Pierluigi Tamanini BONSAI. Smashwords edition. Copyright 2013 di Pierluigi Tamanini

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1 Pierluigi Tamanini BONSAI Smashwords edition Copyright 2013 di Pierluigi Tamanini

2 Nuda. Piedi uniti, busto eretto. Braccia in fuori come ali d'uccello. In cima a un cornicione, pronta a spiccare il volo. Tutti a guardarla, bella com è, perfetta nella sua nudità, quarantasei primavere, due gravidanze e sul cuore la leggerezza di un peso insostenibile. Tutti a gridare di non farlo. Tutti a desiderare quel corpo divino. E appena la folla si azzittisce, ecco che lei, l angelo venuto dal cielo, spicca il volo: l ultimo volo prima di sprofondare per sempre nelle viscere di una terra che l ha sempre odiata. Lei, madre straniera alla vita terrena. Lei, bonsai dalle radici troppo fragili.

3 I La giovinezza 1 Jin viveva con il padre sulle Alpi giapponesi. La loro casa in legno era circondata da boschi di larici di un verde primitivo che diventavano arancioni con l'arrivo di ogni autunno. Il tetto in corteccia era collegato ai padiglioni per la cerimonia del tè da corridoi coperti. L'aria pregna di resina e muschio. Un laghetto attendeva ogni anno il passaggio delle anatre mandarine e le rituali parate per il corteggiamento: un chiassoso sfoggio di zampe arancio, becco rosso fuoco, ciuffo sul capo e piumaggio con sfumature verdi e blu. Nel giardino scorreva rumoroso un torrente argentato. Sopra l'acqua, immobile e silenzioso, un piccolo ponte di legno. Il respiro puro, l orizzonte sereno. Il padre di Jin era un monaco buddista. Educò suo figlio al rispetto delle leggi di madre natura. Gli insegnò l importanza di vivere ogni istante come fosse l ultimo. Gli profuse l amore per la montagna. Gli fece dono della sensibilità necessaria a riconoscere la bellezza, e a ricrearla. Il giardino zen, a cui entrambi dedicavano gran parte della giornata, era costituito da tre elementi fondamentali: l'acqua, le rocce e un verde perenne. L'acqua era vita, armonia, essenza: scorreva da est a ovest come il sorgere e il tramontare del sole. Le rocce, rotonde per donare serenità, creavano angoli di pace, dando l'impressione di essere sempre state lì. Il verde di alcuni aghi colorava tutte le stagioni, e, in primavera, fiorivano azalee, rododendri e camelie, profumando l'aria di rinnovata giovinezza. L'immenso giardino fondeva lo stile roji con lo stile chitai: l elemento principale era il laghetto, circondato da brevi sentieri e da spazi con grandi pietre grigie e padiglioni di legno per la cerimonia del tè. La disposizione delle rocce e la forma degli alberi rendevano il giardino del monaco, pur nella sua estrema semplicità, un perfetto esempio di equilibrio e simbolismo.

4 2 Jin amava i bonsai e la vita nel bosco. I bonsai, ovvero piccoli alberi vetusti con in sé il tutto: nulla più nulla meno. La vita nel bosco, ovvero poesia del silenzio. Assenza. Isolamento. Solitudine. Libertà di vagare senza meta. Meta di montagna infinita.

5 3 Jin non ne voleva sapere né di coltivare i campi né di portare le bestie al pascolo, tanto meno di passare in una miniera il resto dei suoi giorni. «Padre» disse all alba del suo diciottesimo compleanno, «io vivrò nel bosco, in mezzo ai miei bonsai.» Il torrente dai riflessi argentati scorreva lento, eppure agitato. Il monaco finse calma e indifferenza. Il sole luccicava sulle carpe che nuotavano ignare sotto il pelo dell acqua. Jin si sporse dal ponte di legno cercando di scovare un segnale negli occhi del vecchio. «I bonsai non ti sfameranno, figlio mio» disse fissando il torrente avvolto nel suo yukata grigio. «Sono solo vita che scorre lenta.» Jin si ritrasse e alzò lo sguardo verso la cima della montagna. «Voglio imparare l arte della lentezza nella scrittura della vita. Voglio lasciarmi scorrere come questo vecchio torrente di montagna.» Il monaco rifletté osservando il ruscello che passava sotto ai loro piedi. «Ti sbagli, figlio mio. L acqua di questo torrente è agitata: vuoi una vita piena di emozioni che ti porti lesta a una morte precoce?» Jin sapeva cosa rispondere. «I vostri occhi, padre, guardano troppo da vicino. Allargate la vista, aprite la mente, allontanate lo sguardo: vedrete anche voi lo scorrere lento di questo ruscello argentato.»

