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1 Kristle Reed PIETRA 1

2 2008 Kristle Reed Realizzazione: Kristle Reed Copertina: Baby Hand by Dino Muhic Questo testo può essere liberamente distribuito a mezzo internet, previa autorizzazione dell Autore. In nessun caso può essere chiesto un compenso per il download dell ebook che rimane proprietà letteraria riservata dell Autore. Sono consentite copie cartacee di questo ebook per esclusivo uso personale. Ogni altro utilizzo al di fuori dell utilizzo strettamente personale è da considerarsi vietato e perseguibile a norma di legge. Tutti i diritti di copyright sono riservati. 2

3 Kristle Reed PIETRA La Tela Nera Settembre

4 Questo libro è per Anita e Dario, i miei genitori. 4

5 Della morte nera sorella bianca Capelli di serpi le cadono sulle spalle Denti d acciaio digrignano dalla rabbia Occhi splendono come luna sanguigna E nella notte si dimena una bianca veste nasconde le nude ossa Un fiato nero come una frusta serpeggia. Io sono quella che semina tombe Che distrugge, danneggia, calpesta Tutto ciò che sta sulla mia strada Dove metto piede Subito la vita si ferma Dappertutto, dappertutto Crescono tombe Dove il mio piede si ferma. Io porto il sangue della morte Nei loro letti uccido i bimbi Chiunque al buio riposò Non sorse con l alba. - August Senoa - 5

6 Ne dosla do mene dok ne prebrojila perje na orihu, skulje na resetku, pisaku moru, lase na glavi, niti na metli Non venga da me prima di contare le foglie del noce, i fori del colabrodo, la sabbia del mare, i capelli in testa, i rametti della scopa - Filastrocca croata contro le streghe - 6

7 ALCUNE INFORMAZIONI Il termine Carso (Kras in sloveno e Karst in tedesco) deriva dalla parola Carsa (Karra o Garra) di origine preindoeuropea, che significa roccia, pietra. Narra la leggenda che in principio il Carso era una terra verde e fertile, piena di prati, boschi e ruscelli. Un giorno Dio incaricò l'arcangelo Gabriele di raccogliere un grosso cuscino di sassi che stava in un angolo e di buttarli in mare. Gabriele riempì un sacco e si diresse in volo verso l'adriatico. Quando fu in prossimità del Carso il diavolo lo vide e bucò il sacco con le corna. Tutte le pietre caddero a terra e trasformarono l altopiano in un enorme pietraia. Nell antichità i gemelli erano considerati come una maledizione o un dono divino. Nel primo caso erano esseri angoscianti, nel secondo avevano poteri straordinari, in particolare verso gli eventi atmosferici. Che fossero buoni o cattivi, erano comunque esseri speciali. I gemelli monozigoti sono tuttora un enigma. La scienza non è in grado di spiegare perché un embrione, in un dato momento del suo sviluppo, opera una scissione. Si pensa che l istinto di conservazione lo spinga a moltiplicarsi per aumentare le possibilità di sopravvivenza nel caso di un danno di natura chimica nei primi giorni dalla fecondazione. Il vero motivo rimane un mistero. 7

8 Prologo Dio, aiutami! Si arrampicava verso l alto, le mani coperte di graffi, il corpo pieno di lividi e ferite, stremato e sanguinante. Si arrampicava e sentiva che la roccia fredda sotto le sue mani vibrava. L energia negativa strisciava lungo le braccia, verso la testa e i suoi pensieri confusi. La terra tremava, prossima a partorire un terremoto di dimensioni spaventose. La terra non voleva lasciarlo andare, la pietra non voleva rinunciare a lui. Il vento ululava sopra la sua testa, fuori, nel mondo esterno, lo si sentiva frustare i rami dei pini e degli abeti, fischiare tra i cespugli melodie contorte, accarezzare i tumuli della necropoli. Gridò, gli occhi pieni di polvere e lacrime, il freddo che mordeva la pelle, e dentro il fuoco di una resistenza che si andava spegnendo. Gridò forte per riaccendere quel fuoco, riaccendere il coraggio e la voglia di lottare. Gridò perché non poteva finire tutto lì. E mentre la disperazione tingeva di nero ogni cosa, pensò che avrebbe tanto voluto tornare indietro per avere la possibilità di evitare che ciò accadesse. Pensò a quando tutto quell orrore non era ancora cominciato, e a come l inferno li avesse accolti con un sottile ma chiaro ammonimento nascosto tra le nubi di un temporale imminente. Dovevamo lasciare in pace ciò che doveva essere lasciato in pace, pensò. Perché ciò che è sepolto, è sepolto. E i segreti è meglio rimangano tali. 8

