Ritorno a Londra da "il Baretti", N 27, anno V, 1964

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1 qualche racconto Zisì da "Galleria", anno XX, N 3-4, 1970 Ritorno a Londra da "il Baretti", N 27, anno V, 1964 Da "Galleria", Caramanica Editore, 2000 Zisì Non entrare nel salotto, diceva la nonna, Zisì ti sgrida. Ma il salotto era bello, rosso e immenso nel salone misterioso dove la fantasia perdeva il contatto col reale. Nella porta a vetri spiavo l'ombra di Zisì, entravo in punta di piedi e accarezzavo il velluto del divano. Un attimo, un minuto; il mistero acuiva il desiderio. Vedevo l'ombra di Zisì e il salotto ridiventava una meta. Fino a otto anni ho avuto paura di Zisì, ma mi piaceva vederla. Dei passi, ecco Zisì. Mi ritiro dietro la porta. Tacchi svelti, figura di fata mi ridesta nella mente il fruscio della veste. Ho aperto il portoncino, che tristezza! Era scomparsa. Tuffo nella poltrona: come è soffice il velluto! Altro tuffo sul divano, sull'altra poltrona. Basta ora, Zisì può tornare. Meglio passare la mano sul velluto, potrebbe restare qualche piega. Avevo otto anni e credevo nelle fate; a casa della nonna il regno delle fate, il salotto rosso di Zisì. Quanti anni sono passati? Forse tutta la vita di Zisì. Smunta, col viso pallido, stanca, la vedo attraverso lo specchietto interno della vettura che corre a cento all'ora sull'autostrada. Zisì è malata, molto malata. C'è ancora sul suo volto qualche segno della fata di allora; com'era bella! Del regno della fata Zisì c'è ancora il ricordo di un soffice velluto rosso. Lungo il verde ai lati dell'autostrada rivedo il salotto. Zisì ha socchiuso gli occhi, è stanca. Una volta mi sorprese che accarezzavo il velluto e divenne una fata in collera. Corsi tra le poltrone, ma inciampai nel tappeto. Zisì mi raggiunse minacciosa, ma il timore soffuso sul mio viso spense in lei l'irritazione e fu fata buona. Guai a te se entri un'altra volta, ti rinchiuderò nel ripostiglio. Un bacio e una sculacciata. Va a giocare dalla nonna. Vedo dallo specchietto che ha ancora gli occhi socchiusi. Napoli è vicina, le prime abitazioni periferiche sono brutte, le strade piene di buche. Si sale; in fondo c'è la distesa del mare. Marco rallenta, la macchina si ferma davanti l'ospedale. Zisì è ancora più pallida; una stretta al cuore. Entra in funzione la burocrazia. Dove sono le carte? Carte in regola. Avanti. Altra tappa; di nuovo le carte, ma ora non sono in regola. Manca l'impegnativa dell'ufficio di Napoli, dice l'usciere, non possiamo ricoverarla senza l'impegnativa. E allora? Lì c'è la sala d'aspetto, uno vada per l'impegnativa, il ricovero si farà più tardi. Zisì è sempre più stanca; due ore di macchina, la pena, il pensiero l'hanno disfatta. Marco esce. La sala d'aspetto va affollandosi, l'attesa è snervante. Qualcuno viene chiamato per il ricovero, Zisì non parla. E passata un'ora, due ore... Marco ancora non torna. Perché Marco ancora non torna? dice Zisì con un filo di voce. Ha gli occhi infossati, senza vivacità, occhi che chiedono aiuto, che implorano. La radio nel salotto si ascoltava soltanto quando voleva Zisì. L'uomo che è nella radio mangia i bambini, diceva Zisì, è un uomo piccolo così, ma tanto cattivo, ripeteva Zisì. At-tento, non andare nel salotto, l'uomo mangia i bambini. Come si chiama quell'uomo Zisì? Relefunken. Relefunken! Che uomo terribile Relefunken! Parlo con qualcuno, dico a Zisì, cerca di non pensare. Esco sul corridoio, avvicino l'usciere che fa la spola tra il medico addetto ai ricoveri e la sala d'aspetto, espongo il caso, ma non c'è via di mezzo, occorre l'impegnativa. Zisì apre gli occhi, sospira, poggia una mano sull'addome e socchiude ancora gli occhi. Ah, ecco Marco; perché tanto tempo Marco? L'ufficio ha