6 4 «Cosa rappresentano per te i bonsai?» disse il vecchio il mattino seguente. «La bellezza del vivere» rispose Jin. «Un profondo rapporto d'amore fatto di cure quotidiane, pazienza e piccole violenze amorose: questo è per me il bonsai.» Il padre rimase immobile, la bocca aperta e una goccia di sudore sulla fronte.

7 5 Sul finire dell estate Jin era invaso da una gioia profonda. Aveva scoperto trentatré bonsai naturali, tutti dotati di una vivida bellezza, quasi femminea. Un paio di esemplari di castagno, una quercia, cinque faggi e venticinque larici. Diciannove si era limitato a osservarli crescere lenti. Undici, in procinto di morire, li aveva curati, annaffiandoli e potandone le parti malate. Tre larici, oramai senza vita, li aveva trasportati a casa. Aveva cambiato loro il terriccio, somministrato dei fertilizzanti naturali e li aveva protetti dalla forza della natura. Nonostante le sue amorevoli cure, solo uno rimase aggrappato alla vita. Celebrò una breve cerimonia per la perdita dei due alberi e si promise di riportare il sopravvissuto al suo posto, non appena si fosse definitivamente ripreso.

8 6 L autunno passò veloce. Un unico rumore: il crepitio delle foglie al passaggio di Jin. Un gelido mattino di fine novembre si avviarono a piedi verso le cime nevose che si intravedevano dal loro giardino. Lo zaino di Jin era colmo di provviste e all'estremità superiore uno spago sfilacciato fissava un telo. Il padre non aveva niente con sé. Quando il sole era alto in cielo il monaco si fermò, alzò lo sguardo in avanti e indicò la cima più alta. «Lassù avrai tempo per riflettere. Non avere fretta. Torna allevatore o contadino. Altrimenti finirai in miniera» disse il vecchio. «Nella vita solo un onesto e duro lavoro rende liberi. Seguire le proprie passioni senza l'uso della ragione porta a una vita disgraziata. L'essere umano esiste perché usa il cervello, altrimenti sarebbe un animale. Non puoi fidarti sempre dell'istinto, figlio mio. Trovati un lavoro da uomo.» Jin aveva una risposta al confuso discorso del padre, ma preferì tacere. Se ne andò felice e in tre giorni scalò la montagna senza il minimo rischio. Dall alto dominava l orizzonte, i boschi, i laghi e le altre vette: a eccezione del monte Asahi, che si stagliava immobile e bianco in lontananza. Tornò dalle terre selvagge dopo due settimane, infreddolito e affamato, ma gioioso e vivo. Il monaco si rasserenò leggendo sulle labbra del figlio un perenne sorriso e negli occhi una vivida luce. «Allora, Jin, coltiverai i campi o porterai a spasso gli animali?» Il giovane alzò lo sguardo radioso verso il padre. «Sarò un uomo del bosco.»

