I labirinti dell ircocervo

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1 Bruno Del Medico I labirinti dell ircocervo Sul viaggio di alcuni Teonauti e sulla loro iniziazione mistica al senso della vita Prima edizione 2009 Seconda edizione 2012 Terza Edizione 2014 E book formato epub ISBN Copyright

2 A mia moglie Enza, alle mie figlie Daniela ed Elisabetta, a mio nipote Federico e agli altri che verranno

3 FRIGESTE E I SUOI AMICI 3

4 Primo luogo La Palude

5

6 Frigeste e i suoi amici Frigeste di Liberaterra si vedeva bello come un dio orientale. Procedeva senza timore nel canneto, verso il sole nascente sul profilo dell'orizzonte. I raggi taglienti correvano quasi paralleli al suolo e si rifrangevano sulle decorazioni metalliche della sua armatura, traendone potenti bagliori. Una mano si alzava metodica ad allontanare le canne più invadenti, l altra era stretta all elsa della solida spada quasi a voler proclamare: si faccia avanti chi vuole, e troverà pane per i suoi denti! La giornata iniziava splendidamente. L incedere ardito di Frigeste lasciava intendere che avrebbe certamente raggiunto la meta, e portato a termine i suoi obiettivi. Il grande piede calò dall alto come un falcone in caccia che ghermisce la preda; con la differenza che, mentre il rapace afferra e trascina via, quello spiaccicò Frigeste al suolo, e, scivolando leggermente, lo sfrittellò senza riguardi né compassione alcuna, lasciandolo lì esanime. Fortuna volle che, prima di lui, il grande piede avesse pestato una grande merda, una parte generosa della quale, essendo rimasta appiccicata alla suola, funse da morbida intercapedine salvifica. Questa circostanza, rafforzata dalla natura irregolare del sentiero, rese possibile che egli potesse sopravvivere, anche se vistosamente malconcio. Le rane, solitamente educate, commentarono: «Accidenti, che fortuna!». Altre creature, come i rospi e i saettoni, fecero

7 osservazioni più adeguate alla sana volgarità degli abitanti della Palude, per cui sarà opportuno non riferirle. Per una curiosa circostanza, inspiegabile ma utile all economia del racconto, le peggiori conseguenze le subì la sua personalità, o anima, o spirito che dir si voglia, insomma quel velo impalpabile che alcuni affermano non esistere (essendosi presa la briga di porre un moribondo su una bilancia attendendone pazientemente la morte, non senza averne verificato il peso sia prima che dopo, e avendolo riscontrato immutato). Strascinata dal grande piede, l anima s impigliò alle irregolarità del terreno e si lacerò dissociandosi in più parti. Da quel momento ciascuna parte visse di vita propria, pur nella incontenibile nostalgia di una antica appartenenza comune. Effettivamente ciascun brandello d anima sapeva di poter esistere solo assieme a tutti gli altri. Un rospo atipico L enorme panciuto rospo socchiuse a fatica l occhio sinistro e soppesò il rompiscatole che lo importunava durante la digestione. Era mangiabile? Certo che sì! Essendo un tipo assai pragmatico, il rospo suddivideva l universa creazione a lui circostante in due grandi categorie: a) commestibile, b) non commestibile. Frigeste appariva essere detentore di tutti i migliori requisiti della prima. C era però un problema: il rospo aveva ingerito da poco una grassa libellula e ora si beava avvolto in quella certa pesantezza postprandiale che si oppone a ogni tipo di lavoro, o gesto sconsiderato, sia pure volto a trarre qualsivoglia vantaggio. Si rivolse perciò mentalmente ai suoi numerosi alter ego (anche i rospi ne hanno) e pose

