiche sembrano un miraggio. Il ripiegamento parziale di Washington rischia in effetti di aprire un vuoto sostanziale. E se guardiamo al formato negoziale dell accordo-quadro del 2 aprile, non pare certo venuta né l ora della Russia (dal punto di vista di Putin, la trattativa senza accordo con Teheran era e resta la condizione ideale) né quella della Cina. Meno America, Russia diffidente, Cina presente ma assente. Ed Europa impotente, si sarebbe tentati di concludere. La verità è che l Europa non può permettersi vuoti di potere ai confini meridionali: per ragioni geografiche e geopolitiche, perché la guerra c è già, perché colpisce radici della nostra civiltà, perché non si fermerà alle porte di casa. I prossimi mesi saranno segnati dall aumento, non dalla moderazione delle fratture mediorientali: l escalation in Yemen, dopo le foto di Losanna, ne è una prova. E decisivo, allora, che Europa e Stati Uniti non trattino solo il futuro del dossier nucleare. Ma discutano anche ciò che è ormai indispensabile per la sicurezza dell Occidente: una nuova divisione dei compiti e dei ruoli nel Mediterraneo e in Medio Oriente. IL MATTINO Le stragi dei cristiani e il peso delle lobby di Franco Cardini Proviamo a fare il punto su quanto sta accadendo nel Vicino Oriente e in Africa. Dal Kenya alla Somalia alla Tanzania alla Nigeria la società multireligiosa e multiculturale africana sembra aver del tutto perduto il suo annoso, sincretistico equilibrio ed essere ormai scoppiata: e i cristiani sembrano essere le prime vittime di questo ormai sconvolto e scomparso equilibrio. Proprio come già è accaduto e sta ancora accadendo magari non più in Libano, ma un po' dovunque in Asia, dall'iraq al Pakistan. I capi dei movimenti jihadisti sembrano avere abbracciato la tattica demagogica consistente nel far credere a masse sempre più larghe di musulmani poveri che i cristiani - in quanto presentati come correligionari degli occidentali - siano obiettivamente una «quinta colonna» dell'occidente, quindi dei collaborazionisti delle lobby che ormai da decenni - da quando il sistema colonialistico tradizionale è volato in pezzi - si associano ai malgoverni locali per drenare le ricchezze asiatiche e africane e arricchirsi sottraendo ai popoli i mezzi non solo di sviluppo, ma perfino di sussistenza. Il malessere, in quelle aree del mondo, è vecchio: per quanto non si possa sostenere che sia proprio antico. In questi anni però una malattia acuta, la violenza, si va sovrapponendo alla vecchia affezione cronica, la miseria. E tutti sanno che quando un ammalato cronico viene assalito da un male repentino e letale è contro quest'ultimo che si deve immediatamente agire con una

17 terapia d'urto, lasciando magari da parte le cure ordinarie. È quel ch'è stato recentissimamente proposto. Tutti abbiamo sentito il papa pronunziare il suo energico «Basta!», il suo convinto e accorato «Bisogna fermarli!». E abbiamo sentito anche il ministro Gentiloni, che non è certo incline alle parole forti e alle dichiarazioni pesanti, uscirsene con una condanna che parrebbe inappellabile contro «l'ignavia» dell'occidente. Ignavia. Parola forte, appunto: anzi, «parola grossa». Cominciamo da qui. «Ignavo» è l'indolente, l'indeciso, l'amorale sino alla viltà. Una condanna che sa quasi d'altri tempi data la tensione morale che non può non animarla: non una dichiarazione diplomatica, ma una denunzia senza mezzi termini. Era ora, si dirà. Il punto è: contro chi è stata diretta? Chi e che cos'è, in concreto, «l'occidente»? La presidenza degli Stati Uniti, che sembra aver rinunziato al suo ruolo «imperiale» di cane da guardia del mondo e voler passare la mano alle potenze regionali delle varie parti del mondo, che se la cavino loro? Il Congresso statunitense, notoriamente avverso a Obama che ormai è «un'anatra zoppa» ma incline semmai ad ascoltare l'attuale governo israeliano che addossa tutte le colpe dell'attuale crisi vicino -orientale all'iran, mentre nei confronti di esso è in atto una svolta diplomatico - politica che potrebbe davvero cambiare il volto della politica mondiale? Ed è «vile» l'america che cerca un accordo con l'iran, mentre nello Yemen gli stati arabi tradizionalmente più vicini