9 1 JONATHAN E BARRY 1 Vorrei che non partiste, disse Uroš Rotary. Perché? chiese Jonathan. Programmava quel viaggio da un mese e l affermazione di suo padre l aveva spiazzato. Non aveva scelto il periodo migliore dell anno per un viaggio nella ex- Yugoslavia, era novembre e da quelle parti faceva molto freddo, ma era l unico momento in cui poteva assentarsi dall università e raccogliere materiale per la sua ricerca sulle necropoli degli antichi Illiri. A due anni dalla sua ultima breve visita voleva tornare a Trstenik. Da quando aveva cominciato a studiare archeologia lo sperduto paesello era schizzato in cima alla sua personale classifica dei posti più affascinanti del mondo. Negli ultimi tempi suo padre aveva speso gran parte delle sue visite al paese effettuando ricerche archeologiche a livello amatoriale e sfornando una relazione scritta, alcuni schizzi e foto per lui. In particolare ne aveva scattata una che aveva tanto stimolato la curiosità di Jonathan da indurlo a passare settimane intere sui libri. Si era dimostrato entusiasta all idea che suo figlio scrivesse di Trstenik e della necropoli. Ora, per qualche oscuro motivo, non sembrava affatto contento della sua partenza. Jonathan guardò suo padre seduto sul divano accanto a lui. Un settantenne con il viso accarezzato dal tempo e gli occhi nocciola pieni di pace e intelligenza. Uroš Rotary faceva parte di quella grossa fetta di istriani e dalmati che, a cavallo tra il 1918 e i primi anni cinquanta, erano stati costretti dagli eventi storici ad abbandonare la propria terra. L esodo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, aveva visto trecentocinquantamila esuli fuggire verso l Italia e i cinque continenti. Erano passati cinquant'anni e ancora Uroš si sentiva un profugo. Era iscritto a un club che cercava di tenere aperte le comunicazioni tra gli esuli residenti nei vari paesi tramite siti internet, riviste amatoriali e raduni internazionali. Uroš aveva partecipato con entusiasmo a quello svoltosi nei primi giorni del settembre 2000 a Niagara Falls. Circondato da Giuliani, Istriani, Fiumani e Dalmati sparsi nel mondo ed eccezionalmente riunitisi in quella città, Uroš aveva compreso quanto le distanze fossero insignificanti per chi aveva condiviso lo strazio di dover abbandonare la propria madrepatria. C era stata la giovinezza vissuta nella povertà. Quel genere di miseria che insegna ad amare i cibi semplici con tutta la disperazione della fame e ti regala uno spirito vivace e creativo. Una mente abituata a fare affidamento su poche, indispensabili cose impara a non perdersi 9

10 d animo di fronte alle situazioni difficili. Uroš aveva passato buona parte dell infanzia tra le colline di Trstenik in compagnia di un manipolo di ragazzini che comprendeva suo fratello, il suo migliore amico Miloš e la sua futura sposa Vera. Parte dei suoi ricordi erano velati da un alone di disagio misto a paura. C erano immagini che aveva preferito dimenticare e a cui si ostinava a non prestare troppa attenzione, sebbene continuassero a tormentarlo nei suoi sogni, di tanto in tanto. Aveva altri ricordi, altri fotogrammi ancora integri e più piacevoli da riesaminare. Vera, per esempio. Se chiudeva gli occhi poteva ancora vederla in mezzo al verde dei prati, dieci anni di argento vivo, capelli neri e ricci, occhi scuri, con quel suo vestitino marrone chiaro, a correre attorno alle mucche come la coscienziosa pastorella che sua madre le aveva ordinato di essere. A tratti saltellava, si fermava a raccogliere qualche fiore finché non si accorgeva che gli animali cominciavano a disperdersi un po troppo e allora si affrettava a ricompattare il branco. Poi la rivedeva quindicenne, una donna in boccio. Lei e le sue fughe da casa per andare a ballare a Vodiče, lui che si preoccupava della punizione che sua madre le avrebbe inflitto una volta scoperta l evasione, lei che alzava le spalle e rideva, lei che lo trascinava sulla pista da ballo e si stringeva a lui, profumata di sapone e fiori, la fisarmonica che avvolgeva le parole del cantante, poesie musicate che parlavano dell amore e della vita, i loro baci nel buio dietro l orchestrina, il desiderio di portarla via per offrirle la vita che lei sognava. Una vita lontano dalla campagna, dal letame, dai secchi pesanti del latte appena munto, dal puzzo della brodaglia da gettare ai maiali, dai calli sulle mani per il continuo rimestare il formaggio nel calderone, dal mal di schiena dopo ore passate a raccogliere patate, a rastrellare il fieno plasmando covoni, lontano dalle grida di sua madre, dalla sua glaciale fierezza di contadina votata alla terra, dai suoi schiaffi quando gli ordini non venivano eseguiti, dalla sua avversione per tutto ciò che non portava qualcosa di concreto sulla tavola. Lontano, in città, dove la sua bellezza sarebbe potuta sbocciare davvero tra le pieghe di un abito elegante, sai, di quelli che ti fanno il vitino da vespa, e la gonna larga, come diceva lei, e poi le scarpe col tacco e i capelli in ordine e un po di trucco. Ma la vera ragione per cui voglio andare via di qui, Uroš, è che non voglio che succeda qualcosa di brutto ai nostri bambini, gli aveva detto una sera, mentre si stringevano l uno all altra, seduti su un muretto, nel buio, ascoltando le note lontane della fisarmonica e i grilli nell erba, in una serata estiva fresca e intrisa di fieno. Lo so, le aveva detto lui. Lo so. Poi il silenzio. Non la dolce quiete di due innamorati che contemplano rapiti l alone rosa che cinge il loro piccolo mondo, ma il silenzio turbato di chi medita su uno spaventoso futuro. Vera l aveva abbracciato più forte, come per ridare vigore a una stretta che nel frattempo si era indebolita. Uroš aveva fatto altrettanto e poi l aveva baciata. Andremo via di qui, le aveva detto. Te lo prometto. Avremo dei bambini e non gli succederà nulla, vero? No. Se andiamo via di qui, andrà tutto bene. 10

