Altro. Special needs - july lo speciale. Angela Eroine, 15 Non è facile, 26 Delirio, 29. Arzy. Autarkeya Via del Campo, 6 Eyes and lips, 32

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1 Special needs - july 2004 Angela Eroine, 15 Non è facile, 26 Delirio, 29 Arzy Il castello di Angera,8 Ho abolito per partito preso la sezione giornalistica. Non me ne pento. Francamente non mi piaceva. Questo speciale si raccoglie attorno alle opere di un organico davvero eterogeneo, tra cui reclute dall ormai perduto e dai sempre attivi e C è un certo respiro beat E non mancano pezzi piuttosto articolati. L idea era quella di fornirvi qualcosa di corposo e qualitativamente influente. Spero di aver fatto un buon collage. Gustatevi il numero, si torna sotto le presse a settembre. Hasta luego, jack202 alias elianto84 Autarkeya Via del Campo, 6 Eyes and lips, 32 Faber Arabesque, 2 Il vecchio Dean, 3 Ennui,4 Gli amici, 7 There s a woman, 8 Haikus, 25 Fra_Sca Solstizio d estate, 16 Versi senza cuore, 24 G.Ferrigno La preghiera del luperco, 9 E Bukowski rideva, 10 Il grido forte, 18 Metropolismo beat, 25 ItSuNaMi Il vaso, 4 So, so you think you can tell Heaven from Hell, Blue skys from pain. Can you tell a green field From a cold steel rail? A smile from a veil? Do you think you can tell? And did they get you to trade Your heroes for ghosts? Hot ashes for trees? Hot air for a cool breeze? Cold comfort for change? And did you exchange A walk on part in the war For a lead role in a cage? How I wish, how I wish you were here. We're just two lost souls Swimming in a fish bowl, Year after year, Running over the same old ground. What have we found? The same old fears. Wish you were here. jack202 Jabat, 5 Acid Jazz, 9 Capitolo 59b, 13 Squali, 18 Zanne, 26 Atlante, 29 Kalasiris Dolci veleni, 7 Korallo Porte, 13 Leocorno L animale giglio, 5 Nick Puccio Colella Cerchi illusori, 2 Eri via, 3 Un giorno e il niente, 12 Evoluzione permanente, 31 Ossodiseppia Alizarin Crimson, 11 A volte, Per voce di, 4 Drusa, 6 Senso II, 30 Puerpera emotica, 31

2 Cerchi Illusori Nick Arabesque Faber Dall odio viene l odio, per l odio e con l odio, come si disse dell occhio, come si disse del dente. Brandelli d umanità al sole del deserto si dibattono freneticamente tentando di sfuggire alla loro sorte. I bambini sono madidi di sudore e sporchi di polvere, si rincorrono tra quelle che erano case, si lasciano sfuggire sorrisi impossibili.- Rumore di teste che rotolano -Una voce da una torre squarcia il pomeriggio, ripete da secoli la solita nenia. Il sole scioglie le anime, le ombre minacciose si allungano verso le dune. -Così muore un italiano, così sa morire un essere umano -I fiumi gemelli scorrono lenti scortati dagli occhi umili e sanguigni dei contadini. I leoni assiri guardano severi i grandi palazzi proibiti intrisi di sangue che si stagliano sull'altra parte della riva. -Dalle carceri urla inumane,piramidi di vergogne sulla sabbia si riconoscono impronte di guerrieri assiri e monaci babilonesi, califfi e carovane. Lawrence d'arabia ha bevuto anche qui il suo tè, e ha incoronato il re da lui scelto in nome del popolo. -Pozzi di petrolio in fiamme, petrolio ovunque, non acqua, non cibo - Baghdad ha stretto la mano a Hitler e con lui ha intrecciato la spada, ha trattato con Stalin e con Eisenowher, si è consegnata nelle mani della dittatura. - Caos, guerra,distruzione forze prorompenti e furiose si accavallano nei cuori e nelle menti, confusi e disorientati, disabituati a schemi liberi - Le sirene suonano, il coprifuoco serra le porte della città, Baghdad come ogni giorno torna a morire. Dall odio viene l odio, per l odio e con l odio, come si disse dell occhio, come si disse del dente.. Il mio riflesso nel tuo specchio trasparente fatto di luce e polvere, non si nota e non ti appartiene. E la religione che ti governerà sarà quella di arroganza e vanità e sarai devota al culto dell'apparire e quello di un tacco spezzato. E la paura dell'uomo non sarà un vestito sfibrato ma il vagare limitato di chi disprezza la vita. Le tasche piene aprono la strada ma ricorda che povertà non è solo digiunare. L'altra metà della nostra coscienza non ci appartiene, prendere o lasciare, battere e levare, conservare e distruggere. Aprire il giornale e vederci una foto stampata col sangue, un muro un grande muro che fermi tutto questo. Quando ormai il mondo respira a stento forse perché preso da quel vento freddo, fatto di rabbia e di dolore, il suono delle grida, l'unico rumore. L'importante è sentirsi calato nella parte, nel ruolo che da convinzione costringe alla resa. Il vuoto è solitudine, la mancanza un bisogno. Come i giudizi di chi predica, come l'indifferenza di chi ascolta come la ragione corrotta dal sentimento. Verità ben più evidenti prendono e portano via, non consentono repliche e non si coprono di buio. L'adorazione del sacro e la passione per il profano, l'impero del quarto potere serrato il un fazzoletto. La mia mente manda in onda la mia solita sensazione; no le promesse non mi piacciono ma lascerò a voi tutta la mia sincerità. E intanto coi loro destrieri di palco e intolleranza descrivono una fede nata e vissuta per la politica. E l'inutile avanzo di felicità nel non avere discendenza si anima e si nutre di barattoli di orgoglio disperato. Intuizioni prive di capacità inflessioni del mare di parole mai pronunciate e noi naufraghi indifesi nell'orgia di prove schiaccianti. E cadono gli ultimi brandelli di giustizia conquistando una pagina bianca in un libro di storia. Un cerchio illusorio disegnato come un riverbero di stella comanda le leggi di un umano progredire e scardina la continuità di calore e piacere. E cosa mi illumina adesso, cosa mi precede solo un vortice di campi magnetici di soddisfazione e logica. E intanto aspetto,colpevole solo di voler vivere, le tue labbra accese e rosse come una ferita si avvicinano e non mi permettono la fuga. Quello che non so non interessa quello che conosco è fonte di presenza. E intanto l'orsa volge a nord,indicando la rotta porta con se parti cesari di percezioni imprudenti. Inseguire nuvole che sfuggono ecco il mio mestiere, e portare il peso dei miei sforzi la mia punizione. È facile, ormai, scovare l'odio e arrivare cosi a un passo dalla fine...

3 Il vecchio Dean Faber Eri via Nick Ebbene sì: stamane ho incontrato Dean Moriarty. Non era morto, come qualcuno paventava con voce roca e sospirosa, era proprio li davanti ai miei occhi. Mi ha avvicinato gentilmente il vecchio Dean, da gran affabulatore qual è. Si è presentato, ha ispezionato le mie pupille con attenzione mentre parlava,parlava. Il gergo era ottimo, fluidamente colto, ma di quel fluido dal moto incerto, saltellante, quel moto tutt altro che armonico,o armonioso. Mi ha circondato di parole, con la solita inconsapevole - o magari consapevolissima,non l ho ancora capito - naturalezza di sempre. Mi ha spiegato la vita in quattro vocaboli, ciarlieri,altisonanti, rifiniti, precisi e vaghi come il marchio Moriarty vuole da sempre. E proprio vero, lui ce l ha. Sissignori è riuscito a raggiungerla e l ha agguantata, e da allora e con lui. Non è ancora convinto se sia lui a guidare o lei che lo porti dove vuole il suo vento, ma lui ha la nozione del tempo. E un percorso difficile fratello, do you know- lo ripeteva sino allo spasmo- la meccanizzazione, la padronanza delle forze fisiche e di sé stessi, l inconscio che travalica le sue più feroci barriere, la bellezza d una foglia cadente che si rivela nell attimo in cui si spezza il cordone ombelicale che la lega alla madre pianta, la paura che si prova nel sentir risuonare i passi pesanti e incatenati di un vecchio frenatore nelle ancor oggi polverose strade di Denver. Rischi di non farcela, devi tener duro. Te lo ricordi il vecchio Jim? Lui era a un passo dal raggiungerla la nozione del tempo, se non gli fosse scivolata tra le mani in una vecchia vasca parigina. Jim cazzo,c eri quasi riuscito!. E un attimo: si gratta la pancia in modo ossessivo, si volta di scatto e sale al volo su di un vecchio tram,pronto di nuovo ad andare chissà dove. Non ho avuto neanche il tempo di salutarlo il vecchio Dean. Il tuo destino scritto su un tavolo le ore passate a leggerlo i tuoi finti programmi per il domani e le tue mani lucidate a specchio per incoronare ogni tua scelta. E sei caduta un giorno sotto il peso sterile di noia e solitudine, incapace di pensare intrecciavi le tue voglie sorde su qualcosa che sembrava riconoscenza. Obbligata verso tutti, schiava dei divieti, impermeabile agli errori osservavi quelli degli altri senza seguirli mai. Ma non hai ancora capito che è l incoscienza a mantenere giovani, continui i tuoi giochi ignara di tutto il resto. Reginetta della casa, non ti sei accorta dell importanza dei pensieri confini con i tuoi peccati racchiusi in confessioni di seconda mano. E nel tempo che eri via, ho vissuto un altra vita panorama ormai in disuso per quotidiane indignazioni. Il tuo nome scandito in fretta, il tuo carattere da omologare, la faccia su una copertina ed aspettavi un aspettare. Hai abbandonato gli abiti che ti hanno vista bambina per mettere quelli, per te inconsueti, di donna pronta al mondo. Con le pause che ti prendevi adesso ti parlerò di più motivi gli stessi ai quali non eri abituata. Confonderò i miei labirinti di parole con i tuoi silenzi di carta. Non sai come si comportano due anime all infinito ed escludi ogni soluzione che sia lontana da una certezza. Estranea ad ogni provocazione, l avventura una parola sconosciuta, limpida e fresca con le inibizioni guardavi tutto per non vedere niente. Vestita solo di un punto e di una promessa ti preparavi ad un mondo troppo grande per te. Con la fede posta su uno spigolo e la routine avvolgente di cui tanto ti vantavi recuperavi le forze per dire un altro no.

4 Ennui Faber Il Vaso ItSuNami Neruda e Garcia Lorca sono poggiati sul comodino. Rivangano i loro anni migliori, la loro vera e onesta amicizia, inattaccabile da qualsiasi rigurgito perbenista, saldata nell internazionale delle anime belle prima che in quella socialista. Le crepe del soffitto fanno strane danze, cambiano pelle, strisciano attraverso gli anni e i rimpianti. - Howl - un grido spalanca le mie persiane popolari, le apre a una visione nuova: il mondo tutto il mondo - è dentro di me. L infinita voglia di vivere e la sconfinata tristezza che ti ammanta proprio quando sai di dover essere felice. E tutto qui. Ed è una cosa sola. I colori non sono separati, le sfumature esistono, ma non si contrappongono ai primari. Sono un unico blocco che rotea lento e lancia sprazzi su chi mi sta attorno. Quello che amo di più è il colore dell ennui che mi raggiunge a tarda notte, trasportato da pentagrammi apparentemente frivoli, e mi serra le labbra. Ironizza pungente sulle mie miserie, e anche dopo un po resta tatuato sui miei occhi, con quel suo fascino che mi vorrebbe vagamente maudit. Ma non è un nero pessimismo di stampo leopardiano, quello non riesco a provarlo. E un bleu outremer, e come una terribile mareggiata non fa che accarezzare violentemente il bagnasciuga per restituirlo più forte e più tenace ad un nuovo sole. E rende ogni volta più vivo l amore per la vita. Per voce di Amando ogni respiro di te. fermo l'esistere prima delle carni arse di fiato era ghiaccio liquido di un brivido e la mia pelle alzata al salario di un sorriso era la brace a spezzare e la credenza dell'ossessione a spazzare carenza vuoto solcato il colore del silenzio. le ombre allungate lungo i muri stuccati e la stanza di bianco e di nero i linguaggi del senso a dar voce. un comparire nascosto, Mi pesava, ma dovevo bussare. Il vaso all ingresso non era quello che gli avevo regalato, lo notai subito entrando. Di sicuro era finito in pezzi durante una lite o qualche sciocchezza del genere: così mi avrebbero detto, ma lo sapevo che non gli era piaciuto dall inizio. Erano stati bravissimi a sostituirlo con uno molto simile, accorti in ogni dettaglio, ma non più accorti del mio occhio esperto. Dopo pochi passi già sapevano che io sapevo e sapevano anche che avrei fatto finta di niente, almeno per un po. Mi fecero sedere, ero ansiosa di arrivare al dunque, ma erano inevitabili le rituali chiacchiere del più e del meno. Si erano sposati da un pezzo, scoprii, a mia insaputa. E non sembravano imbarazzati né mortificati per avermelo tenuto nascosto. Mi colpì la loro abilità nel comunicare con semplici sguardi o piccoli gesti, senza dover ricorrere alla scusa dell odore di bruciato proveniente dalla cucina. E mi fece rabbia essermi accorta che tramavano qualcosa ma non capire cosa, non riuscire a decifrare il loro maledetto codice. Poi mi offrirono da bere e dissero che gli sarebbe piaciuto avere un bambino, se non mi dispiaceva; erano sempre più convinti di essere nel giusto. Poi ci fu il silenzio imbarazzante, imbarazzante per loro, che avevano esaurito le idee, non di certo per me, che non avevo a- perto bocca da quando ero entrata. Intorno c erano armadi, mensole, scaffali ricolmi di ogni genere di oggetto, dal più utile al più superfluo. Riconobbi tante, troppe cose un tempo appartenenti a me; alcune gliele avevo ingenuamente regalate, altre me le avevano praticamente sottratte con violenza, facendole comunque passare per miei regali. Non mi importava, non le sentivo mie, o almeno non più. Ma il vaso, quello si. Più i miei occhi vi si posavano, più salivano l angoscia e la furia; avevo quasi paura di guardarlo, era un mostro. Sentivo che non ce l avrei fatta ancora per molto, non potevo più trattenermi. Mi voltai di scatto verso di loro, che, prevedibilmente, guardavano altrove. Cercai il loro sguardo fissandoli, fissandoli, finché non capirono e, quasi con rassegnazione, poggiarono i loro occhi nei miei. Dissi che erano come bambini che disprezzano ogni cosa perché non riescono a coglierne il valore. Dissi che quel vaso era tutto per me, tutto quello che mi era rimasto da quando lui se n era andato. L unica cosa che mi ricordasse il suo affetto e i suoi insegnamenti. Io lo avevo donato a loro perché li ritenevo degni di custodirlo, ma mi ero sbagliata, avevo gettato perle ai porci e cosa mi restava, ora che pure il mio ultimo ricordo aveva fatto chissà quale fine? Ora sì che li vedevo a terra, davvero avviliti, finalmente dispiaciuti, ma era tardi. L unica cosa che furono in grado di dire fu Scusaci, ma, sempre più infuriata, dissi che non me ne facevo niente delle loro scuse, che non avrebbero riportato l amore dentro me, il sorriso sulle mie labbra. Avevano ucciso quel che restava della mia vita per puro egoismo. Continuare a parlare non li avrebbe fatti sentire più in colpa, semplicemente perché non avrebbero capito. Mi sentii come se avessi parlato per una vita e solo allora mi fossi accorta che erano sordi: tempo e fiato sprecati e tanta stanchezza dentro e fuori. Non so se lo dissi, ma lo pensai di sicuro. Mentre me ne andavo per quella che sarebbe stata l ultima volta, mi voltai verso l angolo dove un tempo era il mio vaso, come per dargli l addio. E l ultima cosa che vidi fu la targhetta dei fiori che vi erano piantati: Peonie. Il fiore della vergogna.