8 loro il problema. «Voi sapete bene che noi rospi catturiamo le prede estroflettendo la lunga lingua collosa con la quale le avvolgiamo. Ora, ditemi voi: dovrei stringere la mia lingua attorno a questo miserabile essere sciancato, tutto cosparso di escrementi e puteolente? Voi credete proprio che sarebbe piacevole farlo?». «No» risposero in coro gli alter ego, «ma no, goditi il tuo pranzetto e ignoralo. Mangerai quando avrai nuovamente fame». Rassicurato, il rospo richiuse la piccola fessura dell occhio sinistro. Il caso era stato rapidamente archiviato. Frigeste però era tenace e insistette: «Perdonami nobile signore, se ripeto la mia domanda. Sto cercando un luogo che non so dove sia, per trovare qualcuno che non so chi sia; mi puoi aiutare?». Il rospo risollevò la palpebra dell occhio sinistro, poi ripeté l operazione con l occhio destro. Ci pensò ancora su. Mangiarlo, aveva già deciso che no. Allontanarlo con gesti aggressivi no, troppa fatica. Cacciarlo facendo ricorso alle male parole? Impossibile, il rompiscatole era troppo motivato a ottenere quanto desiderava! Sospirò profondamente, raccolse le idee e rispose. «Amico mio caro, il tuo quesito andrebbe affrontato in modo razionale, invece tu lo poni in guisa assolutamente caotica. Mancano le premesse, mancano le conclusioni, e anche l enunciato non appare né certo né chiaro. Vediamo un poco; affermi di cercare un luogo, ma non lo fai, te ne stai qui a importunare me. Sei certo di cercare un luogo? Che cosa significa un luogo per te? Il tuo concetto di luogo è simile al mio? Dici di cercare una persona; che cosa è una persona? Qualora giungessimo a stabilire cos è un luogo e cos è una persona, resterebbe inevasa una questione essenziale: perché li cerchi? E poi, cosa farai dopo averli trovati?». La petulanza di Frigeste parve vacillare. Il rospo

9 incalzò. «Vedi dunque che dovremmo discutere molto a lungo prima di avere tutti gli elementi necessari per addivenire a un pronunciamento risolutivo della questione. Ma se hai tempo, parla ancora, spiegati meglio. Anche se ti sembrerò addormentato, tuttavia, io starò in tuo ascolto». «Intanto lo trattengo qui» pensava, «casomai più tardi mi venisse voglia di uno spuntino». Frigeste percepì un certo tono canzonatorio e vagamente infido nella risposta del rospo. Avrebbe voluto replicare, ma prima di farlo ne valutò le dimensioni; fu allora che un fastidioso sospetto cominciò a prender forma nel suo animo. Si domandò: «E se costui non fosse quel galantuomo che sembra? E se, putacaso, fosse anche carnivoro? Ma no,» si rassicurò, «troppo gentile, troppo signorile. Pone dei problemi reali, ha preso a cuore il mio caso. Gli darò il tempo di pensarci su». Concluse a voce alta, conciliante: «Mio signore, vedo che in questo momento desideri riposare, se me lo concedi mi allontanerò e tornerò più tardi». Si ritirò inchinandosi con rispetto. Prese a camminare e fortunatamente camminò a lungo finché, giunto nel mezzo di una radura e adocchiata una comoda pietra, vi si sedette. Sì, rifletteva tra sé, il rospo era un grande saggio, che lo aveva illuminato con generosità e disinteresse su alcune massime verità. Dopo averlo ringraziato mentalmente, si interrogò a lungo sui dubbi che grazie all arguto batrace gli si erano insinuati nella mente. «Ma che cosa sarà davvero il luogo che cerco, ma ci sarà davvero una persona in quel luogo? Cos è un luogo, cos è una persona? Cosa sono io? Perché cerco qualcuno? Ma lo sto veramente cercando? Se lo trovassi, come lo riconoscerei?». Immerso in tali controversi pensieri, si distese sulla pietra ove era seduto e, usandola a mo di giaciglio, si addormentò.