11 Ed era andato tutto bene, finché Jonathan non aveva scelto di studiare archeologia. Uroš aveva il sospetto che, in realtà, fosse già stato tutto programmato da una volontà superiore. Dunque fuggire era servito a ben poco. Il destino si lasciava plasmare solo fino a un certo punto e ogni cosa seguiva infine un percorso stabilito. La vita si era divertita a illuderlo che i suoi due figli fossero ormai al sicuro. In quelle ultime notti aveva guardato la sua sposa dormire e la promessa che le aveva fatto in gioventù era tornata a tormentarlo come un angosciante leitmotiv. Il sonno di Vera era agitato, e spesso la mattina si alzava con un espressione preoccupata sul viso. Anche lei aveva la sensazione che la resa fosse vicina. Si preparavano a dare una mano al destino, invece di contrastarlo. Perché era più forte di loro e sempre lo sarebbe stato. Il pallido tentativo che stavano facendo di ribellarsi non sarebbe stato tanto efficace da fermare la ruota. Uroš si rese conto che da quando aveva lasciato il suo paese non aveva fatto altro che pensare al giorno in cui tutti i nodi sarebbero venuti al pettine. C era stata la guerra come causa scatenante dell esilio, ma c era anche un altro motivo, più inquietante, che l aveva spinto ad andarsene. Quello stesso motivo, in modo subdolo, l aveva attirato nuovamente verso quelle terre molti anni dopo. Lui e la sua famiglia. La nostalgia per la patria d origine aveva giocato un ruolo fondamentale, ma a quel sentimento si era aggiunto un sottile desiderio morboso. Ancora si chiedeva perché era tornato. Ancora si chiedeva perché aveva coinvolto Jonathan e Barry. Qualcosa chiamava da quelle colline carsiche. Qualcosa di potente a cui non sarebbe mai stato in grado di sfuggire. 2 Così erano scappati, lui e Vera. Due quindicenni che si lasciavano alle spalle un paese distrutto dall orda di pazzi nazisti che avevano messo al muro chiunque fosse sospettato di collaborare con i partigiani. Dopo la guerra, i paesi tra le colline del Carso, incluso Trstenik, erano un ammasso di case bruciate, contadini dall aria disperata, stalle vuote, campi incolti. Era giunto il momento di partire. Molti giovani se n erano già andati. Persone ardimentose, secondo i ragazzi che non si decidevano a scappare sulla costa. Scapestrati condannati a finire male, secondo i vecchi che per nulla al mondo avrebbero abbandonato il loro villaggio. Vera aveva chiesto i soldi alla nonna facendole credere che servivano alla mamma. Aveva sostenuto lo sguardo indagatore dell anziana e, d un tratto, le era parso che avesse capito tutto. La nonna aveva sorriso e le aveva dato i soldi senza fare commenti. Solo quel sorriso dolce, come una silenziosa benedizione. Uroš aveva fatto lo stesso con suo nonno, rischiando di farsi scoprire quando il vegliardo, meno comprensivo della nonna di Vera, gli aveva 11

12 chiesto che cosa mai doveva comprare il papà con tutti quei soldi. Occhi bassi e punta del piede che scavava nel terriccio davanti alla porta di casa, Uroš aveva inventato lì per lì una lunga lista di prodotti. Il nonno aveva annuito, ma mentre consegnava il rotolo di banconote nelle mani del nipote le aveva trattenute per qualche secondo. Poi aveva mollato la presa. Erano partiti all alba del giorno dopo, a piedi, tenendosi per mano. Reggendo due valigette di cartone che contenevano poche cose, si erano messi in viaggio verso la ferrovia di Rakitovec, lungo i sentieri che attraversavano i boschi. Una persona li aveva guardati andare via e loro se n erano accorti. Quegli occhi non erano facili da dimenticare. Anche dopo che si erano lasciati Trstenik alle spalle, la sensazione di essere spiati aveva continuato a perseguitarli. A stordirli. Sì, quella era la parola esatta. Qualcosa aveva cercato di ottundere i loro sensi per indurli a fare marcia indietro. Era come essere legati per la vita da un elastico. Si erano lanciati nel vuoto e il destino li stava lasciando andare senza fare nulla, ma si teneva pronto a strattonarli indietro prima che superassero il limite. Camminando sul sentierino appena accennato in mezzo al bosco, si aspettavano entrambi di sbattere contro qualche invisibile parete di vetro e di essere catapultati al punto di partenza. Non era successo. A Rakitovec avevano preso il treno ed erano arrivati ad Abbazia. Con l appoggio di una cugina di Vera, che già si era costruita un esistenza rispettabile da quelle parti, avevano trovato un lavoro in uno dei vari ristoranti spuntati come funghi dopo la guerra, e un alloggio. Ma non bastava. Volevano andare più lontano, molto più lontano. Nei dieci anni seguenti si erano arrabattati con i più svariati lavori, vivendo in miseri monolocali e talvolta saltando qualche pasto. Vera era terrorizzata all idea di rimanere incinta. Voleva dei figli, ma li voleva concepire il più lontano possibile dal loro villaggio d origine. Talvolta si svegliava urlando, e negli ultimi sprazzi di delirio onirico indicava la parete e strillava: Eccola! È venuta a prendere uno dei miei bambini! Non avevano più avuto alcun contatto con le rispettive famiglie. Li avevano lasciati andare. La persona che li aveva osservati dai boschi in quella lontana alba di tanti anni prima li aveva lasciati andare. Era una buona notizia? O era semplicemente una presa in giro per illuderli di potersi sottrarre all inevitabile? La smania di allontanarsi per creare una famiglia senza correre alcun pericolo si era fatta più pressante e alla fine si erano decisi. Chiesta la cittadinanza italiana al relativo Consolato a Capodistria, avevano ottenuto il passaporto ed erano partiti di nuovo. La città di Fiume li aveva visti imbarcarsi per Ancona in un tiepido giorno di fine settembre del La piccola nave passeggeri si chiamava Valfiorita, un nome che nessuno dei due avrebbe più dimenticato. Significava l abbandono finale della patria natia. Non avrebbero più gironzolato come nomadi in lungo e in largo entro confini limitati. Stavano per andarsene sul serio. Vera avrebbe pianto, se il suo stomaco non fosse stato un nodo di puro terrore per via dei soldi nella valigia di cartone di Uroš. Nel manico 12