9 7 Il bosco era vita. Era poesia. Era tutto ciò che Jin desiderava. Nel bosco c era il silenzio. Un silenzio fatto di canto di uccelli, calpestio di animali, fruscio di fogliame. Scorrere di ruscelli. Durante l inverno il giovane prese l abitudine di uscire il lunedì mattina e tornare il venerdì sera, portando con sé lo zaino con la tenda, alcune provviste, un accetta per la legna e gli attrezzi: piccole e grandi cesoie, fil di ferro di vario spessore e un vaso di resina. Nel bosco Jin si dedicava alla sua sopravvivenza e all'educazione dei bonsai. Alcuni si limitava a osservarli per carpirne la bellezza. Altri li curava: ne educava le forme con il fil di ferro, ne potava i rami superflui per alleggerirli o per estirparne le malattie. Si serviva della resina come cicatrizzante naturale. Quando si sentiva ispirato si dava alla meditazione creativa. Sceglieva un giovane albero brioso e fecondo, e vi si sedeva di fronte. Incrociava le gambe e rallentava il respiro osservandolo con estrema attenzione. Dopo alcuni minuti di concentrazione e memorizzazione, chiudeva gli occhi e lasciava lavorare lo spirito. Rimaneva immobile per ore. Quando il suo sé s era impossessato totalmente dell io, annullandolo, ecco che all improvviso lo guidava verso la creazione. Jin apriva gli occhi, prendeva in mano le cesoie senza guardare e, fuori di sé, si avvicinava all albero per segnare il suo destino. Finita l opera di potatura Jin tornava in sé e osservava il risultato. Con il fil di ferro avvolgeva dolcemente i rami ribelli, quel tanto che bastava per piegarli leggermente all ingiù. Non terminava il lavoro finché non era convinto di aver fatto del suo meglio. Il resto del tempo si sentiva svuotato a tal punto da dover riposare in tenda o in riva al torrente sopra un telo di seta. Sempre con in mano un libro o un pennino a china, e a fianco una pentola di tè fumigante. Leggeva e rileggeva, scriveva e riscriveva, e, insoddisfatto, cancellava tutto.

10 8 Alcune notti vagava nudo e disperato nel bosco e, quando trovava una delle sue creature femminili illuminate dalla fioca luce lunare, si toccava dinnanzi a essa, per poi tornare nella tenda con gli occhi tristi e lagrimosi.

11 9 Era venerdì sera e Jin rimase nel bosco. Era sconvolto al pensiero di sua madre. La rivedeva in ogni albero della foresta. Stringeva al petto il ritratto a china che le aveva fatto il padre molti anni prima. Quello schizzo era l unica effige che gli ricordasse i lineamenti della madre. Chiuse gli occhi lagrimanti e la rivide ancora in altre forme e dimensioni. Il padre, preoccupato per l insolito ritardo, arrivò correndo nel cuore della notte, sollevando neve bianca a ogni balzo e gridando come un disperato sotto i fiochi raggi di una luna sfumata. «Figlio mio!» Il ragazzo non dormiva: piangeva. Scattò in ginocchio, aprì la tenda e lo abbracciò come non faceva da anni. «Ti voglio bene, papà!» disse sfregando i corti capelli corvini contro la barba ispida e canuta del padre.

12 10 Il bosco continuava a dividere padre e figlio, ma solo fisicamente. L assenza della madre li legava come resina rossa. L inverno passò lento come ogni anno. La neve proteggeva i giovani alberi e lavava gli animi dalle impurità. «Figlio mio, hai deciso che farai della tua vita?» «Vi ho già detto ciò che avevo da dirvi, padre.» «Cosa racconterò a quelli che mi chiedono di te?» «Dite a tutti che sono diventato un poeta di bonsai.» «Ma la poesia e i bonsai sono solo passatempi, figliolo: fa' un lavoro da uomo, te lo chiede tuo padre» disse il monaco inginocchiandosi. «Vivere nel bosco e creare bonsai è tutto ciò che sono» disse Jin sorridendo e aiutando il padre a rialzarsi. «Tutto ciò che sono e che sarò.»

13 11 Jin amava sempre più l arte dei bonsai e la vita nei boschi. Non poteva farne a meno, anche se questo feriva a morte suo padre. Continuava a chiedersi che differenza ci fosse tra la vita di un monaco e la vita di un artista, tra la vita che aveva intrapreso suo padre e quella che stava intraprendendo lui. In fondo si trattava di cerimonie simili, di silenzi simili, di simili solitudini.

