Rapsodia. Danilo Sergio. (si consiglia di abbinare alla lettura di questo racconto la fruizione del brano Bohemian Rhapsody dei Queen).

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1 Rapsodia di Danilo Sergio (si consiglia di abbinare alla lettura di questo racconto la fruizione del brano Bohemian Rhapsody dei Queen).

2 Capitolo 1 Giornate Le giornate sembrano lunghe solo se non le vivi. Le giornate di Luca, perciò, non erano affatto lunghe. Ogni mattina suonava la sveglia alle sette e quarantacinque. Ogni mattina, appena sveglio, preparava il caffè. Ogni mattina, subito dopo il caffè, soleva bere una tazza di tè verde perché le rubriche di molti tg consigliavano di farlo. Ogni mattina, una volta completata la colazione, stirava velocemente il capo d abbigliamento che la sera precedente aveva deciso di indossare per il mattino dopo. Doccia e via. L università gli piaceva perché gli dava modo di pensare. Non riusciva a passare le giornate in casa: si sentiva perso. Invece, quando varcava le porte dell università a cui era da qualche anno iscritto, era come se un nuovo mondo prendesse vita dinanzi ai suoi occhi. Era la varietà di individui che componevano la realtà sociale che lo incuriosiva davvero e lo faceva sentire vivo. Adorava seguire le lezioni. Sua madre lo definiva studente modello. Erano tutti fieri e orgogliosi di lui in famiglia. E come dare loro torto? Anche se le lezioni terminavano intorno alle diciotto, diciotto e trenta, egli preferiva non rincasare per rimanere in biblioteca più a lungo possibile e leggere i libri delle lezioni, riordinare gli appunti, poi rileggere i libri delle lezioni e, per finire, ordinare gli appunti delle lezioni che aveva già riordinato. Insomma, uno studente modello. Ma non pensate che Luca fosse solo uno studente. Anzi, nel monolocale in cui viveva da buon studente fuori-sede, aveva allestito, non si sa bene come, un piccolo laboratorio di pittura: Luca adorava disegnare, gettare colori sulla tela e lasciare che questi aprissero le tanto sospirate porte della percezione da cui tanto era ossessionato Jim Morrison. Inoltre, appassionato di musica quale era, adorava ascoltare i suoni. I suoni della metropoli, per esempio, erano i suoi preferiti. Tanto amava i suoni e tanto per lui essi erano importanti che un giorno collegò un campionatore ad un cuscino e iniziò a picchiare questo sì forte con un cucchiaio di legno che si generò un suono così strano, anomalo ed affascinate tanto che Luca decise di attribuirgli perfino un nome: Soft Instant. Nonostante tutto ciò, godeva di solide relazioni sociali. Gianni, il suo

3 migliore amico, era famoso a Milano per essere il leader di una band che era solita girare per le strade della metropoli in un pulmino della Volkswagen tappezzato di scritte che alludevano chiaramente al tanto amato e sospirato e invocato Rock n Roll, cantando i classici del genere. Luca riponeva una grande stima nei confronti di Gianni, ma anche moltissima fiducia. Gianni era anche più grande di Luca, perciò era visto da quest ultimo come una guida, un guru, quasi. Le giornate sembrano lunghe solo se non le vivi. E possono essere vissute anche sapendo che ciò che quotidianamente fai è alquanto metodico. E puoi vivere una soddisfacente vita da arancia meccanica solo se pensi che la tua metodicità sarà ogni giorno differente. Solo se pensi che la tua sistematicità possa essere sconvolta in qualsiasi momento, da un qualsiasi avvenimento. È importante non dare nulla per scontato. Capitolo 2 Le cose belle arrivano all'improvviso? Devo parlarti. In uni, vicino alla 115, c era una cosa strana, cacchio! Non sto capendo nulla, ricordo solo due piedi immobili ed una pozza di sangue! Queste furono le parole che comparvero sul display del cellulare di Gianni, una sera. Il mittente era Luca. Capitolo 3 I giornali sarebbero ansiogeni? Ma la Bibbia non comincia forse con un delitto? (Cit.) Omicidio in una blasonata università milanese: trovato morto uno studente. Milano, 17 Febbraio Un incredibile fatto di cronaca nera sta rimbalzando sulla bocca dell opinione pubblica. Il cadavere di un giovane studente è stato ritrovato negli

4 ambienti dell Università Iulm del capoluogo lombardo. Secondo la scientifica, il giovane, al momento del ritrovamento, era deceduto da poco più di dieci ore. Una serie di coltellate ha raggiunto Pietro Cischetto, studente di ventisei anni, il quale si pensa sia morto quasi immediatamente. Gli investigatori percorrono ora due piste contraddistinte da un punto in comune: galeotta sarebbe stata una lite scoppiata tra Cischetto ed un altro studente dell università a causa di vicende legate o a controversie amorose (con al centro una femme fatale) o, più plausibilmente, a questioni di droga. A dare i primi segnali di allarme sono stati i genitori di Cischetto, i quali, preoccupati poiché il giovane non rientrava, hanno prontamente contattato le forze dell ordine, che, in seguito alla chiamata giunta nella prime ore della mattina successiva da un dipendente dell università lombarda, sono giunte immediatamente sul luogo. Nel percorrere le due piste, gli investigatori si dichiarano pronti a ispezionare dapprima il cellulare dello studente, per poter individuare eventuali collegamenti attraverso l analisi delle chiamate ricevute ed effettuate, e, contemporaneamente, a iniziare ad interrogare quante più persone possibile, tra personale docente, non docente e studenti, al fine di raccogliere una minima mole di dati da cui partire per a far luce sull accaduto. Il fatto lascia numerose perplessità sia nell opinione pubblica e nelle pubbliche amministrazioni locali che negli ambienti dell università stessa. Il magnifico rettore Giuseppe Bera, infatti, si dice addolorato per l accaduto ed invita il mondo accademico a stringersi intorno alla famiglia del giovane Cischetto. Intanto, i Carabinieri hanno lanciato un appello invitando chiunque abbia visto o notato qualsiasi cosa che possa risultare utile ai fini investigativi a farsi avanti. A parere di chi scrive sarebbe utile non tralasciare altre possibili piste, cercando di non dare per scontato che si tratti esclusivamente o di un delitto a sfondo amoroso o di un delitto legato allo spaccio e al consumo di sostanze stupefacenti. I.D. Capitolo 4 Luca e il vu' cumprà