13 c erano quattromila lire, una somma consistente per l epoca, ottenuta tramite un paio di conoscenze nel mondo della borsa nera. La dittatura presente nel paese che stavano lasciando considerava l andarsene in giro con valuta estera come un reato pari all omicidio. Uroš aveva aperto la valigia davanti ai doganieri, pallido e teso, cercando di non guardare il manico di continuo. Accanto a lui Vera aveva trattenuto il fiato. Piegati da una vita di controlli aspri e continui da parte della polizia e di ogni membro dell autorità statale, tremavano come bambini di fronte a qualsiasi divisa. I doganieri li avevano fatti passare. Fine dei problemi, almeno per il momento. Nel salone vuoto della nave erano rimasti abbracciati per dieci minuti buoni, stringendosi forte, Vera che si scioglieva in lacrime di sollievo e stanchezza e Uroš che fissava il soffitto ringraziando chi di dovere. Il viaggio era durato tutta la notte, e all alba del giorno dopo erano approdati al porto di Ancona. In quella città li attendeva un cugino di Uroš. Al varco doganale erano di nuovo entrambi scossi da brividi di paura e i soldi nascosti nel manico della valigia erano tornati al centro dei loro pensieri. I doganieri italiani, ancora assonnati, avevano chiesto solo dov erano diretti. Nessuna brusca perquisizione, nessuna raffica di domande, nessuno sguardo truce. Erano in Italia e si vedeva benissimo, a cominciare dalle facce dei poliziotti che prestavano servizio alla barriera doganale. Non erano lì per distruggere la loro dignità, ma per effettuare un semplice controllo nel rispetto della loro persona. Italia. Ancona, città sul mare, bella quanto Abbazia. E poi l America, grandi navi cariche di emigranti come loro, Staten Island, altri controlli, la ricerca di un lavoro, la ricerca di una casa, la ricerca della felicità. Lontano dal Carso e dalla sua maledizione. Come potevano, Jonathan e Barry, capire tutto questo? Impossibile comprendere davvero l anima di un emigrante. Erano sì cresciuti in un contesto familiare di Giuliano-Dalamati, e avevano anche imparato abbastanza bene la lingua croata, ma erano nati a Portland e avevano frequentato scuole americane, respirando una cultura totalmente diversa da quella europea. Per loro la parola casa significava America. Per Uroš significava Croazia. Per alcuni anni aveva pensato di essere nel giusto a rimanere lontano dalla sua patria e, soprattutto, aveva pensato di essere nel giusto a tenere i suoi figli lontano dalla necropoli. Ma poi quei tumuli di pietra avevano cominciato a chiamarlo, e il richiamo si era fatto via via più forte, irresistibile. Tutto il suo essere vibrava, attratto da quel paese tra le colline dal quale se n era andato in fretta con la sua compagna. Aveva capitolato. La nostalgia era stata più forte del timore che potesse succedere qualcosa a Jonathan e Barry. Li aveva condotti dove tutto era cominciato. Aveva fatto in modo che, fin dall infanzia, trascorressero le vacanze estive in quei luoghi che lo avevano visto bambino. La prima volta che li aveva guardati correre e giocare lungo le stradicciole di Trstenik si era detto che ciò era giusto, che andava fatto. I ragazzi avevano assimilato le atmosfere, il linguaggio e i sapori di quelle terre. Un pezzettino del suo mondo sarebbe vissuto 13