5 L animale giglio Leocorno1 Jabat - 1 jack202 L animale giglio non è propriamente un animale; oltre che mite, è blando; l animale giglio non corre, anzi può trascorrere secoli nella più assoluta e minuziosa immobilità; l animale giglio non si nutre di carne di animali vivi e tuttavia si comporta come se li avesse già mangiati; egli ha, si dice, una sorta di memoria del gusto, nella quale è collocata una traccia di carne di animale ucciso e divorato : mentre non avendo né bocca né denti, per via di quella sua blandizie, l animale giglio non potrebbe assolutamente mangiare carne di esseri uccisi. Malgrado queste sue caratteristiche, l animale giglio viene studiato e classificato come feroce, veloce, carnivoro. Assicurano i tecnici che nessun altro modo di descriverlo è adeguato, sebbene essi riconoscano che l animale giglio non mostra nessuno dei comportamenti tipici dell animale feroce, veloce, e carnivoro. La verità è che tutti, sia gli studiosi che indagano l animale giglio nelle taciturne diapositive, o per sentito dire, da spaurite e golose chiacchiere da caffè, sia gli indigeni, sanno che l animale giglio va ucciso e occorre ucciderlo perché, appunto, è blando, statico, astinente. Tutte le sue qualità, che in teoria potrebbero farne un animale domestico e compagnevole, gli conferiscono una potenza terribile perché insinuante, sebbene sia difficile dire in che modo codesto animale si insinui. Insomma esso è feroce non sebbene, ma perché blando, e chiunque coltivi la sua blandizie ne morrà. Dunque, che l animale giglio sia paradossalmente feroce, pare certo; e dunque ne viene che bisogna ucciderlo. Ma questo è difficile. Esso non pare avere cuore da trafiggere, né capo da mozzare. Né sangue da effondere. Chiunque abbia cercato di ucciderlo con frecce, anche rese temibili con fuochi resinosi - colpirlo è agevole perché, s è detto, è immobile - lo ha attraversato senza arrecargli alcun danno; avvicinarglisi per dar di forbici nel suo corpo - ma che corpo è mai - è gran pericolo, giacché da presso l animale giglio può esercitare la sua terribile blandizie. In realtà, un modo certo per ucciderlo non si conosce in modo assoluto; ma gli indigeni suggeriscono queste guise : lanciare frecce prendendo la mira dalla parte opposta; reclutare cento giovani che, a turno, sorridano, immoti, all animale giglio ; infine, ed è il miglior metodo accertato, ucciderlo in sogno, in questo modo : si prende il sogno in cui è l animale giglio, lo si arrotola ed infine straccia, senza gesti d ira; ma l animale giglio di rado si lascia sognare... Mio padre e la madre di lei. Confabulano. "Ho trovato questi orari ma sono molto scettica sulle possibilità di riuscita". Delle luci del golfo a ricordarmi tragitti, traballanti. Io e Ilaria. Rischiamo di perdere il treno per Jabat. La madre di Ilaria è ancora un'altra donna. Sulle strade che si snodano tra i boschi - semibui sempre. Faccio di fretta la valigia - me con questo brutto viso tra le mura che si accartocciano, l'orologio che segna mezzogiorno e scricchiola immobile - la stanza è zeppa di cianfrusaglie: fiammiferi, scatole di cartone, poster, lampade di carta, cassetti ovunque e sto impazzendo - devo andare di corsa - tragitti a susseguirsi sulla mia pelle - i biglietti, i biglietti - sto correndo, sì, e scavalcando ferraglia, bordi metallici, spartitraffico, non conosco questa città ho paura - confessare in silenzio, confessare in silenzio - ecco l'insegna "stazione" sotto un sorriso vacuo che ben lascia intendere "non capisco". Ho già quattro blandi pezzi di carta in mano, il cuore sudato, vedo una macchinetta gialla imbullonata al muro, ronfante. Infilo gli straccetti nella fessura - cosa accidenti significa, io non ho tempo - butto giù diverse monete e il mostro immobile risponde, sì, produce quattro tagliandini, uno dopo l'altro, molto lentamente, come un quadro ad olio. Guardo la tratta che dovremmo affrontare in treno ma la destinazione non è Jabat, è un'altra. I lembi non combaciano. Sull'emissioni degli ultimi due ticket (biglietti del bus per Marrakesh, mi ricordano questo) dalla macchina risuona un bip claustrofobico, mi accorgo che sui nuovi pezzi di carta c'è scritto "soglia di credito mensile superata". Ma io voglio stringerti, voglio le tue mani a congiungersi piano su di me, farò gli ultimi biglietti in treno, non importa. Un nuovo scatto e nella corsa schivo un tram a un millimetro dal piede e sono in macchina, con mio padre e mio zio. No, noi giriamo per i templi, mio fratello è Arhant. Fuori dal finestrino un granitico panorama biancopanna e bruno, vette, guizzanti. Mi sdraio a fissare il cielo, di sbieco sul mio naso, quasi ne avverto la pressione sulle ossa. Mio padre ha da ridire sul tragitto ferroviario scelto, non me ne stupisco. "Perché passare due volte per le Alpi?". Ho il cuore che stride contro lo sterno, preoccupato, è tardi, davvero tardi. Giunti a casa di Ilaria troviamo la madre che subito ci avverte "arriva". Davanti al bagagliaio aperto di una macchina che è rosa o rossa. Si precipita Ilaria bellezza indiana, anche quando indossa una tuta. Le corps humain pourrait bien être qu'une apparence, ma chi sarebbe disposto a crederci. Con un po' d'affanno fa "devo ancora finire di sistemare la valigia" - le rispondo "anch'io" pensando ai jeans e a tutti i vestiti che ancora devo piazzare - ed ovviamente non c'è posto - Ilaria si volta verso di me e mi manda un bacio, ammiccando. Per un attimo scosso, poi sorrido - stupenda creatura figlia dell'alba - torno in stanza a far le valigie. Devo farcela. Sveglia. Suona la sveglia, la spengo. Il rimorso mi sta seppellendo vivo, l'avrei tenuta in braccio durante il valico dei grandi passi, fuori ci sarebbe stato il sole, l'avrei baciata. Rimorso che brucia lo stomaco. Suona la sveglia. "Devo ancora fare le valigie", e mi guardava con occhi luccicanti, e in quegli occhi c'erano parole che esistevano da sempre, mai scritte, le parole di quando la tenevo stretta vicino al fuoco ed eravamo seminudi e fragili e noi di cristallo ci sentivamo indistruttibili e il mondo attorno il mondo attorno chissenefrega il mondo attorno l'avevamo in pugno bastava chiudere le valigie e passare le Alpi. Bruciato così e ferito dal desiderio riesco a raggiungere l'armadio buttare giù tutto e riversare due paia di jeans a caso in valigia - c'è anche l'atma, sta col karma, ma è una cosa distinta - mio padre stranamente non è in mezzo ai piedi - butto giù tutto il cuore urta ogni spigolo, malissimo - la sveglia continua a suonare nonostante l'avessi spenta - due palpebre d'incredibile mole aprono un varco in mezzo alla penombra della stanza, sono come serrande alzate - mi sveglio per davvero - spengo la sveglia per davvero - e piango.

6 Via del Campo Autarkeya Gli amici Faber She went among so many spoiled places Choosing to fancy, to be wrong, to be shining Just glittering cries, shadow mongers Livin in, Haunted by. Era bella Matilda, occhi verdi labbra carnose. Un desiderio avvampante di sentirsi amata. Baci freddi, schiocchi di tenace finzione magica: il cuore li catturava così, senza perché; metteva al mondo sorrisi fragili, speziati, consunti. Quel cuore senza orgoglio Matilda lo seguiva, così come i ragazzi rincorrevano gli aquiloni. Aveva una sfera di cristallo. E le unghie, i denti, la forza per vivere ogni istante come l ultimo. Un giorno incontrò Orfeo, circondato da un alone accecante; nella sfera comparve nebbia fitta, contundente. Era bella Matilda, occhi di luce e smeraldo. Orfeo agguantò il paradiso che bramava, colmò quegli occhi di lacrime e sale, si fece largo tra i frammenti di un mondo mandato in pezzi. Ora solo una puttana dagli occhi di foglia, grandi, bassi. Nei vicoli si grida che basta prenderla per mano. Lei piccola, senza riparo, che vende a tutti la stessa rosa. Matilda, vissuta solo un giorno, era bella. [Nel silenzio dei passi ] Traslucide di buio Caduche fitte sottili Lacrime al cellophane Sgretolano [La Voglia Di disegnarti la pelle Lungo propositi di cartadiriso Increspata di bisbiglio Di un silenzio a sfoltire i fianchi Di dita imburrate di umore Come grida di te A spalmare sdegnosi singulti] Vedo attraverso Distanze Drusa [decade sottozero ispirante] Distese di un tempo. La sera scioglie le nostre tensioni e le abbandona alla noia del sonno. Una volta scrivevo poesie, ora non più, e mi fa rabbia. I poeti parlan per versi, con distacco delle cose più drammatica e di quelle più facili, sospesi sul trespolo, fuori dal tempo. Da quaggiù la vita è meno lineare,non ci sono endecasillabi da incasellare, solo brutte gatte da pelare. Gli amici, quelli sì che son buoni, quando li ascolti, quando ti ascoltano. Di anni e di memorie ne hanno pieni i cuori, e quanti aneddoti potrebbero raccontare. Si raccolgono in crocicchi, attorno ad un bicchiere, attorno ad un focolare, e le parole, loro, le lasciano sgorgare. Quasi sempre sincere, che a volte fan male, ma quando bruciano è perché devono bruciare. Sono pochi, nascosti tra le Alpi e gli Appennini, che per incontrarli tutti insieme devi aspettare che sia Estate,e se non ci sono tutti, che Estate è? Quando sono lontani giù lettere su lettere, e cartoline di vite universitarie, e telefonate a tarda sera che si spende meno, e poi si parla di più. E si ricorda la vita passata, e si pensa a quella da venire, e si resta sospesi nell attimo in cui si mutuavano giuramenti pellerossa, e gli hermanos de cerveza erano sempre uniti attorno ai tavoli delle loro esperienza, dove tutti mangiavano avidamente gli insegnamenti altrui, e mescevano la propria angoscia a chi sapeva ascoltarla e capirla e mescolarla con la sua. Ciò che è stato è stato, tutto ciò che può accadere accadrà. Gli innamorati fondono in un attimo le loro solitudini, annientandole nel miele bollente della passione. Gli amici disperdono la loro voglia di vita nelle notti d Estate, e si divertono, e s incazzano, e si ubriacano e bestemmiano alla luce della luna, e giurano la lealtà e l onestà senza proferire parola, con la sola forza una stretta di mano. L amico: colui che ti aiuta a rialzarti tendendoti la mano quando sei a terra, e impreca con te e contro te, finché non ce la fai a guardare di nuovo negli occhi le stelle. La penna scolora il suo inchiostro sul foglio, sta morendo tra le mie mani e non posso far niente per salvarla. Eppure anch essa un tempo era poetica.