10 Frigeste incontra Capitello Si svegliò in preda a una forte inquietudine, come se qualcuno stesse frugando nel suo cervello, impadronendosi di ogni suo segreto. Guardò attorno senza scorgere alcuno. Eppure, percepiva una presenza forte, e una specie di bisbiglio profondo, non sapeva bene se nelle orecchie o nella testa. Fece il gesto di metter mano alla spada, ma subito si accorse che non l aveva più, essendo rimasta sotto il ferale tallone del grande piede. Nonostante fosse disarmato, non ebbe timore. Fece la voce grossa e gridò: «Chi sei dunque tu che ti nascondi? Vieni fuori e fatti vedere, se hai coraggio! Mostrati e saprò darti quanto meriti!». Fu allora che la pietra parlò con voce bassa e accattivante. «Buongiorno, Frigeste! Sono io che ti parlo, sono qui, non mi vedi?». Capì che la voce proveniva dal suo sedile. Balzò in piedi, lo squadrò con attenzione e convenne con se stesso che quella non era una pietra qualsiasi. Era stata lavorata da mani umane, e probabilmente aveva fatto parte di una antichissima colonna. Infatti, da un lato conservava ancora parti di un capitello ornato con motivi geometrici, dall altro un inizio di pilastro subito spezzato, terminante in una originale appendice, quasi a spirale conica. Quel curioso residuo lapideo se ne stava bel bello semisepolto nella radura, come se avesse colà giaciuto da secoli. «Per tutti gli dei, scusami mia cara pietra, ma non percepivo la provenienza della tua voce. Del resto è ben difficile collegarla, profonda com è, con la graziosa e leggiadra colonna alla quale tu sembri essere appartenuta». «Graziosa e leggiadra sarà tua sorella, bifolco!» ribatté il rudere. «Ma quale pietra? Non vedi che sono un

11 muscoloso e possente blocco marmoreo? Non provengo da una colonna ma da un sostegno costruito in forma di simbolo fallico, nel tempio del grande Poimandres. E infine, per tua conoscenza, il mio nome è Capitello». «Bene» conciliò Frigeste, soprassedendo sui toni. «Se così ti piace, così sia, Capitello. Ma, dimmi, cosa fai qui da solo, lontano da ogni qualsiasi resto di tempio? Certamente quello a cui ti riferisci, non sorgeva nei dintorni. Chi ti ha trasportato così lontano dal tuo luogo di origine?». «La mia storia è molto lunga» sospirò Capitello, rasserenato dall aver vista riconosciuta la sua mascolinità. «Mi piacerebbe raccontartela perché ti ho letto nel pensiero. Ho capito così che la mia vicenda potrebbe esserti molto utile per condurre a buon fine la tua missione. So, infatti, che tu cerchi qualcuno che non conosci, e non sai neppure dove cercarlo». «Come puoi avere cognizione di queste cose, se non ne ho mai parlato con te?». «Ho vissuto per millenni a contatto con sacerdoti, maghi e indovini. Ho avuto tempo di apprendere tutte le loro arti, compresa quella di leggere il pensiero delle persone semplici. Per questo ti dico che conosco i tuoi crucci, e le domande che ti tormentano. Ebbene, io posso dare risposta a questi tuoi interrogativi». «Allora ti prego, parla, non mi allontanerò più da qui finché non avrai saziato tutta la mia brama di essere informato». Parlerò volentieri per te» concluse Capitello, «e per questo tuo amico or ora sopraggiunto». Frigeste si voltò; appena dietro a lui stava il rospo che, avendo quasi smaltito il pasto precedente, si era inoltrato sulle sue piste e l aveva raggiunto. «Or dunque amico rospo» l invitò Frigeste, «sii gentile, sosta anche tu qui accanto, e ascoltiamo insieme il racconto di Messer Capitello». Il rospo restò alquanto interdetto ma, essendo un