all'occidente assalgono gli sciiti, vale a dire i primi avversari di al-qaeda che in quel paese ha appunto i suoi santuari? Assalire gli sciiti yemeniti può significare voler indirettamente colpire l'iran, d'accordo, ma allora come la mettiamo con il vantaggio che altrettanto indirettamente si offre al jihadismo salafita di al-qaeda, peraltro a sua volta avversario dell' Isis di al-baghdadi? E se Gentiloni non ce l'ha con gli americani, a chi rivolge l'accusa d'ignavia? Alla Nato, all'interno della quale c'è anche l'italia, che anzi deve proprio a quell' alleanza l'essere di fatto un Paese occupato da basi militari straniere che di fatto ha da decenni perduto la sovranità militare? E se un Paese non dispone di sovranità militare, può sostenere sul serio di averne una diplomatica? E se noi tale sovranità non ce l'abbiamo, siamo degli «ignavi» o siamo, semplicemente, dei subalterni? Il Papa appare più concreto, per quanto non stia a lui indicare le strade non dico militari, ma nemmeno quelle diplomatiche o politiche da percorrere. Il suo «Bisogna fermarli» non vuol certo equivalere a un invito a operazioni militari di rappresaglia indiscriminata, che oltretutto sarebbero molto difficili contro gruppi di guerriglieri che agiscono dislocati, in ordine sparso, con la tecnica del «mordie-fuggi». Ma, sembra suggerire Bergoglio, ci sono pure i governi locali dei Paesi nei quali avvengono le violenze: quei governi corrotti, che favoriscono la deregulation dei territori condizione prima dello sfruttamento selvaggio e sono di solito in combutta con potenti lobby internazionali. Se le Nazioni Unite funzionassero come dovrebbero, disporrebbero bene dei mezzi per individuare il nodo d'interessi che collega quei governi e quelle lobby e agire colpendolo. In questo momento, quello che colpisce dai massacri dei cristiani in Africa fino alla tragedia che ormai da anni ordinariamente si consuma sul nostro mare, davanti alle nostre coste, è che stiamo assistendo a uno degli spettacoli più immondi e vergognosi che la storia possa offrirci: alla guerra tra poveri, a quella dove poveri musulmani ammazzano poveri cristiani e poveri europei si preoccupano dell'arrivo di masse di poveri musulmani in grado di aggravare la loro miseria mentre - come rivelano i dati delle organizzazioni internazionali - il trend della concentrazione di risorse e ricchezze a livello mondiale si appesantisce: vale a dire che una sempre maggior quantità di profitti finiscono nelle tasche di un numero sempre più limitato di famiglie e di corporations mentre in tutto il pianeta si assottigliano fino a scomparire i cosiddetti «ceti medi» e si allarga e approfondisce la proletarizzazione delle masse, cioè la miseria. I miserabili assassini musulmani dei cristiani e i nostri italiani impoveriti che auspicano di poter «ricacciar in mare» i migranti dal Nordafrica sono - a un incommensurabilmente diverso livello - vittime del medesimo abbaglio: fanno come il cane che morde il bastone che li colpisce, salvo poi lambire la mano del padrone che lo manovra. Quel che va insegnato ad entrambi è che oggi il solo nemico pubblico, il solo responsabile della povertà e della violenza che sta inghiottendo il genere umano, è la mafia internazionale che sfrutta fino alla polpa il genere umano: e contro la quale in Occidente poco possiamo (eccola, l'«ignavia»!), dal momento che da noi i «poteri forti» finanziari, economici e imprenditoriali hanno ridotto i politici a loro «comitato d'affari» e dominano i media imbavagliandoli. Questo è il vero problema: altro che la barbarie assassina di quattro fanatici jihadisti, a loro volta manovalanza del crimine internazionale. Il giorno in cui le