14 in loro, nonostante avessero visto la luce in una città americana. Ma c era anche qualcosa di torbido nel suo stato d animo. Un sentimento che sfiorava la cattiveria. Voleva renderli partecipi del suo incubo, voleva giocare con il fuoco. Uroš guardò Jonathan, un giovane pieno di energie che stava per affrontare l inevitabile. Era giusto lasciarlo andare? Era giusto impedirglielo? Neppure Vera sapeva rispondere. Come suo marito, anche lei era preda di una spiazzante confusione interiore. Gemelli, pensò. 3 Quando, ventiquattro anni prima, si era affacciato alla parete di vetro della nursery e aveva visto i due neonati dormire nelle culle aveva rischiato di finire lungo disteso sul pavimento in un plateale svenimento. Con gli occhi che facevano la spola dall uno all altro si era chiesto chi dei due era destinato a una triste fine. Singhiozzi alle sue spalle. Si era voltato e aveva visto Vera, la sua bellissima Vera, capelli sciolti, vestaglia da pochi dollari, visino pallido da ex partoriente, occhi lucidi e spaventati. Sono gemelli, aveva mormorato. Sono gemelli anche loro. Non gli accadrà nulla, aveva detto lui e subito le si era avvicinato per stringerla a sé con eccessiva forza. Qualsiasi cosa tu stia pensando, smetti subito di pensarla. Non gli accadrà nulla. Siamo lontani da quel posto. Lei li troverà lo stesso. No. Non li troverà. Hai visto cos hanno sul petto, Vera? Hai visto? Vera aveva annuito. Lui le aveva preso il volto tra le mani. Sono speciali, lei non può nulla contro di loro. E si erano stretti l uno all altra, davanti alla parete di vetro della nursery, mentre Jonathan e Barry dormivano tranquilli. Durante i primi mesi dopo la loro nascita lui e Vera avevano dovuto imparare a sentirsi rivolgere sempre le stesse domande: Ma come fate a riconoscerli? Ma è vero che se uno sta male, anche l altro soffre? Era vero. Il loro legame era misterioso, profondo e indissolubile. Erano nati da un unica cellula e ciò voleva dire che erano insieme da sempre. Il loro DNA era identico. Erano, da un certo punto di vista, la stessa persona. Era stata un gravidanza di tipo monocoriale monoamniotica, paroloni contorti per dire che entrambi i gemelli si erano sviluppati in una sola placenta e in un solo sacco amniotico. La particolarità di tale gravidanza era che aveva una frequenza dell 1%. Dio mio, l 1%, pensò Uroš. Questo fa di loro una coppia di gemelli più forte delle altre. Sono speciali. L interazione tra loro era cominciata già nell utero, in una simbiosi totale durata nove mesi. Uroš e Vera non avevano commesso lo stupido 14

15 errore di vestirli allo stesso modo, ma si erano adoperati per far sì che sviluppassero una propria individualità. Quanto Barry era cauto e riflessivo, tanto Jonathan era istintivo e irruente. Se da bambini capitava di doversi arrampicare su di un albero per recuperare un aquilone incastratosi fra i rami, Jonathan era quello che effettuava la scalata e Barry quello che rimaneva a terra, con il naso all insù, gli occhi spalancati, le braccia stupidamente protese in avanti (era convinto che sarebbe stato in grado di afferrarlo al volo, se fosse caduto) a supplicarlo di fare attenzione. Due caratteri diversi scivolati in due vite diverse. Jonathan era rimasto a Boston per laurearsi in archeologia, Barry aveva scelto la professione medica e ora lavorava come infermiere al pronto soccorso di Portland. Pensavo che tu e Barry sareste venuti con noi la prossima estate, disse Uroš. Non che sareste partiti subito. Da soli. Lo so, papà, ma devo terminare la mia ricerca al più presto. Mi aspetta un lavoro enorme. Devo raccogliere i dati e metterli insieme. Se non parto adesso, non la finirò mai. È che Uroš esitò. Qualcosa ti preoccupa? In effetti, sì. Jonathan si accomodò meglio sul divano. Non credo che incontreremo grosse difficoltà. Con la lingua ce la caviamo bene e poi ci sarà Miloš, in caso di bisogno. Non è per quello, disse Uroš. Si massaggiò il mento mentre gli occhi si muovevano sugli oggetti della stanza senza vederli. Miloš era un uomo disponibile e generoso, una persona di cui si fidava ciecamente. Si occupava della casa durante l inverno e c era da scommettere che avesse già riempito la dispensa e la legnaia per accogliere i gemelli a dovere. Questo è un periodo dell anno particolare. Io e Barry non ci siamo mai stati in inverno, lo so. Farà freddo, ma ce la caveremo. I contadini fanno delle cose, lo interruppe suo padre. Aveva incrociato le braccia e guardava il pavimento. Una parte di lui si rifiutava di parlare e l altra cercava le parole giuste per farlo. Delle cose? Jonathan lo fissava con curiosità. Che genere di cose? Di che si tratta? Dei piccoli rituali. Cose che tu non capiresti. D accordo, fanno questi rituali. Allora? Allora, se mai tu o Barry doveste vedere qualcosa, voglio che non interveniate. Papà, di che cosa stiamo parlando esattamente? Non posso dirtelo. Perché? Spiegati, per favore. Uroš scosse la testa. È proprio necessario che venga anche Barry con te? 15