12 animale beneducato, dopo la prima indecisione scelse di aderire alla richiesta e si accomodò accanto a Frigeste, eseguendo con calma e accuratezza tutte le procedure poste ordinariamente in atto dai rospi quando si mettono comodi. Capitello si schiarì la gola e iniziò a raccontare. «Sappiate dunque che, molti millenni or sono, io ero parte di un grande tempio, il più grande del mondo, costruito su un vastissimo altopiano tra le cime dei monti Pangeidi. Là viveva l antichissimo e civile popolo che lo aveva eretto per farne la dimora di Poimandres, l essere supremo. O meglio: il popolo dei Pangeidi aveva destinato quel tempio a essere la sua casa, ma Poimandres non ha bisogno di templi di pietra. So per certo che egli abita ancora lassù sull altopiano, anche se il tempio ormai non esiste più». Fece una breve pausa per dare forza alla sua professione di fede, poi riprese: «Ma proseguiamo; dopo una lunghissima era di tranquillità, le congiunzioni astrali avverse causarono un grande gelo sul nostro pianeta. Tutto si ricoprì di ghiaccio, specialmente i monti più alti. Anche i mari gelarono, e il popolo dei Pangeidi finì quasi totalmente estinto. Solo pochissimi riuscirono a trovare luoghi particolarmente riparati, ove poter sopravvivere per tutto il tempo immemorabile durante il quale il freddo imperò. Anche il tempio di cui io facevo parte fu coperto da chilometri di ghiaccio. Il peso tremendo lo stritolò e ne frantumò ogni parte». Capitello sembrò rabbrividire al ricordo, come se la tragedia si stesse ripetendo in quell istante. «Che freddo, amici miei, che buio e che silenzio, per millenni e millenni! Ma come potete immaginare, i massi marmorei possono vivere molto a lungo, anche nelle peggiori condizioni. Se posso dire, è assai più disdicevole, per me, il vostro clima. Il vostro vento e le vostre piogge mi erodono senza sosta, i vostri uccelli scaricano su di me escrementi acidi che mi corrodono. Me tapino! Non durerò

13 a lungo, così». Dopo alcuni singhiozzi autocommiserativi riprese il racconto. «Quando la congiunzione astrale mutò, intervennero cambiamenti grandiosi nel clima. I ghiacciai più bassi cominciarono a sciogliersi, defluendo verso il mare, il cui livello si innalzò, contribuendo a generare un clima più temperato su tutto il pianeta. Questo accelerò lo scioglimento dei ghiacci anche nei luoghi più alti e freddi. Mano a mano che si tramutavano in acqua, precipitavano con la violenza di fiumi in piena verso le pianure, convogliando ogni cosa lungo il loro cammino. Anche sul mio altopiano i ghiacci si sciolsero, e io fui trascinato con loro verso il basso, sempre più lontano, fino a essere depositato proprio qui, in questa Palude. Ahimè! Le mie orecchie, che avevano ascoltato per migliaia di anni i canti e le preghiere sublimi dei sacerdoti di Poimandres, sono state costrette, per almeno altrettanti millenni, al vergognoso cicaleccio di infinite generazioni di rane, che mai, dico mai, hanno evoluto la loro cultura, neppure di una infinitesima frazione. Pur non avendo nulla di utile da dire, gracidano senza sosta giorno e notte. Per Poimandres, qualcuno mi porti via di qui, qualcuno mi liberi da questa tortura!». Sospirò più volte in preda a profonda afflizione. Infine si riprese, chiuse l ennesima parentesi interlocutoria e concluse. «Ora il tempio non esiste più, il popolo dei Pangeidi neppure. Credo che pochissimi di loro siano sopravvissuti. Probabilmente i superstiti si sono evoluti in nuove schiatte e hanno ripopolato questo pianeta. Ma io so che Poimandres è ancora lassù, perché egli è eterno». Capitello tacque, commosso nel ricordo. Anche Frigeste e il rospo tacquero, compresi nella sua commozione. E tuttavia, il loro cervello lavorava velocemente. Il rospo diceva tra sé e sé: «Sono curioso di vedere come finisce questa storia, non ho ancora capito bene cosa ci

14 guadagno io a starmene qui. Il sasso è indigesto, l omuncolo è ancora tutto impiastrato e puzza come un maiale». Interrogò i suoi alter ego come faceva abitualmente. Questi risposero: «Beh, aspetta e stai a vedere. Se il tizio sposta il masso, sotto troveremo centinaia di larve grassocce e gustose, che sembrano cresciute lì proprio per noi. Comunque, potrai decidere di andartene in ogni momento». Rassicurato da questa prospettiva, il rospo si acquetò. Dal canto suo Frigeste, dopo un ben calcolato tempo di rispettoso silenzio, decise che il ferro andava battuto finché era caldo, e si mise a pressare Capitello con domande ben scelte e mirate. «Ma dunque, Capitello, maestro mio, tu che hai scrutato i miei pensieri, dimmi: forse sei addivenuto alla conclusione che il luogo e la persona da me cercati abbiano qualcosa a che fare con il tempio e l altopiano da cui tu provieni, e con il grande Poimandres? Ma allora dimmi di più su questo luogo, e su questa divinità». Capitello non si fece pregare oltre.