aperto alle nove, ma ecco l'impegnativa. Andiamo. Sollevo Zisì per il braccio, il passo è pesante. Abbiamo l'impegnativa, dico all'usciere. Aspettate, date a me, risponde prendendo le carte, sarete chiamati tra poco. Si torna nella sala d'aspetto; Zisi non parla Marco reclama. Sono trascorse quasi tre ore da quando siamo nell'ospedale, quattro da quando siamo partiti da casa di Zisì. Più nessuno va nel salotto rosso di velluto; Relefunken non mangia più i bambini curiosi. Una volta Zisì disse che Relefunken non era più pericoloso, non poteva più mangiare i bambini perché era diventato vecchio. Relefunken è pieno di polvere, senza più voce; il salotto di velluto rosso non è più una meta. Il divano di fronte a Relefunken cigola, le poltrone sono sdrucite, venti e più anni sono passati. La nonna partì quando Relefunken era ancora cattivo e mangiava i bambini. Zisì vestì di nero; aveva un velo lungo sui capelli di fata addolorata. Quando il corteo parti, rimasi solo con Nanà che rassettava la casa di Zisì. In punta di piedi fin davanti la porta socchiusa; ascolto, Relefunken dorme. Apro la porta e spio; Relefunken dorme davvero, il divano di velluto rosso sorride perché vuole giocare con me. Ancora in punta di piedi per non svegliare Relefunken, finché sono tra le braccia del divano di velluto rosso. L'accarezzo e l'abbraccio. Com'è

2 felice! Tuffo nella poltrona, vedo di lì Relefunken dormire. Ma davvero è tanto cattivo? Se andassi a vederlo dietro la sua casetta? L'usciere chiama Zisì. Io l'aiuto prendendola per un braccio. Seguiamo l'usciere fino all'entrata di un ufficio. Accomodatevi. In quattro intorno ad una scrivania di una dattilografa; non c è una sedia, anzi c'è, ma di là dal tavolo. De Filippis Simonetta? Sì, rispondiamo io e Marco. Guardo la sedia libera di là del tavolo e la dattilografa, ma ella scrive su di un foglio rosa. Forse farà presto. Toglie il foglio rosa dalla macchina, ne prende un altro verde. E sveltissima a scrivere, non guarda in faccia nessuno. Toglie anche il foglio verde, forse ha finito. Illusione. Prende un altro foglio, bianco questa volta. Guardo Zisì che osserva paziente. Sei stanca? dico a voce alta perché senta anche la dattilografa. Zisì non risponde; la dattilografa continua a scrivere. Posso prendere quella sedia? Prendetela, dice la dattilografa. Zisì mi sorride e si siede. La dattilografa si alza. Meno male, ha finito veramente questa volta, ma no, apre un armadio e prende una cartella, si risiede e scrive ancora. Apre un cassettino al lato della scrivania e tira fuori un cartellino, piccolo; scrive anche su quello. Marco mormora impaziente, mi guarda. Gli occhi di Zisì sono nel vuoto. Al secondo piano, dice la dattilografa consegnandomi la cartella. C'è l'ascensore? Nel corridoio a destra, dice l'usciere. Al secondo piano; corsia a destra, corsia a sinistra; sofferenza a passeggio, passi svelti di infermiera. Qui, qui, grida una suora da venti metri. Marco ed io affrettiamo il passo, Zisì e Nanà restano indietro. Nanà ha quasi ottant'anni, ma è ancora in gamba. Venite, dice la suora, per il momento si siederà qui in attesa di un posto. Marco ed io ci guardiamo. Che significa? Più tardi le darò una barella. L'entrata per le visite è alle tredici, si esce alle quattordici. Ma.... State tranquilli, domani o dopodomani al più tardi avrà il suo posto letto, ora non ce ne sono disponibili. Avanti, qui non si può stare. La rincorriamo; è grassa e alta, ma quasi corre. Suora, suora. Si entra all'una, qui non si può stare, ripete senza permettere che le parliamo. Ma è stanca, viene da lontano.... Sta benissimo, ora le procuro una barella, avanti, qui non si può stare. Entra in un ufficio, noi restiamo fuori a guardarci. Eccola di nuovo, corre via. Sorella, sorella.... Alza