14 12 Il primo di aprile di buon mattino, mentre la natura risorgeva dalla stagione invernale, un vecchio maestro di Tokyo camminava lento verso nord, chiamato dal monaco per discutere del futuro del figlio. «Grazie di essere venuto» disse porgendogli una tazza di tè bollente. «Come le ho scritto nella lettera, Jin, oramai da un anno, dedica la sua vita all arte dei bonsai con una passione sconvolgente. Non che ci sia niente di male in questo, ma anche se oggi sono un monaco stimato, non mi vergogno di dire che alla sua età io pensavo quasi esclusivamente alle ragazze. Insomma» «Posso vederlo?» disse appoggiando per un attimo la tazza di tè fumigante. «Jin ha l abitudine di uscire il lunedì alle luci dell alba e rientrare la sera del venerdì. Non ci resta che raggiungerlo nel suo laboratorio.» «Laboratorio?» «Intendo dire il bosco. Ci basteranno un paio d ore di cammino per trovarlo.» «Non posso camminare tanto ora. Sono vecchio e stanco» disse rimanendo serio. «Non ha portato qui neanche un opera?» «Veramente... ci sarebbe un larice che aveva trovato in fin di vita molti mesi fa. Ma non so quanto possa esserle utile per giudicare il lavoro di mio figlio.» «Mostramelo.» Il monaco lo condusse nella casetta di legno dove dormiva il figlio durante il fine settimana. Al centro della stanza sopra un enorme masso di pietra era un vaso rettangolare in terracotta, basso e largo. Sul vaso azzurro pastello Jin aveva inciso un haiku in onore della madre: chiudendo gli occhi in un antico amore mi riscaldo La luce del mattino inoltrato che entrava dalla finestra, illuminava il larice e i suoi piccoli germogli verde vivo, appena spuntati. Il tronco bitorzoluto e malandato ne accentuava la veneranda età e la recente malattia. Le radici superficiali erano avvolte dal verde scuro del muschio. I radi rami si dipanavano dal fusto cadendo quasi verticali per poi allargarsi dolcemente. «Tuo figlio ha stoffa da vendere» disse il maestro con gli occhi un po lucidi. «Ha in sé la sensibilità della femmina e la sapienza del maschio: è un artista completo.» Al monaco non piacquero quelle parole, ma rimase imperscrutabile. «Leggo nel suo lavoro le forme femminili che tu tanto ti peni di ricercare nella sua vita. «Hajime, osserva i lineamenti gentili dei rami e le nervature del tronco, non sono altro che mani nude di madre. Jin è sulla strada giusta per diventare un artista affermato.» «Le basta quest unico alberello per capire tutto ciò?» disse il padre. «Credimi Hajime, quello che ho visto è più che sufficiente. Digli che tornerò l anno venturo per portarlo con me a Tokyo, se lo vorrà.» «La ringrazio infinitamente, signor Kobayashi» disse senza nascondere la sua

15 soddisfazione. Dialogarono per un po di altre faccende che non avevano niente a che fare con i bonsai. Terminata l accesa discussione il monaco, rattristato da quelle notizie, fece un ultimo inchino mentre il maestro se ne tornava lentamente da dove era venuto.

16 13 Quando Jin tornò dal bosco notò una luce nuova negli occhi del monaco. «Cosa c è, padre?» L uomo fremeva per l emozione. «Un famoso maestro bonsai ha visto il larice che» «Cosa? State dicendo che avete mostrato ciò che di più caro posseggo a un estraneo?» Non volle sentire altro e se ne andò a dormire di corsa sul suo futon. Il mattino seguente, come ogni sabato, fecero colazione assieme. Il tavolo era colmo di cetrioli in salamoia, pesce secco e riso. «Non avreste dovuto, padre.» «Ti chiedo scusa, figlio mio.» Il monaco si alzò, andò in cucina e tornò con una tazza. «Ti ho preparato una chawan mushi con uova e pesce, come piace a te.» Jin, senza dire una parola, consumò con lentezza la sua zuppa bollente. «Gli è piaciuto? Gli avete detto che io l ho solo curato? Gli avete detto che non è opera mia, ma della natura?» «Glielo volevo dire, ma appena ha visto il bonsai già non mi ascoltava più. Ha detto che è un opera bellissima, molto femminile nelle forme o qualcosa del genere.» Jin sorrise. «Ma soprattutto ha detto che ti vuole con sé.» Discussero a lungo, come non avevano mai fatto prima.