15 Sui problemi esistenziali di Frigeste. Il Gran Consiglio degli Assistenti Contrari a Totale Zero era riunito al completo per la sua prima sessione di lavoro. Frigeste presiedeva silenzioso poiché, da quando il Gran Consiglio si era insediato, aveva delegato tutte le funzioni di coordinamento a un moderatore. L ordine del giorno verteva sulle problematiche spirituali del Presidente, ma inevitabilmente la discussione aveva finito per incentrarsi sull evento del giorno, l incontro con il grande piede. Il Contestatore aprì la discussione apostrofando un altro consigliere seduto tre posti più a destra. CONTESTATORE: «Voglio presentare una mozione di censura nei confronti del Fedele Cronista. Perché scrivi grande piede minuscolo? Questa è un offesa al Grande Piede; sappiamo tutti benissimo che merita rispetto. E inoltre». Il Fedele Cronista l interruppe piccato. FEDELE CRONISTA: «Non voglio mancare di rispetto al grande piede. Non posso negare però che lo reputo assurdo e detestabile. Egli si muove in mezzo alle creature della Palude con disprezzo supremo per tutti. Con quali criteri sceglie chi punire? Nessun criterio, vi dico: lo fa in modo assolutamente arbitrario e imprevedibile. Il grande piede presupporrebbe l esistenza di un grande corpo e di una grande mente, eppure non è così; non c è nulla di più irrazionale del suo comportamento. Calpesta, senza nessun discernimento,

16 uomini timorati delle divinità e criminali miscredenti. Si direbbe che il grande piede cominci con la grande scarpa e finisca con il grande ginocchio». DUBBIOSO: «Ma è possibile che il grande piede non abbia una logica che lo anima?». AGNOSTICO: «Certo, la logica del caso. Quella della assoluta irrazionalità. Nessuna mente dunque dietro la sua azione, nessun progetto!». FEDELE CRONISTA: «Se poi una mente ci fosse, allora la conclusione potrebbe essere ancora più terribile. Infatti, quando noi decidiamo di colpire un nemico, lo facciamo con un arma, o con le mani. Solo se l avversario suscita in noi un particolare ribrezzo, lo schiacciamo con il piede. Dunque non c è lealtà né giustizia, ma schifo e disprezzo nell azione esercitata dal grande piede. Lui disprezza noi, ergo, io disprezzo lui. Faccio il massimo che sta nelle mie possibilità per rimarcare questo giudizio: scrivo il suo nome in minuscolo. Tu, caro Contestatore, se vuoi pronuncialo in maiuscolo». PROFETA SAGGIO: «Scusami Fedele Cronista, qualcuno di noi potrebbe anche condividere le tue osservazioni, ma tu non stai scrivendo solo per te stesso. Ti pregherei quindi, per il rispetto dovuto ai nostri lettori, di scrivere i nomi propri in maiuscolo, in futuro». Anche il Moderatore intervenne. MODERATORE: «Anche io ho un appunto da farti, Fedele Cronista. Non condivido alcuni aspetti del tuo linguaggio. Stiamo trattando temi elevati, la nostra narrazione è volta a un pubblico colto e raffinato. Nell inizio della narrazione ti sei sbilanciato un po troppo con un termine, diciamo, volgare». FEDELE CRONISTA: «Bene, vedo che l ipocrisia regna. Cari colleghi, da dove venite voi? Non abitate forse in un mondo definito quasi da tutti proprio con il termine che io ho usato? Cosa c è di più comune nel nostro mondo, oltre l elemento che ho citato? Quale nobiluomo, comprese le menti più eccelse, non ha mai avuto a che fare con questo