5 Era fuori dalla caserma dei Carabinieri. Erano giorni che Luca si appostava fuori da quella caserma, recando sulle spalle il peso di un dubbio: raccontare oppure no. Una mattina, mentre compiva il rito della solita camminata nervosa di fronte al commissariato, gli si avvicinò un uomo, scuro, bassino, recante delle rose in mano, presumibilmente da vendere, i denti larghi e molto ingialliti ed un cappello di lana rosso sulla testa. - Amigo!! Vuoi rosa? Dai, forza, combra rosa, amigo! Esordì quello. - Rosa? Ma sta' zitto, quale rosa?! No, guarda, non scherziamo, lasciami stare oggi, che è meglio. La delicatezza prendeva il sopravvento. - Dai, tu no avere problemi. Io, invece, avere problemi. Tanti problemi, amigo! Tu dai soldi me e io oggi mangiare. Tu dai soldi me e io non avere problemi con quelli. - Ma non senti!? Sparisci!! Non è certo di una rosa che avrei bisogno! Non ho bisogno neanche di sentirmi benefattore, cazzo! Sono notti che non dormo, sono nella merda fino al collo e tu vieni a chiedermi dei soldi! Se li avessi, andrei da uno psicologo, uno psichiatra, qualcosa del genere, insomma. Da un prete, semmai, che, con la scusa che poi deve farsi i cazzi suoi, almeno mi ascolta. Ma, purtroppo, ho smesso di credere in Dio da quando ho iniziato a farmi le canne in terza liceo! Che cacchio gli dico a un prete? Ciao, non me ne frega un cazzo di Dio, però tu ora ascoltami?! Bello mio, se sapessi... se tu sapessi... - Io no avere niente da fare. Tu, forse, no avere niente da fare. Se tu non stare incazzato, io posso ascoltare te. - Tu puoi ascoltare me? No, guarda, lascia stare... - No, no, tranquillo, io potere ascoltare te. Insistette quello. - Tu dimmi cosa faresti se avessi visto qualcosa di strano, come ad esempio un cadavere nella tua università! Cosa faresti? - Andrei da polizia, amigo! - Ecco, vedi!!! E, se il cadavere la polizia l avesse ritrovato il giorno successivo all accaduto in un luogo diverso rispetto a quello in cui tu l avevi scoperto? Ora cosa faresti? - Non andrei da polizia, amigo! - Non andrei da polizia, amigo! furono le parole che per tutto quel giorno e il

6 seguente gli rimbalzarono continuamente nella testa. Si sentì, però, felice di essere stato chiamato Amigo!. Capitolo 5 Sei scemo o non mi senti? Ti ho scritto un sms, ieri. Sono agitatissimo. Ho paura di aver visto qualcosa. Ieri sera, prima di uscire dall università per andare a casa (saranno state le diciannove e quarantacinque circa), sono andato in bagno a sciacquarmi il viso; uscendo, casualmente, ho buttato uno sguardo vicino all aula centoquindici, forse per tentare di scovare qualcuno che, come me, a quell ora, fosse ancora in università. E, invece, mi è sembrato di aver visto un cadavere. Non so. Non ricordo bene, perché, non appena ho avuto l impressione di trovarmi dinanzi ad una fottuta scena del crimine, sono scappato. Ho raccolto le mie cose, infilato il cappotto e sono fuggito da lì. Però, Gianni, l immagine di quei piedi immobili, inerti, con intorno una chiazza di sangue quasi ancora pulsante, non va via dalla mia mente. Ho un mal di testa incredibile, non so cosa fare. Forse sono l unico ad aver visto questa cosa. Oggi è stato ritrovato il cadavere dalla polizia, in un luogo differente rispetto a quello in cui io ho visto il corpo senza vita! Ma io? Io cosa devo fare? Lo devo dire a qualcuno? Dovrei avvisare la polizia, secondo te? È una faccenda così strana! Ma, poi, sono davvero l unico a conoscere questa cosa?! Possibile che non se ne sia accorto nessuno, prima di me? Gianni, davvero, non so cosa ho visto! Potrei andare dalla polizia, raccontare ciò che so. Ma cosa so? E se ci vado di mezzo io in questa storia? Quante volte è capitato che un semplice testimone finisce per essere incolpato di qualcosa che non ha commesso solo perché magari non esistono prove ed è lui l unica prova! Rispondimi quanto prima: dimmi cosa pensi di tutta questa storia! Spero domani di svegliarmi e non ricordare nulla di tutto ciò. Sei l unica persona a cui l ho detto. Mi fido di te. Aspetto tue notizie, L. Un pomeriggio, Gianni, aprendo la propria casella di posta elettronica, trovò questa mail.