le mani impaziente, non tollera. Qui non si può stare, avanti, si entra alle tredici, ora non si può stare, si esce alle quattordici. Ma viene da lontano, ripetiamo. State tranquilli, domani o dopodomani al più tardi avrà il suo posto letto, ora non ce ne sono disponibili, avanti, qui non si può stare. Torniamo da Zisì. C'è sul suo volto una lacrima, Nanà le fa aria con un ventaglio. Dobbiamo andare Zisì, ci cacciano via, ma torniamo più tardi, forse, non ti preoccupare. Accenna di sì, ci guarda senza parlare; noi facciamo gli spiritosi, ma senza convinzione. Zisì se ne accorge e sorride. Ciao Zisì, andiamo Nanà. Ci segue con lo sguardo, gli occhi sono umidi, ma noi continuiamo a fare gli spiritosi. Nanà sul corridoio piange. Scendiamo in città. Marco guida in silenzio. Guardo laggiù dov'è il mare; sulle onde c'è un salotto di velluto rosso; di fronte al divano c'è la casetta di Relefunken. Relefunken dorme e un bambino corre, inciampa nel tappeto. Ti farò mangiare da Relefunken, cattivo! Un bacio e una sculacciata. Guai a te se ci torni, ti farò mangiare da Relefunken. Ritorno a Londra da "IL BARETTI", N 27, Anno V, 1964 Un giovane non ancora trentenne era sdraiato su di un letto a doppia piazza della camera numero sette dell'albergo Heros. Aspirava con piacere il fumo della sua Laurens, guardava distrattamente il soffitto della camera d'albergo e meditava. I pensieri si accavallavano incessantemente senza una connessione ben precisa; si distraeva, se ne accorgeva e subito dopo cercava di mettere ordine alla confusione involontaria. Molte trame si intrecciavano, si susseguivano senza dargli la possibità di portarne a termine una. Tornava a dare uno sguardo di lato e rimaneva ancora confuso e impacciato. Accanto a lui Rosetta dormiva o faceva finta di dormire. -Come è tutto strano, - pensava Stefano - ieri ci siamo conosciuti, a duemila Km. da qui, ed ora dormiamo nello stesso letto, tranquilli come coniugi da lungo tempo sposati. Aspiraya un altra boccata e rincorreva un altro pensiero. Non c'era! Perché ha insistito tanto allora? Che non abbia ricevuta la lettera? Impossibile, sono sempre

3 arrivate puntualmente e l'ultima è stata spedita cinque giorni fa. In quel momento Rosetta si rigirò nel letto e aprì gli occhi. -Ancora non dormi? Mi fa una certa impressione saperti sveglio e non fai dormire nemmeno me. -Stai tranquilla - rispose Stefano - il patto è stato chiaro; dormiamo nello stesso letto perché non ci sono camere singole a disposizione, ma ognuno deve far conto di essere solo, niente paura quindi. Rosetta sorrise leggermente e si rigirò dall'altra parte. Stefano ricominciò ad inseguire i suoi pensieri senza riuscire a chiudere occhio. La stanza si era riempita di fumo. Si alzò pian piano cercando di non farsi sentire, aprì uno spiraglio di finestra e dette uno sguardo fuori. Shaftesbury Avenue brulicava di gente nonostante l'ora inoltrata. Non si meravigliò affatto perchè sapeva che quella via non cambiava mai aspetto. Le insegne al neon la illuminavano a giorno, i negozi sembravano aperti, il traffico era intenso; le macchine sfrecciavano, si sorpassavano, si arrestavano bruscamente, riprendevano frettolosamente la marcia I passanti, al contrario, sembravano non avere alcuna fretta. Camminavano lentamente, a gruppi di due o tre, si fermavano a lungo davanti ai negozi, facevano segno col dito, discutevano pacatamente. I più erano uomini, ma non mancavano le donne, quasi tutte giovani, generalmente accoppiate a coetanei. Numerosi giornalai mostravano, a neppure cinquanta passi l'uno dall'altro, le loro riviste, per lo più pornografiche. Stefano non riusciva a vedere le figure, ma immaginava; aveva osservato tante volte passando per quella via l'estate precedente e