17 elemento? Sappiate che i personaggi di questa storia, di cui sto scrivendo il resoconto, compresi voi, non sono affatto menti eccelse, né il loro habitat è quello di una reggia colma di pizzi e velluti; la loro avventura si svolge in un luogo fortemente inquinato dalla materia in questione. Essi sono immersi, simbolicamente e sostanzialmente, nell elemento che non citerò più, per non offendere la vostra sensibilità. Ho soltanto voluto evidenziare, fin dall inizio, che l ambiente in cui ci muoveremo non può prescindere né può ignorare questo dato di realtà. Tuttavia, apprezzo le buone finalità delle vostre critiche. Mi impegno quindi, su vostra cortese richiesta, a non citare più l elemento che tanto vi turba, e a scrivere Grande Piede in maiuscolo». MODERATORE: «Non ti abbiamo criticato per contrariarti, collega, ma vorremmo preservare la dignità della narrazione di cui noi stessi faremo parte, quindi apprezziamo il tuo proposito di mantenere per il futuro un linguaggio più civile. Non siamo bruti né selvaggi. Diamoci uno stile più signorile di quello del volgo da cui vogliamo elevarci». FEDELE CRONISTA: «Vi servirò come desiderate. Ci costruiremo un mondo fingendo che l elemento incriminato non sia necessario né abbia alcuna funzione, neppure quella metaforica che intendevo assegnargli». SARCASTICO: «Signori, da oggi viviamo in un mondo di cioccolata». MODERATORE: «Grazie, questo argomento è chiuso. Mettiamo ordine ai nostri lavori, colleghi. Riepiloghiamo gli avvenimenti. Il nostro Presidente e signore Frigeste di Liberaterra, anziché fuorviare la sua giovinezza nelle gozzoviglie, nei bagordi e nelle cattive compagnie, ha sempre meditato con profondità su se stesso e sul suo rapporto con il soprannaturale. Chi l ha posto su questa terra, si domandava? La madre? Certo, ma in modo del tutto inconsapevole e incolpevole, sulla base di leggi naturali che la poverina neppure conosceva. Il caso?

18 Probabile, ma non accettabile. Perché vedete, lui si è sempre ritenuto importante e prezioso, mentre la casualità comporta naturalmente l insignificanza. Ora, cari colleghi, Frigeste non vuole dar credito al postulato che lo ridurrebbe a essere un insignificante frutto del caso. All opposto, egli ritiene che qualche essere superiore abbia disposto affinché lui, proprio lui, venisse al mondo per un compito, una missione; comunque non per caso, ma per realizzare un progetto divino, prestabilito e suo personale. Quindi, colleghi, egli ha deciso di scoprire chi sia l iniziatore superiore della sua vita e quale sia la missione che è chiamato a svolgere. Per questo si è messo in viaggio, alla ricerca del mandante della sua esistenza. Purtroppo, per ora, non sa chi sia, né dove si trovi. Oggi però dobbiamo aggiornare queste informazioni, alla luce di un fatto gravissimo: Frigeste è stato vittima della aggressione del Grande Piede. Per fortuna, è sopravvissuto». RELIGIOSO: «Dunque, vediamo: Frigeste ritiene di essere chiamato a una missione; egli crede che il Fato sovrintenda al suo futuro e lo guidi verso l adempimento di quanto stabilito per lui. Se è così, egli deve prestare attenzione ai segni che il destino dispone sul suo cammino. Se, appena partito per la sua ricerca, il Grande Piede lo ha straziato e quasi ucciso, questa circostanza dovrebbe aiutarlo a concludere che il cammino intrapreso viene fortemente ostacolato; da ciò discende che il Fato vuole, probabilmente, indirizzarlo a scelte diverse». PROFETA SAGGIO: «Tutt altro. Io sostengo, invece, un opinione opposta. Proprio la circostanza che lo ha visto sopravvivere, per inverosimile sorte, all aggressione del Grande Piede, è segno evidente che il Fato gli è favorevole e lo aiuta». SARCASTICO: «Probabilmente lo aiuta un po sì e un po no». L assemblea ignorò questa interpretazione mediatoria e si divise fra le due tesi principali. Poiché tutti si