7 Dolci Veleni Offerti Dall Orchestra Cattaneo Giada - Kalasiris La tromba di ghiaccio suonò la prima nota, mentre tre timpani vibravano in compagnia delle corde dorate di un arpa spezzata. I violini sospirarono nella direzione del vento di un grosso basso-tuba, il quale fece tremare decine di maracas, volatili canterini di un viola vivace, sopra i nostri pensieri. L orchestra inviò alle orecchie musiche sprovviste di note, incantando l intera platea con l aiuto di fachiri invisibili. Il pubblico cadde nella trappola facilmente, come serpenti addomesticati, con la ragione ammanettata ed i sensi impigliati in una bellezza crudele, non reale. Al ritmo della musica i lunghi baffi dei gentiluomini, arricciati come code di porci, danzavano accompagnati dai cappellini delle signore, farciti da oggetti strambi ed ingombranti, somiglianti a ripostigli. All improvviso un RE diventò talmente acuto da svegliare i Santi affrescati sul soffitto e una mela, che riposava comodamente sulla visiera della signora Maquinsos, rotolò silenziosamente fino al lembo ruvido del tessuto. Il tessuto si incurvò dolcemente, fungendo da trampolino e il frutto si ritrovò fra gli addobbi floreali dell enorme cuffia di lana dell anziana Pronderant. Nessuno si accorse di nulla, anche se in quel momento tre ciclamini di seta bestemmiarono ed urlarono per il dolore. Le gonne, gonfie in vita come mongolfiere, ondeggiavano maliziosamente come frasche mosse dal vento ad ogni LA del violoncello. Negli angoli dei batuffoli di polvere disegnavano orbite in aria, mentre le poltroncine ancora non occupate schiudevano, in sincronia, i loro petali carnosi e gli stucchi dorati sulle travi deridevano le nuche sottostanti. Un clavicembalo solitario e vecchio cent anni canticchiava in un angolo del palco, risplendendo nell ombra con le sue rifiniture barocche e turchesi, dove dei coccodrilli in bassorilievo, tanto sporgenti e grandi da apparire veri, fissavano le prime file con occhi di rubino affamati. Tutto continuò con questa magia anche quando il pubblico si alzò in piedi con gli applausi della mente e le mani innaffiate di sudore per l emozione. I complimenti vennero svenduti alle pareti del teatro, le quali si riempirono fino a diventare sature degli schiamazzi striduli di dame in porcellana. La gente estasiata abbandonò la sala ammirando ogni particolare, ingoiandolo con gli occhi, per impastarlo con la memoria o solamente per perdere un po di tempo in quel tepore. Le ombre seguirono, come falene, la pallida luce che faceva strada fra i diversi corridoi fino alla uscita: un cancello dai boccoli in ferro battuto affacciato su un cortiletto di ghiaia. Le pareti, morbide come torte ripiene per l imbottitura in lana, profumavano di borotalco zuccherato che ingolosiva le narici, mentre i fumi delle pipe si trasformavano in rose e viole, dissolvendosi poi in nebbia. La cera delle candele colava per il calore degli aliti, precipitando nel vuoto, per poi rimbalzare su un tappeto soffice e creare montagnette arzigogolate. Tutti uscirono verso il gelo notturno con sorrisi sfumati di rosa; delle ampolle di vetro si vennero a creare fra le ciglia di bambine un po donne e di donne un po bambine. L orchestra dopo la prima, in cui la classe aristocratica aveva trovato un occasione in più per sfoggiare le sue ricchezze in bigiotteria, aveva deciso di suonare quella sera, una seconda ed ultima volta in onore al popolo. Nessuno capì il vero motivo, le parole che passarono tra i denti del Maestro, ossia Vi prego di accontentarmi senza domandare, voglio regalare l anima ai sogni di queste persone e la seconda volta, furono convincenti e questo bastò. Le stelle diamantate dell arcano cielo fissavano incuriosite il disperdersi della folla all uscita del teatro: nei viottoli umidi e grigi, nei viali principali illuminati a tratti, nei parchi ancora aperti e deserti. Nascosto fra quei cappotti, indaffarati ad allontanarsi gli uni dagli altri, e fra quegli sguardi sbiaditi dagli anni c era qualcosa che ancora vibrava di vita per quelle melodie, per quei dolci veleni offerti dall orchestra. A tremare, come un loto incastonato nel ghiaccio, era il giovane cuore di Lady Balsat. Lady Balsat quella sera aveva assistito allo spettacolo, mentre la sua figura era stata osservata insistentemente dal vicino di posto, prete Adams. Anche un amico di quest ultimo non aveva dato troppa attenzione allo spettacolo, bensì ad un invitante camicetta sbottonata. Si può dire tranquillamente che prete ed amico ebbero ben altre commozioni ed i loro applausi, colanti di bava appiccicosa, non furono per gli strumenti. La giovane Balsat era nel parco oscurato dalla notte con il petto che le doleva : invano i suoi polmoni avevano cercato di trattenere quell impeto, quella violenza, quell e- nergia straniera che traboccava selvaggiamente dalle sue membra. Per istinto poggiò la mano sul seno, per celare quei sentimenti che piano piano, avendo trovato la bocca invarcabile, cercavano altre vie di fuga per non appassire. Un liquido blu di lapislazzuli sciolti bolliva nelle vene, visibile alla trasparenza della pelle, mentre un branco di pesci percorse la sua schiena annientando le sue difese a colpi di coda. Il sergente Chlismond notò la sagoma ferma nel sentiero del parco, ma colto dalla sua fobia per i fantasmi, coprì con la mantella divisa e doveri e cambiò tragitto. L indifesa Balsat, donna lontana dai pensieri della carne e diffidente da tutti, si accasciò sul sentiero, il quale con generosità materna le offrì frastagliate anemoni bianche per cuscino. Le biglie di rugiada si arrampicarono sugli steli per rinfrescare quelle gote accaldate, mentre lei distese le gambe accarezzando quel sottile materasso d erba e si abbandonò ai sogni. Si trovò, così, nelle mani dell amore ed in quelle del bel giovane che stava sognando, il quale raccolse quel fiore trepidando d innocenza. Era un cielo meraviglioso, uno di quei cieli che svelano cose mai accadute a coloro che sanno guardare, caro lettore. I piedi accecati della signora Maquinson entrarono in cucina, dopo aver urtato per dispetto la vecchia cassapanca addormentata, cercando di volare con leggerezza- con lo stesso risultato di due mosconi senza ali - per non svegliare il figlio. Prima di coricarsi spostò le mele, in lacrime per la perdita di una compagna, dal cappello al centro tavola occupato da pere secche e noci succose. Maquinson adorava Teddy, lo chiamava il suo piccolino, anche se in realtà era un uomo di quarant anni di grossa stazza, dall alito di metano e specializzato nel ramo dell illegalità. La gente, sì proprio le lingue biforcute avevano reso il cuore della vecchia duro come il metallo e le carezze per il figlio divennero sempre più rare, come meduse nel deserto, anche quando Teddy le regalava merce di contrabbando. Quella sera l arpa compì un miracolo: sciolse il cuore di Maquinson in miele caldo ed il suo sangue diventò caramello. Un bacetto di rughe partì dal suo volto paffuto. Con l eleganza di un ippopotamo impantanato il piccolo ricambiò con una serie di rutti rumorosi, codici indecifrabili e tanto nauseanti da far ritirare le mensole nel muro e capovolgere i quadri. Prete Adams si rifugiò in sacrestia per consumare con la statua di Sant Antonino il vino domenicale, pensando poi di incolpare i chierichetti. Approfittando dell atmosfera gioiosa il Cristo staccò i chiodi dalle mani e dai piedi, scese dalla croce con un movimento apocalittico, con un sorriso felice che non gli era stato mai dipinto in volto. Subito le tende bigotte si aprirono ai suoi piedi, come un tempo facevano le folle, mostrandogli la magia di quella notte.

8 Il castello di Angera Arzy There s a woman Faber Seduto sulla sdraio nella veranda ormai chiusa, Antonio ascoltava lo sciabordio dell'acqua del lago contro il piccolo attracco del campeggio. Dalla roulotte lo raggiungevano le voci soffuse di Esmeralda e dei bambini, ormai a letto. Attraverso la tela trasparente della finestra poteva ammirare il profilo del castello di Angera sulla collina, stagliato contro il cielo illuminato dall'argento della luna. Assaporò quella serenità, lasciandosi andare sulla tela colorata della sdraio, chiudendo gli occhi e giocherellando con la collana d'ambra tra le dita. I passi nel vialetto, rimarcati dalla ghiaia, gli sembravano in perfetto stile per un romanzetto dell'orrore di quarta serie. Sorridendo aprì gli occhi e, in quel momento, la creatura lo guardò attraverso la finestra, due fiamme rossastre nelle orbite, un ghigno feroce di soddisfazione. Antonio rimase immobile ma, con stupore, sentì di non provare terrore, quella creatura infernale gli era familiare. Cercò di afferrare la verità nascosta nella mente mentre gli artigli penetravano nella tela, lacerandola senza difficoltà. Le zanne gli penetrarono la gola e finalmente ricordò:"morgana!". Aveva cercato di fuggire dal suo destino di magia, di vivere con Esmeralda un'esistenza da comune mortale. Erano stati anni stupendi ma ora Morgana l'aveva ritrovato e la creatura lo riportava in Cornovaglia. Merlino ritornava al suo ruolo, al destino riservato ai Druidi delle Terre Alte, proprio mentre Esmeralda usciva dalla roulotte per chiamare Antonio. Naturalmente non lo trovò. Alzando lo sguardo verso il castello vide un corvo spiccare il volo e dirigersi verso la luna. Nel becco stringeva una collana d'ambra. Il corvo sentì quello sguardo, si girò verso Esmeralda, lasciò cadere la collana ai suoi piedi e una lacrima di tenera dolcezza. Lei si chinò a raccogliere la collana mentre tra la ghiaia, dove era penetrata la lacrima, spuntavano ranuncoli colorati, disposti come due labbra, a formare un sorriso. In quel momento, dalla torre più alta, un falco dalle lunghe penne gialle si lanciò all'inseguimento del corvo. Esmeralda ne seguì le evoluzioni verso l'altra sponda del lago finché, uniti, il falco dalle lunghe penne gialle e il corvo che fendeva l'aria con il becco giallo scomparvero all'orizzonte. Finalmente, stringendo la collana d'ambra al seno, pianse, Esmeralda liberò tenere lacrime a scorrere sul viso ricordando gli anni di sogno vissuti con Merlino. Stava scritto nel destino e lei lo sapeva fin dall inizio, ogni cosa è destinata a sfumare, tanto più se magicamente condivisa. Ma ne era valsa la pena, le restava pur sempre la tenerezza del ricordo dei dolci anni di sogno condiviso. Le luci sono fioche, la strada si restringe all orizzonte, è un fiume d anime inquiete che cercano nuove soddisfazioni, costruendole sulle incertezze di sempre. Migliaia di pensieri le agitano, le scuotono dalla loro pigra assuefazione, e, vistisi perdenti, tornano nell anonimato delle buone intenzioni. Lei si divide come sempre tra le labbra di uno sconosciuto e quelle più rassicuranti di una Marlboro, vittima predestinata della sua vanità. Il nostro eroe ha trascinato fin qui i suoi vagabondi vaneggiamenti solitari. Ha in mente l amata, l estate, il rock,quello buono da trangugiare a grossi sorsi, che ti entra nelle vene e ti scuote fino al nervo più periferico. E arrivato in silenzio come al solito, ha dato un occhiata a tutto e tutti, ha fotografato gli occhi più sfuggenti e quelli più presuntuosi. Ha conosciuto una ragazza e la sua timidezza, e la profonda insicurezza del suo essere; l ha incoraggiata ad avere più fiducia nella sua immensa forza di giovane donna,nella vibrante dolcezza delle sue mani. Tutto questo senza averle detto una parola, ma lui è così pazzo che crede nella forza del pensiero, è convinto che un orgia di vocaboli non dia lo stesso piacere di un pensiero sincero, unico e allo stesso tempo talmente molteplice da essere difficilmente ingabbiabile in un qualsiasi schema precostituito. La ragazza dopotutto non era una ragazza,ma forse un signore anziano che aveva bisogno di qualcuno che scambiasse due frasi fatte con lui, per il puro e sacrosanto gusto di sentirsi ascoltato, partecipe ad una vita come non gli capita più con i suoi figli, ormai troppo presi da impegni più importanti. Dopotutto a lui non importa chi fosse. A te interessa? A lui francamente ora interessa solo riprendere il primo mezzo verso casa. E stanco, ma appagato. Ancora una volta contento di aver avuto la possibilità di vedere così tante persone, cose atteggiamenti diversi. Per strada due anziane signore lo fermano. Inamovibili dalle loro ultime convinzioni cercano di assuefarlo a qualche dottrina. Lui è intenerito da quella strenua e al contempo ingenua apologia di frasi fatte. Allora le guarda sorridendo così gentilmente da non apparire insensibile e dice loro: There s a woman she s buying a stairway to heaven e se ne va, trascinando a terra i suoi sdruciti jeans da ventenne.