7 Capitolo 6 Allora esisti! Lo aspettava da non più di un quarto d ora. Gianni, come al solito, era in ritardo. - Eccoti, finalmente! - disse, mentre la pazienza gli sfrecciava davanti, portando con sé tutto, tranne la voglia di farsi acchiappare. - Scusami. Questa maledetta pioggia blocca un intera città; è come se si paralizzasse di botto. - Va bene, va bene, tranquillo. Piuttosto, hai letto la mia mail? Mi aspettavo una risposta più veloce, un interesse particolare, vista la gravità della situazione, Gianni! - Sì, sì, certo. Ho letto, tranquillo. E, certo, la situazione è decisamente grave e delicata. Estremamente delicata. Però, proviamo a capire come uscirne. Innanzitutto, cerca di raccontarmi, ora, in maniera tranquilla,.. - Maniera tranquilla? Ma, dico, ti rendi conto!? - Sbottò lui che di maniere tranquille non voleva proprio sentir parlare. - Va bene, scusa, va bene. Cerca di raccontarmi, in maniera relativamente tranquilla, ciò che ti ricordi, qualche particolare, insomma! - Te l ho scritto! Esco da quel fottuto cesso dell università, da solo, e vedo questo... questo... questo morto, Gianni! Cioè, non l ho visto tutto! Non l ho avuta la briga di andare a contare i peli del naso ad un cadavere! Ho visto i piedi, immersi in un lago di sangue! E non prendermi per pazzo, ti prego! Magari ora mi chiedi anche perché non ho controllato quella diamine di pozza, nel caso in cui si fosse trattato di una semplice passata di pomodoro! Era sangue! Sangue! Questo tizio era immobile. E seminascosto. Io non so cosa devo fare! - Intorno, sfrecciavano, ad una velocità improponibile, tram, taxi, persone. O, forse, sembrava che sfrecciassero. - Cischetto E non c era nessuno? Niente di niente? - No, nessuno. L università stava per chiudere a quell ora. Io ero lì perché avevo intenzione di finire di leggere il quarto capitolo del libro di psicologia, perciò

8 rimasi lì qualche ora in più rispetto al solito. Pensa che gli uffici erano già chiusi. Tempo dieci minuti e sarei sicuramente uscito da lì! - Ma prima non hai fatto caso a nessun movimento, atteggiamento strano? Nessun rumore? Nessun sintomo di nervosismo o agitazione nell ambiente? - Che io ricordi, no! Poi, boh, cazzo ne so, Gianni! Lo sai che io mi faccio i fatti miei e basta. Sono stato tutto il giorno a lezione e, durante le pause, ero con Giulia. Quindi, se vuoi una risposta, è no, io non so nulla di nulla! - E la polizia? Che dice? chiede Gianni, che, ormai, aveva preso a cuore la vicenda. Infatti, prima di diventare lo speaker per eccellenza di RadioCaosLibero, svolgeva pigramente la professione di avvocato, presso lo studio legale del suo caro e altrettanto pigro zio Rocco. Forse, cinque anni di Giurisprudenza non furono del tutto vani: forse, degli strascichi all interno della sua memoria a lungo termine erano rimasti. - Dice che era uno studente fuori corso. Loro pensano che si sia trattato di un diverbio tra studenti: ipotizzano che si sia scatenato tutto per droga o donne. Il particolare è che il cadavere non è stato rinvenuto dalla centoquindici, ossia dove io penso di averlo visto, bensì dietro alla mensa, vicino all immondizia organica. Ecco il motivo della mia preoccupazione. - Droga. O donne. Tutto ruotava attorno a quelle due parole. Sia gli investigatori che quel testimone senza voce ruotavano attorno a queste due parole. Capitolo 7 Il pregiudizio è lo strumento di analisi più efficiente di cui l uomo disponga. (Cit.) La polizia arrivò sulla scena del crimine pochi minuti dopo il ritrovamento del cadavere del giovane Cischetto. Il sole vagiva timidamente. Una sottile patina di nebbia danzava sul cadavere dello studente. La prima preoccupazione degli investigatori fu quella di allontanare la folla, seppur questa fosse quantitativamente piccola, in quanto gli unici ad essere giunti all università a quell ora erano i dipendenti del bar e gli addetti alla manutenzione. La seconda fu quella di iniziare a raccogliere più dettagli possibili. Il cadavere di Cischetto giaceva inerte tra alcuni sacchi d immondizia nei meandri

9 dell ambiente universitario più profondi e meno frequentati dagli studenti. Il collo della vittima era attraversato da un solco profondo, evidente segno di un tentativo di soffocamento da parte dell aggressore. Tuttavia, la ferita mortale sembrava essere quella che si intravedeva sotto lo sterno del giovane. Il sangue era fuoriuscito per tutta la notte. Si era dilagato descrivendo forme geometriche di un unico colore. Un giovane poliziotto circoscriveva con un nastro giallastro la porzione enigmatica del posto. Altri, invece, iniziavano a chiedere informazioni, di qualsiasi tipologia, ai pochi presenti. Nessuno sapeva nulla. Nessuno aveva visto o sentito o percepito nulla. Uno dei presenti si propose, cercando di essere utile, narrando agli investigatori una vicenda accaduta qualche giorno prima: un diverbio tra due studenti. Concluse, tuttavia, che nessuno dei due ragazzi corrispondeva a Cischetto. Informazione alquanto inutile, insomma. Venne comunque ringraziato per lo sforzo ed invitato a tenersi a disposizione in qualsiasi momento e a riproporsi nel caso in cui avesse informazioni più dettagliate o potenzialmente più inerenti all accaduto. Il commissario Pontoni arrivò farfugliando canzoncine tra sé e sé. È vero, non aveva l aria di essere una persona del tutto affidabile a prima vista, tuttavia i suoi uomini riponevano in lui grandi dosi di stima e fiducia, in quanto, nonostante tutto, fino ad allora, era sempre uscito vittorioso, anche dalle vicende più ardue. Mentre osservava con attenzione la scena, cercando di coglierne i minimi particolari, il suo sguardo si soffermò su di un giovane cameriere del bar dell università. A suo parere, aveva qualcosa che non andava. Era come se nascondesse qualcosa. Il commissario amava particolarmente sviluppare indagini partendo dal proprio intuito. Era forse la sola cosa al mondo di cui si fidava ciecamente. A tal proposito, ordinò ad uno dei suoi uomini di annotare le generalità di quel ragazzo, senza però far trasparire qualcosa che potesse mettere particolarmente in guardia il giovane. E così fu. Intanto, iniziava ad arrivare la linfa vitale dell università: docenti, studenti, pezzi grossi. Pontoni, attraverso l autorevolezza della sua carica e di quella del rettore dell università, fece diramare una disposizione, secondo la quale ogni studente, professore, ecc si sarebbe dovuto assoggettare al volere dei difensori dello stato riguardante un qualsiasi interrogatorio. In qualunque momento. Le ore passavano. Lente. E Pontoni capiva sempre meno. Da un lato, la pista secondo la quale uno studente aveva assassinato un altro studente a causa della droga lo