constatava che nulla era cambiato. D altra parte aveva sbirciato, passando col taxi e aveva fatto notare anche a Rosetta che ne era rimasta scandalizzata. Qualche mendicante ancora gironzolava e stendeva dì tanto in tanto la mano per ricevere il penny. I rumori penetravano ancor più intensamente nella stanza e d'improvviso si ricordò che Rosetta poteva esserne disturbata. Socchiuse le finestre per lasciar circolare l'aria e si diresse verso il letto. Si sdraiò ma non riuscì a prendere sonno. Allora decise di scendere nella via e di fare quattro passi fino a Piccadilly Circus. Si vestì silenziosamente ed uscì senza far rumore. Si imbatté subito in un pork-butcher, il caratteristico venditore di panini imbottiti con salsiccia e cipolle arrotolate. Stava per comprarne uno, poi non lo fece perché non sentiva assolutamente appetito. Continuò a camminare verso Piccadiily Circus cercando di distrarsi coll'osservare le vetrine, ma i suoi pensieri non gli davano tregua. Ora rivedeva Carla, la immaginava distesa sul letto in quel medesimo atteggiamento in cui era stato lui fino a qualche minuto prima. Forse ella cercava di immaginare cosa egli stesse facendo magari piangeva silenziosamente pensando alla solitudine di un intera estate, quella stessa che aveva dovuto sopportare l anno precedente. Stefano si sentiva fortemente colpevole; amava Carla e tuttavia la ingannava vigliaccamente. L'aveva convinta che per lui era necessario tornare a Londra per terminare l'indagine sugli emigrati italiani, ma sapeva benissimo che era tutt altra cosa. Pure, Luisa alla stazione non s'era fatta trovare; possibile che non aveva ricevuta la lettera? e allora cos'altro aveva potuto impedirglielo? Rimuginando queste cose era arrivato a Picadilly Circus. Là la sua attenzione venne distratta dalla consueta folla che gremisce tutt'intorno la gradinata ai piedi di Heros, la statua al Dio dell'amore al centro della piazza. Giovanotti, ragazze, gente anziana erano lì seduti ad osservare i passanti, a riposare, a confabulare, a leggere alla luce delle centinaia di luci al neon che illuminavano la piazza quasi a giorno. Una ragazza tedesca e un italiano facevano a gara a chi contasse più macchine di propria nazionalità nel giro di dieci minuti. La ragazza ne aveva contate già ette, l'italiano soltanto una. Stefano si fermò un istante poi imboccò Coventry Street per portarsi a Leicester Square. Neanche qui nulla di nuovo; gente, macchine, bus, negozi e luci che illuminavano tutto. Davanti ad una agenzia di viaggi fu attratto da un cartellone pubblicitario: un aereo dell'alitalia sorvolava il Colosseo. Si fermò un attimo ad osservare e gli sembrò di essere ancora a Roma; sorrise leggermente e continuò a camminare. Dopo qulche passo notò altri cartelloni pubblicitari; riportavano alcune sequenze di un film. Si fermò per osservare meglio. Tanto gli uomini che le donne delle varie scene erano completamente nudi. Rimase perplesso. Non ricordava di aver visto cose del genere l'anno precedente. Si girò attorno quasi vergognoso. Altra gente osservava indifferentemente. In alto lesse il titolo del film: «The nudist story». Si fermò ancora qualche istante e abbozzò di nuovo un sorriso. Pensò che l'indomani avrebbe potuto vedere la pellicola. Girò attorno a Leicester Square, imboccò Irving Street con lo scopo di portarsi a Charing Cross Road e di lì a Trafalgar Square. Lungo il cammino sembrava ormai aver dimenticato i suoi pensieri e s'indugiava intorno a qualche considerazione su quanto aveva osservato poco prima: Londra è una città pornografica e gli inglesi sono dei porci... ma no, forse siamo noi italiani troppo ipocriti... si tratta di una falsa educazione... è la tradizione che pesa sulle nostre spalle... sonò i preti... sì, sono