9 Acid Jazz jack202 Se mai vi troverete a Montreal ad abbracciare Michelle, ricordate di portarle le mie spoglie in fastoso corteo, davanti alla cascata. Ho sempre sognato un enorme fiume che scorre su un letto di neve. E corrode freddo e lento un vastissimo panorama di desolazione, fragile ed eterno come un patto di sangue. Ho sempre sognato che Michelle mi desse un bacio. Disteso sulle mattonelle sconnesse. Vecchia la finestra e raggrinzita. Pezzi di lacca da mandar via con le unghie. Sono chiuso al buio di una gabbia ingombra. Lei è uscita dalla porta lasciandosi alle spalle un gran rumore. Ieri è arrivato il silenzio. Quello che precede i grandi annunci, il fracassarsi dei mobili, le promesse. Giulia fu la migliore. Arrivò qui trascinando un grossa scatola zeppa di libri. Trascorrevamo ore sul divano a rimbecillirci di progetti. Bambini. Come se tutta la ferraglia del sud europa, fin nei dettagli geografici più insignificanti, fosse stata disintegrata da un'occhiata fugace. Lei, piccola orchidea contro il mio petto, giurava che presto saremmo partiti per Berlino, Parigi, Lisbona. I nostri giochi di carta e parole avrebbero fatto felice il mondo. Ci addormentavamo stretti ed ubriachi, in un'eco immobile di tapparelle abbassate. Ci svegliavamo quando uno dava una gomitata all'altro, oppure lo mordeva. Ignari di Lisbona. Ogni giorno daccapo. Dolcemente consapevoli del nostro ridurci a scheletri. La preghiera del Luperco di pezza Giancarlo Ferrigno Oh! Lidia, io! Scrivo sordo, porto! La penna tra la campagna, per far conoscere a me stesso, il Dio! Quello cristiano ed unico. Il tuo orecchio, non t inganna, da quando ho perso la fede, io! Scrivo sordo. Dovevo! Chiamarmi : Silvano! Infatti, dipingo ossessivamente, solo : il pino e il cipresso. Quel cipresso, che, mi ricorda, i miei peccati e la voce della musica, che ormai solo mi sfiora. Oh! Lidia, mia bellissima Ciparisso, per sbaglio, ho ucciso : il suono! Da allora, soffro! Il mio inchiostro, hai ragione : ormai più non suona! Ma! Odora, odora di bosco. Come vorrei! Almeno, per una volta, che qualcuno provasse a perdersi, in questo bosco : per amore, solo per amore, ed uscendo, dalle mura del tempio, mi regalasse un SAX, ed un anima musicale, per suonarlo. Yo soy sua sombra. Again. Yo soy sua sombra. Un giorno diedi un calcio ad un vetro. Una scheggia entrò a fondo nel polpaccio; caddi, urlando e macchiando di sangue il tappeto scolorito, detestabile come sempre. Non riuscivo ad alzarmi e Giulia non arrivava. Semplicemente restai lì, e il sangue a poco a poco decretò che ciò era ingiusto, e gli indizi di colpa sufficienti. Appena fui in grado di coordinare i movimenti mi sbarazzai della scheggia e mi fasciai stretta la gamba. Presi l'enorme scatola con cui era arrivata, ordinatamente riposi dentro i suoi libri, la chiusi con del nastro adesivo. Quindi aprii la finestra, controllai con accortezza che a quell'ora nessuno stesse passando per strada, e buttai giù la scatola. A mano a mano contribuendo alla pochezza dei reperti. Presi la foto che avevo nel portafogli assieme ad un gruzzolo di monete, strinsi tutto nel pugno fino quasi a farmi male, con gli occhi mezzi ciechi corsi verso la sponda del fiume, scorreva in senso opposto la Senna quella mattina, c'era un'aria di stagione ammuffita mentre stendevo il braccio oltre l'argine, preciso, violento, veloce. Mi sentivo come un pilone in mezzo ad una tempesta. Alleggerito solo di un piccolo carico. Eldorado d'acciaio in una scorza nera d'aculei. Il mantra si sbriciola nella canicola, in un approdo negato. Turbìna di polvere secca, a terminare, disgregata. Dovevo raggiungere il crocevia dei traghetti. Attendere che passasse il mio fiore irto di spine. Parlavo di corse sull'altopiano, di visitare ogni anfratto, ogni cunicolo, parlavo di indugiare su sermoni di corni aztechi. Uno strepitìo obliquo agitava le tende rosse del suk, il sorgere ondulato di una luna di caccia, nuova. Attraversavo a passi lunghi e sordi il tratto impervio del ponte, col timore candido e ubriaco che la penisola potesse essere recisa. Ne son pieni i cartelli del porto, ne straripano le insegne del deserto: condottieri mozzati, infermi, echi di morte. Primavere che non giungono. Gli origami si aprirono un varco nella folla, schivando i ripostigli delle fiabe, nella luce disarmante e diffusa che intasava l'aeroporto. Mi fecero storie per un lucchetto. Pensavo alle lunghe trecce della mia regina reclusa, ai fiotti d'etere sui poveri sudditi, a Ebenezer. Sembra quasi che il freddo stia intaccando gli alveoli. Eppure conservo memoria del timoniere. E delle latte scadute, putride e ben firmate, scosse da tic frenetici. Sotto i miei occhi strabuzzati e ingloriosi. Acid Jazz. Non ci sono pianoforti in Central Park. Ottantotto mostri a percussione condannati alla vita vegetale, all'inevitabile asfissia che nasce dal grigiore. (Continua a pagina 10)

10 Acid Jazz jack202 E Bukowski rideva! Giancarlo Ferrigno (Continua da pagina 9) Doveva essere una scena molto buffa. Mi guardava ritagliare fotogrammi di lande frastagliate e concerti indiani, direttamente dalla riserva. Sonno e pace artificiale. Eravamo chiusi e piantati davanti a ripetitori metallici, con l'inevitabile aspetto ebete di chi avrebbe voluto sparuti cespugli di ginestre, qualche pino, un tavolo istoriato di incisioni viola - ci fu un periodo in cui anch'io avevo assorbito il vizio di girare per vicoli in cerca di passaggi coperti e muri da scalfire - poi la mia grafia si fece sempre più traballante, al punto che oggi saprei distinguere a fatica ciò che mi apparteneva - - un tempo. Battere e levare, sorgere e appassire. Tra le ginestre si innestano immagini di spiazzi polverosi e ciottoli, parentaglia, partite a pallone con illustri sconosciuti. Ero lì in piedi a spiegare cose insulse come problemi scacchistici - con l'innato talento del predicatore borioso, cui devo buona parte della patina di detestabilità e follia - e d'un tratto tutti assunsero un aspetto dapprima compunto, poi terrorizzato, e fuggirono attraverso la piccola porta, seguendo il dettato di un panico irragionevole. Sembravano grossi topi a cercar riparo nella stessa minuscola tana. Ma riparo da cosa? Disteso con l'acqua che mi scorre addosso, a fiotti. E' così breve il respiro di un gesto. Minute poesie sulla notte che l'istruzione disprezza e cancella, inghiottendole nel gorgo nero del mito. Vorrei che fossero abitudini, piuttosto. A conservarne memoria mi sento quasi munito di un'arma. Ho il potere di decidere il giorno, l'ora, l'istante esatto in cui quel qualcosa verrà seppellito, cessando per sempre di fremere. Ma non ne gioisco, perchè so che anch'io potrei essere l'oggetto incantato di un pazzo che trascorre il suo tempo sui valichi. Un notte magari si toglierà la vita, e così facendo la toglierà anche a me. Gomma pesta e carta piuma. Sul dorso bagnato della mia mano sul dorso degli angeli negri a cominciare dalle scapole e poi le piccole vertebre del collo che sporgono e nuovamente si nascondono nell'incavo che si fa strada tra i muscoli scivolando giù verso il bacino e riemergendo infine come da una sapiente apnea, un'apnea seguita da un boato un'allucinazione e l'implosione del torace degli spettatori con una mano sullo sterno un rantolo appena udibile un sibilo da cattiva inspirazione e i passi di lei a squarciare lo stomaco - diretti sicuri implacabili - altrove. Le luci del circo piombano in testa alle famiglie stese lì a contemplare uno spettacolo vecchio come il circo con la bocca pesantemente impastata invece le luci piovono giù col tendone che ondeggia e si sgonfia come un copertone stracciato e al trapezista che esegue ugualmente il suo numero con sprezzo del buio nemmeno la soddisfazione di una tigre che faccia a pezzi un bambino un dottore una mamma solo una goccia di pianto a scendere fredda lungo l'incavo dal collo al bacino e un modesto bruciore alle mani. La medesima sensazione di ritardo colpa e inappetenza nei gesti lenti e nei rituali rapidi di transito verso le pianure estive di migliaia di tigri a pascolare sui terreni arsi dal sale delle mezzenotti dai funerali di Mama Grande dalle brevi parole della bufera e da te che affondi alle spalle. Gomma pesta, carta piuma. Alcune leggende siriane descrivono la fine del tempo come "la grande pioggia bianca". Vorrei anch'io la liberazione dalla cenere, la sconfitta di quella poltiglia nerastra che scivola maldestra dagli occhi dei miei compagni. Guardo nello specchietto - è tutto come dovrebbe essere. (Continua a pagina 12) Tempo fa! Appena arrivato, nella città della musica, conobbi : un barcaiolo, con uno strano cognome, che, mi invitò a salire, sulla sua barca. Io! Avevo con me, un ramoscello d oro. Il barcaiolo, attraverso, il fiume Po, mi traghettò, nel regno infernale di pazzia. Lì! C era tanto cibo e tanta acqua, ma le anime non potevano : nè mangiare nè bere, come noi erano dannate. Ma! Io sono ancora vivo, vi sbagliate! Gridavo! e Bukowski rideva! Sulla terra, sono caduto, di stile : due volte, quando! Lavorando come maschera, in un teatro, puntai la gente, come una belva dal passo felpato, e quando! Ostacolai, la corsa, ad andamento lento, di un vecchio, che, felicemente, si allenava. Ma! Io sono ancora vivo, vi sbagliate! Gridavo! e Bukowski rideva! Poi! Incontrai Jack, sì! L anima di Jack Kerouac, beato in Paradiso, dove c è tanto cibo e tanta acqua, ma! Tutti mangiano e bevono, mi indirizzò sulla strada, piedi a terra, su quella, che, Dante chiamava, la retta via, mi disposi alla consapevolezza, salutai il barcaiolo alla prossima! Ma! Io sono ancora vivo, vi sbagliate! Gridavo! e Bukowski rideva! Mi ripresi l anima vagante, ed abbandonai totalmente, L idea di salvare Core, che, intanto viveva con un altro, ed io! Povero stronzo innamorato, che, avevo perso la testa. Mai più! Kerouac ha ragione, ed in fondo ha ragione, anche: il nostro Bukowski, voi puttane: Muse! Volete la nostra anima, ci fate vagare e poi ci lasciate: nel regno infernale di pazzia. Ma! Io sono ancora vivo, vi sbagliate! Gridavo! e Bukowski rideva!