10 convinceva sempre più; tuttavia, dall altra parte, non lo rassicurava: gli pareva parecchio strano. O meglio, troppo, troppo scontato. E, si sa, l istinto, molto spesso, va dritto al nocciolo della questione. Osservò la scientifica portare via l inerte corpo del giovane. Salutò i propri colleghi. Entrò nella Uno bianca, accese una sigaretta e, poi, anche il veicolo. Partì. La radio non passava nulla di buono, per i suoi gusti. Osservava la metropoli, mentre guidava. Ad un certo punto, vide salire del fumo bianco dai suoi piedi: era caduta della cenere dalla sigaretta sulla tappezzeria. Iniziò a gridare. Contro se stesso. Poi si calmò. Arrivò a casa. La sua vicina di casa stava dando da mangiare a dei gattini che, ormai da parecchi anni, bazzicavano da quelle parti. La salutò. Lei gli chiese come fosse andata la giornata. Lui, tranquillo, rispose: - Una merda! In fondo, non era stata proprio una merda. Alla fine, era il suo lavoro, quello. Se l era scelto lui, non poteva farci nulla. Entrò in casa. Accese le luci. Si sbottonò i pantaloni, si tolse la camicia e, rimanendo in mutande e calze, si sdraiò sul divano. Afferrò una busta di pop corn e iniziò vivacemente a mandarli giù. Si sentiva nervoso. Ogni volta che si trovava faccia a faccia con un nuovo caso si sentiva sempre molto nervoso. Lo ossessionava l idea di non riuscire a risolverlo. Prese sonno. La sveglia suonò alle sei e quarantacinque. Fuori pioveva. La giornata si preannunciava, ancora una volta, abbastanza grigia. Solite operazioni di routine: caffè, sigaretta, doccia, sigaretta, sigaretta, jeans, maglione, sigaretta e via. Sigaretta. Entrò in auto. Imboccò la prima via a sinistra. Lo avrebbe condotto al commissariato. Lo aspettavano i colleghi: piccoli, perfettamente sbarbati, obbedienti ammiratori di un grosso, grasso commissario goffo. Pontoni per tutti loro era un vero e proprio idolo. Quando uno di loro commetteva un errore, Pontoni era solito apostrofarlo così: - Brutto figlio di puttana, ti rendi conto di cos hai fatto? Come diamine puoi farti sfuggire un tipo del genere?! Quelli sono solo delinquentelli che vanno acciuffati, presi a morsi sul culo e pisciati in faccia e tu, invece, cosa fai, brutto figlio di puttana?! Te li lasci sfuggire così! Però, nessuno di loro se la prendeva più di tanto. Pontoni, il commissario Pontoni, aveva sempre ragione. Sempre. Gli portarono un caffè. Macchiato. Lo zuccherò, seduto sulla poltrona della sua scrivania dietro la quale vi era un muro completamente tappezzato da posters di donne

11 nude e copertine di Playboy. Chiese i risultati della scientifica. Glieli portarono. Nulla di nuovo, per ora. Non erano passate neanche ventiquattro ore. Intimò ai suoi uomini e alla scientifica di darci dentro. Luca, intanto, era più che mai teso, quel giorno. Quel grosso paio di piedi immobili che aveva visto casualmente due sere prima al primo piano erano di Cischetto, un tipo fuori corso da qualche anno che, tra l altro, gli stava anche parecchio sulle balle. Però, era successo qualcosa di strano. E ancora più strano era il fatto che i piedoni che erano balzati quella sera dinanzi ai suoi occhi si fossero spostati: il corpo era stato ritrovato vicino al ripostiglio dell immondizia! Che diamine accadeva? Non sapeva se farsi avanti oppure stare zitto e farsi i fatti suoi. Aveva paura, una paura tremenda di diventare il secondo protagonista di quell assurda vicenda. Gianni non era riuscito a dargli una risposta utile. L unica frase che risuonava nella sua testa da due stramaledettissimi giorni era solo e soltanto: Non andrei da polizia, amigo!, pronunciata da quel nero fuori dalla caserma dei Carabinieri, alla fine di una liberatoria conversazione. Ora, però, il suo nervosismo era amplificato dal ricordo di quella conversazione: infatti, Luca era completamente martoriato, assalito, tormentato da un dubbio, ossia: e se quel pezzente se la fosse cantata con qualcuno? Se quello lì avesse detto a qualcuno di aver incontrato un ragazzo che faceva domande ambigue a proposito di una specie di omicidio? Dubbi su dubbi. Si mise a dipingere. Capitolo 8 Asetticamente Nome: Ugo Cognome: Pontoni Data di nascita: 6/03/1959 Luogo di nascita: Rimini Professione: Commissario di Polizia presso il Comando Stazione Affori di Milano.