17 14 I mesi passavano e Jin non si decideva a restituire al bosco ciò che gli spettava di diritto. Si era affezionato a quel larice malandato e sofferente. Il padre se ne prendeva cura durante la settimana e il bonsai era diventato una sorta di figura femminile che legava i due uomini. Nel frattempo Jin aveva curato altri alberi feriti o malati. Aveva dato sfogo alla creatività del suo spirito trasformando piccoli esseri disgraziati in autentiche sintesi artistiche. Il padre un mattino d estate decise di fargli visita. Dopo un paio d ore di cammino nel bosco, cominciò a rallentare il passo. Non era stanco, anzi, più si addentrava più ritrovava energia ed equilibrio. Le tinte verdi delle foglie aghiformi, l odore forte dei tronchi, la bellezza dei muschi e dei licheni variopinti sopra grandi pietre grigie, la trasparenza del ruscello che conduceva al figlio con piccole cascate, il dolce rumore continuo dell acqua, il canto degli uccelli e il loro lavorio, il gracidare dei rospi, il sospiro leggero del vento. Tutto questo lo rilassava. Più si avvicinava alla tenda, più perdeva ritmo il suo incedere. Quando scopriva lungo il sentiero una scultura naturale del figlio vi si perdeva per attimi immensi. Gli tornarono alla mente le parole del maestro di quel giorno mani nude di madre e osservando i capolavori del figlio non aveva dubbi: Jin rappresentava in ogni opera la madre. Pensare a sua moglie gli ricordò il passato. Un tempo era stato sposato. Si guadagnava da vivere in miniera. Solo dopo la scomparsa della moglie, nonostante avesse un figlio da accudire, divenne un monaco buddista. Un po la sua complessa storia personale, un po la sua nota rettitudine, l avevano reso un punto di riferimento per la gente dell'intera regione. Non era raro che alla sua porta bussassero persone venute da lontano per chiedere consiglio, o ragazzini desiderosi di essere iniziati al mistero buddista. Il monaco accoglieva ogni singola persona con la massima gentilezza, offrendo loro il miglior tè, come aveva fatto con il maestro bonsai. Aiutare il prossimo era sempre stata la gioia più grande ed egli non si vergognava a dire che lui e il figlio vivevano unicamente dei doni ricevuti dalla natura e dalle gente che veniva a trovarli. Negli anni della fanciullezza Jin aveva spesso incontrato coetanei con cui giocare o adulti a cui fare domande che non trovava il coraggio di sottoporre al padre. Seguì il periodo dell adolescenza. Lo passò isolandosi dal mondo. Furono anni di estrema timidezza e di dannazione. Dopo le lunghe mattinate passate ad ascoltare gli insegnamenti del padre, trascorreva interi pomeriggi a leggere e rileggere racconti zen, antiche leggende e haiku, o a percuotere in silenzio il suo tsuzumi, un tamburo a forma di clessidra in cuoio e legno di ciliegio. Finita la cena, se ne usciva a passeggiare col favore delle tenebre. Bruciava le notti scrivendo haiku e lunghi racconti per poi strapparli, insoddisfatto, in mille pezzi. Quando il padre raggiunse la tenda, Jin non c era. Mancavano lo zaino e i suoi arnesi. Vide tra i vestiti sparsi per terra il disegno a china della moglie.