11 Alizarin Crimson OssoDiSeppia Adagiò il bambino nel letto, accompagnando piano le sue guance con le labbra vermiglie. Se ne allontanò subito per frugare con affanno nella borsa. Il viso piegato, nascosto dai lunghi capelli neri, alle dita anelli di metallo su cui la polvere solare del tramonto Graffiava spruzzi violacei. Viola minerale scuro. Biberon, orsetto, carillon: una sfera di vetro, di quelle che, agitate, lasciano cadere la neve o la pioggia. L aveva scelta per lui perché si riempiva di stelle, argentate come i pini allineati su cui cadevano. Le stelle e i pini nella sfera di vetro. La bocca piccola e pronunciata di Marta si curvò e il piercing ondeggiò in veloci sussulti. Quasi non sentiva il pianto di Edo, che non aveva smesso di lamentarsi, da quando erano entrati nella sua stanza. Come una richiesta chiara, come brutale nel suo suono ininterrotto. Marta restava con lo sguardo sui pini abbagliati e di colpo il vocio grigio di Edo si spanse in parole, che si addossavano l una sopra l altra e la spingevano, proprio al centro tra le scapole. Dicevano: Guardami adesso, non fare finta di nulla. Prendimi, avvicinati a me, sfiora la macchia bluastra sulla mia guancia. Non stringermi troppo le braccia, mi fanno male, la testa, tienimela, non posso reggerla a lungo. Tienila tra le tue mani, le tue mani non mi fanno paura. E premendo, le parole di Edo iniziarono a incidere i fasci muscolari, separandoli con un taglio secco. Sento che le tue mani mi riscaldano la notte, le sento coprirmi e quando si fermano intorno al mio viso e lo raccolgono, chiudo gli occhi e nel sogno corro tra i pini, tra i rami oscuri con le luci argentate e mi soffia il vento tiepido. E gli aghi mi fanno il solletico. La musica esce dietro ai cespugli, io li calpesto scalzo, li ho tolti i calzini, ma tu non mi sgridi e sei dentro il tronco che fai capolino. Marta scosse il carillon. Sperò che la sua musica avrebbe rallentato il crepitio marrone smorzato delle parole sino a spegnerlo del tutto nel bianco dello spazio perfettamente vuoto della sua mente. Le parole si insinuarono tra le costole e si incastrarono nell alveare dei bronchioli. Queste tue mani che sanno di biscotto, che ho voglia di annusarle, che mi fanno una coperta. Le mani di papà sono bagnate, mi chiudono nella stanza. Non hanno colori, non mi fanno dormire. Non escono parole dalla mia bocca, quando le sento avvicinarsi. Una volta ho provato a chiamarti, ma ho aspettato e il tuo nome non voleva uscire. Non poteva più a sentirle, adesso: formicolavano, gonfie, aspirandole l ossigeno sino all intestino. Se chiudo la bocca non esce nemmeno questo male. E dura di meno, lo so perché non c è se lo spingo dietro la lingua. Lo nascondo, così tu non te ne accorgi. E io nemmeno. I sassi sotto il materasso non fanno rumore. Come il cuore nero di papà. Alzò le coperte e gli scivolò accanto. Prese il suo guscio umido tra le braccia e suo figlio smise di piangere. Oltre la finestra della camera di Edo, le nuvole larghe annerite, il vento che schiaffeggiava qualche frettoloso passante, vento cadmio che sputava immondizie. Il primo ghiaccio fuori, nel cielo già bruno. Le labbra asciutte e screpolate e gli occhi mobili, Marta vedeva risalire dai piedini freddi di suo figlio cavallette cremisi. Vicino alla cassapanca l aspidistra. Sulle foglie verdi a campana scarabei rosso vivo si spostavano in geometrica disposizione. Sotto la palpebra di seta di Edo un riverbero ancora incerto tra il rossastro e il blu, come foglia smisurata sulla pelle candida. Sui pugnetti chiusi e sotto il polsino del pigiama, Marta gli sfiorava i piccoli cerchi bruciati. Ad ogni carezza Edo si rannicchiava e sorrideva come aveva fatto davanti all albero di castagno, dove l aveva portato un anno prima, pochi mesi dopo la sua nascita, in un autunno umido e giallo, insieme a Samuele, che aveva appena iniziato a bere, due birre la mattina prima di andare a raccogliere le cicche lasciate nei capannoni della fiera e mezzora di pausa per il panino, con gli occhi bassi su mocassini, stivaletti lucidi, sabu, stivali stretch. Di notte Samuele tornava ad abbracciarla, affondava in lei con spinte verdissime, la bocca di pesca sul suo seno pieno. E le promesse sotto l ascella ramificavano capillari freschi di lino sui corpi. Sino all alba Marta aspettò, sino a quando i rivoli della nebbia ingombrarono i tetti e le gronde. Al rumore delle chiavi nell ingresso, scivolò dal letto e tolse le scarpe. Si fermò fintanto che sentì l acqua scrosciare nella vasca. Di spalle, il suo corpo già immerso nella schiuma tratteneva l impronta morbida del collo. Samuele si voltò un secondo, il profilo appena alzato, gli occhi socchiusi. Marta fece entrare la lama due volte, nella pancia aperta di Samuele fissò tranquilla un rigurgito di garofano rigoglioso, poi accolse i suoi occhi spalancati sul silenzio profumato di vaniglia. Si diresse quindi nella stanza di Edo e, sorridendo, aprì la finestra e vi poggiò l aspidistra.

12 Acid Jazz jack202 Un giorno e il niente Nick (Continua da pagina 10) Nascondo la pistola nel risvolto interno della giacca, esco dall'auto e faccio segno, come pattuito. Sarei dovuto restar sui miei velieri, ad affondare assieme alle provviste, ad ingoiare sale da qui alla grande pioggia. Invece sono sparito aprendomi uno squarcio nel petto, strappandomi tutte le ossa, sacrificando gli occhi al sogno. Nel viaggio una bandiera mi ha seguito. Varcate le colonne, altre colonne. Una diversa disposizione delle ombre, sottili variazioni sull'ordito, fughe in si maggiore e un cielo più basso. Amici, non sapete che basterebbe una parola a scatenare un naufragio. Solo per questo presagio di cecità imminente sono pronto a farmi sparare alla nuca. Sire mi segua. Tra meno di 10 minuti avrà il suo dottore, ma ora si copra per bene. Non possiamo dare nell'occhio. Il tuo odore è ossigeno, mia Giulia. [intermezzo musicale] Con un respiro pesante come ostacolato da rocce a sporgere dalle sue ossa la figura curva entro una cornice che rimanda ogni piccolo sole a domani ancora domani sempre e solo domani ma in quale palude si è nascosto e da cosa, maledetti insetti, pezzi rottami mattoni metallici sul viso giallo di preghiera e caratteri tipografici un sassofono segnato in viola con due colpi in canna e un timone piantato a martellate tra le dita fino a risalire spazzatura polvere spine lancette proclami stoffa promesse da giurare al dio della fine ci sono radici terse nella fine e i davanzali di una catapecchia irraggiungibile dove riporre specchi canne da pesca gente morta conchiglie lucido da scarpe macchine da cucire carta da parati posate ricordi portamonete. Riposa e interferisce sulle molle rotte il pregio di silenzio e indifferenza e dovrà e se la caverà senza aver bisogno mai da buon idolo profano e aiutami Giulia aiutami prendimi a unghiate non lasciarmi dormire sopra una coltre di ghiaccio non raccontarmi cazzate rispondimi Giulia rispondimi. Puttana ho chiuso i cuccioli dentro la scatola di cartone puttana li ho spinti contro la parete e l'intonaco col pazzo che fuori gridava aveva la gotta il suo annuncio mortuario mi è rimasto in mente puttana ho messo due grossi vasi sulla scatola ci sono saltato sopra le schegge mi hanno tagliato un piede con l'ombra scura che si allargava piano allentando la tagliola nel mio stomaco. Poi ho guardato il calendario alla parete la casa vuota le sbarre e ho lasciato anch'io la mia chiazza sul pavimento rosso non sentivo il tuo odore puttana ho dato un morso alla gamba di una sedia ho sentito il legno che si spaccava e i molari che si serravano nella gengiva e ho goduto puttana perché ti avrei fatta piangere ti avrei strangolata e presa a calci ti avrei sfigurato puttana te lo meritavi. Il tuo seno sulla mia schiena. Eating a piece of me. Tibi semprer. Cominciava senza grossi scossoni la traversata che ci avrebbe portati fino ai limiti conosciuti della strada. Le cahier des extravagances accompagnato da diverse stampe americane sulla neve e il moto perpetuo di Paganini. Crik crik cigolio di topi crik crik urlo&kaddish crik crik tempesta, a hard rain's gonna fall, a hard rain, a hard one. In ogni vela uno sbuffo di lampada accesa, frange di statue immobili, la calma della radura scura, dei vecchi piloni, del vuoto del cemento. Strano taglio degli occhi. Un colore di violenta intensità attraversa il cielo filtrato solo in parte da binari cognitivi quanto mai sconosciuti. La creazione congenita di contenuti strumentali riporta la fusione disordinata e piramidale al suo contesto vivente. Il suono sferico e smorzato di paladini confusi concede la replica dell ultimo spettacolo serale. Un miraggio ovale si divide tra un letto stanco e un travestimento d avorio e pelle. L essere pulsante vende i suoi giorni per un po di compagnia e per una bottiglia piena. Il boia con tre teste ha fatto altre vittime, complici indesiderati della loro stessa presunzione. La sofferenza degli angeli essenziali non emette suono,nulla altera, portando il dolore come un vessillo di guerra. Il niente mi incontrò un giorno di sole regalandomi la sua catena di corallo come offerta della sua benevolenza. Io gli risposi che la solitudine non è sempre la spiaggia migliore e che l età è un padrone distratto. Meccanismi pallidi e ossidati dalla chimica del tempo offuscano la relatività dei miei stessi passi. Ho guardato e sospettato delle frasi della gente ho guardato e interpretato di sogni e fantasie il fragore di foglie secche era troppo forte. Mani tagliate sul mondo per giustificare i difetti conterò i miei limiti dubitando dei miei respiri. Troppa luce polverosa addensata nel lontano abisso caldo e al mio risveglio le piante di stirpe organica riassumono l idea di sterminate foreste tropicali. Dopo una cura di scarsa vocazione la pietra di grezza fattura ordina il suo declino. La gomma e la resina portano odore d oriente l ardore di un vecchio combattente sul muro trasuda più rabbia che speranza. Giocati gli assi potrebbe essere l ultima mano. L albero della collina attraversa le tenebre consumando il vento e un soffio regolare. (Continua a pagina 15)

13 Capitolo 59b jack202 Porte Korallo Gli scaffali sostavano spesso ricurvi, deformati, aberranti. Le dimensioni più variegate si mescolavano, si annichilivano. Certe affondavano con decisione. Altre schivavano le sferzate e sembravano confondersi nel contorno di una fotografia sovraesposta. Luminescenze fantasmagoriche incastrate, in tumulto. Oppure assopite e tremolanti. I biglietti dell'autobus lo rassicuravano - ne possedeva a centinaia, a migliaia - fornendogli un ruvido e cartaceo surrogato di direzione. Ne era completamente assuefatto. I biglietti erano organismi completi, al vertice della piramide animale. La loro principale capacità era la stasi: prodotti, stropicciati, infine timbrati, potevano concludere un ciclum vitae terribilmente razionale - minuzioso, efficiente - come segnalibri, ammucchiando i principi di ogni viaggio in un simbolo sempiterno - una pietra miliare a fermare delle pagine. Invidiava i biglietti, il loro imperturbabile cammino verso la pace, persino la loro grafica tabulare e geometrizzante. Quegli esserini deridevano sfontatamente la sua incapacità di star fermo - di trovare un rifugio - di scampare alle intemperie più laceranti. Camminando in mezzo la folla - spesso controcorrente, per puro gusto sovversivo - oppure sistemandosi di sbieco sui seggiolini del tram, squadrando il viavai di visi aridi e inespressivi - gli balenava spesso in testa l'idea di sgomitare in una processione. La processione del venerdì santo, quando lugubri rappresentazioni di fede popolare lo colmavano di tristezza e sconforto - si sentiva rappreso, rattrappito, devitalizzato dalle zelanti e cerimoniose festività cristiane. Nascevano l'arsura della fuga, l'ideale del vagabondaggio caotico e l'appetito per i libri. Soprattutto quelli scritti male, in punta di penna, senza slancio. In certi romanzi danzavano personaggi appena accennati, parziali e meschini, sogni abortiti. Confrontandosi con quelle maschere spezzate Gordiano riusciva a sedare l'abituale tachicardia; si sentiva meno in difetto col mondo, gustava qualche sigaretta, decontraeva le mandibole. Ma l'appagante frusciare delle pagine si sbriciolava in fretta; di nuovo gli scaffali e la biblioteca e le strade e la gente scagliavano minacce su di lui, inerme e infagottato nella carta, urlando invocazioni acutissime e gemendo occhiate torve. Un altro libro per non pensare, un altro libro per recidere i ponti con l'universo ribollente. Sempre più giù, sempre più in fretta, nel tentativo di agguantare affannosamente la balbuzie letteraria - quel cono d'ombra dove albergano storie senza personaggi e frammenti senza valore - rassicurante, come solo gli idioti e gli inetti sanno essere. Dovremmo avvertire la signora che la casa si è ingrandita. Hai visto? Dietro il bagno c è un corridoio con cinque porte Si certo, avvertiamola! Così magari ci mette dentro altri tre o quattro vagabondi e abbiamo finito di avere il nostro bagno unico. Perché non andiamo a vedere cosa c è, e magari ci teniamo le stanze nuove per noi? E se ci scoprisse? Il contratto dice Si, si, lo so cosa dice il contratto! Ma tanto un po di rischio non fa mai male E poi possiamo sempre spostare l armadio per coprire il corridoio no? Allora? Ok Dai, andiamo a vedere. Bladr e Kneps entrarono nel bagno, girarono attorno alla piscina, e Kneps mostrò all amico una parte del muro di colore lievemente più scuro, delle dimensioni di una piccolissima porta. All altezza di una probabile maniglia si trovava una piccola sporgenza. Deve ancora crescere Però comunque ci si può passare., disse Kneps. Bladr toccò la sporgenza e, lentamente e con uno sgradevole fruscio, la porta cominciò ad aprirsi, lasciando intravedere un cunicolo non troppo lungo, non più alto di un metro. Bladr insistette per entrare per primo. Nel passaggio faceva caldo, l aria sapeva lievemente di legno antico. Uscito dall altro lato, si trovò in un corridoio piuttosto illuminato da una serie di finestre sul lato destro, con una tappezzeria un po sbriciolata e dei ritratti all apparenza piuttosto scadenti. Vi si aprivano cinque porte, come aveva detto Kneps, ed alla fine c era una sorta di stanza circolare, molto piccola, con al centro una statua di un qualche dio greco. Bladr si voltò e aspettò che entrasse anche Kneps. Però Non è strano? Non avevo mai visto un ingrandimento del genere tutto in una volta Forse non è addirittura mai successo da quando vive qui la signora!, disse. Beh rispose Kneps non credo Se ricordo bene, quindici anni fa, un vecchio che stava qui ancora da prima che venisse la signora affianco alla sua scarpiera trovò un salone così grande che non se ne vedevano le pareti Non è così? Dici dove c è il divieto di entrare ora? Mah, ce l ha raccontato Ljrkn quella sera che abbiamo mangiato giù da loro Non so quanto sia affidabile, pensa che sta qui da un sacco e non ha mai scoperto niente di nuovo! Kneps si guardò intorno, la luce aumentò lievemente e vide numerosi granelli di polvere turbinare nell aria. Forse hai ragione, Bladr. Comunque se c è una bella stanza, aspetto che il cunicolo diventi un po più alto, così non devo strisciare a terra per passare, e mi trasferisco qua. Così non dobbiamo più dividere il letto. Che ne dici? Si, non è male come idea. Però pensa, potremmo anche trovare un uscita, e allora potremmo sbarrare l ingresso per non farci trovare e non pagare più l affitto!! Kneps parve rifletterci un po, e poi esclamò: E se non c è un bagno con la piscina? Bladr si dispiacque. Si, non possiamo fare a meno della piscina Certo che però tu pensi sempre male, eh? (Continua a pagina 14)