i preti con le loro false prediche...». Si fermò un istante. Quante sciocchezze, che c'entrano i preti? E' colpa dei... Ma non finì la frase; di fronte gli si apriva il panorama di Trafalgar Square, con la fontana illuminata e la statua di Nelson dominante superbamente l'immensa piazza Alle spalle aveva la National Gallery. Osservò lungamente e godé alquanto del panorama. Fece qualche riflessione su di un vecchietto che dormiva profondamente sdraiato su di una panchina, a lato della piazza. Alzò gli occhi al cielo; era cupo. Qualche solitaria stella sembrava penetrare con sforzo tra la fitta nuvolaglia grigia e nerastra. Grossi cumoli arrancavano lentamente e disordinatamente in una fantasmagoria fosca, quasi paurosa. Sembravano giganti deformi ai quali le rade stelle fornivano occhi spettrali. Si rincorrevano, si calpestavano, lottavano sinistramente. Il pianto dei mostruosi giganti soccombenti sarebbe tra poco caduto sulla terra. Stefano respirò profondamente, diede uno sguardo alla National Gallery e s'avviò verso l'albergo. Lungo la strada ripensò a Rosetta. Chissà se si era svegliata? Cosa aveva potuto pensare di lui non avendolo visto disteso al suo fianco? Ripensò al loro incontro alla stazione Termini; si erano conosciuti mentre penetravano una cuccetta sul treno che l'indomani li avrebbe portati a Londra. Lei era una studentessa in letteratura inglese, andava a Birmingham, ospite di una famiglia presso la quale sperava di far pratica della lingua. Si sarebbe fermata una notte e un giorno a Londra, poi sarebbe proseguita per Birmingham. Mentre ripensava a queste cose, si accorse di essere giunto in albergo. L'holl-porter neppure s'accorse di lui. Salì le scale piano piano, per non svegliare l'amica, si introdusse nella camera numero sette. Rosetta dormiva; evidentemente non si era accorta di nulla. Riposava tranquillamente con le labbra leggermente aperte. Sembrava che sorridesse. Benché indossasse un pigiama, di color celeste, graziosissimo, e fosse in parte ricoperta dal lenzuolo le sue forme si facevano notare con prepotenza. Il candido lino le modellava i fianchi in modo provocante; il seno evidentemente turgido e ben eretto eccitava la fantasia del giovane amico. Stefano la guardò a lungo; si sporse sul fianco per osservarla meglio e inconsciamente le si avvicinò tanto da sentire il suo alito caldo ed eccitante. Improvvisamente tornò in sé, si vergognò di quello che stava per fare e con decisione si voltò dall'altra parte. Di fuori cadevano le prime gocce che picchiettando sul davanzale della finestra semiaperta, facevano alzare un leggero odore di polvere. Presto piovve intensamente e Stefano riuscì a prendere sonno. ***

4 Quando Stefano si svegliò Rosetta era già alzata da tempo. Aprì gli occhi ancora assonnati e lì per lì rimase un po' sconcertato, ma subito ricordò ogni cosa. Rosetta, seduta a tavolino, scriveva una lettera. Indossava un abito verde stretto alla vita da una cinta dello stesso colore che contribuiva a metterle in risalto i fianchi ben torniti. - Ciao, - disse semplicemente Stefano - ho dormito troppo? Rosetta, evidentemente distratta, sobbalzò voltandosi di scatto. - Che paura! - disse, portandosi le mani alle labbra. Stefano sorrise divertito, poi continuò: - Esci o rimani? - E fece l'atto di alzarsi. - Puoi fare comodamente - rispose Rosetta - non ho nessuna voglia di vedere le tue nudità, del resto non ho occhi alle spalle. - Che ora è? - domandò Stefano. - Le otto e mezza - rispose ella - ma ora lasciami in pace, devo finire la lettera. - Of course, darling, of course - si limitò a rispondere Stefano avvicinandosi nel frattempo al telefono. - Che fai? A chi telefoni? - Ma non devi finire la lettera? Mi hai detto di lasciarti in pace. - Beh, dicevo così