18 Dopo averlo riposto con cura, prese il taccuino del figlio e, tra mille cancellature, riuscì a trovare cinque parole che Jin aveva salvato alla rigida autocensura: asimmetria, semplicità, distacco, tranquillità, profondità. Si sedette al suolo sopra un grande muschio verde e chiuse gli occhi incrociando le gambe. Rimase immobile per un ora, fuori di sé, distaccato, ad ammirare il divino, a lasciarsi ammantare dal profumo di una natura vergine e incontaminata. Si alzò ed estrasse dal suo zainetto di vimini il pranzo che aveva portato per sé e per suo figlio, e vista l ora cominciò a masticare la sua parte di sashimi. Mangiati i suoi undici bocconcini con calma serafica, richiuse la piccola scatola impermeabile. La legò a uno spago e ne fissò l altra estremità alla tenda. Immerse il pranzo del figlio nelle gelide acque del ruscello affinché si conservasse fresco. Si sdraiò supino con le braccia incrociate dietro al capo e dormì per brevi attimi. Al risveglio se ne tornò a casa con passo lento. Jin fece ritorno alla tenda al tramonto. Dal suo zaino spuntava un alberello, un vecchio larice malandato. Lo estrasse delicatamente e bagnò con dell acqua di ruscello gli stracci con cui aveva avvolto le radici. Scavò un piccolo fosso vicino alla tenda e con cura prese in mano la pianta, tolse gli stracci umidi dalle fragili radici e osservandole sussurrò tra sé e sé: come può un piccolo albero che si estende orizzontalmente per circa il doppio della sua altezza, vivere con delle radici così esigue? Lo appoggiò a terra con delicatezza cercando di farlo aderire naturalmente. Con l altra mano riempì il fosso col terreno di riporto. I lunghi rami parevano troppo importanti rispetto a quel povero tronco malato e vecchio. Jin decise di reciderne un paio e cercò di sostenere gli altri con dei legnetti piantati a terra. Ci sapeva fare con rami, tronchi, foglie, malattie, esposizione, annaffiatura. C era una cosa che Jin ancora sottovalutava: le radici. In uno dei suoi libri c'era scritto: Sono radici sane e robuste a dare all albero la forza di cui necessita. Non basta curarne l aspetto visivo, l estetica o la forma superficiale. È sotto, in profondità, che si decide della vita o della morte della pianta. Spesso, quando i malanni vengono a galla, è tardi, non c è più speranza. Gli alberi, così come tutti gli esseri viventi, hanno bisogno di un educazione profonda. Non serve a niente curarne la bellezza esteriore e lasciarli marcire dentro, nell anima. Jin tutto ciò lo sapeva ripetere a memoria, ma non ne aveva capito il significato profondo. Ancora doveva affinare l arte di guardarsi dentro, di leggere l invisibile, di andare a fondo nelle cose, di scavare e di risolvere i problemi prima che fosse troppo tardi. Si accorse soltanto a fine giornata che il padre gli aveva lasciato il pranzo nel ruscello. Sorrise e lo mangiò di gusto.

19 15 Arrivò l autunno e con esso l ingiallire degli aghi sui larici. L inverno giunse che le foglie erano cadute a terra. Il terzo giorno di primavera fece ritorno il maestro. Jin lo aspettava. Non era solo. L accompagnavano la moglie e il figlio. Lei, racchiusa dolcemente in un kimono grigio, era molto più giovane del marito e di una bellezza incantevole. Aveva il viso di una ragazzina, pulito e sorridente, due occhi a mandorla color cioccolato. I suoi modi estremamente lenti mal celavano una profonda instabilità. Il loro figlio doveva ancora compiere quindici anni, anche se sembrava già maggiorenne. Anch egli era educato, gentile e aveva un viso sano e pulito. Il suo corpo era muscoloso e le sue movenze agili. Il monaco offrì loro il miglior tè e dispose sul tavolino basso alcuni dolci di riso farciti di anko, una marmellata di fagioli di soia rossi che gli era stata donata da un onesto coltivatore di Sapporo. Jin sapeva che tra qualche minuto si sarebbe deciso del suo futuro, ma non gli riusciva di togliere gli occhi da quella meraviglia della natura. La donna era lusingata dai suoi sguardi e seguitava a sorridergli nascondendosi tra il fumo del tè bollente. «Allora Jin, come procedono i tuoi capolavori?» disse il maestro mordendo un dolcetto. Il ragazzo attese prima di rispondere. «Non sta a me giudicarli, maestro.» «Sono convinto che superano ogni mia aspettativa» disse l anziano sorseggiando del tè mentre osservava da lontano lo scorrere argentato del torrente. «Maestro, credo di avere una lacuna incolmabile!» disse Jin all improvviso. «Ragazzo mio, non c è nulla che non possa essere appreso con l ascolto, il tempo e la dedizione» disse sgranando gli occhi e ingoiando l'ennesimo dolcetto di riso. «Avanti dimmi, cosa ti tortura l'anima?» Si vergognava a mettersi a nudo davanti a quella donna bellissima, ma per lui l arte era tutto e trovò il coraggio di confessarsi. «Maestro, io non riesco a vedere l invisibile. Me la cavo con i problemi di forma superficiale, ma quando si tratta di andare a fondo» Il maestro chiuse gli occhi e restò immobile. «Intendi le radici?» disse riaprendoli all'improvviso. «Non riesco a leggerle, non mi dicono niente, mi sembrano superflue, inutili, sporche.» L'anziano si fermò a riflettere mentre il sole di primavera gli illuminava il viso. «Ragazzo mio, la tua arte, così come la tua vita, necessita di equilibrio. Pensa alle radici come al passato, al fusto come al presente, ai germogli come al futuro: come puoi costruire un futuro, se ignori il passato? «Passato, presente e futuro sono appesi allo stesso sottile filo di seta. Non possiamo