12 Stato civile: Celibe Si fece largo a fatica sulla scena del crimine, a causa della concentrazione della folla che, incuriosita dall accaduto, tentava di ritagliarsi un posto in prima fila per poter spettegolare. Indossava un paio d occhialini tondi che qualcuno definirebbe alla John Lennon, una camicia blu anni Novanta, un paio di larghi calzoni beige con i tasconi e degli stivaletti tutti infangati con la punta consumata. Era un ometto basso, goffo, grosso e con un paio di baffi arancioni leggermente affumicati dal fumo di sigaretta il commissario Pontoni, ma anche alquanto strano, capace puntualmente di suscitare cattive risatine nelle gente che era solita incontrarlo sul suo cammino. Arrivò sulla scena del crimine a bordo di una FIAT Uno Turbo con la solita aria da stupidotto aggiustatutto, un panino farcito con mortadella e provola in una mano (nonostante fossero solo le otto del mattino) e un peluche appeso allo specchietto retrovisore laterale destro che, stando alle sue spiegazioni, apparteneva a Carla, la figlia di suo fratello Luigi. Una volta sceso dall automobile non disse nulla. Successivamente, mentre via via si avvicinava al corpo senza vita del giovane Cischetto, iniziò a fischiettare un motivetto tratto da un brano dei Pink Floyd. Destò alcune preoccupazioni. Fin da subito. Avvicinato dalla polizia scientifica, iniziò umilmente e pazientemente ad ascoltare le iniziali probabili ricostruzioni dei fatti, tirando, di tanto in tanto, grossi morsi al suo panino. Mentre ascoltava l ennesima ricostruzione da parte di un giovane carabiniere orgoglioso fino alla punta dei piedi di far ascoltare le proprie ipotesi ad un suo superiore, interruppe di colpo il proprio interlocutore, dicendogli a voce molto alta: - Va bene, va bene. Ma rivaluti le sue ipotesi, tenente Bianconi: non è mai come sembra! Pensi che, ieri sera, durante la lezione di fandango, ad un ballerino accanto a me è scivolata la mano della propria ballerina ma è riuscito, attraverso un gesto eseguito a culo, a tenerla in piedi, senza farla cadere: bene, è stato tutto molto bello, Bianconi, eppure il ballerino aveva sbagliato. Perciò, non è tutto come sembra. Se lo ricordi, tenente. - Va bene, signor commissario, rivaluterò le mie ipotesi. Ribatté il giovane, timidamente. - Il commissario, nel frattempo, mentre osservava la macabra scena, continuava a

13 fischiare: stavolta, però, il motivo era di un brano di Simon & Garfunkel. - Eppure ci sarà qualcuno qui che ha visto o sentito qualcosa. Temo che avremo molto da lavorare, cari i miei bei collaboratori! Tuttavia, spero non vi dispiaccia che io schiacci un pisolino: ho dovuto portare il cane a pisciare stamattina, perché oggi era il mio turno, per cui ora sono troppo stanco per far funzionare il cervello. Ci rivediamo a mezzogiorno nel mio ufficio con un primo rapporto, Bianconi! - - Sarà fatto, commissario. - Il rettore e i funzionari dell università, accorsi sulla scena del crimine al fine di sapere qualcosa, rimasero muti dinanzi a tali atteggiamenti del commissario Pontoni: anzi, rivolgendosi ad un carabiniere messo lì per abbellire, Bera chiese: - Possibile che non ci siano più commissari? Proprio lui dovevano mandarci? Cosa ci facciamo qui con con questo?! - Capitolo 9 Ultimamente, al mattino, esco presto. Mi svegliai molto presto quella mattina. Avevo un mal di testa indescrivibile. Era come se un mattone pesante e grosso si fosse piazzato sulla mia testa. Avevo preso davvero una grande sbornia, la sera precedente. Come ogni mattina, mi sono alzato. Mi sono diretto dapprima verso il bagno, poi in cucina, nell angolo della colazione. Lì c'era il mio laptop, ancora acceso dalla sera precedente. E, come ogni mattina, ho digitato nella barra degli indirizzi del browser il link di youtube. Ho sempre adorato iniziare la giornata mandando in rotazione la playlist di uno dei miei artisti preferiti. Scelsi i Pink Floyd. Mentre Syd Barrett cantava, però, tutto d un tratto squillò il cellulare. Questa cosa non mi stupisce affatto. Per un commissario di polizia è una cosa quasi del tutto naturale quella di ricevere chiamate in qualsiasi momento della giornata. Certo, riceverne appena sveglio non è il massimo della vita. Io preferisco ricevere le chiamate di lavoro durante la notte. Non so perché, ma mi risulta molto più semplice alzarmi e lavarmi di corsa ed uscire frettolosamente nel cuore della notte. Ho sempre avuto un atteggiamento di particolare adorazione nei confronti della notte. Risposi, comunque. Era Bianconi, un giovane agente che faceva di tutto pur di meritarsi la mia stima. Era