16 4 C era la fastidiosa consapevolezza di avere un clone a passeggio con lui sul pianeta che gli impediva di sentirsi veramente unico, ma c era anche un legame di sangue ben più forte di quello esistente tra le altre coppie di fratelli. Era forse la relazione più intima che mai avrebbe potuto instaurare con un altro essere umano. Spesso immaginava due feti nel buio del ventre materno che galleggiavano nel liquido amniotico e pensava a Barry come al principio di tutto. C era stato un tempo in cui, con il disinvolto sadismo tipico dei bambini, avevano provato una gioia folle nel confondere le persone su chi fosse chi, arrivando anche a scambiarsi i vestiti quando gli interpellati pensavano di aver finalmente trovato un modo per distinguerli. Nonni, zii, cugini, compagni di scuola. Tutte vittime dei loro giochetti psicologici. Sbagliavano l assegnazione dei nomi nove volte su dieci. La mamma, invece, non si sbagliava mai. Li aveva portati in grembo per nove mesi, li aveva allattati, cullati, e poi li aveva lavati e vestiti finché non erano stati in grado di farlo da soli. A lei bastava guardarli negli occhi per sapere. La cosa era irritante e confortante allo stesso tempo. Lei riusciva a rovinare sempre la festa passando di lì e chiamandoli per nome quando uno dei cuginetti ormai annaspava, prossimo alla resa. Questo era irritante. Ma lei, a differenza di tutti gli altri (a volte anche il papà esitava prima di pronunciare il loro nome), li sapeva distinguere con assoluta certezza. E questo era confortante. Perché il gioco in sé era divertente, specie pensando ai dollari che sfilavano regolarmente ai cuginetti una volta vinta la scommessa, ma dentro la scatola colorata di quel gioco c era anche un doloroso senso di smarrimento. Agli occhi del mondo Barry poteva essere Jonathan e viceversa, che differenza faceva? Se capitava che due persone fossero identiche, dove stava l essenza dell individualità? Per due ragazzini di dieci anni, l essenza stava negli occhi della mamma. Stava tutta nelle diverse espressioni del suo viso, nelle inflessioni della sua voce e nei suoi gesti. Una sorta di salvagente mentale al quale aggrapparsi se fosse capitato loro di guardarsi allo specchio e avere qualche dubbio. Ora, a ventiquattro anni, i gemelli Rotary non avevano più bisogno di guardare negli occhi la loro madre per sapere che erano due persone completamente diverse. Avrebbero potuto giocare ancora a chi è chi semplicemente scambiandosi le rispettive carte d'identità, ma preferivano lasciare che il vecchio gioco rimanesse in soffitta a coprirsi di polvere. Le foto sui loro documenti ritraevano lo stesso giovane ragazzo dagli occhi verdi, i capelli castani, la fronte alta e gli zigomi pronunciati. Papà-Barry. Così Jonathan aveva cominciato a chiamare suo fratello quando era nata Lucy. Adesso, a cinque mesi dalla morte della piccola, la cosa non suonava più così divertente. 16

17 La bambina aveva solo dieci giorni di vita, ed era spirata nel sonno mentre i suoi genitori dormivano nella stanza accanto. Vittima della Sids. Quattro lettere per riassumere il difficile concetto della sindrome della morte neonatale improvvisa. Lucy aveva smesso di respirare per cause cui la scienza non riusciva ancora a dare una spiegazione univoca. Ipossiemia, era la parola. Era in ottime condizioni quando aveva lasciato l ospedale. Pochi giorni dopo entrava a far parte delle macabre statistiche sulla Sids. Dato che l allattamento al seno era stato dimostrato essere un fattore protettivo, Claire aveva sviluppato l assurda convinzione che il suo latte fosse guasto. Jonathan l aveva sentita dire proprio così. Il mio latte è guasto. Non aveva saputo dirle la cosa giusta per farle cambiare idea. Barry avrebbe potuto dirle che un gruppo di studiosi di Santiago del Cile sosteneva che il responsabile fosse un fungo che provocava il collasso degli alveoli polmonari e alterava i normali riflessi respiratori. Dirle questo non avrebbe cambiato le cose, soprattutto perché lei non avrebbe ascoltato. Stava male più di tutti e si era isolata dal resto del mondo. Ferma al centro della tragedia, già provata dalla sindrome postpartum, stava per essere schiacciata da un dolore più grande di lei. Il suo viso di giovane donna invecchiava giorno dopo giorno. Era sempre pallida e stava dimagrendo a vista d occhio. La vivace ragazza dagli occhi ridenti non c era più. Lucy aveva portato via con sé l anima di sua madre. Anche Barry era visibilmente dimagrito. Continuava a dire di sentirsi bene, ma c erano quelle occhiaie che raccontavano di notti insonni trascorse nel pianto. Per l ennesima volta Jonathan si domandò se non fosse stata una pessima idea quella di permettergli di accompagnarlo a visitare una necropoli illirica. Barry aveva insistito. Appena saputo che aveva intenzione di fare un viaggio in Europa, si era offerto di fargli da scorta. Forse la vera ragione era che voleva allontanarsi per un po dalla casa in cui Lucy, seppur per pochi giorni, aveva vissuto. Allontanarsi dai ricordi, dalle montagne di peluche e giocattoli di gomma piovuti da ogni parte il giorno della sua nascita e ora chiusi in uno scatolone dentro l armadio. Giocattoli che lei non avrebbe mai usato. Allontanarsi dal cimitero dov era sepolta. Scappare dal dolore, se mai era possibile fare una cosa del genere. Scappare anche da Claire, la donna che si sentiva incapace di consolare, travolto dal senso di fallimento come padre. Ha insistito, disse Jonathan. Non ha voluto sentire ragioni. Non credo sia una buona idea, disse Uroš. Nemmeno io, ma non sono riuscito a dirgli di no. Papà, lui sta male. E tu senti la sua sofferenza dentro di te, non è vero? Pensò Uroš. In due sono più forti. È un bene che partano insieme. Avrò cura di lui, papà, disse Jonathan. Uroš stava fissando il pavimento. Non riusciva a trovare il coraggio per parlare. In fondo al cuore voleva conservare il segreto. Voleva che i suoi figli vedessero con i loro occhi. Aveva paura, ma confidava nella forza tutta speciale che sembrava emanare dai gemelli quando erano 17