20 rischiare che a forza di tirare il filo si spezzi. Dobbiamo conoscere noi stessi se vogliamo conoscere il nostro albero. E finché non conosciamo l essenza di un albero, non ne possiamo forgiare le forme senza che la sostanza ne risenta.» Il maestro si girò all indietro cercando gli occhi della moglie certo di trovarli colmi di grandi elogi, ma lei stava osservando il ragazzo, nel quale leggeva una profonda tristezza. Jin aveva gli occhi sempre più lucidi e se ne corse via, sul piccolo ponte di legno. «Scusatemi» disse il padre con un inchino. «Lo riporterò subito qui.» «Che gli ha preso, papà?» chiese Haruki, il giovane figlio della coppia. «Quel ragazzo non è un pino nero e forte» disse il maestro quasi sorridendo. «È soltanto una betulla bianca e fragile.» Il padre di Jin fece finta di non sentire, ma quelle parole lo ferirono a morte. Il signor Kobayashi fece un cenno alla moglie. «Hajime» disse la donna alzandosi in piedi e raggiungendo il monaco. «Non vorrei intromettermi... tra te e tuo figlio...» «Va' pure» disse il monaco abbassando lo sguardo. La donna si avvicinò a Jin a piccoli passi e si sedette sul ponte con la schiena appoggiata alla ringhiera di legno. Senza dire nulla estrasse dalla piccola borsa di bambù alcuni oggetti che Jin non aveva mai veduto e cominciò a preparare un sigaretto. Incuriosito dall operoso affaccendare della donna, la osservò con le lacrime agli occhi e decise di sedersi al suo fianco. «Cosa sta facendo?» disse con un filo di voce. «Jin, piccolo Jin, dammi pure del tu!» disse lei piena di vita. «Ti piaccio, vero?» Jin fece un impercettibile cenno in avanti con la testa. Lei sorrise compiaciuta. «Ci sono tante cose che forse non dovrei fare! Fumare è una di esse, immagino.» «Come si chiama? Ehm cioè come ti chiami?» disse Jin rosa in viso. «Hatsumi.» Lo disse in modo così sensuale che Jin ebbe un fremito. Si sentiva così strano vicino a lei. Si asciugò gli occhi e la guardò mentre lei ultimava l opera. «Hai mai fumato prima d ora, Jin?» Lui fece di no con la testa senza distogliere lo sguardo da quel viso immacolato, quasi bianco. «Devi fare un piccolo tiro, aspirare un po d aria e buttare giù tutto» disse incrociando il suo sguardo. «Osserva attentamente.» Appose le dolci labbra sull estremità, tirò forte e l accese con l esile fuoco di un fiammifero, l allontanò dalla bocca, aspirò dell'aria e buttò giù il fumo. Poi la passò a Jin. «Avanti, coraggio, non ti uccide mica!» Jin si concentrò e ripeté mentalmente i tre passaggi. Poi agì eseguendoli alla perfezione. «Bravo, piccolo Jin! Avrei scommesso che ti saresti imbattuto in una tosse improvvisa. E invece sei l orgoglio di mamma!»

21 Jin era fiero di sé. Era contento dei complimenti che gli faceva quella donna. Ma dopo aver dato oltre ai primi tre, altrettanti tiri si sentiva sempre più strano. Non poteva non guardare i piedi di quella donna angelica e non provare turbamento. Non poteva osservare da vicino quei seni candidi e non sentire il cuore che palpitava all impazzata. Non poteva assaporare il profumo della sua pelle e non rimanerne inebriato. Quando oramai la confusione gli aveva accecato la ragione, lei si sbottonò la camicetta e fece emergere un seno bianco come la neve. «Vieni caro, appoggiati qui. Succhia il mio nettare, piccolino.» Jin, in preda alla perdizione, non seppe resistere e si sdraiò sul suo grembo carezzando il seno con le mani e mordicchiando con le labbra quel piccolo capezzolo rosa. «Bravo, piccolino mio.» Lei allungò la mano destra fino a infilarsi nelle sue intimità. Il ragazzo ebbe un fremito, un sussulto, un piacere che però rimase insoddisfatto: Jin non fu in grado di sfogare tutto il suo malessere nella mano di lei. Rimasero immobili, lei sorridente, lui rapito da quel seno caldo e imberbe e candido. «Ci rivedremo in paradiso, piccolo Jin.»