18 genti d'asia, d'africa e della stessa America latina rientrassero in possesso delle risorse che vengono loro oggi spietatamente loro sottratte e fossero sostenuti nella diretta gestione di esse, il fanatismo politico e religioso si spegnerebbe per mancanza di manodopera. Ma ciò significherebbe la fine di ricchissimi profitti, di grassissimi proventi. Chiedete un po' ai signori della Total (petrolio in Africa centrosettentrionale), della Areva (uranio in Niger), della De Beers (diamanti in Sierra Leone), della Monsanto (gli Ogm obbligatori, i biocarburanti), se e quando, e in che modo, saranno disposti a sacrificarne una parte in cambio dell' alleggerimento della sperequazione che soffoca la terra. CORRIERE DEL VENETO Pag 1 La vera soluzione non è il Medioevo di Stefano Allievi Il problema nomadi Un sindaco è un pubblico ufficiale. Rappresenta una comunità territoriale, ma anche un senso di appartenenza collettivo, persino un idea morale di unità al di là delle divisioni contingenti. Nelle occasioni ufficiali indossa una fascia tricolore: a simbolizzare l appartenenza a una comunità ancora più ampia, che condivide la sottomissione alla stessa legge, ispirata agli stessi princìpi fondativi, rappresentati dalla costituzione. Può avere opinioni eretiche o ispirarsi a valori non così condivisi. Una sola cosa non può fare: violare, scientemente, la legge. E poiché rappresenta i cittadini tutti, senza distinzione di razza, etnia, sesso, religione, credenza, opinione come dice, appunto, la costituzione non può escluderne qualcuno dal patto sociale. Il sindaco di Albettone, che non nominiamo perché non ci interessa come persona, ma per quello che rappresenta, questo sta facendo. E se ne parliamo è per esemplificare un comportamento che si sta diffondendo nel corpo sociale anche a livello istituzionale, come si vede ma che va nondimeno stigmatizzato: la secessione non dei territori, ma delle coscienze. L indipendenza dalla legge, anziché il servizio ad essa. L autonomia degli impulsi, anziché il confronto delle ragioni. Non sappiamo, ce lo diranno i giuristi, se si possa evocare la legge Mancino, l istigazione al razzismo: che nella sua essenza significa prendersela non con le persone per il loro comportamento, ma con delle collettività per ciò che si pensa di loro o per quello che simbolicamente rappresentano. Mentre la responsabilità penale è personale, e non ricade né sui padri né sui figli, come vuole l impalcatura giuridica di cui ci diciamo eredi e fieri. Il problema di quelli che nell espressione comune sono chiamati zingari è serio, e di lungo periodo. Non è locale, e nemmeno nazionale, ma europeo. E non può nemmeno essere risolto con le espulsioni, dato che, in maggioranza, si tratta di cittadini italiani. Non c è dubbio, i tassi di delinquenza tra alcuni gruppi di nomadi (peraltro, quelli non sedentarizzati, non già integrati: una parte di quelli dei campi, per capirci, che contrariamente all opinione comune sono solo un quarto dei rom e sinti italiani) per alcuni reati, soprattutto contro il patrimonio sono più elevati di quelli della media nazionale. I tassi di recidiva sono alti. Gli abbandoni scolastici pure. L accattonaggio anche. La violenza familiare e di genere, senza generalizzare, è presente. E alcuni indicatori sociali sono gravissimi: aspettativa di vita, mortalità infantile, disoccupazione.. Non possiamo fare finta di niente: un problema sociale c è. Ma, per risolverlo, i proclami dei sindaci con il fucile non servono. Al contrario, peggiorano la situazione, aumentando la conflittualità sociale sfruttandola, quel che è peggio, a fini elettorali e di visibilità personale ma non migliorando nemmeno uno degli indicatori citati. Spostano solo il problema: ad un altro momento, o con un ordinanza di divieto ad un altro luogo, magari ai comuni vicini. Che non è, per dirla tutta, una gran genialata. La stigmatizzazione collettiva, la creazione di un antico, peraltro: al sindaco piace giocare facile capro espiatorio, è una soluzione semplicemente indecente oltre che impraticabile. Bastasse, non avremmo avuto la lunga storia che dai proclami medievali contro la mendicità è arrivata fino ai campi di concentramento nazisti C è solo una strada percorribile, ed è lunga, ma più efficace: quella che passa per l occupazione, l istruzione, l alloggio (non l assistenzialismo in servizio permanente effettivo, che è altra cosa, spesso perniciosa), ma anche il riconoscimento simbolico e culturale, senza il quale non c è interlocutore collettivo possibile, né fiducia reciproca. In una parola, le politiche di integrazione. Investire su quelle oggi, significa evitarsi problemi domani. Anziché incancrenire quelli di oggi creandone di più gravi domani.