14 ambizioso. Mi informò velocemente del ritrovamento di un cadavere in una nota università privata milanese. La Iulm. Strano, pensai. Ora gli studenti si uccidono fra loro. Forse uno studente aveva sbirciato sul foglio di un altro e quello si era fortemente incazzato. Boh. Fatto sta che mi dovevo muovere. Il dovere mi stava alle calcagna, mi tallonava. Velocemente mi infilai nella doccia. Ultimamente avevo messo su un po di chili e questo limitava la mia agilità nell entrare e uscire dal box doccia. Mi vestii velocemente. Finii il caffè che era rimasto depositato sul fondo della caffettiera ed uscii di corsa da casa. Ho una Fiat Uno Turbo. È una tipologia d automobile che di solito viene associata ai contrabbandieri meridionali d anni Novanta. Obiettivamente è un po' vecchiotta. Tuttavia, non riesco a staccarmi da lei. È come una donna che ti segna, che ti lascia qualcosa. E poi, durante gli inseguimenti, non mi ha mai tradito. E questo, è sicuramente uno dei criteri di selezione nell acquisto di un automobile che un commissario di polizia che voglia compiere bene il proprio lavoro deve tener presente. C era molto traffico quella mattina, anche se erano le prime ore della giornata. Di quella nuova giornata. Arrivai sul luogo incriminato. C erano i miei uomini. Ad attendermi trovai anche un gruppetto di dipendenti dell università. Alcuni erano del bar. Intimai loro di allontanarsi, ma poi me ne pentii. Non avevamo indizi o prove da cui partire, per cui non mi sarebbe affatto dispiaciuto se qualcuno di loro avesse avuto qualcosa da raccontare. Ordinai ai miei uomini di delimitare con il nastro la scena del crimine. Ne avevo visti molti, finora, di cadaveri. Tuttavia, questo, mi fece sobbalzare. Forse è stato proprio il contesto a causare il mio sobbalzo. Uno studente. Morto. In un università. Assurdo!, pensai. Giaceva lì, inerte. La testa gli si era rivoltata all indietro. Recava un profondo solco sul collo. Il figlio di puttana che l ha ucciso doveva aver tentato di strangolarlo. Però, forse, essendo stato quasi sicuramente inesperto, non era riuscito ad ucciderlo e quindi, successivamente, gli aveva inflitto un colpo sotto lo sterno con qualcosa. Era proprio quel qualcosa che avevo bisogno di trovare! Mentre facevo le mie valutazioni, però, mi sentivo osservato. Cercai di scoprire da cosa derivasse quella mia sensazione. Era lo sguardo di un tipo. Era uno sguardo nervoso e frenetico e glaciale. Era uno sguardo che non mi piaceva. Per niente. Si asciugava freneticamente la fronte. Sudava. Si muoveva in continuazione e mi lanciava sguardi come se volesse, con il pensiero, depistare le mie idee. Figlio di puttana!, pensai. Chiamai Bianconi. Gli ordinai di prendere le generalità di tutti i presenti, in particolare di quel tipo, intimandogli nel

15 frattempo di non far trasparire nessuno dei miei sospetti, nessuna delle mie sensazioni. Bianconi eseguì. Lo osservai furtivamente mentre gli dettava le sue generalità. Arrivarono, nel frattempo, i genitori della vittima. Dopo aver assicurato loro che avrei fatto del mio meglio, mi diressi verso la mia Fiat Uno Turbo. Dal cruscotto tirai fuori una Benson and Hedges. La accesi. Rimasi appoggiato alla portiera della mia auto. Pensavo. Volevo capire se questo mestiere me lo fossi davvero scelto io o se mi ci avessero piazzato lì per una qualche ragione particolare. Continuai a pensare. E a fumare. Cercavo di immaginare nella mia mente come potesse essere fatto fisionomicamente il figlio di puttana che aveva assassinato quel povero ragazzo. Capitolo 10 Prime volte Sono nato a Foggia, nella lontana Puglia, circa cinquantotto anni fa. Mio padre è andato via molto presto, però non se è morto o si è semplicemente fatto da parte perché magari non si sentiva pronto ad esercitare l impegnativo ruolo del padre o altro. Non lo so. So per certo, però, che sono cresciuto in casa con due donne: mia madre e mia nonna. L una rigida, l altra di più. Mi hanno sempre detto che il mio obbiettivo nella vita era quello di diventare qualcuno. Io inizialmente chiedevo: - Chi? Qualcuno chi? E loro: - Diventare qualcuno, professionista, Orazio! - A cinquantotto anni non ho ancora capito chi sarei dovuto diventare precisamente. Non so se lo sono diventato o lo sto diventando o lo diventerò o non lo diventerò mai. Fatto sta che ho deciso fin da subito di seguire alla lettera i loro consigli: mi fidavo, erano mia madre e mia nonna. Le adoravo. Perciò, ogni mattina andavo a scuola elementare da bravo bambino; poi, ogni mattina andavo alla scuola media da bravo ragazzino; ogni mattina andavo al liceo da bravo ragazzino che si rispetti. Mi sono diplomato: maturità classica conseguita con la votazione di sessanta sessantesimi! Poi mi hanno detto che dovevo andare via. Via dal Sud! Per diventare qualcuno, devi andare via dal Sud! - dicevano. Nonostante non sapessi perfettamente il motivo del mio trasferimento, andai via. Mi trasferii a Milano per frequentare l università. Andai ad abitare in un monolocale. Mia madre e mia nonna contribuivano alla mia sopravvivenza