14 Porte Korallo (Continua da pagina 13) Comunque, dai, andiamo a vedere che c è. Si avviarono entrambi verso la prima porta. Era di legno scuro, forse ebano, finemente scolpita con delle figure che potevano essere caratteri di qualche strano alfabeto. Sembrava pesante, ma quando Kneps abbassò la maniglia si aprì praticamente da sola, come la porta che dava nel corridoio dal bagno. Furono investiti dalla luce di un pomeriggio estivo, e dopo essersi abituati videro una vasta distesa d erba, attraversata da un ruscello e varie file d alberi, che finiva in una indistinta serie di colline all orizzonte. E questo da dove esce? urlò Kneps. Lo sanno Dio e la signora forse soltanto Dio rispose, debolmente, Bladr. Erano immobili sull uscio e osservavano il vento muovere lentamente i fili d erba e le foglie sugli alberi. L erba era umida. Nell aria si sentiva odore di terra bagnata e di frutti maturi. Doveva aver piovuto non troppo prima, ma ora il cielo era completamente sgombro di nuvole, di un azzurro sorprendente. Non c erano tracce di abitazioni umane o anche solo di uomini, e quando Bladr si girò per vedere da fuori la casa vide soltanto una porta sospesa nel nulla, aperta su un corridoio la cui esistenza non poteva essere riconosciuta dalle sue percezioni. Certo che merita. Osservò Kneps. Senti che roba. Niente smog, nessun rumore. E pensa che comunque siamo vicinissimi alla città, almeno dal lato della casa. Potremmo venire a fare dei pic-nic qui, quando è bel tempo. Che ne dici?. Bladr non rispose, e cominciò ad allontanarsi dalla porta, verso un piccolo stagno a circa trecento metri di distanza. Kneps gli urlò di tornare indietro, che chissà cosa poteva succedere. Non eri tu che volevi venire a fare i pic-nic? Muoviti, vieni anche tu. Si sta bene qua. Lo invitò Bladr. Kneps lo raggiunse, e insieme proseguirono fino allo stagno. In verità era abbastanza grande, ma dalla porta era parzialmente coperto da una folta macchia d alberi che cresceva sulla sponda più est. Entrambi, quasi di comune accordo, si spogliarono e cominciarono ad entrare, lentamente, nell acqua cristallina e gelida. Il fondo era inizialmente un po viscido, poi roccioso con qualche alga. In complesso era splendido, addirittura meglio della loro piscina. Galleggiando nell acqua Kneps disse: Perché non portiamo delle assi e ci costruiamo qui una casetta? Ci mettiamo dentro due fornelli, un armadio e due materassi. Poi ci pigliamo un bel periodo di pausa dal lavoro e rimaniamo qua un paio di mesi. Dimmi di si, dimmi di si Dai Bladr acconsentì, si sbilanciò e finì sott acqua. Bevve un po dell acqua dolce del laghetto, e gli sembrò splendida. Poi uscì e, ancora nudo, si stese sull erba ad asciugarsi. Dopo un minuto Kneps lo raggiunse. Si svegliarono dopo un paio d ore, asciutti ma non accaldati grazie al venticello che soffiava dalle colline. Non avevano avuto la minima intenzione di addormentarsi, ma la tentazione era stata alla fine troppo forte. Forse è ora che torniamo. Dobbiamo vedere le altre porte. Altrimenti mi sa che non ce la facciamo per cena disse Kneps mentre si vestiva. Era incredibile come non ci fossero formiche e altri insetti in quel prato; era tutto così semplicemente meraviglioso. Si, andiamo rispose Bladr, e si girò. E vide che la porta da dove erano entrati si trovava a qualche chilometro di distanza, ed era praticamente solo un minuscolo punto. Infatti Kneps, che era leggermente miope, urlò subito: La porta! Dove cazzo è la porta!? e cominciò a sbraitare finché Bladr non lo calmò. Avrebbero soltanto dovuto camminare un po. Armato di pazienza per sopportare le inarrestabili tirate di Kneps sul fatto che era stato lui a volersi avventurare in quel luogo malefico, Bladr si incamminò. Dopo tre quarti d ora la porta era molto più vicina, ma era chiaro che mentre camminavano si era allontanata ancora. Se avessero dormito un po di più, sarebbero rimasti per sempre là. Probabilmente. Dopo un ora erano di fronte alla porta, che sembrava non muoversi più. Erano entrambi affaticati. Dopo aver ripreso un po di fiato, Kneps entrò e Bladr lo seguì. Erano di nuovo nel corridoio, e lì ora era quasi notte. Abbiamo perso la cena. Ora se chiediamo alla signora di darci da mangiare ci uccide. Possiamo solo andare al ristorante e spendere una barca di soldi. Però tuoi, ovviamente, dato che è tutta colpa tua infierì Kneps. Kneps, lo zittì Bladr smettila e andiamo a vedere che c è dietro la seconda porta. Dio, ti immagini che ci potrà essere!? e con questo corse esaltato verso il secondo uscio, che all apparenza era uguale alle altre porte della casa, di legno chiaro e non lavorato. Kneps lo seguì riluttante. Bladr aprì la porta e si trovò di fronte a se stesso. C era anche un altro Kneps nella porta, era praticamente uno specchio. Ma quando provo a metterci una mano attraverso, diede un pugno nell occhio alla sua copia e quella urlò di dolore, portandosi le mani al volto. Il primo e il secondo Kneps dissero contemporaneamente: Che cazzo hai fatto! e si guardarono stupiti. Poi cominciarono a discutere su chi era chi e dove era dove. Intanto Bladr andò dalla sua copia e l aiutò ad alzarsi dal pavimento dove era caduta, prese uno dei fazzoletti che aveva in tasca e glielo pose sull occhio, poi gli chiese scusa. Si, ok, non ti preoccupare. Non mi sono fatto niente. Ma voi non avete mai incontrato copie, vero? gli disse Bladr Due. No. Perché, da voi è normale? Non proprio normale, cioè non capita ogni giorno, ma almeno un paio di volte all anno troviamo delle copie a casa nostra o sul nostro posto di lavoro (Continua a pagina 16)

15 Acid Jazz jack202 Eroine Angela (Continua da pagina 12) Ho intessuto una discreta perizia nel rinvenire le fonti. Dalle tue parole svettanti ho rapito un accento meticcio, traballante, diabolico. Schivando i perpetui bequadro che modulavano il tuo ripeterti, l'allestimento del palco che ha via via acquistato imperfezione, per poi deflagrare nel silenzio di chi ti ha capito, rabdomanti, ritoccatori di Mnemonia. Aikokan. Tenochtitlan. Devi stare tranquilla, è solo qualche linea di febbre. Il bosco qui attorno è perso nei suoi interstizi, non sa dove andare. Pensa alle civette che sciamano. Le voci fraterne e incessanti della nostra terra. Pensa ai corvi che volteggiano, e spariscono al sorgere di un lampo. Chissà se si fermano a cantare nel vento, sul confine malridotto e liso del cratere, come in due sognavamo nelle rapide notti in riva al lago. E pensa ancora a quel settembre che passammo ad affiggere manifesti, sempre in due, ci sentivamo responsabili per uno stupido rullo e della colla che non teneva. Grevi aliti di antiche leggende sui drappi purpurei del proscenio, statuette a lasciarsi incidere un profilo dalle luci nevrotiche della condanna-a-notte, ballerini sulla spiaggia che giocavano sul fuoco, deridendolo. Un giorno ne saremo in grado anche noi, immagina quale arsura sfibrante, e che invidia, una danza immortale con Dio, che scommette e perde. Non dovremo più pagare pedaggio per vedere sbocciare i rispettivi fiori. Al cospetto di un cielo più fluido, ti seguirò. Saremo spodestati unicamente dall'angoscia di una chitarra in fiamme, quell'urlo che si contorce tra le dita di SnailHand, anche ora che è sotto due piedi di cemento, anche ora che sbraita e sputa per i proclami isterici dei rioters affannati. Aikokan dal manto di serpente portala con te. Aikokan dalle cavigliere dorate, ti affido i miei occhi. Ma questo è solo un pezzo del Samsara che soffre. Quel modo che aveva di parlare, senza quasi muovere le labbra. Le si stendeva un lungo taglio di traverso sul viso e poi cose Stranissime che solo lei avrebbe potuto pronunciare così. Grazie a Simon per avermi infilato in bocca un blocco di cemento senza che riuscissi ad accorgermene. Dita di velluto. Ma tagliamo corto. Preferisco le imbarcazione fatte d'argento, il deltaplano senza troppe cerimonie, i'm only happy when it rains. Che bello sarebbe se spalancando queste imposte io trovassi la strada, le ombre della veranda a proiettarsi a terra. Niente più gente a scagliarsi addosso dai capi opposti del tavolo, noia inestinguibile dalle manfrine sulle diverse tribù, la colorazione dei teschi di vetro. Vi ho già promesso che andremo in cordata ad affrontare i fianchi grassocci delle piramidi di pietra; ora che i dirigenti aztechi sono spacciati e non possono più guastare il nostro splendidi giochi profani. Ci bruceranno le mani. Hey Jimmy, are you gonna to explode just now? Che importa, ne ruberemo altre paia. Vagabondando tra le stelle e i loro spettri. Sto morendo. Fanculo. Sto morendo. Cristo. Cristo. Le tue parole sono come te stessa hai definito. Proiettili. Fottuti proiettili. Mi hai violata. Lo hai fatto. E poi poi basta. Stop. Fine. Merda. Ti ho in testa. La tua incredibile bellezza. Crudele. Cattiva. Dolorosa. Sale.. Sale.. Come quando mi sono fatta incidere il braccio sinistro. Di sera. Avevo bevuto. Ero fuori. E lo desideravo. Lo volevo. Più forte che mai. Per avere coscienza di esistere. Di esserci. Di vivere. Con un bisturi mi hanno scarificata. Era dolce. Era violento. Era romantico. E lo sguardo mi si perdeva tra le rosse strisce. Che colavano sporcandomi. Ho provato amore. Ho provato odio. Come ora.. mentre ti guardo.. Te, dolce strega, sporca di sangue davanti allo specchio Sei la mia stronza coscienza. Maledettamente reale e vera come faccio a non essere pazza di te? Scopa la mia vita. Fottila. Thank s. Era ipnotico. I miei occhi nei tuoi. Dio. Sono nata tra gli spasmi urlanti di mia madre, tra le sue grida ed il suo sangue ed ora mi ritrovo in un mondo popolato di merda e sperma. Sono vuota. Senza speranze. Regina della notte. Senza scettro né mantello. Una regina povera perché posseduta da alcol e droghe. Perché piena di banali sentimentalismi. Ho paura. Non smettere di cercarmi. Aiutami. Ascoltami. Sono vera. Sono reale. Io esisto. Cazzo esisto. Sì esisto. Ricordi la notte. Era nera. Eravamo nel locale. Era uno spettacolo. C eravamo tutti. Era Crisalide. Era lo spettacolo senza ipocrisia. Era ciò che non è mai stato. Noi.. gli uncini nella pelle.. una farfalla dalle ali sanguinanti Dov eri? Dov eri vita? E mentre il pubblico sbalordito osservava io camminavo sui miei tacchi alti. Mistress. Con la gonna di gomma nera. La mia bianca pelle splendeva. Come la luna. La notte. Nel suo intero scorrere mi possedeva. Vedo degrado. Ovunque. Intorno a me. (Continua a pagina 16)