19 IL GAZZETTINO Pag 1 Legge elettorale, la doppia sfida del premier di Marco Conti La sera dello spoglio si deve sapere chi vince. Basta con le litigiose coalizioni. Servono soglie per evitare il frazionamento. Le preferenze sono il discredito della politica. Sul tavolo di Matteo Renzi una cartellina raccoglie dichiarazioni e considerazioni di commentatori ed esponenti di partito che, a suo giudizio, «sono i maggiori sponsor dell'italicum, se non avessero cambiato idea nel giro di qualche mese». Il presidente del Consiglio continua infatti ad essere convinto che i no al testo già votato dal Senato siano esclusivamente di natura politica ed è per questo che ieri ha salutato con favore la nomina di Gennaro Migliore a relatore di una legge che, prima delle modifiche apportate al Senato, aveva duramente criticato. Schierare un'ex esponente di Sel a difesa della legge elettorale, rappresenta un doppio schiaffo alla sinistra del suo partito che promette guerra non solo sul fronte dell'italicum ma anche nella Liguria dello sconfitto Cofferati. Resta il fatto che per Renzi rimetter mano al testo della legge elettorale significa rischiare di far saltare tutto. E' infatti convinto che anche se si raggiungesse una nuova intesa nel Pd, questa non sarebbe sufficiente viste le resistenze dei centristi pronti, qualora si riaprisse la trattativa, a rimettere in discussione la soglia, il meccanismo delle preferenze e anche il premio. E' per questo che Renzi, tramite il ministro Boschi, ha respinto l'ennesimo appello della sinistra del partito a rivedere le legge elettorale. Un no, garbato ma secco, che tiene anche conto della volontà della minoranza di logorarlo dall'interno. Niente scissioni o gruppi autonomi, ma una battaglia a viso aperto che si terrà in aula sulla legge elettorale e nelle urne visto che è ormai evidente che parte della ditta lavora contro un successo alle elezioni regionali del Pd a trazione renziana. La decisione, maturata dal premier, di spendersi personalmente nella campagna elettorale risponde al tentativo di annullare le divisioni interne che in Liguria rischiano di compromettere il successo finale. Alla sinistra del Pd, tirata da Civati, che punta le sue carte sulla Liguria per azzopparlo, il premier è pronto a rispondere sia sul fronte economico (con il via libera di Bruxelles al Def), sia su quello della riforma elettorale. Il varo dell'italicum entro il mese di maggio avrà infatti un sicuro riflesso sulla considerazione internazionale di cui gode la leadership renziana. La riforma elettorale, a costo zero, rappresenta infatti per Renzi un'occasione non da poco per rafforzare la convinzione che l'italia «cambia verso davvero». LA NUOVA Pag 1 Vergogna davanti al mondo di Ferdinando Camon C è un altra vergogna per noi italiani, abbiamo una polizia che tortura. Lo ha stabilito la Corte dei Diritti Europea. Che a scoprire e condannare un crimine così mostruoso non sia la Giustizia italiana, evidentemente cieca o impotente, ma la Giustizia europea, è una vergogna nella vergogna. La nostra Giustizia non vede? Il nostro Parlamento è incapace? Le nostre leggi sono insufficienti? Già dovevamo vergognarci per tante cause: lo strapotere della mafia e della camorra, che invece di sparire proliferano, l estensione e la capillarità della corruzione, le proporzioni mastodontiche dell evasione fiscale, le numerose stragi impunite, i servizi segreti deviati, le carceri strapiene, le pensioni squilibrate (da fame o d oro), le elezioni truccate, che seguono leggi pensate per favorire l interesse dei partiti e non degli elettori. Ed ecco che salta fuori anche la polizia che tortura. Noi popolo non meritiamo tutte queste vergogne. Se ci sono e sono tante e durano così a lungo, e invece di calare aumentano, vuol dire che non sono una cattiva applicazione del sistema che fa funzionare il nostro Stato, ma sono il sistema stesso. Guardiamo l ultimo caso: la polizia che irrompe di notte in una scuola dove stannno dormendo tanti ragazzi e uomini che durante il giorno avevano condotto una manifestazione anti-statale (anche uscendo norme, diciamolo con chiarezza), e in quel dormitorio spacca teste, braccia, gambe, costole. Mi metto tra coloro che credevano nella polizia: per me, la polizia era una forza di controllo agli ordini dello Stato, e siccome lo Stato è democratico, la polizia era democratica. Se picchiava, era perché doveva difendersi. Anche qui, a Genova, alla manifestazione s erano presentati quegli infami del black-bloc, professionisti internazionali della provocazione e della guerriglia