19 accaloravano e nessuno rinunciava alle proprie idee, il Sentenziatore intervenne. SENTENZIATORE: «Vorrei sottolineare l irrilevanza della vostra discussione, colleghi. C è, infatti, un punto di vista superiore, che la vanifica. Frigeste parte dal presupposto di essere importante. Egli ritiene addirittura che gli dei abbiano plasmato per lui un destino speciale. Ebbene, niente di più falso. Frigeste non è affatto importante, è solo una foglia prigioniera nella camera del vento, è una parola scritta nel cielo degli analfabeti. No, egli non è importante. Anzi, nessuno di voi lo è». DUBBIOSO: «Non dovremmo decidere tutti insieme che cosa è importante e che cosa no?». SENTENZIATORE: «Neanche per sogno; noi non possiamo decidere assolutamente nulla. Abitiamo l ultimo pecorile del castello, a noi compete solo il subire. Le cose importanti sono altre: le leggi, i principi, le convenzioni, i regnanti, i giudici, gli enti che governano qualsiasi attività. Tutto il resto è sempre relativo. La mia sentenza è questa: tutto è importante, tu invece sei relativo». CONTESTATORE: «Ma che bella conclusione da quattro soldi!». SENTENZIATORE: «Dimmi dunque, collega Contestatore, che cosa non ti piace nel mio ragionamento». CONTESTATORE: «Molte cose, anzi tutte: le tue affermazioni sono sbagliate nella loro totalità. Non è vero che nessuno di noi sia importante. Per quanto concerne poi l affermazione tu sei relativo, volendola concedere, avresti potuto dire: io sono relativo, oppure: qualcuno simile a me è relativo. Non ammetto che tu esprima giudizi di demerito su me o sugli altri». Molti consiglieri annuirono rumoreggiando. SENTENZIATORE: «Certo, non vi sentite rappresentati dalle mie sentenze, perché siete ignoranti. Voi sarete indiscutibilmente abili in altre attività, ma lasciate che sia io a emettere le massime, perché questa è la mia specializzazione».

20 RIBELLE: «Sei un bel presuntuoso, ringrazia gli dei che Frigeste ti abbia imposto come Sentenziatore, per mio conto sei solo un borioso pedante filosofo da strapazzo». DUBBIOSO: «Se ti senti tanto superiore, spiegaci il senso della tua affermazione in base alla quale nessuno di noi è importante». SENTENZIATORE: «Lo farò senza indugio. Noi, cari amici, siamo come canne in una sterminata pianura di pali di cemento. Quando tirerà vento, chi credete dovrà piegarsi?». RIBELLE: «Accidenti, e perché io sarei una canna e gli altri sarebbero pali di cemento?». SARCASTICO: «Evidente: perché la rigidità dei corpi è proporzionale alla loro massa cerebrale». RIBELLE: «In questo caso tu avresti la consistenza di un elastico, caro collega!». SENTENZIATORE: «I pali di cemento sono i grandi principi, che altri hanno stabilito prima che noi fossimo: il Grande Piede, la Grande Patria, il Grande Interesse Comune, e via dicendo. Tutti i principi sono grandi, naturalmente. Ma non solo i principi. Anche le leggi, da quelle universali fino alle più piccole, sono sempre grandi, sempre comunque più grandi di te e di me. Tutto è vincente su di noi. Noi tutti dobbiamo costantemente piegarci e sottometterci, affinché i grandi principi trionfino. In verità noi, povere canne al vento, non siamo un interesse superiore, quindi non siamo meritevoli di tutela. Noi siamo solo delle individualità inutili. Per l appunto, noi siamo relativi». PROFETA SAGGIO: «Ho sentito narrare, infatti, di come questa Palude sia circondata dalla grande Foresta dei Totem e degli Idoli, i quali stabiliscono e dettano le leggi che regolano la nostra vita. Effettivamente questi Totem sono come i pali di cemento descritti dal collega Sentenziatore; esistono e non possono essere discussi, e tutti noi dobbiamo solo inchinarci al loro potere. Se, come temo, il nostro Signore Frigeste vorrà proseguire il suo