18 insieme. Guardò suo figlio e si toccò il petto. Hai presente quella voglia a forma di croce che hai qui? Confuso, Jonathan annuì. Ce l ha anche Barry. Uroš annuì a sua volta, si schiarì la voce e deglutì. Papà, ma che c è? chiese Jonathan. Gesù, sto cercando il modo di dirti una cosa che ti farà pensare che sono pazzo e non so come dirtela. Jonathan alzò le sopracciglia. Che cosa devi dirmi? Uroš fece un gran respiro e disse: Siete krsniči. Che? Krsniči. Segnati. Quella croce che portate sul petto fa di voi dei segnati. Stregoni buoni. Guaritori. Salvatori. Non fare quella faccia, per favore, so quello che dico. Jonathan si portò una mano al petto. La voglia a forma di croce gli era sempre sembrata solo un buffo scherzo epidermico di scarsa importanza. Non riusciva a prendere sul serio l affermazione di suo padre, ma nemmeno riusciva a chiuderla in una busta con scritto buffonata e rispedirla al mittente. Io non so cosa il destino voglia da voi due, ma è evidente che non è finita, continuò Uroš. Ora che aveva fatto il primo passo, sembrava tutto relativamente più semplice. Non è finita cosa? chiese Jonathan. Quello che fanno. Non hanno ancora smesso. 5 Trstenik, prima della guerra, è un paese ricco. Ovviamente ricco quanto può esserlo un villaggio di contadini accoccolato tra le colline del Carso, all inizio degli anni 30. Negli orti stanno chinati i contadini a dissotterrare chili e chili di patate, un alimento che passa con la stessa disinvoltura dal loro piatto al trogolo dei maiali e spesso finisce anche in quel malconcio contenitore di latta che è la ciotola del cane. Nei campi crescono i covoni, si lavora di falce, rastrello e forcone, schiena dolorante, il sole che colora solo il viso e le braccia fino al gomito. Nelle stalle che odorano di fieno e sterco gli animali ragliano, muggiscono, belano, grufolano. Nelle corti razzolano le galline e il gallo canta di continuo per ribadire il suo dominio sul proprio harem di pennute concubine. Gli scaffali delle dispense sono pieni di forme di cacio, cestini di uova, barattoli di lardo, pezzi di carne affumicata, vasi di crauti, sacchi di farina, filoni di pane, dolci fatti in casa. Gli abitanti sono ancora giovani e non sanno quale follia sta per abbattersi sul mondo intero. Non sanno che in Germania c è un uomo che sta progettando di radere al suolo l intero pianeta per poter conficcare il suo stendardo con la stramba elica nera fin dentro le viscere della Terra. Per ora lavorano da mattina a sera, pieni di vita, lottando con il terreno pietroso e gli inverni rigidi, cercando di non pensare a cosa accadrà la 18