16 Eroine Angela Solstizio D Estate Fra_Sca (Continua da pagina 15) Mi spaventa. Grigio. Grigio. Un autobus mi passa davanti. Riaffiora tutto alla mente la collinetta di Lampugnano. La mia giacchetta rossa. La botta di euforia. La depressione. Erano come me. Tutto questo mi manca Ora non c è più nulla molti sono spariti. Scomparsi. Nel vortice della signora. La signora si impossessa e si porta tutto dietro. A volte incontro qualcuno. Non mi salutano più. Non mi riconoscono o forse non mi vedono nemmeno. Si diventa magri. Troppo magri. Troppo. Nella testa tutto scorre veloce.. le immagini.. i lunghi pomeriggi passati in stazione con gli occhi gonfi e le pupille ridotte a spilli. Strafatta. Tirare su moneta. Mandare a fare in culo quelli che per noi erano borghesi di merda e nella noia mischiata a mielosa assuefazione di vivere ci addormentavamo. E in fondo ho i cazzi miei. Ora che gioco con gli aghi senza iniettare più merda nelle mie vene ma solo per provare sensazioni infilandoli nelle parti più sensibili del mio corpo. Poi mi accarezzo delicatamente fino a quando la nausa mi assale e vomito. Vomito. Assorta. Lo sguardo fisso sulle scarpe della gente. La metropolitana andava. Assorta. Stavo costringendo me stessa a piangere. Facevo di tutto per far scivolare lacrime sul volto. Voglio irritare la mia pelle. Sento la gamba tirare. Non mi voglio muovere. Non mi voglio muovere per i prossimi minuti. Per l eternità. E un circolo vizioso. Giro frenetico di parole che scivolano senza lasciare né traccia né segno. E come un male che prende piede in me. Avanza. Ubriaca. Troppo alcol. Fuori. Svariono. Ora mi sdraio per terra. Chiudo gli occhi ed urlo. Urlo. Urlo. Siamo sdraiate sull asfalto. Ora. Respiri. Il tuo alito sul mio viso. La tua fronte contro la mia. Siamo strette. Sull asfalto. T irrigidisci al rumore di un auto. Ci sono io Ora ci sono io. Poi lo schianto. Sono sola. Sono sola. Sono sola. Sono sola. Sono sola. L aria fredda mi scompigla i capelli. Sono seduta in un angolo. Rannicchiata in un angolo. Sporco. Sento l odore forte di urina. Spingo le narici contro la manica del maglione che indosso...è quello che mi può dare la felicità.. penso. Ora chiedimi se sono felice. Fallo. Chiedilo ora. Eravamo complici. Prima. Amiche e complici. Poi il nulla. La nebbia ed il nulla. Le lacrime e la rabbia non sono servite. C era intimità mentre bucavamo l una il braccio dell altra. Mentre ci saliva e sentivamo il sapore in bocca...sarei morta per te.. mentre mi bucavi il braccio. Poi ci abbracciavamo. Eravamo forti. Io e te. Cadute su un marciapiede. Sole. Sotto le stelle. Stavamo bene. Non lasciarmi Poi hai nascosto il volto tra il mio collo e la mia spalla. (Continua a pagina 17) Paesaggio salato all'estremità del cemento. Il mare: ecco che annusa il prato di sassi in un viaggio perpetuo. Onde vestite di schiuma: un abito di pizzi e serpenti in una danza che respira il tramonto. Ed io lì, immobile, aspetto, sul confine. Lì dove la terra assorbe l'acqua ingenua. Porte Korallo (Continua da pagina 14) E che fate allora? Ovvio, andiamo a casa loro e a lavorare dove lavorano loro. Cosa c è di strano? Facciamo così da sempre E cambiate vita ogni sei mesi? Completamente? Si, lo facciamo fin da piccoli. Piuttosto tu hai detto di non aver mai incontrato copie quindi la tua vita è sempre uguale? No, non è sempre uguale! Ma la cambio quando voglio io, non quando qualcuno me la vuole cambiare Si, è lo stesso che dicono alcuni sociopatici da noi, che rifiutano le regole della buona convivenza civile Senti, non è che io e il mio amico possiamo scambiarci con voi? Lo so che non l avete mai fatto Ma non mi hai E Kneps, che intanto aveva smesso di parlare con la sua copia e aveva ascoltato la conversazione, urlò un entusiastico D accordo!, e dopo che le coppie si furono scambiate di posto, chiuse la porta. Bladr non se n era quasi accorto, tanto era stato veloce lo scambio. Tu sei completamente pazzo! Perché? Non ho fatto nulla di male! La porta è là, possiamo anche tornare indietro, guarda!. Kneps girò la maniglia. La porta non si aprì e cominciò a ridere. Beh, che fa. Tanto la casa è sempre uguale, non c è differenza, no? Si, sei impazzito. Comunque alla fine non fa davvero nulla. Mi sa che sono impazzito anch io gli rispose, sconsolato, Bladr. (Continua a pagina 17)

17 Porte Korallo Eroine Angela (Continua da pagina 16) Poi si diresse verso la terza porta, che era uguale alla seconda. La aprì e vide che oltre la soglia non si vedeva niente. Solo oscurità. Poi sentì due mani, quelle di Kneps, che lo spingevano. Cadde oltre la porta, e sentì Kneps che continuava a ridere mentre chiudeva la porta dietro di lui.ascolta dell acqua che gocciola. Lentamente. Non la vede perché attorno a lui è solo luce, è solo bianco, e deve tenere gli occhi chiusi per non accecarsi. L oscurità si è spenta poco dopo che Kneps l ha buttato oltre la porta. Già non la ricorda più. Ora il suo universo sono il bianco e l acqua che sgocciola. Fin quando non sente una musica avvolgerlo, piano, con dolcezza, come l abbraccio di una ragazza che ricorda di aver conosciuto ma di cui non ricorda nient altro. Sente violoncelli che assomigliano alle voci dei fili d erba in un prato di montagna, un pianoforte come pioggia estiva sul mare, voci che sono foglie mosse dal vento, sono neve che cade sui tetti di un paesino, sono la felicità di due amici che si incontrano dopo lunghi anni di distanza. C è anche il dolore, c è anche la sofferenza in questa musica, ma non sono che una parte del tutto, e l armonia che ne risulta è solo gioia, è una gioia che non ha mai provato prima, che non ha mai immaginato prima. Si immerge nella musica, si lascia cullare, si perde e dimentica tutto quello che ha imparato. E Dio, perché lui non è nient altro che la musica,ed è ogni bambino con gli occhi brillanti per la felicità, è ogni persona che vede realizzare i propri sogni, è ogni madre che vede per la prima volta suo figlio, è ogni uomo che muore in pace, circondato da una famiglia che lo ama. Lui è il vento, il mare, le montagne, ed ogni albero ed ogni animale. Lui è il sole, la luna, le stelle e le galassie e tutti gli universi possibili ed immaginabili. Poi non è più niente. La musica si ferma. Sa di essere ancora un Dio, un Dio infinitamente fragile e debole, un Dio che ha perso tutto ciò che ha creato. Il silenzio. Il bianco, l acqua che sgocciola. Tutto come prima. Inizia a piangere, le lacrime scavano il suo volto, magro e pieno di rughe, il volto di un ultracentenario che non chiede altro che la pace perpetua. Non la vede, ma sente una porta aprirsi dietro di lui. Bladr? Ci sei ancora? Non ricevendo alcuna risposta, Kneps fece un passo oltre la porta, nell oscurità, e calciò qualcosa che sembrava un corpo. Affannosamente si abbassò e trascinò il cadavere di un vecchio nel corridoio. Bladr?, ripete. (Continua a pagina 18) (Continua da pagina 16) Io piangevo. La memoria. Le sue tracce. Ti ho guardato fisso mentre mi legavi al letto. Ti ho studiato. Ti ho osservato. Nel tuo intento di immobilizzarmi.cosa vedevi nei miei di occhi? Le corde erano strette. Mi facevano male. Sapevamo avrebbero lasciato segni a lungo sulla pelle. Lo facevi per questo. Sarei apparsa usata. Rovinata. Come piace a te. Come mi hai sempre desiderata. Come mi hai sempre voluta. Inerte. Un verme su cui lavorare. Ti ho fissato. Ho fissato le mie piccole pupille nere nelle tue mentre mi infilavi un ago tra il collo e lo sterno per poi posizionarci sopra il nodo della corda. Per punirmi. Dicevi. Lo facevi. Sentivo il dolore. Mi faceva schifo fossi tu a procurarmelo. Bastardo. Ora te lo resituisco. Con tutto l odio che nutro per te. Ti odio bastardo. Ti odio. Divorerei la tua carne. Mi sporcherei del tuo sangue. Intingerei la punta del dito per passarlo sulle labbra e gustare lentamente la tua morte. Un ricco piatto di te. Userei posate d argento per l occasione. Accompagnato da vino. Magari anch esso rosso. Si intonerebbe bene non pensi? Un dolce vino rosso ad alta gradazione alcolica. Perché ora la pazza ha fame. Perché ora io ho fame. Il vino verrà servito ghiacciato. Mischierei il sapore della bevanda a quello della tua carne. Cruda. Masticherei con forza fino a far sanguinare le mie gengive. Fino a fare sanguinare le mie gengive. Fissami ora negli occhi bastardo. Ora. Ripetimi come credevi che fossi. Ora. Ora che sono me stessa. Sei fuori di testa Ho solo una personalità subconscia. Era stato previsto quando sono nata tra lordo fluido rosso. In ginocchia che piango. Sono. Braccia segnate. Una piccola crisi di nervi. Nient altro. Le unghie lacerano la faccia bagnata. In ginocchia. Sono. Mi graffio. Mi scavo. Mi scopro con forza. Prova a capire. Prova ad ascoltare le mie sensazioni. Le mie intenzioni. Ciò che sento. Grida. Mi senti? Provaci. Provaci. Ti prego provaci. Ora siamo di nuovo insieme. Sei bella come sempre. Un ossuta creazione divina. I tuoi neri capelli, la cadaverica pelle. Impazzisco quando sento la morte nelle vicinanze. Tu la incarni. Ti stringo. Con la paura di farti male. (Continua a pagina 19)

18 Porte Korallo Squali jack202 (Continua da pagina 17) Il cadavere aprì gli occhi, completamente bianchi se non per le pupille, e si alzò faticosamente a sedere. La sua voce era rauca, quasi incomprensibile. Si, sono io. Kneps, perché mi hai buttato lì dentro? Perché l hai fatto? Non lo so. Era uno scherzo. Ti ho tirato subito fuori appena ho sentito le urla. Che è successo, Bladr? Sei invecchiato di cinquant anni in un solo colpo Kneps era distrutto, biascicava le parole. Niente, non è successo niente. Non ci pensare gli risponde Bladr. Aiutami ad alzarmi ora. Devo sapere cosa c è dietro la quarta porta. Devo. Kneps lo sollevò. Bladr si reggeva piuttosto male sulle sue gambe. Apri la porta, gli disse. Kneps aprì uno spiraglio. Dalla porta uscì del fumo e lui lo respirò. Kneps divenne all istante di ghiaccio, cadde a terra e si frantumò. La porta si richiuse. Bladr sentì un movimento alla sua destra, e si girò facendo scricchiolare le malandate articolazioni delle ginocchia. La statua che si trovava nella stanza oltre la quinta porta si era mossa. Era diritta in piedi, e guardava verso di lui. Ora sai cosa c è dietro la quarta porta. Non vuoi vedere cosa c è dietro la quinta?, gli parò la statua. Bladr non rispose. Si avvicinò alla quarta porta e la spalancò. Fu investito da una nube dell aria che aveva ucciso Kneps. Prese fuoco all istante, e subito dopo sul pavimento del corridoio c era un mucchietto di cenere. Si alzò un po di vento, forse proveniente da qualche spiffero, e la cenere si disperse nell aria. Granelli di polvere che turbinavano, velocemente. Il Grido Forte Giancarlo Ferrigno Mostrò la sua eleganza, un corpo che non distinse curve. La brezza della mano a suon di firme, spirò dal mare verso terra all'odore dell'albero nato per l'alleanza. All'atto con mossa felina, si celò alla mia penna la ragazza divina, nascose all'istinto il naturale tatto, orrido il grafo e il tratto. Cala con una domanda la sorte: avrà valore una parola dolce? Lei mi rispose: "Al sinistro pugno il grido forte". Sulla destra, un portico. Luce fioca. Una donna è accovacciata vicino ad una serranda chiusa. Vicino all ultima colonna c è un albero, è una quercia; in fondo, una porta. Sta iniziando a piovere. Un ambiente per spiriti. La donna si alza e viene a sedersi sui gradini lì vicino. Inizia a parlare; una grondaia le gocciola addosso. Da due anni ho smesso di suonare. C era un grosso pianoforte, un tappeto sgualcito e un tizio che continuava a chiedere Sultans Of Swing. Un orologio correva e urlava, si spaccava e stava a fissarmi. Il mio vestito si sfilacciava; tre battute prima della fine suonavo nuda. Eppure nessuno sembrava farci caso. Peccato: mi piacevo, nuda. Tornando a casa trovavo il mio leone di pezza riverso sul diario. Lo accarezzavo e mi accendevo una sigaretta. Quando Miriam era via facevo anelli di fumo e mi addormentavo su qualche stupido libro di favole. Lui odiava le favole. Gli mettevano in testa strani ricordi, si azzittiva di colpo. Non che di suo fosse molto loquace. Quando era triste gli stringevo la mano. Sembrava volesse strapparmela. Un bambino stupido, stupido e violento. La donna ritorna sotto al portico, si appoggia contro un muro, in un angolo buio. E molto impaziente, ha l aria di attendere qualcuno. Nel frattempo un uomo apre la porta in fondo. La tiene accostata col piede, poi getta per terra una coperta di lana, rossa. Entra, chiude piano la porta, si siede compostamente sulla coperta. Sembra non far caso alla pioggia. Ti avrei dato tutto. Tutto, indistintamente, senza pensarci due volte. Poi mi hai permesso di andar via. Dicevi proprio così, ti permetto di andar via. Solo che sono andato via per davvero, con i miei artigli e i miei occhi sbarrati. Non credo te l aspettassi. Ho preso il treno e dimenticato ogni insignificante dettaglio. Ogni volta che cercavo una risposta tu me la negavi. Ogni volta mi demolivi con i soliti è giusto così. Ho preso il treno e bruciato la tua foto. O almeno, questo è ciò che avrei voluto fare. - Tu vivi di sogni. - Tu di bugie. L uomo tiene il mento stretto fra i polsi. Poi si alza di scatto ed appoggia la schiena contro un muro. E sotto un lampione, la luce sbilenca urta i suoi lineamenti nettissimi, quasi intagliati a scalpello. Serra le braccia contro il corpo, contro il logoro cappotto nero. Sembra abbia freddo, e allo stesso tempo non si curi minimamente della pioggia, sempre più fitta. L uomo resta qualche tempo a fissarsi la punta delle scarpe, con un espressione grave sul volto. Alla fine i vestiti fradici lo convincono a mettersi al riparo dalla pioggia. Afferra la coperta e sparisce dietro la porta. Per dove è appoggiata, la donna non può averlo visto. Questa procede poi verso il limite del portico, dove la luce è più intensa. Ha un bel volto, delle belle labbra. Ricordo certe estati terribili. Incendi che sgretolavano le mura della città, progetti che affogavano in silenzio, uomini che mi dicevano hai del talento e poi sparivano. (Continua a pagina 19)