22 16 «Senti, Haruki, perché non vai a cercare tua madre? Noi due dobbiamo discutere di cose da adulti» disse il vecchio maestro sperando di potersi confidare con il monaco. «Sì, papà.» S inchinò prima verso il padre e poi verso il monaco, e uscì dal padiglione. Non tanto lentamente da capire cosa suo padre avrebbe voluto sapere dal monaco, ma abbastanza da sentir nominare il nome di sua madre, Hatsumi, e la sua malattia.

23 17 Mai si sarebbe potuto immaginare una scena tanto umiliante come quella che si trovò suo malgrado davanti agli occhi su quel maledetto ponte di legno. Bastarono un secondo, un seno bianco e due labbra fameliche. Se ne corse via nel bosco, senza essere visto.

24 18 Haruki arrivò di corsa fino al laboratorio di Jin. Curiosò nella tenda e trovò un maldestro schizzo a china di una giovane donna. Lo osservò incuriosito per alcuni istanti. Gli ricordava qualcosa del suo passato, ma gli venne una fitta allo stomaco e lo ributtò nella padella come niente fosse.

25 19 I tre ospiti si fermarono a cena. Sarebbero ripartiti soltanto il giorno seguente. La madre di Haruki nel pomeriggio aveva preparato i sakura mochi, dei dolci di riso arrotolati con foglie di ciliegio sotto sale. «Jin, voglio essere sincero con te. Non posso insegnarti quello che cerchi» disse a malincuore il vecchio maestro. «Oggi tuo padre mi ha mostrato come sta crescendo il larice dell anno scorso e devo dire che non avrei saputo fare meglio.» Il vecchio si accomodò sulla sedia e rivolse uno sguardo severo a Jin. «Vi ascolto, maestro.» «Da sempre sento parlare di un uomo che vive seguendo la filosofia wabi-sabi tra le montagne del nord, in un piccolo villaggio difficile da raggiungere detto il paese della seta. Si dice ch egli sappia leggere negli occhi della gente e riesca a vedere le radici di un albero senza sporcarsi le mani: vede in profondità senza scavare.» Dalla bocca di Jin uscirono parole repentine: «Se quest uomo esiste, io lo devo conoscere.» «Haruki ti accompagnerà» disse il maestro. Il ragazzino, distratto, si vide addosso gli occhi dei presenti. Ripassò mentalmente le parole appena udite e, cogliendone solo allora il significato, strabuzzò gli occhi verso il padre. «Ma, papà! Ho tutti i miei amici a Tokyo! Io odio la gente di montagna! Chi mi taglierà i capelli lassù? Non voglio vivere come uno yamabushi! Mamma!» La madre non ebbe il coraggio di guardarlo in faccia. «Così ho deciso» disse seccamente il padre. Al mattino, durante l'aurora, il maestro e sua moglie s incamminarono verso Tokyo, un viaggio lungo quasi un mese. Jin e Haruki sarebbero partiti il giorno seguente verso nord, sulle tracce dell uomo che leggeva negli occhi della gente.

26 II Il viaggio 1 All alba i due ragazzi partirono. «Sarà un percorso impervio ed estenuante. Aiutatevi l un l altro.» A nord la primavera pareva scomparire. Nel valicare il primo passo, posto tra due alte montagne, dovettero affrontare una barriera di neve fresca alta quanto loro. Entrambi amavano camminare. La purezza di quel mondo immacolato li invase nel profondo. Non si scambiarono una parola. Avevano un unica tenda e, mentre stavano sdraiati vicini al buio, Jin trovò il coraggio di rompere il ghiaccio. «Perché ce l hai con me?» «Lascia perdere. Meglio se dormiamo.» Jin non riusciva a dormire tormentato da un atroce dubbio.

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