per dire, ma se è un segreto... - Non ho segreti, - rispose Stefano divertito -, anzi se vuoi farmi un favore vieni tu a telefonare per me. - Perchè? Non potrei, conosco così poco l'inglese. - Non ti preoccupare, ti dirò io quello che devi fare, vieni. Ma rimase un po' pensieroso, quasi titubante. Improvvisamente si ricordò di ciò che aveva stabilito la sera precedente; doveva smetterla con Louise. E poi era troppo presto, Bob poteva trovarsi ancora in casa. Guardò l'orologio; erano le nove. Intanto Rosetta s'era avvicinata. - A chi telefoni? - chiese di nuovo. - Ma non so, forse è meglio che... aspetta faccio il numero. Se risponde una voce maschile abbassa il ricevitore, se invece è una donna dici: - Louise? - Se ti risponde di sì dici ancora: - Are you alone? - Se ti dà conferma passi il microfono a me, hai capito? - Un accidente - Rispose Rosetta e fece l'atto di abbassare il microfono. - Vieni qui, - riprese Stefano - avanti, prova - E fece il numero. Rosetta provò e andò tutto bene. Passò il microfono a Stefano e rimase lì imbambolata a sentirlo parlare in inglese. Non capiva nulla e di tanto in tanto chiedeva qualcosa al suo amico. La conversazione telefonica durò parecchi minuti, poi Stefano abbassò il ricevitore e cominciò a rispondere al diluvio di domande che Rosetta gli rivolgeva. -E' soltanto un'amica, nient'altro, un'amica londinese brava ragazza... e così dicendo fece una smorfia con la bocca, stuzzicando ancora di più la curiosità gelosa della sua giovane amica. -Perché non mi racconti tutto? - Chiese ella Avanti, raccontami! -Non c'è nulla da raccontare - Rispose Stefano T ho già detto tutto, è soltanto un'amica con la quale passo qualche oretta assieme facendo un po' di pratica nella lingua. - E allora perché tutto questo mistero nel telefonare? - Sei un po' impicciona - rispose Stefano - ma giacché insisti ti racconterò, ora però finisci la lettera, ne riparleremo -No, dimmi adesso, la lettera la finirò dopo, ora non potrei più; avanti raccontami. -Ma non c'è nulla da raccontare, e poi tu sei una ragazzina, è bene che tu non sappia di certe cose. Rosetta non riusciva a frenare la sua gelosa curiosità, le leggeva sul viso e Stefano, che in quel momento era diventato un po' serio, guardandola non poté fare a meno di sorridere. - E va bene, - disse - ti dirò tutto, ma tu non scandalizzarti, te l'ho detto che non sono un bravo ragazzo, al contrario sono un poco di buono e tu faresti bene a starmi lontano. Mentre diceva queste cose era diventato buio in viso. Rosetta notò alcune rughe sulla fronte ed altri ai lati degli occhi. Si meravigliò alquanto perché non le aveva notate prima e in cuor suo ebbe un po' di paura. Stefano aveva cominciato a raccontare. S'era sdraiato di nuovo sul letto, aveva accesa un'altra sigaretta e parlava pacatamente, quasi parlasse se stesso. Conobbi Louise tre anni fa, quando venni per la prima volta Londra. E' una donna bellissima, ha trenta anni, è sposata e non ha figli. Conosco il marito, siamo amici, ma non sono mai riuscito a capir troppo dei loro rapporti coniugali. Lei è sempre evasiva e non ama parlarne; con lui parliamo del più e del meno, spesso della sua passione per la Spagna. E' il suo hobby. Mi vedo con lei tutti i giorni in casa sua dalle otto alle diciotto, poi vado via per tornare dopo qualche ora. Allora trovo Bob in casa. Egli resta per qualche oretta, poi ci lascia soli, va per quanto ne so in un club di amici spagnoli. Qualche volta rimango in casa anche la notte. Louise mi prega d restare, Bob non tornerà. Non sono mai riuscito a capire se lui sa. Non è uno stupido e spesso mi sfiora il sospetto che sia un loro tacito accordo; sento disgusto di me e di loro. Stefano aveva finito. Sdraiato sul letto aspirava intensamente la