21 viaggio, una volta che si sarà ripreso dal trauma inflittogli dal Grande Piede, certamente tenterà spingersi oltre i confini della Palude; allora saremo tutti chiamati a confrontarci con questa Foresta. Purtroppo, nessuno mai è riuscito ad attraversarla. È come un muro di cemento invalicabile». Una rana, che fino a quel momento aveva parlottato con le vicine, colse il senso del discorso come sanno fare tutte le rane che partecipano alle assemblee parlottando con le vicine, e cominciò a ballare incitando tutte le altre: «Che bello! Che bello! Pare che Frigeste di Liberaterra voglia costruire un muro di cemento attorno alla Palude! Chissà perché?». Tutte eccitate le altre rane si impegnarono in ardite speculazioni: «Vuole proteggerci dai predatori esterni!» oppure: «Ma no, forse vuole creare una barriera che ci ripari dal vento!». Al che altre obiettavano: «Ripararci dal vento? Ma non sarebbe meglio creare, con la stessa spesa, un grande ombrello per ripararci dalla pioggia?». Poi però, ricordando di essere anfibie, facevano spallucce e bofonchiavano con sussiego: «Beh, facciano quello che vogliono, tanto, come al solito, sono soltanto promesse inutili!». Il Moderatore richiamò il pubblico a un comportamento più consono alla dignità del luogo, minacciando di sgomberare l aula, e riprese il controllo della riunione. Ormai però l aria si era fatta elettrica. Si viveva l atmosfera tipica di quelle riunioni frequentate dai grandi uomini abituati a lasciare le loro tracce nel consesso umano, dove anche i colpi di tosse dell usciere assumono valenza storica. CONTESTATORE: «Ci siamo imbarcati proprio in una bella avventura! Ci logoriamo i piedi in questa Palude malsana, cercando che? Un luogo sconosciuto! Il mondo è

22 pieno di luoghi conosciutissimi e assai più confortevoli di quello che ci ostiniamo a cercare invano. Perché non ripieghiamo su qualcuno di questi?». PROFETA DI SVENTURA: «Pare poi che per raggiungere questo luogo ci si debba allontanare dalla nostra amatissima Palude, per andare a morire nella terrificante Foresta dei Totem e degli Idoli. Se pure riuscissimo a superarla, cosa troveremmo di buono al di là, se non mostri, draghi, e mangiatori di uomini? Vi avverto, se inizieremo questa avventura, non ne usciremo vivi». SARCASTICO: «Se mai incontreremo belve simili, sapremo bene chi tra noi dare in pasto per primo, in modo da farle morire subito avvelenate». INTRAPRENDENTE: «Fratelli cari, ho appena iniziato una attività assai remunerativa, raccolgo le uova dei ditischi, le covo, e quando sono belle gonfie le rivendo agli uccelli acquatici, confezionate in pacchi da due dozzine. Sto facendo soldi a palate, sarò presto ricoperto d oro. Cosa mi importa di andarmene dalla Palude, per cercare non si sa chi, non si sa in quale luogo?». CREDENTE: «Pace, pace! E soprattutto speranza! Possibile che la nostra maggiore ambizione sia quella di vivere qui covando uova di ditischi, in attesa che il Grande Piede venga a schiacciarci? Non riusciamo a darci mete più alte? Non abbiamo speranze capaci di vincere la nostra paura dell ignoto? Eppure, nell ignoto ci attende l incontro con chi è al di sopra del Grande Piede, e ce ne può liberare. Non credete che valga la pena di provare?». CINICO: «Forse il Grande Piede ci risparmierà, se gli offriamo una bella partita di uova di ditisco». FEDELE CRONISTA: «Se sarà necessario partire, io mi incamminerò volentieri. Certamente il desiderio di avventura vive nel cuore di ogni Fedele Cronista come me, ma questo è un motivo secondario tra quelli che mi spingono ad accettare la sfida. Il principale è che io sono indispensabile. Comunque vada, ritengo che ci sarà

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