16 mandandomi settimanalmente con un corriere pacchi ricolmi di vasetti: sugo di carne, sugo di pesce, lenticchie, lenticchie con salsiccia, ceci, piselli, piselli con prosciutto cotto a dadini, sugo con polpette, sugo con braciole. Insomma, non potevo lamentarmi. Sopravvivevo abbastanza bene. Mi iscrissi alla facoltà di giurisprudenza, così come mi aveva gentilmente intimato di fare la mia mamma. Passarono gli anni. C erano i capelloni. Io, i capelli, li tagliavo una volta a settimana. I capelloni portavano la barba molto lunga. Io, la barba, la facevo ogni giorno. Esattamente cinque anni dopo la mia partenza, mi laureai in giurisprudenza con tesi in diritto commerciale. Con il massimo dei voti, ovviamente. Iniziai a lavorare all interno del mondo accademico. Facevo l assistente al professore di diritto economico. La nonna, intanto, se ne andò. Però, andò via sorridendo. Ma, soprattutto, prima di spegnersi, mi disse queste parole: - Devi diventare qualcuno, Orazio! - Insomma, dovevo diventare sul serio qualcuno. All età di trentatré anni la mia vita era un gioiello: professore ordinario di diritto economico presso l università pubblica di Milano, nella facoltà di Economia e commercio; felicemente sposato con una donna bellissima: Silvia. Silvia era una gran donna, però voleva lavorare. Io le ho sempre detto di restare a casa, fare la casalinga, e lei, invece, aveva questa fissazione. Tuttavia, fortunatamente, mi ascoltò e lasciò che fossi io a spaccarmi la schiena per entrambi. La sera, spesso, facevo molto tardi. Lezioni, attività burocratiche, riunioni, convegni. Quando rincasavo ero sempre molto stanco e, nonostante all epoca non fossi poi così anziano, ma anzi piuttosto giovane, dopo cena non riuscivo a fare altro se non stendermi sul divano ed iniziare, ahimè, a russare, dinanzi alla tv accesa. Silvia, invece, voleva uscire. Ma come facevo? Intanto, comunque, venne a mancare anche la mia cara mamma. Silvia si comportava male con lei. Diceva che chiamava troppe volte al giorno, nonostante sapesse ch io non fossi in casa. Mah! Povera donna! Avrà pure il diritto una lontana mamma di sentire il proprio figliolo e la consorte del proprio figliolo o no? Silvia diceva che le altre coppie della nostra età uscivano, viaggiavano e si divertivano. Anche l estate, per esempio, per me era impossibile organizzare un viaggio.

17 Avevo libri di diritto economico da scrivere, articoli per un magazine d' economia! Ora ho cinquantotto anni. La vita mia e di Silvia è sempre la stessa. Ma non so per quanto tempo ancora sarà così. Siamo, la nostra vita e noi, identici a venti anni fa. Ci siamo solo un po aggrinziti. Mia moglie mi fa stare male. Mia moglie è una puttana. Mia moglie mi ha fatto commettere errori che io non avrei mai commesso. Mia moglie è andata a letto con uno studente dell università in cui insegno ora, la IULM di Milano. È andata a letto con uno studente! Io non capivo il motivo della sua felicità. Che senso ha essere di punto in bianco felici?! L ho seguita per giorni, capendo ben poco. Poi, un giorno, tutto d un tratto, incontra un uomo, un ragazzo. Si salutano, si baciano. Camminano mano nella mano tra i vicoli ammuffiti dei Navigli! Guardo il tipo. Pensavo di non conoscerlo. E, invece, un giorno, mentre tenevo una lezione di diritto dell' informazione, mi accorgo che in mezzo agli studenti c era un figlio di puttana. Un figlio di puttana con la faccia da fuori corso. Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Mi faceva schifo. Anzi, mi facevano schifo. Lui e mia moglie. E tutto il resto. Qualsiasi cosa guardassi mi faceva schifo. Ho iniziato a seguire lui. Seguendo lui, però, era come se seguissi mia moglie. Non dormivo più. Le notti erano tutte un estenuante attesa. Ecco cos erano. Una mattina però mi sono svegliato con un pensiero fisso. Così tremendo ma così appagante. Arrivo in università. Puntuale come sempre. Saluto i miei colleghi. Con uno di loro prendo anche un caffè. Tengo le mie lezioni. La mattina diventa pomeriggio. Fuori pioveva. Pioveva a dirotto. Il cielo era scuro e coperto e imbronciato e cattivo. Cattivo come l aria che poteva respirare chiunque stesse almeno dieci secondi affianco a me. Continuai a tenere d occhio questo tipo. Il suo tipo. Era in biblioteca a studiare. Aspetto. Vado in bagno. Di solito, dopo le ore diciotto nel bagno del primo piano entra pochissima gente. Aspetto. Aspetto. Continuo ad aspettare. Allo stronzo, prima o poi, scapperà da pisciare, no? Si apre la porta. Mi inizia a battere il cuore. Ma non era lui. Ricomincia la mia attesa. Dopo qualche minuto, però, finalmente la porta del bagno si riapre: era lo stronzo! Che bello che sei, pensai, che bello. Avevo un pezzo di spago in mano. Sapevo che mi sarebbe servito, ed è per questo che, quella mattina, appena uscito da casa, prima di arrivare in università, mi sono fermato ad un ferramenta e ho comperato un gomitolo di spago.