sua sigaretta. Sembrava assorto in gravi problemi e guardava distrattamente il soffitto. Rosetta impacciatissima aveva tentato di continuare a scrivere. Nessuno dei due giovani parlava. Rosetta aveva una gran voglia di piangere e si frenava a malapena. Sulla fronte di Stefano si scorgevano delle rughe alquanto profonde; aveva gli occhi infossati. In quel momento era forse deciso a farla finita con Louise, ma si sentiva solo, terribilmente solo. Conosceva troppo bene se stesso e sapeva benissimo che quella momentanea fiducia nelle sue forze sarebbe crollata di colpo. Occorreva qualcosa di una intensità superiore perché egli riuscisse a scuotersi. Si rendeva conto di tutto ciò, ma non sapeva come fare. L'unica cosa che lo interessava con una certa intensità, era il libro di sociologia, l'indagine sugli italiani a Londra per la quale aveva intrapreso il suo primo viaggio in Inghilterra. Ne aveva scritto buona parte, ma ormai da tempo aveva abbandonata quell'idea e riprenderla gli sembrava fatica superiore alle sue forze. Improvvisamente scattò in piedi e disse: - Che si fa? Usciamo? Rosetta si alzò a sua volta, quasi timorosa, e rimase lì accanto al tavolo senza parlare.

5 - Non abbiamo troppo tempo - disse Stefano - se vuoi che ti mostri qualcosa della città bisogna uscire subito. Sono le nove e il tuo treno parte tra cinque ore. Rosetta cominciò a prepararsi per uscire. Non parlava e quel silenzio era per Stefano più loquace che mai. Si pentiva di aver fatto quelle confidenze alla sua amica; la vedeva troppo sconvolta e si sentiva colpevole anche verso di lei. S'era ormai accorto di aver sconvolto il cuore e la fantasia di una donna ancora innocente e si sentiva terribilmente a disagio. Quando furono in Shaftesbury Avenue, Stefano restò un attimo indeciso se andare verso Piccadilly Circus o verso New Oxford Street, poi si decise senz'altro per Piccadilly. Man mano che si avvicinavano a qualche punto interessante Stefano faceva notare qualcosa alla sua amica. Ella però restava indifferente e ciò metteva ancora più in imbarazzo il suo accompagnatore. Dopo breve sosta sulla gradinata circolare di Piccadilly si diressero verso St.James's Park con l'intenzione di visitare Buckingham Palace. La giornata era bella; un sole quasi mediterraneo rendeva piacevole il panorama solitamente freddo. Molta gente godeva la invitante giornata sdraiata sui prati del parco che quella mattina sembrava ricoperto di soffici tappeti verdi. Numerosi cigni guazzavano nel laghetto artificiale allietando le molte persone che si divertivano a gettare qualcosa nell'acqua. Rosetta volle avvicinarsi per gustare meglio l'invitante distesa azzurrina e gettò anch'ella qualcosa ai cigni. Sembrava aver riacquistata la gaiezza del giorno precedente e Stefano che lo desiderava cercava ogni maniera per favorirla. - Hai notato la bellezza di questi prati? - disse la giornata si direbbe splendida, è appunto una di quelle che gli inglesi possono godere di rado, perciò oggi il parco rigurgita di gente. Rosetta accennò con il capo e dette un lungo respiro. Come è diverso da come ho sempre sentito dire dì Londra! è di buon auspicio per me. E così dicendo si tuffò nel prato accanto ad un grosso pino che tra i suoi rami lasciava filtrare una luce di colori sfumati. Non lontano si intravedeva il memoriale alla regina Vittoria. Stefano lo indicò all'amica parlandogliene a lungo. Rosetta lo ascoltava interessata e incuriosita. Fissava gli occhi di Stefano che parlava pacatamente, come stesse parlando a se stesso. Lo trovava interessante ma strano e si rendeva sempre più conto che non è facile giudicare un uomo. Stefano disse: - Sarà bene che ci incamminiamo. Rosetta acconsentì e s'avviarono. Nessuno dei due parlava, ma entrambi si studiavano