19 Squali jack202 Eroine Angela (Continua da pagina 18) (Continua da pagina 17) Una famiglia occasionale. Girando le chiavi nella toppa spesso mi chiedevo quale casa troverò oggi? A metà di luglio, poi, quel caldo tremendo. Mi chiudevo in cucina con i miei biscotti ed i miei spartiti. Leggevo il giornale. Talvolta mi ci addormentavo sopra. Altre volte chiamavo Miriam, e allora decidevamo di andare in qualche posto assieme. Parlavamo di uomini e disastri, avventure, fallimenti. Oppure trovavamo un posto all ombra e ci tenevamo strette, in silenzio. Sul palco irrompe una terza figura. E un ragazzo, ha l aria di chi ha appena incassato una sconfitta. Ha in mano un vistoso pacco di fogli, e fuma. Per un attimo scende un gelo di pietra, i suoi passi pesanti risuonano come campane a morto. Poi alza la testa e tiene fisso lo sguardo dinanzi a sé, come raschiando l orizzonte. Tossisce ed inizia a leggere. Ha una voce bassa e tremula, quasi innaturale. Non aprivo mai quel libro. Tra le pagine c erano grossi serpenti, selvaggi e irti di colori. Avevano inghiottito la mia sciarpa e quando cantavano non potevo dormire. Erano come un milione di macchine da cucire a rodere piano la carta da parati. Sirene, urla, demoni del sax. Erano come mio padre. Quando mi sedevo male sentivo sollevarsi un lembo di pelle del braccio sinistro. Allora afferravo le forbici, e loro scappavano. Un paio di volte li ho toccati. Spilloni che si sbriciolavano. Avevano l aspetto delle libellule storpie che vivono tra i giornali, in cantina. Eppure io non lo aprivo mai quel libro. Sempre più tardi, più caldo, più lupi. Il regno brillante delle ultime cose da fare. Era come andare in giro in armatura, impacciato tra le rocce di cemento e i grattacieli di pallottole. Con un cielo viola sulla nuca, un plettro d acciaio in tasca e una ragazza all angolo, persa tra i suoi capelli neri, lunghissimi. Potevo vedere i sottili branchi di aironi che sfioravano il bordo dei marciapiedi: era l allarme delle tende indiane, la vibrata tempesta bianca, il dibattersi dei sottopassaggi. Era una nuova razza di squali, messaggeri inamidati dal tepore sinistro delle croste antartiche. Sollevavo così le mie duemilaquattrocento luci sugli scogli bruciati da un soffio, sulle uniche due parole che misero a ferro e fuoco Valdrada, la città degli specchi. Così, inghiottendo un sapore di vernice, e nascondendo un braccio. Il personaggio getta i fogli dinanzi a sé, e resta fermo a fissare il pubblico. Si siede sul palco, a gambe incrociate. E la statua di un dio dimenticato, è la forma dei ricordi persi. L uomo spalanca nuovamente la porta con un calcio. Ora indossa una lunga sciarpa, e rughe profonde gli solcano gli occhi, come intagli. Alza un braccio ora basta e la musica affonda, la pioggia scompare ora basta. Sono un ladro. Sento di aver disegnato i contorni bruciati delle stelle Tra parole, graffianti. Sei bravo a lasciare i segni, sei un grande attore. Peccato tu non abbia fegato, homme pressé, In due sott acqua si può restare per un tempo infinito. Basta allenarsi, prendere il ritmo. Uno, due, uno, due. E poi accarezzarsi e dimenticare l universo fuori. Con le braccia in un mondo più denso, e gli occhi che di colpo si spalancano sul blu del fondo. Forse è così quando si (Continua a pagina 20) Mi prendi la mano. Vuoi che camminiamo così. Nella cava. Prima della prossima dose. Prima della fine di tutto. Prima della fine di noi. E solo la nostra dose d amore. In fila ore. Al freddo. Con gli altri. Anche qui si sta in fila. Tra i rovinati. Noi non lo siamo. Ma ne abbiamo bisogno. Per sentirci principesse. Per credere nel nostro amore. Nella nostra bellezza. Per abbagliare. Forse per questo ci stringiamo. Senza non lo avremmo fatto. Sapevamo. Sapevamo. Toccami. Fammi vivere una nuova emozione. Ancora per una volta. Una sola volta. Voglio provare un emozione. Sono nata per lo sballo. Ci sto bene ad essere incosciente. Solo quando tutto finisce sono nella merda. Sul serio. La verità? La verità è che cerco solo amore. Non lo ho mai trovato. Non lo ho mai ricevuto. Così mi illudo. Fragilmente mi illudo. E resto dolorosamente ferita. Le parole rimbombano nella mia testa. Sei solo un immatura. Sei solo una fallita Voglio la mia fiaba. Voglio essere rispettata. Così anche standoti accanto mi rendevo conto di quanto fossi sola in realtà. Sono solo un gioco. Per te. Per questo mi stringo forte una mano da sola. Così sento calore. Al telefono ti ho sentita. Dopo mesi. Non eri stupita. Eravamo piene di ansia. Ci eravamo mancate. Ti pensavo ogni tanto. Ricordi i nostri due corpi chiusi in cucina. Loro di là. Io e te abbracciate. Popper e whisky. Ridevamo diventando tutte rosse. Questa è amicizia. Questo è amore. Poi spalancando la porta correvamo a buttarci sul letto e ci prendevamo a cuscinate. Come due bambine. Due bambine felici. Ora che fai? Mi guardi mentre mi disperdo. Non riesci più a focalizzarmi. Non ti piace il fatto che possa avere la mia parte di serenità. Mi vuoi solo triste. Forse è ciò che voglio anche io. Forse è ciò che merito. (Continua a pagina 20).

20 Squali jack202 Eroine Angela (Continua da pagina 19) (Continua da pagina 19) muore. Un giorno mi resi conto che stavo per sparire, e allora scappai incontro alla notte a bordo delle mie libellule. Due giorni più tardi mi avresti detto sei sempre peggio, giovane principe. Ora che mi hai addomesticata, dopo la tua partenza, soffrirò davvero. Eh già, batuffoli di cataste, un buon inizio. Potrei fermarmi sul gradino, oltre la linea gialla, la neve gialla che Frank cantava non mangiare, andar via solo all annuncio. E se l annuncio non ci fosse, beh, potrei inventare nuove menzogne, e sguardi colpevoli nella notte che si sfascia e urla non dormire. Mentre l alba ferisce e un uomo mi guarda, seduto lì, senza ragione, col cuore tra i denti. I miei ricordi sfilano bassi e vibrati, in un sussulto. Settima sfera immobile. Piccoli angeli scuri muovono al cospetto del re. Spegni quella maledetta luce. Voglio star seduta tra le mie scale, ad inspirare l odore dolciastro delle lacrime. Voglio ballare sui tiranti d acciaio, voglio sentire gli applausi e non dar loro importanza. Non ti nascondo che mentre ritaglio i pezzi di questa enorme coperta, col freddo che c è, ti penso. Ai tempi dei tramonti violacei, e dei venti assassini, pensavano tutti che tu fossi da me, a scontare tempeste di grandezza davanti al camino. Io che invece sapevo in quali posti andavi a patir vergogna, col tuo pubblico scelto di gabbiani e zattere, non riuscivo a suonare. Con quel segno d artiglio sul braccio, tutte le volte che ti eri schiantato sulle rocce; col regime del silenzio, le mani enormi, le nuvole, i non farci caso Eri l unico guerriero senza segni di pace, non potevo far altro che temerti, quando eri lontano; odiarti, le rare stagioni in cui eri sincero. Per caso giungemmo ad ammirare gli stessi rigagnoli scuri, e l aspro sapore che avrebbe accompagnato, per sempre io credo, i sorrisi tuoi, temibili. Mi rinchiudesti in un quadro distorto di abitudini al buio. Giurasti di vincere, per me. Io ti adoravo, nell unico modo in cui si può adorare un mostro. Ti tenevo al buio e ti leccavo le ferite. Ricordo poche estati terribili. Una fu quella in cui ti rivelai i miei sogni. Li avevo avvolti con un nastro d argento. Tu li dipingesti sul mio corpo, mentre suonavo una rapsodia verde. Alla fine i tuoi occhi gridavano non vedo Valdrada. Non vedo Valdrada. Saresti dovuto impazzire, avresti dovuto strappare lenzuola a unghiate. Avevo le chiavi di un piccolo mondo, un violino. Avevo le chiavi di casa di Miriam. Era tempo che l angelo di fuliggine smettesse di gemere per me. Sarebbe dovuto impazzire. Michele invece si rivestì con calma, si accese una sigaretta e sorrise affilato. Non temere piccola, io posso aspettare In quel momento capii di aver ignorato la musica in sottofondo. Ebbi paura. Mi parve persino di vedere sul suo dorso delle ali maestose, da albatro. Socchiuse la porta e un battito mi urlò che... il silenzio no, non lo avevo mandato via. Compare Michele con un foglio in mano. L azione si blocca. Sul palco ritorna il ragazzo, grigio. Questi ruba il foglio a Michele, scorre con lo sguardo le righe. Gli occhi si spalancano come ad un grande annuncio. Accenna un sorriso e si rivolge al pubblico. Chocolat des oranges, uno sfacelo che agita tramonti viola a Miramare, nei riflessi verdi e l'odore di fragole (Continua a pagina 21) Mi hanno dimenticata. Si sono scordati tutti di me. Ognuno aveva qualcosa di più importante. Importante di certo non ero io. Io sono la persona di cui è più facile scordarsi. Io sono un problema. E i problemi devono essere eliminati. Io Con una penna tra le dita coloro e macchio il bianco foglio che ho davanti. Mi tolgo lentamente le calze e prendo una sedia. Mi avvicino alla finestra che ho in camera. Non devo avere pietà. Non devo avere pietà. Di me. Non devo avere pietà del mio corpo. Nessuna pena. Mi guardo i piedi. Le unghie ben definite. Delineate. Senza smalto. Riguardo. Riguardo ancora. Poi scendo. Sono una vigliacca mi sento mormorare. Mi piego su me stessa tra spasmi di inutile vivere. Nella testa ho ancora la metroplitana. E stato il luogo degli incontri. Si è presa un po di me la metro. Ed io le ho ceduto tutto con felicità. Ha assorbito i miei sorrisi. Ha assorbito le mie lacrime. Ha assistito alla mia auto-distruzione con alcol e spade. Nell apparente silenzio dell incontro. Nell eco delle mie assordanti grida cercavo di incontrare il tuo sguardo, di incantarti. -ingenua Lavinia- -nella massa di persone si distingueva per il rosso scorrere sul suo viso- Bum. Bum. Bum. Tutto salta in aria. -resta solo lei coperta delle interiora di tutti coloro che la tenevano lontana- Bum. Bum. Bum. -un accumularsi di corpi, mentre lei, Lavinia, sporca e coperta di fluidi e budella rideva- Con un rasoio elettrico avevo fatto scempio dei miei capelli. Ora ciocche nere ricadevano dall alto sul centro del viso mentre ai lati ero completamente rasata a pelle. Sembravo un folletto. Così accucciata sul letto nell intento di mangiare le pellicine delle unghie. Assorta dal pensare. Io. Io, continuando a rileggere le parole scritte da te con amore sempre. Era la sola cosa che avevo. Era la sola cosa che mi restava. Nel silenzio. Nel rumore. In vena. Lasciami qualche monetina. Così un mio simile mi aveva a- postrofata mentre camminavo. Lo guardai. Uno scheletro seduto per terra. Senza denti. Troppa ero amico. Molla quella merda gli dissi camminando. Mentre andavo incontro alla mia di dose. -Lavinia dovresti fermarti prima che tutto scorra troppo velo- (Continua a pagina 21)

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