18 Appena è entrato, ho fatto finta di nulla. Non sono riuscito a guardarlo negli occhi. Lui e la sua blanda camminata si sono spostati dall anticamera del bagno alla tazza del cesso. Lo sentivo mentre pisciava. L ho udito mentre si riallacciava i calzoni, prima, la cinta, poi. È uscito. Stavo facendo finta di leggere. Mi ha oltrepassato e, a quel punto, gli ho avvolto lo spago al collo. Ho stretto più forte che potevo. Non avevo mai ucciso nessuno, prima d ora. Si dice che ci sia sempre una prima volta per ogni cosa, no? Bene, questa è la mia prima volta. Avevo paura, però. Non sapevo quanto dovessi effettivamente stringere affinché la merda smettesse di respirare. Si dimenava, si contorceva. Emetteva gemiti soffocati. Il suono dei suoi gemiti era cupo e coperto e piatto e spento. Diventava viola, ma non moriva. Continuai a stringere, ma continuava a dimenarsi. Ad un certo punto, il vuoto ha preso il sopravvento nella mia testa. Ho tirato fuori dalla mia ventiquattro ore un coltello da cucina. Mia moglie non l aveva mai usato. Decisi che quella sarebbe stata la prima volta anche per quel coltello. Continuando a tenerlo per il collo, soffocandolo, lo colpii vicino allo sterno. Una volta, due volte, cinque volte. Un altra. Lo stronzo, finalmente, era passato a miglior vita. Sollevai il suo corpo. Mi assicurai che non passasse nessuno. Entrai nell aula centoquindici. Lo posai per terra. Uscii dall aula assicurandomi di aver accostato per bene la porta. Nessuno avrebbe sospettato di me. Perciò, iniziai a girovagare per i piani al fine di individuare il luogo in cui avrei potuto depositare quell ammasso di sangue grumoso. Ad un tratto, mi venne in mente un particolare: la merda deve stare con la merda. Mi venne, quindi, subito in mente il deposito dell immondizia, vicino alla mensa. Aspettai un altra mezz ora. Poi ritornai in aula centoquindici, indossai nuovamente i guanti che avevo utilizzato durante l esecuzione, mi caricai la carcassa sulle spalle e uscendo dalle porte posteriori dell università, mi ritrovai facilmente dinanzi al deposito. Buttai giù quella merda, tra i rifiuti. Altro che raccolta differenziata, pensai! Mi sentivo bene, finalmente. Uscii tranquillamente dall ingresso laterale. Mi indirizzai verso la stazione metro Romolo e, superati i tornelli, mi sedetti su una delle panchine disponibili ad attendere l arrivo del metrò. Arrivai a casa al solito orario. Infilai la chiave nella toppa della porta di casa. Avevo già dimenticato tutto. È stata solo una piccola parentesi della mia vita, pensai tra me e me.

19 Raggiunsi mia moglie in cucina. Stava apparecchiando la tavola. La salutai con un bacio e un dolce sorriso. Capitolo 11 Caro diario... Mi chiamo Silvia. Ero una donna felice, anni fa. Avevo tutto. Con la parola tutto, intendo semplicemente la libertà. Di amare. Quella libertà che un uomo mi ha portato via quando mi ha proposto di sposarlo. Fino a qualche tempo fa, pensavo davvero che non sarei stata mai più padrona della mia vita. E, invece, da quando ho conosciuto Pietro è come se fossi rinata. Pietro e Orazio sono due uomini molto diversi. Non solo per quanto riguarda l età anagrafica; Pietro ha la metà dei miei anni: ventisei. Forse è proprio della giovinezza che ho bisogno. L ho conosciuto un pomeriggio, nell università in cui Orazio insegna. Casualmente. Mio marito mi chiamò, chiedendomi di raggiungerlo quanto prima all università al fine di portargli la pendrive che aveva dimenticato sulla scrivania dello studio la mattina precedente. Arrivai lì e gliela consegnai. Mi salutò frettolosamente. Non è mai molto gentile, mio marito, sul posto di lavoro. Stavo uscendo dall università quando andai letteralmente a sbattere contro una persona, facendogli cadere le poche cose che portava in mano: qualche quaderno ed un libro. Lo aiutai a raccogliere tutto. Ero mortificata. Lui, però, mi sorrideva. Disse che potevo farmi perdonare solo se avessi preso un caffè con lui. Io, lì per lì, accettai. Disse che conosceva un posto molto carino sui Navigli. Andammo in quel posto. Entrammo e rimasi senza parole. Per un attimo pensai alle parole di Nana, la protagonista di Vivre sa vie: film en douze tableaux di Godard. Ma è così necessario parlare? Perché dobbiamo sempre parlare? Ordinammo due caffè macchiati. Il proprietario di questo piccolo café, il cui interno era tappezzato di quadri di sconosciuti artisti milanesi e non, ci portò ciò che avevamo ordinato, fischiettando. Rimanemmo in silenzio parecchi minuti, sorseggiando il caffè. Ci guardavamo negli occhi.

20 Quella sera, poi, facemmo l amore. A cinquantadue anni ho rifatto l amore in macchina: la paura che qualcuno ci scoprisse è stato il pezzo forte. Non so come dire mio marito che sono felice. PS. A cinquantotto anni ho iniziato nuovamente a scrivere su un diario. Quindi, caro diario, aiutami tu. Prova a suggerirmi la maniera migliore per ricominciare ad amare. Silvia Capitolo 12 Mi lascio trasportare, sono un indolente! Era steso sul divano del suo monolocale. Luca aveva gli occhi scavati. Da notti non smetteva di bere. Birra, vodka e birra e vodka insieme. Non dipingeva più, da giorni. Non toccava libri da giorni. Non toccava cibo da giorni. Percepiva una puzza di sudore e lacrime. Presto capì che proveniva da se stesso. S'alzò e s'incamminò verso l'unica finestrella. La spalancò il più possibile. Guardò giù. Poca roba: qualche anziano passeggiava, alcuni bambini rincorrevano un pallone. Decise di dimenticare. Passarono i giorni. La sua vita riprese: tornò a dipingere, ricominciò ad andare in università, ma ricevette anche un sacco di domande. Continuamente. I suoi genitori lo raggiunsero. Iniziò una lunga serie di giornate negli ospedali di tutta Italia. Lo visitarono luminari della medicina nazionale: psicologi, psichiatri, esperti di disabilità, neurologi di fama internazionale. Sua madre insistette anche affinché venisse esaminato da una cartomante riconosciuta. Il suo monolocale era inaspettatamente colmo di gente: tutti che lo coccolavano, lo accarezzavano, lo degnavano di attenzioni speciali, gli facevano compagnia soprattutto quando non ne aveva bisogno. Non riusciva a comprendere perché la gente gli si stringeva attorno solo perché aveva deciso di rimanere in silenzio.

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