e forse si giudicavano. Il sole s'era offuscato un pochino e Stefano lo fece notare all'amica. Ella sembrava non accorgersi di nulla. Presto si trovarono alle spalle del memoriale. I pochi raggi solari si riflettevano sui complessi marmorei rendendoli, a seconda della posizione dell'osservatore, di volta in volta diversi. Non mi sembra eccessivamente bello questo monumento, disse Rosetta - lo trovo freddo. Stefano sorrise leggermente e non rispose. Si fermarono alcuni istanti, poi, attraversata la strada si diressero verso Buckinghain Palace, dove, una volta giunti, si fermarono a lungo. Di lì, avvicinandosi l'ora della partenza per Rosetta, si avviarono verso Paddington Stacion. Ora nessuno dei due parlava. Quantunque Stefano si sforzasse di tener lieta compagnia all'amica, non riusciva ad essere loquace. Sentiva in cuor suo un certo imbarazzo nei riguardi della ragazza e si riteneva indegno della sua amicizia. Ciò gli procurava quell'imbarazzo che iniziato appena qualche ora prima, andava sempre più aumentando. Di nuovo pensieri diversi cominciarono ad accavallarsi l'uno all'altro senza connessione. Rivedeva Carla con i suoi lunghi capelli sciolti sulle spalle; gli sembrava che ora piangesse ora sorridesse. Rivedeva Louise, affascinante nella sua prepotente bellezza; sembrava che lo provocasse e nello stesso tempo lo deridesse. Riviveva con la fantasia quei due giorni trascorsi in compagnia di Rosetta: l'incontro alla stazione Termini, le cuccette l'una sopra l'altra, l'arrivo a Londra, la camera di albergo in comune... ma tutto gli sembrava strano, immaginario, irreale. Intanto erano giunti a Paddington Stacion. Rosetta volle cambiare alcune migliaia di lire italiane che le erano avanzate ed assieme entrarono in un change office. Il treno per Birmingham era già in stazione e mancavano soli pochi minuti alla partenza. I due giovani erano emozionati; né l'uno né l'altro si sentiva più a suo agio. Dopo il racconto di Stefano nessuno dei due aveva più osato toccare l'argomento. Erano ormai evasivi e intimamente ciascuno desiderava affrettare il momento del distacco. Rosetta era stata profondamente colpita dalla confessione del suo giovane amico e non riusciva a calmare il suo animo sconvolto. Sentiva il bisogno di essere sola per pensare intensamente a tutti quegli avvenimenti che si erano susseguiti così repentinamente. Non sapeva più cosa pensare del suo amico, ma non riusciva tuttavia a condannano. A volte le era balenata l'idea che egli avesse voluto soltanto scherzare, ma improvvisamente rivedeva l'espressione del suo viso accigliato e quel pensiero spariva di colpo. Non aveva potuto scherzare chi aveva raccontato quelle cose con tanta sicurezza. E poi, non aveva egli forse parlato al telefono con Louise? E immaginava di vederli assieme; diventava rossa in volto e quasi si vergognasse con se stessa, scacciava quei pensieri che in fin dei conti non la riguardavano. Stefano l'aveva aiutata a sistemare le valige fatte prelevare dal deposito della stazione ed ora entrambi aspettavano che il treno partisse. Vari pensieri sconvolgevano anche la niente del giovane; desiderava essere solo e nello stesso tempo gli dispiaceva vederla partire. Un senso di oppressione lo invadeva, un vago presentimento di desolata solitudine lo infastidiva. Guardò l'amica con imbarazzo e con un estremo sforzo riuscì a dire: - Posso scriverti una cartolina? Certo - rispose Rosettà - farà piacere anche a me; ti risponderò volentieri. Il capostazione aveva ormai dato il segnale di partenza e Rosetta, affacciata al finestrino, salutava mestamente l'amico con la mano. Il giovane la seguiva con lo sguardo e gli sembrava di leggere sul suo volto un dolce rimprovero.

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