19 prossima volta che una delle donne partorirà. È la Mora l unico vero orrore che devono affrontare quotidianamente. Maya Stipanovič è la Mora della loro epoca, lo sanno tutti. Maya Stipanovič è una strega. Ogni generazione ha la sua Mora, colei che è destinata a crescere senza amici e a vivere nella stessa cupa solitudine per tutta la vita. Il giorno in cui è nata un gatto grigio è saltato dalla finestra oltre la sua culla e tutti i presenti si sono fatti il segno della croce. Maya non ha una gemella, è venuta al mondo tutta sola, e questo basta a classificarla. Il gatto è solo la conferma di quanto già sapevano. È entrato in casa al momento giusto, segnando l intera esistenza della bambina, facendola ufficialmente diventare una vještica, una strega. Ma non è solo per il gatto. Non è solo per le superstizioni. Il fatto è che Maya è una neonata strana davvero. La sua spina dorsale non si ferma all osso sacro, ma prosegue per un paio di centimetri. La prima volta che sua madre ha visto l anormale escrescenza ha gridato forte, ha gridato nella notte, e per un attimo, un terribile istante, ha pensato di ucciderla. Ma non l ha fatto. Nel giro di poche ora l intero villaggio sa che la Mora è nata. Maya ha la coda e le leggende dicono che simili difetti fisici sono l indiscutibile marchio del maligno. Nessuno si presenta al battesimo. Il prete esegue macchinalmente il rituale liturgico mentre guarda la neonata con occhi che parlano chiaro: ha paura di lei. È un prete di campagna e ne ha viste di cotte e di crude nella sua vita. Ha capito che certi racconti popolari sono basati su una sacrosanta verità. Tra i sassi del Carso c è il bene e c è il male. Spesso il male supera di gran lunga il bene, e opera in modo subdolo ma efficace. Molto efficace. Il battesimo finisce con un commiato sommesso tra i genitori e il prete. Ha la fronte sudata, il sacerdote. E fatica non poco per riuscire ad aprire la porta della chiesa. Sente gli occhi della bimba su di sé. Quella neonata è realmente cosciente della sua presenza, cosciente come può esserlo un omicida che guarda allontanarsi una vittima potenziale. Ha fissato il prete durante tutto il battesimo e quando l acqua le è caduta sulla fronte è rimasta immobile, rigida come una bambola. In quel momento il prete ha rimpianto con tutto il cuore le grida squillanti degli altri neonati che ha battezzato fino a quel giorno. Il silenzio è innaturale, anche se in chiesa è giusto che sia così. Il disagio del prete cresce. Quando riesce a girare la maniglia ed esce nell aria fresca del mattino, alza gli occhi al cielo e chiede a Dio di proteggere quella sfortunata comunità. In quel momento Dio è distratto. Maya comincia a odiare la gente fin dai primi anni di vita. La prima fase include la tristezza e l incapacità di capire perché tutti la evitano. La seconda una certa indifferenza con un tocco di disprezzo per gli esseri umani in generale. Gironzola per il paese con un andatura lenta, non da bambina, ma da adulta che misura ogni passo, studia ogni cosa. Gli altri bambini, appena la vedono, si mettono a urlare: Štriga! Štriga! Poi corrono a prendersi per mano, formano un cerchio e cominciano a recitare la filastrocca che i genitori hanno loro insegnato. La filastrocca per tenere lontana la Mora. 19

20 Ne dosla do mene dok ne prebrojila perje na orihu, skulje na resetku, pisaku moru, lase na glavi, niti na metli La filastrocca può andare avanti per ore, perché la lista di cose che la Mora è obbligata a contare prima di avvicinarsi a qualcuno è direttamente proporzionale alla paura di chi ricorre alla cantilena. Per sedare un leggero timore, bastano le prime due strofe. Per il panico vero e proprio si richiamano alla mente oggetti, alberi e animali in quantità industriale. A ben guardare, la sola sabbia del mare potrebbe tenerla occupata per un bel pezzo, ma, come si dice, la prudenza non è mai troppa. La terza fase arriva quando Maya compie ventiquattro anni e diventa una persona da temere sul serio. È l età in cui il suo potere esplode, almeno così dicono le leggende. A quel punto Maya è una creatura pallida, alta e grassoccia. È una donna sgraziata che sta sempre un po gobba, come un avvoltoio sul punto di alzarsi in volo. Veste di nero come in seguito faranno le vedove di guerra. I capelli castani li tiene legati in una crocchia e coperti da un fazzoletto grigio. I suoi occhi spaventano tutti. Sono di un azzurro quasi bianco, azzurro ghiaccio. Sembrano gli occhi di una cieca. Ma lei ci vede benissimo, purtroppo. Vede e sente tutto, perché, la gente del paese lo sa, quelle come lei possono cambiare forma e diventare capre, mosche, galline. Di tanto in tanto i contadini vedono capre e galline con gli occhi azzurri che stanno rigide in qualche angolo del paese, come se fossero impagliate. Quando ciò succede, qualcuno muore nella casa accanto. Lei è capace di questo. Lei può. Maya è cattiva, ora. Si accorge che può indurre le persone a fare cose contro la loro volontà. Siede sui muretti degli orti e fissa un contadino a caso, uno qualsiasi. Per lei non fa differenza. Sono tutti nemici. Il contadino si massaggia la nuca come se fosse stato punto da un tafano, poi si volta e vede Maya che lo fissa. Poi guarda il falcetto con cui sta lavorando, ne afferra la lama e la stringe con forza nel palmo finché il sangue comincia a colare lungo il braccio. Stringe e stringe, lo sguardo da ebete perso nel vuoto. Una delle donne accorre e lo chiama a gran voce, lo strattona, lo costringe a mollare il falcetto. A quel punto l uomo guarda in alto, verso il muretto dell orto. Maya non c è più. È andata a posizionarsi accanto al portone di una casa e guarda un carro carico di fieno che si avvicina, lasciandosi dietro una nuvola di polvere. Il conducente del carro la vede subito (tutti la vedono sempre subito, è una presenza che è impossibile ignorare) e incita i somari, adesso irrequieti, ad aumentare l andatura, sia con le redini che con la voce. Ha paura. La sua sposa, seduta dietro di lui, in mezzo al fieno, si fa il segno della croce e stringe il forcone in un gesto istintivo di autodifesa, cercando di non guardare la creatura vestita di nero che sta immobile come una statua. Maya sposta lo sguardo su una donna che cammina a lato della strada, poco più avanti rispetto al carro. Porta sulle spalle un consistente fascio di žbice, quei rametti che servono ad accendere il fuoco, e avanza con gli occhi a terra, sbuffando e sudando. Non ha visto Maya 20

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