20 anti-statale. Andrebbero arrestati appena visti, preventivamente. Ma nella scuola addormentata è tutto diverso. Se la polizia spacca le teste, è una polizia criminale. Una polizia criminale uccide l idea di Stato in chi ci credeva. La polizia criminale offende tutti. Tutti gli stranieri che sono in giro per l Italia, e oggi leggono i nostri giornali, ci disprezzano più di ieri. Ci sono, nel mondo, polizie che torturano, ma stanno in Stati che noi italiani disprezziamo. Ora il nostro Stato rientra fra quelli. Che cos è una polizia che tortura? È un fenomeno vicinissimo alla corruzione. Perché c è la corruzione? Perché i burocrati corrotti si sentono fuori-controllo, e fanno quel che vogliono. Perché la polizia spacca la testa a cittadini addormentati? Perché è convinta di non rendere conto a nessuno. E infatti anche quelli che si sono presi qualche condanna, tornano a fare i poliziotti. Ma un poliziotto che spacca le teste è un criminale, può un criminale fare il poliziotto? Se questa è corruzione, e se tutto è corruzione, non è vero che la corruzione sia imbattibile. La batti se la combatti. I poliziotti dovrebbero avere paura di sgarrare, e invece contano sul tacito consenso e sull ammirazione dei colleghi. I corrotti dovrebbero avere il terrore di essere scoperti, invece per il resto della vita si godono il frutto della corruzione, si fanno invidiare, e sono invidiati. Chi ha esportato capitali all estero, li reimporta guadagnandoci comunque. I grandi evasori fiscali patteggiano e pagano meno di quel che avrebbero pagato non evadendo. Se un ex-carcerato fa causa perché la cella era per due e ci stavano in sei, gli danno un risarcimento, ma le carceri restano strapiene. Vediamo che anche per l Expo certi lavori pattuiti per tot euro, alla fine costano tot più il 30-40%. E non rispettano neanche i tempi: s avvicina l apertura, e i lavori non sono finiti. C è tanto orgoglio, nel varare l Expo, ma c è anche una puntina di vergogna, che avvelena tutto. E la colpa non è del destino. Pag 1 Il fronte turco dei migranti di Piero Innocenti Le ultime notizie sui flussi migratori via mare, quelle del giorno di Pasqua, parlano di migranti a bordo di navi italiane dirottate per il soccorso, che vanno a sommarsi alle persone già arrivate sulle nostre coste nel corso dei primi tre mesi ( nello stesso periodo del 2014), delle quali oltre diecimila provenienti dalla Libia. Era da una decina di giorni che non si registravano episodi di sbarchi o di soccorsi. Il primo aprile con 730 migranti tratti in salvo su barconi è ripreso il calvario dell immigrazione e, con le condizioni del Mare Mediterraneo da «molto mosso, in attenuazione» nei prossimi giorni c è da aspettarsi un probabile incremento delle partenze dalle coste libiche e da quelle turche. Da queste ultime, in effetti, come abbiamo già avuto modo di scrivere, sono state molte, negli ultimi anni, le imbarcazioni salpate e le persone trasportate: dalle del 2013 alle del 2014, alle 434 di questi primi mesi del Se la Sicilia continua a essere la regione maggiormente interessata da questi eventi (8.259 i migranti sbarcati nel 2015), la Calabria è quella che ha già ricevuto migranti (170 nel periodo corrispondente del 2014). Ancora molto consistente la presenza di minorenni soccorsi (803 quest anno), mentre, relativamente alle nazionalità dichiarate al momento dello sbarco, troviamo i gambiani in testa con persone, i senegalesi con 1.187, i somali con e i siriani con Il bollettino di morte dice che sono le persone decedute, giunte cadavere o disperse in mare dal primo gennaio 2014 al primo aprile Una vera strage che, sino a oggi, non è riuscita a mutare nella sostanza la politica sull immigrazione dell Ue. Continuano a destare preoccupazione le partenze di imbarcazioni dalla Turchia, se si considera che dal 30 settembre 2014 a oggi sono approdati in Italia ben 13 mercantili e 17 natanti di vario tipo (barche a vela, pescherecci e yacht) per un totale di oltre 8 mila persone, in gran parte di nazionalità pakistana, palestinese e siriana. Non sembra aver avuto particolare successo la missione del dicembre scorso a Istanbul del ministro dell Interno Alfano, che aveva sollecitato un maggior controllo delle coste turche per contrastare le organizzazioni criminali dei trafficanti di persone. Quasi tutti i mercantili, infatti, sono partiti dalle coste nelle vicinanze di Mersin e, dopo aver girovagato in mare, talvolta con i sistemi di identificazione e di segnalamento disattivati (sistema Ais, Automatic Identification System), sono stati intercettati nelle nostre acque territoriali e trasferiti nei porti italiani. Con non pochi problemi. Infatti, le rilevanti stazze delle imbarcazioni, quasi tutte sequestrate (17), di lunghezze dai 50 agli 80 metri, hanno comportato l occupazione delle banchine portuali destinate ad attività commerciali, senza contare che in alcuni casi

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